giovedì 31 luglio 2014

WAR NO MORE - "Full Metal Jacket"

Sono passati 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, esattamente il 28 Agosto del 1914. E tra qualche giorno, il 6 Agosto, sarà il sessantanovesimo anniversario dello sgancio della bomba su Hiroshima, uno dei singoli attacchi bellici più sanguinosi della storia. Per ricordare questi due tragici eventi, un gruppo di blogger cinematografici ha deciso di organizzare una rassegna di recensioni, tutte su film di guerra che però esaltassero il nostro spirito fondamentalmente pacifista.

La rassegna è iniziata proprio Lunedì 28 Luglio con la recensione di Solaris de "Il mestiere delle armi". Sono anche andate in onda fino ad oggi le recensioni di "Good Morning Vietnam" da parte del blog Recensioni Ribelli, "Starship Troopers" da parte del blog Cinquecento Film Insieme e "La Grande Guerra" del blog Montecristo.

USA, Regno Unito 1987
Titolo Originale: Full Metal Jacket
Regia: Stanley Kubrick
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Gustav Hasford, Michael Herr
Cast: Matthew Modine, Ronald Lee Ermey, Adam Baldwin, Vincent D'Onofrio, Arliss Howard, Peter Edmund, Dorian Harewood, Kevyn Major Howard, Ed O'Ross:, John Terry, Kieron Jecchinis, Kirk Taylor, Tim Colceri, Jon Stafford, Ian Tyler, Bruce Boa, Gary Landon Mills, Papillon Soo Soo, Ngoc Le
Durata: 116 minuti
Genere: Guerra, Drammatico

La trama in breve: Un gruppo di giovani reclute si trova a Perris Island per svolgere l'addestramento prima di andare a combattere in Vietnam. Verranno addestrati dal Sergente Capo Istruttore Hartman, che li tratterà alla stregua di un branco di bestie, con l'obiettivo di creare delle perfette macchine da guerra.

Per quanto mi riguarda "Full Metal Jacket" è un vero e proprio cult, di cui avrei voluto scrivere su questo blog già tempo fa, ma questa rassegna cinematografica si è rivelata l'occasione perfetta per farlo. Ovviamente adoro anche Stanley Kubrick, come tutti quelli che amano il cinema dovrebbero fare e come è anche normale che sia. Perchè Kubrick è il regista più vicino a Dio che sia mai esistito e perchè è uno di quei registi per cui rimpiango davvero di essere nato troppo tardi per vederlo all'opera in tempo reale. "Full Metal Jacket", diceo, è un film perfetto per l'iniziativa di queste due settimane perchè ne incarna lo spirito, mettendo a nudo la pazzia dell'animo umano in maniera sublime.

Il film, diviso in due tronconi narrativi separati tra loro ma consequenziali, ha nella prima parte, quella dell'addestramento, degli elementi che richiamano molto quello che voleva essere l'idea di Kubrick sulla guerra in Vietnam e sugli addestramenti militari in generale. Il gruppo di reclute di Perris Island, addestrate dal sergente capo istruttore Hartman, viene trattato dal loro capo come un branco di animali, lasciando trasparire da parte di Hartman una sorta di fanatismo e di pazzia, di amore per la guerra che va assolutamente condannato. Ronald Lee Ermey offre in questo ruolo una performance di assoluto livello, improvvisando quasi tutte le sue battute con ciò che gli veniva in mente al momento. Ricordo che la prima volta che vidi "Full Metal Jacket" ero abbastanza giovane e questa prima parte, lo ammetto, mi faceva abbastanza ridere.

Ripensandoci ora ed anche nelle visioni successive del film, ritengo che Kubrick con la prima parte di questo film abbia voluto mettere a nudo anche la bestialità degli spettatori. Moltissime persone che conosco mi confermano che la prima parte del film e le battute di Hartman hanno provocato loro delle risate di puro gusto. Il messaggio che ci leggo io è che davanti a determinate persone noi siamo proprio come Hartman, siamo disposti a mortificarle e a vessarle in ogni modo, semplicemente perchè è più facile ed anche un po' più divertente. Poi però, nel momento in cui "Palla di lardo" si suicida, si capisce che questo atteggiamento è sbagliato. E lì capisci che tu, spettatore, sei anche un po' Palla di Lardo, oltre che il Sergente Hartman. Capisci che l'addestramento a cui erano sottoposti a marine che andavano in Vietnam era qualcosa di completamente disumano e condannabile. Ma Kubrick in questo film ha deciso di farcelo vedere in un modo che ci portasse a provare empatia per Hartman, assolutamente geniale.

La seconda parte del film è quella che riguarda la guerra più da vicino. In questa seconda parte, pur essendo trattata con estrema ironia, vediamo come l'animo delle persone che si ritrovano a combattere sia completamente cambiato, come i combattimenti abbiano portato alla pazzia buona parte dei personaggi. La morte del soldato Cowboy nel finale è un momento talmente toccante che però riuscirà a cambiare la mentalità dei personaggi: capiranno dunque il perchè sono in guerra, ovvero il fatto che non c'è un vero e proprio motivo. Sarà utile combattere per la propria nazione o quando si è in guerra c'è solo da perderci? E quelli che stanno dall'altra parte, che combattono contro di te, non sui trovano forse nella tua stessa situazione?

Voto: 10

La rassegna "War No More" proseguirà nei prossimi giorni con il seguente programma.

MARIO BAVA DAY - "Reazione a catena"

Questo mese le iniziative organizzate dal solito gruppetto di blogger sono moltissime! "Notte Horror" iniziata il primo Luglio sta proseguendo a gonfie vele; "War No More" iniziata il 28 Luglio va benissimo e nel pomeriggio arriverà anche il mio contributo alla rassegna (il che vuol dire che oggi io partecipo a ben due iniziative), mentre oggi è il "Mario Bava Day", il giorno in cui uno dei migliori registi del panorama horror/thriller italiano avrebbe compiuto ben cento anni! Il mio contributo alla rassegna arriva con la recensione di "Reazione a catena", uno dei pochi film che nella sua lunga carriera ha pienamente soddisfatto il regista.


Italia 1971
Titolo Originale: Reazione a catena
Regia: Mario Bava
Sceneggiatura: Mario Bava, Filippo Ottoni, Joseph McLee, Sergio Canevari, Francesco Vanorio
Cast: Claudine Auger, Luigi Pistilli, Laura Betti, Claudio Volonté, Leopoldo Trieste, Isa Miranda, Chris Avram, Anna Maria Rosati, Brigitte Skay, Paola Rubens, Roberto Bonanni, Guido Boccaccini, Giovanni Nuvoletti, Nicoletta Elmi, Renato Cestiè
Durata: 83 minuti
Genere: Horror, Thriller, Slasher

La trama in breve: La contessa Federica Donati vive presso una baia di cui è proprietaria. La donna viene assassinata dal marito Filippo, dal quale era separata, che subito dopo viene ucciso e il corpo fatto sparire. Viene anche lasciato un biglietto sulla scena del crimine che fa pensare alla polizia che la morte della contessa sia un suicidio.

Essendo io un amante del cinema horror, molto spesso nella mia vita mi è capitato, soprattutto da persona più in là con l'età di me, di sentire nominare qualche film di Mario Bava. Il problema nasce quando dei film nominati da queste persone ti rendi conto di non averne visto nemmeno uno, nonostante io mi professi un amante del genere horror. Certo è, infatti, che per uno che approccia al genere nel modo in cui ho fatto io, il nome italiano con cui è più facile iniziare è il più noto Dario Argento, autore di film validi un tempo e che più sono rimasti attuali. Nomi come Mario Bava, Lucio Fulci e Pupi Avati, da molti considerati ancora meglio di Dario Argento, sono per la mia generazione nomi che non fanno presa, se ci si vuole avvicinare al genere horror, semplicemente perchè film non particolarmente amati dalla critica, considerati ai tempi dei veri e propri B-Movies, più che altro rivalutati in seguito anche se la cosa non ha permesso ai suoi film di sfondare davvero, soprattutto di fronte ad un pubblico giovane.

La potenza del regista Mario Bava sta nel fatto di essere riuscito, con poca pecunia, ma con tante idee, a creare dei film e delle situazioni iconiche, a tal punto da diventare uno dei registi horror più citati nelle opere successive dello stesso genere. Tant'è che proprio "Reazione a catena" viene considerato come il primo horror slasher della storia, dopo il quale sono nati i vari "Halloween", "Venerdì 13" e perchè no anche "Scream". Non però uno slasher nell'accezione moderna del termine, con un serial killer spietato pronto a uccidere un gruppo di persone riunite, quanto più che altro un prototipo di quel genere che diventerà poi uno dei generi di maggiore successo tra gli adolescenti e i giovani di tutto il mondo.

La struttura del film, pur seguendo una narrazione che si sviluppa lungo l'intera durata della pellicola, ha uno svolgimento quasi episodico, non tanto atto a mettere in scena delle situazioni raccapriccianti per il puro gusto e dovere di far paura al pubblico, quanto più che altro per dimostrare quanto in fondo l'animo umano sia sporco, disposto a tutto pur di appropriarsi di qualcosa su cui guadagnare del denaro. E' così che dunque non è tanto sulle scene efferate che puntò Bava per creare l'orrore nello spettatore, quanto appunto sull'enorme e totale disumanizzazione dei personaggi che vengono ritratti nel corso della storia.

E' così che Bava, grazie ad una completa libertà creativa e a delle idee sviluppate con pochi mezzi è riuscito a creare un vero e proprio cult, citato, ricitato e stracitato dal momento dell'uscita in avanti nella storia del cinema. Citazioni che, a posteriori, ho colto quasi tutte, per quanto fossero così tanto naturali è spudorate. Tutta la cinematografia horror post-Mario Bava deve per forza di cose qualcosa al suo stile. Fa specie il fatto che all'epoca se ne fossero accorti molto di più all'estero che qui in Italia della sua genialità.

Voto: 8,5

Partecipano al "Mario Bava Day" anche i seguenti blog:


mercoledì 30 luglio 2014

Tutta colpa di Freud (2014)

Italia 2014
Titolo Originale: Tutta colpa di Freud
Regia: Paolo Genovese
Sceneggiatura: Paolo Genovese
Cast: Marco Giallini, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Laura Adriani, Daniele Liotti, Alessandro Gassman, Edoardo Leo, Giulia Bevilacqua, Dario Bandiera, Maurizio Mattioli, Francesco Apolloni, Alessia Barela, Antonio Manzini, Claudia Gerini, Paolo Calabresi, Gianmarco Tognazzi, Michela Andreozzi, Lucia Ocone, Fiammetta Cicogna, Ettore Belmondo
Durata: 120 minuti
Genere: Commedia
Se ti fosse piaciuto prova a guardare: Una famiglia perfetta, Sotto una buona stella, La verità è che non gli piaci abbastanza

La trama in breve: Francesco è un'analista, divorziato dalla moglie e con tre figlie. Il suo rapporto con loro si barcamena tra l'essere un normale rapporto padre-figlie e il rapporto analista paziente, con le tre che non gli facilitano sempre il compito: Emma, la più piccola, è innamorata di un cinquantenne, Sara è una lesbica che decide di provare a diventare etero, mentre Sara gestisce una libreria e si innamora di un ladro di libri sordomuto.

Obiettivamente, per chi ha visto "La banda dei Babbi Natale" o "Immaturi", diretti da Paolo Genovese, quante lire avreste dato al suo nuovo film, uscito all'inizio di questo 2014, "Tutta colpa di Freud"? Nessuna vero? Beh, devo ammetterlo, nemmeno io. Eppure per una volta nella propria vita, anche se questa non è certo la prima, è obbligatorio ricredersi, perchè no, non saremo certo davanti ad un nuovo esponente di grido della commedia all'italiana e no, non saremo davanti ad un nuovo film da Oscar, ma quanto meno il suo sporco lavoro questa pellicola lo fa. Probabilmente quando ci si abitua troppo a mangiare filmacci italiani di dubbio gusto, i lavori buoni, o quanto meno decenti, sembrano ancora più belli, però bisogna dare atto a questo film che riesce a far sorridere e riflettere, soprattutto sui rapporti tra padre e figli (in questo caso tre figlie).

Diciamo che la pellicola si sviluppa in maniera piuttosto classica, non ci sono nuove idee o nuove proposte da esporre, ma le va riconosciuto il grande merito di sviluppare i quattro personaggi principali in maniera interessante, nonostante siano prevalentemente stereotipati. Il padre di famiglia, divorziato, ha dunque a che fare con tre figlie, una diciottenne innamorata di un cinquantenne sposato, una figlia omosessuale che dopo una serie di delusioni amorose vuole provare a diventare etero ed una che non ha mai avuto relazioni durature, che si innamora di un uomo sordomuto che ruba i libri nella sua libreria. Assieme a queste tre storie d'amore vediamo anche i tentativi di Francesco, il padre, di conquistare una donna, che presto si scoprirà essere proprio la moglie di Alessandro, il cinquantenne di cui è innamorata la figlia.

Una delle accuse più grandi che vengono mosse contro le commedie italiane di questi ultimi anni è quello di essere molto legate alla fiction: lo stile registico, la recitazione e le colonne sonore si sono standardizzate in modo da rendere la visione leggera e, non si sa bene quale sia il motivo, faccia ricordare a chi va al cinema il divano e la televisione di casa propria. Anche in questo film si riscontra questo fenomeno, con la differenza che, personalmente, questa volta la cosa non dà fastidio e non risulta appesantita da facili sentimentalismi o da facili buonismi. Tant'è che, ad esempio, [ATTENZIONE SPOILER] solo una delle quattro storie d'amore presentate finirà bene. [FINE SPOILER]

Alla fine però questa pellicola non è tutta rose e fiori come potrebbe sembrare: il film vive moltissimo di rendita su una parte introduttiva e su una parte finale assolutamente buone e coinvolgenti, alle quali però corrisponde una buona fetta, della durata di una mezz'oretta o quaranta minuti, che si perde abbastanza e che fa calare un po' l'interesse dello spettatore. Il problema, forse, è dato dal fatto che la durata di due ore spaccate non è una durata chen appartiene al genere della commedia, che vive su tempi brevi e su risoluzioni non troppo lunghe. Fortunatamente comunque la parte centrale non stanca lo spettatore a tal punto da voler interrompere la visione, riuscendo a non rovinare nè la prima parte e culminando in un buono e soddisfacente finale.

Voto: 6/7

martedì 29 luglio 2014

Penny Dreadful - Stagione 1

Penny Dreadful
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 8
Creatore: John Logan
Rete Americana: Showtime
Rete Italiana: Inedita
Cast: Reeve Carney, Timothy Dalton, Eva Green, Rory Kinnear, Billie Piper, Danny Sapani, Harry Treadaway, Josh Hartnett
Genere: Horror

La trama in breve: Le vite del dottor Frankenstein, di Dorian Gray e di Malcolm Murray si intretcceranno con quella di Ethan, americano affascinante ed indisponente.

E siamo a due. Due serie piaciute a molte persone, che a me non hanno fatto lo stesso effetto. Dopo la recente mezza delusione di "Orange is the New Black" ecco che tocca a "Penny Dreadful" serie di cui ho letto un gran bene su più e più siti, serie su cui i commenti sulle varie pagine di telefilm di Facebook si sono sprecati ad elogiarla, ma che a me non ha detto proprio nulla, o forse ancora meno, se proprio dobbiamo ammetterlo. Stavolta però, differentemente da "Orange is the New Black", non mi vergogno affatto di pensare che qui non sia tanto una questione di gusti, quanto più che altro il fatto che la serie arriva facilmente ad un pubblico che ama i grandi classici della letteratura e che ha sempre sognato di vederli insieme sullo stesso set. Io adoro i grandi classici della letteratura thriller/horror, soprattutto di fine ottocento o inizio novecento, ma penso che i personaggi protagonisti non possano per nulla al mondo stare insieme, motivo per cui già per me "Penny Dreadful" partiva male male male.

Ora, potremmo stare qui ore ed ore a discutere della qualità della serie, della regia, della recitazione, con una Eva Green decisamente sopra le righe come in moltissime sue ultime apparizioni, soprattutto nella porcatona "300 - L'alba di un impero", unica attrice in grado di dare un qualcosina di interessante all'intero film. Ma, ricordate tutti, non bastano una buona regia e degli attori di grido per creare una grande serie, quelle che ti viene voglia di guardarle di settimana in settimana o, in alternativa, di mangiartele letteralmente in una sola giornata. Ci vuole qualcosa che ti spinga per davvero a continuare e quel qualcosa in Penny Dreadful, per quanto mi riguarda, non c'è.

Io ho voluto resistere oltre i tre episodi che mi avevano già ampiamente stufato, vedendomi tutta la prima stagione solamente perchè composta da otto episodi, ma per quanto mi riguarda il problema di questa serie TV, che comunque ha ottenuto un buon riscontro da parte del pubblico, sta nell'idea di base, che a me prende solitamente meno di zero: come ho detto, i grandi personaggi delle storie horror della letteratura di fine ottocento o inizio novecento, insieme, non mi interessa proprio vederli. Dorian Gray, Malcolm Murray, Victor Frankenstein sono dei grandissimi personaggi nelle loro storie di appartenenza ma insieme no.

Ciò che ne viene fuori, ai miei occhi, è un'accozzaglia piuttosto informe e che non si sa bene quale direzione voglia prendere, di storie diverse, che si riescono ad amare per davvero più che altro per riflesso dei personaggi principali, non tanto perchè valgano davvero qualcosa a cui dare tanta attenzione. E per uno come me che più che sull'ambientazione, decisamente fascinosa, si concentra sulla storia, non è certo pane per i miei denti.

Voto: 5

lunedì 28 luglio 2014

Originale VS Remake #1 - Shutter VS Ombre dal passato


Tutta colpa del vulcano (2013)

Francia 2013
Titolo Originale: Eyjafjallajökull
Regia: Alexandre Coffre
Sceneggiatura Laurent Zeitoun, Yoann Gromb, Alexandre Coffre
Cast: Valerie Bonneton, Dany Boon, Denis Ménochet, Albert Delpy, Bérangère McNeese, Constance Dollé
Durata: 92 minuti
Genere: Commedia
Se ti fosse piaciuto guarda: Come ti spaccio la famiglia, In ricchezza e in povertà

La trama in breve: Alain e Valerie sono una ex coppia, che deve raggiungere la figlia a Corfù per il suo matrimonio. I due non si sopportano e sfortuna vuole che proprio in quel periodo l'eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull blocchi tutti i collegamenti aerei europei. I due saranno costretti ad intraprendere un viaggio in auto dalla Germania fino alla Grecia, attraversando tutta l'Europa balcanica.

Per una volta, una sola volta nella loro triste vita, i titolisti italiani sono riusciti a fare una scelta decente a livello di traduzione: sfido chiunque infatti ad affermare che con il titolo originale a stagliarsi sulle locandine sarebbe andato a vedere comunque questo film. Eyjafjallajökull... ve lo ricordate quel vulcano islandese che per un certo periodo nel 2010 mise in scacco le linee aeree di tutta Europa a causa della sua eruzione? Gli interisti se la ricordano molto bene, visto che, anche grazie a quell'eruzione, ci hanno vinto una semifinale di Champions' League contro il Barcellona, costretto a un viaggio di più di 16 ore in pullman a causa del blocco delle linee aeree. Interisti che poi quell'anno vinsero la Champions', fecero il triplete, ed avranno almeno una cosa da dire da qui ai prossimi 40 o 50 anni che sicuramente saranno magrissimi di vittorie.

Parentesi "culturale" a parte, ho accantonato questa pellicola fino a pochi giorni fa, semplicemente perchè mi sono dato altre priorità e bollavo questa visione come qualcosa di trascurabile da recuperare in un periodo in cui il clima si sarebbe fatto più caldo e i neuroni sarebbero conseguentemente diminuiiti. Alla fine las visione si è rivelata per quello che sembrava a prima vista. Niente di nuovo a livello di trama, con la solita coppia di divorziati che per una serie di circostanze sfavorevoli si ritrova a dover fare un viaggio dalla Germania fino a Corfù per raggiungere la figlia che si sta per sposare. Novità delle novità, inoltre, è che la coppia CHIARAMENTE si odia. Non ho mai visto una cosa del genere al cinema nella mia vita!

Come detto, il film si rivela per quello che alla fine è: una commedia pseudo-romantica, basata sulla solita storia del rapporto conflittuale tra ex marito ed ex moglie e basata su una serie di dispetti e dispettacci che i due si fanno a causa del loro odio. Non siamo davanti ad un film totalmente schifoso nè che mi sento di bocciare coi minimi voti, perchè alla fine si rivela coinvolgente quanto basta per non addormentarsi o mettersi a giocare con il cellulare, ma non è che riesca a trovare altri considerevoli pregi a questa pellicola.

E' presente al suo interno qualche trovata simpatica, complice anche l'anima da road movie che si porta dietro, con gli incontri dei due protagonisti attraverso i vari stati attraversati che sono uno più bizzarro dell'altro e direi assolutamente stereotipati, soprattutto per quanto riguarda le differenze tra le diverse nazioni europee che vengono attraversate dai due. Trovate simpatiche che però non bastano a far raggiungere al film la sufficienza, che però ci arriva ad un passo, semplicemente perchè così come non sono riuscito ad odialo completamente, non riesco nemmeno a farmelo piacere un pochino.

Voto: 5,5

domenica 27 luglio 2014

Final Destination 3 (2006)

Dopo un paio di settimane in cui avevo decisamente altro a cui pensare e le poche recensioni che sono uscite non hanno, volutamente, proseguito le saghe da me iniziate, oggi si prosegue con la saga di Final Destination e parlando del suo terzo capitolo!

USA, Canada 2006
Titolo Originale: Final Destination 3
Regia: James Wong
Sceneggiatura: James Wong, Glen Morgan
Cast: Mary Elizabeth Winstead, Ryan Merriman, Kris Lemche, Alexz Johnson, Amanda Crew, Texas Battle, Chelan Simmons, Crystal Lowe, Sam Easton, Jesse Moss, Gina Holden, Maggie Ma
Durata: 93 minuti
Genere: Horror

La trama in breve: Per festeggiare l'ultimo anno delle superiori Wendy e i suoi amici si recano al Luna Park. Una volta saliti sulle montagne russe però Wendy ha una visione di un'incidente in cui tutti sono destinati a morire, riuscendo grazie ad essa a salvare metà dei passeggeri, i quali però iniziano a morire in circostanze misteriose.

Dopo avervi recensito "Final Destination" e "Final Destination 2", che ho sempre particolarmente apprezzato nonostante il loro spirito intrinseco di cazzatona megaabnorme, è giunta l'ora di recensire "Final Destination 3", quel film che segna definitivamente il punto di non ritorno della saga verso i lidi del film horror di merda. O verso quelli del solito filmetto horror senza fantasia, anche se questa cosa la si era già annusata abbastanza nei primi due capitoli. Tutto questo accade nonostante io ritenga questo terzo capitolo piuttosto carino o definito con degli standard decisamente più alti rispetto al quarto e al quinto (TERRIBILE) capitolo della saga.

Dopo l'incidente aereo, dopo il megatamponamento sull'autostrada, ora è il turno del disguido tecnico sulle montagne russe. Se già quando avevo 16 anni (età che avevo nel periodo dell'uscita del film) le montagne russe nei parchi divertimenti per me erano un tabù invalicabile, dopo questo film, inverosimle e paradossale, le montagne russe non le ho più guardate nemmeno col binocolo. Anche perchè poi sarà dal 2008 che non vado più in un parco divertimenti, anno in cui varcai le soglie di Mirabilandia per l'ultima volta. Ma vabbeh, questo col film ha poco a che fare.

Il fatto è che sto parlando di altro perchè il film non è che abbia molto da dire. Come tutti i seguiti di questo genere si basa su idee già utilizzate, muovendosi sulla falsa riga dei primi due capitoli. Le morti di cui sono vittime i protagonisti iniziano a diventare sempre più creative ed arzigogolate e, devo ammettere, più e più volte mi sono ritrovato a ridere per la creatività del regista e degli sceneggiatori nel creare delle morti del genere in maniera così "pirotecnica". Alla fine, fondamentalmente, ricordo il film in maniera particolare soprattutto per la presenza nel cast di Mary Elizabeth Winstead, che la ricordo all'epoca molto molto carina, ma che successivamente non si è fatta notare moltissimo nel mondo del cinema, soprattutto per i ruoli sbagliati in "La leggenda del cacciatore di vampiri" e per il prequel de "La cosa". Presenza invece più che gradita nel quasi-cult "Scott Pilgrim vs the World"!.

Voto: 6

sabato 26 luglio 2014

Orange is the New Black - Stagione 1

Orange is the New Black
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 13
Creatore: Jenji Kohan
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Mya
Cast: Taylor Schilling, Laura Prepon, Michael J. Harney, Michelle Hurst, Kate Mulgrew, Jason Biggs
Genere: Commedia, Drammatico

La trama in breve: Piper Chapman è una donna del Connecticut, condannata a scontare 15 mesi a Litchfield, un carcere femminile, per aver trasportato una valigetta piena di soldi di provenienza illecita.

Lo scorso anno le uscite del canale di streaming più utilizzato in America, in grado di debellare in buona parte la pirateria, sono state un vero e proprio fulmine a ciel sereno nel panorama delle serie televisive americane. La prima serie del genere fu "House of Cards" con Kevin Spacey, la seconda "Hemlock Grove", che penso cercherò di recuperare a breve, la terza proprio la serie di cui vado a parlarvi in questa recensione, "Orange is the New Black". Tutte e tre le serie sono state da me totalmente snobbate, semplicemente perchè ho voluto concentrarmi su altro. I recuperi però, se le serie mi piacciono sono sempre ben accetti e anche con questa serie ci ho provato. Come sarà andata?

Beh, devo ammetterlo, non benissimo. Molti parlano abbastanza bene di questa serie televisiva, approdata da poco tempo anche in Italia, ma per quanto mi riguarda l'amore non è mai scattato. E questa cosa mi succede con abbastanza serie televisive osannate dal pubblico, semplicemente perchè non sempre i gusti personali corrispondono a quelli della massa. E se, questa serie è stata amata da chiunque e non da me, un motivo ci sarà pur stato. Non imputo certamente la mancata presa su di me ad una scarsa qualità del prodotto televisivo: "Orange is the New Black" dal punto di vista registico e a livello di sceneggiatura è un buonissimo prodotto, su questo non c'è nulla da discutere.

Se la serie mi ha abbastanza convinto dal punto di vista tecnico, la cosa non le è riuscita dal punto di vista emozionale: se la prima puntata mi è piaciuta molto, la seconda pure, dalla terza le cose hanno iniziato ad andare meno bene. Lo stile di narrazione quasi lostiano, che concentra ogni episodio su una diversa protagonista della serie, non mi ha permesso di affezionarmi particolarmente a nessuna di esse, lasciandomi un po' indifferente verso molte di loro, tanto da ritenere addirittura la protagonista come uno dei personaggi che, a confronto con le altre, risulta sia meno simpatica sia meno interessante, soprattutto in confronto alle altre che vengono introdotte nel corso degli episodi.

Andrò dunque abbastanza controcorrente con questa recensione, ma purtroppo la mia reazione a questa serie è stata piuttosto freddina rispetto a quanto mi aspettassi leggendo quasi tutte le recensioni entusiastiche. Certo, un fatto è chiaro e deve essere assodato: dal punto di vista tecnico questa serie vanta una qualità decisamente superiore alla media. Ma non è sempre detto che un'ottima scrittura ed un ottima regia arrivino a tutto il pubblico. La serie è piaciuta quasi a tutti, ma purtroppo a me no, o meglio non mi ha esaltato. Purtroppo a volte il gusto personale prende il sopravvento sull'oggettività. O forse per fortuna, altrimenti saremmo tutti inscatolati in categorie stagnanti, non è vero?

Voto: 6

martedì 22 luglio 2014

Limitless (2011)

USA 2011
Titolo Originale: Limitless
Regia: Neil Burger
Sceneggiatura: Leslie Nixon
Cast: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Andrew Howard, Anna Friel, Johnny Whitworth, Tomas Arana, Robert John Burke, Darren Goldstein, Ned Eisenberg, T.V. Carpio, Richard Bekins, Patricia Kalember, Caroline Winberg
Durata: 105 minuti
Genere: Fantascienza, Thriller

La trama in breve: Eddie Morra è uno scrittore fallito, abbandonato dalla fidanzata. Incontrerà casualmente il suo ex cognato che gli proporrà di assumere una pasticca in grado di spalancare tutte le potenzialità del cervello umano.

Avete presente quella storia che usate solo il 20% del vostro cervello? Con questa pastiglia lo usi solo il 2%!!! No dai, siamo seri, non ho voglia di parlarvi di "Italiano Medio", il fake trailer CAPOLAVORO di Maccio Capatonda, da cui probabilmente verrà tratto il suo film, ma voglio parlarvi di Limitless, il film che ha ispirato profondamente Maccio per la sua parodia. Avete dunque presente quella storia che usate solo il 20% del vostro cervello? Questa semplice pasticca aprirà qualsiasi canale della vostra mente, quelli sopiti e inutilizzati, aumentando in maniera incredibile sia le vostre capacità intellettive sia le vostre potenzialità. Ci fareste la firma vero? Chiaro, se non avesse effetti collaterali!

Il film, partendo da un presupposto fantascientifico di assoluto livello, riesce in poco tempo a farsi amare alla follia. Sarà complice la presenza di un Bradley Cooper la cui ascesa nel grande cinema è iniziata probabilmente con questo film, sarà forse anche la presenza di un Robert De Niro nell'inedito ruolo di cattivone di turno. Sarà la colonna sonora maestosa ed una tensione che viene creata studiandola nel minimo dettaglio. La pellicola dunque si sviluppa prima evidenziando tutti i vantaggi che la nuova droga porta al protagonista, poi facendolo entrare in un vortice criminale e di dipendenza da cui è difficile uscirne.

Se la prima parte dunque risulta la più interessante dell'intero film, un difetto intrinseco di questo genere è quello di scadere nell'azionata, magari inserendo qualche bella considerazione moralista che tanto non sopporto. Se il rischio di cadere nel moralismo viene fortunatamente scongiurato (ed il finale lo testimonia alla grande), quello di cadere nell'azionata viene evitato solamente a metà. Capisco quanto sia difficile sviluppare un intero film basandosi sulle potenzialità mentali del protagonista e che il rischio di creare qualcosa che alla fine sarebbe risultato molto debole fosse altissimo, ma alla fine non riesco nemmeno a lamentarmene tanto, perchè anche nella parte d'azione, che io eviterei in qualsiasi film, la pellicola risulta assolutamente godibile ed intrigante.

Alla fin fine pur con quel paio di riserve che mantengo riguardo alla parte un po' più spy-thriller, il film rimane una di quelle visioni da non perdere, specchio perfetto dei tempi in cui ci troviamo, in cui ogni nostra potenzialità necessita di venire espressa ed in cui una droga del genere farebbe comodo a molti. Ed è anche l'effetto che riesce a creare questo film: terminata la visione la voglia di farti un bel viaggetto con quella pasticca ti viene anche! L'importante è che il cervello te lo faccia usare al 100% e non al 2% come in "Italiano medio"!

Voto: 8

lunedì 21 luglio 2014

Non è mai troppo tardi (2007)

USA 2007
Titolo Originale: The Bucket List
Regia: Rob Reiner
Sceneggiatura: Justin Zackham
Cast: Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Alfonso Freeman, Rob Morrow, Beverly Todd, Rowena King, Annton Berry Jr., Verda Bridges, Destiny Brownridge, Brian Copeland, Ian Anthony Dale
Durata: 97 minuti
Genere: Commedia, Drammatico

La trama in breve: Edward Cole è un magnate dell'industria, mentre Carter Williams è un umile meccanico. Entrambi malati terminali si ritrovano nella stessa stanza di ospedale a compilare una lista di cose da fare prima di morire. Con i mezzi economici di Edward si realizzeranno i sogni di entrambi e tra i due nascerà una profondissima amicizia.

Nel corso degli anni non ho mai nascosto il mio amore incondizionato per Jack Nicholson, per moltissimi suoi film e per il suo modo di recitare. Ho tutta la sua carriera cinematografica in DVD, a partire dai film più brutti in cui era un giovincello, passando per il da me osannato "Shining", fino ad arrivare al bellissimo "The Departed" di Scorsese. Morgan Freeman invece, pur apprezzandolo particolarmente, l'ho sempre visto meglio in ruoli più drammatici che da commedia. Con "Non è mai troppo tardi" il problema non si pone, dato che si può tranquillamente catalogarlo in entrambi i generi.

D'altronde la trama è molto semplice, ma comunque lascia la porta aperta a diverse possibili riflessioni, che mi fanno amare il film probabilmente più di quanto meriti, visto che dal punto di vista tecnico non è che abbia molto da dire. E' però la sceneggiatura qui a farla da padrone. La situazione in cui si trovano i due protagonisti, uno ricco sfondato, l'altro un umile meccanico, in possesso però di una cultura fuori dal comune, che lo rende molto più ricco di quello che si possa pensare. I due si conosceranno in ospedale, malati terminali, decidendo di non subire passivamente la malattia, ma di intraprendere un viaggio per compiere alcuni obiettivi prima di morire. E' il classicissimo tema della lista delle cose da fare, qui però affrontato con brillantezza, tanto che per buona parte del film ci dimentichiamo che i due protagonisti sono destinati a morire.

Oltre a tutto questo il film si rivela anche come un'ottima occasione per riflettere sull'amicizia, sui rapporti tra le persone, ma non le amicizie quelle di vecchia data, che vengono portate avanti per anni, ma quelle che nascono per caso a un certo punto della propria vita e magari durano poco, ma lasciano un ricordo. Memorabile è infatti la frase finale in cui, all'elogio funebre di Carter, Edward afferma "Gli ultimi mesi della sua vita, sono stati i migliori della mia". Non sarà questo un film memorabile per la storia del cinema, ma di sicuro è uno di quei film in grado di essere amati, per la leggerezza con cui non si prende troppo sul serio e al contempo per la serietà intrinseca del suo messaggio di fondo.

Voto: 8

venerdì 18 luglio 2014

Smetto quando voglio (2014)

Italia 2014
Titolo Originale: Smetto quando voglio
Regia: Sydney Sibilia
Sceneggiatura: Valerio Attanasio, Andrea Garello, Sydney Sibilia
Cast: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Neri Marcorè, Majlinda Agaj, Caterina Shulha, Sergio Solli
Durata: 100 minuti
Genere: Commedia

La trama in breve: Pietro Zinni è un ricercatore di neurobiologia che ha sviluppato un rivoluzionario algoritmo in grado di teorizzare molecole. I professori dell'università decidono però di non rinnovargli l'assegno di ricerca, complice anche l'impreparazione del suo professore. Pietro deciderà così di creare una droga basata su una molecola non presente nell'elenco delle sostanze illegali del Ministero, raggruppando un gruppo di brillanti laureati in grado di rendere perfetta la sua organizzazione.

Il cinema italiano negli ultimi anni spesso e volentieri ci ha regalato delle commedie tutte uguali, dei drammoni di dubbio gusto, ma, a quanto pare, complice l'Oscar a Sorrentino, quest'anno le cose sembra proprio stiano andando meglio. Basti pensare al buonissimo "Il capitale umano" di Paolo Virzì, al carino "L'ultima ruota del carro", al buon "Allacciate le cinture" di Ferzan Ozpetek (recensione a breve), quanti anni erano che non avevamo delle uscite cinematografiche convincenti da autori italiani? Ma se nei film drammatici qualche risultato lo si è visto ultimamente, è nelle commedie in cui latitiamo per davvero, con il solo Checco Zalone a farla da padrone e con comici da Zelig o da Colorado che si improvvisano attori o registi senza avetrne le competenze (vero Paolo Ruffini? Che mentre tutti criticavano il tuo film pensavi a scopare? Beh forse era meglio continuare a scopare piuttosto che fare "Fuga di cervelli" no? Ma scopare nel senso di far la polvere per terra!) e i cui risultati sono tutti piuttosto discutibili, ad essere generosi.

Però qualche mese fa è uscito "Smetto quando voglio", che già dal trailer dava quella idea di una buona, buonissima ventata di aria fresca nel panorama delle commedie nostrane. Ventata di aria fresca che, dopo la visione del film, si è rivelata una vera e propria manna dal cielo. Sì perchè il regista e sceneggiatore Sidney SIbilia, praticamente esordiente, è riuscito a creare una pellicola valida, non nascondendo affatto le sue fonti di ispirazione, ma riuscendo al contempo a non fare un film puramente citazionista rispetto alle sue ispirazioni, mettendoci del suo in ogni minuto della pellicola. Perchè la critica mossa al film è di scopiazzare in ogni modo la serie TV "Breaking Bad" e, non c'è da nasconderlo, lo fa. Copia, ma in maniera intelligente. Poi magari gli stessin che dicono che Sidney SIbilia ha copiato sono gli stessi che esaltano a priori qualsiasi opera di Tarantino, che è uno dei più grandi copioni della storia del cinema dell'ultimo decennio. Considerare anche il fatto che Tarantino copia in maniera intelligentissima mettendo sempre del suo, ma pur sempre di copia si tratta. E allora perchè se Tarantino copia è il più grande regista del mondo, mentre se copia Sidney Sibilia, esordiente, bisogna distruggerlo? (in questo momento mi ucciderei con una katana per il paragone Sibilia-Tarantino)

Sì, è chiaro, il film prende palesemente spunto da "Breaking Bad", per parlare però della situazione italiana, soprattutto di quella dei neolaureati o dei dottorandi, costretti a non sfruttare appieno le loro capacità, per accontentarsi di lavori mal retribuiti o di essere dei dottorandi sotto le grinfie di professori menefreghisti. La situazione è certamente esasperata, perchè io son sempre stato convinto che se uno è veramente bravo, in un modo o nell'altro arriva alla meta, mentre nel film sembra che chi si laurea sia costretto ad un magro futuro, cosa che secondo me non è così vera. Che sia difficile non c'è dubbio, forse anche difficilissimo, ma il film vuole esasperare la situazione e lo fa benissimo. Caricaturizza la situazione del neolaureato medio ponendolo davanti ad una scelta di vita talvolta scomoda.

Nella scelta criminale del gruppo di laureati col massimo dei voti vi è infatti una profonda amarezza: la scelta non è un qualcosa che viene preso alla leggera, ma il risultato di anni e anni di frustrazioni subite da parte dei protagonisti. Nonostante il tema di fondo sia anche abbastanza importante, il vero merito del film è proprio quello di non prendersi sul serio. Sidney Sibilia è dunque riuscito in questo modo a creare una commedia brillante, che si discosta profondamente dai prodotti del genere degli ultimi anni e che si spera possa essere una specie di faro nella notte per tutti i nuovi registi che vorrebbero approcciare al genere portando con sè delle idee innovative.

Voto: 8-

giovedì 17 luglio 2014

Ombre dal passato (2008)

USA 2008
Titolo Originale: Shutter
Regia: Masayuki Ochiai
Sceneggiatura: Luke Dawson
Cast: Joshua Jackson, Rachael Taylor, Megumi Okina, David Denman, John Hensley, Maya Hazen, James Kyson Lee, Daisy Betts, Eri Otoguro
Durata: 85 minuti
Genere: Horror

La trama in breve: Ben Shaw e sua moglie Jane lasciano New York per trasferirsi in Giappone, dove Ben ha trovato lavoro come fotografo. Di ritorno da una festa, Jane, alla guida, investe una donna, che però scompare dalla strada prima dei rilevamenti della polizia. Questa donna inizierà a perseguitare i due comparendo nelle loro fotografie.

Ormai l'ho scritto in tutte le salse che un paio di settimane fa, in una serata a casa di amici, vidi "Shutter", l'originale thailandese, e di quanto lo abbia in primo luogo amato ed in secondo luogo quanto me l'abbia fatta fare addosso. Cosa che il remake americano "Ombre dal passato" non ha fatto proprio per nulla. Sempre per mantenere un paragone da servizi igienici, se "Shutter" mi ha fatto letteralmente cagare addosso, "Ombre dal passato" mi ha fatto tranquillamente andare in bagno per una pisciatina.

Il problema intrinseco di questo remake, questa volta, sta soprattutto nel fatto che non lo si può prendere come un film a sé stante, semplicemente perché non lo è. Poco si discosta infatti dalla trama dell'originale, tanto che se dal punto di vista della storia c'è veramente poco poco da aggiungere, se ne può parlare quanto meno dal punto di vista tecnico e da quello più importante dell'effetto che ha avuto su di me, spettatore.

"Ombre dal passato" non funziona fondamentalmente per due motivi: il primo è che conoscendo già come si svolge la storia e conoscendo anche le situazioni in cui si trovano i protagonisti, se non cambi qualcosa difficilmente, se uno ha già visto l'originale, ne rimarrà turbato. Il secondo motivo è invece dovuto ai diversi modi di fare paura presenti nel cinema orientale e in quello americano: mentre il primo costruisce la sua tensione basandosi più su ciò che non fa vedere allo spettatore, il secondo cerca di spaventarti mettendoti davanti alla mostruosità della situazione che crea orrore.

Va da sé che l'effetto ottenuto non è per nulla lo stesso e, per uno che praticamente ha visto due film che si svolgono allo stesso modo, con diversi attori e con questa sostanziale differenza registica, si debba scegliere quale preferire. Personalmente ho molta più paura con quello che non vedo piuttosto che con quello che mi viene fatto vedere sbattendomelo in faccia.

Voto: 5-

mercoledì 16 luglio 2014

The Maid - La morte cammina tra i vivi (2005)

Singapore 2005
Titolo Originale: The Maid
Regia: Kelvin Tong
Sceneggiatura: Kelvin Tong
Cast: Alessandra De Rossi, Chen Shu Cheng, Hong Hui Fang, Benny Soh
Durata: 85 minuti
Genere: Horror

La trama in breve: Rosa è una ragazza diciottenne, filippina, che per guadagnare qualche soldo per curare il fratello malato, si fa assumere come domestica dalla famiglia Teo, a Singapore. Arriva in casa della famiglia giusto il primo giorno del settimo mese del calendario cinese, mese in cui si aprono i cancelli dell'Inferno e gli spiriti dei morti ritornano tra i vivi.

Inizio troppo tardi a farmi una cultura sul cinema orientale e questi poi sono i risultati. E la cosa carina è che non sto recuperando dei veri e propri cult riconosciuti come ad esempio "La foresta dei pugnali volanti", ma sto recuperando degli horror anche abbastanza recenti, che però mi fanno davvero rimpiangere il fato di aver guardato finora praticamente moltissimi esponenti del cinema occidentale a fronte di poca roba di cinema orientale. Poche settimane fa, però, la visione di "Shutter" mi ha letteralmente aperto un modo che io avevo chiuso dopo la terrificante visione di "Ju-On" qualche anno fa, il film da cui poi è stato tratto l'americano "The Grudge".

Con "The Maid", dopo le mie personalissime parentesi giapponesi e thailandesi, stavolta ci trasferiamo a Singapore, logo di cui il film pare ben intenzionato a farci conoscere cultura, superstizioni, tradizioni religiose, soprattutto quelle riguardanti il settimo mese del loro calendario, periodo in cui si rompe il velo tra la il mondo terreno e gli inferi e i morti sembrano ritornare in vita. In questo contesto si svolge la storia di Rosa e della famiglia Teo e del loro figlio Ah Soon, con un evidente ritardo mentale.

Diciamo che, come film horror, non siamo davanti ad un qualcosa in grado di turbare per davvero lo spettatore, ma il film riesce a vivere molto bene sulle atmosfere tetre e su tutti i riferimenti culturali, interessantissimi, di cui parla. A causa dei morti che ritornano nel mondo dei vivi, Rosa inizierà ad essere perseguitata da determinate visioni, mentre pian piano il comportamento di Ah Soon verso di lei si farà sempre più morboso, con le frequenti invocazioni da parte di lui di una certa Ester, domestica presso i Teo prima di Rosa, poi misteriosamente scomparsa.

Siamo davanti, dunque, ancora una volta, ad un film davvero abbastanza valido, forse non terrificante all'ennesima potenza, ma comunque in grado molto bene di inquietare lo spettatore grazie alle sue trovate. Ciò che all'inizio poteva sembrare un film che sarebbe facilmente scaduto nel trash e nel B-Movie, alla fine si rivela un qualcosa da apprezzare in ogni sua sfaccettatura, pur mantenendo qualche riserva, soprattutto sul comportamento di tutti i personaggi nei confronti di Rosa: avete una domestica in casa che non conosce la vostra cultura, rischia ad ogni sua azione di far arrabbiare gli spiriti e voi le dite tutto dopo che ha fatto qualcosa? Anche questo comportamento però si capirà nel finale rivelatore.

Voto: 7,5

martedì 15 luglio 2014

CINEMA IN PILLOLE #2 - Aldo, Giovanni & Giacomo (Prima Parte)

Per il secondo episodio di "Cinema in pillole", la rubrica in cui parlo brevemente di alcuni film visti tempo fa o per cui non sarei in grado di scrivere una recensione completa, oggi è il momento di parlare dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Visto che nella loro carriera hanno girato ben sette film, ho deciso di dividere la loro carriera cinematografica (quindi escludendo le opere teatrali per le quali ci sarebbe da fare un discorso a parte) in due parti. Quindi, oggi si va con la prima parte della loro produzione cinematografica, a partire da "Tre uomini e una gamba" fino ad arrivare a "Chiedimi se sono felice", mentre in una data che devo ancora decidere (ovvero a sentimento in base a cosa mi andrà di scrivere nei prossimi giorni) la seconda parte.


Tre uomini e una gamba

Italia 1997
Titolo Originale: Tre uomini e una gamba
Regia: Aldo, Giovanni & Giacomo, Massimo Venier
Sceneggiatura: Aldo, Giovanni & Giacomo, Massimo Venier, Giorgio Gherarducci, Lucio Martignoni
Cast: Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Marina Massironi, Carlo Croccolo, Luciana Littizzetto, Maria Pia Casilio, Augusto Zucchi, Mohamed El Sayed, Rosalina Neri, Antonio Rucco, Giorgio Centamore, Saturno Brioschi, Cesare Gallarini, Roberto Mannino, Eleonora Mazzoni, Vittoria Piancastelli, Margherita Antonelli, Giangilberto Monti
Durata: 98 minuti
Genere: Commedia


Per il loro primo film il famosissimo trio comico decide di fare una specie di raccolta di moltissimi sketch che li hanno resi famosi al grande pubblico nel corso della loro precedente carriera teatrale, partendo da una storia molto semplice e lineare che molto si presta al tipo di film che il trio intendeva realizzare. La storia che viene raccontata infatti è formata più che altro da situazioni strane e ambigue in cui si trovano i tre protagonisti, riuscendo comunque ad ottenere un grande successo di pubblico e a far ridere davvero tanto. D'altronde, se quei tre erano diventati famosi grazie agli sketch della montagna, di Dracula e quello del controllore, qui, chi li seguiva già prima dell'uscita del loro primo film un po' sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Il risultato è comunque molto buono, nonostante l'estrema semplicità della trama di fondo.

Voto: 7,5


Così è la vita

Italia 1998
Titolo Originale: Così è la vita
Regia: Aldo, Giovanni & Giacomo, Massimo Venier
Sceneggiatura: Aldo, Giovanni & Giacomo, Massimo Venier, Gino e Michele, Giorgio Gherarducci, Graziano Ferrari
Cast: Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Marina Massironi, Antonio Catania, Big Jimmy, Elena Giusti, Carlina Torta, Francesco Pannofino, Fabio Biaggi, Mohamed El Sayed, Cesare Gallarini, Fabrizio Ambrassa, Saturno Brioschi, Augusto Zucchi, Giovanni Cacioppo, Stefania Di Nardo, Giorgio Centamore
Durata: 108 minuti
Genere: Commedia


Dopo la parentesi sketchistica del primo film, con il loro secondo lavoro Aldo, Giovanni e Giacomo si dedicano a raccontare una storia di vita reale, che a tratti assume risvolti seriosi, pur mantenendo l'indissolubile vena comica del trio. I tre personaggi principali qui sono caratterizzati in maniera più precisa rispetto al lavoro precedente: Aldo è un falsario, Giacomo un poliziotto pentito della sua scelta lavorativa, Giovanni un inventore di giocattoli per bambini. I tre si incontreranno per caso e verranno trascinati nello scapestrato piano criminale di Aldo, in una fuga che da una parte raggiungerà livelli comici divertentissimi, mentre dall'altra riuscirà ad unire tre persone profondamente diverse, col desiderio di rimettere in sesto la propria vita e quella dei loro cari. Ciò che il film perde dal punto di vista delle risate (poco rispetto al precedente), lo guadagna da quello dello spessore della trama.

Voto: 7,5


Chiedimi se sono felice

Italia 2000
Titolo Originale: Chiedimi se sono felice
Regia: Aldo, Giovanni & Giacomo e Massimo Venier
Sceneggiatura: Aldo, Giovanni & Giacomo, Massimo Venier, Paolo Cananzi, Walter Fontana, Graziano Ferrari
Cast: Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Marina Massironi, Silvana Fallisi, Paola Cortellesi, Daniela Cristofori, Augusto Zucchi, Beppe Battiston, Antonio Catania, Saturno Brioschi, Rodolfo Rezzoli, Max Pisu, Serena Michelotti, Cinzia Massironi, Mohamed El Sayed, Arturo Brachetti, Valentino Picone, Salvatore Ficarra, Ines Nobili, Giangilberto Monti, Marco Pagani, Mario Supino
Durata: 97 minuti
Genere: Commedia


"Chiedimi se sono felice", terza opera cinematografica del trio comico italiano, è forse forse il mio film preferito firmato Aldo, Giovanni e Giacomo. Forse è quello tra i primi tre da cui scaturiscono meno risate, ma sicuramente quello più curato a livello di storia e di modo di mettere in scena quella storia. Il film riesce sia a far ridere ponendo lo spettatori davanti a situazioni realistiche e verosimili, sia a far riflettere sui valori dell'amicizia e dell'amore, non indirizzate sicuramente ad un pubblico giovane, ma che comunque i giovani mediamente apprezzano. Il film tra l'altro culminerà in un finale assolutamente perfetto ed evocativo.

Voto: 8+

lunedì 14 luglio 2014

Il mio personalissimo commento sul Mondiale di calcio - Brasile 2014

E' stato certamente l'evento del mese, di cui molti hanno parlato e di cui io non ho avuto il coraggio di parlare sul mio blog, per continuare imperterrito con le mie recensioni. Ma, dopo la finale giocata ieri tra Germania e Argentina, un commento ora è d'obbligo. Forse perchè ho assistito al più bel mondiale di calcio da quando sono nato. Forse perchè è stato quello che ho seguito con più assiduità, mentre nel 2010 avevo visto solo le tre partite dell'Italia e nel 2006 solo le partite dell'Italia poi laureatasi campione del mondo. Non ho voglia però di fare commenti sull'Italia, preferisco concentrarmi solamente sulle quattro semifinaliste.

Per una rappresentativa nazionale "normale", arrivare in semifinale ad un mondiale di calcio è considerato un buon risultato. Non se sei il Brasile e non se esci sconfitto come ne è uscito il Brasile in questo mondiale: di avvisaglie della disfatta brasiliana ce ne sono state lungo tutto il mondiale, dalla prima partita con l'autogol di Marcelo e la vittoria portata a casa anche con qualche aiutino, passando per il pareggio con il Messico e per gli ottavi vinti ai rigori, grazie anche a dei pali colpiti al momento giusto dai cileni, contro il Cile. La partita con la Colombia sembrava ci stesse facendo tornare il mito dei brasiliani, ma alla fine decisive risulteranno la squalifica di Thiago Silva per la semifinale e il grave infortunio a Neymar, che è uscito dal mondiale come non sarebbe dovuto uscire (dolorante in barella) piuttosto che con una sconfitta sonante come si sarebbe meritato. La semifinale con la Germania è stata la disfatta più grande della storia della nazionale brasiliana: sette gol subiti, di cui cinque nei primi trenta minuti, umiliazione continuata poi nella finale per il terzo o quarto posto dall'Olanda, che con un sonante 3-0 ha ancora di più accentuato il dramma brasiliano di questi mondiali. Se la partita con la Germania ha evidenziato la dipendenza dei brasiliani dal duo Thiago Silva-Neymar, quella con gli olandesi ha ancora di più evidenziato quanto il Brasile, senza Neymar in campo, facesse davvero fatica a costruire qualche azione degna di nota.

Sempre parlando del Brasile, ora tutta la col'pa è stata data al tecnico Felipe Scolari e alla prima punta Fred, dimostratosi essere abbastanza una pippetta. Nel calcio, si sa, i tifosi hanno la memoria cortissima: lo stesso Scolari aveva infatti portato alla vittoria del mondiale nel 2002 un Brasile però pregno di campioni, basti solo pensare al trio Ronaldinho-Rivaldo-Ronaldo, mentre qui le vere e proprie stelle della squadra erano solo due, mentre gli altri, senza Thiago Silva e Neymar in campo, si sono dimostrati essere dei giocatori di medio livello.

L'Olanda invece, dal canto suo, era secondo me la squadra che meritava maggiormente la finale, più dell'Argentina che comunque ci è andata con merito, sia per il gioco espresso sia per le genialate tattiche messe in campo da Van Gaal. Alla fine la roboante vittoria con la Spagna all'esordio per 5-1 ha fatto entrare gli Orange tra le mie squadre preferite di questo mondiale, percorso proseguito poi con altre due vittorie nel girone. Sogni di gloria che stavano per infrangersi agli ottavi contro un ottimo Messico, che si arrende solo negli ultimi cinque minuti, grazie ad una rimonta siglata da Sneijder e dal neo-entrato Huntelaar, messo in campo da Van Gaal, proprio al posto dell'idolo Van Persie. L'olanda però decide di sfidare la sua storia di nazionale sfigata per eccellenza, prima vincendo ai rigori contro la Costa Rica (anche qui genialata di Van Gaal che cambia il portiere ad un minuto dalla fine dei supplementari), poi perdendo in una partita rinunciataria da entrambe le parti, sempre ai rigori contro l'Argentina. Se sei l'Olanda non puoi sfidare troppo la tua storia: sai che continuando ad andare ai rigori prima o poi verrai eliminata, come successe nel 1998 in semifinale contro il Brasile, come nel 2000, nella storica partita con cinque rigori sbagliati contro l'Italia, di cui due nell'arco dei novanta minuti, come quest'anno, in cui alla fine una squadra secondo me più forte dell'Argentina, è uscita mestamente. Terzo posto che corona comunque un buonissimo cammino.

Sull'Argentina in realtà non è che possa particolarmente esprimermi, tra le quattro semifinaliste è stata la squadra di cui ho visto solamente la semifinale e la finale, quindi non so bene come sia stato il loro gioco nel corso del cammino verso la finale del mondiale. A quanto ho letto alla fine si è evidenziata nelle prime partite una certa Messi-dipendenza, peccato che poi nella semifinale Messi si sia visto pochissimo e alla fine l'Argentina l'abbia sfangata ai rigori grazie a delle grandi parate di Romero, in una partita contro l'Olanda totalmente rinunciataria da entrambe le parti.

La Germania era sicuramente la squadra che alla finale di ieri arrivava messa meglio: vittoria roboante all'esordio contro Cristiano Ronaldo (sì perchè è inutile chiamarlo Portogallo) per 4-0, pareggio rischioso col Ghana e vittoria contro gli Stati Uniti in una partita in cui vi era l'estrema certezza di qualificarsi. Partita rischiosissima agli ottavi contro un'Algeria coriacea e lavoratrice, in grado di mettere la Crucchia per davvero in difficoltà, con un Neuer PAZZESCO a salvarli in più di un'occasione. Partita poi vinta per 2-1 ai supplementari. Vittoria ai quarti contro una Francia non irresistibile a livello di nomi (con i soli Pogba e Benzema a fungere da stelle) ma che aveva dimostrato un buon gioco fino ad allora, riuscendo anche a mettere i crucchi un po' in difficoltà. Poi in semifinale hanno deciso di smetterla di cazzeggiare, con l'ormai famosa partita del 7-1 al Brasile.



La finale di ieri in realtà mi ha soddisfatto per il risultato, mentre il gioco mi è piaciuto a sprazzi. Alla fin fine le due squadre pur pareggiando per 0-0 nei novanta minuti, ci hanno probvato entrambe a segnare, con un gol giustamente annullato ad Higuain e con un gol sbagliato a tu per tu con Neuer sempre da Higuain, in un errore davvero sanguinoso. Nell'arco dei novanta minuti la Germania di occasione clamorosa ne ha avuta effettivamente solo una, col palo colpito da Howedes. Il problema è che se contro una Germania così cinica, sbagli tante occasioni da gol (almeno tre), alla fine la paghi. Chissà magari che con un Tevez qualsiasi, non voluto al mondiale proprio dal pessimo Messi di questa finale e anche della semifinale, il pallonetto di Palacio nei supplementari magari non sarebbe finito fuori. Vabbhe, meglio così, sarà bello bello riposato per la mia Juve il buon Carlitos. La decide una vera e propria magia di Mario Götze, fantasma per quasi tutto il mondiale, decisivo nel momento più importante.

Alla fine, come hanno dimostrato gli ultimi due mondiali, a vincere è stato un modello di calcio. Se nel 2010 aveva vinto il gioco tutto possesso palla della Spagna, qui a vincere è il bel gioco condito dal giusto cinismo e voglia di sbattersi dei tedeschi. Sia nel 2010 che nel 2014 poi han vinto due nazioni che in quegli anni hanno lavorato di più sui giovani, riuscendo a creare delle politiche calcistiche che ora tutto il mondo invidia. Ed il mondiale del 2006 è un caso un bel po' diverso, dato che per la nazionale italiana ha praticamente rappresentato il canto del cigno, con dei giocatori praticamente già arrivati, come lo sono stati quelli della Spagna e della Germania negli ultimi due mondiali. Ma se, l'Italia dopo il 2006, complice anche la politica calcistica, non ha prodotto più molti giocatori degni di nota, in Germania la concorrenza per arrivare in nazionale è altissima.

Premi ai singoli
Miglior giocatore: Lionel Messi. Inutile dire che non sono per nulla d'accordo, viste soprattutto la semifinale e la finale.
Miglior portiere: Manuel Neuer e non c'è nemmeno da discuterci troppo.
Miglior marcatore: James Rodriguez. Questo tra qualche anno dominerà in Europa.
Premio Fair Play: Colombia. Solo cinque cartellini gialli in cinque partite!
Miglior giovane: Paul Pogba che spero vivissimamente rimangia nella mia Juve!

domenica 13 luglio 2014

Totò, Peppino e la... malafemmina (1956)

Italia 1956
Titolo Originale: Totò, Peppino e la... malafemmina
Regia: Camillo Mastrocinque
Sceneggiatura: Sandro Continenza, Nicola Manzari, Edoardo Anton, Francesco Thellung
Cast: Totò, Peppino De Filippo, Dorian Gray, Teddy Reno, Vittoria Crispo, Mario Castellani, Nino Manfredi, Luisa Ciampi, Edoardo Toniolo, Linda Sini, Emilio Petacci, Franco Rimoldi, Lamberto Antinori, Gino Ravazzini, Gianna Cobelli, Donatella Randisi, Salvo Libassi, Gianni Partanna
Durata: 100 minuti
Genere: Commedia, Musicarello

La trama in breve: Antonio e Peppino Caponi sono due fratelli, proprietari terrieri nelle campagne di Napoli, sempliciotti e poco acculturati, caratterialmente agli antipodi. Gianni, figlio della loro sorella Lucia, di innamora di Marisa durante i suoi studi in medicina, decidendo per amore di seguirla a Milano. Vedendo la cosa come possibile fonte di disonore per la famiglia, i due fratelli decidono così di raggiungere Gianni a Milano.

Da quando ho aperto questo blog vi ho parlato di svariati film, anche dei più assurdi e dei più brutti mai fatti nella storia del cinema, ma ben poche volte mi sono spinto a parlarvi di film un po' tanto in là con gli anni. A memoria ricordo giusto "Nosferatu" di Murnau, "La parola ai giurati" di Sidney Lumet e "Casablanca". Il motivo, fondamentalmente, è che pur riconoscendone l'incommensurabile valore artistico, non riesco ad amarli appieno perchè non appartengono alla mia epoca. Ho deciso così, complice un po' la moria di film in uscita al cinema in questa estate, un po' la programmazione del canale Iris del digitale terrestre, di recuperare uno dei cult della commedia all'italiana. Ho deciso anche di iniziare con un film di Totò perchè sono quelli più inflazionati e quelli che mi son stati propinati più frequentemente in giovane età (molto giovane) da mio padre, che possiede una collezione di quasi tutte le videocassette dei film di Totò.

Ho deciso anche di iniziare con "Totò, Peppino e la... malafemmina" perchè probabilmente quello di più facile accesso ad un pubblico neofita del genere come sono io, che pur avendo visto tantissimi film di Totò, li confondo bellamente l'uno con l'altro, mentre questo è quello che tutti conoscono e che è difficile scambiare con qualche altro film di Totò. Devo dire che, tutto sommato, come primo, vero e proprio, approccio alla comicità di Totò, non mi ci sono trovato poi male. Perchè in un qualche modo la comicità di Totò e della sua immensa spalla Peppino de Filippo è molto immediata e arriva facilmente, anche se per qualcuno può sembrare passata di moda.

Nonostante infatti i film di Totò all'epoca fossero stati praticamente ignorati e talvolta anche devastati dalla critica, la rivalutazione dell'attore napoletano e della sua comicità è avvenuta qualche anno dopo la sua morte. E' però tuttora abbastanza difficile trovare qualcuno della mia età, o anche più giovane di me, che guarda volontariamente, riuscendo anche ad apprezzarlo, qualche film di Totò. Non ci si rende conto probabilmente che, seppur parlando di un'epoca da noi non vissuta, pur parlando di argomenti e di mentalità a noi molto lontane, la comicità che vi sta dietro è tuttora molto fresca ed attuale. Basata molto di più sulla maschera e sul macchiettismo, ma comunque molto attuale.

"Totò, Peppino e la... malafemmina" è dunque una commedia sincera e appassionata, che racconta in maniera semplice e divertente l'epoca in cui è stata realizzata, le differenze tra la vita al nord e la vita al sud, con Totò e Peppino che addirittura pensano che a Milano si parli tedesco, con una sequela di scene memorabili che sono entrate di diritto a far parte della storia della comicità italiana, come ad esempio la lettera dettata da Totò a Peppino indirizzata alla malafemmina, poi nel corso degli anni ripresa e citata da moltissimi altri esponenti del nostro cinema ed anche da alcuni del cinema estero.

Voto: 8
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...