sabato 31 gennaio 2015

Into the Woods (2014)

USA 2014
Titolo originale: Into the Woods
Regia: Rob Marshall
Sceneggiatura: James Lapine
Cast: Meryl Streep, Emily Blunt, James Corden, Anna Kendrick, Chris Pine, Billy Magnussen, Johnny Depp, Lilla Crawford, Lucy Punch, Daniel Huttlestone, Tammy Blanchard, Tracey Ullman, Christine Baranski, Simon Russell Beale, Frances de la Tour, Annette Crosbie, MacKenzie Mauzy
Durata: 124 minuti
Genere: Musical, Fantasy

La trama in breve: Un panettiere e sua moglie si rendono conto di non poter avere più figli, a causa della maledizione di una strega lanciata su tutta la famiglia, questi incominceranno una ricerca nei boschi di alcuni oggetti, ricerca che dovrà concludersi entro tre giorni, se vogliono avere un figlio.

Devo dire che al momento della nomination all'Oscar come migliore attrice non protagonista di Meryl Streep avevo reagito piuttosto male, pur senza conoscere nulla di "Into the Woods", il film per cui è stata candidata. Il problema è che 19 nomination sono decisamente tante, alcune delle quali non meritate secondo me e che mi fanno quasi pensare che per l'Academy Awards la nomination a Meryl Streep sia una specie di tassa da pagare ogni anno. Dopo la rabbia però il mio cervello mi ha suggerito di guardare il film prima di sparare a zero su un'attrice che ritengo molto brava, pur non essendo tra le mie preferite di sempre. "Into the Woods", tra l'altro, è un progetto molto ambizioso, essendo la trasposizione cinematografica di un musical che va in scena da un sacco di anni e per il quale si era già tentata una trasposizione cinematografica negli anni '90, poi non andata in porto. Un musical ambizioso perchè riunisce in un unico film moltissimi personaggi delle fiabe, un po' come fa la serie di ABC "Once Upon a Time" ed è anche un po' sull'onda del successo della serie che un film del genere ha ottenuto e sicuramente otterrà un certo seguito.

Le impressioni che mi son fatto guardando il film sono state molteplici, ma andiamo per ordine. Il film inizia e viene cantata subito una canzone simpaticissima, ci vengono presentati molto velocemente tutti i personaggi della storia: c'è Jack di "Jack e il fagiolo magico" con sua madre, ci sono il fornaio e sua moglie, interpretati da James Corden (già visto nella bella serie "The Wrong Mans") e Emily Blunt (sempre sia lodata), c'è una Cappuccetto Rosso simpaticissima che canta a bocca piena mentre ruba un paio di pagnotte per sua nonna e c'è anche Cenerentola interpretata da Anna Kendrick, già vista nel carinissimo "Voices". E poi c'è anche la scena in cui viene introdotta la vicenda vera e propria, con la strega, interpretata da Meryl Streep, una scena davvero molto bella, con l'attrice che canta una canzone in un modo che mi è piaciuto moltissimo, presentandosi come un cattivo che mi ricordava molto il primissimo Tremotino di "Once Upon a Time" appunto. E dopo il primo quarto d'ora ho pensato che se il film fosse stato tutto così ne sarei potuto essere davvero entusiasta.

E' un po' un paradosso però doversi lamentare delle canzoni in un musical: se non ti piace vedere i personaggi cantare, allora è anche inutile guardare i musical. Il problema è che qui dopo un po' le canzoni diventano un bel po' mosce e odiose e tra tutti i personaggi che sono messi in scena si viene a creare un vero e proprio caos totale, che non fa ben capire allo spettatore cosa sta succedendo e come la trama si sta sviluppando. Dopo una serie di clichè impressionanti, come ad esempio la presenza di Johnny Depp ad interpretare il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, presenza condita da un ridicolo cappello (guarda caso la maggior parte dei ruoli da lui interpretati negli ultimi sei o sette anni prevedono un ridicolo cappello nel suo abbigliamento) e, per fortuna, da una morte veloce ed ingloriosa, si vengono anche a creare tutta una serie di situazioni da "WHAT-THE-FUCK", ma assolutamente in senso negativo.

Di contro il finale, nonostante lasci tutta una serie di questioni che sembrano essere andate a tarallucci e vino, non è stato nemmeno così malaccio, con una serie di situazioni ribaltate e con una semplicissima, e anche un po' banalotta e scontata forse, considerazione sull'esistenza e sulle responsabilità, sul rapporto tra genitori e figli. Ad una parte iniziale bellissima corrisponde una parte centrale evitabile ed un finale, diciamo, decente. Basta per essere un film ricordabile? No di certo. L'interpretazione di Meryl Streep è da Oscar, o quanto meno da candidatura agli Oscar? Anche questa, secondo me, la si poteva tranquillamente evitare. Largo ai giovani, cazzo! Anzi, largo ALLE giovani!!!

Pregi:
  • La parte iniziale, con la presentazione veloce di tutti i personaggi, è fresca e simpatica;
  • I personaggi più piccoli risultano forse i più promettenti dell'intero film, con una Cappuccetto Rosso molto simpatica (anche se nulla ha a che fare con quella di "Once Upon a Time", una gnocca che ancora non son riuscito a capacitarmi del perchè abbia lasciato la serie), interpretata da Lilla Crawford e Jack interpretato da Daniel Huttlestone
Difetti:
  • Moltissime situazioni non sono giustificate bene;
  • Dopo un po' di tempo le canzoni incominciano a stufare;
  • Johnny Depp con un ridicolo cappello.
Voto: 5,5

venerdì 30 gennaio 2015

Galavant - Stagione 1

Galavant
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 8
Creatore: Dan Fogelman
Rete Americana: ABC
Rete Italiana: Inedita
Cast: Joshua Sasse, Mallory Jansen, Karen David, Timothy Omundson, Genevieve Allenbury, Vinnie Jones, Luke Youngblood
Genere: Commedia, Musicale

Se lo aspettavano un po' tutti che la nuova serie "Galavant" sarebbe stata un po' una vaccatona, una di quelle serie che, sin dalla lettura della trama, sembra non abbiano nemmeno il diritto di nascere e vanno verso morte sicura. Mai pregiudizio fu più sbagliato! "Galavant" è una delle vere e proprie sorprese telefilmiche di questo inizio 2015, capace di trasportarci in mondo fiabesco in cui però non sono gli schemi classici disneyani (la ABC, la rete che trasmette "Galavant" è di proprietà della Disney) a dominare, quanto più che altro un qualcosa di nuovo e fresco, ma soprattutto divertente.

La trama d'altronde è molto semplice: Galavant è un eroe di un piccolo villaggio al quale viene rapita l'amata dal potente re Richard. Subito un clamoroso rifiuto da parte di Madalena nel momento in cui stava per essere salvata, decide di aiutare la principessa di Valencia a liberare il suo popolo dalle grinfie di re Richard con la speranza di riconquistare la sua amata. La trama è classicissima, si può dire, ma è il modo in cui essa viene raccontata che sorprende per davvero: innanzitutto "Galavant" è un musical (e anche qui niente di nuovo), ma ci presenta dei personaggi che sono ben lontani dal genere fiabesco, per come vengono ritratti.

Tutti i personaggi coinvolti hanno qualcosa di sbagliato, qualcosa che sovverte le regole, quel qualcosa che, quando lo spettatore se lo trova davanti, scoppia a ridere. E' una comicità che punta moltissimo sull'assurdo e sul non-sense in molti casi, mentre in altri addirittura alla cattiveria gratuita. E obiettivamente c'è pochissimo da dire, "Galavant" fa ridere e di brutto nel corso di tutti i suoi otto, cortissimi, episodi. Episodi che tra l'altro sono stati mandati in onda due alla volta, a testimoniare quanto più o meno tutti credevano che la serie nascesse praticamente già morta. Ovviamente gli ascolti non hanno premiato moltissimo e purtroppo è abbastanza probabile cghe saremo costretti a vedere una serie troncata sul più bello, con un finale assolutamente geniale, meta-televisione allo stato puro, ma comunque un finale apertissimo.

Anche l'utilizzo delle canzoni e delle parti musicali come mezzo comico funziona a meraviglia: danno quasi quel senso di spensieratezza e di leggerezza proprio di questa serie televisiva. Sotto, dopo i consueti pregi e difetti della serie e dopo il voto, vi metterò una mia personalissima top 3 delle canzoni, tutte originali, cantate in questo show. Show che dovete, assolutamente recuperare, tanto volendo vi bastano proprio soltanto un paio d'ore per finirlo tutto.

Pregi:
  • Personaggi spassosissimi, con il re Richard che vince a mani basse sopra tutti gli altri;
  • Momenti di comicità esilarante, con le canzoni originali che contribuiscono moltissimo a creare una situazione di leggerezza e di spensieratezza.
Difetti:
  • Un finale apertissimo, per una serie che non si sa se vedrà un'altra stagione e che si è rivelata troppo troppo corta;
  • Qualche momento di stanca negli episodi centrali, d'altronde è una serie che, per come è costruita, potrebbe, alla lunga, stufare.
Voto: 7+


Top 3 delle canzoni di questa prima stagione!


3 - Galavant (sigla iniziale)


2 - Lords of the Sea


1 - Secret Mission

giovedì 29 gennaio 2015

WEEKEND AL CINEMA!

Altra settimana cinematografica, contraddistinta da un'uscita cinematografica di quelle da fare invidia vera e propria alle migliaia di candidature all'Oscar che stanno uscendo in questo periodo. Peccato che il film di cui parlo è già stato annunciato che sarà un filMaccio, e quindi la mia fiducia aumenta ancora di più. Vediamo però, assieme ai miei pregiudizi, anche tutte le altre uscite molto meno importanti di quel filMaccio della settimana.


Notte al Museo 3 - Il segreto del Faraone di Shawn Levy


Basta notti al museo, per favore! E che palle cavolo!!!


Fury di David Ayer


Non sono un grandissimo fan dei film di guerra, ma questo ha attirato molto il mio interesse sin dal trailer, quindi penso che, assieme alla vera uscita di punta della settimana e alla seconda uscita di punta della settimana, potrei vederlo tranquillamente.


Gemma Bovery di Anne Fontaine


Nonostante sia un film proveniente dalla Francia, che sforna molto spesso buoni film anche su temi non particolarmente interessanti, questa pellicola mi ispira molto molto poco. Solo in un momento di magra una visione gliela potrei concedere, ma ora che siamo proprio sotto sotto agli Oscar, mi sa che non è il caso.


Il grande quaderno di Jànos Szàsz


Film ungherese che sa di veramente troppo impegnato per quanto mi riguarda. Ogni tanto l'impegno ci sta, sia chiaro, quindi non lo escludo a priori per sempre, ma ora ci sono ben altre priorità!


Turner di Mike Leigh


Un altro biopic! Mabbasta! E questo ha pure ricevuto un bel po' di nomination agli Oscar (quattro per la precisione), quindi mi sa che per prepararmi al meglio potrei vedermelo...


Unbroken di Angelina Jolie


Angelina Jolie che si dà alla regia è una sorpresa un po' per tutti, soprattutto per quelli, come me, che non la amano per nulla come attrice. Le nomination ricevute all'Oscar però fanno ben sperare, forse forse questo "Unbroken" sarà davvero un buon film!


Italiano medio di Maccio Capatonda


"Italiano medio", il film tratto dal più famoso fake-trailer di Maccio Capatonda, è arrivato finalmente nelle nostre sale. Ma sappiate un paio di cose: innanzitutto "Italiano medio" sarà un filMaccio, mentre in secondo luogo non dovete andarlo a vederlo per nulla al mondo!

mercoledì 28 gennaio 2015

Still Alice (2014)

USA 2014
Titolo Originale: Still Alice
Regia: Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Sceneggiatura: Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Cast: Julianne Moore, Kristen Stewart, Kate Bosworth, Alec Baldwin, Hunter Parrish
Durata: 101 minuti
Genere: Drammatico

La trama in breve: Alice Howland è una donna vicina ai cinquant'anni, linguista, insegna alla Columbia University. Presto però le verrà diagnosticata una forma precoce del morbo di Alzheimer, che influenzerà la sua vita futura e quella dei suoi tre figli.

Dopo la premiazione dei Golden Globes e le nomination agli Oscar è salita alla ribalta l'interpretazione offerta da Julianne Moore in "Still Alice", battendo addirittura quella che ritenevo la favorita numero uno Rosamunde Pike. A sorpresa non tanto per l'attrice coinvolta, che si sa essere molto brava, quanto più che altro perchè non ero a conoscenza della pellicola per cui lo aveva vinto, proprio questo "Still Alice", che parla della degenerazione del morbo di Alzheimer su una paziente che lo contrae in giovane età, rispetto agli standard. La curiosità e la sorpresa dunque spingono a vedere anche quei film che non è che sembrino proprio i più accattivanti del mondo, a leggerne la trama.

"Still Alice" dunque, in fin dei conti, è proprio come me lo aspettavo: un buon film con una storia più che solida che riesce nel suo obiettivo fondamentale, ovvero quello di raccontare con grazia la malattia da cui viene colpita la protagonista Alice Howland, condendola di tutte quelle reazioni che i suo parenti più vicini hanno proprio a causa di questa malattia. Sapete, si dice che il morbo di Alzheimer sia una malattia terribile per chi ne viene colpito, ma forse anche quella malattia che maggiormente influenza le persone che stanno attorno al malato, una delle più difficili, per i parenti, da affrontare stando accanto al malato. Ecco questa cosa viene accennata sugli altri personaggi, ma mi aspettavo di vedere qualcosa di più sotto questo punto di vista.

Più che altro la pellicola si concentra maggiormente sulla protagonista Alice Howland, interpretata sì da un'ottima Julianne Moore, che però continua a non convincermi come possibile vincitrice di un Oscar come miglior attrice protagonista (continuo infatti a preferire Rosamunde Pike di "Gone Girl - L'amore bugiardo"), e sul suo rapporto con una delle figlie, Lydia, che vive a moltissimi chilometri di distanza ed è interpretata da Kristen-manico-di-scopa-Stewart, un'attrice che ci ha deliziato con la sua potentissima espressività monofacciale per anni nella saga di "Twilight" e poi anche nello scandalosissimo "Biancaneve e il cacciatore" (e tanti altri) per poi finire in "Still Alice" ed interpretare il ruolo di...... un'aspirante attrice! Da non crederci, io a questa non farei fare l'attrice nemmeno per finta! Devo ammetterlo però, nonostante la differenza con Julianne Moore si veda (più o meno è come veder giocare a calcio Ibrahimovic assieme a, che ne so, Padoin), bisogna dire che non ha particolarmente fatto schifo questa volta, diamogliene atto.

"Still Alice" è dunque un bel film, ben fatto e ben curato, dal quale però, forse, mi sarei aspettato un qualcosina in più, soprattutto per quanto riguarda il modo di ritrarre i figli che affrontano la malattia della madre: si vede che la cosa provoca loro sofferenze, ma avrei preferito forse vedere un qualcosa di più marcato, forse di più realistico. Non dico pietoso (che poi gli americani ci sguazzano sul pietoso), ma sono convinto si potesse sicuramente mostrare qualcosa in più, invece non si ha mai quel senso di pesantezza che la malattia provoca anche a chi sta intorno.

Pregi:
  • L'interpretazione di Julianne Moore merita eccome, forse non l'Oscar, ma merita;
  • Viene ritratto molto bene il decorso della malattia e la sceneggiatura è ben curata.
Difetti:
  • La presenza di Kristen Stewart, anche se ho dovuto ammettere che non ha sfigurato più del solito, è di per sè un difetto enorme del film;
  • Mi sarei aspettato più sofferenza nelle reazioni dei parenti della protagonista, perchè ciò che viene detto mi è sembrato un po' pochino.
Voto: 7+

martedì 27 gennaio 2015

La zona grigia (2001)

USA 2001
Titolo Originale: The Grey Zone
Regia: Tim Blake Nelson
Sceneggiatura: Tim Blake Nelson
Cast: David Arquette, Velizar Binev, David Chandler, Michael Stuhlbarg, Daniel Benzali, Steve Buscemi, Harvey Keitel, Allan Corduner, Natasha Lyonne, Mira Sorvino
Durata: 103 minuti
Genere: Drammatico, Storico

La trama in breve: Autunno del 1944: un gruppo di ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz fa parte dei cosiddetti sonderkommandos, gruppi di prigionieri ebrei a cui i soldati ordinano di far funzionare il sistema delle camere a gas.

In occasione della Giornata della Memoria ho deciso di parlare di un film sul tema, nonostante solitamente sia abbastanza restio a vedere film che parlano della Shoah o dell'Olocausto, perchè mi toccano sempre nel profondo e sono decisamente troppo pesanti, quest'anno ho deciso di fare un'eccezione. Anche se col solito gruppo di blogger non siamo riusciti a creare una giornata come le solite, sicuramente qualcuno di noi avrà parlato della Giornata della Memoria e degli orrori che noi dobbiamo ricordare ad imperitura memoria, perchè un genocidio come quello degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale non accada mai più, estendendo questo concetto a qualsiasi genere di discriminazione, razziale o religiosa che sia.

"La zona grigia" è un film che personalmente non conoscevo, non è sicuramente tra quelli che più spesso vengono mandati in televisione in questo periodo, non ha nemmeno avuto il successo di pubblico e critica che hanno avuto, ad esempio, "Schindler's List" o "Il pianista" o anche "Il bambino con il pigiama a righe", giusto per fare qualche nome noto. E non parla nemmeno di una storia particolarmente conosciuta. O almeno, non so bene se la storia raccontata dal film si attenga a fatti reali o meno (se qualcuno ne sa qualcosa me lo dica pure), ma quanto meno il contesto era tremendamente reale, quasi surreale.

La pellicola parla infatti di un gruppo di ebrei all'interno del campo di concentramento di Auschwitz, selezionati per occuparsi dell'uccisione dei nuovi carichi di ebrei arrivati dai paesi confinanti nelle camere a gas, per poi trasportare i cadaveri nei forni crematori. Questo gruppo, tra le altre cose, sta preparando una rivolta, per tentare di scappare dal campo di concentramento e salvarsi la vita. Un film in cui per una volta non c'è un vero e proprio confine tra bene e male, così come, tra le altre cose, riconoscono gli stessi protagonisti: d'altronde questi, per avere soltanto quattro mesi di vita in più concessi loro dai soldati del campo per svolgere quel terribile lavoro, sono convinti del fatto che stiano facendo qualcosa di sbagliato. Ma in mezzo a così tanto male, a così tanto orrore, ha senso riflettere su ciò che si sta facendo sentendosi addirittura in colpa?

E' un po' il paradosso della situazione e di qualsiasi situazione di questo tipo che ci è stata narrata dai libri di storia e dalla cinematografia. D'altronde i nostri protagonisti sanno che, rifiutandosi, verrebbero giustiziati, mentre accettando, avrebbero quattro mesi in più. Quattro lunghissimi mesi in più che possono fare la differenza tra la vita e la morte. La rivolta organizzata per fuggire però rappresenta una speranza: un tentativo non solo di salvare se stessi, ma anche di fare ciò che si può per tutti gli altri. Non importa il fallimento o il successo della missione, basta aver mandato un messaggio.

Voto: 7

lunedì 26 gennaio 2015

Whiplash (2014)

USA 2014
Titolo Originale: Whiplash
Regia: Damien Chazelle
Sceneggiatuira: Damien Chazelle
Cast: Miles Teller, J. K. Simmons, Melissa Benoist, Austin Stowell, Paul Reiser, Jayson Blair
Durata: 105 minuti
Genere: Drammatico, Musicale

La trama in breve: Andrew Neyman è un ragazzo che sogna di diventare un grandissimo batterista. La conoscenza con il direttore d'orchestra Fletcher gli consentirà di tirare fuori gli attributi e di far vivere in lui uno spietato spirito di competizione con gli altri batteristi della sua orchestra.

La batteria è uno strumento che moderatamente mi piace, ma che però mai mi sono sognato di poter suonare. D'altronde da quando ho iniziato ad appassionarmi alla musica non è mai stata tanto la parte strumentale ad attirare la mia attenzione, quanto più che altro la parte vocale. Comunque la batteria posso tranquillamente dire che, anche quando la ascolto in assoli o cose del genere è uno di quegli strumenti che mi emoziona di più, vedo al suo interno uno scarico perfetto per le emozioni di chi la suona e anche, perchè no, di chi la ascolta. "Whiplash" è un film che parla di un batterista, uno di quelli giovani che non sanno nemmeno di avere un talento particolare. "Whiplash" è anche un film che parla di un'orchestra che deve affrontare una competizione suonando una serie di brani jazz. "Whiplash", soprattutto, parla del direttore di questa orchestra, un personaggio sopra le righe in tutti i sensi, amante della musica e che la conosce molto profondamente.

Il ruolo di Fletcher ha dato a J.K. Simmons un Golden Globe come miglior attore non protagonista per me finora meritatissimo (devo vedere ancora qualcuno di quelli in gara) e si candida prepotentemente anche per la vittoria dell'Oscar, sempre come miglior attore non protagonista. Ed è proprio su di lui che si fonda buona parte dell'interesse di questo film: i suoi metodi non saranno certo quelli più convenzionali o ortodossi, ma egli, si vede, ama il suo lavoro, ama la musica e tutto ciò che le ruota attorno e pensa fermamente che il suo metodo sia il migliore. In uno dei dialoghi più belli del film veniamo anche a conoscenza delle motivazioni che lo spingono a rapportarsi così con il suo insegnamento: questi metodi spingono chi ha le palle ed è veramente bravo a mostrare il proprio valore, hanno però di contro il fatto di mettere a disagio, per usare un eufemismo, chi è meno propenso a tirar fuori gli attributi.

Il protagonista Andrew Neyman, interpretato da un comunque buono Miles Teller, è una di quelle persone: ha due palle grandi come una casa, suona la batteria in maniera spettacolare, ma non lo sa. Non sa di avere due coglioni enormi e soprattutto non ha ancora la consapevolezza di poter fare dei numeri clamorosi con il suo strumento. Tutto il film è improntato su di lui che ottiene consapevolezza dei suoi mezzi, anche e soprattutto quando questa consapevolezza va oltre, portandolo a mancare di rispetto ai suoi colleghi pur di ottenere un posto di rilievo nello spettacolo organizzato da Fletcher.

Se, come dice lo stesso Fletcher, le parole inglesi "good work" sono la rovina dei giovani musicisti, io allora dovrò usare lo stesso metro di giudizio per il film, anche se probabilmente non ne sono capace. La nomina all'Oscar come miglior montaggio tra le altre cose è qualcosa di meritatissimo, dato che la regia è spaventosamente intrigante, soprattutto nella concitatissima scena finale che si rivela essere un capolavoro di tensione, con la telecamera che si barcamena nell'inquadrare il protagonista da ogni possibile angolazione, qualcosa di veramente pazzesco.

Pregi:
  • J.K. Simmons e Miles Teller sono un'ottima accoppiata sullo schermo, con il primo che potrebbe andare dritto dritto verso l'Oscar come miglior attore non protagonista;
  • Nonostante non sia un amante del jazz, ho trovato il comparto musicale molto accattivante;
  • Regia e montaggio clamorosi;
  • Un finale che può dare l'impressione di essere una troncatura netta si rivela invece la perfetta conclusione, quasi un'apoteosi.
Difetti:
  • La pellicola si regge troppo su J.K. Simmons, anche se lui il suo lavoro lo fa proprio benissimo.
Voto: 9

domenica 25 gennaio 2015

American Horror Story: Freak Show - Stagione 4

American Horror Story: Freak Show
(serie TV, stagione 4)
Episodi: 13
Creatore: Ryan Murphy, Brad Falchuck
Rete Americana: FX
Rete Italiana: Prossimamente su FOX
Cast: Sarah Paulson, Jessica Lange, Evan Peters, Frances Conroy, Finn Wittrock, Angela Bassett, Kathy Bates, Denis O'Hare, Emma Roberts
Genere: Horror

Dopo aver parlato ieri di "Freaks", film del 1932 diretto da Tod Browning, oggi è il momento, qualche giorno dopo la messa in onda in America dell'ultimo episodio, di parlare di "American Horror Story: Freak Show", quarta stagione della serie "American Horror Story" che, dopo le ottime "Murder House" e "Asylum" e la buonissima "Coven", ci regala un viaggio all'interno del mondo dei Freak Show, quei circhi all'interno dei quali si esibivano persone emarginate dalla società a causa di malformazioni fisiche considerate all'epoca "mostruose". E' così che all'interno di questo freak show creato dagli stessi creatori di "Glee" troviamo le gemelle siamesi interpretate da Sarah Paulson, la donna barbuta interpretata da Kathy Bates e tanti altri che ad elencarli ci vorrebbero delle ore. Ad incastrarsi alle vicende del freak show vediamo anche gli imprenditori Stanley e Maggie Esmeralda, che vogliono entrare nel freak show per lucrare sulla condizione dei protagonisti, e anche Dandy e Twisty, che per lungo tempo staranno in disparte rispetto a quelle che sono le vicende del circo. Anzi, Twisty quasi non ci entrerà mai, praticamente.

Diciamo che l'incastonamento di tutti questi personaggi nella storia del freak show questa volta non è riuscita benissimo ai nostri due creatori della serie: il risultato che ne è uscito è stato qualcosa di un po' incasinato, con alcune scelte di sceneggiatura incomprensibili e che non vengono spiegate moltissimo. Ma soprattutto, il peccato più grande, è stato quello di non riuscire a creare empatia per questi freaks che popolano il freak show: essi risultano essere dei personaggi che si trovano lì quasi per caso, influenzano un po' la vita e le questioni dei personaggi più importanti, ma effettivamente non sono importantissimi ai fini della trama, secondo me. Il casino che viene creato nel corso di dodici episodi sconvolge lo spettatore, dandogli talvolta addirittura fastidio.

[ATTENZIONE SPOILER]
La scelta più sbagliata in questo senso è stata proprio quella di uccidere Twisty dopo pochi episodi, una scelta che mai riuscirò a comprendere del tutto. Anche perchè fino ad allora la serie proseguiva bene e in maniera accattivante, con un personaggio sopra le righe a sconvolgere le cose, all'inizio molto più di un Dandy che, dalla morte di Twisty in poi, salirà vertiginosamente nelle personalissimi gerarchie dell'idolatria, diventando il personaggio rivelazione della serie e forse anche meglio costruito. Anche l'inserimento nelle puntate finali di Neil Patrick Harris ha portato sì nuovi sconvolgimenti, ma la sua permanenza sulla scena è durata troppo poco per diventare davvero significativa, anzi, sembrava quasi fosse stato buttato lì dentro un po' a caso.

Infine il difetto del non aver creato empatia verso i freaks, o comunque verso molti di loro, vede tutti i suoi devastanti effetti nella puntata finale: una mattanza vera e propria perpetrata dal grandissimo Dandy che però non mi ha creato dispiacere per alcuno di loro. Anzi a un certo punto ho addirittura fatto il tifo perchè la mattanza non si fermasse, senza risparmiare nessuno. Del finale di stagione poi non ho nemmeno particolarmente apprezzato la scelta di dividerlo in due parti ben distinte, con la prima ad occuparsi di Dandy, mentre la seconda di Elsa Mars. Scelta giustificata più che altro dal fatto che i creatori abbiano voluto rendere omaggio ad un'attrice che fino ad allora aveva portato in mano le redini della serie televisiva, ma che, dall'anno prossimo, purtroppo, lascerà lo show.
[FINE SPOILER]

Questo "American Horror Story: Freak Show" è stato dunque uno spettacolo abbastanza sconclusionato, con qualche puntata addirittura incomprensibile, ma non si può certo dire che non sia riuscito ad intrattenere appieno. Io per quanto mi riguarda, posso ritenermi non soddisfattissimo, anzi, magari un po' deluso, dato che le aspettative erano altissime, ma non si può certo dire che nel corso dei tredici episodi di questa stagione la serie, per un motivo o per l'altro, non si sia fatta adorare.

Pregi:
  • I personaggi di Dandy e di Twisty sono stati qualcosa di davvero clamoroso, soprattutto Dandy dopo la morte di Twisty;
  • La doppia puntata dedicata ad Edward Mordrake, uno dei miti horror che più mi affascina da sempre.
Difetti:
  • I freaks non sono per nulla empatici;
  • Alcuni episodi davvero sconclusionati, con personaggi messi dentro quasi a caso.
Voto: 6,5

sabato 24 gennaio 2015

Freaks (1932)

USA 1932
Titolo originale: Freaks
Regia: Tod Browning
Sceneggiatura: Clarence Robbins
Cast: Wallace Ford, Leila Hyams, Olga Baclanova, Roscoe Ates, Henry Victor, Harry Earles, Daisy Earles, Rose Dione, Daisy e Violet Hilton, Prince Randian, Schlitzie, Josephine Joseph, Johnny Eck, Murray Kinnell
Durata: 61 minuti
Genere: Horror, Drammatico

La trama in breve: Il film, ambientato in un circo, narra dell'interagire tra i diversi freaks che lo abitano, esseri deformi e dalle strane peculiarità fisiche. Il nano Hans, si innamora dell'attrazione principale del circo, la bella Cleopatra, donna "normale" che sta progettando con il suo amante, Ercole, di raggirare proprio Hans per potersi impossessare del suo patrimonio.

Sarà un weekend molto particolare quello che ci apprestiamo a "vivere" su questo blog, infatti, la recensione di oggi vuole essere una specie di preludio a quella di domani, affrontando in un certo qual modo la stessa tematica, ma vista da due punti di vista differenti e attraverso due opere audiovisive differenti. La prima, a rigor di logica, deve essere per forza "Freaks", film di Tod Browning del 1932, film unico nel suo genere per tutta una varietà di motivi, mentre la seconda, domani, sarà "American Horror Story - Freak Show", sulla quale non voglio anticipare nessun giudizio, almeno, se interessati, sarete costretti a leggermi! Sta di fatto che la seconda non sarebbe mai potuta esistere senza la prima, essendone un enorme omaggio e una fucina di citazioni all'opera di Browning.

Come dicevo, "Freaks" è un film unico nel suo genere, proprio come viene detto nella sequenza iniziale della pellicola: un lungo cartello con un narratore che ci annuncia a grandi linee diverse tematiche che verranno trattate nella pellicola, anticipandoci anche come un film come questo non sarà mai più realizzato in futuro dato che la scienza in quel periodo stava lavorando per l'eliminazione di una diversità così mostruosa. Non scandalizzatevi dunque se durante la recensione chiamerò i protagonisti del film con l'appellativo di "freaks", un po' perchè non saprei che altro termine usare, in secondo luogo perchè comunque è un termine entrato nel linguaggio comune, non tanto per evidenziare la diversità tra due tipi di persone, quanto più che altro per evidenziare l'appartenenza ad un certo tipo di spettacoli, quelli circensi con protagonisti i cosiddetti "freaks" o "fenomeni da baraccone", molto in voga nel periodo storico antecedente alla realizzazione di questo film.

La cosa che infatti salta subito all'occhio, conoscendo un po' la storia della pellicola, è il fatto che per realizzarla siano stati non degli attori professionisti, quanto più che altro dei veri freaks, persone con problemi o disagi fisici all'epoca ritenuti mostruosi, persone che non avrebbero avuto possibilità di inserirsi nella società dell'epoca in quanto emarginati e relegati proprio al mondo dei freak-show. Nonostante la scelta di utilizzare delle persone che interpretassero se stessi, il film possiede un comparto recitativo molto buono, in quanto i protagonisti sono ben consci del fatto che ciò che stanno mettendo su pellicola ritrae quella che è la loro condizione psicologica o la loro condizione di diversità ed emarginazione. Emarginazione che si vede molto bene anche dal fatto che la pellicola sia totalmente decontestualizzata: non sappiamo di preciso in quale tempo sia ambientata la vicenda, così come non sappiamo dove sia collocabile geograficamente. Il mondo ritratto da Tod Browning con "Freaks" è il freak-show e per i protagonisti del film quello è il mondo, è quello ciò che loro conoscono.

E' proprio per questo motivo che un film che sarebbe dovuto nascere come un horror vero e proprio, con l'intento di segnare una sorta di rinascita per la Metro-Goldwyn-Mayer dopo il grandissimo successo di "Dracula" con Bela Lugosi, alla fine esso risulta più che un horror, un vero e proprio film drammatico, una grandissima riflessione sulla diversità e sulla convivenza. Il messaggio di Tod Browning è proprio quello del ribaltamento delle situazioni: in un periodo in cui i freaks venivano emarginati, lontano dalle persone normali, sono le persone "normali" a venire ritratte come mostri, mentre d'altro canto sono i freaks ad avere molta più umanità delle persone "normali".

La versione del film che è arrivata a noi è, tra le altre cose, tagliata di circa mezz'ora rispetto alla durata originale della pellicola, che conteneva una serie di immagini molto crude, come ad esempio la tortura inflitta a Cleopatra. Il film segnò infatti, a causa delle discussioni e critiche che gli sono girate intorno in quell'epoca, la fine della carriera di Tod Browning, che girò qualche altro film dopo il 1932, ma fu praticamente rinnegato dall'intera industria di Hollywood. Così come la Metro-Goldwyn-Mayer rinnegò la pellicola, dopo averla finanziata, a causa della cattiva pubblicità che fu fatta all'azienda a causa del film. A causa della crudezza di alcune scene, si narra che una donna abortì durante la proiezione del film e, soprattutto, questo non fu distribuito in Italia fino a metà degli anni settanta. Attualmente è al terzo posto nella classifica dei più grandi cult della storia del cinema.

Pregi:
  • Un ritratto cinematografico molto molto avanti rispetto ai tempi;
  • I protagonisti hanno un'espressività fuori dal comune.
Difetti:
  • Per quelli che non guardano film prodotti prima degli anni settanta, non va di certo bene. E' ovvio che non sia un difetto del film, quanto più che altro una tara mentale di determinati spettatori.
Voto: 9

venerdì 23 gennaio 2015

Goal of the Dead (2014)

Francia 2014
Titolo Originale: Goal of the Dead
Regia: Thierry Poiraud, Benjamin Rocher
Sceneggiastura: Tristan Schulmann, Marie Garel Weiss, Quoc Dang Tran, Ismaël Sy Savané, Laetitia Trapet
Cast: Alban Lenoir, Charlie Bruneau, Tiphaine Daviot, Ahmed Sylla, Alexandre Philip
Durata: 121 minuti
Genere: Commedia, Horror

La trama in breve: Quando Sam Lorit, capitano dell'Olympique de Paris, torna nella sua città natale Caplongue per una partita contro la squadra di calcio locale, questi viene accolto in maniera molto fredda. Nel frattempo, una strana infezione sta colpendo gli spettatori di questa partita, trasformandola in un massacro.

Tolti i primi tre film di George A. Romero, tra i film sugli zombie che ho più apprezzato ci sono le commedie: "L'alba dei morti dementi" si può quasi considerare uno dei veri e propri capolavori della commedia britannica, poi sono arrivati anche il divertente "Benvenuti a Zombieland" e anche, perchè no, "Il cacciatore di zombie", film ispano-cubano-messicano abbastanza carino. Il genere zombie, dunque, soprattutto negli ultimi tempi, sta dando il suo meglio quando associato ad un film commedia, anche perchè gli horror seri sugli zombie ormai hanno abbastanza annoiato e per volere essere originali finiscono nel tirare fuori cose che ormai sono diventate stantie ed annoiano un po', se devo essere sincero.

"Goal of the Dead", se proprio vogliamo essere precisi, non parla di zombie, quanto più che altro di una mutazione genetica che non resuscita i morti sotto forma di zombie, ma che trasforma in zombie direttamente. Il discorso è un po' arzigogolato, ma più o meno il significato è questo. Ovviamente in Francia, visto che loro sanno essere quasi sempre abbastanza originali, hanno associato l'infezione zombie ad una partita di calcio. Un film dunque diviso in due tempi, diretto da due registi diversi ad occuparsi del primo e del secondo tempo, che diverte ed esplora in maniera creativa sia la tematica zombie, sia anche la tematica calcistica, soprattutto nel primo tempo.

Al centro della vicenda c'è infatti una grossa rivalità tra due squadre di calcio: l'Olympique de Paris, squadra (fittizia) rinomata in tutta la Francia, contro il Caplongue, squadretta locale la cui nutrita tifoseria non ha mai perdonato a Sam Lorit l'abbandono in favore proprio dell'Olympique de Paris. La prima parte viene tutta giocata su questi termini: ci vengono presentati i personaggi, come il protagonista Sam Lorit, il suo compagno di squadra Idriss Diago, ma anche Cléo, una ragazza molto interessata al ritorno in città di Lorit e soprattutto la tifoseria del Caplongue, capeggiata, fondamentalmente, da quattro disadattati pazzi furiosi. Una presentazione molto ben diretta e sceneggiata che apre ad un preludio per una seconda parte molto più violenta e in cui la situazione si risolve per davvero.

La seconda parte, infatti, è quella dedicata alla risoluzione di tutte quelle questioni introdotte nella prima parte. Cambia il regista, ma pochi cambiamenti ho notato per quanto riguarda lo stile, anche perchè cambiare totalmente stile registico in corso d'opera non è quasi mai una scelta che paga a livello qualitativo. Nella seconda parte però aumenta abbastanza la componente comica, rendendo il tutto più spassoso e godibile. Con "Goal of the Dead" i francesi ci hanno preso ancora, anche se certo non sarà il film del decennio, ma nemmeno il film dell'anno o il film del mese (e su questo non si discute nemmeno), ma comunque un qualcosa di più che guardabile, assolutamente consigliato!

Pregi:
  • Divertente e spassoso;
  • Ben girato a livello registico e protagonisti ben costruiti
Difetti:
  • Troppi personaggi per svilupparli tutti come avrebbero meritato;
  • Il momento di stacco tra la prima e la seconda parte era decisamente evitabilissimo.
Voto: 7-

giovedì 22 gennaio 2015

WEEKEND AL CINEMA!

Arriva un altro weekend cinematografico, con molte uscite italiane, un paio di polpettoni, una tamarrata ed un film abbastanza interessante, soprattutto per quanto riguarda la corsa agli Oscar. Vediamoli come al solito nel dettaglio, commentati con i miei soliti pregiudizi!


Difret di Zeresenay Mehari


Film etiope sponsorizzato dalla da me odiata Angelina Jolie, che è noto essere vicina alle problematiche del terzo mondo. Film che si preannuncia comunque decisamente troppo impegnato e dai temi troppo forti per me, ma se capiterà l'occasione potrei dargli un'occhiata.


Il nome del figlio di Francesca Archibugi


E' da un po' di tempo che sponsorizzano questa pellicola italiana e devo dire che l'interesse non è scattato per nulla, nonostante possa sembrare abbastanza diversa dalle solite commedie italiane. La presenza di Rocco Papaleo però è un deterrente, per quanto mi riguarda...


John Wick di David Leitch, Chad Stahelski


"John Wick" sembra essere una tamarrata di livelli biblici, ma in una settimana in cui vi sono solo due uscite veramente interessanti potrebbe ritagliarsi uno spazietto per una visione a neuroni totalmente spenti.


Mateo di Maria Gamboa


Produzione Franco-Colombiana che potrebbe rivelarsi una delle grandi sorprese della settimana, sperando che i cinema nostrani decidano di dargli una distribuzione decente.


Minuscule - La valle delle formiche perdute di Thomas Szabo, Hélène Giraud


Ormai i film d'animazione ho quasi smesso di guardarli, a parte qualche rara eccezione. Questo sembra essere una bambinata vera e propria, quindi penso proprio che passerò oltre senza farmi alcun problema.


Sei mai stata sulla Luna? di Paolo Genovese


Altro film molto sponsorizzato soprattutto nelle nostre televisioni, che però non mi ispira nemmeno per scherzo. Sarà perchè c'è il cane Raoul Bova o per la regia di Paolo Genovese (che comunque un paio di film carini me li ha fatti vedere, devo dire)?


Still Alice di Richard Glatzer, Wash Westmoreland


Assolutamente da vedere il film che ha dato a Julianne Moore il Golden Globe e la nomination agli Oscar. Nutro seri dubbi su manico-di-scopa-Kristen-Stewart, ma spero vivamente che la sua presenza sia relegata ad un ruolo molto marginale.

mercoledì 21 gennaio 2015

Braccialetti rossi - Stagione 1

Braccialetti rossi
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 6
Regia: Giacomo Campiotti
Rete Italiana: Rai 1
Cast: Carmine Buschini, Brando Pacitto, Aurora Ruffino, Pio Luigi Piscicelli, Lorenzo Guidi, Mirko Trovato, Giulia Flauto, Giorgio Martina, Greta Visentins, Francesco de Miranda, Michela Cescon, Simonetta Solder, Carlotta Natoli, Vittorio Viviani, Laura Chiatti, Federica De Cola, Lele Vannoli, Bartolomeo Colucci, Carmelo Galati, Ignazio Oliva, Niccolò Senni, Francesca Valtorta, Simone Gandolfo, Giorgio Colangeli, Giampaolo Morelli, Andrea Tidona, Antonella Genga
Genere: Drammatico

La trama in breve: La serie segue le vicende di sei ragazzi, Leo, Vale, Cris, Rocco, Toni e Davide, ricoverati in un ospedale per varie cause, che formeranno un gruppo di amici inseparabile, affrontando insieme le proprie difficoltà e i propri problemi di salute.

Lo scorso anno, proprio a inizio 2014, spopolava sulle TV nostrane una fiction (perchè di una fiction si tratta e chiamarla serie TV è abbastanza improprio) che io che sottovaluto tantissimo le fiction italiane, per giunta della Rai, avevo volutamente tralasciato. Eppure il successo di pubblico che si era venuto a creare e che è stato confermato anche dalle repliche che stanno andando in onda in questo periodo in preparazione alla seconda stagione che andrà in onda dal 15 Febbraio, mi ha convinto a dare una possibilità a questa produzione, che ci presenta una serie di personaggi variegati, inquilini loro malgrado di un ospedale in cui formeranno un profondo rapporto di amicizia. La fiction non è però una produzione originale italiana, essendo il remake della serie spagnola "Polseres Vermelles" e che ha scaturito anche un altro remake oltreoceano con "Red Band Society" (di cui vi parlerò quando usciranno i tre episodi conclusivi, se usciranno).

Un gruppo deve avere al suo interno sei elementi: il leader, il vice-leader, la ragazza, il bello, il furbo e l'imprescindibile. Il leader e l'imprescindibile possono sembrare la stessa cosa, ma senza il leader il gruppo va avanti, senza l'imprescindibile questo si sfalda. E' proprio nel narrarci la conoscenza tra queste sei figure che si dilunga molto "Braccialetti rossi", un gruppo accomunato da una cosa: sono tutti malati, addirittura uno di questi è in coma da otto mesi. Cosa spinge dunque il pubblico a guardare una serie ambientata in un ospedale che parla, fondamentalmente, di un gruppo di ragazzi malati? Sarà la lacrima facile? Ma anche no! Sì, ok, le sei puntate in cui è suddivisa questa fiction danno qualche momento in cui è veramente difficile trattenersi, ma la vera e propria forza di questa fiction è quella di aver ritratto per bene sei personaggi in cui è molto facile identificarsi. Che sono sì pazienti in un ospedale, ma che sono, in tutto e per tutto, come noi. Alle loro storie si incastreranno anche quelle dei personaggi di contorno, tutti ben costruiti e anche ben interpretati, secondo gli standard italiani.

Un grande pregio per la fiction che però è così grande da permettermi di lasciar correre su due grossi difetti: il primo è la colonna sonora. In Italia, musicalmente, siamo tipo il terzo o il quarto mondo, secondo la mia opinione. La sigla è innanzitutto cantata e composta da Francesco Facchinetti (...), poi ovviamente non mancano canzoni della Pausi (...), qualche brano di Vasco Rossi che quello bisogna metterlo per forza da qualche parte (...) e anche uno dei brani più ricorrenti nelle sei puntate, "Io non ho finito" di Nicolò Agliardi (...) non è che sia proprio granchè. Alcuni dei momenti più toccanti della serie, pur funzionando molto bene, sono parzialmente rovinati proprio da una colonna sonora da brividi, ovviamente in senso negativo.

Il secondo difetto sta nel fatto che si vede proprio bene che questa è una fiction italiana. Proprio perchè non mancano determinate scelte tecniche o di sceneggiatura tipiche della fiction italiana tutta. Tanto per fare un esempio, l'utilizzo spasmodico dei rallenty, le corse disperate (in carrozzella ovviamente) per parlare con qualcuno. Oppure addirittura cose come "Sta succedendo una cosa che nella vita reale attirerebbe l'attenzione di giusto tre o quattro persone, ma qui siamo in una fiction italiana, quindi venite tutti a vedere! Tutto l'ospedale deve sapere e deve interessarsi a ciò che sta accadendo!!! E soprattutto tutti dovete correre al rallentatore!!!" (sì mi riferisco proprio alla scena in cui Rocco si risveglia).

Pregi:
  • Personaggi ben ritratti e in cui tutti si potrebbero identificare;
  • Fiction toccante in moltissime scene, ma non punta mai al pietismo.
Difetti:
  • Una colonna sonora che grida vendetta, tremenda vendetta;
  • "Sta succedendo una cosa che nella vita reale attirerebbe l'attenzione di giusto tre o quattro persone, ma qui siamo in una fiction italiana, quindi venite tutti a vedere! Tutto l'ospedale deve sapere e deve interessarsi a ciò che sta accadendo!!! E soprattutto tutti dovete correre al rallentatore!!!"
Voto: 7

martedì 20 gennaio 2015

Big Eyes (2014)

USA 2014
Titolo Originale: Big Eyes
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Scott Alexander, Larry Karaszewski
Cast: Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Jon Polito, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Terence Stamp
Durata: 105 minuti
Genere: Drammatico, Biografico

La trama in breve: Il film parla della storia di Margareth Ulbrich e del suo matrimonio con Walter Keane. La sua passione per l'arte e per i suoi ritratti di bambini dagli occhi grandi faranno ottenere grande successo al marito, che si approprierà indebitamente della paternità delle sue opere.

Che questa sia l'annata dei biopic ormai è stato detto in tutte le salse, ma il ritorno sulle scene di Tim Burton dopo l'ottimo "Frankenweenie" e una serie di film precedenti un po' discutibili è qualcosa che sicuramente fa parlare. Certo, perchè Tim Burton è legato ad una certa tipologia di film, dalle atmosfere tra il gotico e il dark, con una fotografia un po' ingrigita in grado di catapultarci in un'atmosfera molto particolare. Ecco, "Big Eyes" non è un film di Tim Burton come quelli che conosciamo noi. Diciamo che se non sapeste il nome del regista prima di vedere il film, probabilmente non lo colleghereste nemmeno a lui. Eppure è risaputo quanto Tim Burton sia un fan di Margareth Keane, un collezionista delle sue opere, per lo più ritratti di bambini dagli occhi grandi, appunto.

"Big Eyes" è dunque, come avrete capito, la storia di Margareth Keane e del suo amore per l'arte, amore in qualche modo osteggiato da un marito, anch'egli pittore, che presto capirà che la sua carriera non potrà mai decollare, se non appropriandosi indebitamente della paternità delle opere di sua moglie. E' interessante vedere, tra l'altro, come il pubblico che fruisce di queste opere, agli inizi, ovvero quando era consapevole che quelle opere fossero di una donna, non ne fosse particolarmente interessato. La coscienza che quelle opere fossero di una donna allontanava il pubblico, tanto da convincere il marito Walter a vendere le sue opere come sue. E' ovvio però che il gioco non possa durare, perchè da una parte vi è la problematica nello spiegare cosa abbia ispirato un'opera non propria, mentre dall'altra, pian piano, Margareth inizierà a prendere coscienza del fatto che l'opera d'arte sia una cosa personale e non è giusto che qualcuno se ne appropri in quel modo.

Ciò che mi è particolarmente piaciuto del film è stato proprio il ritratto che Tim Burton fa della famiglia Keane che attraversa un momento effimero di felicità grazie ai soldi derivanti dalle opere di Margareth, ma che poi si distrugge, soprattutto davanti a sporadiche recensioni negative, che metteranno totalmente in crisi Walter, portandolo quasi alla pazzia. Walter Keane è infatti un arrivista, un approfittatore, un grandissimo venditore. E' proprio questa sua grande capacità nel vendere che lo rende, agli occhi del pubblico, quanto mai meschino e losco tanto che ci non conosce la vera storia da cui è tratto il film già può prevedere come il tutto potrebbe andare a finire. Personaggio che poi, viene ridicolizzato in un finale costruito apposta per smontare il personaggio e per rievocare la fine che fece dopo la sua causa persa: una morte in povertà e in disgrazia, in preda all'alcolismo, disconosciuto da tutti quelli che gli stavano vicino.

Nell'interpretare questo personaggio Christoph Waltz è stato molto buono, conferendogli quel doppio volto perfetto per questa pellicola. Così come bravissima è stata anche la protagonista Amy Adams, fa quasi tenerezza, ma la sua forza, prima o poi, verrà fuori. Ciò che mi ha convinto un po' di meno in questa pellicola è la gestione dei ritmi, talvolta incalzanti e che talvolta rallentano, con qualche passaggio a vuoto che non mi ha pienamente soddisfatto. Siamo davanti comunque ad un buon film, che non farà parte dello stile di Tim Burton, ma che fa vedere, in pieno tutte le sue riconosciute capacità, anche se ritengo non sarà mai una pietra miliare del suo cinema.

Pregi:
  • Le interpretazioni buonissime di Amy Adams e di Christoph Waltz;
  • Interessante riflessione sulla condizione della donna artista;
  • Un finale che ridicolizza totalmente il personaggio di Walter.
Difetti:
  • Non mi ha convinto moltissimo la gestione del ritmo della pellicola.
Voto: 7

lunedì 19 gennaio 2015

La teoria del tutto (2014)

Regno Unito 2014
Titolo Originale: The Theory of Everything
Regia: James Marsh
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Cast: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Emily Watson, Charlie Cox, David Thewlis, Harry Lloyd, Adam Godley, Maxine Peake, Simon McBurney, Enzo Cilenti, Charlotte Hope, Tom Prior, Frank Lebœuf
Durata: 123 minuti
Genere: Biografico, Drammatico

La trama in breve: Il film narra la vita di Stephen Hawking, geniale fisico, e della sua storia d'amore con Jane Wilde. Viene affrontato soprattutto il presentarsi della sua malattia, con tutte le difficoltà che comporta, ma che non hanno mai impedito a Hawking di mostrare la sua genialità.

Evidentemente l'inizio di questo 2015 è quasi totalmente improntato alle biografie, con una serie di uscite che hanno esplorato la vita di alcuni personaggi importanti per la storia internazionale, importanti per la storia americana recente. Ne sono usciti tanti e nelle prossime settimane ne usciranno altre e, sembra proprio possano giocarsi per davvero un posto di rilievo durante la prossima notte degli Oscar. Abbiamo visto su questo blog "The Imitation Game" e "American Sniper", mentre prossimamente vedremo anche "Big Eyes" e "Selma".

Tra questi, ovviamente, un posto di rilievo se lo è già guadagnato "La teoria del tutto", biopic dedicato a Stephen Hawking, scienziato dalla genialità immensa che ha cambiato totalmente la concezione dell'Universo per quanto riguarda l'approccio della comunità scientifica. I suoi studi, che affrontano tematiche che noi comuni mortali non potremmo nemmeno immaginare, sono tuttora in continuo divenire e ci potrebbero regalare ulteriori scoperte molto interessanti per la comunità scientifica. Una genialità scientifica, un cervello enorme costretto in un corpo fragilissimo.

E' di questo che il film ci vuole parlare, senza però cadere mai in eccessivi pietismi di sorta. Il modo di Stephen Hawking di affrontare la malattia ci viene mostrato in maniera piuttosto delicata, per quanto una malattia così devastante fisicamente possa essere affrontata in questa maniera. Ed è stato proprio uno dei doni più grandi di Hawking a portarlo ad affrontare la sua malattia in un certo modo: l'ironia. Hawking è una delle persone più ironiche e autoironiche presenti su questa terra e ciò viene perfettamente rappresentato nel corso della pellicola, che contiene al suo interno anche momenti molto leggeri e un po' più spensierati.

Il secondo tema che affronta la pellicola è quello della storia d'amore di Stephen Hawking con Jane Wilde, sua compagna di una vita, che lo accompagna nei suoi studi e nella sua malattia, sempre fedelissima nonostante le sue difficoltà, che metterebbero a repentaglio qualsiasi relazione. In questo va segnalata l'ottima performance recitativa di Felicity Jones, davvero in parte per un personaggio per nulla facile.

Ovviamente la recensione non si può chiudere senza parlare dell'interpretazione del protagonista offerta da Eddie Redmayne, visto in precedenza nella miniserie "I pilastri della Terra" e anche con una piccola parte in "Les Miserables". Performance che, tra l'altro, gli ha già messo tra le mani il Golden Globe e una candidatura serissima anche alla statuetta degli Oscar (per me favorito numero uno attualmente e anche il mio favorito). La sua è una prestazione davvero straordinaria, di quelle veramente difficilissime e che avrebbero potuto affossare una carriera. Invece ciò che ne è venuto fuori è qualcosa di davvero sublime. Redmayne riesce a dare al personaggio di Hawking un realismo straordinario, sia nell'evolversi della malattia, sia anche nei movimenti corporei che si presentano appunto nelle prime fasi della malattia di Hawking. La sua performance cresce esponenzialmente con il passare dei minuti, raggiungendo l'apice vero e proprio nel momento in cui Hawking perde addirittura la sua unica capacità che potesse collegarlo con le altre persone: la voce. Lì l'espressività di Eddie Redmayne viene fuori tutta, riuscendo a recitare per una buona parte del film soltanto grazie alle espressioni del suo volto o, addirittura, soltanto grazie al movimento degli occhi. Inutile dire dunque che siamo davanti ad una delle parti più difficili viste finora in questo 2015, affrontata però in maniera davvero superiore.

Pregi:

  • Performance di Eddie Redmayne spettacolare, coadiuvato da un'ottima Felicity Jones;
  • Un bipic che non punta sul pietismo della condizione di Hawking, ma che fa molto più leva sulla sua fortissima ironia.
Difetti:
  • Avrei preferito un po' più di scienza, ma è un difetto che ritengo abbastanza trascurabile.

Voto: 8

domenica 18 gennaio 2015

Ring (1998)

Giappone 1998
Titolo Originale: リング (Ringu)
Regia: Hideo Nakata
Sceneggiatura: Hiroshi Takahashi
Cast: Nanako Matsushima, Hiroyuki Sanada, Rikiya Otaka, Katsumi Muramatsu, Yutaka Matsushige, Rie Ino'o, Yoichi Numata, Miki Nakatani
Durata: 95 minuti
Genere: Horror

La trama in breve: Reiko è una giornalista che, indagando sulla morte della nipote, scopre che lei e alcune sue amiche avevano visto un video esattamente una settimana prima di morire. Quando sia lei sia l'ex marito vedono il video, le indagini li condurranno in una località, dove scopriranno dell'esistenza di una bambina, Sadako, che sarà la chiave per risolvere il caso.

Non ho mai nascosto, soprattutto negli ultimi mesi, quanto l'horror orientale sia, bene o male, l'incarnazione di ciò che cerco in un horror. Ne sono affascinato per lo stile, ne sono affascinato per la diversa cultura di chi lo produce, rispetto alla nostra. Ne sono affascinato perchè l'horror asiatico è quello che più mi ha fatto paura rispetto a buonissima parte dei film horror americani abbia visto nella mia vita. Ma, un grosso neo era presente tra le mie visioni orientali: "Ringu", o "Ring" se preferite il titolo occidentalizzato. Immagino in realtà siano moltissimi altri, ma questo è probabilmente il più rappresentativo degli horror del nuovo millennio. Anche se è del '98 "Ring" è arrivato in Italia doppiato solo qualche anno dopo. Poi il remake americano, che a me non fa impazzire lo ha realmente portato alla ribalta.

Una visione che mancava, ma che ho dovuto colmare e per la quale non sono affatto rimasto deluso. Innanzitutto il film ha uno sviluppo piuttosto lento, che è una cosa che negli horror attuali non troviamo: è tutto molto veloce e concitato, quando in realtà la paura non deve essere "esplosiva", ma è un qualcosa che va coltivato. Il regista Hideo Nakata dal punto di vista del ritmo fa la cosa giusta: il film ha un incedere lento, che carica di tensione lo spettatore utilizzando poi dei mezzi nemmeno troppo ricercati per farlo spaventare, come ad esempio uno zoom veloce su un'immagine particolarmente spaventosa. Non un mezzo particolarmente ricercato, ma sicuramente efficace. Così come la musica che si alza nel momento di maggiore tensione, un trucchetto vecchio come il mondo che però continua a funzionare a meraviglia.

E' proprio tutta la storia che nella sua originalità regge benissimo, anche se poi successivamente i giapponesi si sono un po' affezionati alle bambine maledette che tornano dal mondo dei morti per vendicarsi. Così come anche l'indagine dei due protagonisti funziona molto e soprattutto, il famosissimo video. Non ho notato delle differenze nel video tra la versione originale e quella americana, ciò che posso dire è che, forse complice anche l'atmosfera generale della pellicola, questo risulta molto molto più efficace e terrificante. Terrore che poi culmina nella scena finale, famosissima: l'incedere lento di Sadako che attraverso il televisore entra nel mondo reale per uccidere Ryûji è la parte clou della pellicola, che devasta di angoscia lo spettatore.

Una cosa che invece non mi è piaciuta particolarmente è la risoluzione finale della vicenda, con la morte di Ryûji che apre alla rivelazione che per scampare alla maledizione basti copiare la cassetta e passarla a qualcun altro. E' sicuramente una risoluzione abbastanza semplice, che verrà affrontata nel sequel di cui spero di potervi parlare a breve e che spero vivamente verrà affrontata in maniera congrua.

Pregi:
  • La lentezza che tutti vedono come un difetto è il miglior pretesto per far un bel po' di paura allo spettatore;
  • Angoscioso al massimo, molto meglio del remake americano.
Difetti:
  • La risoluzione finale della faccenda, che ovviamente apre al sequel, non mi ha fatto impazzire. Bastava davvero così poco per evitare di morire?
Voto: 8

sabato 17 gennaio 2015

American Sniper (2014)

USA 2014
Titolo Originale: American Sniper
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Jason Hall
Cast: Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Max Charles, Luke Grimes, Sam Jaeger, Jake McDorman, Cory Hardrict, Navid Negahban, Brian Hallisay, Eric Close, Eric Ladin, Keir O'Donnell, Jonathan Groff, Luis Jose Lopez
Durata: 135 minuti
Genere: Biografico, Guerra, Drammatico

La trama in breve: Il film narra la vita di Chris Kyle, uno dei più grandi cecchini della storia americana, a partire dal suo arruolamento nei Navy Seals, passando attraverso tutte le missioni che lo hanno visto coinvolto in Iraq.

MA QUANTO E' BELLA L'AMERICA??? MA QUANTO SONO BRAVI CITTADINI GLI AMERICANI? E' questo ciò che mi è venuto in mente guardando "American Sniper", ultimo film di Clint Eastwood uscito nei nostri cinema il giorno di capodanno e per il quale avevo manifestato un certo interesse, visto il mio piacere nel guardare determinati film di Clint Eastwood (soprattutto quelli biografici). Ovviamente la bella America a cui faccio riferimento io non è quella cantata da Bruce Springsteen in "Born in the USA", perchè quella, dico un segreto ai milioni di persone che non hanno mai letto il testo e la vedono come una tipica manifestazione dell'orgoglio americano, è una critica ironica e pesantissima contro il sistema politico e guerrafondaio americano. Springstenn (cantante che non apprezzo nemmeno per scherzo) con quella canzone non voleva esprimere orgoglio, ma una forte critica, cercate di capirlo, per favore!

Tornando al film e tralasciando la mia critica verso chi ha frainteso "Born in the USA", possiamo dire che, come al solito, almeno dal punto di vista della qualità, Clint Eastwood è una buonissima garanzia. Ormai sappiamo quanto sia bravo a maneggiare il mezzo cinematografico, che spesso e volentieri utilizza per trasmettere un messaggio riguardante la sua idea politica. Idea che qui si vede proprio tutta, senza alcun filtro. Eastwood infatti è un Repubblicano, orgoglioso della nazione a cui appartiene e sempre ben disposto a celebrarne l'eroismo di alcuni suoi uomini. Ma poi, si tratterà davvero di eroismo? Su questa questione sinceramente non voglio entrare, diciamo che Eastwood in questo film è stato abbastanza bravo a mettere in luce tutto ciò che ha segnato il protagonista del film, Chris Kyle, uno dei più grandi cecchini della storia americana.

Le sue imprese in guerra hanno portato, attraverso la morte di determinate persone, anche il salvataggio di molte altre. Ed è proprio su questo argomento che, dopo aver visto tutto un film abbastanza coinvolgente, senza che però mai si elevi verso l'eccellenza, che ci sono state una paio di cose che personalmente non mi sono andate giù. Chris Kyle viene ritratto come un eroe americano, con le sue imprese, i suoi turbamenti e i suoi rapporti con la famiglia, per nulla facili visti i continui viaggi al fronte. La celebrazione di un eroe, che sia essa condivisibile o meno (cosa sulla quale, ribadisco, non voglio entrare in merito), diventa, verso la fine della pellicola la celebrazione di un supereroe, di quelli moralmente integri, le cui devastazioni psicologiche non sono tanto dovute a tutte le persone che ha ucciso, quanto più che altro a tutti gli americani che non è riuscito a salvare. Tramite alcuni dialoghi finali Chris Kyle diventa, improvvisamente, Superman e questo non mi va molto giù.

Come già detto "American Sniper" è un buon film, certamente non è quello che hanno esaltato molti così come non è, sempre secondo me, la schifezza che altrettanti dicono. Gli Stati Uniti d'altronde sono uno stato bellissimo e questo grazie a Clint Eastwood e a questo film lo abbiamo anche capito, ma purtroppo io ce l'ho abbastanza indigesto l'American Pride, sinceramente. Il coinvolgimento e l'empatia verso il personaggio ci sono però, su questo gliene dò atto. Anche perchè Bradley Cooper è proprio ben calato nella parte e anche il suo cambiamento fisico per interpretare il personaggio è apprezzatissimo. Ma soprattutto VIVA L'AMERICA!

Pregi:

  • Il film è coinvolgente, il ritmo non cala quasi mai;
  • La regia di Clint Eastwood è una garanzia;
  • Bradley Cooper mi è piaciuto moltissimo nella parte di Chris Kyle
Difetti:
  • VIVA L'AMERICA E VIVA GLI AMERICANI!
  • Non è il capolavoro che molti pensano (così come non è lo schifo che altrettanti pensano);
  • Chris Kyle NON è Superman!
Voto: 6
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