lunedì 30 novembre 2015

MARIO MONICELLI DAY - Amici Miei (1975)


Italia 1975
Titolo Originale: Amici miei
Regia: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Cast: Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, Bernard Blier, Marisa Traversi, Milena Vukotic, Franca Tamantini, Olga Karlatos, Silvia Dionisio, Angela Goodwin, Maurizio Scattorin, Giorgio Iovine, Mauro Vestri
Durata: 140 minuti
Genere: Commedia

Dopo la giornata celebrativa dedicata a Pier Paolo Pasolini e nella quale io, nella mia totale ignoranza sul regista, avevo deciso di parlare di "Medea" con Maria Callas, ecco che arriva grazie alla solita cricca di blogger cinefili la giornata dedicata a Mario Monicelli, dato che ieri ricorreva il quinto anniversario della sua morte e il 2015 sarebbe stato l'anno del suo centesimo compleanno. La scelta questa volta è ricaduta su un grande - forse addirittura grandissimo - classico della commedia all'italiana come "Amici Miei". Solitamente sono abbastanza restio a parlare dei grandi classici, con molti di questi non mi sento nemmeno in grado di dare un voto, soprattutto se non sono riuscito a comprenderli appieno, ma in questo caso si sta parlando di un film entrato in qualche modo nell'immaginario collettivo: qualsiasi italiano alla parola "commedia" associa quasi sempre Totò e il film "Amici miei", a testimoniare come il film sia entrato, nel corso degli anni, nella testa degli italiani. Quarant'anni sono passati dalla sua uscita e "Amici miei" è ancora un film che viene visto, rivisto, fatto vedere e passato per televisione.

Dal punto di vista strutturale, in realtà, "Amici miei" non sembra essere nulla di così geniale in realtà: i cinque protagonisti Raffaello Mascetti interpretato da Ugo Tognazzi, Rambaldo Melandri interpretato da Gastone Moschin, Giorgio Perozzi interpretato da Philippe Noiret, Guido Necchi interpretato da Duilio Del Prete e Alfeo Sassaroli interpretato da Adolfo Celi sono cinque amici che esorcizzano i loro disagi esistenziali riunendosi per fare scherzi a dei poveri malcapitati in quel di Firenze. In realtà, come ci viene raccontato nella prima parte del film, il gruppo originale è composto da quattro amici di vecchia data, ai quali si aggiungerà il professor Alfeo Sassaroli proprio dopo essere stato vittima e carnefice di un loro scherzo e controscherzo. Nel corso del film ci vengono narrati, nè più nè meno, le loro pensate vissute con la massima spensieratezza in un clima di amicizia e di complicità reciproca.

Mentre da una parte "Amici miei" è una commedia sicuramente divertente, dall'altra la pellicola ha un sottotesto piuttosto amaro, con i personaggi che fanno sì scaturire la risata nello spettatore in maniera sempre spontanea, ma condendo la componente comica con una punta di malinconia, dovuta prevalentemente al periodo storico in cui vivono i nostri protagonisti. I protagonisti vivono una vita che sicuramente non è soddisfacente vuoi dal punto di vista economico, vuoi dal punto di vista del rapporto con la famiglia, vuoi dal punto di vista lavorativo e le loro burle non sono altro che un metodo come un altro per estraniarsi da questa realtà e dimenticarsi dei problemi che li affliggono nella vita. E' l'amicizia tra i quattro - poi cinque - ad unirli in tutte le loro bravate e i personaggi, pur non parlando quasi mai dei loro problemi tra di loro, sembrano spalleggiarsi a vicenda, grazie alla loro conoscenza reciproca.

La scelta di riprendere un grande classico come "Amici miei" per questa giornata è stata dunque azzeccata in quanto uno dei film più rappresentativi del regista, ma soprattutto per il piacere di avere riscoperto un tipo di cinema che non sono solito affrontare con leggerezza. E il cinema di Mario Monicelli è sicuramente un cinema da far scoprire a tutti, un tipo di cinema che sa far divertire, ma sa anche far riflettere sui problemi storici che affliggevano il nostro paese ai tempi.

Voto: 9

venerdì 27 novembre 2015

Red Oaks - Stagione 1

Red Oaks
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 10
Creatore: Joe Gangemi
Rete Americana: Amazon Instant Video
Rete Italiana: Inedita
Cast: Craig Roberts, Jennifer Grey, Ennis Esmer, Gage Golightly, Oliver Cooper, Richard Kind, Paul Reiser, Alexandra Socha, Josh Meyers, Alexandra Turshen
Genere: Commedia

La nuova frontiera della serialità televisiva - che ormai non è più tanto nuova dato che serie di questo tipo ne esce ormai una al mese - è quella iniziata da Netflix e proseguita da Amazon Instant Video e poi a ruota da tante altre emittenti online. Per quanto il secondo canale citato ancora non abbia raggiunto in termini di qualità delle sue produzioni e di seguito del pubblico gli standard del primo e più famoso, qualche bella cosa ogni tanto la si vede anche lì. Si pensi, ad esempio, a "Transparent", "Mozart in the Jungle" o addirittura le più recenti "Hand of God" e il primo episodio di "The Man in the High Castle" che stanno facendo pian piano breccia nel pubblico. Con "Red Oaks" siamo davanti ad una di queste serie, il cui primo episodio mi aveva piacevolmente impressionato, pur con tutte le riserve del caso. Ora che però ho terminato la visione della prima stagione, posso esprimere un giudizio un po' più completo rispetto a quello limitato al solo episodio pilota.

In realtà la partenza era stata molto buona, con i primi due episodi davvero carini e graziosi, che ci riportavano un po' indietro nel tempo a quelle commedie anni '80 in cui ci vengono proposti una serie di stereotipi che conosciamo molto bene, come quello dello sfigatello che si innamora della ragazza più bella che ha intorno, come quella dell'anzianotto arricchito un po' stronzo la cui figlia sarà oggetto del desiderio di un protagonista anche lui un po' sfigatello, anche se più che questo, in questo caso, il nostro protagonista è semplicemente molto confuso. Tutti questi personaggi sono riuniti all'interno di un campo estivo, chi con la passione per il tennis, chi come parcheggiatore, chi addirittura come proprietario del suddetto campo estivo, le cui storie si incroceranno in maniera sì interessante, ma che sicuramente poteva essere sviluppata meglio.

Questi stereotipi sono incarnati fondamentalmente nei personaggi di questa prima stagione: abbiamo il protagonista David interpretato da Craig Roberts, istruttore di tennis al Red Oaks, che viene assunto come istruttore di tennis Getty, il proprietario del club interpretato da Paul Reiser. David è innamorato della sua ragazza Karen, bella ma non bellissima, interpretata da Gage Golightly, ma nel momento in cui incontra Skye, la figlia di Getty, sembra scattare in lui qualcosa, una specie di colpo di fulmine, che metterà in dubbio tutte le sue certezze. Il migliore amico di David è Wheeler, innamorato di Misty, che però sta con un imbecille. Nelle storie dei protagonisti della vicenda si inserisce anche quella dei genitori di David, Sam e Judy, interpretati rispettivamente da Richard Kind - che ha la faccia perfetta per interpretare quei personaggi un po' strani, le macchiette comiche della situazione - e da Jennifer Grey.

Se, come detto, la storia era partita abbastanza bene con il primo episodio e anche con il secondo, piano piano questa bontà realizzativa si ammoscia parecchio, risultando nel corso degli episodi finali un po' stanca e ripetitiva, come ad esempio nell'episodio ispirato a "Quel pazzo Venerdì" in cui David e suo padre si scambiano il corpo vivendo uno la vita dell'altro. Con questo non si intende ovviamente dire che Red Oaks sia una serie del tutto non riuscita, ma quanto meno una serie che sarebbe potuta riuscire meglio, ecco. In fin dei conti "Red Oaks" è una serie particolarmente ottimista e leggera, a tratti graziosa e a tratti purtroppo un po' allungata, che comunque si lascia guardare senza particolari problemi.

Voto: 6,5

giovedì 26 novembre 2015

WEEKEND AL CINEMA!

Un nuovo ed ennesimo weekend cinematografico è all'orizzonte e, come al solito, siamo pronti ad affrontarlo grazie ai miei commenti pregiudizievoli sulle uscite della settimana che, salvo il revival di "Amici miei" e il solito documentario settimanale, ci propone ben dodici uscite! Quante di queste si riveleranno davvero interessanti? Quante, invece, saranno delle ciofeche clamorose?


Il viaggio di Arlo di Bob Peterson


La Pixar quest'anno per quanto riguarda i capolavori ha già dato con "Inside Out". Che la casa cinematografica sia pronta per la doppietta con questa ucronia su un'ipotetica convivenza tra l'uomo e i dinosauri oppure che sia una semplice bambinata senza troppo mordente?


A Bigger Splash di Luca Guadagnino


Un cast internazionale per un regista italiano che sinceramente non conosco e sul quale preferisco sospendere il giudizio fino a dopo un'eventuale visione. Tra l'altro il film, con Tilda Swinton e Ralph Phiennes mi ispira parecchio ad essere sincero!


Babbo Natale non viene da Nord di Maurizio Casagrande

Commedia natalizia che ha per regista e attore protagonista il non certo fenomeno della recitazione italiana Maurizio Casagrande. Ovvio che, essendo una commedia natalizia italiana, la lascerò passare come se non fosse mai esistita sulla faccia della Terra.


Club Life di Fabrizio Conte

Altra pellicola italiana indipendente da parte di un regista che non ho mai sentito nominare a cui, questa volta, si aggiunge anche un cast di da me perfetti sconosciuti. Penso che anche questa visione la lascerò passare oltre senza farmi troppi problemi mentali.


Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco van Dormael

Negli ultimi anni il cinema belga ci ha regalato qualche film di sicuro interesse. Questo, nonostante non sembri appartenere a questa categoria, potrebbe riservare delle sorprese grazie ad una raffigurazione di Dio che non sembra essere particolarmente convenzionale. Ecco, a dir la verità mi par strano che un film con una trama del genere esca in Italia, dove siamo succubi del Vaticano e della religione...


Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Paolo Gaudio

Non so perchè ma ho come la sensazione di aver parlato di questa uscita già la scorsa settimana. Beh, non ho voglia di riscrivere le stesse identiche cose, quindi, se volete, andatevi a recuperare la mia opinione qui!


Il sapore del successo di John Wells


Pellicola che narra di uno chef stellato caduto in disgrazia con protagonista Bradley Cooper e che vede anche la partecipazione dell'attore francese Omar Sy già protagonista di "Quasi amici" e di "Samba". Non so in realtà quanto questo film possa interessarmi, ma penso che gli darò comunque un'opportunità.


La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi

Altra pellicola italiana diretta da un altro regista che non conosco, ma con un cast che, nel bene e nel male, conosco abbastanza bene. Valerio Mastrandrea mi piace moderatamente come attore, Giuseppe Battiston l'ho sempre ritenuto un buonissimo figurante, ma le riserve del caso stanno tutte nella trama: roba sempliciotta o forse qualcosa di nuovo per il cinema italiano?


Lacrime di San Lorenzo di Giampiero Caira

Siamo ancora in Italia e ancora alle prese con un regista a me ignoto. Questa volta però il tema pseudo-autoriale mi scoraggia moltissimo dal concedergli una visione.


Natale all'improvviso di Jessie Nilson


Un'altra commedia natalizia che potrebbe però a sorpresa farmi entrare nello spirito del Natale. E ti credo, con un cast di belle donzelle come quello, composto da Olivia Wilde, da "big eyes" Amanda Seyfried e dalla old but gold Marisa Tomei!


The Visit di M. Night Shyamalan


Con il buon regista M. Night Shambalaya Shyamalan il rischio è quello di trovarsi davanti ad un grandissimo thriller oppure davanti ad una grandissima stronzata. Seppure il trend degli ultimi anni propenda nemmeno troppo vagamente per la seconda opzione, una possibilità penso di doverla concedere per forza!


Uno per tutti di Mimmo Calopresti

Altra pellicola italiana di cui, non so perchè, ho la sensazione di aver parlato già qualche settimana fa, ma non riesco a trovare il post in cui l'ho fatto. Vabbeh, in ogni caso un film con Giorgio Panariello potrei vederlo solo sotto droghe pesantissime, quindi, spacciatori di tutto il modo, preparatevi!

mercoledì 25 novembre 2015

This Must be the Place (2011)

Italia, Francia, Irlanda 2011
Titolo Originale: This Must be the Place
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Cast: Sean Penn, Frances McDormand, Judd Hirsch, Eve Hewson, Kerry Condon, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Olwen Fouéré, Shea Whigham, Heinz Lieven, David Byrne, Liron Levo, Simon Delaney, Fritz Weaver, Sam Keeley, Grant Goodman, Gordon Michaels, Seth Adkins, Madge Levinson, Johnny Ward, Davis Gloff, Ron CodenDurata: 118 minuti
Genere: Drammatico

Sempre nell'ambito del +Cineforum Vimodrone , iniziativa nata soltanto due mesi fa e che sta avendo un successo di pubblico inaspettato, ecco che mi viene proposta la visione di un film di Paolo Sorrentino che mi ero colpevolmente perso nell'anno della sua uscita e che ancora non ero riuscito a recuperare. Quale occasione migliore dunque che partecipare ad una discussione dopo la visione del film, per capirne al meglio i contenuti e il messaggio? D'altronde, tra le cose che sostengo fermamente dopo la visione di qualche film del regista in questione, sta il fatto che Sorrentino sia un regista particolarmente enigmatico che da una parte può essere il suo più grande difetto, mentre dall'altra anche il suo grande pregio. Chi può dire con certezza di avere compreso il messaggio de "La grande bellezza" o anche dell'ultimo "Youth - La giovinezza"? Secondo me nessuno, semplicemente perchè il cinema di Sorrentino punta all'interpretazione personale, tanto che in realtà nel dare una chiave di lettura ai suoi film non ci si dovrebbe tanto interessare a ciò che avrebbe voluto dire il regista, ma concentrarsi maggiormente a ciò che ha recepito il pubblico del suo messaggio. E questa enigmaticità, seppure alla fine della visione mi ritrovi sempre a pensare di non aver capito nulla, mi lascia quasi sempre una sensazione piacevole: da una parte la freddezza de "La grande bellezza" aveva dato modo di concentrarsi sulle immagini e sulla scenografia, dall'altra in "Youth - La giovinezza" - che non ho gradito come gli altri - ci si lasciava andare a interessanti riflessioni sul tempo che scorre.

In realtà "This Must be the Place" - primo film per Sorrentino con un cast internazionale - è una pellicola molto più emozionale delle due citate messe assieme, motivo per cui è stata anche quella che mi ha più impressionato e toccato nel profondo. Viene narrata la storia di Cheyenne, interpretato da un pazzesco Sean Penn, una ex rock star in crisi per motivi che scopriremo nel corso della pellicola. La sua vita procede nella noia della routine, mentre tenta di riflettere un po' sulla sua carriera e un po' sugli errori commessi nel corso della sua vita. Va ancora in giro truccato come si presentava ai suoi concerti, dimostrando in realtà di non aver mai voluto abbandonare quella parte della sua vita. Vita che prenderà una sterzata clamorosa nel momento in cui verrà contattato a causa dello stato di salute del padre, che ha passato gli ultimi anni della sua vita cercando il carceriere tedesco che lo aveva umiliato in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Il desiderio di vendetta del padre diventerà, nel momento della sua morte, la missione di vita di Cheyenne, che sentirà in qualche modo di dovere al suo padre la vendetta tanto desiderata.

Il film procede in un crescendo di emozioni e sensazioni assecondando un po' quelli che sono i canoni del road movie, lasciandosi però andare a momenti anche più leggeri e divertenti, in quanto il protagonista dà quasi l'impressione di essere un po' fuori dal mondo. Eppure i suoi pensieri, le sue opinioni, la sua filosofia di vita sono davvero molto interessanti e ci fanno capire, pian piano, come andrà a finire l'intera vicenda. Cheyenne è un personaggio che ha bisogno di crescere, di distaccarsi da una vita che gli ha dato un successo che però non lo ha mai soddisfatto del tutto, di affrontare quelle che sono le sue paure e i suoi demoni interiori. E Sean Penn risulta perfetto nell'interpretare un personaggio che ha vissuto una vita non certo semplice, ma che comunque ha ancora bisogno di quel salto di qualità. La sua vendetta, che non è in realtà nemmeno sua, ma di qualcun altro, è un po' la rappresentazione della sua intera vita e quando arriverà il momento tanto desiderato diventeremo noi spettatori davvero coscienti della sua crescita personale.

Da brividi poi è anche tutto il comparto tecnico della pellicola, con la regia a cui Sorrentino ci ha abituato, grazie ad inquadrature ricercate e che sembrano volerci raccontare una storia, volerci dare una chiave di lettura. In questo illuminante è stato l'intervento di una persona del pubblico che ha sottolineato come l'uso delle inquadrature dall'alto riesca a dare allo spettatore la sensazione di estraniamento dal mondo che prova il protagonista. Così come enigmatica ma alquanto interessante - anche se ancora la devo capire - la scena in cui Cheyenne dà un passaggio a un capo indiano che, a un certo punto, gli chiede di fermarsi per inoltrarsi nei campi. Così come poi anche la colonna sonora che attinge a piene mani dal repertorio dei Talkin' Heads - a cui appartiene anche il brano che dà il titolo al film e che viene cantata da un bambino con accompagnamento dello stesso Cheyenne - e da canzoni rock diventate di culto nel corso degli anni.

Voto: 9

martedì 24 novembre 2015

PIERPAOLO PASOLINI DAY - Medea (1969)



Italia, Francia, Germania Ovest 1969
Titolo Originale: Medea
Regia: Pier Paolo Pasolini
Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini
Cast: Maria Callas, Luigi Barbini, Giuseppe Gentile, Annamaria Chio, Margareth Clementi, Massimo Girotti, Laurent Terzieff, Sergio Tramonti, Maria Cumani Quasimodo, Piera Degli Esposti
Durata: 105 minuti
Genere: Epico

La solita cricca di blogger si riunisce per l'ennesima volta e questo mese lo fa con un doppio day: quello di oggi dedicato a Pier Paolo Pasolini e un altro settimana prossima su un altro grande regista del cinema italiano. Entrambi i registi in questione, dato che la mia passione per i film è relativamente giovane, posso tranquillamente affermare di non conoscerli nella giusta maniera. Mentre del secondo - di cui, ripeto non anticipo nulla - avevo avuto modo di vedere qualcosina, di Pasolini si può affermare senza problemi che non lo conosco. Non lo conosco per nulla, non ho visto nulla dei suoi lavori e la mia conoscenza si limita a "Pierpaolo Pasolini, assassinato, nome di un Liceo linguistico in zona Lambrate a Milano". Nulla di particolarmente lusinghiero da parte mia, ma tant'è. In questa mia totale ignoranza, la scelta del film è stata ancora più difficile: "Salò o le 120 giornate di Sodoma" mi han sempre detto essere oltre a qualsiasi film pesante avessi mai visto in vita mia e questo non è periodo, gli altri fondamentalmente non li conosco, quindi mi sono buttato su "Medea", tratto da una tragedia greca della quale avevo avuto modo di leggere qualcosa alle superiori e che non mi era nemmeno particolarmente dispiaciuta. Non ne avevo però mai viste trasposizioni cinematografiche, se si esclude quella nella serie TV "Atlantis" che ne è una rivisitazione molto molto libera - anche se Amy Manson che la interpreta in quella serie è una gnocca spaventosa -.

Difficile dire se la mia scelta per questa giornata di celebrazione sia stata giusta o meno, ma la realtà dei fatti è quella dell'essersi ritrovati davanti ad una visione molto molto complicata, visione che sinceramente non mi aspettavo così difficoltosa e che effettivamente mi ha dato non pochi problemi con uno stile cinematografico che non avevo mai avuto modo di assaggiare e che si è rivelato più difficile da digerire del previsto. Ani, in realtà sono fermamente convinto di non averla ancora digerita completamente la visione di "Medea" che ha avuto sì degli aspetti che mi sono particolarmente piaciuti, ma anche altri che mi hanno fatto storcere il naso e non poco. Lungi da me discutere la grandezza del Pasolini regista, anzi, non posso proprio farlo, dato che ho appena ammesso di non conoscerlo, fatto sta che qui si tratta di parlare del film e di null'altro, cosa che voglio cercare di fare senza condizionamenti di sorta.

Partiamo dunque dalle cose che ho apprezzato: innanzitutto anche il fatto di non aver mai visto recitare Maria Callas è stata sicuramente per me una cosa che mi ha dato grandi stimoli. La sua interpretazione è solida, forse non eccezionale, ma questa cosa potrebbe tranquillamente essere filtrata dal fatto che dal 1969 ad oggi le tecniche recitative sono profondamente cambiate. Nonostante ciò salta subito all'occhio come l'interpretazione fosse, da parte dell'attrice, particolarmente sentita e che non cala mai nel corso della durata del film. Un altro aspetto che ho trovato piacevole è stata la cura delle immagini: ogni inquadratura presente nel film sembra raccontarci una storia, le ambientazioni sono curate nei minimi dettagli, con la scenografia e i costumi a farla da padroni.

Passiamo ora però alle cose che mi hanno soddisfatto di meno, premettendo però che stiamo parlando comunque di un modo di fare cinema totalmente diverso da quello a cui sono sempre stato abituato. La scelta di Pasolini di voler far prevalere le immagini sulla sceneggiatura dà alla narrazione una certa lentezza, che facilmente potrebbe annoiare uno spettatore non abituato, cosa in cui in qualche modo alla lunga mi ci sono ritrovato. Conseguenza diretta di ciò è anche l'estrema rarefazione dei dialoghi: l'interazione tra i personaggi per mezzo del dialoghi è poco presente, mentre prevalgono gli sguardi e i gesti e anche in questo caso siamo davanti ad una questione per cui si potrebbe dare la colpa all'abitudine e magari bisognerebbe riuscire a vedere qualche altro film del regista per capire se si tratti di una decisione estemporanea o di una propria cifra stilistica.


Partecipano alla giornata celebrativa anche i seguenti blog. Cliccando sul link trovate anche le loro recensioni!



lunedì 23 novembre 2015

Mr Holmes - Il mistero del caso irrisolto (2015)

Regno Unito, USA 2015
Titolo Originale: Mr. Holmes
Regia: Bill Condon
Sceneggiatura: Bill Condon, Jeffrey Hatcher
Cast: Ian McKellen, Colin Starkey, Laura Linney, Hattie Morahan, Hiroyuki Sanada, Milo Parker, Roger Allam, Phil Davis, Frances de la Tour, Milo Parker, Nicholas Rowe
Durata: 104 minuti
Genere: Drammatico

Ai tempi in cui studiavo letteratura inglese alle superiori - materia mai più affrontata nella mia vita a causa del trauma dovuto alla lettura di Jane Austen - quando la nostra prof ci parlava degli autori di romanzi gialli, non usando ovviamente quella dicitura dato che è tipicamente italiana, si è affrontato più volte sia l'argomento Arthur Conan Doyle, sia l'argomento Agatha Christie, con la mia preferenza che in qualche modo era sempre ricaduta sulla seconda. Nonostante odiassi il personaggio di Poirot, sua creatura più famosa, l'amore che ho provato verso "Dieci piccoli indiani mi ha sempre convinto a preferire i suoi romanzi, piuttosto che quelli dedicati a Sherlock Holmes, figura molto diversa da quella conosciuta grazie al luogo comune che ci è stato tramandato a causa di un'interpretazione teatrale che lo ritraeva come un perfettino elegante ed intelligentissimo. In realtà il reale Sherlock Holmes di buono aveva solo l'intelligenza, mentre la sua vita era piuttosto sregolata, praticava pugilato, si faceva di droghe e girava con un tirapugni, figura che - a parte il valore discutibile dei film in questione - è stata ben ritratta da Robert Downey Jr. nei due film diretti da Guy Ritchie. Figura che inoltre sta ottenendo una nuova linfa vitale grazie all'interpretazione di Benedict Cumberbatch nella serie "Sherlock", che io non guardo e sulla quale non mi esprimo ovviamente. Figura che, in questo nuovo lavoro, viene vista nell'ultima fase della sua vita, nel momento in cui il suo collega Watson pubblkica una versione del suo ultimo caso che non lo soddisfa.

La narrazione nasce da questo semplice pretesto: discordando Sherlock Holmes dalla versione del caso pubblicata da Watson, egli decide di scrivere un romanzo che parli della sua versione dei fatti. Peccato che, essendo un novantatreenne la cui memoria inizia pian piano a fare cilecca, non sempre riesca a ricordare i dettagli di quella storia, riguardanti la morte di una donna il cui caso rimase, in qualche modo, irrisolto. Tutto bene, direte voi: in effetti il trailer faceva ben sperare, il fatto che la produzione fosse britannica era certamente un punto a favore - chi meglio dei britannici potrebbe narrare una cosa nata dalla loro mente? -, così come l'attore protagonista Ian McKellen mi ispirava abbastanza fiducia. Il suo volto non particolarmente simpatico sembrava piuttosto azzeccato per una storia riguardante un personaggio che mi è sempre stato antipatico e che, fondamentalmente, è antipatico per i modi in cui si pone. Peccato che in questo film si cerchi, in una maniera forse non richiesta e nemmeno particolarmente necessaria, di riabilitare la sua figura, di renderla a chi non l'ha mai amata un po' più simpatica e un po' più umana. In realtà l'effetto è contrario: chi ama il personaggio - opinione personale - penso abbia visto una sua snaturalizzazione all'interno della pellicola. Chi, come me, non lo ha mai amato, non si è ritrovato alla fine a provare empatia per lui.

Fondamentalmente il problema che ho trovato nella pellicola non è nulla riguardante questioni logiche nè tecniche: così come ci hanno sempre abituato gli inglesi, la cura della regia e una certa eleganza dal punto di vista stilistico sono un po' i punti di forza di moltissimi film provenienti dalla terra della Regina Elisabetta. Peccato che talvolta questa pignoleria stilistica e ricerca dell'eleganza si trasformi in qualcosa che non sempre arriva in maniera diretta al pubblico. In realtà sto usando tanti eufemismi per girare intorno al concetto fondamentale: "MR HOLMES - IL MISTERO DEL CASO IRRISOLTO" MI HA ANNOIATO IN UNA MANIERA INCREDIBILE!!! Inutile in realtà girarci troppo intorno. La sensazione che mi ha dato questo film nel vedere uno Sherlock Holmes novantatreenne è stata quella di un film vecchio e stanco come il suo protagonista, una pellicola che si limita a fare il compitino e non riesce a farlo nemmeno in una maniera particolarmente coinvolgente.

Ed in fin dei conti la delusione riguardo questo film non è nemmeno più del dovuto: da una parte i trailer visti in televisione e al cinema mi avevano abbastanza ispirato, mentre dall'altra un po' mi aspettavo una delusione del genere. In realtà pensavo comunque che mi sarei trovato davanti ad un film quanto meno piacevole nel suo svolgimento, invece ben presto la noia dovuta alla lentezza della narrazione ha preso il sopravvento. Non c'è comunque da voler male a prescindere a questa pellicola, sicuramente qualcun altro, che non sia io, potrebbe tranquillamente apprezzarla senza particolari problematiche.

Voto: 5

sabato 21 novembre 2015

CHI BEN COMINCIA... #19 - Marvel's Jessica Jones

Dopo l'enorme successo di critica e di pubblico della prima stagione di "Marvel's Daredevil" - per me ad ora una delle migliori serie di quest'annata, soprattutto in questo periodo in cui si inizia a pensare alle ormai famose classifiche di fine anno - arriva la seconda serie frutto della collaborazione tra Netflix e il Marvel Cinematic Universe e, come al solito, arriva anche la mia ormai famosa rubrica in cui si parla degli episodi pilota delle serie che intendo seguire.


Marvel's Jessica Jones


Rete Americana e Italiana: Netflix

Ormai Netflix non mi sorprende praticamente più quando si tratta di sfornare serie di qualità. Possono queste piacere o non piacere, ma sulla qualità non si discute, anche se poi una certa componente di gusto in quel che si vede la bisogna sempre mettere. Il primo episodio di "Marvel's Jessica Jones" non è che sia particolarmente fulminio nè tanto meno qualcosa di miracoloso, ma il fatto di voler rimanere fedele a quelle che erano le atmosfere di "Marvel's Daredevil" gli dà sicuramente dei punti in suo favore. In questo primo episodio, praticamente introduttivo, la genialità della cosa sta anche nel non aver mostrato in maniera diretta quello che sarà il cattivo della stagione - che sappiamo però sarà interpretato da David Tennant e qui sicuramente c'è da fidarsi - ma solo di aver fatto vedere alcune delle sue azioni. Inoltre la protagonista Jessica Jones, interpretata dalla Krysten Ritter già vista e morta male in "Breaking Bad", è un'eroina tormentata con un passato che la mette molto a disagio e la porta ad un forte alcolismo e questa è una cosa sicuramente da apprezzare rispetto agli eroi perfettini - che comunque mi piacciono assai lo stesso - a cui ci aveva abituato la Marvel. Sicuramente dei punti a favore della serie sono il mantenimento delle atmosfere noir che avevano contraddistinto la tanto amata "Marvel's Daredevil" che sicuramente danno un tocco di eleganza in più ad una serie che si preannuncia come di altissima qualità.

Continuerò a seguirla? Scuramente sì, anche se dovrò finirla nel giro di poco tempo!

Voto: 8

CHI BEN COMINCIA... #18 - The Man in the High Castle

Torna oggi con un doppio appuntamento - il secondo sarà nel pomeriggio - la rubrica sui primi episodi delle serie TV che intendo seguire. E questa volta lo fa con un pilot che è uscito qualche mese fa, essendo la serie prodotta da Amazon Instant Video, che io ho aspettato a guardare per vedere se la serie sarebbe o meno stata confermata. Dopo avervi parlato del romanzo "La svastica sul sole" ecco che arriva l'episodio pilota della serie "The Man in the High Castle"!


The Man in the High Castle

Chiunque si sentisse in diritto di dire la sua sull'immagine senza essersi documentato sarà tacciato di ignoranza e pesantemente insultato! SAPEVATELO!

Rete Americana: Amazon Instant Video

Dopo aver letto il romanzo - prendendomela anche abbastanza con comodo - ed averlo particolarmente adorato, ecco che arriva la serie televisiva ad esso dedicata che, con le dovute modifiche del caso per adattarsi al mezzo televisivo, riesce nell'intento di portare su schermo un romanzo non proprio semplicissimo. L'episodio pilota della serie fa il suo bel lavoro per tutta l'ora della sua durata, introducendoci tutti i personaggi del romanzo - e sono tanti - con le loro storie annesse. La sensazione che si ha sin dall'inizio è quella di una serie corale che si muoverà su diversi fronti narrativi che ovviamente, ad un certo punto, dovranno convergere. A parte qualche modifica piuttosto irrilevante, la serie non sembra snaturare quelle che sono le atmosfere del romanzo, dandoci però, per scelta narrativa, subito qualche importante indicazione che chi ha letto il romanzo può comprendere, mentre chi non ha letto il romanzo potrebbe godersela ancora di più probabilmente.
Il primo episodio vive però su una certa lentezza narrativa che sta bene per quel che riguarda l'intento di introdurre personaggi e storie, ma che probabilmente non sarà una cosa facilmente digeribile se la cosa dovesse prolungarsi nel corso degli episodi e questo, fondamentalmente, è il mio unico dubbio riguardante questa serie.

Continuerò a seguirla? Sì, sicuramente

Voto: 7,5

venerdì 20 novembre 2015

Lo stagista inaspettato (2015)

USA 2015
Titolo Originale: The Intern
Regia: Nancy Meyers
Sceneggiatura: Nancy Meyers
Cast: Robert De Niro, Anne Hathaway, Rene Russo, Anders Holm, Andrew Rannells, Adam DeVine, Zack Pearlman, Christina Scherer, Jason Otley, Nat Wolff, JoJo Kushner, Linda Lavin, Celia Weston, Steve Vinovich, Molly Bernard, C.J. Wilson
Durata: 121 minuti
Genere: Commedia

Non che nelle ultime settimane i cinema nostrani siano stati bombardati da film particolarmente interessanti - in realtà ce ne erano alcuni, ma non ho potuto andare a vedermeli tutti tutti al cinema, ecco - e tra queste uscite di sicuro non avevo inserito "Lo stagista inaspettato" che vedeva il buon Robert De Niro interpretare Ben Whittaker, un vedovo settantenne alle prese con uno stage presso l'azienda di moda dove il capo è Jules Ostin, interpretata da Anne Hathaway. La realtà dei fatti era questa, almeno per quanto riguardava quelli che erano i miei pregiudizi: il primo punto a sfavore della pellicola stava nel fatto che non mi fido più particolarmente di De Niro, dato che la sua carriera mi pare ormai avviata verso il tramonto e verso scelte cinematografiche piuttosto discutibili come i recenti "Last Vegas" e "Cose nostre - Malavita"; il secondo punto stava nel fatto che Anne Hathaway, per quanto quando inserita nel ruolo giusto sappia dimostrare la sua bravura, non mi ha mai particolarmente impressionato; il terzo punto, infine, sta nel fatto che non sopporto quelle commedie che esaltano all'esasperazione quanto fossero belle le cose fatte alla vecchia maniera, ponendo un personaggio anziano come protagonista che, ovviamente, siccome fa le cose alla vecchia maniera, è bravissimo in tutto. Ricordate, voi gente che amate tanto l'old-fashion, che pensate le cose fossero migliori quando si facevano alla vecchia maniera, che se davvero si stava meglio quando si stava peggio correreste il rischio di ammalarvi di poliomelite dato che non c'erano i vaccini, tanto per fare un esempio.

Ecco, diciamo che da questo film in realtà mi sarei aspettato determinate cose, di cui molte di esse sono state, con mio estremo piacere, disattese. In verità è stata disattesa solo la più importante, ovvero la preoccupazione sull'esaltazione della vecchia maniera, mentre le altre due, in qualche modo, mi hanno comunque lasciato interdetto. In realtà "Lo stagista inaspettato" mi ero immaginato che parlasse di più di quanto una situazione strana come assumere un settantenne navigato con un'esperienza quarantennale nel mondo del lavoro, portasse a delle situazioni assurde o quanto meno divertenti ed in tal caso il film sarebbe diventato una baracconata senza precedenti probabilmente. In realtà l'incontro tra i due personaggi principali non fa partire una storia di questo tipo, ma diventa pian piano un rapporto in cui, i due, sembrano completarsi a vicenda. Ben diventerà ben presto per Jules più che uno stagista, diventerà un consigliere, pronto a seguirla in molte situazioni lavorative e, soprattutto, ad assumere per lei un'importanza capitale, risultando quasi una figura paterna. Da questo punto di vista, se devo essere sincero, la pellicola non si rivela essere nulla di eccelso, ma non è nemmeno niente male, nella quale vi è anche una storia secondaria, quella dei rapporti familiari di Jules con il marito Matt, interpretato da Anders Holm, che sono in realtà invertiti, dato che lei è la donna in carriera, mentre lui il padre casalingo che si occupa della piccola figlia.

Purtroppo però nei momenti chiave "Lo stagista inaspettato" sembra un po' perdersi in un bicchiere d'acqua. Innanzitutto ci sono proprio un paio di scene che, senza alcun senso, vogliono accattivarsi l'approvazione del pubblico tentando di farlo ridere. Una di queste, ad esempio, è quella dell'irruzione in casa della madre di Jules, che sì, fa anche sorridere, ma cozza totalmente con quello che era stato lo spirito del film espresso fino a quel momento. Inoltre le interpretazioni dei due protagonisti sono state un po' in linea con ciò che penso dei due attori: Robert De Niro è chiaramente nella fase finale della sua carriera e il suo personaggio si limita ad essere un consigliere che parla e dà buoni consigli, ma che il più delle volte basa la sua interpretazione su silenzi che vorrebbero essere significativi più di mille discorsi. Anne Hathaway invece ritorna un po' a quei ruoli che l'hanno resa famosa, quello della donna problematica che cerca un suo spazio all'interno della società e che, in questo caso, riesce ad avere una carriera florida ma ha una vita di coppia particolarmente strana a crearle ulteriori grattacapi. Se il film fosse stato più corto e si fosse attenuto per tutta la sua durata a quello che doveva essere il suo spirito, saremmo forse qui a parlare di una commedia brillante capace di sorprendermi e in grado di ritagliarsi un giusto spaziett tra le uscite di quest'anno. Invece, purtroppo, "Lo stagista inaspettato" risulta riuscito a metà, andandosi ad infilare in quel marasma di film nella media di cui, domani, ce ne saremo già dimenticati.

Voto: 6-

giovedì 19 novembre 2015

La svastica sul sole di Philip K. Dick

Visti i molti intoppi sul mio cammino che non mi hanno permesso di leggere in maniera fluida e continuativa "La svastica sul sole", la durata della lettura è stata più lunga del previsto, ma in ogni caso ho fatto in tempo per domani, giorno in cui su Amazon Instant Video uscirà per intero la prima stagione della serie "The Man in the High Castle" tratta per l'appunto da questo romanzo.

Titolo Originale: The Man in the High Castle
Autore: Philip K. Dick
I° Edizione Originale: 1962
I° Edizione Italiana: 1965
Genere: Ucronia

Recensione
Nel corso della mia vita da lettore - che continuerò ad ammetterlo non ha visto poi così tanti libri - non mi ero mai messo in gioco con una lettura di questo tipo. Philip K. Dick, noto come uno dei più grandi scrittori di fantascienza del ventesimo secolo e autore di un capolavoro come "Blade Runner" , è l'autore di una ucronia - un sottogenere della fantascienza in cui la narrazione si basa sul fatto che un evento storico noto sia andato in maniera completamente diversa rispetto alla realtà - in cui la Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dai tedeschi, mentre gli Stati Uniti, sconfitti, sono stati spartiti tra i giapponesi e gli stessi tedeschi. L'Italia, alleate della Germania e del Giappone, ha raccolto solo briciole, mentre nel mondo dilaga la teoria nazista ancora messa in pratica, soprattutto in Africa.
"La svastica sul sole" è stato in qualche modo una lettura illuminante: i personaggi che vengono introdotti all'interno del romanzo sono molti, così come molte sono le storie che vengono narrate e non è sempre facile riuscire a ricollegarle tutte. Ciò che per molti potrebbe sembrare un difetto, in realtà si rivela essere il punto di forza del romanzo, che è condito, in più di un'occasione, dai pensieri dei protagonisti, che spesso e volentieri si lasciano andare ad interessanti considerazioni al limite del filosofico o a grandi monologhi mentali che sono parte fondante del racconto.
Geniale è poi l'idea di fondare la narrazione sul parallelismo tra la realtà che viene vissuta dai protagonisti e un'ipotetica realtà parallela identificata dal libro "La cavalletta non si alzerà più" che racconta a grandi linee quelli che sono stati per noi gli eventi storici reali, mentre per i protagonisti una semplice realtà parallela altrettanto possibile. La genialità in questo romanzo sta nel giocare con i doppi e con delle realtà parallelle totalmente opposte, in un gioco che talvolta potrebbe confondere il lettore, ma finisce per intrigarlo sempre di più!

Voto: 9

WEEKEND AL CINEMA!

Arriva il weekend cinematografico forse più interessante di questo mese. Perchè esce un film molto atteso, un blockbuster che chiude una saga che ho iniziato ad apprezzare con il tempo, ma che non chiuderà un'era, dato che molti sono ancora i titoli di questo tipo che verranno mandati al cinema! Oltre all'uscita per eccellenza della settimana ci sono molti film italiani, tra cui il ritorno al cinema di "Amici miei" per il suo trentesimo anniversario - e qualcosa mi dice che noi blogger stiamo organizzando qualcosa dedicato a Mario Monicelli -, alcuni anche interessanti, mentre altri molto meno.


A testa alta di Emmanuelle Bercot

Pellicola francese che a leggere la trama non sembra essere nulla di particolarmente originale, ma che ad una visione del trailer mi ha lasciato piuttosto incuriosito, motivo per cui penso che un'opportunità gliela si possa anche dare. Qui non ci si preclude nulla!


Bella e perduta di Pietro Marcello

E si parte con la girandola infinita di film italiani in uscita in questa settimana. Il film in realtà sembra essere particolarmente piaciuto alla critica, che sembra spendere parole piuttosto buone, ma a dir la verità a me non ispira più di tanto. Non escludo però di riuscire a convincermi a concedergli una visione, viste le belle parole che si spendono sul suo conto!


Dobbiamo parlare di Sergio Rubini

Un'altra commedia sentimentale, un altro film di Sergio Rubini con un cast piuttosto variegato, ma non particolarmente interessante, diretto da un regista che non mi è mai particolarmente piaciuto. Penso che stavolta la frase più temuta nei discorsi di coppia la lascerò a qualcun altro. Io passo.


Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Paolo Gaudio

Vedere l'Italia alle prese con il genere fantasy può essere una cosa strana, dato che siamo i maestri, per quel che riguarda gli ultimi anni, delle commedie imbecilli. In realtà l'esperimento potrebbe essere molto molto interessante, anche se la cosa ha un'apparenza un po' troppo intellettualoide per quel che mi riguarda.


Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2 di Francis Lawrence


Una saga che con il suo primo capitolo non mi aveva per nulla colpito, ma che pian piano ha saputo ritagliarsi un suo spazio all'interno del mio cuoricino da spettatore, anche grazie a quella gnocca grande attrice che è Jennifer Lawrence. E' sicuramente il film che più mi interessa di questa settimana, come avrete anche avuto modo di capire dall'introduzione, e che sicuramente andrò a vedere!


In fondo al bosco di Stefano Lodovichi

Altro film italiano e altra trama che sa di già visto - leggendola ho pensato subito a "Changeling" con Angelina Jolie - e devo dire che non mi sembra nemmeno troppo interessante. Date le molte uscite di questo fine settimana penso che lascerò perdere.


Iqbal: Bambini senza paura di Michel Fuzellier, Babak Payami

Film d'animazione italo-francese che sinceramente non mi ispira nemmeno per sbaglio. Passiamo oltre!


Loro chi? di Francesco Miccichè, Fabio Bonifacci

Ammetto la mia ignoranza nel dire che non conosco i registi della pellicola, che però mi ispira, non fosse altro che per il cast composto da un Marco Giallini che ho sempre particolarmente apprezzato e da un Edoardo Leo che negli ultimi anni mi sta convincendo sempre di più. Motivo per cui penso proprio che gli darò un'occhiata se dovessi averne la possibilità!


Miss Julie di Liv Ullman

Pellicola norvegese che andrebbe vista solamente per il suo cast, composto da Colin Farrell e dalla bellissima e bravissima Jessica Chastain. Anche perchè la trama non mi interessa molto a dire la verità, trattandosi di un film sentimentale.


Mr Holmes - Il mistero del caso irrisolto di Bill Condon


Non sono mai stato un grandissimo fan della figura di Sherlock Holmes - sia di quella reale della letteratura, sia di quella elegante teatrale - ma il trailer di questa pellicola, visto molte volte in TV, mi aveva particolarmente ispirato, motivo per cui penso che questo weekend - dato che per Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2 dovrò presumibilmente aspettare il prossimo - la mia capatina cinematografica sarà dedicata a questo film!


Né Giulietta né Romeo di Veronica Pivetti

Altro film italiano che proprio non ce la posso fare!


Storie di cavalli e di uomini di Benedikt Erlingsson

Dopo il film della scorsa settimana, oggi ne arriva un altro direttamente dall'Islanda. Altro titolo strano e altamente interessante che non escludo di vedere nel lungo periodo!

mercoledì 18 novembre 2015

RECENSIONE DOPPIA - From Dusk till Dawn: The Series - Stagione 2 & Les Revenants - Stagione 2

Quando decido di fare più recensioni accorpate in un unico post il motivo è praticamente sempre lo stesso: non mi sento di pubblicare una recensione lunga delle due cose di cui parlo e soprattutto non sono molte le cose che ho da dire a riguardo in realtà. La recensione doppia di oggi riguarda due serie che in realtà non c'entrano per nulla l'una con l'altra a livello di trama, vengono da due paesi diversi ma hanno un comune denominatore: entrambe, con la loro seconda stagione, mi hanno deluso rispetto ad un buon inizio. Le due serie di cui vi parlo in questo post sono "From Dusk till Dawn: The Series" e "Les Revenants" con le rispettive seconde stagioni.


From Dusk till Dawn: The Series - Stagione 2

From Dusk till Dawn: The Series
(serie TV, stagione 2)
Episodi: 10
Creatore: Robert Rodriguez
Rete Americana: El Rey Network
Rete Italiana: Inedita
Cast: D.J. Cotrona, Zane Holtz, Madison Davenport, Brandon Soo Hoo, Eiza González, Wilmer Valderrama, Jesse Garcia, Robert Patrick
Genere: Horror, Azione

Tempo fa mi ero deciso a recuperare l'intera trilogia di "Dal tramonto all'alba", trilogia iniziata dal regista Robert Rodriguez e poi portata avanti da altri registi con risultati abbastanza discutibili a quanto si dice, dato che il mio progetto di recuperare l'intera trilogia si è fermato al primo episodio, nel quale spiccavano le interpretazioni di George Clooney, Quentin Tarantino e Danny Trejo. L'idea di portare la trilogia anche su schermo televisivo è venuta allo stesso Rodriguez che praticamente in barba a tutte quelle che sono le convenzioni della serialità televisiva ha deciso di mandare in onda la serie sul canale televisivo di sua proprietà El Rey, di produrre lui stesso la serie che, praticamente, non rischia di andare incontro a cancellazioni dovute a bassi ascolti proprio perchè il buon Rodriguez con il suo canale sembra poter fare un po' quello che vuole. Se i risultati della prima stagione, a livello di coinvolgimento da parte mia e soltanto mia, erano stati particolarmente buoni, con una narrazione che si concentrava fondamentalmente sugli eventi dell'unico film della saga che ho visto, distaccandosene poi nel finale per dare alla serie una sua dimensione che non deve per forza avere a che fare con la saga cinematografica, i risultati della seconda stagione non si sono, per quanto mi riguarda, rivelati all'altezza della prima.

Sarà stato un po' l'effetto a sorpresa che è venuto a mancare, saranno stati i ritmi che già nella prima stagione non erano elevatissimi, ma che qui mi sono sembrati addirittura più lenti, ma il risultato non mi ha per nulla soddisfatto, convincendomi a fine stagione ad abbandonare la serie dato che nell'ultimo periodo è anche un po' il tempo di vederle tutte quante a mancarmi. La mia è una decisione per il futuro dunque. Venendo però al dunque della questione, le prime puntate erano iniziate particolarmente bene in realtà: una trama che sembrava essere particolarmente interessante, i fratelli Gecko divisi, con l'uno a ricercare l'altro ormai trasformatosi in vampiro, e soprattutto l'ingresso in scena di Danny Trejo con un personaggio che sembrava poter essere tanto silenzioso quanto estremamente idolesco. In realtà tutte le buone cose viste nei primi episodi si sono pian piano sgonfiate, con le puntate rimanenti che sono andate avanti in maniera lenta e piuttosto prevedibile, snaturando anche un po' quella che era l'atmosfera dell'unico film della saga che ho visto. Purtroppo capita talvolta di farsi delle aspettative di un certo tipo e che vengano incredibilmente disattese in corso d'opera.

Voto: 5,5


Les Revenants - Stagione 2

Les Revenants
(serie TV, stagione 2)
Episodi: 8
Creatore: Fabrice Gobert
Rete Francese: Canal+
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Anne Consigny, Clotilde Hesme, Céline Sallette, Pierre Perrier, Guillaume Gouix, Frédéric Pierrot, Constance Dollé, Grégory Gadebois, Ana Girardot, Jean-François Sivadier, Alix Poisson, Jenna Thiam, Samir Guesmi, Yara Pilartz, Swann Nambotin, Brune Martin, Jérôme Kircher, Carole Franck, Laetitia de Fombelle, Matila Malliarakis
Genere: Drama

Parlando di aspettative, qui la sensazione di vera e propria delusione è ancora più amplificata rispetto alla serie precedente. La questione qui è molto strana, dato che siamo davanti ad una serie che, pur creano molti misteri e dando pochissime risposte, con la sua prima stagione era riuscita a stupire un po' tutti, grazie ai suoi ritmi blandi ma funzionali, grazie a una colonna sonora splendida composta dai Mogwai e soprattutto grazie a questo mistero dei morti che ritornano, che crea nella comunità protagonista della vicenda, degli squilibri mica da ridere. La prima stagione, splendida sotto tutti i punti di vista, era riuscita a farsi amare praticamente da tutti nonostante il fatto di non voler dare nemmeno mezza risposta sui misteri introdotti, situazione che in realtà si viene a creare con molte prime stagioni di grandi serie e ci sta anche. Situazione che però, a posteriori, ti fa anche parecchio incazzare, soprattutto se con la seconda stagione - che è arrivata ben tre anni dopo rispetto alla prima (anche se io l'ho recuperata solo l'anno scorso) - i misteri non solo vengono aumentati, ma si continua imperterriti a non voler dare alcuna risposta.

Non penso in realtà che tutto ciò che sia presente in questa seconda stagione sia stato deludente da tutti i punti di vista. A dir la verità, dopo sette puntate lente, abbastanza stanche e anche particolarmente estenuanti per gli spettatori - o almeno per me - l'episodio finale si è risollevato un pochino, anche se non abbastanza da poter salvare anche solo un minimo l'intera stagione. Purtroppo ormai la situazione era compromessa e la sensazione che la serie fosse andata totalmente in vacca si era già insinuata nella ma mente. Sensazione che è peggiorata sensibilmente nel momento in cui ho appreso la notizia della chiusura definitiva della serie, che a questo punto sembra anche abbastanza ufficiale. Alla fine della serie dunque, non dimenticherò certamente lo splendore della prima stagione, ma forse forse, proprio per non dimenticarlo, sarebbe il caso di cercare di dimenticarsi di questa seconda stagione. Un peccato. Peccato davvero...

Voto: 5-

martedì 17 novembre 2015

Io e te (2012)

Italia 2012
Titolo Originale: Io e te
Regia: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Niccolò Ammaniti, Umberto Contarello e Francesca Marciano
Cast: Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar, Tommaso Ragno, Pippo Delbono, Rodolfo Corsato, Francesca De Martini, Antonio Etzi, Christina Onori, John Paul Rossi, Alessandra Vanzi
Durata: 97 minuti
Genere: Drammatico

Procede a gonfie vele il progetto del Cineforum di Vimodrone che, dopo una prima parte della sua prima stagione in cui abbiamo principalmente proposto film che avevo già visto, tranne "Midnight in Paris", di cui potrete trovare la mia opinione al link correlato, inizia a propormi visioni che ancora non avevo affrontato. Nonostante all'epoca della sua uscita "Io e te" di Bernardo Bertolucci mi ispirasse parecchio, non avevo avuto modo di vederlo, ma ora l'occasione si era fatta troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Il film, tratto dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti vede il ritorno del regista Bertolucci dietro la macchina da presa dopo una pausa quasi decennale - al 2003 risale il suo ultimo film "The Dreamers" - e per la prima volta con un film girato in lingua italiana dal 1981, anno dell'uscita di "La tragedia di un uomo ridicolo". Per "Io e te" la scelta del cast potrebbe apparire semplice, data la necessità di soli due attori protagonisti, ma in realtà il regista ha voluto porre su di essa una scelta oculata, vertendo poi su due attori quasi totalmente esordienti: Jacopo Olmo Antinori, alla sua prima esperienza in assoluto, interpreta il quattordicenne Lorenzo, mentre Tea Falco - che tutti conoscono principalmente per quel video su Youtube in cui sembra sbiascichi ogni singola parola nella serie "1992" -, che all'epoca aveva solamente partecipato solamente a "I vicerè" di Roberto Faenza, interpreta Olivia.

Lorenzo è un ragazzo molto solo che, il giorno della partenza per la settimana bianca con la sua scuola, decide di non partire e di rifugiarsi per una settimana in cantina, preparandosi alla cosa in maniera maniacale, procurandosi sette confezioni per ogni alimento. Olivia invece è la sua sorellastra, eroinomane, che irrompe improvvisamente all'interno del rifugio di Lorenzo perchè non ha un posto dove stare e perchè ha intenzione di disintossicarsi. I due praticamente non si conoscono, perchè non hanno mai avuto un vero e proprio rapporto e la convivenza tra i due, in un luogo così ristretto, appare complicata sin dall'inizio. Interessante però è vedere come, lungo tutta la durata del film, il rapporto tra i due evolva in maniera davvero significativa partendo da una naturale diffidenza iniziale arrivando fino ad una complicità molto forte che porterà i due a scambiarsi una promessa parecchio significativa. D'altronde l'evoluzione della storia di entrambi i personaggi è molto naturale, non una cosa che potrebbe capitare tutti i giorni e nemmeno un presupposto particolarmente plausibile come quello di rinchiudersi in cantina per una settimana, ma l'evoluzione della vicenda è realistica e plausibile e porta con sè riflessioni assolutamente interessanti.

La bellezza della pellicola, che secondo me comunque non è un lavoro eccezionale ed è ovviamente ben lontano dalle precedenti produzioni di Bertolucci, risiede anche nel luogo in cui è ambientata. Un luogo ristretto che può dare una certa sensazione di claustrofobia allo spettatore, ma che in realtà non sempre rispetta alla lettera i canoni spaziali: la cantina in cui i due protagonisti si incontrano e dialogano talvolta sembra allargarsi e talvolta sembra restringersi a piacimento del regista, che riesce a dare allo spettatore un'interessante "illusione ottica" per la quale lo spazio in cui è ambientata la vicenda non è totalmente chiuso.

Un altro punto di forza della pellicola, che poi nel corso degli anni successivi ha aperto un po' al tanto decantato ricambio generazionale, sono gli attori protagonisti. Tralasciando il fatto che sia preoccupante che un regista settantenne come Bertolucci si faccia promotore del ricambio generazionale a livello recitativo - mentre quello a livello registico sembra ben avviato nel frattempo - la scelta degli attori, ricaduta su due volti totalmente ignoti è stata sicuramente azzeccata. Per quanto possano entrambi sembrare acerbi - e sicuramente lo erano e lo hanno anche mostrato nel corso della pellicola - sia Tea Falco, che adesso sono quasi curioso di vedere in "1992" - se solo avessi il tempo! - sia Jacopo Olmo Antinori riescono a reggere a meraviglia la scena e i dialoghi tra i due sono sempre ben strutturati e contestualizzati.

Voto: 7,5

lunedì 16 novembre 2015

Kreuzweg - Le stazioni della fede (2014)

Germania, Francia 2014
Titolo Originale: Kreuzweg
Regia: Dietrich Brüggemann
Sceneggiatura: Anna Brüggemann, Dietrich Brüggemann
Cast: Lea Van Acken, Florian Stetter, Franziska Weisz, Ramin Yazdani, Lucie Aron, Moritz Knapp, Hanns Zischler, Birge Schade
Durata: 107 minuti
Genere: Drammatico

Sono sempre piuttosto restio a parlare di fede o guardare film che ne parlano. Mi reputo un credente, ma mediamente i film che parlano dell'argomento mi hanno sempre particolarmente annoiato, mentre altri sono semplicemente troppo forti e talvolta addirittura troppo semplicistici perchè io riesca a gradirli. Già al momento della sua uscita avevo bollato "Kreuzweg - Le stazioni della fede" con la frase "io mi sono già annoiato leggendo il titolo e il suo significato". Sì perchè il significato letterale della parola "Kreuzweg" è proprio "Via Crucis", ovvero il doloroso cammino fatto da Gesù nel corso della sua passione e morte in croce. In realtà, durante la visione mi è toccato ricredermi: la convinzione a vedere la pellicola me l'ha data il blog Pensieri Cannibali che con una recensione geniale esaltava alla grande il film, recensione con la quale, a grandi linee, mi trovo piuttosto d'accordo. Non che il film sia leggero o una botta di vita, ma sicuramente non è noioso nè eccessivamente appesantito.

"Kreuzweg - Le stazioni della fede" parla di Maria - manco a dirlo -, interpretata da una spettacolare Lea Van Acken una ragazzina quattordicenne che frequenta una comunità cattolica in Germania molto conservatrice: tanto per fare qualche esempio tale comunità rifiuta il Concilio Vaticano II, il fatto che i sacerdoti abbiano smesso di celebrare la messa in latino, bolla qualsiasi tipo di musica come "musica di Satana" - che uno come me che ascolta principalmente rock e heavy metal ritiene una cosa banalissima e su cui ha fatto anche il callo, ma provate a estendere la definizione anche alla musica dance, la musica pop e tanto per gradire anche al gospel e al soul, musiche a sfondo religioso per definizione - e si prefissa la missione di far notare a chiunque il fatto che stia vivendo nel peccato. La loro è come una missione e devono portarla a fondo. Durante la scena iniziale, che già da sola contestualizza benissimo tutta la situazione, Maria si concentrerà in realtà su un'altra cosa, sul valore del sacrificio: la sua situazione a casa è molto pesante, avendo una madre a cui piace particolarmente comandare e umiliarla, un padre che sembra totalmente sottomesso a lei e un fratellino di quattro anni che a causa di una non ben specificata malattia non ha ancora spiccicato una parola. La missione di Maria, in qualche modo, durante tutto il film, diventerà quella di sacrificarsi per far sì che il suo fratellino guarisca. D'altronde qualsiasi piacere che la vita le propone è costretta a rifiutarlo proprio perchè lì si nasconde il potere di Satana - che poi qualcuno dovrebbe chiedere a sua madre, che promuove questa cosa, come ha fatto ad avere tre figli? Sono nati tutti al primo colpetto? Il padre avrà avuto gli spermatozoi più potenti della storia... -, quindi , siccome comunque è affascinata dall'amore di Cristo, tanto vale fare del bene a qualcuno, non ci importa poi in che modo lei stia facendo del bene. Il suo sacrificio comunque è molto estremo, dato che la ragazzina cercherà in ogni modo di lasciarsi morire, prendendosi broncopolmoniti andando in giro a maniche corte con un freddo cane oppure smettendo di mangiare.

La pellicola fondamentalmente è divisa in quattordici scene, che rappresentano quattordici stazioni della Via Crucis, scene realizzate dal regista Dietrich Brüggemann in una maniera un po' particolare, che in realtà potrebbe sembrare anche "vecchia" a molti, ma che in realtà possiede intrinsecamente un fascino molto particolare. Le scene infatti sono dei lunghi piano sequenza - che in realtà non so neanche se nella fattispecie si possano definire così - realizzati con telecamera fissa. Ognuna delle singole inquadrature infatti, proprio perchè realizzata in questa maniera, dà un'enorme importanza ad una fotografia che non vuole essere fine a se stessa, ma vuole raccontarci una storia nella storia. Inquadrare la situazione in questo modo, dà la possibilità al regista del film di contestualizzare l'intera situazione e così facendo, dà la possibilità agli attori in scena di intavolare il loro dialogo. Inquadrature e dialoghi sono la parte fondante dell'intera pellicola e infine la volontà di mandare un messaggio di un certo tipo.

Un messaggio che sicuramente arriva forte e chiaro allo spettatore. Un messaggio che può essere o meno condivisibile - anche se difficilmente penso di trovare qualcuno che lo condivida, dato che persino io stesso mi sono sentito rabbrividire davanti a certe affermazioni -, ma che sicuramente arriva dritto come un pugno allo stomaco, o anche un pugno dritto nei denti. La sorpresa davanti a un film che pensavo mi avrebbe parecchio annoiato è stata però quella di essere di fronte ad un film particolarmente pesante a livello di contenuti, ma non altrettanto a livello di narrazione. Il ritmo, seppur per nulla elevato - ovviamente, data la presenza della telecamera fissa - scorre via in maniera abbastanza liscia senza mai annoiare, ma rapendoti letteralmente all'interno dei dialoghi, che funzionano alla grande. A dirla tutta mi è anche difficile dare un voto a questa pellicola, dato che sono combattuto tra la mia condivisione del messaggio e la mera questione riguardante quanto la visione sia stata da me apprezzata. So però, per certo, che opterò per la seconda alternativa: il cinema deve anche essere in grado di mandare messaggi scomodi, condivisibili o meno. STa nella maniera di mandarli il vero valore aggiunto.

Voto: 9,5

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