venerdì 29 aprile 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (2016)

Italia 2016
Titolo Originale: Lo chiamavano Jeeg Robot
Regia: Gabriele Mainetti
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Menotti
Cast: Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti, Antonia Truppo, Gianluca Di Gennaro, Salvatore Esposito
Durata: 116 minuti
Genere: Azione, Supereroi

Dopo aver vinto ben sette premi agli ultimi David di Donatello - i premi che vengono dati ogni anno in questo periodo ai film italiani più importanti della stagione - ecco che "Lo chiamavano Jeeg Robot", che mi ero colpevolmente perso in sala all'epoca della sua uscita, viene riproposto in molte sale cinematografiche in Italia proprio in onore dei sette premi vinti, tra cui spicca l'en-plein per quel che riguarda le performance recitative, con la coppia di protagonisti e non protagonisti a vincere tutti la statuetta. D'altronde si sentiva sin dal primo trailer l'odore di grande film, di quelli che piacciono alla critica e che in qualche modo riescono ad attirare il pubblico in sala, anche se un esperimento del genere coi film sui supereroi non si era mai visto in Italia, salvo per quel che riguarda il carino ma poco riuscito "Il ragazzo invisibile".

"Lo chiamavano Jeeg Robot" però è ben lontano da quelli che sono i classici film sui supereroi: il nostro protagonista, tale Enzo Ceccotti interpretato da Claudio Santamaria, è un criminale di bassa lega di Tor Bella Monaca che, durante una fuga dalla polizia, si ritrova a nuotare in mezzo a del liquame tossico che gli conferisce una forza straordinaria. L'uomo conoscerà dapprima Alessia, figlia di un criminale morto nel tentativo di recuperare un carico di droga dallo stomaco di due immigrati, fissata con i cartoni di Jeeg Robot e per la quale Ceccotti presto inizierà a sentire un certo legame. Farà soprattutto la conoscenza con lo Zingaro, criminale di bassa lega con il sogno di scalare le gerarchie della criminalità di Roma a scapito della camorra per poter ottenere quella celebrità che gli era sfuggita quando aveva partecipato, in giovane età, a Buona Domenica.

Il perchè un film del genere abbia ottenuto il suo meritato successo è presto detto: nel momento in cui in Italia si prova a sperimentare, con un prodotto diverso dalle solite commedie e sicuramente di qualità, il pubblico risponde e il passaparola funziona. Se poi il film mantiene in tutto e per tutto quelle che sono state le promesse fatte con il trailer allora il gioco è fatto. Innanzitutto dal punto di vista della trama il film funziona grazie alla buona idea di mescolare la tematica supereroistica con quella della criminalità di borgata, ma anche per quel che riguarda gli effetti speciali non sembra proprio di essere davanti ad un lavoro italiano. Gabriele Mainetti, inoltre, riesce nella grande impresa di creare una tensione crescente, soprattutto nelle scene di combattimento, che sono girate con maestria e con un livello cinematografico piuttosto elevato.

Infine, i quattro premi recitativi vinti al David di Donatello, risultano più che giustificati - tranne forse quello a Antonia Truppo come miglior attrice non protagonista per il ruolo di Nunzia, che la si vede forse troppo poco in scena per aggiudicarsi addirittura un premio - soprattutto per quel che riguarda Claudio Santamaria, visibilmente appesantito per interpretare questo ruolo, e Ilenia Pastorelli, brava nell'interpretare un personaggio mentalmente instabile anche a causa di un passato particolarmente doloroso. E sulla Pastorelli voi #TesteDiCazzo che dite che ha fatto schifo portando come unico argomento il fatto che ha partecipato al Grande Fratello, fatevelo dire: ZITTI! L'interpretazione che però è più facile da ricordare è quella di Luca Marinelli nei panni dello Zingaro, un cattivo con dei fini che non contemplano la ricchezza quanto più che altro la notorietà, un criminale squilibrato e instabile, un personaggio in grado, in una sola scena, di rendersi epico e indimenticabile - la scena che non descrivo sicuramente diventerà cult negli anni a venire -, insomma, un cattivo che se lo vedessero quelli della Marvel per i loro film gli consiglierei di prendere due o tre appunti per poter imparare a scrivere i loro.

Voto: 9

giovedì 28 aprile 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Un nuovo weekend cinematografico è alle porte e come ogni Giovedì arrivano i commenti, basati esclusivamente sui pregiudizi di chi scrive, sulle uscite della settimana, che sono parecchie!


10 Cloverfield Lane di Dan Trachtenberg

Thriller pseudo-post apocalittico che sembra quasi nascere come spin-off di "Cloverfield", il film mockumentary girato da J. J. Abrams. La sensazione è quella che questo film arriverà in una decina di sale cinematografiche in tutta Italia, ma, in caso contrario, sarei ben disposto a dargli un'opportunità.


Appena apro gli occhi - Canto per la libertà di Leyla Bouzid

Il vincitore del premio del pubblico all'ultima Mostra del cinema di Venezia sembra essere, appunto, un film da festival, di quelli che piacciono sempre al pubblico dei Festival, soprattutto per quel che riguarda il tema trattato, cui tutti sembriamo essere molto sensibili, ovvero quello della guerra. Questa volta, visto che nel mondo di guerre ce ne sono poche, si parla di Tunisi appena prima della rivoluzione del 2010. Sicuramente un film che può essere interessante, che però non rientra troppo nelle mie corde.


Benvenuti... ma non troppo di Alexandra Leclère

Commedia francese sull'immigrazione, visto che non se ne parla mai abbastanza - o forse sì? -, che potrebbe, come molte commedie provenienti dall'altra parte delle Alpi, rivelarsi parecchio interessante, soprattutto nel caso non dovesse cadere in facili buonismi.


Fuga dal pianeta Terra di Cal Brunker

Quest'anno con i film d'animazione non sto andando troppo d'accordo, ma questo non sembra certo essere quello in grado di farmi cambiare idea. Credo lo salterò senza troppi problemi, a meno di non imbattermi in qualche commento entusiasta che potrebbe convincermi a vederlo.


Infernet di Giuseppe Ferlito

Film italiano impegnato sul mondo del web e sulle insidie che si nascondono al suo interno. Non so quanto in realtà un lavoro del genere possa interessarmi...


La coppia dei campioni di Giulio Base

Ma anche no...


La foresta dei sogni di Gus Van Sant


Non sono un grandissimo fan di Gus Van Sant, così come le recensioni particolarmente negative che hanno accompagnato l'imminente uscita del film non mi fanno certo ben sperare, ma la presenza di Matthew McConaughey, del quale da qualche anno apprezzo le gesta recitative, mi convince a vedere la pellicola. E anche quella di Naomi Watts ovviamente.


Lo stato contro Fritz Bauer di Lars Kraume

Film tedesco sulla figura di Fritz Bauer, che nel 1957 si mise alla ricerca di Eichmann, noto criminale nazista, intraprendendo una battaglia contro lo stato tedesco che nascondeva in maniera quasi omertosa i criminali nazisti. Film importante, sicuramente. Sarà anche bello?


Sole alto di Dalibor Matanic

Altra pellicola particolarmente impegnata e impegnativa in questa settimana, questa volta proveniente dalla Croazia. Il clima quasi estivo però mi impedisce di impelagarmi in visioni che vadano troppo oltre, quindi rimanderò questo al prossimo inverno............ forse.


The Dressmaker - Il Diavolo è tornato di Jocelyn Moorhouse


Direttamente dall'Australia arriva quella che potrebbe essere la pellicola più interessante della settimana, con una Kate Winslet protagonista che sta vivendo un periodo di forma abbastanza evidente. Staremo a vedere se il film sarà all'altezza delle aspettative.


Zeta di Cosimo Alemà


Film sul mondo del rap in Italia, mondo che io, causa rapper italiani che si fingono abitanti del ghetto e nigga bianchi che Detroit l'hanno vista solo grazie al "Banco dei pugni" su DMAX, non amo proprio per nulla. Vedendo però il trailer qualcosa questo film potrebbe essere in grado di trasmetterlo, quindi non escludo al 100% di dargli una possibilità.

mercoledì 27 aprile 2016

Veloce come il vento di Matteo Rovere (2016)

Italia 2016
Titolo Originale: Veloce come il vento
Regia: Matteo Rovere
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Cast: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Paolo Graziosi, Roberta Mattei, Lorenzo Gioielli, Cristina Spina, Giulio Pugnaghi, Tatiana Luter, Rinat Khismatouline, Giuseppe Gaiani
Durata: 119 minuti
Genere: Drammatico, Sportivo

Non è più un mistero per nessuno il fatto che il cinema italiano stia vivendo un periodo di forma straordinario, cominciato casualmente con la vittoria dell'Oscar come miglior film straniero a "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, proseguito nel corso degli ultimi anni anche con il tentativo di dare una certa qualità anche alle commedie, che stavano sempre più scadendo nel ridicolo, come ad esempio con "Smetto quando voglio" di Sidney Sibilia, e arrivato a momenti altissimi come la partecipazione di ben tre pellicole italiane al Festival di Cannes del 2015. Scorsa annata che però è stata segnata anche da lavori egregi come "Non essere cattivo" di Claudio Caligari e "Suburra" di Stefano Sollima. Il 2016, pur essendo cominciato con la mezza tassa Checco Zalone - il cui ultimo lavoro "Quo vado" devo ancora vedere perchè sinceramente, il comico pugliese non mi dispiace affatto -, ci ha portato già un lavoro di ottimo livello come "Perfetti sconosciuti" di Paolo Genovese, ma soprattutto dei tentativi sperimentali come "Lo chiamavano Jeeg Robot" - di cui si parlerà a brevissimo - e lo stesso "Veloce come il vento" di cui si parla oggi sugli schermi di questo blog.

"Veloce come il vento", terzo lungometraggio del regista Matteo Rovere, racconta la vita, in maniera romanzata, dell'ex pilota di rally Carlo Capone, caduto in disgrazia alla fine della sua carriera anche a causa dell'abuso di droghe pesanti. Qui protagonista della vicenda è Giulia de Martino, diciassettenne che corre nel campionato italiano GT. Dopo la morte del padre durante una delle prime gare, si presenta al funerale il fratello Loris, che non vede da più di dieci anni, tossicodipendente ed ex pilota di successo che si stabilisce nella casa lasciatale dal padre. Presto viene a conoscenza del fatto che il padre, prima di morire, aveva dato come garanzia per far correre la figlia la casa, che avrebbero potuto riscattare solo in caso di vittoria del campionato da parte della ragazza. I rapporti familiari tra i due non sono facili sin dall'inizio, ma presto la necessità e una certa affezione da parte del fratello minore Nico verso quel Loris che non era mai riuscito a conoscere, fanno sì che Giulia decida di farsi allenare dal fratello, per vincere il campionato e riscattare la sua casa.

La pellicola risulta essere uno dei lavori meglio riusciti visti al cinema nel corso di questi primi mesi del 2016, reggendosi perfettamente da una parte su una storia interessantissima che, storia reale cui è ispirata a parte, riesce a far provare una straordinaria empatia con i personaggi. Tanti, anzi tantissimi, sono i momenti che mettono veramente i brividi allo spettatore, soprattutto quelli in cui si vive quasi sulla propria pelle la sofferenza dei protagonisti. Perchè se all'inizio Loris sembra essere il cattivo o lo sbandato di turno, presto si viene a conoscenza di una situazione pregressa non facile che - scelta secondo me azzeccatissima - non viene sviluppata fino in fondo, lasciando immaginare allo spettatore ciò che è stato in passato. In secondo luogo, nei pochi momenti dedicati alla componente sportiva del film, la tensione viene mantenuta a livelli altissimi da una regia sapiente, in grado di seguire le automobili in maniera molto più accattivante di un qualsiasi "Fast and Furious", ma anche di "Rush", per andare su lavori di livello un po' più alto.

Ultima, ma sicuramente non meno importante, anzi, forse quella più importante di tutte, è la componente recitativa di "Veloce come il vento". Se la protagonista è interpretata da una giovane, bella e promettentissima Matilda De Angelis, sicuramente da tenere d'occhio in futuro soprattutto dopo una buona interpretazione come questa, il vero mattatore del film, come annunciato già prima dell'uscita del film, è uno Stefano Accorsi imbruttito e sfatto dalle sembianze del suo personaggio, che a causa dell'abuso di droghe fatica a tenersi in piedi e perde totalmente il suo fascino, che da sempre avevano contraddistinto la carriera dell'attore. Il lavoro fatto dal buon Accorsi per parlare un ottimo accento bolognese poi è egregio e, nonostante non si tratti di un personaggio totalmente positivo, è quello con cui lo spettatore prova il maggior coinvolgimento a causa della sua fragilità.

La rinascita del cinema italiano sta prendendo forma e forse si sta decidendo di investire su idee diverse da quelle su cui si è fondato il nostro cinema negli ultimi anni. Questo "Veloce come il vento" è un ottimo esempio del fenomeno che sta vivendo la cinematografia italiana in questo periodo e che, si spera, possa toccare livelli ancora più alti!

Voto: 9

martedì 26 aprile 2016

Dheepan - Una nuova vita di Jacques Audiard (2015)

Francia 2015
Titolo Originale: Dheepan
Regia: Jaques Audiard
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain, Noé Debré
Cast: Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan, Claudine Vinasithamby, Vincent Rottiers, Marc Zinga
Durata: 109 minuti
Genere: Drammatico

E' parecchio complicata la vita di noi cinefili: vorresti vedere tutti i film che escono al cinema, ma un po' per una questione economica e un po' perchè le giornate durano 24 ore, alle quali bisogna togliere le sette per dormire, le nove che si passano sul luogo di lavoro, le due che si impiegano per recarsi al lavoro tra andata e ritorno. Facendo dei semplici calcoli ed escludendo le giornate dedicate alla vita sociale, abbiamo che ogni giornata dura circa sei ore, tempo decisamente insufficiente per vedere tutti i film che si vorrebbero vedere. Uno di quei film che era uscito nel corso del 2015 e che avrei voluto vedere subito, ma mi sono perso, è il film di cui parlo oggi, "Dheepan - Una nuova vita" diretto da Jaques Audiard e vincitore, lo scorso anno, del Festival di Cannes, battendo i tre superfavoriti rivali italiani come "Il racconto dei racconti" di Matteo Garrone, "Mia madre" di Nanni Moretti e "Youth - La giovinezza" di Paolo Sorrentino.

Recuperato nel corso della settimana passata, il mio giudizio, per nulla patriottico in questo caso, risente molto del fatto che i tre film citati mi siano mediamente piaciuti, chi più chi meno. Al netto della visione del vincitore però posso tranquillamente affermare che forse la giuria del festival, lo scorso anno, sia stata parecchio influenzata dall'importanza del tema trattato dal film più che dall'effettiva qualità cinematografica espressa nel corso della sua durata. Duole abbastanza dirlo, da ammiratore medio quale sono di Jaques Audiard, di cui, tanto per citarne uno solo, avevo adorato "Un sapore di ruggine ed ossa", mentre con questo suo ultimo lavoro non dico mi abbia deluso in toto, ma non è riuscito a soddisfarmi pienamente. Non siamo certo davanti ad una pellicola diretta da uno sprovveduto, anzi, il livello tecnico della pellicola è comunque invidiabile rispetto a tantissime altre produzioni che arrivano nel nostro paese, ma sono state sia la trama sia il fatto di non essere riuscito a muovere in me delle emozioni particolari a non avermi soddisfatto appieno.

Le giurie dunque si fanno spesso convincere da storie importanti come quella di "Dheepan - Una nuova vita", d'altronde una cosa del genere è successa anche più recentemente agli Oscar con la premiazione de "Il caso Spotlight" come miglior film, premiazione avvenuta a discapito di film sicuramente migliori. "Dheepan - Una nuova vita" racconta una storia di immigrazione, tema già in voga nel periodo dello scorso Festival di Cannes e che quest'anno, con la situazione ancor più amplificata, potrebbe o vincere a mani basse oppure venir respinto senza appello da pubblico e critica. La storia di Dheepan, che deve fuggire dalla guerra civile in Sri-Lanka associandosi con una donna e una bambina dei quali si fingerà rispettivamente marito e padre, passa attraverso un difficile trasferimento nella periferia di Parigi, nella quale, non conoscendo la lingua e dopo aver trovato un umilissimo lavoro, entrerà subito in contatto con un mondo fatto di criminalità che minaccia, prima o poi, di esplodere in qualcosa di più a livello civile.

Una storia sicuramente importante e ben interpretata dai protagonisti, per lo più sconosciuti nel mondo cinematografico occidentale, che offrono sicuramente delle buone performance recitative. Nonostante questi bei pregi il film pecca di calore e di emozione: il risultato che ne è venuto fuori è qualcosa di eccessivamente freddo rispetto all'argomento che si vuole trattare e che non riesce a lasciare allo spettatore particolari sensazioni. Una pellicola che - almeno in teoria - avrebbe dovuto lasciare al pubblico delle sensazioni negative per aprire ad una riflessione in merito, non riesce a colpire nel profondo rimanendo piuttosto in superficie e non scavando nel migliore dei modi nell'animo dei protagonisti.

Voto: 7-

lunedì 25 aprile 2016

Vinyl - Stagione 1

Vinyl
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 10
Creatore: Mick Jagger, Martin Scorsese, Rich Cohen, Terence Winter
Rete Americana: HBO
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Bobby Cannavale, Paul Ben-Victor, P. J. Byrne, Max Casella, Ato Essandoh, James Jagger, J. C. MacKenzie, Jack Quaid, Ray Romano, Birgitte Hjort Sørensen, Juno Temple, Olivia Wilde
Genere: Drama

Nel giorno in cui riprende ad andare in onda, negli Stati Uniti, una delle serie più attese da tutti gli appassionati di serie TV - sto parlando di "Game of Thrones" se non doveste averlo capito - io decido di parlare, in maniera definitiva dato che la sua prima stagione è finita, di "Vinyl", il cui primo episodio, diretto da tale Martin Scorsese - un signor nessuno insomma, uno sconosciuto qualsiasi - mi era piaciuto talmente tanto, ma talmente tanto, da farmi gridare subito al capolavoro, senza farmi troppe domande e senza far raffreddare gli animi riguardo questa serie. Ora che la prima stagione è terminata e che ho lasciato passare una settimana dalla messa in onda dell'ultimo episodio prima di scrivere qualche riga a riguardo, posso ammettere senza alcuna riserva del caso che questa cazzo di prima stagione di "Vinyl" è stata un fottutissimo capolavoro, almeno per quel che riguarda i miei gusti. D'altronde non tutti l'hanno apprezzata, molti l'hanno trovata lenta e con una sceneggiatura piuttosto approssimativa, mentre io l'ho trovata ottima sotto tutti i punti di vista.

E non di certo per una questione ormonale, questione che solitamente lascio in fondo al post come postilla ma che qui decido di affrontare subito semplicemente per togliermi subito il dente: la serie vede la partecipazione in questa prima stagione - ed evidentemente anche per le future - di due donne di una bellezza assurda, quasi eterea, come Olivia Wilde e Juno Temple. Mentre la prima interpreta la moglie del protagonista, ma ha un ruolo che alla fine risulta essere importante il giusto, ma non importantissimo, la seconda, con quel suo look molto anni '70 e quei capelli ricci voluminosi che mi hanno provocato più di qualche fremito nel corso della prima stagione. Aggiungiamoci il fatto che spesso e volentieri le due appaiono nude - d'altronde, essendo questa una serie HBO non saremmo mai potuti arrivare alla fine della prima stagione senza avere almeno un nudo ad episodio - e la frittata è fatta. La b(u)onissima Juno Temple è stata anche premiata dal sottoscritto come gnocca del trimestre nel Gnocca Award di Gennaio/Marzo e si candida prepotentemente per la vittoria finale tra l'altro.

Ma "Vinyl" è innanzitutto una serie ambientata nel mondo della produzione discografica nel periodo dell'ascesa dell'hard rock e in quanto tale deve per forza di cose presentare una colonna sonora valida e che racconti in qualche modo la storia dei cambiamenti in ambito musicale che si stavano vivendo in quel periodo storico. E non a caso la serie, che tra i produttori vanta, oltre al primo signor nessuno Martin Scorsese, anche la presenza del secondo signor nessuno messo lì per caso, tale Mick Jagger, che sicuramente deve aver contribuito in maniera decisiva alla scelta dei brani da portare nella colonna sonora di questa prima stagione della serie: una colonna sonora che spazia tra un primo episodio dominato dai New York Dolls con la loro "Personality Crisis" - che ho ascoltato per due settimane consecutive dopo aver visto l'episodio pilota - passando attraverso brani dei Led Zeppelin e di tantissimi altri artisti del periodo che, ognuno a loro modo, hanno fatto la storia della musica rock. Colonna sonora che tra l'altro è sempre presente nelle critiche che vengono mosse a questa serie, ovvero al fatto che si appoggia troppo su delle musiche in grado di smuovere il pubblico, ma che si concentra poco a livello di sceneggiatura, dando più importanza alla musica che alla storia.

Se le band che vengono citate all'interno di questa prima stagione sono tutte rappresentate con degli attori che in qualche modo ne incarnano l'aspetto, a rendere il tutto molto più interessante sono le performance dei protagonisti, tutte di altissimo livello. Le già citate performance recitative - e anche parecchio fisiche - di Juno Temple e di Olivia Wilde sono di livello altissimo, che quasi tocca il sublime - e sono di parte, lo so -, anche dal punto di vista maschile abbiamo un Bobby Cannavale nei panni di Richie Finestra, il proprietario dell'American Century Records, ad offrire una performance quasi totale, portando in scena un personaggio sopra le righe, moralmente discutibile, ma sicuramente accattivante per il pubblico. In secondo luogo si comporta benissimo anche James Jagger, figlio del signor nessuno che sta alla produzione, che qui interpreta Kip Stevens, fondatore e frontman della band The Nasty Bits.

Voto: 9+

sabato 23 aprile 2016

CHI BEN COMINCIA... #28 - 11.22.63

Dopo una lunga pausa, in cui ho volontariamente deciso di non cominciare serie nuove per recuperare tutti gli arretrati - e ancora non ho finito, semplicemente la serie di cui parlo oggi è a tutti gli effetti tra gli arretrati che volevo recuperare - ecco che torna la rubrica sui primi episodi delle serie TV che intendo seguire, anche se in questo caso è già terminata. Questa volta si parla di una miniserie però, prodotta dal canale americana Hulu e arrivata in Italia grazie a Fox da un paio di settimane.


11.22.63

Rete Americana: Hulu
Rete Italiana: Fox


Il primo episodio di questa serie, tratta dall'omonimo romanzo di Stephen King, basato sui paradossi temporali e sull'idea di poter sventare l'assassinio di John F. Kennedy in modo da cambiare, in positivo, l'intera storia americana dopo quell'infausto evento, dura ben un'ora e venti. Un episodio più lungo del normale in cui di certo gli autori, che arrivano da quel capolavoro che è stato "Lost", riescono a fare un lavoro dignitoso per accalappiare il pubblico e farlo entrare nella rete di questa miniserie. Come al solito quando si parla di Stephen King sono parecchio di parte, dato che non riesco per nulla a leggere i suoi romanzi, ma sono sempre stato convinto che i suoi libri fossero perfetti per trasposizioni cinematografiche o televisive. Questa però, che parte in maniera discreta, ma non eccellente, sembra essere sicuramente un gradino sotto rispetto ad altre produzioni. Per quanto infatti il tema del viaggio nel tempo sia per me sempre particolarmente interessante, rimane qualcosa in questo primo episodio che non mi convince, a partire da un James Franco come protagonista che non ho visto benissimo in questo ruolo in cui, la sua recitazione, sembra essere un po' troppo forzata.

Voto: 6-

venerdì 22 aprile 2016

The Divergent Series: Allegiant di Robert Schwentke (2016)

USA 2016
Titolo Originale: The Divergent Series: Allegiant
Regia: Robert Schwentke
Sceneggiatura: Adam Cooper, Bill Collage, Stephen Chbosky, Noah Oppenheim

Cast: Shailene Woodley, Theo James, Zoë Kravitz, Miles Teller, Ansel Elgort, Jeff Daniels, Naomi Watts, Octavia Spencer, Ray Stevenson, Maggie Q, Bill Skarsgård, Keiynan Lonsdale, Pedrad
Nadia Hilker, Joseph David-Jones

Durata: 109 minuti
Genere: Fantasy

In un periodo in cui i romanzi di fantascienza basati su futuri distopici in cui le città venivano completamente rivoluzionate per creare delle trame in cui a dominare era quasi sempre una dittatura e il popolo fosse maltrattato, avevano avuto un successo molto particolare la saga di "Hunger Games" scritta da Suzanne Collins e quella di "Divergent" scritta da Veronica Roth. Le rispettive trasposizioni cinematografiche non avevano tardato ad arrivare e, mentre quella di quattro film che andava a comporre "Hunger Games", giunta da poco alla sua conclusione, mi è abbastanza piaciuta, questa, che la segue a ruota con un anno circa di distanza, dopo la visione dei primi due capitoli "Divergent" e "The Divergent Series: Insurgent", non mi aveva ancora convinto: mentre il primo risulta una buonissima introduzione al tema che verrà trattato nel corso della saga, il secondo non sono proprio riuscito a digerirlo, a causa, oltre che della lentezza narrativa, della maniera in cui un tema parecchio interessante come l'inquadramento della popolazione in certe categorie venisse trattato in maniera fin troppo semplice, persino per gli standard di un film indirizzato ad un pubblico prevalentemente giovanile.

Giunto praticamente a metà della saga cinematografica - sì perchè ovviamente, il terzo e ultimo romanzo della trilogia deve essere diviso in due parti - il penultimo capitolo diventa una visione quasi obbligatoria, soprattutto per una persona pignola come me che quando inizia una saga la deve quanto meno portare a termine, soprattutto se si è ad un passo dalla fine ormai - e lo dico anche se ancora non ho trovato la voglia di vedermi "Lo Hobbit - La battaglia delle Cinque Armate", nonostante avessi abbastanza apprezzato i suoi predecessori -. Al terzo capitolo di questa saga cinematografica l'arduo compito di tentare una risalita e di farsi di nuovo apprezzare da qualcuno che era rimasto profondamente deluso dal secondo capitolo. Compito che, purtroppo, in "The Divergent Series: Allegiant" non viene assolutamente portato a termine, confermando quelle che erano le mie sensazioni non particolarmente positive prima della visione. Ribadisco anche il fatto che penso che il tema trattato dai romanzi - che non ho letto, ma che comunque si può intuire - lo ritengo abbastanza interessante, ma che purtroppo stessa cosa non si può dire di come queste buone idee vengono sviluppate.

Arduo è il compito di risollevare una saga soprattutto con un terzo capitolo che narra la prima metà di una storia che - presumo - nei romanzi sarà prevalentemente introduttiva. Tale compito però era riuscito particolarmente bene a Francis Lawrence con "Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I", che per me risulta a mani basse il miglior capitolo della tetralogia cinematografica, compito che, complice anche una regia piuttosto anonima, non è riuscito a portare a termine Robert Schwentke, che comunque di buon materiale a disposizione ne aveva per dirigere una pellicola che fosse quanto meno dignitosa. Basti pensare alla protagonista Shailene Woodley, che nonostante questa non sembri essere la parte in cui si trova più a suo agio rimane comunque una delle cose migliori di questa saga, così come la presenza di Jeff Daniels non riesce a dare alla pellicola il valore aggiunto che ci si potrebbe aspettare. Tutto sembra essere messo in scena in maniera troppo composta per essere ricordato e soprattutto in maniera troppo troppo convenzionale e forse addirittura banale per trattare un tema interessante come quello che tratta la saga letteraria.

Voto: 5

giovedì 21 aprile 2016

WEEKEND AL CINEMA!

L'appuntamento della scorsa settimana con le uscite cinematografiche del weekend, causa totale assenza della connessione internet a casa, era saltato. Ma oggi ritorna puntuale come al solito e le uscite di questa settimana, che ancora non sono ben riuscito ad inquadrare, saranno commentate in base esclusivamente ai miei pregiudizi!


Abbraccialo per me di Vittorio Sindoni

Dramma italiano, uno dei tanti film del nostro paese in uscita questa settimana, che parla del rapporto tra una madre e un figlio con disturbi mentali, appassionato di musica e della sua batteria. Un tema sicuramente interessante ed importante, che però richiede tanto impegno per essere affrontato. E dal trailer non sembra poi che la qualità cinematografica sia altissima in questo caso.


Codice 999 di John Hillcoat

A leggere la trama e a guardare il trailer questo sembra essere un po' il classico film d'azione all'americana che parla di corruzione, di malavita organizzata e soprattutto di pistole, mitragliatrici e RATATATATATATATATATA a manetta. Seguendo la mia linea dunque, per ora lo eviterò, tenendomelo per una visione eventuale futura più disimpegnata.


Grotto di Micol Pallucca

B-Movie italiano a tematica fantasy che però, a dispetto del budget ridicolo e del pubblico giovane a cui dovrebbe essere indirizzato, potrebbe rivelarsi più interessante del previsto. Se dovesse venire proiettato in più di tre sale cinematografiche in tutta Italia, potrei anche andarlo a vedere, nel caso, giusto per curiosità proprio.


Le confessioni di Roberto Andò

Questa sembra essere la settimana dei registi italiani a me sconosciuti e siamo già al terzo film diretto da un nome che non ho mai sentito in vita mia - e ne arriverà un altro, tanto per gradire -. QUesto "Le confessioni" però ha dalla sua un gran cast, capeggiato dal sempre bravo Toni Servillo e potrebbe rappresentare, tra i tanti buoni film italiani usciti negli ultimi anni, quella tanto agognata rinascita per il nostro cinema.


Sp1ral di Orazio Guarino

Altra pellicola italiana che al solo leggere la trama potrebbe rivelarsi abbastanza interessante e mai mi sarei aspettato di dirlo di tre film italiani nel corso della stessa settimana. Se però per quel che riguada "Grotto" il mio interesse è più che altro curiosità, qui la trama sembra essere davvero interessante, anche se l'idea non è certo nulla di nuovo.


The Other Side of the Door di Johannes Roberts

Spazio anche per il cinema horror in questa settimana, con una co-produzione firmata dall'India e dalla Gran Bretagna che, dal punto di vista della trama non sembra certo offrire nulla di nuovo, ma che potrebbe, forse, rivelarsi interessante dal punto di vista registico. In quanto horror, farò di tutto per vederlo, ovviamente.


Truman - Un vero amico è per sempre di Cesc Gay

Un film in cui si celebra l'amicizia tra uomo e cane. In pratica il tipo di film che detesto maggiormente e che mai più vedrò nella mia vita!


Zona d'ombra di Peter Landesman

Film biografico sul medico che scoprì la malattia degenerativa al cervello che colpiva i giocatori di football americano in seguito ai numerosi colpi alla testa subiti. Anche qui, sicuramente una storia interessante, ma a livello cinematografico chissà se ci siamo davvero. E poi, con Will Smith come protagonista non so se potrei farcela a prenderlo sul serio.

mercoledì 20 aprile 2016

Thirteen - Stagione 1

Thirtheen
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 5
Creatore: Marnie Dickens
Rete Inglese: BBC Three
Rete Italiana: Inedita
Cast: Jodie Comer, Aneurin Barnard, Richard Rankin, Valene Kane, Natasha Little, Stuart Graham, Peter McDonald, Joe Layton, Katherine Rose Morley, Eleanor Wyld, Ariyon Bakare, Nicholas Farrell, Kemi-Bo Jacobs, Melina Matthews, Chipo Chung, Colin Mace, Suzette Llewellyn, Charles Babalola
Genere: Drammatico

In realtà non so bene come definire la serie di cui vi sto parlando oggi: è a tutti gli effetti una serie che potrebbe avere più stagioni o sarebbe più corretto considerarla una miniserie composta da soli cinque episodi, dato che, soprattutto guardando il finale della storia, sembra che di margini per una stagione futura non ce ne possano essere? Non avendo notizie ufficiali su cui fare affidamento al riguardo ho deciso per la via della serie a tutti gli effetti e, nel caso, siccome sono sempre un pignolo di merda, cambierei il titolo del post indicandola come miniserie, niente di più semplice. In ogni caso di "Thirteen" vi avevo già parlato nella rubrica "Chi ben comincia...", quella rubrica in cui parlo dei primi episodi delle serie TV che ho intenzione di seguire - rubrica che ho anche abbandonato da tempo, non tanto per voglia, quanto più che altro perchè è del tempo che non inizio una serie TV nuova... nei prossimi mesi scriverò il "Chi ben comincia..." per quelle serie che devo recuperare, ovviamente fuori tempo massimo magari... -, ammettendo quanto, in effetti, il primo episodio di questa produzione fosse parecchio buono.

"Thirteen" è una serie britannica, uscita in patria nel periodo in cui da queste parti era arrivato quel gioiello splendente che è "Room", con il quale condivide lo spunto di partenza, per poi però affrontarlo in maniera molto più classica rispetto a quel fantastico film. Ivy Moxam, interpretata da una bravissima Jodie Comer già vista lo scorso anno in "Glue" - altra interessante ma non riuscitissima serie britannica -, è una ragazza che viene liberata da una prigionia durata tredici anni, proprio come ci indica il titolo. Il suo impatto con il mondo esterno non è dei migliori, anche perchè ciò che lei racconta ai detective incaricati di indagare sul suo caso non è sempre coerente con le varie prove rinvenute e soprattutto ha molti buchi, più buchi della sceneggiatura di "Batman v. Superman: Dawn of Justice", che rendono la storia poco credibile. Mentre i detective e nemmeno la sorella sembrano credere a lei inizialmente, anche il pubblico è portato ad assecondare l'idea che in qualche modo la ragazza non ce la racconti giusta ed è forse qui che sta buona parte dell'originalità di questa produzione.

Una produzione che però non vuole fermarsi a narrare una storia misteriosa quanto drammatica, ma più che altro ci vuole mettere di fronte all'impatto che ha la nostra protagonista con il ritorno alla vita normale: un ritorno parecchio difficile, soprattutto se coloro che dovrebbero aiutarti di più non ti credono minimamente. E' così che "Thirteen" diventa una buona serie soprattutto per quel che riguarda il ritorno ai rapporti umani, rapporti che per i genitori e per la sorella minore sembravano decisamente irrecuperabili - tant'è che avevano praticamente tutti perso le speranze di ritrovarla -. Nei modi in cui la storia è sviluppata ho trovato che questa produzione avesse non pochi punti in comunque con quel gioiellino che fu la prima stagione di "Les Revenants", ovviamente senza la componente soprannaturale. Il tutto viene poi messo in scena con una buona costruzione della tensione, che ci porta ad un finale che, purtroppo, mi è parso parecchio scarico di idee rispetto ai quattro episodi precedenti. Un peccato soprattutto perchè tutto va bene o male come ci si aspetta, senza particolari scossoni e con una chiusura un po' scarica a livello emozionale.

Per finire ancora una volta molto molto bene, come sempre per quel che riguarda le produzioni televisive britanniche, il comparto tecnico di questa piccola produzione: la regia e la fotografia sono spettacolari, rendendo bene quelle che sono le sensazioni della protagonista, con colori che tendono molto al grigio e una raffinatezza che poche volte si trova anche nelle produzioni statunitensi, che sono sicuramente dirette con un budget molto più alto. Non so dunque bene cosa aspettarmi da un'eventuale seconda stagione, anche se in realtà non so nemmeno se attenderla o meno, come già detto, fatto sta che il finale, seppur conclusivo, non mi ha soddisfatto appieno come mi sarei aspettato.

Voto: 7+

martedì 19 aprile 2016

Pretty Little Liars - Stagione 6

Pretty Little Liars
(serie TV, stagione 6)
Episodi: 20
Creatore: Marlene B. King
Rete Americana: Freeform
Rete Italiana: Premium Stories
Cast: Lucy Hale, Ashley Benson, Troian Bellisario, Shay Mitchell, Ian Harding, Tyler Blackburn, Janel Parrish, Sasha Pieterse, Laura Leighton, Chad Lowe, Holly Marie Combs, Andrea Parker
Genere: Drama, Thriller

Sono ormai anni che seguo molte serie TV in maniera assidua e poche volte mi è capitato di proseguire in visioni di serie che evidentemente non mi piacevano più come nelle prime stagioni. Una di queste è stata Pretty Little Liars, che forse si guadagna il record di serie TV che mi ha provocato il maggior numero di bestemmi per il suo prolungarsi in maniera evidente oltre i limiti naturali di una storia che si sarebbe dovuta chiudere da almeno tre o quattro stagioni, ma che è riuscita ad arrivare alla sesta in maniera piuttosto discutibile. Il motivo per cui ho continuato a seguire questa serie trash e anche particolarmente stupida - soprattutto dalla terza stagione in poi - era un po' il motivo di tutti, ovvero scoprire chi cazzo fosse questo/a benedetto/a -A che perseguita le protagoniste dall'inizio della prima stagione.

L'annuncio che la sua identità sarebbe stata rivelata a metà di questa sesta stagione, nel mid-season finale di fine Agosto, aveva dato una nuova linfa di interesse verso le sorti delle quattro - diventate cinque dopo il ritorno di una Alison creduta morta all'inizio, ma che in realtà si era solo nascosta a mangiare come un bufalo tentando di battere il record di chili presi da una puntata all'altra - puttanelle bugiarde protagoniste tanto da farmi seguire, per la prima volta da quando è iniziata la serie, tutte e dieci le puntate della prima parte di questa sesta stagione in contemporanea con la proiezione americana. Avevo pensato anche, eccezionalmente, di fare una recensione a parte per la prima metà e per parlare della rivelazione riguardo l'identità di -A, per battere il ferro finchè caldo e tanto altre cose, ma siccome sono un pignolo di merda non ho voluto e sono qui a parlare delle stagione completa proprio ora che quasi non ci ricordiamo nemmeno chi fosse questa famigerata -A. E il motivo per cui non ce lo ricordiamo è semplicemente perchè, nonostante le prime dieci puntate, forse per un fattore psicologico, siano forse state le più interessanti da stagioni a questa parte, l'identità di -A e le sue motivazioni sono state decisamente in linea con ciò che si proponeva la serie fin dall'inizio, ovvero il fatto di non voler dare un senso logico alle cose. Bisogna dire che la creatrice della serie Marlene B. King per lo meno è coerente: non-sense e trash all'inizio, non-sense e trash nel momento più atteso da tutti i fan dall'inizio della serie, rivelando Charlotte come la colpevole di tutti i dispetti fatti alle nostre quattro - sempre cinque dopo che Alison è tornata dal ristorante-bunker in cui si era nascosta fingendosi mortas - puttanelle bugiarde.

Dimenticatici dell'identità di -A nel corso dei mesi di pausa della serie, ritorniamo con la seconda parte, dopo un salto temporale di cinque anni e con un omicidio e le nostre ormai cinque puttanelle bugiarde che ovviamente non possono stare in pace e ne sono in qualche modo coinvolte. Le cose intorno a loro sono anche cambiate molto: per la prima volta dall'inizio della serie le protagoniste cambiano ragazzo - una delle poche cose belle di serie così trash è vedere i protagonisti passare da un amore all'altro senza farsi problemi, mentre qui chissà come mai sono sempre stati tutti fedelissimi... boh! - e la stessa Charlotte che le aveva minacciate per anni si ritrova in una bara, sempre che non scopriamo che anche lei, in realtà, avesse molto da fare decidendo di fingersi morta. Ma il vero problema della seconda parte è che, dopo che ci è stato rivelato chi fosse -A e dopo che questa -A, che era proprio Charlotte, è morta malissimo - sempre con tutti i dubbi del caso ovviamente - non ce ne frega più nulla di cosa succeda alle puttanelle bugiarde, motivo per cui la seconda parte procede in maniera stanchissima verso un finale scontato e con poco senso.

La verità però è che noi spettatori che in qualche modo amiamo anche il brutto delle cose "Pretty Little Liars" dà sempre dei motivi di bruttezza su cui riflettere, ridere e bestemmiare anche un po'. Perchè l'esaltazione del non-sense che è presente in questa serie prima o poi finirà e a quanto pare la fine tanto agognata arriverà molto più presto di quanto pensassimo, dato che sembrerebbe ufficiale che il tutto dovrebbe finire con l'imminente settima stagione. Ma in fondo, dopo la decima puntata di questa sesta stagione e anche per tutte le puntate tra le terza e il famoso episodio sull'identità di -A, la serie ha avuto senso di esistere?

Voto: 4

Potete recuperare le recensioni delle precedenti stagioni ai rispettivi link!

Stagione 1

lunedì 18 aprile 2016

Get a Job di Dylan Kidd (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Get a Job
Regia: Dylan Kidd
Sceneggiatura: Kyle Pennekamp, Scott Turpel
Cast: Miles Teller, Anna Kendrick, Brandon T. Jackson, Nicholas Braun, Christopher Mintz-Plasse, Marcia Gay Harden, Alison Brie, Bryan Cranston
Durata: 82 minuti
Genere: Commedia

Quest'anno il tempo che avevo prima per guardare film è calato drasticamente: se prima, col fatto di non avere un lavoro e di poter stare sveglio di più la sera, potevo guardare moltissimi film, ora le mie visioni si limitano ad un film alla sera e un paio di episodi di serie TV, prima di andare a dormire. Ora che, per fortuna, ho un lavoro che mi soddisfa parecchio, riesco ovviamente a vedere meno cose e nel weekend mi devo prendere le giuste pause. Tutto questo però ha un solo obiettivo: parlarvi di un film leggerissimo, forse fin troppo, in cui si parla di un argomento attuale - soprattutto qui in Italia mentre non so come possa essere questo tipo di ambiente negli Stati Uniti - come la ricerca del lavoro da parte dei giovani, che spesso e volentieri si lasciano influenzare nella scelta dal volere dei genitori oppure da una promessa di sicurezza di una scelta rispetto ad un'altra.


"Get a Job" è un film che parla della vita dopo il college di Will e Jillian, che si trovano a dover navigare nel mare che è il mondo del lavoro, tra lavoretti più o meno soddisfacenti che non sempre rappresentano ciò che i due hanno sempre sognato. Ad amplificare la sensazione di disagio del protagonista Will ci si mette anche il padre Roger, che, perso il lavoro, riversa sul figlio tutte le sue aspettative mancate, rimettendosi però in gioco, in età piuttosto avanzata, per ottenere il posto di lavoro per cui si sente più adatto.


Tutti questi argomenti vengono trattati con un tono piuttosto scanzonato, alternando, in maniera forse troppo superficiale, riflessioni amare su un posto di lavoro che non ti permette di esprimere il tuo estro creativo, con gag che ricordano molto quelle in stile "American Pie" o comunque quel tipo di commedie un po' caciarone che è già un po' di tempo che hanno smesso di farmi ridere - e questo lo ammetto, è un problema esclusivamente mio -. Temi trattati in maniera superficiale da una parte e un Bryan Cranston nei panni di Roger, il padre di Will, che sembra quasi tornato, per caratteristiche del suo personaggio, ai tempi in cui interpretava il padre di Malcolm nell'omonima serie, a rappresentare forse una delle cose migliori dell'intero film.

Dal punto di vista recitativo abbiamo come protagonisti della vicenda Miles Teller, che nell'ultimo periodo lo si vede un po' ovunque e che, nonostante l'ottima prova in "Whiplash", ancora non è riuscito a convincermi riguardo le sue capacità di attore, e una Anna Kendrick sempre più bella - boh è stranissima, ma la adoro proprio - che però l'ho vista a suo agio, finora, solo in musical come i due capitoli di "Pitch Perfect" oppure addirittura in quella bestialata di "Into the Woods". Nonostante i numerosissimi difetti, "Get a Job" è sicuramente un film da non bocciare in toto, che si lascia guardare, complice la sua brevissima durata, senza particolari fatiche, ma che difficilmente si lascerà ricordare nel futuro prossimo.

Voto: 5,5

domenica 17 aprile 2016

LIBRI METROPOLITANI #10 - Gregor: La profezia del sangue di Suzanne Collins

Penso che siate ormai stufi di sapere perchè questa rubrica sia stata intitolata così, dunque salto i soliti convenevoli di quando vi sto per parlare dell'ultimo libro letto e passo subito al mio commento sul terzo capitolo della saga di Gregor scritta da Suzanne Collins, la stessa autrice della saga di Hunger Gamnes.


Recensione

Il terzo romanzo della pentalogia di Gregor, intitolato "Gregor: La profezia del sangue" è un romanzo di passaggio, forse quello più inconcludente per quel che riguarda l'economia della storia. Un crocevia probabilmente non necessario che, alla luce soprattutto della già terminata lettura del capitolo successivo, risulta particolarmente inutile ai fini di quella che è la continuity temporale della storia, che veniva messa in evoluzione dai primi due capitoli, "Gregor: La prima profezia" e "Gregor: La profezia del Flagello", e che qui subisce un pesante rallentamento non dando molto alla storia se non un paio di nuovi personaggi, uno dei quali lo ritroveremo anche nel capitolo successivo.

Un capitolo che purtroppo gira su se stesso, con una profezia che riguarda un terribile virus che si diffonde nel Sottomondo alla quale Gregor e i suoi commilitoni devono trovare una cura. Peccato che il lungo viaggio di cui sono protagonisti alla fine non porti a nulla, se non ad una trama che gira e rigira su se stessa per poi ritornare dove tutto era iniziato, con pochi riferimenti ai capitoli precedenti e pochissima utilità per quello successivo che ho già terminato. Proprio quando la saga stava cominciando a piacermi, arriva dunque la battuta d'arresto. Che però viene recuperata dal capitolo successivo, il cui commento arriverà la prossima settimana!

Voto: 5-

sabato 16 aprile 2016

Marvel's Daredevil - Stagione 2

Marvel's Daredevil
(serie TV, stagione 2)
Episodi: 13
Creatore: Drew Goddard
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Charlie Cox, Deborah Ann Woll, Elden Henson, Rosario Dawson, Vincent D'Onofrio, Jon Bernthal, Élodie Yung, Stephen Rider
Genere: Supereroi, Azione

Prosegue a gonfissime vele la collaborazione tra Netflix e la Marvel e, dopo averci regalato due splendide prime stagioni come quelle di "Marvel's Daredevil" e di "Marvel's Jessica Jones", arriva al varco della sua prima seconda stagione - che brutto gioco di parole, tra parentesi -, quella appunto dedicata a Daredevil, mentre già si iniziano a fare pronostici sulle future stagioni dedicate ai supereroi e si annunciava una data di uscita ufficiale per "Marvel's Luke Cage", roba che se fossero riusciti a rendere davvero interessante anche la serie dedicata a lui ci sarebbe da gridare al miracolo. Con la sua seconda stagione "Marvel's Daredevil" tenta di fare il botto, aggiungendo nuovi personaggi dell'universo Marvel e soprattutto dandoli in pasto a possibili nuove produzioni televisive. Chiunque infatti, guardando la seconda stagione di questa serie, avrà pensato di volerne una dedicata a The Punisher: ecco, a quanto pare la cosa sarebbe diventata ufficiale, se ho capito bene, così come si sprecano rumours riguardo ad una serie dedicata a Blade e lì sì che sono già in fibrillazione e rischio che mi si possa fermare il cuore da un momento all'altro.

Dovuta introduzione a parte, erano in pochi, me escluso, a credere che la seconda stagione di "Marvel's Daredevil" - sì, siccome sono un pignolo di merda la chiamerò sempre così per tutto l'articolo - potesse alzare il tiro rispetto ad una prima stagione che già era risultata splendida ma che non aveva fatto altro che introdurci il personaggio principale e ad affiancarlo ad un cattivo coi fiocchi come Kingpin interpretato da un Vincent D'Onofrio letteralmente pazzesco. Tutti quei pochi che credevano che ciò fosse possibile ci hanno beccato e anche alla grandissima. La seconda stagione di "Marvel's Daredevil" il tiro rispetto alla precedente lo alza eccome, consegnando alla storia della serialità televisiva una seconda stagione coi fiocchi e che non si basa soltanto sul mantenere l'interesse degli spettatori sulla trama, quanto più che altro sul volerle dare qualità, che sia essa dal punto di vista registico, ma anche dal punto di vista recitativo. D'altronde Charlie Cox nei panni di Matt Murdock/Daredevil è adattissimo, ma anche coloro che gli stanno intorno, a partire dalla bellissima Deborah Ann Woll nei panni di Karen Page e da Elden Henson nei panni di Foggy Nelson, se la cavano in maniera egregia.

Ma la cosa davvero interessante di questa seconda stagione sono, come già accennato, i nuovi personaggi che vengono introdotti, dapprima quasi in maniera negativa, ma successivamente affiancheranno in maniera decisiva il nostro protagonista, andando incontro ad una fine gloriosa il primo e ad una totalmente inaspettata - quanto interessante per il proseguimento della serie - la seconda. Sto parlando di The Punisher e di Elektra, ovviamente. Ma non c'era nemmeno da chiederlo eh! The Punisher, alias Frank Castle interpretato dal John Bernthal che è già stato Shane nelle prime due stagioni di "The Walking Dead", è un personaggio pazzesco, la cui storia più che come storia secondaria all'interno dell'universo di cui fa parte Daredevil viene trattata alla stregue di una storia principale, tanto che a volte sembra oscurare quella del protagonista della serie, facendo chiedere al pubblico - che sarei io - a gran voce una serie dedicata, che sarebbe quasi d'obbligo... e pare che forse forse la avremo! Sulla seconda invece tutti abbiamo bene in mente il disastro interpretato da Jennifer Garner poco dopo l'uscita dell'altro disastro interpretato da Ben Affleck, quindi non è che ci volesse molto, per la b(u)onissma Élodie Yung, a fare di meglio. Nonostante questo l'attrice non si limita a fare di meglio, ma riesce a dare al personaggio una dignità di tutto rispetto e gli autori sono riusciti a dare alla sua storia il giusto peso per quel che riguarda il rapporto con il protagonista.

Con questa seconda stagione di "Marvel's Daredevil" siamo dunque davanti ad un lavoro egregio, che continua, da parte di Netflix e della Marvel all'insegna dell'alta qualità, in un mondo popolato da antieroi - ai quali non appartiene il nostro Daredevil, ma sicuramente The Punisher ed Elektra sì - in cui la linea sottile tra bene e male non è ben delineata, in modo da rendere i personaggi ancora più interessanti di ciò che già sono. E soprattutto sono veramente poche le serie in grado di migliorarsi con la seconda stagione rispetto alla prima: la perdita dell'effetto sorpresa, il calo delle idee da parte degli sceneggiatori. A "Marvel's Daredevil" non è successo e sarebbe molto riduttivo ritenerla un giocattolone come buona parte delle produzioni della Marvel.

Voto: 8,5

venerdì 15 aprile 2016

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson

Lunedì l'elettricista di fiducia dei miei genitori - perchè dopo il casino che ha combinato non sarà mai più il mio - ha tagliato il filo che collega l'ADSL al modem. Non il cavo di rete, ma quello principale, a cui io non so mettere mano: non so come abbia fatto ma so che Lunedì mattina internet funzionava e Lunedì sera, tornato dal lavoro, non più, il che mi ha impedito, per tre giorni - davanti allo stesso elettricista che negava avesse fatto qualsiasi cosa ai cavi del telefono - di scrivere su questo blog. Siccome però sono un pignolo di merda e ho delle recensioni da recuperare, in via eccezionale ci sarò anche questo weekend, perchè non ho proprio voglia di rimanere indietro sulla tabella di marcia! Si riparte dunque oggi, sperando di non avere mai più a che fare - personalmente - con quell'elettricista.

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 10
Creatore: Scott Alexander, Larry Karaszewski
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FOX
Cast: Cuba Gooding Jr., Sarah Paulson, John Travolta, Sterling K. Brown, Kenneth Choi, Christian Clemenson, Bruce Greenwood, Nathan Lane, David Schwimmer, Courtney B. Vance
Genere: Drama, Biografico

In questi ultimi mesi vanno di moda quei film in cui c'è qualcuno contro qualcun altro: prima di "Batman v. Superman: Dawn of Justice" e ancora prima di "Captain America: Civil War" in cui ci sarà l'epico scontro Captain America v. Iron Man, andava in onda negli Stati Uniti una serie che dal titolo sembra nascere un po' come uno spin-off di "American Horror Story". Anche "American Crime Story" con la sua prima stagione ha un titolo che rievoca uno scontro tra persone e quel "The People v. O. J. Simpson" mette chiaramente il secondo personaggio in una situazione di svantaggio. Tutti nel mondo abbiamo sentito parlare del caso di O. J. Simpson e dell'accusa di omicidio mossagli dopo il ritrovamento del cadavere della moglie assieme a quello di un altro uomo. Tutti sanno anche che, nonostante fosse ritenuto colpevole da buonissima parte dell'opinione pubblica - che ancora oggi nutre dei serissimi dubbi sulla sua innocenza - fu dichiarato innocente da una giuria di suoi pari, ma soprattutto da una gestione del caso, in aula, perfetta da parte degli avvocati della difesa e che lasciava un po' a desiderare da parte di quelli dell'accusa.

"American Crime Story: The People v. O. J. Simpson" non era riuscito a impressionarmi particolarmente durante i suoi primi episodi, ma il lavoro di Ryan Murphy - che bisogna ammetterlo, con le prime stagioni delle sue produzioni è sempre bravissimo, ma poi cala molto alla distanza - è stato capace, nel corso dei dieci episodi che compongono la prima stagione, di attirare l'attenzione del pubblico, che, così come nel 1995 stette incollato alla televisione per vedere gli sviluppi reali del processo, così nel 2016 è stato attratto dalla serie che ne narra, in maniera piuttosto fedele rispetto alle fonti su cui mi sono documentato, gli eventi vissuti in quegli anni dal popolo americano.

La prima stagione di questa nuova serie antologica è stata in grado di raccontare una storia ben nota alla popolazione mondiale, ma anche di parlare in modo ottimo di tutte quelle contraddizioni insite in un popolo in cui un caso di omicidio viene trasformato molto in fretta in un caso di razzismo, in cui chiunque con un buon avvocato dà l'impressione di poterla fare franca - e con quelle prove a suo sfavore nessuno se non O. J. Simpson grazie al suo team di avvocati avrebbe potuto farla franca -, ma soprattutto in cui si scopre che già vent'anni fa veniva spettacolarizzata la tragedia con show tipici di Barbara D'Urso, solo che negli Stati Uniti.

Se la trama di "American Crime Story: The People v. O. J. Simpson" è in grado di mantenere alto il livello di tensione fino alla fine nonostante si sappia già come debba andare a finire, ad impreziosire ancora di più la prima stagione, che a tutti gli effetti si è rivelata una vera e propria bomba, una delle cose migliori viste in questi primi quattro mesi del 2016, sono le interpretazioni degli attori. A partire da una Sarah Paulson sempre pazzesca quando c'è da interpretare ruoli parecchio complicati come quello di Marcia Clark, passando per un bravissimo David Schwimmer nei panni di Robert Kardashian - sì, il padre delle imbecillissime sorelle che vanno tanto di moda ora -, un tempo amico fraterno di O. J. Simpson, e per un John Travolta che mi piace pensare sia stato truccato particolarmente bene per essere diventato così brutto per interpretare l'avvocato Robert Shapiro. Bravissimo anche Courtney B. Vance nei panni di Joe Cochran. Stranamente mi è piaciuto anche Cuba Gooding Jr. nei panni del protagonista O. J. Simpson, con l'attore che, pur continuando a starmi sui coglioni in maniera incredibile, è riuscito a dare al suo personaggio la giusta dose di ambiguità che lo ha mantenuto, per tutta la durata della prima stagione, sul filo sottile che sta tra l'innocenza e la colpevolezza. E se la verità sul caso non la sapremo mai, tutti comunque ci siamo fatti un'idea e, se si guardano bene i dieci episodi che compongono questa prima stagione di "American Crime Story", si capisce anche verso quale teoria propendano gli sceneggiatori.

Voto: 8,5

martedì 12 aprile 2016

Desconocido - Resa dei conti di Dani de la Torre (2015)

Spagna 2015
Titolo Originale: Desconocido
Regia: Dani de la Torre
Sceneggiatura: Alberto Marini
Cast: Luis Tosar, Javier Gutiérrez, Marco Sanz, Paula del Río, Goya Toledo, Fernando Cayo, Elvira Mínguez, Antonio Mourelos, Ricardo de Barreiro, María Mera, Carolina Vázquez
Durata: 102 minuti
Genere: Thriller, Azione

Dopo aver vissuto un paio di annata certamente di alto livello, durante le quali sono usciti lavori bellissimi come "EVA" o "Bed Time", il cinema spagnolo sembrava essersi un po' fermato nel corso degli ultimi due anni, con le uscite, per lo meno qui nel nostro paese, molto centellinata e, nella maggior parte dei casi, di certo non di altissima qualità. L'arrivo nei cinema italiani di "Desconocido - Resa dei conti" era stato però accolto con un certo entusiasmo soprattutto da una certa frangia di appassionati di cinema action, ma perchè non anche di quei thriller in cui il nemico è uno sconosciuto che non si vede per gran parte della durata della pellicola.

La trama di "Speed" "Desconocido - Resa dei conti" è in effetti molto classica, motivo per cui non ci troviamo certo davanti ad un miracolo di originalità da parte del regista Dani de la Torre: un uomo, Carlos interpretato da un sempre bravissimo Luis Tosàr, mentre sta accompagnando i figli a scuola prima di andare al lavoro, viene raggiunto da una telefonata che gli annuncia che la sua auto esploderà se chiunque si dovesse alzare dai sedili. Per evitare la cosa l'uomo dovrà emettere un ingente bonifico a favore del suo aguzzino, che però contenga, al suo interno anche tutti i soldi appartenenti al conto bancario della famiglia di Carlos.

Un'idea non particolarmente originale dunque, che di certo non si può dire sia sviluppata male: "Desconoscido - Resa dei conti", funziona a meraviglia come thriller ed è evidente la capacità da parte del regista nel dare la giusta dose di tensione alla storia. Tensione che raramente cala, ma che anzi, ha un andamento ascendente per tutta la durata della pellicola ed è certamente il motivo principale per cui il tutto, da questo punto di vista, funzioni e riesca bene nell'intento di intrattenere il pubblico. Certo, fossimo stati davanti ad una trama un po' più originale staremmo qui a parlare di un lavoro di altissimo livello, ma in questo caso siamo sicuramente davanti ad un film che non si farà ricordare.

Oltre alla grande tensione il film si regge quasi interamente sulle spalle dell'esperto e bravissimo Luis Tosàr, altro elemento che sicuramente gioca a suo favore. Peccato però per un finale che, in maniera piuttosto sbrigativa, risolve la questione in una maniera che personalmente ho poco gradito: l'assenza di originalità presente nel punto di partenza del film si ripercuote anche su un finale che non dico sia scontato, ma quanto meno ampiamente prevedibile nel momento in cui vengono rivelate le motivazioni che stanno dietro al gesto dell'aguzzino. Per questo "Desconocido - Resa dei conti" risulta essere un buon film che funziona nel momento in cui lo si guarda senza avere troppe pretese, ma che non riesce ad andare oltre gli schemi dell'action/thriller classico che pesca a piene mani da moltissimi altri film del genere.

Voto: 6,5

Da oggi mi trovate anche su Telegram, al canale "Non c'è paragone" - e non che ci fosse bisogno di tanta fantasia -, per sapere commenti a caldo, brevi recensioni sui film e le serie TV viste, non dovete fare altro che iscrivervi cliccando su QUESTO LINK!

lunedì 11 aprile 2016

Shameless - Stagione 6

Shameless
(serie TV, stagione 6)
Episodi: 12
Creatore: Paul Abbott
Rete Americana: Showtime
Rete Italiana: Prossimamente su Premium Stories
Cast: William H. Macy, Emmy Rossum, Jeremy Allen White, Ethan Cutkosky, Shanola Hampton, Steve Howey, Emma Kenney, Cameron Monaghan, Isidora Goreshter, Alan Rosenberg, Jeff Pierre
Genere: Drama

Mai decisione fu più corretta in merito alla serialità televisiva che quella presa nel corso della scorsa estate di recuperarmi tutte e cinque le stagioni di "Shameless", di cui in calce al post vi riporterò i rispettivi link delle recensioni. Una serie che nelle cinque stagioni fino ad allora andate in onda è stata capace di emozionare, di far ridere grazie ad una dose massiccia di humour nero, ma anche di farci conoscere le storie di una famiglia completamente allo sbando, che viene tirata su da una sorella maggiore che si impegna al massimo - oltre ad essere una gnocca da spavento -, ma che ovviamente sbaglia, non avendo l'esperienza necessaria. Con un padre assente come Frank Gallagher, impegnatissimo a recuperare i soldi necessari per sbronzarsi o drogarsi, i cinque fratelli che compongono la famiglia hanno saputo entrare nel mio cuore grazie alle loro storie e la visione della sesta stagione, in contemporanea con la messa in onda americana, era praticamente d'obbligo.

Dopo una quinta stagione che si era rivelata decisamente sotto tono rispetto alle precedenti, soprattutto a causa di alcune scelte a livello di sceneggiatura piuttosto discutibili riguardo ai personaggi più amati, la sesta stagione recupera in maniera abbastanza netta soprattutto per quel che riguarda l'essere una serie cattiva, in cui i personaggi sono sempre sul filo sottile tra il bene e il male. Le storie di tutti i protagonisti ritornano ad essere interessanti - tranne una di cui poi parlerò - e la stagione è riuscita a mescolare in maniera accattivante sia la componente drammatica, sia la componente umoristica che, spietata come al solito, riesce ad assumere tratti assurdi soprattutto per quel che riguarda le vicende di Veronica e Kevin, che con l'inserimento del personaggio di Svetlana diventano qualcosa di molto più assurdo rispetto a ciò cui ci avevano già abituato con la loro tontaggine.

Protagonista assoluto di questa sesta stagione è però Carl, sicuramente il personaggio la cui storia sale enormemente di livello rispetto alle passate stagioni, personaggio al quale gli autori sono stati in grado di dare uno spessore psicologico ulteriore rispetto a quello che gli è stato dato nelle stagioni precedenti. Abbracciando una vita da criminale nella prima parte della stagione, Carl dimostra, nella sua miriade di errori, di essere in grado di provare dei sentimenti positivi, di rendersi altruista verso i suoi fratelli, ma soprattutto, di saper cambiare radicalmente nel momento in cui la sua vita arriva ad un ipotetico punto di non ritorno come nella drammaticissima scena in cui il suo amico uccide un bambino per recuperare la sua bicicletta. Nonostante sia stata altamente insopportabile per buona parte di questa stagione, anche il personaggio di Debbie ritengo sia stato ben costruito e la sua gravidanza in giovanissima età è stata ben gestita dagli autori, riuscendo a farci comprendere davvero le difficoltà dovute alla sua situazione. Frank rimane il solito stronzo opportunista, ma il suo peggio lo dà solamente nell'episodio finale, mentre Lip, a causa prima dei suoi rapporti con una professoressa e poi del rapporto di lavoro con il suo professore e datore di lavoro, che egli inizia a vedere quasi come un padre che non ha mai avuto, inizia a seguire le orme del padre biologico, dedicandosi all'alcool in maniera quasi patologica.

Se invece la storia di Fiona, interpretata da una Emmy Rossum sempre magnifica, non mi ha convinto e l'ho ritenuta un po' sotto tono rispetto alle precedenti stagioni, la storia che mi ha meno convinto è stata quella di Ian, interpretato dal solito bravissimo Cameron Monaghan: la sua storia d'amore con Caleb non raggiunge mai i livelli di patos e di emozioni che si provavano nelle precedenti stagioni nella storia con Mickey. La storia tra Ian e Caleb è lineare, sembra andare un po' tutto come dovrebbe andare, insomma la loro storia è quasi convenzionale - a parte qualche piccolissima eccezione -, ovvero nulla a confronto di quella vissuta con Mickey, che trasportava gli spettatori in un'altalena di emozioni contrastanti che la rendevano sicuramente più interessante.

Arrivato alla sesta stagione forse "Shameless" comincia a risentire della sua età, ma grazie ad un lavoro straordinario da parte di autori ed attori riesce ancora a rendersi interessante agli occhi del pubblico e le trovate a livello di sceneggiatura sono quasi sempre state di buonissimo livello. Forse la sesta stagione non raggiungerà il livello della quarta - sicuramente il punto più alto toccato dalla serie -, ma riesce a configurarsi come una stagione solida e sicuramente molto interessante.

Voto: 7,5

Potete recuperare le recensioni delle precedenti stagioni ai rispettivi link!


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