venerdì 30 settembre 2016

MINISERIE - The Night of

The Night of
(miniserie)
Episodi: 8
Creatore: Steven Zaillian, James Marsh
Rete Americana: HBO
Rete Italiana: Prossimamente su Sky Atlantic
Cast: John Turturro, Riz Ahmed, Bill Camp, Peyman Moaadi, Poorna Jagannathan, Sofia Black D'Elia, Frank L. Ridley, Glenne Headly, Jeannie Berlin, Amara Karan, Michael K. Williams, Jeff Wincott, David Chen, Lord Jamar, Ariya Ghahramani, Ben Shenkman, Syam Lafi, Max Casella, Chip Zien, Paul Sparks, J. D. Williams
Genere: Thriller, Drammatico

Non è che nel corso dell'estate finita ormai da una settimana abbia seguito molte delle serie che avevo intenzione di seguire, ma, tra gli appuntamenti clou annunciati dalle reti televisive americane, nella fattispecie HBO, c'era "The Night of", miniserie basata sulla serie britannica "Criminal Justice" che doveva essere mandata in onda già nel 2012, ma che, per via di molte contingenze tra cui la morte dell'attore protagonista James Gandolfini è stata rimandata fino all'estate del 2016. Una serie trasmessa da una delle reti di punta della televisione via cavo americana, affidata a grandi nomi della regia e della sceneggiatura come Steven Zaillian e James Marsch e che si avvale di un cast tra i quali figurano Riz Ahmed, visto come spalla di Jake Gyllenhaal in "Nightcrawler - Lo sciacallo", e il notissimo John Turturro, che dopo aver partecipato in moltissime commedie con Adam Sandler - sembrava quasi essere il suo caratterista personale - ha iniziato a dare nuova linfa alla sua carriera, prima dirigendo "Gigolò per caso", film di gran classe, ma non particolarmente convincente a mio modo di vedere, e recitando in "Mia madre" di Nanni Moretti.

"The Night of" si presenta al pubblico come una normale crime story: il protagonista Nasir Khan, interpretato da Riz Ahmed, prende il prestito il taxi di suo padre per farsi un giro nella notte di New York. Dopo aver ospitato come passeggera un'avvenente ragazza, decide di passare la notte con lei, finendoci a letto, per trovarla poi, la mattina dopo, morta in seguito a numerose coltellate. Tutti i sospetti cadono su Nasir, addosso al quale viene trovata anche l'arma del delitto, ma nessuno sa veramente cosa sia successo, nemmeno lo stesso Nasir, nonostante la scena del crimine e le circostanze ad essa collegate siano piuttosto eloquenti. Ciò che stupisce di questa miniserie di HBO non sta dunque nella trama, che si districa sapientemente tra indagini e il caso giudiziario che ruota attorno al protagonista, quanto più che altro nel mostrarci come opera il sistema giudiziario americano e quali effetti questo possa avere su chi, colpevole o innocente, venga accusato di aver compiuto qualche crimine.

La narrazione, pur procedendo in maniera lenta e ragionata, non risulta mai abbastanza lenta da essere stucchevole o fastidiosa, ma anzi, riesce, nonostante i ritmi non siano particolarmente alti, a non annoiare mai lo spettatore. La cosa che però stupisce maggiormente sono i dialoghi che si svolgono tra i diversi personaggi coinvolti nella vicenda, nei quali un John Turturro probabilmente al top della forma si trova particolarmente a suo agio. A far aumentare di valore questa serie, oltre ad un comparto tecnico di livello elevatissimo, è la continua suspense che si crea attorno al protagonista Nasir, per il quale prima empatizziamo fortemente - d'altronde all'inizio siamo tutti convinti che non sia stato davvero lui ad uccidere la ragazza, lo dicono gli schemi di qualsiasi crime story -, poi dubitiamo fortemente e poi, indipendentemente dal verdetto della giuria, non riusciamo più per davvero a prendere in simpatia.

Il grande protagonista della vicenda non è dunque nè Nasir, nè il caso di omicidio, nè tanto meno l'avvocato John Stone; quanto più che altro il sistema giudiziario americano e il suo scorrere inesorabile: a causa di questo Nasir si ritroverà in prigione e, entrando da uomo innocente o presunto tale - tanto che nemmeno lui sembra saperlo veramente - si ritrova a diventare un vero e proprio criminale, rinnegato persino dalla propria madre che, ad un certo punto, smetterà di credere nella sua versione dei fatti. E' un bene dunque che per un prodotto così di successo la rete americana non abbia deciso di ordinare una seconda stagione: gli otto episodi di questa miniserie sono perfettamente autoconclusivi e non è necessario nè proseguire la storia nè, tanto meno, creare una serie antologica sulla base di questi otto episodi. Ciò che abbiamo visto va bene, anzi benissimo, così. Non c'è davvero bisogno di altro.

Voto: 8+

giovedì 29 settembre 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Ben otto sono le uscite al cinema di questa settimana, cinema che riprendono ormai la regolare programmazione, ma non sembrano, a parte rare eccezioni, volerci regalare film di altissima qualità. Come ogni giovedì vediamo però tutte le uscite commentate in base ai miei pregiudizi!


Abel, il figlio del vento di Gerardo Olivares, Otmar Penker

Film che al solo leggere la trama penso di non potercela fare a reggere: mettici il dramma familiare, mettici l'amore per gli animali e hai tirato fuori una delle trame che potrei più odiare in un film. Lo salterò senza farmi troppi problemi.


Al posto tuo di Max Croci

Commedia italiana di dubbio gusto, anche se arriva in un periodo di relativa forma del nostro cinema - a dirla tutta è qualche mese che non esce qualcosa di davvero interessante anche tra le fila del cinema italiano -, ma soprattutto con un cast di dubbio gusto che non può certo attirarmi verso il cinema a me più vicino!


Ben Hur di Timor Bekmambetov

Tra le confessioni da fare assolutamente, dopo "I magnifici sette", film di cui è uscito il remake proprio la scorsa settimana, ecco che tra i grandi film che mancano al mio appello c'è anche "Ben Hur", di cui proprio questa settimana esce un remake di dubbia utilità. Beh, potrebbe comunque essere l'occasione per recuperare l'originale!


Cafè Society di Woody Allen


Ed ecco che anche quest'anno è arrivato il momento del film annuale di Woody Allen, che da qualche tempo alterna un anno buono ad uno deludente. Visto il deludente "Irrational Man" dello scorso anno, secondo i calcoli, questo dovrebbe essere l'anno buono, no? A me in realtà, non amando Woody Allen, poco interessa se questo è l'anno buono o meno. Quello che mi interessa è proprio il fatto che questo sia il film più interessante della settimana!


Indivisibili di Edoardo de Angelis

Altro film italiano che punta su un tema che potrebbe essere abbastanza di comodo, come la possibilità da parte di due gemelle siamesi di dividersi. Potrebbe sembrare il solito drammone all'italiana e molto probabilmente lo è anche, ma forse potrebbe anche essere un film mediamente interessante.


Le ultime cose di Irene Dionisio

Non sono un amante delle storie ad episodi e questa, ambientata all'interno di un banco dei pegni all'epoca della crisi non sembra essere da meno rispetto a quelli che sono i miei pregiudizi sulle storie di questo tipo.


Se permetti non parlarmi di bambini di Ariel Winograd

Insomma, il film perfetto per la settimana seguente al Fertility Day!


The Assassin di Hou Hsiao-Hsien

C'è spazio anche per l'oriente in questo weekend, con un tipo di film che, nonostante il grande fascino che provo per le storie orientali, alla fine mi ha sempre abbastanza annoiato. Sicuramente sarà qualcosa di stilisticamente ottimo , però da qui a piacermi ce ne passa.

mercoledì 28 settembre 2016

Elvis & Nixon di Liza Johnson (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Elvis & Nixon
Regia: Liza Johnson
Sceneggiatura: Joey Sagal, Hanala Sagal, Cary Elwes
Cast: Kevin Spacey, Michael Shannon, Alex Pettyfer, Colin Hanks, Johnny Knoxville, Evan Peters, Tate Donovan, Hanala Sagal, Sky Ferreira, Tracy Letts, Ahna O'Reilly, Ashley Benson, Dylan Penn, Joey Sagal, Geraldine Singer, Kamal Angelo Bolden
Durata: 86 minuti
Genere: Commedia

L'incontro tra uno dei musicisti più amati della storia americana e il presidente più odiato della storia americana in un film? E chissene frega, potreste chiedervi voi, invece in realtà potrebbe essere un argomento piuttosto interessante se ben trattato tramite una solida sceneggiatura e tramite delle interpretazioni - che poi quella che più ci interessa è quella di Elvis Presley, diciamocelo - buone. Se poi a produrre il film è la stessa Amazon Studios che nel corso degli ultimi anni sta tentando - e sta anche abbastanza perdendo nonostante qualche buon prodotto - di fare concorrenza a Netflix soprattutto con delle produzioni seriali originali, a volte validissime, come ad esempio "Hand of God", "Mozart in the Jungle" o "The Man in the High Castle", altre volte molto meno come "Bosch" o "Transparent", anche se per quanto riguarda quest'ultima penso di essere uno dei pochi nel mondo intero.

Il film parte da buonissimi propositi, se bisogna proprio essere sinceri: narrare un incontro avvenuto nel riserbo più totale tra due personaggi importantissimi per la storia americana anche se in due ambiti totalmente diversi, ma soprattutto far interpretare questi due personaggi a due super attori come Michael Shannon, che interpreta in maniera eccentrica quanto basta il personaggio di Elvis Presley, e Kevin Spacey, che ormai nel ruolo di Presidente degli Stati Uniti sembra trovarsi a suo agio dopo il suo acclamatissimo ruolo nella serie "House of Cards". Buoni propositi riguardanti il film che però non sono altrettanto supportati da una sceneggiatura che avrebbe potuto fare molto di più per rendere il film ancora più interessante. Una sceneggiatura che si regge talmente tanto con lo sputo e sulle stravaganze del buon Elvis Presley da rendere praticamente vane le apprezzabilissime interpretazioni dei due protagonisti, che ci provano in ogni modo a dare al film un valore aggiunto che però non viene quasi mai riscontrato.

Ed alla fine la sensazione che si ha al termine della visione è quella di aver appena visto un film che ci racconta una storia assolutamente fine a se stessa, con i personaggi che sono caratterizzati nel modo più semplicistico possibile e lasciando allo spettatore poco o quasi nulla, non risultando nemmeno particolarmente divertente. Ed è proprio qui che spesso gli Amazon Studios perdono il confronto con l'altra grande rete di streaming mondiale: spesso e volentieri i racconti sono di gran classe dal livello stilistico e tecnico, o comunque curiosi a livello di sceneggiatura, ma spesso si perdono nel ricercare la forma più della sostanza. E in un film in cui anche la forma lascia a desiderare davvero molto, aggiungendosi alla quasi inutilità della vicenda - o comunque del modo in cui viene narrata - c'è sicuramente poco da salvare.

Voto: 4,5

martedì 27 settembre 2016

Un amore all'altezza di Laurent Tirard (2016)

Francia 2016
Titolo Originale: Un homme à la hauteur
Regia: Laurent Tirard
Sceneggiatura: Marcos Carnevale, Laurent Tirard, Grégoire Vigneron
Cast: Jean Dujardin, Virginie Efira, Cédric Kahn, Stéphanie Papanian, César Domboy, Manoëlle Gaillard, Bruno Gomila, François-Dominique Blin, Christian Valsamidis
Durata: 98 minuti
Genere: Commedia

Devo sicuramente aver già detto da qualche parte che non sono propriamente un fan delle commedie romantiche, ma che all'occorrenza o ad ispirazione qualche volta mi lascio convincere - e coinvolgere - ad una visione. Diciamo che i miei parametri per decidere se guardare o meno una commedia romantica, con le conseguenti possibilità che effettivamente la guardi, sono i seguenti:

  • Uno spunto di partenza originale ⇒ Ci potrei pensare
  • Me l'ha caldamente consigliata qualcuno a cui non piacciono le commedie romantiche ⇒ Molto probabile che la guardi
  • Me la consiglia una ragazza che ama i romanzi di Jane Austen ⇒ Non la guarderò nemmeno sotto tortura, se non per scrivere una recensione che la spernacchi sul mio blog
  • L'attrice protagonista è molto bella ⇒ Probabile che lo guardi
  • L'attrice protagonista è Margot Robbie ⇒ Fate che sono già al cinema ancora prima che esca il film
  • E' una commedia francese ⇒ Non è certo che la guardi, ma qualche possibilità la guadagna di sicuro

I parametri che, fondamentalmente, mi hanno convinto a guardare questa commedia romantica, effettivamente, sono stati solamente il primo e l'ultimo e, in parte, anche il quarto, ma a convincermi davvero è stato il fatto che, sin dal trailer, visto al cinema prima della visione di "La notte del giudizio - Election Year, faceva pensare ad una commedia davvero divertente. Ed effettivamente, un po' di soddisfazione al termine della visione, c'è stata. "Un amore all'altezza" è di per sè un titolo che, conoscendo i titolisti italiani, fa già capire di cosa potrà parlare il film: ma ovvio, di una donna che, uscita da una relazione, si innamora di un uomo molto basso. Un po' come la moglie di Brunetta, che lui è davvero molto basso, con la sola differenza che l'uomo di cui si innamora la protagonista Diane, interpretata da Virginie Efira, è Alexandre, interpretato da Jean Dujardin, l'attore di "The Artist", che, vi svelo un segreto, non è veramente così basso come il protagonista del film... no, so che lo sapevate già, ma era giusto per mettere le cose in chiaro. La differenza fondamentale però è che, oltre ad essere molto basso, si può tranquillamente dire che il buon Dujardin sia un uomo molto più bello - per non parlare poi dell'eventuale intelligenza - di Brunetta.

Non c'è molto altro da dire effettivamente sul film che, per tutta la sua durata, gioca sulle chiacchiere da ufficio riguardanti la protagonista e il suo nuovo compagno, ma che forse vuole anche essere una specie di satira, uscita con giusto quei quattro o cinque annetti di ritardo da renderla fuori tempo massimo, verso la situazione che viveva il buon Nicolas Sarkozy, che costringeva la moglie Carla Bruni a vestire quelle orribili ballerine per sembrare meno basso al suo confronto. Una lettura parecchio azzardata a dirla tutta, ma non vedo proprio per quale motivo si sarebbe dovuto fare un film del genere se non per quel motivo già accennato. Oppure, per far ridere e basta, cosa che effettivamente, in alcune circostanze, riesce pure a fare, risultando leggero e passando abbastanza in fretta senza mai annoiare o essere eccessivamente melenso. Si sarebbero potuti affrontare temi che potessero far aprire una discussione su questa pellicola, uno è ben evidente al solo leggere la trama, ma vengono affrontati solamente in maniera trasversale o utilizzati come pretesto comico, motivo per cui il film risulta essere, seppur leggero e a tratti divertente, parecchio innocuo e dimenticabile in futuro.

Voto: 5,5

lunedì 26 settembre 2016

Narcos - Stagione 2

Narcos
(serie TV, stagione 2)
Episodi: 10
Creatore: Chris Brancato, Carlo Bernard, Doug Miro
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Wagner Moura, Boyd Holbrook, Pedro Pascal, Maurice Compte, Diego Cataño, Jorge A. Jimenez, Paulina Gaitan, Stephanie Sigman
Genere: Drammatico

L'errore più grande dei distributori cinematografici italiani, nelle scorse settimane - non che prima ne facessero pochi, ma questo è stato abbastanza eclatante -, è stato quello di proporre "Escobar" - il film con Benicio Del Toro che alla fin fine non parlava poi tanto di Escobar quanto più che altro si rivelava essere un film action in cui il famoso capo del cartello di Medellin era solo un mero accessorio - nello stesso periodo dell'uscita su Netflix della seconda stagione di "Narcos". Già il film non è che fosse un fulmine di guerra in quanto a qualità cinematografica - se non si fosse capito, non l'ho per nulla gradito - poi se messo al confronto con "Narcos", che bene o male parla dello stesso argomento, il paragone non si pone. Ecco perchè un'uscita del genere non è stata delle più intelligenti: se non influenzata dall'attesa della seconda stagione della serie di Netflix probabilmente sarebbe stata più apprezzata... oppure, ancora più probabilmente, il film sarebbe passato inosservato, non ottenendo il discreto successo ottenuto al botteghino.

Bisogna però ricordare che, come la stessa Netflix ha tenuto a fare, alla fine della storia [ATTENZIONE MEGA SPOILER MEGAGIGA PER CHI RITIENE CHE UN EVENTO STORICO SIA SPOILER (E IO VI ODIO CON TUTTO IL CUORE)]
Pablo Escobar muore
[FINE MEGA SPOILER MEGAGIGA PER CHI RITIENE CHE UN EVENTO STORICO SIA SPOILER (E IO VI ODIO CON TUTTO IL CUORE)]
, motivo per cui "Narcos" non deve tanto essere una serie su Escobar, quanto più che altro una serie sui vari cartelli della droga che hanno dominato l'America Latina coinvolgendo nelle indagini anche agenti americani, ma anche, perchè no, l'intera politica dei paesi che ne sono stati coinvolti. Ed è proprio per questo motivo che la seconda stagione serve per chiudere un cerchio che nella realtà è durato moltissimi anni - dal 1975 al 1993 - e che ci viene mostrato in due tronconi ben distinti nel corso delle due stagioni. Mentre la prima stagione copre un arco temporale lunghissimo, mostrandoci l'ascesa del criminale, i suoi rapporti con la politica, fino alla sua volontaria reclusione e alla fuga dal suo castello-prigione, la seconda stagione copre i momenti finali della sua carriera criminale, nella quale ci viene mostrato come un potere conquistato in moltissimo tempo possa crollare nel giro di un brevissimo periodo.

Una seconda stagione che forse avrà avuto meno fascino rispetto alla prima, sarà per via dell'effetto sorpresa, sarà stato forse perchè si sa, alla fine su cosa vorranno andare a parare gli autori, ma che rimane, comunque, un grandissimo prodotto, capace di coinvolgere lo spettatore dall'inizio alla fine grazie ad una sceneggiatura che non perde mai un colpo, grazie ad un ritmo serrato, ma soprattutto grazie alle ottime interpretazioni degli attori protagonisti. Se i due detective Steve Murphy e Javier Peña - che tra l'altro compaiono in un cameo nell'ultimo episodio -, interpretati rispettivamente da Boyd Holbrook, a cui è affidato anche il ruolo di narratore della vicenda, e Pedro Pascal sono due personaggi ottimi interpretati in maniera altrettanto buona, è il protagonista Pablo Escobar con il volto di Wagner Moura ad essere il mattatore della serie. I dialoghi in cui lui è coinvolto, rigorosamente in spagnolo, sono il vero e proprio punto forte della serie e il volto dell'attore riesce a mostrare una varietà di emozioni davvero ampia, passando dalla paura alla rabbia senza mai scomporsi eccessivamente.

Ad entrare in gioco nel corso di questa seconda stagione è il cartello rivale Los Pepes, cui sarà sicuramente dedicata la prossima stagione di questa serie che però, effettivamente, lasciano qualche dubbio sul proseguimento di questo prodotto: sarà in grado la serie - che comunque ricordiamolo, si chiama "Narcos" e non "Pablo Escobar" - a sopravvivere anche senza un personaggio carismatico come il protagonista interpretato da un attore altrettanto in grado di bucare lo schermo? Oppure il poco carisma mostrato dai Los Pepes in questa stagione rischia di far affondare la serie?

Voto: 8

venerdì 23 settembre 2016

Demolition - Amare e vivere di Jean-Marc Vallée (2016)

USA 2015
Titolo Originale: Demolition
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura: Bryan Sipe
Cast: Jake Gyllenhaal, Naomi Watts, Chris Cooper, Judah Lewis, C.J. Wilson, Polly Draper, Heather Lind, Malachy Cleary, Debra Monk
Durata: 101 minuti
Genere: Drammatico

Negli ultimi anni non sono mai riuscito a negare l'evidenza, ovvero la mia folle adorazione per buona parte delle interpretazioni recitative di Jake Gyllenhaal, performance in grado di farlo entrare in pianta stabile almeno da tre o quattro anni nel virtuale podio dei miei attori contemporanei preferiti a fianco a Leonardo DiCaprio e non so chi altro - motivo per cui questo podio non è che sia tanto un bel podio -. Ciò che prima era solo una buona impressione, è diventata una vera e propria certezza dopo la splendida interpretazione in "Nightcrawler - Lo sciacallo", film passato ingiustamente inosservato agli Oscar del 2015, soprattutto per quel che riguarda il premio come miglior attore protagonista, per il quale almeno la nomination - a fronte poi di quelle effettive di quell'anno - sarebbe stata doverosa.

Spinto da questa mia massima stima verso l'attore, non mi sarei mai potuto lasciar scappare "Demolition, pellicola tra le altre cose diretta da quel Jean-Marc Vallée che tanto era stato in grado di impressionarci con "Dallas Buyers Club" e che aveva incontrato i favori di molti con "Wild" che io invece non sono ancora riuscito a vedere. In "Demolition", qui in Italia sottotitolato con uno stranamente giusto "Amare e vivere", ci viene narrata la storia di David, che dopo aver perso la moglie in un incidente stradale in cui lui stesso è rimasto miracolosamente illeso, cade in un profondo stato depressivo, tale da non fargli versare nemmeno una lacrima per il dolore e da risultare quasi apatico agli occhi di chi lo circonda. A seguito di una grottesca lamentela verso la società che gestisce i distributori automatici dell'ospedale, viene contattato da Karen, rappresentante del servizio clienti, che è interessata alle rivelazioni che fa David nelle sue lettere riguardo la sua vita privata.

L'impressione generale che si ha al termine della visione di "Demolition - Amare e vivere" è più che altro quella di aver visto un buon film, che solo all'apparenza sembra non sfruttare appieno il suo potenziale: alcuni lo hanno accolto in maniera fredda o comunque abbastanza tiepida e in un certo senso li si può capire. E' abbastanza difficile infatti provare empatia, per tutta la durata del film, verso un personaggio freddo come il ghiaccio, per nulla in grado di provare qualsiasi tipo di emozione negativa o positiva, ma con il quale, soprattutto grazie al rapporto che ci viene mostrato con Karen, è possibile avere qualche punto di contatto. E' proprio nel suo lavoro di demolitore - rigorosamente "a mano" - che il protagonista ci offre la metafore di quella che è la sua vita: distruggere, per tovoare un modo per ricostruire, come con le case così con la propria vita ormai devastata dal lutto e dalla grossa perdita subita.

Il regista Jean-Marc Vallée dirige in maniera sapiente il tutto, senza mai strafare, un po' come in "Dallas Buyers Club", in cui il suo contributo non pare essere tanto un valore aggiunto, quanto più che altro un compito ben svolto senza però andare troppo oltre. Ad andare ancora una volta oltre l'ostacolo sono invece i due protagonisti della vicenda che ci viene narrata, a partire da una Naomi Watts che ho quasi colpevolmente scoperto troppo tardi, finendo poi per adorarla in moltissime delle sue interpretazioni, fino ad arrivare ad un Jake Gyllenhaal sul quale ormai non riesco più ad essere obiettivo. Non sarà la performance che gli consegnerà l'Oscar come miglior attore protagonista - e ora che ce l'ha fatta DiCaprio il prossimo per cui vale la pena fare class action a riguardo è proprio lui -, anche perchè il film non è che sia tanto sponsorizzato, ma la sua performance è ancora una volta ottima, fredda come il suo personaggio, ma in grado, soprattutto nel finale, di trasmettere emozioni contrastanti nello spettatore.

Voto: 7,5

giovedì 22 settembre 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Siamo finalmente ritornati a pieno regime per quel che riguarda le uscite nei cinema italiani, che questa settimana ci propongono ben sette film - sarebbero nove, ma come sapete io escludo sempre i documentari dai miei commenti -, che verranno tutti anticipati dai miei soliti pregiudizi!


Blair Witch di Adam Wingard


Penso di essere tra i pochi detrattori nel mondo di "The Blair Witch Project", colpevole, oltre di essere un film di merda, di aver aperto la strada a tutti quegli horror mockumentary a bassissimo budget come il famigerato "Paranormal Activia" - che io chiamo "Paranormal Activia" e non "Paranormal Activity" perchè FA CAGARE! - e compagnia cantante. Eppure di questo seguito/remake per nulla richiesto la gente che è andata alle anteprime ne parla molto bene sui social network, motivo per cui un po' di curiosità verso questo lavoro la nutro. E poi, stiamo pur sempre parlando di un horror, quindi sappiamo già tutti che finirò per vederlo!


Bridget Jones's Baby di Sharon Maguire

In una settimana di seguiti o remake non richiesti arriva anche quello della saga di Bridget Jones, liberamente ispirata a "Orgoglio e Pregiudizio" di Jane Austen, che già di per sè è un motivo per detestarla. Il mio atto d'amore verso il cinema potrebbe essere quello di bruciare ogni locandina del film che dovessi vedere in giro per Milano oppure di cancellare in qualche modo le copie digitali dei cinema della mia provincia... ma penso sia una missione impossibile. Mi limiterò a non volerne sentir parlare e a starne il più alla larga possibile.


Elvis & Nixon di Liza Johnson

Interessante commedia americana che ripercorre lo storico incontro tra Richard Nixon e Elvis Presley. Commedia che molto probabilmente andrà vista, ecco. Non ho nient'altro da aggiungere.


Frantz di François Ozon

Non sono un gran cultore del cinema di François Ozon, ma l'ultimo suo lavoro visto, quel "Nella casa" che proporrò anche nel cineforum del mio paese, mi è piaciuto da morire. Sicuramente un film da non perdere, per l'importanza del regista che lo ha diretto!


I magnifici 7 di Antoine Fuqua

Per una cosa sono buoni questi remake: per confrontarli con i lavori che scopiazzano impunemente. E siccome il mio rapporto con il cinema western non è dei più idilliaci, per usare un eufemismo, questa potrebbe essere un'ottima occasione per recuperare per la prima volta nella mia vita l'originale del 1960. E poi gustarsi anche il remake.


La vita possibile di Ivano De Matteo

Polpettone italiano con protagonista Margherita Buy che non sembra proprio essere nelle mie corde, soprattutto in questo periodo in cui mi sento parecchio stanco per impegnarmi in una visione così complessa.


Prima di Lunedì di Massimo Cappelli

Dopo un film impegnato arriva l'estremo opposto, ovvero il film idiota che io non posso nemmeno immaginare di guardare per un solo minuto!

mercoledì 21 settembre 2016

Man in the Dark di Fede Alvarez (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Don't Breath
Regia: Fede Alavarez
Sceneggiatura: Fede Alvarez, Rodo Sayagues
Cast: Jane Levy, Dylan Minnette, Daniel Zovatto, Stephen Lang, Franciska Töröcsik, Emma Bercovici, Christian Zagia, Katia Bokor, Sergej Onopko, Jane May Graves, Jon Donahue
Durata: 90 minuti
Genere: Thriller, Horror

Già in tempi non sospetti avevo esternato quando il buon Fede Alvarez, come regista, promettesse davvero bene: mentre tutti erano impegnati a criticare "Evil Dead" come ignobile remake de "La casa" - il più delle volte non con critiche costruttive quanto più che altro con cose come "MA NON C'ENTRA NULLAHH CON L'ORIGGINALE, SI EH PERSOH LO SPIRITOHHH, NON SI TOCCANO I CULTTTT, MEGLIO CHE TOCCATE I CULI!" - io, non per essere la solita voce fuori dal coro, avevo intuito quanto il film, nonostante fosse ovvio che impallidisse di fronte al confronto con l'originale, fosse valido, sia a livello registico, sia preso come film in sè, in grado di creare tensione e di spaventare gli spettatori in un modo diverso rispetto al film originale.

Per questo motivo avevo accolto con una certa curiosità l'uscita del suo secondo lavoro da regista, un lavoro ex novo con cui Fede Alvarez potesse essere testato senza quei crismi di diffidenza e soprattutto di pregiudizio dovuti al fatto di aver toccato un cult con i fiocchi. Dall'altra parte però la trama di "Man in the Dark" non mi era parsa, ad un'occhiata comunque superficiale, molto interessante, nè tanto meno originale. Le recensioni positive, e alcune anche fin troppo entusiastiche a dirla tutta, mi hanno convinto definitivamente a dare un'occhiata a questo lavoro che, in fin dei conti, mi ha lasciato totalmente soddisfatto.

Certo, la trama non è che sia particolarmente originale, così come mi ero aspettato leggendola, una trama che comunque viene sviluppata, lungo tutto l'arco del film, in maniera piuttosto interessante, portandoci all'interno dell'abitazione di un uomo, non vedente reduce di guerra, che davanti ad un tentato furto da parte dei protagonisti, farà di tutto per difendere la sua abitazione, ribaltando in maniera inaspettata quelli che erano i punti di partenza della storia, che ci presentavano dei protagonisti "cattivi" che vanno a rubare nella casa di un "buon" anziano non vedente. E' però proprio la trama a non farmi tanto gridare al miracolo rispetto a molti altri che invece sono rimasti quasi del tutto estasiati dal film: non c'è nulla di così originale, tutto si svolge in maniera abbastanza lineare, un po' come ci si aspetterebbe, con un comunque valido colpo di scena finale a ribaltare la situazione.

E' però a livello registico che la pellicola ci dona il meglio di se stessa: l'ambientazione buia risulta quasi essere claustrofobica e contribuisce a creare una tensione palpabile nello spettatore. Il "mostro" che perseguita i protagonisti ci viene subito presentato in tutto il suo realismo, risultando inquietante, quasi da brividi. Così come tutte queste ottime caratteristiche, mescolate con una regia sapiente e mai banale, riescono a catturare l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, mantenendo costante il livello di tensione senza mai abbassarlo.

Voto: 7+

martedì 20 settembre 2016

La famiglia Fang di Jason Bateman (2015)

USA 2015
Titolo Originale: The Family Fang
Regia: Jason Bateman
Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire
Cast: Nicole Kidman, Jason Bateman, Christopher Walken, Maryann Plunkett, Frank Harts, Josh Pais, Grainger Hines, Robbie Tann, Michael Chernus, Gabriel Ebert, Eddie Mitchell, Patrick Mitchell, Linda Emond, Scott Shepherd, Taylor Rose, Mackenzie Smith, Jason Butler Harner, Kathryn Hahn
Durata: 105 minuti
Genere: Drammatico

Spesso e volentieri non è la trama di un film a creare interesse verso esso, quanto più che altro il bombardamento mediatico che mettono in atto televisioni e cinema durante i trailer prima della proiezione di un qualsiasi film - che per me sono importantissimi, fanno quasi parte della proiezione stessa -. Capita per questo motivo che delle volte una trama particolarmente strana venga a conoscenza del pubblico grazie a moltissimi trailer che vengono mandati in onda in televisione e talvolta un trailer viene fatto vedere talmente tante volte che tu spettatore ti convinci che debba esserci un motivo per insistere così tanto nel mandare la gente al cinema a vedere il film che la televisione sta sponsorizzando. Tralasciando quelle pellicole che sono state molto sponsorizzate perchè in grado comunque di accalappiare il pubblico come "Suicide Squad", o comunque film con un bacino d'utenza già ampio di per sè, uno di quei film su cui è stata fatta una sponsorizzazione selvaggia da parte delle televisioni è stato, nel corso del mese di Agosto, "La famiglia Fang". Convintomi della possibile bontà di questa pellicola, sono andato al cinema a vederla e ora sono qui a parlarvi di quanto questa, effettivamente, non sia poi risultata essere quel capolavoro che giustificasse una pubblicizzazione così selvaggia.

"La famiglia Fang" ci racconta la storia di due fratelli, Annie e Baxter interpretati rispettivamente da Nicole Kidman e da Jason Bateman nel doppio ruolo di attore-regista, che sin da bambini sono stati coinvolti dai loro genitori nel mondo della performance-art. Il padre Caleb, interpretato da Christopher Walken, è il principale artefice del loro coinvolgimento, mettendo spesso i figli al centro delle sue performance che consistono principalmente nell'organizzazione di scherzi rivolti ad un pubblico casuale, che vengono impressi su pellicola più che altro per catturare le reazioni spontanee dei passanti. Quando però i due genitori improvvisamente scompaiono, i due fratelli si riuniscono: Baxter pensa che la morte dei genitori sia una possibilità più che realistica, mentre Annie è assolutamente convinta del fatto che questa scomparsa sia parte di una nuova eclatante performance.

Delusione. Fondamentalmente le sensazioni che ho avuto alla fine della visione del film si possono riassumere con la delusione. Non che ritenga il film brutto e mal fatto a livello assoluto, quanto più che altro una pellicola non particolarmente utile. Mentre ci sono film che sin dall'inizio si sa che non faranno scaturire riflessioni perchè nascono con l'intento di sfondare e di intrattenere spegnendo i terminali del cervello, ce ne sono altri su cui magari si potrebbe anche fare un lavoro di analisi, se ne potrebbe parlare nei cineforum o comunque ci si potrebbe scrivere sopra una recensione che non si limiti a parlare del film, ma che rifletta anche sui temi che esso tratta, lasciando a chi scrive la possibilità di esprimere la propria opinione in modo che non sia relegata al solo valore del film. Purtroppo "La famiglia Fang", per quanto non-brutto, mi è sembrato un film vuoto, non in grado di far scattare nello spettatore la minima emozione nè tanto meno una riflessione successiva.

Ed ecco dunque che si è qui a parlare del film e solo del film: la storia è interessante, ma cos'altro si potrebbe dire a riguardo? Magari si può dire che, per quanto interessante, non è che sia stata sviluppata troppo bene e le scene nel presente alternate con i flashback che ci fanno vedere come la famiglia organizzasse le proprie performance non è che si leghino benissimo tra loro. Per dire, nella serie TV "Lost" i flashback erano funzionali alla storia nel presente, servivano per giustificare le azioni presenti di un determinato personaggio. Qui i flashback sono degli accessori narrativi di cui sembra quasi che potremmo farne a meno per quanto non si leghino effettivamente con il presente. La pellicola è stata ben accolta dalla critica ed effettivamente è una cosa che potrebbe essere comprensibile, dato che i temi vengono trattati in maniera delicata e che una delle poche cose positive è proprio vedere il rapporto che si è instaurato tra i due fratelli in seguito alla loro ricongiunzione, però purtroppo questo aspetto non basta per risollevare un film che ha poco poco da dire, se non quasi nulla.

Voto: 5

lunedì 19 settembre 2016

Scream: The TV Series - Stagione 2

Scream: The TV Series
(serie TV, stagione 2)
Episodi: 12
Creatore: Jill Blotevogel, Dan Dworkin, Jay Beattie
Rete Americana: MTV
Rete Italiana: Netflix
Cast: Willa Fitzgerald, Bex Taylor-Klaus, John Karna, Amadeus Serafini, Carlson Young, Tracy Middendorf, Kiana Lede, Santiago Segura
Genere: Thriller, Horror

Proseguono le avventure dei ragazzi di Lakewood nella nuova stagione di "Scream: The TV Series", che lo scorso anno, con il suo primo ciclo di episodi, aveva lasciato interdetti alcuni più che altro per via di un millantato peccato di lesa maestà verso il maestro Wes Craven, che all'epoca figurava tra l'altro come produttore della serie e morto poco prima che finisse la messa in onda della prima stagione, mentre aveva lasciato soddisfatti altri, seppure consci di non trovarsi davanti ad un capolavoro del genere horror. Io, d'altro canto, ero invece rimasto parecchio interdetto: ho riconosciuto il valore della prima stagione soprattutto per quel che riguardava il tono scanzonato e ipercitazionista della saga di film da cui era tratta, ma viveva sulla buona riuscita di un paio di episodi - nella fattispecie i primi e l'ultimo - mentre gli altri sembravano girare un po' a vuoto, facendo proseguire la trama in maniera piuttosto discontinua.

Alla fine della prima stagione avevamo identificato l'assassino, con un colpo di scena degno dei lavori di Wes Craven e con un ultimo episodio diretto meravigliosamente e ora ci ritroviamo in questa nuova stagione, con l'assassino mascherato che continua a colpire in maniera quasi inspiegabile, ricominciando a perseguitare Emma, interpretata da quella che mi pare essere l'attrice più in vena del cast Willa Fitzgerald, Brooke, interpretata da Carlson Young che invece è quella che mi piace di più sia a livello fisico sia come personaggio sempre in bilico tra lo scazzo e la stronzaggine perenne e una fedeltà incommensurabile verso i suoi amici, e Noah, interpretato da John Karna che qui è il personaggio che sa tutto sui clichè delle serie TV e che sa come si comporta l'assassino proprio perchè conosce a menadito il mondo cinematografico e seriale. Una seconda stagione che, in fin dei conti, mi lascia bene o male con le stesse sensazioni che mi aveva lasciato la precedente: riesco ad ammirare la bellezza delle due protagoniste - ho già detto che adoro Carlson Young? - riesco a seguirla e mi coinvolge in alcuni episodi e in altri no, mi ha fatto godere di brutto per la morte di Jake - il personaggio più odiato da me nella prima stagione - subito nelle prime battute di questo secondo ciclo di episodi, ma di passi in avanti, ma nemmeno di passi indietro se devo essere sincero, rispetto alla prima stagione, non ne ho visti.

I problemi intrinsechi di una serie rivolta principalmente ad un pubblico giovanile, pubblico che rispecchia quello che è il pubblico medio di MTV un po' in tutto il mondo, stanno tutti nel fatto di concentrarsi poco sullo sviluppare una trama in maniera coerente dall'inizio alla fine. La seconda stagione di "Scream: The TV Series", vive, proprio come la prima, su un paio di episodi riusciti particolarmente bene tanto che anche questa volta il finale risulta il migliore dei dodici episodi finora mandati in onda, ma su una parte centrale che sembra quasi girare a vuoto, mettendoci davanti qualche omicidio, un po' di sangue che cola dai corpi delle vittime, un po' di violenza gratuita e talvolta, perchè no, anche un po' di tensione, senza però mai fare in modo che la trama si sviluppi con costanza e progressivamente. Così come va dato atto alla serie di essere stata in grado, ancora una volta, di giocarsi benissimo gli episodi finali, tanto che, un po' come viene fatto nei film, è la rivelazione finale ad essere la più importante per l'economia dell'intero prodotto e gli episodi finali vengono utilizzati proprio in tal senso, facendo però anche da viatico al doppio episodio speciale che vedremo tra circa un mese, dedicato ad Halloween, nel quale probabilmente molte domande avranno risposta!

Voto: 6-

venerdì 16 settembre 2016

La foresta dei sogni di Gus Van Sant (2015)

USA 2015
Titolo Originale: The Sea of Trees
Regia: Gus Van Sant
Sceneggiatura: Chris Sparling
Cast: Matthew McConaughey, Ken Watanabe, Naomi Watts, Katie Aselton, Jordan Gavaris, James Saito
Durata: 110 minuti
Genere: Drammatico

Non sono un gran cultore del cinema di Gus Van Sant, così come non mi ritengo un gran cultore del cinema in generale, ma solo un appassionato imbecille che guarda tanti film e che si diverte a commentarli sul suo blog. Del regista del film di cui vi voglio parlare oggi ho effettivamente visto poco, giusto quel "Will Hunting - Genio ribelle" che ha portato alla ribalta la coppia Matt Damon/Ben Affleck oppure il rifacimento ripresa per ripresa di "Psycho", guardato più che altro per curiosità, fino ad arrivare all'ultimo "Promised Land", non propriamente memorabile. Attendevo da tempo l'uscita in Italia di questo suo ultimo lavoro che vedeva, tra i protagonisti, quel Matthew McConaughey - giuro che ho finalmente imparato a scrivere il nome giusto senza fare ctrl+c e ctrl+v -, ma che non è che avesse particolarmente impressionato la critica, che lo riteneva piuttosto spompo e con una trama dimenticabile. Non riuscii a vederlo all'epoca dell'uscita al cinema per quei soliti mille motivi che mi impediscono di vedere un film, ma sono riuscito finalmente a recuperarlo, con grande curiosità, grazie all'home video.

"La foresta dei sogni" racconta la storia di Arthur Brennan, interpretato dallo stesso McDonald McConaughey, uomo preso dai rimorsi e dai sensi di colpa per una vita non vissuta pienamente, che si reca in Giappone per un escursione di piacere nella foresta di Aokigahara, ai piedi del Monte Fuji. Quella che allo spettatore sembra una gita di piacere si rivela essere in realtà, un viaggio verso una meta tristemente nota come "la foresta dei suicidi", luogo in cui molti uomini nel corso degli anni hanno deciso di togliersi la vita e che i più fantasiosi pensano sia infestato dalle anime di coloro che si sono uccisi al suo interno. D'altronde noi spettatori avremmo dovuto immaginarcelo, quando il film comincia con un uomo che prende un biglietto di sola andata per un luogo dall'altra parte del mondo e non ha proprio la faccia di colui che si sta andando a godere la vita. I suoi intenti però vengono meno nel momento in cui all'interno della foresta Arthur incontra un altro uomo, che capiamo però subito essere lì per farsi fuori piuttosto che per una gita di piacere, la cui vicinanza gli farà riaffiorare ricordi della sua vita passata con la moglie che metteranno in discussione la sua volontà di compiere l'estremo gesto.

Alla fine della visione i questo film, sinceramente, non è che abbia sentito tutta questa emozione pervadermi o abbia capito le motivazioni che stanno dietro alla realizzazione di un film del genere: appare strano che un regista abbia deciso di girare un film con questo tipo di tema senza delle motivazioni di fondo, anche se a dirla tutta, spesso e volentieri i registi girano film senza motivo, anche grazie ad un'idea estemporanea, idea che tanto sembra mancare nel cinema di questo ultimo periodo. Appare anche strano come con un potenziale del genere la pellicola sia risultata particolarmente spompa, con una trama che sì si destreggia abilmente tra il presente nella foresta di Aokigahara e i flashback del protagonista, ma che lo fa in maniera lenta e forse eccessivamente riflessiva: in un film basato interamente o quasi sui dialoghi e in cui per buona parte della sua durata sono l'angoscia e la tristezza dovute ad una situazione estrema, pare strano non essere riusciti a creare dei dialoghi veramente interessanti e che trattassero il tema in maniera accattivante.

Per quanto riguarda il comparto tecnico la vera fortuna del film è stata il fatto di avere a disposizione un'ambientazione altamente spettacolare che riesce a creare un enorme contrasto tra la bellezza del luogo e la sensazione di oscurità che provoca in chi lo guarda, anche solo filtrato attraverso lo schermo di un televisore. SOno anche elogiabili le interpretazioni dei tre grandi protagonisti del film, interpretati dal già citato Matthew McConaughey che ormai è diventato una certezza - adesso lo vorrò vedere in una di quelle commedie romantiche che lo avevano reso noto agli inizi della carriera per poter dire che è un bravo attore anche in quelle! - e da Ken Watanabe, che interpreta Takumi Nakamura, l'uomo che incontra Arthur all'interno della foresta. Bene anche Naomi Watts nei panni di Joan Brennan, la moglie di Arthur, che in coppia con McConaughey nei flashback che ci accompagnano per tutta la durata del film rende questa parte di pellicola forse quella veramente interessante.

Voto: 6+

giovedì 15 settembre 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Un nuovo weekend cinematografico è alle porte e nelle sale c'è spazio per sette nuovi film, più il solito documentario di cui io, per partito preso, non vi parlerò. Analizziamo però le altre sette uscite basandoci esclusivamente sui miei pregiudizi, una per una!


Fuck you, prof! 2 di Bora Dagtekin

In molti l'anno scorso avevano parlato abbastanza bene di "Fuck you, prof!", film che io, purtroppo, ancora non sono riuscito a vedere. Potrebbe essere l'occasione per recuperarli entrambi in un colpo solo... oppure per lasciarli passare entrambi inosservati, anche se non è la soluzione che vorrei adottare!


L'estate addosso di Gabriele Muccino

Non accolgo mai i film di Gabriele Muccino con particolare interesse e questa volta la mia reazione verso questa nuova uscita non è da meno rispetto al solito. Unico motivo per potergli dare un'opportunità, anche se forse non è abbastanza, potrebbe essere la presenza nel cast di Brando Pacitto, direttamente dalla fiction Rai "Braccialetti rossi".


Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton, Angus MacLane


"Alla ricerca di Nemo" è uno dei miei film d'animazione della Pixar preferiti, per questo motivo non avevo accolto molto bene l'idea di un prequel dedicato alla figura di Dory, una delle più divertenti dell'intero film. Adesso però mi sono un po' ricreduto: le premesse per un buon film che ricalchi le atmosfere del predecessore ci sono tutte e speriamo che non vengano disattese!


Demolition di Jean-Marc Vallée

Uno dei miei attori contemporanei preferiti, che se la gioca tranquillamente con Leonardo DiCaprio è proprio Jake Gyllenhaal, soprattutto dopo la mostruosa performance in "Nightcrawler - Lo sciacallo". Anche in questo film il nostro attore sembra poterci regalare una performance da ricordare, anche se la critica ha accolto il film in maniera piuttosto discordante. Io, però, mantengo inalterata la mia fiducia!


Questi giorni di Giuseppe Piccioni

Altro film italiano in questa settimana, dal quale non so bene cosa aspettarmi. Di certo il trailer e la trama non mi invogliano troppo a dargli un'opportunità, motivo per cui penso che me lo lascerò scivolare addosso.


The Beatles: Eight Days a Week di Ron Howard

Avevo detto non avrei parlato del solito documentario ed in effetti l'ho fatto. Però questa settimana ne esce un secondo di docu-film, che io utilizzo per cogliere l'occasione di dire al mondo che a me i Beatles, musicalmente, hanno sempre fatto cagare - e già mi immagino le urla di chi legge: STRONZOHHH!!! BASTARDOHHH! I BITOLS NON SI TOCCAAAANOOHHH! ANNO FATTO LA STORIA DELLA MUSIKKKA!!! (cari grammar-nazi, sto facendo apposta, lo avete capito, vero?) -, motivo per cui non c'è regia di Ron Howard che tenga, io al cinema a vedere un docu-film sui Beatles non ci vado nemmeno se mi dessero i soldi per il biglietto assieme ad un biglietto gratuito.


Trafficanti di Todd Phillips

In arrivo in Italia il nuovo film del regista della saga de "Una notte da leoni", che con il primo e con il secondo capitolo aveva proprio colpito nel segno. Sarà all'altezza, grazie a un cast con un Jonah Hill e un Bradley Cooper tornati alle origini, della fama ottenuta con i suoi primi lavori o si rivelerà un flop colossale?

mercoledì 14 settembre 2016

Escobar di Andrea Di Stefano (2014)

Francia, Spagna, Belgio, Panama 2014
Titolo Originale: Escobar: Paradise Lost
Regia: Andrea Di Stefano
Sceneggiatura: Andrea Di Stefano
Cast: Benicio del Toro, Josh Hutcherson, Claudia Traisac, Carlos Bardem, Micke Moreno, Brady Corbet, Ana Girardot, Aaron Zebede
Durata: 120 minuti
Genere: Drammatico

Nel periodo appena precedente l'uscita della seconda stagione di "Narcos" su Netflix, stagione pubblicata lo scorso 2 Settembre, ma che io sono riuscito a iniziare, per vari motivi, solamente un paio di giorni fa, tira di più un film su Pablo Escobar rispetto ad un film sugli zombie, che a sua volta tira di più di un fantasy distopico che a sua volta ancora tira più di un pelo di figa e di un carro di buoi. Nell'euforia generale per l'imminente uscita della seconda stagione di una serie diventata cult prestissimo grazie ad una narrazione molto particolare, ma soprattutto grazie ad un Wagner Moura impressionante nei panni del protagonista, in molti si sono fiondati al cinema, o sui siti di streaming, per vedere il film su Pablo Escobar con protagonista Benicio Del Toro.

Peccato che però presto le illusioni che ci si crea riguardo al film su una delle figure di spicco della storia criminale del ventesimo secolo si rivelino essere piuttosto deludenti. Il film su Pablo Escobar, intitolato "Escobar" non è che parli poi tanto di Pablo Escobar, quanto più che altro lo utilizza come pretesto per parlarci di una storia, probabilmente inventata di sana pianta, incentrata su Nick, ragazzo statunitense in vacanza in Colombia con il fratello con cui progetta di aprire una scuola di surf, che si innamora di Maria, la nipote di Escobar, al quale viene presto presentato e fatto entrare nelle sue grazie.

Il fatto di aver usato la figura del più famoso produttore di cocaina della storia per creare quello che, alla fine dei conti, altro non è che una specie di thriller o di film d'azione in cui i protagonisti sono costretti a compiere una specie di missione suicida è certamente il punto debole di un film che, a parte questa scelta narrativa, fa comunque fatica a decollare per quasi tutta la sua durata. Per dire, sarei stato molto più interessato ad un film biografico su Escobar, probabilmente l'ennesimo e probabilmente sarebbe stato addirittura inutile visto il successo di "Narcos" e il fatto che, anche dal punto di vista biografico, la serie sia fatta infinitamente meglio.

A contribuire a creare le sensazioni negative che mi hanno accompagnato lungo tutta la durata del film c'è l'interpretazione di Josh Hutcherson, il Peeta Mellark della saga di "Hunger Games", che qui risulta completamente fuori parte e finisce, nei pezzi in cui sembra dover interpretare il ruolo dell'action hero di turno, per risultare addirittura patetico. Non contribuisce certo a risollevare le sorti di un film che risulta mezzo sbagliato già in partenza l'interpretazione valida e solida di Benicio Del Toro nei panni di Pablo Escobar in un film che in fin dei conti poco ha da dire e quel poco lo dice neppure troppo bene.

Voto: 5-

martedì 13 settembre 2016

47 metri di Johannes Roberts (2016)

USA 2016
Titolo Originale: In the Deep
Regia: Johannes Roberts
Sceneggiatura: Johannes Roberts, Ernest Riera
Cast: Mandy Moore, Claire Holt, Matthew Modine, Santiago Segura, Yani Gellman, Chris J. Johnson
Durata: 87 minuti
Genere: Thriller, Horror

Ci sono state, soprattutto in tempi recenti, parecchie recensioni su questo blog in cui io ho sostenuto in maniera piuttosto secca il fatto che ormai, dopo l'avvento della saga di "Sharknado", i film seri sugli squali non avessero più ragione di esistere, ormai superati e fuori tempo massimo. Eppure, appena dopo essermi leggermente ricreduto grazie a "Paradise Beach - Dentro l'incubo", anche se non so bene se per via della presenza dello squalo o se per Blake Lively, ecco che arriva inaspettato, grazie ad un paio di blogger che lo hanno recensito e grazie ad un commento su Facebook, il consiglio che mi fa ricredere per davvero. La visione di "47 metri", che in lingua originale si intitola "In the Deep" o "47 Metes Down - qualcuno, per favore, disambigui la questione perchè io non ci capisco più nulla! - mi ha fatto decisamente aprire gli occhi su un tipo di cinema che è molto tempo che non si fa più, ma che rappresenta comunque un modo parecchio originale di rappresentare il tema "squali".

Lisa e Kate, interpretate rispettivamente dalla Mandy Moore de "I passi dell'amore e dalla Claire Holt un tempo protagonista della serie adolescenziale "H2O" e ritornata alla ribalta grazie al suo ruolo in "The Vampire Diaries" e in "The Originals", sono due ragazze in vacanza in Messico che decidono, assieme a due ragazzi appena conosciuti, di farsi rinchiudere in una gabbia per immersioni per vedere da vicino gli squali dell'Oceano. Misteriosamente il cavo che sostiene la gabbia ha un malfunzionamento e le due ragazze si ritrovano a precipitare verso il fondale, atterrando a 47 metri di profondità e con una riserva di ossigeno piuttosto limitata. Come se non bastasse, la quasi totale assenza di luce e la presenza di squali attirati dalle esche della barca renderanno difficilissima la loro sopravvivenza.

Di per sè il genere horror è un qualcosa di molto personale: spesso e volentieri un film horror ha successo su un certo tipo di spettatore se riesce a turbarlo nelle sue debolezze più profonde. Tanto per dire, l'horror che proprio io non riesco a guardare senza rimanerne davvero turbato è "Gli uccelli" di Alfred Hitchcock, mentre i film sugli spiriti e le presenze magari mi spaventano al momento, ma poi difficilmente lasciano il segno. Questo film invece, complice il mio leggero timore per il mare aperto, ha davvero lasciato il segno, grazie ad una sceneggiatura che non si lascia andare a troppe banalità, ma soprattutto grazie ad una regia che sa come creare la tensione nello spettatore tanto che la prima sequenza in cui le due protagoniste entrano in acqua nella gabbia, in maniera lenta e progressiva, con il rumore della puleggia che fa calare la gabbia in sottofondo e il silenzio del fondale marino mi ha messo addosso una tensione tale che, alla prima comparsa dello squalo, mi ha fatto saltare dalla sedia, tanto per fare un esempio.

Quello che rende però questo survival movie originale rispetto al solito è il fatto di non limitarsi a metterci davanti al pericolo rappresentato dagli squali che popolano quella zona di Oceano, ma di mettere lo spettatore in una condizione per cui si ha quasi l'illusione di stare all'interno di quella gabbia in fondo al mare, un ambiente buio e sterminato, ma forse quanto di più claustrofobico possa esistere sulla faccia della terra. Non c'è tanto sangue, non ci sono tanti spaventi, ma una tensione crescente che sale con il passare dei minuti, rubandoti quello stesso ossigeno che le protagoniste stanno man mano per terminare, per arrivare fino ad un finale che spiazza e che ti lascia basito, ma lo fa giustificando in maniera più che coerente il colpo di scena e lasciandoti con un'amarezza infinita.

Voto: 7,5

lunedì 12 settembre 2016

TRASH MOVIES #26 - Lavalantula di Mike Mendez (2015)

USA 2015
Titolo Originale: Lavalantula
Regia: Mike Mendez
Sceneggiatura: Neil Elman, Mike Mendez, Ashley O'Neil
Cast: Steve Guttenberg, Nia Peeples, Patrick Renna, Carlos Bernard, Michael Winslow, Marion Ramsey, Leslie Easterbrook, Ralph Garman, Danny Woodburn
Durata: 83 minuti
Genere: Monster Movie, Horror

Il fenomeno della saga di "Sharknado", arrivato in realtà dopo che la Asylum, famosa casa produttrice di film volutamente di merda, aveva iniziato a puntare sugli squali grazie a titoli assurdi e in grado di far sospendere l'incredulità allo spettatore, ha fatto sì che il canale americano SyFy - del quale ho provato a vedere qualche serie televisiva per poi pentirmene presto amaramente - puntasse molto su titoli ad alto tasso di assurdità che magari potessero diventare delle saghe di successo. Quasi sempre sono gli squali a farla da padrone, un esempio può essere la saga di "Sharktopus", non prodotta dalla Asylum, della quale ho visto solo l'esemplare dal titolo più assurdo, ovvero quel "Sharktopus vs. Whalewolf" che alla fine non mi è neppure piaciuto tantissimo. Avevo però già adocchiato lo scorso anno il titolo "Lavalantula", ma, per motivi legati soprattutto al fatto che qui in Italia non uscissero sottotitoli decenti, continuai a rimandarne la visione fino a qualche giorno fa, quando alla fine mi sono convinto a guardarmelo in inglese con l'ausilio di sottotitoli inglesi, comunque totalmente inutili visto il livello del film. In attesa di guardare il secondo capitolo di questa saga estiva che viene trainata dal successo di "Sharknado", oggi è dunque il momento di parlare del primo film, uscito lo scorso anno proprio dopo la messa in onda di "Sharknado 3 - Oh Hell, No!".

Parlare della trama di "Lavalantula" è particolarmente semplice: a seguito dell'eruzione di un vulcano, dalla lava si sprigionano delle tarantole mutate geneticamente in grado di sputare lava e di seminare morte e distruzione per tutta la città. Già da questo tipo di trama si può capire come un amante del volontariamente brutto come me ci abbia sguazzato dentro. "Lavalantula" è un film brutto, ma brutto in modo assurdo - per citare al contrario quel capolavoro di "Zoolander" - che però è talmente pregno di assurdità da risultare quasi divertente. Essendo il canovaccio molto simile a quello di "Sharknado", pregno di mostri usciti da una situazione parecchio irreale, con un eroe che dal nulla si ritrova in grado di poter affrontare una crisi di tale portata senza battere ciglio, scatta subito il confronto con quello che cinematograficamente si può ritenere il padre spirituale di questo film: il confronto scatta, ma i livelli dell'"originale" non vengono mai raggiunti.

A dare valore ad un film che non ha valore se non per quella ora e venti di pura ignoranza che ci accompagna in un mondo fatto di tarantole che sputano lava, è anche il cast, con attori ormai caduti in disgrazia che però, in qualche modo, fanno parte dell'infanzia di tutti, soprattutto per quel che riguarda quelle persone che hanno amato il cinema demenziale propostoci dalla saga di "Scuola di polizia" - ecco, a me non è che abbia mai divertito molto quella saga, nemmeno quando il mio cervello era una nocciolina -. Un cast che vede la partecipazione di molti di quei protagonisti, portando alla mente ricordi certo piacevoli, ma anche un po' amari, a dirla tutta. Insomma, è inutile cercare di rimanere seri - o forse meglio dire seriosi - davanti a film come "Lavalantula", che ti sbattono in faccia tranquillamente una serie di assurdità e di effetti speciali fatti malissimo, ma è anche vero che non è possibile guardare un film come "Lavalantula" senza perdere qualche neurone: e gli effetti sono devastanti, ho perso più materia cerebrale guardando "Lavalantula" piuttosto che bevendo birra!

venerdì 9 settembre 2016

Suicide Squad di David Ayer (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Suicide Squad
Regia: Davi Ayer
Sceneggiatura: David Ayer
Cast: Will Smith, Jared Leto, Margot Robbie, Joel Kinnaman, Viola Davis, Jai Courtney, Jay Hernandez, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Karen Fukuhara, Ike Barinholtz, Scott Eastwood, Cara Delevingne
Durata: 123 minuti
Genere: Azione, Supereroi

Dopo la creazione del Marvel Cinematic Universe, che sta inanellando un successo cinematografico, sia di pubblico sia il più delle volte di critica, dopo l'altro, da qualche tempo a questa parte sta facendo capolino nel panorama cinematografico mondiale il DC Extended Universe, per il quale sono stati annunciati moltissimi film, ma solamente tre hanno visto la luce finora, ovvero "L'uomo d'acciaio", "Batman v. Superman - Dawn of Justice" e il film di cui vi parlerò oggi, "Suicide Squad". Se i primi due non si sono rivelati il successo che il regista Zack Snyder sperava, soprattutto a livello di critica, che li ha sistematicamente smontati, su questo delle speranze reali c'erano e sono state però presto disilluse dalle recensioni che arrivavano direttamente dagli Stati Uniti. A discolpa del nuovo filone supereroistico, devo però dire che a me, entrambi i film precedenti, non è che siano piaciuti, ma quanto meno mi hanno intrattenuto e a tratti divertito, quindi non me la sento di essere totalmente cattivo con loro.

Per quel che riguarda "Suicide Squad, la storia ormai la conosciamo tutti: un manipolo di criminali, alcuni con poteri straordinari, altri no, vengono riuniti per combattere una minaccia ultraterrena in una missione considerata suicida dal governo americano. Tra questi ci sono Harley Quinn, interpretata da una sempre splendida Margot Robbie Deadshot, interpretato da Will Smith e poi tutti gli altri, che non ho troppa voglia di elencarli tutti. Tutti vengono però presentati in una sequenza iniziale che non mi ha particolarmente affascinato: la presentazione in stile videogame mi sa tanto di cosa parecchio retrò e sinceramente come scelta per introdurre la vicenda non l'ho per nulla approvata. Una scelta retrò quanto la colonna sonora, che invece, al contrario, mi ha esaltato dall'inizio alla fine del film: non ricordo, in tempi recenti, un film con una colonna sonora che inanellasse una dietro l'altra una sequela di canzoni che stanno tranquillamente nella mia top 50 di sempre a livello musicale. Ci mancava giusto "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin - che però rarissimamente concedono i propri brani per un film - e poi saremmo stati proprio a posto.

I veri problemi di "Suicide Squad", che nonostante siano parecchi anche in questo caso mi ha intrattenuto dall'inizio alla fine senza mai annoiarmi e quindi un po' di merito gli va anche dato, stanno tutti nella scelta del regista e degli sceneggiatori di non sviluppare quasi per nulla una trama interessante, con la vicenda che prosegue tra una sparatoria e l'altra e tra una battuta spiritosa e l'altra e in cui a dominare la scena è la Harley Quinn di Margot Robbie che è veramente brava a dare al suo personaggio quella dolcezza quasi tipica di una bambina che però, al contempo, è in grado di inquietarti perchè capisci ogni volta che apre bocca quanto sia spostata mentalmente. Se la trama in questo film non esiste a non esistere è pure l'antagonista, quell'Incantatrice interpretata da Cara Delevingne che se ne sta tutto il tempo sulle sue, senza rappresentare una vera minaccia, se non nel finale e in pochi altri frangenti, per i cattivi protagonisti del film.

E se, nonostante tutti i suoi difetti il film mi ha intrattenuto e mi è pure mezzo piaciuto, la cosa che ho tollerato di meno è stato il trattamento riservato al Joker di Jared Leto, che in molti non hanno esitato a definire come pessimo. Personalmente non penso sia stato pessimo a livello recitativo: nel suo personaggio reinterpretato ad hoc l'attore ci sta alla grande e ha del potenziale che però in questo film viene totalmente sprecato semplicemente perchè il suo personaggio è inutile. Appare messo lì quasi per caso, quasi fosse una cosa da contratto, ma alla fine il suo contributo nella riuscita della storia e nello svolgimento della trama è totalmente nullo, in pratica non pervenuto. E la cosa non mi sta bene perchè il Joker è il mio personaggio preferito in assoluto in tutti i fumetti che ho letto o cinefumetti che ho visto: mi sono sentito morire dentro a vedere un Joker che non è dannoso, ma addirittura completamente inutile, che è pure peggio.

Del film ho parlato male, probabilmente troppo e sono stato troppo cattivo, ma il mio voto potrebbe non sembrarvi troppo coerente con ciò che ho scritto appena sopra. Nonostante il film veda la perfezione con il telescopio, a me è piaciuto, o quanto meno mi ha intrattenuto e divertito, per la sua colonna sonora e per il ritmo che comunque non cala mai. E anche per le battute spiritose di Harley Quinn... voi direte che quelle non erano battute, ma erano le tette, o comunque Margot Robbie nella sua interezza. E, forse forse, è pure vero.

Voto: 6--
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