martedì 30 giugno 2020

LE SERIE TV DI GIUGNO

Anche a Giugno, come ogni fine mese, arriva il solito recap su tutte le serie televisive che ho visto nel corso del mese, nella fattispecie il conto è di quattro serie televisive, per un totale di cinque stagioni. Senza stare a dare troppe spiegazioni vediamo il mio commento su ognuna di esse!


The Society - Stagione 1

"The Society", serie televisiva prodotta negli Stati Uniti e distribuita nel mondo da Netflix, l'avevo già puntata lo scorso anno, alla sua uscita, ma poi per vari motivi non ero riuscito a vederla e sono riuscito a riprenderla in mano solamente nel corso nel mese che volge alla conclusione. La trama, liberamente ispirata alla fiaba "Il pifferaio di Hamelin" e al romanzo "Il signore delle mosche", vede un gruppo di ragazzi di una cittadina tornare a casa dopo una breve gita fuori città, per scoprire che tutti i loro genitori sono scomparsi. Una volta preso atto della situazione, dovranno abbandonare la disperazione, iniziando a darsi da fare per costituire un ordine, eleggendo un sindaco e incaricando delle guardie e trovando un modo per gestire le proprie risorse e dividersi il cibo. Ho provato sensazioni abbastanza contrastanti nel guardare questa prima stagione di "The Society": da una parte, finito ogni episodio, non vedevo l'ora di guardare quello successivo, mentre dall'altra avrei preferito che la storia si concentrasse un po' più sulla sopravvivenza piuttosto che su alcune storie d'amore adolescenziali che però, obiettivamente, avrei dovuto mettere in conto guardando una serie televisiva di questo tipo. Se la recitazione a tratti non è che mi abbia particolarmente impressionato, ho apprezzato, pur senza ritenerle eccelse, le dinamiche narrative utilizzate e le dinamiche che si instaurano all'interno del gruppo, con alcune puntate in cui il livello di tensione è veramente piuttosto alto. Attendo la seconda stagione più che altro per il fatto che il finale della prima lascia con più domande aperte rispetto a quelle cui ha risposto, ma il fatto che l'interesse verso la serie ci sia ancora, nonostante non siamo proprio davanti ad un capolavoro, è comunque qualcosa di abbastanza positivo.

Voto: 6,5


The Last Dance

Ho sempre fatto una gran fatica a vedere e soprattutto a recensire su questo blog i documentari. Ma una serie documentario sulla storia dei Chicago Bulls, sull'ultimo anno - ma anche un po' su tutta la carriera - di Michael Jordan era qualcosa a cui proprio non potevo prescindere. Sono ormai da anni un patito di pallacanestro - anche se la palla a spicchi per vari motivi non la tocco da un po' -, ma anche per questioni anagrafiche Michael Jordan non l'ho proprio vissuto, ho iniziato a seguire la pallacanestro a circa dieci anni, proprio quando Shaquille O'Neal stava per iniziare il suo three-peat con i Lakers, assieme al compianto Kobe Bryant. Eppure questo documentario sull'uomo simbolo della pallacanestro mondiale, uno che ha fatto della vittoria un'ossessione tale da rincorrerla fino a raggiungere la perfezione cestistica, uno che già nei primi anni di carriera si stava dimostrando fuori categoria, è assolutamente perfetto, pane per i miei denti cestistici, uno dei prodotti audiovisivi migliori che abbia visto negli ultimi anni. Oltre ad una serie su Jordan e i suoi Bulls, "The Last Dance" è uno di quei prodotti che riesce anche abbastanza bene a raccontare il tempo in cui è ambientata la storia che ci viene raccontata, l'ascesa di un simbolo non solo sportivo, ma universale, che ha portato il basket e la NBA ad una popolarità mondiale elevatissima.

Voto: 8


Into the Night - Stagione 1

Quando "Into the Night" si è mostrata per la prima volta sulla home page di Netflix, devo dire di esserne rimasto abbastanza attratto. Ora, so bene quanto Netflix faccia uscire mille serie televisive al giorno e quanto, spesso e volentieri, faccia un po' da raccolta dell'umido e il fatto che in pochi abbiano parlato di questa serie nel corso di questi mesi potrebbe essere un sintomo, eppure io davanti a questa visione non mi ci sono trovato poi così tanto male. La storia è quella di un aereo e di alcuni passeggeri che sono costretti a viaggiare continuamente verso Ovest, per evitare in tutti i modi di vedere il sorgere del Sole, che potrebbe ucciderli tutti. Una serie che sfrutta un po' lo schema narrativo delle prime stagioni di "Lost", con una puntata dedicata in modo particolare ad un solo personaggio, una serie che è recitata non proprio benissimo, ma anche una serie che nel corso dei sei episodi che compongono la prima stagione sa bene quali carte sfruttare per intrattenere lo spettatore, senza mettere in atto puntate o colpi di scena pazzeschi, ma rimanendo narrativamente coerente dall'inizio alla fine.

Voto: 6


Sons of Anarchy - Stagione 6

Nel corso del mese di Giugno ho poi portato a termine la visione di "Sons of Anarchy", serie che avevo iniziato nei primi mesi dell'anno e che mi sono portato avanti fino a pochi giorni fa. Con la sua sesta stagione "Sons of Anarchy" ci porta davanti a quello che è un po' l'inizio della discesa agli inferi di Jax Teller, che ormai diventato presidente dei SAMCRO inizia dapprima a cercare un modo per far uscire il suo club dai traffici illeciti, in modo da dare pace alla cittadina di Charming, mentre Tara trama alle sue spalle per separarsi definitivamente da lui e per uscire pulita dalla storia dell'omicidio dell'infermiera commesso da Big Eight sotto i suoi occhi. Un'altra stagione secondo me non particolarmente eccelsa, ma che comunque riesce a mantenere altissimo il livello narrativo di puntata in puntata, mettendoci davanti a diversi colpi di scena, così come a scene inevitabili, quali l'esecuzione di Clay - sul quale la mietitrice pendeva ormai da un paio di stagioni - ma che con un finale shockante apre ad una settima stagione in cui ci saranno davvero i fuochi d'artificio.

Voto: 7,5


Sons of Anarchy - Stagione 7

Tara è morta, uccisa da Gemma nella puntata precedente, Jax in carcere, in preda al dolore, conosce Marylyn Manson, che è il capo della fratellanza ariana - non ce l'avrei visto ad interpretare nessun altro ruolo - mentre Juice è complice di Gemma e da lei viene protetto. La discesa agli inferi di Jax Teller è definitivamente servita e favorita da una bugia della madre, che gli dirà che sono stati i cinesi ad uccidere Tara. Il risultato è una catena di violenza che in qualche modo aiuterà i SAMCRO a fare piazza pulita di praticamente tutte le bande criminali che ruotano attorno a Charming. Ma nel finale ci sono dei conti da regolare: il primo è la punizione che Jax deve per forza infliggere a Gemma, mentre il secondo è un voto di morte, che penderà sulla testa stessa di Jax. É cos che il nostro protagonista deciderà, con la complicità dei membri del club, di andarsene in pace: la sua eredità è l'odio da parte dei suoi figli, tenuti a sapere della sua vita da criminale, tutti gli archi narrativi si sono chiusi nel modo più corretto possibile e Jax, proprio come molto probabilmente accaduto al padre anni prima, abbandona il manubrio della sua moto, buttandosi sotto ad un camion, mentre inseguito dalla polizia. Uno dei finali di serie migliori che abbia mai visto, narrativamente ed emotivamente pazzesco.

Voto: 9

lunedì 29 giugno 2020

7500 di Patrick Vollrath (2019)

USA, Germania, Austria 2019
Titolo Originale: 7500
Sceneggiatura: Patrick Vollrath, Senad Halilbasic
Durata: 92 minuti
Genere: Thriller


Quando sfogliando il catalogo di Amazon Prime Video mi sono ritrovato davanti a questo titolo, la mia mente è andata subito ad un film omonimo del 2014 diretto da Takashi Shimizu, lo stesso regista della saga di "Ju-on" su cui ho poco tempo fa terminato uno speciale, che si giocava la carta passatissima di moda del "in realtà erano tutti morti fin dall'inizio", che è una delle soluzioni che più detesto nella storia del cinema, "The Others" a parte - sono ben consapevole che tutto ciò che ho detto sia spoiler, ma la mia filosofia prevede che se sono passati almeno cinque anni dall'uscita di un film o una serie TV non sia più spoiler. Fortunatamente con quel filmettino abbastanza inutile questo "7500" c'entra poco o nulla, se non per il titolo. Innanzitutto ci troviamo davanti ad una coproduzione tra Stati Uniti, Germania e Austria, con un regista tedesco alle prime armi e un Joseph Gordon-Levitt che per qualche motivo che non comprendo benissimo è un po' di tempo che non vedo partecipare ad un film, nonostante la sua carriera fosse ben direzionata senza film eccelsi, ma con lavori quasi sempre carini e godibili. Gli altri tre attori che fanno parte del cast invece non li conosco, mi tocca ammettere la mia ignoranza.
Tobias è un pilota americano che lavora per una compagnia aerea tedesca e vive in Germania da qualche tempo. Durante un volo dei tanti nella sua carriera, un volo di linea per Parigi, fa la conoscenza con il capitano Michael, mentre nel suo stesso volo c'è con lui Gökce, hostess esperta con cui Tobias ha una relazione e un figlio nato da quella relazione. Non appena l'aereo si alza in volo, raggiunta la quota e la velocità di crociera, un gruppo di terroristi si alza dai propri posti e cerca di fare irruzione nella cabina di pilotaggio. I due piloti dovranno fare di tutto per far sì che il comando dell'aereo non vada in mano ai terroristi e saranno costretti a lottare con tutte le loro forze.
"7500" ha dalla sua una trama particolarmente semplice e molto esplorata nel corso della storia del cinema, sia per quanto riguarda l'ambientazione, dato che di film sui dirottamenti aerei ne abbiamo visti a centinaia nel corso delle nostre vite, sia per quanto riguarda il particolare espediente narrativo utilizzato, quello di un film realizzato interamente in una sola location, in questo caso la cabina di pilotaggio dell'aeroplano. Non avevamo però mai visto le due cose combinate insieme, per un'idea forse non geniale, ma sicuramente apprezzabile. La location, ristretta alla sola cabina di pilotaggio dell'aereo, con tutti i suoni e le minacce che vengono dall'esterno, contribuisce a creare nello spettatore la giusta tensione, dovuta dal non sapere bene in cosa consista la minaccia. Con una regia non particolarmente ricercata, ma comunque precisa e attenta, Patrick Voolrath riesce a rendere la cabina di pilotaggio dell'aereo uno spazio inquietante e angusto, in cui concentrarsi molto sul personaggio di Tobias e sulla sua psicologia, evidenziando quelle che sono le caratteristiche che gli permetteranno di intervenire con freddezza nei momenti più critici, senza però dimenticarsi di avere una famiglia a cui badare.
É fuori da ogni più ragionevole dubbio che non ci troviamo davanti ad un film perfetto, nè tanto meno davanti ad un capolavoro del genere thriller, ma sicuramente siamo davanti ad un buon film in cui la gestione del ritmo risulta essere sempre coinvolgente e funzionale alla narrazione e in cui il livello di tensione è mantenuto sempre alto, in modo da non fare assolutamente calare l'attenzione dello spettatore.

Voto: 6,5

venerdì 26 giugno 2020

OSCARS BEST MOVIES - La tragedia del Bounty di Frank Lloyd (1935)


USA 1935
Titolo Originale: Mutiny on the Bounty
Regia: Frank Lloyd
Sceneggiatura: Talbot Jennings, Jules Furthman, Carey Wilson
Durata: 135 minuti
Genere: Drammatico


Si prosegue con il giusto ritmo nella mia impresa assolutamente non comune di voler guardare - per poi parlarne qui sul blog - tutti i film che hanno vinto l'Oscar come miglior film. Con "La tragedia del Bounty", tra film che mi hanno soddisfatto parecchio e altri che invece non mi hanno particolarmente convinto e dopo aver visto "Accadde una notte" che finora è forse uno dei migliori, siamo arrivati all'ottava puntata di questa rassegna e ci avviciniamo pericolosamente a "Via col vento", che non ho mai visto e in questo preciso periodo della mia vita non saprei come inventarmi del tempo per vederlo, però ci proveremo. "La tragedia del Bounty", dopo "Cavalcata" - uno di quelli che finora mi ha convinto di meno - è il secondo film del regista britannico Frank Lloyd ad aver vinto l'Oscar come miglior film e qui indubbiamente ci troviamo davanti ad una pellicola di tutt'altro livello, forse perchè più fruibile dal grande pubblico - e quindi più comprensibile da un ignorantone come me - forse perchè invece racconta una storia più interessante e con delle interpretazioni un po' più moderne rispetto al suo film precedente. Protagonisti assoluti del film sono Charles Laughton, che qualche annetto più tardi avremmo visto nello "Spartacus" di Stanley Kubrick, Clark Gable, che invece abbiamo visto sempre come protagonista nella scorsa puntata di questa rassegna, e ultimo ma non meno importante Franchot Tone.
Il film è tratto dal romanzo "L'ammutinamento del Bounty" ispirato all'episodio della rivolta avvenuta sul Bounty, una nave mercantile britannica, nel 1789. L'ammutinamento è inoltre una delle più famose ribellioni nella storia della marina britannica. Siamo nel Dicembre del 1987 e la HMS Bounty si sta preparando a salpare dal porto verso Tahiti, da dove importerà l'albero del pane da usare come cibo per gli schiavi nelle piantagioni delle Indie Occidentali. Il tenente Fletcher Christian ha il compito di reclutare marinai, pescandoli anche tra i criminali comuni, utilizzando anche le maniere forti, l'ufficiale Roger Byam viene nominato guardiamarina del mercantile, mentre William Bligh è il capitano, che subito mostra il suo carattere dispotico e autoritario, costringendo l'equipaggio a punizioni talvolta eccessive, atte a volte a nascondere anche i torti che lui commette nei confronti dell'equipaggio. >Christian, dal canto suo, da subito mostra di non approvare i metodi del comandante, ma inizialmente lo asseconda, mostrandosi a volte accondiscendente verso gli altri marinai. La morte del dottore della nave sarà un po' la goccia che farà traboccare il vaso, convincendo Christian a ribellarsi alle angherie del capitano, convincendo altri marinai e costringendo il capitano e chiunque non approvi l'ammutinamento, a salire su una scialuppa che verrà poi abbandonata al suo destino in mare.
Diciamo che prima di vedere questo film non conoscevo particolarmente la storia dell'ammutinamento del Bounty, ma ne avevo in qualche modo sentito parlare e avevo, nel corso della mia vita, letto qualche pagina a riguardo. Al termine della visione del film posso tranquillamente dire intanto di saperne qualcosa in più e, in secondo luogo, che la pellicola è riuscita in qualche modo a mettermi la voglia di informarmi maggiormente sulla vicenda, come spesso e volentieri mi accade con i film biografici. Ho avuto subito la sensazione, guardando il film, che fosse diretto magistralmente, le scene di navigazione sono gestite alla perfezione e il bianco e nero presente in questo film riesce comunque a rendere bene l'idea delle luci che ci possano essere in mezzo al mare ritraendo alla perfezione sia le scene più luminose, in pieno giorno, sia quelle notturne, in cui i volti sono riconoscibili, ma comunque non sempre ben definiti. Oltre all'aspetto tecnico, che comunque è fondamentale per questo film, è la sceneggiatura ad essere gestita nella maniera migliore possibile: intanto il ritmo, pur non essendo forsennato, non cala mai e riesce a mantenere alta l'attenzione da parte dello spettatore, in secondo luogo si vuole porre maggiormente il centro su quello che è stato un evento che, nella sua gravità, ha cambiato fortemente il modo di gestire la marina da parte dei marinai inglesi, dapprima molto fondata sulla gerarchia, sul comando e sulla punizione, come ben mostratoci dal personaggio di Bligh, successivamente, dopo la denuncia da parte del personaggio Byam durante il processo svolto anche a suo carico - nonostante non si fosse accodato agli ammutinati, ma solo costretto a rimanere sulla nave per assenza di spazio sulla scialuppa -, basata sulla cooperazione e su un clima più amichevole.
Nel corso della pellicola entrano in scena molti personaggi, anche se nella maggior parte dei casi il loro background ci viene solamente accennato, ma sono ben quattro i filoni narrativi che vengono narrati nel corso della durata del film: il primo è quello della partenza della nave, che ci mostra il comportamento di Bligh e la formazione delle due fazioni, il secondo è quello dell'ammutinamento, durante il quale seguiamo in parallelo - e a dirla tutta empatizzando sia con gli ammutinati sia con il capitano - la storia degli ammutinati che tornano a Tahiti - nel film non viene detto, ma il motivo era per il sesso e la carnazza, ma nel 1935 lo si poteva solo far capire - e quella della scialuppa che, dopo essere riuscita a tornare miracolosamente in patria, vedrà il capitano ripartire alla volta di Tahiti per recuperare la sua nave, mentre l'ultimo filone narrativo è quello del processo agli ammutinati, nel quale verrà in qualche modo fatto un riassunto delle motivazioni e delle gesta compiute da Bligh. É molto bello a mio parere il fatto che tutti e tre i personaggi principali siano interessanti e sfaccettati: Christian mostra da subito di non approvare i modi del comandante, ma continua ad obbedire a lui fino alla famosa goccia che fa traboccare il vaso, Bligh riesce ad essere odioso nella parte iniziale, a farci provare compassione per lui nella parte centrale, fino a rendersi di nuovo odioso nel finale, mentre Byam stranamente rimane fedele al suo comandante per poi essere quello che non punterà principalmente a difendere se stesso al processo, quanto più che altro a denunciare i metodi di Bligh. Forse per la seconda volta da quando ho cominciato per la rassegna - continuo ad amare "Aurora" ma quello era proprio un film completamente diverso - ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad un film pazzesco sotto tantissimi aspetti dall'inizio alla fine, con la speranza che, con questa rassegna, forse io stia davvero cominciando ad ingranare!

martedì 23 giugno 2020

Snowpiercer - 1x04: Without Their Maker / 1x05: Justice Never Boarded

Non ricordo di aver mai detto da nessuna parte che gli episodi di "Snowpiercer" sarebbero stati commentati su questo blog con cadenza settimanale, l'importante non sono le scadenze, ma fare le cose, vero? Funzionasse così anche nel lavoro ci sarebbe sicuramente meno stress, ma siccome questo non è il mio lavoro e non vorrei mai farlo diventare, "Snowpiercer" cercherò di seguirlo con frequenza, ma senza dovermi sentire obbligato a darvi un episodio a settimana. Tant'è che a questo giro, tra l'altro quando in Italia è uscito giusto ieri il sesto episodio, si parla della quarta e della quinta puntata. Come sarà andata?

1x04: Without Their Maker


Avevo bollato il terzo episodio con la paura che potesse trattarsi in qualche modo della fine delle cose interessanti che questa serie tratta dal bellissimo film diretto da Bong Joon-ho potesse offrire ed ecco che viene subito tirato fuori un quarto episodio che magari non procede con un ritmo forsennato, ma quanto meno riesce, nel finale, a sorprendere con un bel colpo di scena, non di quelli roboanti che ti fanno stare a bocca aperta, ma di quelli che comunque cambiano un po' le carte in tavola sulla direzione che la serie potrebbe prendere. Andiamo però con ordine, senza lasciarci andare ad eccessivi festeggiamenti precoci. L'indagine di Layton sull'omicidio avvenuto in terza classe prosegue e finalmente ci si sposta in prima, dove conosciamo, dopo averla vista per i primi tre episodi senza che venisse particolarmente approfondita, L.J.. In qualche modo i primi episodi della serie ci avevano dato qualche indizio sulla sua importanza, diciamo che le scene di prima classe sono state per buona parte incentrate sui suoi genitori e sul loro rapporto con la figlia, anche se sembravano messe lì un po' come facciata, senza far pensare che il personaggio potesse assumere una qualche importanza rilevante.
Invece, con le indagini di Layton che proseguono e una terza classe sempre più sfiduciata nell'operato di Wilford e pronta ad una rivolta assumono sempre più importanza le azioni di Melanie, che ancora non si è rivelata ai passeggeri del treno e che, visto qual è l'andazzo delle produzioni televisive e cinematografiche di questo periodo storico, penso che il motivo sia più che altro da ricercare in una questione di credibilità verso una società, quella del treno, che nonostante la presenza di coppie omosessuali e di rappresentanti di bene o male tutte le culture, forse non è pronta ad accettare un capo donna, detto che in qualche modo spero di non avere completamente ragione riguardo a questa mia ipotesi. Nel frattempo sappiamo bene ormai che Eric sarebbe l'uomo rasato che ha commesso l'omicidio, mentre si scopre anche della sua conoscenza con L.J., tanto che mentre Eric viene preso e giustiziato da alcuni membri della terza classe, Layton comincia a ipotizzare in una qualche sorta di complicità tra l'uomo ed L.J.. Identificata la ragazza come mandante degli omicidi in terza classe, Layton, reo di aver visto troppe cose, viene rinchiuso nei cassetti da Melanie. Una mossa, quella di risolvere subito l'omicidio nel quarto episodio, che mi ha spiazzato pur avendola particolarmente apprezzata, in primis perchè già dalla terza puntata la storyline di "CSI: Treno" - grazie a Cassidy de "La bara volante" per il commento illuminante - aveva cominciato a stufare, mentre dall'altra perchè con il quinto episodio, che potrete vedere commentato qui sotto, la serie proverà a prendere la direzione che speravo fin dall'inizio.
Oltre alla questione dell'omicidio proseguono anche le vicende degli abitanti del fondo, ma sono storyline ancora abbastanza secondarie, tranne quella di Josie, che trova il modo di infiltrarsi nei vagoni di testa svolgendo un lavoro per conto dei Frenatori e sostituendosi ad uno dei passeggeri, con l'obiettivo di trovare e contattare Layton


1x05: Justice Never Boarded


Con il quinto episodio di "Snowpiercer" penso che gli sceneggiatori abbiano pensato, finalmente, di passare alle cose serie e veramente interessanti di tutta la situazione che viene narrata in questa storia. Con Layton rinchiuso nei cassetti da Melanie - che chissà quando si paleserà, devo dire che un po' ancora non sto capendo la mossa di dirci che è Wilford già alla fine del primo episodio - bisogna iniziare ad organizzare il processo ad L.J., con la consapevolezza, da parte del capo del treno, che un'eventuale assoluzione dell'imputata porterebbe la terza classe a far partire la rivolta e a sfiduciare completamente Wilford. Il treno però ha delle regole ben precise per i processi: i giurati sono solamente membri selezionati dalla prima e dalla seconda classe. La terza classe vuole di più e la minaccia arriva chiara a Melanie, assieme alla richiesta di sorteggiare un giurato da ogni sezione del treno, in modo da far giudicare l'imputato veramente da persone sue pari. Insomma, il processo da penale viene trasformato in un vero e proprio atto politico per evitare una rivolta, una specie di contentino dato da quella che è a tutti gli effetti una dittatura in cui non si vuole che il popolo possa in qualche modo rivoltarsi ai propri padroni.
Non sarà dunque il processo in sè ad assumere particolare importanza, quanto più che altro il tentativo di cambiamento, forse solo di facciata o forse veramente messo in atto da Melanie per qualche particolare credo politico, che viene mostrato all'interno del treno, con le fasi del processo che vengono seguite in diretta radio da tutti i passeggeri. Non solo però il processo ad L.J., che viene ovviamente condannata all'unanimità, ma anche la scoperta, da parte di Josie - che continua la sua opera di passaggio alla testa del treno - e di una guardia, della chiusura di Layton nei cassetti, mentre in realtà era stato dato come scomparso: la decisione di Melanie spiazza la guardia che, con la sua liberazione, potrebbe cominciare a pensare con la sua testa e probabilmente vedremo nei prossimi episodi le conseguenze di questa scoperta. Insomma, ci troviamo davanti in un episodio non particolarmente pieno a livello di eventi, ma che inizia a mettere davvero le cose in chiaro per quanto riguarda la componente politica e sociale di questa serie, la cosa che nel film di Bong Joon-ho era assolutamente centrale e che qui era stata colpevolmente messa in secondo piano in favore di un'indagine per omicidio che però, forse, sta per diventare qualcosa di più e io non posso che esserne contento.

lunedì 22 giugno 2020

Waxwork - Benvenuti al museo delle cere di Anthony Hickox (1988)

USA 1988
Titolo Originale: Waxwork
Sceneggiatura: Anthony Hickox
Durata: 93 minuti
Genere: Horror


Purtroppo anche la scorsa settimana, lavorativamente, si è rivelata abbastanza pesante, motivo per cui ho fatto abbastanza fatica a vedere film la sera e le mie scelte non sono sempre ricadute sui film che avrei voluto vedere, con la purtroppo ovvia conseguenza di avere anche leggermente trascurato le recensioni sul blog, che sono ormai un paio di settimana che non raggiungono il canonico numero di quattro a settimana - nell'attesa che torni anche la rubrica sulle uscite al cinema, che in questo periodo, come molti sapranno, è abbastanza desolante. La sera in cui ho deciso di guardare "Waxwork - Benvenuti al museo delle cere" ho lavorato assieme ad un mio collega fino alle 22, motivo per cui alla fine la mia scelta è ricaduta su un film horror, breve e non particolarmente elaborato a livello di trama - nel senso che non mi costringesse a pensare troppo, ecco - che già da un po' di tempo avrei voluto vedere. Siccome poi sta iniziando la stagione del cinema horror - e a breve arriverà anche la nostra solita celebrazione - la scelta è stata perfetta con il clima caldo e sudaticcio di questo periodo. Ci troviamo davanti al primo film da regista per Anthony Hickox, che qui figura anche come sceneggiatore, regista del quale ammetto di non conoscere nulla della sua produzione successiva ad eccezione di "Hellraiser III - Inferno sulla città", che vidi qualche anno fa e di cui ci dovrebbe anche essere qualche traccia sul blog. I protagonisti del film erano tutti all'epoca abbastanza giovani e sono interpretati da Zach Galligan e Jennifer Bassey, mentre il principale antagonista del film è interpretato da Patrick Macnee.
Il film è ambientato in una piccola cittadina statunitense, nella quale ha da poco aperto un museo delle cere, senza che nessuno sapesse che ci fosse un edificio in costruzione nel terreno in cui questo è stato aperto. Due studentesse universitarie, Sarah e China, passando proprio da quelle parti vengono invitate dal proprietario a visitare il museo la notte stessa, assieme ad altri quattro ospiti a loro scelta. Le due ragazze scelgono di portare con loro Mark, Tony, Gemma e James, loro compagni di scuola. Una volta entrati nel museo, Gemma e James si spaventano e decideranno di uscire subito, mentre gli altri quattro verranno accolti da un misterioso maggiordomo, che li porterà davanti all'esposizione del museo. Una volta davanti alle cere Tony lascerà cadere per errore il suo accendino davanti ad una statua e, superando il cordoncino per recuperarlo, si ritroverà proiettato in un'altra dimensione, in cui verrà aggredito da un lupo mannaro, morendo e trasformandosi anch'egli in una statua di cera. Altri degli amici di Tony finiranno nella trappola del museo, mentre Mark, assieme a Sarah e con l'aiuto di un poliziotto comincerà a ricercare gli amici scomparsi.
Per quanto riguarda i miei gusti cinematografici, dopo avervi parlato giusto qualche giorno fa di "Wishmaster - Il signore dei desideri", anche questo "Waxwork - Benvenuti al museo delle cere" non riesco a ritenerlo un vero e proprio capolavoro del cinema horror, anzi, a tratti lo si può tranquillamente ritenere uno di quei tantissimi film di serie B usciti nel corso degli anni ottanta che però, mostrando delle idee sia dal punto di vista registico sia da quello della sceneggiatura, sono riusciti nel corso del tempo a diventare dei veri e propri cult del genere, molto apprezzati dagli appassionati. Anche in questo caso, tra i vari pregi di questa pellicola non si può non soffermarsi sugli effetti speciali, che sono fatti nella maniera che più mi soddisfa, mostri e modellini sono reali, se non addirittura degli attori che li interpretano e che si nascondono dietro le loro sembianze. Un'altra cosa che ho estremamente apprezzato e che è secondo me il vero e proprio punto di forza del film è il fatto che i nostri ragazzi, quando entrano nella realtà parallela in cui vivono le statue di cera del museo, vivono quelli che sono i principali horror classici, quelli che sono stati riproposti in tutte le salse nel cinema e nella letteratura: il lupo mannaro, il conte Dracula, il fantasma dell'Opera e così via, con reinterpretazioni che magari singolarmente non faranno poi così tanta paura, ma che comunque hanno sconvolto nel corso della storia milioni di persone.
Insomma, "Waxwork - Benvenuti al museo delle cere" è un film che funziona e che sa come non prendersi sul serio, ma che secondo me mostra i suoi principali difetti in un finale che, una volta risolta la componente misteriosa della vicenda e passando a quella in cui bisogna risolvere il problema grosso che potrebbe mettere a serio rischio l'intero pianeta, la butta un po' troppo in caciara, trasformandosi in una sorta di scazzottata soprannaturale che avrebbe funzionato benissimo con Bud Spencer e Terence Hill come protagonisti - ora che ci penso, quanto sarebbe stato geniale un horror con loro due a tirare schiaffoni? - ma che qui mostra tutti i limiti di questo tipo di cinema, che a un certo punto si trova al punto di dover concludere e non lo fa certo nel modo migliore. Difetto a parte, ci sarà pure un motivo se ancora dopo trentadue anni, nonostante non sia proprio invecchiato benissimo, questo film viene ancora apprezzato dagli appassionati del genere.

giovedì 18 giugno 2020

Wishmaster - Il signore dei desideri di Robert Kurtzman (1997)

USA 1997
Titolo Originale: Wishmaster
Sceneggiatura: Peter Atkins
Durata: 90 minuti
Genere: Horror


Quando io, che sono niente di più che uno spettatore medio a cui piace scrivere su un blog di tutti i film che vede - non sono un critico, non so scrivere vere e proprie recensioni - mi metto a fare zapping su Netflix vuol dire che sono proprio in crisi. Solitamente sono una di quelle persone - e giuro di averne conosciute veramente poche come me - che quando la sera decide che vuole vedere un film, sa già, bene o male, il titolo preciso che vorrà vedere. A volte però i titoli che fanno parte della mia lista mentale sono troppo lunghi per farmi reggere una serata intera e ci sono sere in cui anche un film di due ore potrebbe risultare troppo lungo, allora, in quel caso, accendo Netflix e dopo ore e ore di zapping mi imbatto quasi sempre in un filmettino leggero, della durata massima di un'ora e mezza - se dura di più lo scarto - e il più delle volte mi becco dei bidoni pazzeschi, anche perchè spesso e volentieri, soprattutto per quel che riguarda i film di nuova produzione, Netflix fa un po' da raccolta dell'umido. La scorsa settimana mi sono però imbattuto in "Wishmaster - Il signore dei desideri", film del 1997 diretto da Robert Kurtzman e che mi ha attratto principalmente per il nome di Wes Craven che campeggiava sulla locandina, anche se il suo ruolo per questo film è stato solamente quello di produttore. I protagonisti della pellicola invece sono interpretati da Tammy Lawren, che interpreta Alexandra, e Andrew Divoff, che interpreta il Djinn, creatura del folklore mediorientale di origine principalmente musulmana che costringe le persone che lo evocano ad esprimere tre desideri che poi rivolterà contro di loro.
La trama del film ruota tutta intorno al ritrovamento di un opale, contenuto in una statua del XII secolo ritraente un re persiano. Dall'opale verrà liberato un Djinn, creatura maligna dai poteri straordinari, che però è vincolato ad utilizzarli per esaudire i desideri degli umani, tanto che ad ogni umano con cui entra in contatto è concesso esprimere tre desideri. Il suo obiettivo, una volta convinta la persona che lo ha liberato ad esprimere tutti e tre i desideri, è quello di dominare il mondo. Alexandra è la giovane donna che, studiando la statua del re persiano, ha ritrovato l'opale in cui era imprigionato il Djinn e inizia a venire perseguitata dal mostro, torturata psicologicamente e a volte anche fisicamente per far in modo che esprima tutti e tre i desideri, sprigionando il potere maligno della creatura in tutta la sua potenza.
Ammetto, arrivato a quasi trent'anni, di non aver mai visto questo film, ma di averlo potuto fare solamente grazie a quella serata di zapping su Netflix che si è protratta abbastanza a lungo da farmi scegliere per il film corto e poco impegnativo che avrei trovato. É chiaro, ad una prima visione del film, che il nome di Wes Craven sia praticamente quello di qualcuno che ci ha messo i soldi, senza intervenire in modo particolarmente importante sulla pellicola e, anche se qualche sua influenza all'interno della narrazione e del tipo di storia narrata la si può vedere, un film così non può essere associabile allo stile registico e narrativo di uno dei migliori registi della storia del cinema horror. Ad una primissima impressione potrebbe tranquillamente sembrare che "Wishmaster - Il signore dei desideri" possa essere uno di quei film troppo brutti per essere veri e vi assicuro che, guardato in inglese, si vede anche quanto i protagonisti recitino male la loro parte, su tutti Andrew Divoff che recita sempre con una voce profondissima allungando tutte le vocali in una maniera che più artificiale non si può. Eppure ripensandoci bene nel corso di questa settimana passata dalla visione non riesco a volere così male a questo film, che è figlio del tempo in cui è uscito al cinema - questa frase viene usata tantissimo in questo periodo... - e che non solo grida horror di qualità bassina anni novanta, con un mostro da sconfiggere ed effetti speciali posticci, che comunque preferisco all'uso smodato della CGI, ma ha anche grosse influenze con il cinema horror del decennio precedente. Insomma, il decennio degli anni novanta in molti casi è stato quello dei tanti soldi spesi a fronte di film non particolarmente validi andati incontro a flop patetici, qui in realtà ci troviamo davanti ad un film non validissimo, che comunque ho guardato con piacere, ma che nel corso degli anni ha avuto anche ben tre seguiti, che potrei anche cercare di vedere nelle prossime settimane, dato che di tornare al cinema se ne può anche parlare, ma tra i film disponibili ce n'è solo uno che vorrei vedere e, una volta visto, mi ritroverei in crisi proprio come prima di aver scelto di vedere questo film!

martedì 16 giugno 2020

OSCARS BEST MOVIES - Accadde una notte di Frank Capra (1934)


USA 1934
Titolo Originale: It Happened One Night
Regia: Frank Capra
Sceneggiatura: Robert Riskin
Durata: 108 minuti
Genere: Commedia


Dopo ormai più di otto anni di blogging penso che i miei non troppi lettori fissi abbiano un po' capito che i film sentimentali non fanno parte propriamente del mio target cinematografico: quelli di nuova uscita li rifuggo come poche altre cose, temo di più giusto la lebbra e la peste bubbonica, ma siccome qui da queste parti si sta tenendo uno speciale su tutti i film che nel corso della storia del cinema hanno vinto l'Oscar per il miglior film tocca vedersi anche quelli. C'è di buono che buona parte dei film appartenenti a questo genere che apprezzo sono in bianco e nero o comunque usciti prima degli anni 2000 e, siccome oggi è il turno di "Accadde una notte", film del 1934 che non solo ha vinto l'Oscar come miglior film, ma è stato uno dei pochissimi film della storia a portarsi a casa la cinquina composta da miglior film, miglior regia, miglior attore e migliore attrice e migliore sceneggiatura non originale, il che già di per sè fa pensare intanto a quanto il film sia subito riuscito ad accaparrarsi il successo di pubblico e critica, ma è anche riuscito a rimanere, nel corso degli anni, un vero e proprio must per gli appassionati, anche se prima di fare questo speciale non lo avevo mai visto, ahimè. Con Frank Capra alla regia, uno di quelli che è riuscito comunque a farsi un nome nella storia del cinema anche per molti suoi lavori successivi, Clark Gable e Claudette Colbert come protagonisti, "Accadde una notte" è uno di quei film che ha le carte giuste per sopravvivere nel tempo, risultando, di fatto, invecchiato benissimo.
La trama di questo film in qualche modo l'abbiamo vista anche in pellicole molto più recenti, che si sono ispirate a questo lavoro: Ellie Andrews è un'ereditiera viziata che decide di scappare dallo yacht del padre, a Miami, per raggiungere New York e sposare il suo fidanzato, disapprovato dal padre perchè considerato solamente un arrampicatore sociale interessato al patrimonio della ragazza e di suo padre. Una volta fuggita il padre inizierà a dar fondo a tutte le sue risorse economiche per ritrovare la figlia, che però decide di viaggiare in pullman, in modo da non farsi trovare. Al viaggio con lei si unirà anche il giornalista Pietro Warne, che riconoscendola decide di offrirsi di accompagnarla in cambio di uno scoop esclusivo. Il rapporto tra i due non inizierà sotto i più buoni auspici, ma presto con il passare del tempo i due cominceranno ad innamorarsi, complice anche la complicità che nascerà a causa delle scomodità del viaggio.
É praticamente impossibile, guardandolo, negare che "Accadde una notte" sia un grande film. Forse si può dire che dal punto di vista della sceneggiatura - che tra l'altro non è originale, ma tratta dal racconto "Night Bus" di Samuel Hopkins Adams - ad oggi abbiamo visto tanti film che trattano il tema dell'innamoramento tra due persone di ceto sociale completamente differente, pensandoci a posteriori mi viene in mente ad esempio il film "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'Agosto", ma gli esempi del genere sono veramente tanti. Sceneggiatura non particolarmente singolare a parte - anche se andrebbe parametrizzata con i film usciti all'epoca - è il modo di raccontarla il vero valore aggiunto del film: da una parte il ritmo narrativo è gestito alla perfezione, la tensione e l'attenzione dello spettatore non calano mai e pur non avendo una velocità particolarmente sostenuta non ci si stanca mai e non ci sono momenti morti nella narrazione, dall'altra le interpretazioni dei due protagonisti sono di un livello tale da far vivere allo spettatore un po' tutta la nascita del sentimento tra i due.
Se poi dal punto di vista tecnico fotografia e colonna sonora sono assolutamente encomiabili, un altro grande punto a favore del film è il fatto di aver raccontato uno spaccato della società statunitense nel periodo della Grande Depressione, evidenziando differenze sociali e caricandole sulla storia di una ragazza che economicamente, grazie all'attività del padre, non ne ha risentito, ma che quando decide di fuggire, distaccandosi dagli agi della famiglia, comincia a vivere in pieno vedendo la vita delle persone che incontrerà nel corso del suo viaggio. Insomma, con "Accadde una notte" ci troviamo davanti ad uno di quei film la cui importanza storica è certamente da non sottovalutare e che, nonostante i quasi novant'anni di età, ad oggi non risulta essere ancora invecchiato nemmeno di un minuto.

lunedì 15 giugno 2020

The Grudge di Nicolas Pesce (2020)


USA 2020
Titolo Originale: The Grudge
Sceneggiatura: Nicolas Pesce
Durata: 94 minuti
Genere: Horror


Dopo aver visto praticamente tutta la saga di "Ju-on", esclusi i film un po' più nuovi della durata di circa un'ora, ed aver anche visto i tre capitoli che costituiscono la saga di "The Grudge" ed averli riuniti in un unico speciale, siamo qui finalmente su queste pagine per parlare di "The Grudge" di Nicolas Pesce, pellicola che è uscita in Italia poco prima del lockdown che ha portato alla chiusura dei cinema - che riapriranno proprio oggi proponendo qualche blockbuster di seconda visione e ben poche prime visioni - a parte "I miserabili", che ancora non sono riuscito a vedere, devo dire che ci troviamo davanti ad una brutta riapertura e speriamo che le cose possano andare meglio nelle prossime settimane -, anche se c'è da considerare che quando il film è uscito ufficialmente nelle sale qui in Lombardia i cinema erano già stati chiusi da un paio di settimane e non ho avuto appunto modo di andarlo a vedere. Sono però riuscito a recuperarlo grazie alle piattaforme di streaming che in questo periodo si sono ben prodigate nel proporci qualcuna delle uscite che non potevano passare in sala. Nicolas Pesce è regista al terzo film in carriera e devo dire con tutta sincerità che i due precedenti non li conosco proprio, mentre come protagonisti della pellicola abbiamo Andrea Riseborough, Demián Bichir e John Cho, tutti attori non particolarmente rinomati, ma comunque volti che si riconoscono abbastanza, quanto meno per la quantità di pellicole a cui hanno partecipato.
Proprio come gli altri film della saga, questo reboot racconta in ordine non cronologico tramite diversi segmenti narrativi le vicende che ruotano attorno a dei personaggi entrati in contatto con la maledizione di Kayako, tra questi ci sono Fiona Landers, prima donna entrata in contatto con la maledizione nella sua casa di Tokyo nel 2004 e che, dopo averla abbandonata, la porterà con sè negli Stati Uniti, dove diventeranno vittime di essa la famiglia Spencer e la famiglia Matheson, le cui vite verranno profondamente sconvolte da omicidi misteriosi ed inspiegabili e da visioni estremamente inquietanti. A riunire tutte le vicende abbiamo la storia di Muldoon, una detective che nel 2006 si è trasferita in città con il figlio in seguito alla morte del marito, che viene chiamata assieme al suo nuovo collega ad indagare sulle morti e sulle sparizioni che hanno falcidiato la cittadina di campagna nel corso degli ultimi tempi.
Ho iniziato la visione di questo film senza i più buoni propositi, lo devo ammettere: da una parte la saga americana di "The Grudge" non mi stava convincendo, sin dal primo capitolo - anche se ad esso continuo a volere molto bene perchè l'ho visto quando ero adolescente - e la ripetitività delle trame mi stava abbastanza stancando, mentre dall'altra nutrivo qualsiasi dubbio riguardante la buona riuscita di un reboot di una saga che sicuramente è stata un successo commerciale dapprima in Giappone con i tre film originali e ancora di più in seguito al primo remake, tra l'altro diretto da Takashi Shimizu che aveva già diretto i film giapponesi, ma che dal punto di vista qualitativo, soprattutto per i capitoli americani, non si era mai espressa su livelli cinematografici veramente buoni. L'inizio del film e un po' tutta la sua prima metà hanno in realtà confermato quelli che erano i miei sospetti: jump-scare a manetta, una trama che faticava a decollare e una sola cosa buona, in circa quarantacinque minuti di film, il fatto che la trama non si fondasse esclusivamente sul far comparire Kayako - qui interpretata da Junko Bailey - completamente a caso tra una scena e l'altra, ma sembrava che da lei ci si volesse un po' distaccare. Distacco che avviene in maniera definitiva quando la trama decolla definitivamente, con una seconda parte che sì, si basa un po' su quegli stereotipi che avevano contraddistinto i film precedenti della saga, ma a livello narrativo sembra esserci una storia vera e propria, sicuramente meglio costruita e capace anche di mettere una certa paura e una certa inquietudine nello spettatore.
Il risultato del "The Grudge" diretto da Nicolas Pesce è dunque assolutamente sopra le mie aspettative, che erano bassissime, sempre bene precisarlo, con gli sceneggiatori e il regista che, per una volta, sono riusciti a creare un reboot di una saga senza riprodurla in maniera pedissequa, ma mettendoci del proprio, che poi è quello che ci si aspetta quando si vuole riportare al cinema un film tramite un remake o un reboot. Ora questo film non lo fa di certo nel modo migliore, come detto la prima parte mi è parsa piuttosto slegata e disorganica, ma nel momento in cui il distacco stilistico dai precedenti "The Grudge" avviene ci troviamo davanti ad un buon horror che sa, senza pretese, come farsi apprezzare.

martedì 9 giugno 2020

Eli di Claràn Foy (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Eli
Regia: Claràn Foy
Sceneggiatura: David Chirchirillo, Ian Goldberg, Richard Naing
Durata: 98 minuti
Genere: Horror


Diciamo che quando esce un film horror su Netflix, a meno di non conoscerlo già perchè visto al cinema, sono sempre un po' dubbioso. Soprattutto se questo horror è una produzione originale della piattaforma di streaming che, a volte, distribuendo quei film che nessuno vuole distribuire, in qualità di assassina del cinema come molti la continuano ad appellare, decide di fare un po' di raccolta dell'umido, proponendo pellicole di dubbia qualità e di basso valore. É proprio per questo motivo che, nonostante campeggiasse tra i consigliati di Netflix da non poco tempo, ho rimandato la visione di "Eli" fino a circa una settimana fa, anche se, devo dire, su Facebook qualche commento positivo in quei gruppi sui film horror in cui ancora si fanno flame sulla qualità di film come "Hereditary" o "The Witch" ma si ama incondizionatamente "Paranormal Activia" - una cosa che proprio non riesco a tollerare se devo essere sincero, i due migliori horror dell'ultimo decennio sono meno apprezzati di una delle più grandi cagate partorite dall'umanità... - lo avevo letto, ma proprio per questi motivi non mi ero fidato nel tentare di dargli un'opportunità. Regista di "Eli" è Claràn Foy, che nel 2012 mi aveva positivamente sorpreso con "Citadel", mentre pochi anni fa mi aveva abbastanza deluso con "Sinister 2", mentre protagonisti del film sono Kelly Reilly, una che da queste parti ottiene sempre o quasi il giusto apprezzamento, mentre abbiamo anche la partecipazione di Max Martini e del giovane Charlie Shotwell nei panni del protagonista Eli Miller.
Eli Miller è un bambino che soffre di una rara malattia che lo rende in qualche modo allergico all'ambiente circostante: i raggi del Sole e l'aria aperta causano in lui reazioni cutanee che lo fanno letteralmente bruciare, provocandogli dolori terribili. I genitori decidono dunque di affidarlo alle cure della dottoressa Isabella Horn, che ha allestito un piccolo ospedale per pazienti come lui in una grande villa isolata dal resto del mondo, all'interno della quale il bambino potrà vivere, assieme ai genitori, senza la tuta protettiva che è costretto a portare in ogni momento della sua vita. Dal momento in cui iniziano le cure però Eli comincia a sperimentare momenti piuttosto inquietanti, in cui ha visioni di persone che cercano di rapirlo e portarlo con sè, mentre inizierà a fare amicizia con una bambina, con cui comunica solamente attraverso la finestra, che lo metterà in guardia su ciò che succede all'interno della villa e su ciò che è successo ad altri bambini come lui. Mentre nessuno crede alle sue visioni, il bambino deciderà di scoprire da solo cosa sia accaduto in quel luogo, scoprendo cose decisamente inquietanti.
Davanti alla visione di questo film ho avuto impressioni piuttosto contrastanti, rimanendo in bilico tra quella che per buona parte della durata del film sembrava essere una banale visione riguardante case infestate e misteri riguardo chi le aveva abitate prima dei protagonisti fino ad arrivare ad un finale che, invece, mi ha totalmente sorpreso perchè, a pensarci bene, non penso di avere mai visto un film horror che ribaltasse nel giro di pochi minuti tutto ciò che si era pensato prima e che, soprattutto ribaltasse i ruoli dei diversi personaggi per cui, per non fare spoiler, è bene non dettagliare troppo la questione. Insomma, diciamo che così a memoria un colpo di scena di questo tipo lo ricordo solo in "The Others" e già penso di aver detto troppo. A pensarci bene la visione di "Eli" nasconde sapientemente cose decisamente buone ad altri momenti in cui invece la noia rischia di prendere il sopravvento, in qualche modo ho avuto la sensazione, soprattutto nel secondo atto di questo film, che le presenze che disturbavano il protagonista fossero lì per aiutarlo o per metterlo in guardia da qualcosa, altra cosa che si è vista in non pochi film horror in cui lo spettatore era portato a temere gli spettri, mentre si sarebbe dovuto preoccupare degli altri personaggi umani. C'è però da dire che i momenti che fanno davvero paura in questa visione sono decisamente pochi e concentrati, oltre a qualche jump-scare, nella parte finale in cui tutto ciò che avevamo pensato viene letteralmente ribaltato.
"Eli" è dunque un film a due facce in cui a livello recitativo la sola Kelly Reilly è riuscita a convincermi, il bambino nel suo essere vittima degli eventi mi ha dato abbastanza fastidio, si rendeva abbastanza odioso, tanto da farmi fare il tifo per quelle dottoresse che lui tanto temeva, mentre il padre interpretato da Max Martini è un personaggio piuttosto piatto, al limite dell'utilità. Non ho poi apprezzato il fatto che nel corso della pellicola vengano aperte diverse questioni riguardo l'ambito familiare in cui vive il bambino con i genitori, ma poi, in fin dei conti, vengono solo accennate e non spiegate nella giusta maniera. Eppure, pur non facendo moltissima paura e pur avendo degli evidenti difetti a livello di recitazione e di utilità dei vari personaggi che entrano in gioco, "Eli" è uno di quei film che ha saputo come sorprendermi ed è raro che mi capiti, soprattutto negli ultimi anni. Non sarà dunque un film perfetto, nè uno di quei film che consiglierei di vedere a scatola chiusa, ma sa bene come giocarsi quel paio di colpi ben assestati, senza strafare e senza voler a tutti i costi essere un capolavoro, ma creando la giusta atmosfera per una visione che arriva al suo culmine narrativo proprio quando deve arrivarci, nè un minuto prima nè un minuto dopo.

Voto: 6

lunedì 8 giugno 2020

Snowpiercer - 1x03: Access is Power

Come promesso, proseguo nell'idea di seguire "Snowpiercer" di settimana in settimana e, nel giorno in cui uscirà il quarto episodio, sono qui per commentare e riassumere in qualche modo il terzo, spero soffermandomi il meno possibile sulla trama quanto più che altro sui concetti espressi.

1x03: Access is Power


Ci eravamo lasciati al termine dello scorso episodio con la decisione di far proseguire la marcia del treno alla stessa velocità, andando incontro ad un probabile incidente, mentre nel frattempo l'indagine di Layton sull'omicidio avvenuto in terza classe prosegue e inizia anche ad arrivare qualche importante indizio su quale possa essere stato il movente dell'omicidio. Bisogna subito dirlo, in questo terzo episodio, rispetto ai due che l'hanno preceduto, la densità di avvenimenti importanti è decisamente minore, si prosegue praticamente con ciò che veniva accennato in precedenza, introducendo qualche nuovo elemento che permette agli spettatori di porsi delle domande a cui forse negli episodi successivi verrà data una risposta, ma forse anche no, dipende tutto da che importanza vorranno dare gli sceneggiatori ad alcune delle cose che vengono accennate. Cosa che sicuramente è e sarà molto importante è il fatto che per far mantenere la stessa velocità al treno è stato imposto un duro razionamento dei beni, dato che per farlo serve energia, ma la terza classe del treno sta iniziando a manifestare un grande malcontento, che viene evidenziato davanti a Melanie proprio mentre lei sta tenendo un discorso alla prima classe. Ad amplificare il senso di dittatura che vige all'interno del treno, viene annunciata una serata di combattimento, una forma di divertimento per i passeggeri annunciata per distrarre le menti da quelli che sono i problemi che si stanno verificando all'interno del mezzo.
L'indagine di Layton prosegue e viene introdotta la Kronoke, una droga scoperta recentemente nella terza classe dai Frenatori, ma che da tempo si era già diffusa nel fondo del treno e che sembra che in qualche modo venga utilizzata per tenere addormentati coloro che vengono rinchiusi nei cassetti, come sembra testimoniare Nikki, unica testimone non dell'omicidio su cui sta indagando Layton, ma su un altro avvenuto precedentemente e che, proprio ora, sta per essere liberata dai cassetti in modo da poter testimoniare. All'insaputa di Melanie i dottori che si occupano del mantenimento delle persone nei cassetti avevano iniziato ad utilizzare quella droga e ora Nikki, una volta uscita, sembra esserne totalmente dipendente. Conosciamo in questo frangente anche Terence, uno degli spacciatori della terza classe, che potrebbe essere testimone dell'omicidio, indicando un possibile indiziato.
Con un ritmo lento e di certo non carico di eventi la terza puntata ha evidenziato alcuni problemi cui la serie probabilmente andrà incontro: per quanto sembri difficile sbagliare con un'idea del genere che tanto successo aveva avuto tra gli appassionati di cinema qualche anno fa, ma sembra che sia dal punto di vista della storyline riguardo l'omicidio, sia per lo sviluppo del contesto del treno ancora non si abbiano le idee chiare e una puntata che, già al terzo episodio, smette di portare avanti la storia potrebbe essere un problema, anche se spero sinceramente in una ripresa. Alcune storie però vanno avanti, senza strafare e probabilmente dando loro un'importanza decisamente minore di quella che meriterebbero, come ad esempio quella di Miles, scelto per fare l'apprendistato in carrozze migliori, proprio mentre si parla di sganciare il fondo per ottenere maggiore energia, mentre abbastanza importante, ma poco carico della tensione che avrebbe meritato, l'incontro tra Layton e Josie in cui il primo spiega alla seconda ciò che sta succedendo al ragazzino.
Una terza puntata di passaggio, con la speranza che nelle prossime cominci ad accedere qualcosa di decisamente più succoso, magari con qualche colpo di scena ben assestato, ora le idee non sembrano ben chiare e la narrazione mi è sembrata leggermente ferma, ma ancora si può recuperare, nulla è perduto.

venerdì 5 giugno 2020

Gallo cedrone di Carlo Verdone (1998)

Italia 1998
Titolo Originale: Gallo cedrone
Sceneggiatura: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Pasquale Plastino, Carlo Verdone
Durata: 94 minuti
Genere: Commedia


Dopo averlo difficilmente sopportato per molti anni il mio sta cominciando a diventare un problema, non ancora patologico, ma con tutte le potenzialità per diventarlo: quando mi trovo davanti all'opportunità di vedere un film di o con Carlo Verdone - che anche fossi omosessuale non sarebbe certo il mio ideale di uomo - non riesco a fare a meno di vederlo. Per questo motivo, quando un paio di settimane fa ho avuto l'occasione di guardare "Gallo cedrone", film uscito quando avevo solamente otto anni, ma di cui ricordo indistintamente di averne sentito parlare all'epoca, come praticamente sempre accade quando esce un nuovo film dell'attore e regista romano, non sono riuscito a rinunciare a vederlo. Ebbene, nonostante non mi strappi le vesti per essi, a me i film di Carlo Verdone piacciono, dopo anni passati a sottovalutarli, li trovo quasi sempre delle commedie intelligenti che fanno il loro dovere trattando argomenti sempre interessanti in maniera fresca e divertente, che poi è un po' lo stesso motivo per cui mi sono dispiaciuto grandemente per il fatto che l'ultimo suo lavoro ancora non sia potuto uscire nelle sale italiane a causa della pandemia che stiamo vivendo. Dubito anche che lo facciano uscire già dal 15 Giugno, quando i cinema riapriranno ma forse ancora in pochi si fideranno ad andarci.
Armando Feroci è un volontario romano della Croce Rossa italiana che, durante un viaggio umanitario in un paese del nord Africa, viene sequestrato e condannato a morte da un gruppo integralista islamico. Il sequestro dell'uomo diventa subito un caso di portata nazionale, che farà mobilitare la politica e l'opinione pubblica del paese. Attraverso delle interviste e dei ricordi di persone che lo hanno conosciuto vediamo quali sono stati gli eventi che lo hanno portato a finire nelle mani dei sequestratori e il ritratto che ne esce è quello di un uomo totalmente irresponsabile e menefreghista, che fatica a trovare un lavoro e tende sempre ad inventarsene uno in maniera quasi truffaldina, fino a conoscere la cognata Martina, moglie non vedente del fratello Franco, odontoiatra di successo che gli offrirà anche un lavoro stabile, della quale si invaghirà fino a scappare con lei, promettendole di portarla in giro per i posti più belli d'Italia.
Fin dall'inizio della visione devo dire che ho avuto un po' la sensazione di non trovarmi davanti ai film di Carlo Verdone cui mi sono abituato nel corso del tempo, questo "Gallo cedrone" ha uno schema narrativo piuttosto particolare e soprattutto, nel corso della visione, emerge come la commedia scritta e diretta da Verdone non sia leggera e fresca come al solito, quanto più che altro basata sull'eccentricità del protagonista, che con il suo accento romanesco molto spinto e il suo fare un po' da galletto è sicuramente al centro della componente comica di questo film. Ciò che ne viene fuori, dai ricordi della persone che parlano del nostro protagonista, sono a volte degli sketch, dei ricordi di donne che lo hanno visto, nella sua macchina fiammante, fare apprezzamenti molto spinti verso di loro - ecco c'è da dire che scene così per far ridere in un film italiano del 2020 non si sarebbero mai viste probabilmente - mentre per il resto viene fuori una storia più organica solo nei momenti in cui la ex moglie ricorda il loro incontro e il loro matrimonio, ma il vero centro della storia è la vicenda che lega Armando a Martina.
Il risultato è un film abbastanza divertente a livello di battute, ma che ho trovato piuttosto disorganico a livello narrativo, con una struttura che un po' si rifa ai primi film a cui ha partecipato Verdone, ma che non è quello che mi sarei aspettato di trovare in una commedia della sua maturità e che invece ho trovato in film diretti anche solo qualche anno dopo. Non siamo comunque davanti ad un film da buttare, i suoi momenti interessanti li ha, ma mi è sembrato mancare quell'interesse verso la riflessione che hanno invece altri film del regista, mentre mi è sembrata più che altro una di quelle operazioni un po' fini a se stesse e alla fine il film lo salva solamente il Verdone attore, bravissimo come al solito nel trasformarsi e nel riuscire a dare, anche allo stesso personaggio, un sacco di sfaccettature e di personalità.

giovedì 4 giugno 2020

OSCARS BEST MOVIES - Cavalcata di Frank Lloyd (1933)


USA 1933
Titolo Originale: Cavalcade
Sceneggiatura: Reginald Berkeley, Sonya Levien
Durata: 112 minuti
Genere: Drammatico, Guerra


Eccoci qui per il sesto appuntamento con la rubrica di cui non frega nulla a nessuno, quella dedicata a tutti i film che hanno vinto l'Oscar come miglior film nella storia del cinema. Una rubrica che però confido otterrà più proseliti quando si passerà a parlare dei film un po' più recenti, quelli che in qualche modo sono diventati dei veri e propri cult e abbracciano un pubblico decisamente più ampio di appassionati, cosa che invece nei film degli anni trenta - pochi dei quali personalmente conoscevo - è un po' più difficile trovare e io li sto scoprendo proprio nel realizzare questa lunga rassegna, che probabilmente mi impegnerà per un paio d'anni, sempre che il blog rimanga ancora in vita, chi lo sa. Per questo sesto appuntamento, dopo aver visto l'ottimo "Grand Hotel", primo film di questa rassegna con un cast di volti che conosco come Greta Garbo e Joan Crawford, eccoci qui a parlare di "Cavalcata", film di Frank Lloyd del 1933, con gli Academy Awards che cominceranno a mettere in pratica la regola in vigore tuttora, quella di premiare tra Febbraio e Marzo i film usciti nel corso dell'anno solare precedente. Infatti "Cavalcata" è stato premiato con il miglior film nel 1934, mentre nel 1933 non fu dato nessun premio. Regista del film è Frank Lloyd, uno dei fondatori dell'Academy, con moltissimi film al suo attivo nella sua carriera - ammetto di non averne visto nemmeno uno, purtroppo - tra cui il suo successo più famoso è "La tragedia del Bounty" di cui, se tutto va bene, dovremmo parlare su queste pagine tra un paio di settimane. Protagonisti del film invece sono ancora una volta due attori che personalmente non conosco come Diana Wynyard e Clive Brook.
Siamo sul finire del 1899, la famiglia Marryot, composta da Robert, Jane e dai loro figli, si sta preparando a brindare al nuovo anno assieme ai loro domestici, Alfred e Ellen Ponti. Il brindisi non è solo per il nuovo anno, ma anche per esorcizzare la partenza degli uomini, che dovranno prestare servizio per la guerra in Sudafrica, mentre le donne dovranno rimanere a casa a badare alla famiglia. Una sera, mentre Jane e la sua amica Margaret sono a teatro, lo spettacolo viene interrotto per dare l'annuncio agli spettatori che la città di Mafeking è stata conquistata dalle truppe britanniche e, poco tempo dopo, gli uomini torneranno dalla guerra. Una volta in Inghilterra Alfred annuncerà di aver acquistato un pub a Londra che gli permetterà di accogliere in casa loro la signora Snapper, la madre di Ellen. La storia seguirà poi trent'anni della vita dei protagonisti, che vivranno diversi momenti storici tra cui la morte della Regina Vittoria, la Prima Guerra Mondiale.
Tratto dall'omonimo lavoro teatrale di Noël Coward, devo ammettere di aver fatto una grande fatica a seguire questo film dall'inizio alla fine. D'altronde, quando mi trovo davanti a dei film in cui l'età si fa davvero sentire, sono di tutt'altro periodo e utilizzano tutt'altre tecniche rispetto a quelle a cui sono abituato, la fatica nella fruizione del film si fa davvero sentire. Sia chiaro, non è colpa del film, ma colpa mia che mi sto forzando ad educarmi anche a questo tipo di visioni che ho sempre schivato - anche se qualche film dell'epoca è tra i miei preferiti in assoluto -, ma con "Cavalcata" riuscire in questa impresa devo dire che mi è sembrato decisamente molto difficile. Non sono in grado, per quanto riguarda questo film, di dire se abbia o meno dei difetti e sono anche l'ultima persona che potrebbe scriverne male, la storia del cinema non l'ho studiata a menadito e qualche passaggio stilistico me lo perdo, cerco però, anche in film che non mi sono piaciuti, ma che in qualche modo hanno fatto la storia della mia forma d'arte preferita, di coglierne del buono, che sicuramente c'è. Innanzitutto, pur essendo un film prodotto negli Stati Uniti, il regista britannico, per la precisione scozzese, Frank Lloyd riesce, attraverso le vicende delle famiglie protagoniste, a raccontarci la storia dell'Inghilterra - e di parte importante del mondo in alcune scene - nei primi trent'anni del secolo scorso, segnati dalla morte di quella che è stata - prima dell'immortale regina attuale - la regina con il regno più longevo della storia e che aveva segnato tutto il secolo precedente, ma anche dalla Prima Guerra Mondiale, per la quale non pochi giovani britannici decideranno di arruolarsi. Se proprio devo permettermi di dire qualcosa di male su questo film, ecco, il montaggio dedicato alla guerra proprio no, non ce l'ho fatta a digerirlo, con i personaggi che si sovrapponevano sullo sfondo e le immagini che scorrevano quasi in parallelo, ecco, no, proprio no.
Meriti storici a parte, forse la critica nel corso degli anni successivi ha avuto il mio stesso rapporto con il film di Frank Lloyd, di certo non annoverandolo tra i migliori della storia, ma si sa, non sempre sono i film migliori a vincere il premio come miglior film all'Oscar, ma a testimoniare anche il fatto che non sia proprio un film riconosciutissimo, anche la fatica che ho dovuto fare per procurarmelo. É dunque chiaro che chi mi legge non veda l'ora che io arrivi quanto meno agli anni settanta prima di dar credito a questa rassegna, è anche chiaro che più che per i film venuti dopo gli anni sessanta, io la rassegna la stia facendo anche per scoprire un modo totalmente diverso di fare cinema rispetto a quello che conosco e con cui ho avuto maggiore esperienza, ma penso anche di non commettere alcun vilipendio se alcuni di questi film, a detta di molti entrati nella storia, non riesca proprio a farmeli piacere.

mercoledì 3 giugno 2020

The Lighthouse di Robert Eggers (2019)



USA, Brasile 2019
Titolo Originale: The Lighthouse
Sceneggiatura: Robert Eggers, Max Eggers
Durata: 109 minuti
Genere: Thriller, Horror


Dopo che alla fine dello scorso anno praticamente chiunque era riuscito a vedere "The Lighthouse", eccomi finalmente qui a parlarne anche io, semplicemente perchè, quando la nuova pellicola di Robert Eggers, autore del bellissimo "The Witch", stava diventando un fenomeno della rete, io mi ero ripromesso che l'avrei guardata una volta uscita nei cinema qui in Italia. Sfiga vuole che dapprima il film sembrava sarebbe potuto uscire intorno ad Aprile, poi però i cinema sono stati chiusi e l'idea di farlo uscire nelle sale già appariva abbastanza remota, con il lockdown in tutta Italia e i cinema che apriranno solamente il 15 Giugno - ancora resta da capire con quali film e io sarò qui per aggiornarvi anche su questo - "The Lighthouse" è uscito solamente sulle piattaforme di streaming, nella fattispecie Chili e Amazon Prime Video che lo stanno distribuendo a pagamento ad un prezzo di 3.99 euro, abbastanza sostenibile. Il regista, è stato già detto, è lo stesso di "The Witch", splendida pellicola che ha avuto più o meno lo stesso percorso a livello di distribuzione, dapprima diventando un fenomeno della rete, poi distribuita nelle sale in Italia, ma ingiustamente poco calcolata e diventata bersaglio di quei sedicenti appassionati di cinema horror che però per qualche motivo preferiscono film come "Paranormal Activia" - io lo chiamo "Activia" perchè mi fa cagare - a qualcosa di un po' più elaborato e acculturato come "The Witch". Il cast inoltre è composto da due attori principali: Robert Pattinson, che è da anni che non sbaglia un film dopo l'esperienza in "Twilight" - anche qui, peccato che il cinefilo medio-basso si sia fermato a quelli, perchè è proprio un bravo attore - e la garanzia Willem Dafoe, ad interpretare due guardiani di un faro.
La storia è ambientata verso la fine del XIX secolo, quando un ragazzo di nome Ephraim Winslow si reca su un'isola al largo del New England per diventare, per un mese, il guardiano del faro, sotto la supervisione di Thomas Wake, anziano e irascibile, che al faro ha dedicato buona parte della sua vita. Il rapporto fra i due, che dovranno convivere per diverso tempo in quel luogo isolato, fatica a decollare, con Wake che affida a Ephraim compiti sempre più faticosi, impedendogli di fare la mansione per cui è stato assunto, quella di controllare il faro, di cui Thomas Wake si vuole occupare personalmente. Presto Winslow troverà la statuetta di una sirena, che deciderà di tenere per sè, mentre comincerà a sospettare del suo compagno Wake, che scoprirà presto che ogni notte si reca sulla cima del faro, dove c'è la luce, spogliandosi davanti ad essa. Inoltre, il predecessore di Winslow sembra essere morto in circostanze sospette, a detta di Wake per la pazzia dovuta al lungo isolamento, ma Winslow inizierà a soffrire anche di inquietanti allucinazioni nelle quali gli si mostreranno dei mostri marini e inizierà a masturbarsi sula statuetta della sirena. Un gabbiano senza un occhio che comincerà ad importunare Winslow farà scattare la superstizione in Wake, che crede che nei gabbiani possa risiedere lo spirito dei marinai morti e ucciderli porti sfortuna.
Diciamo che prima della visione, di cui si è parlato in lungo e in largo già prima della fine del 2019, un po' mi aspettavo che questo film sarebbe potuto piacermi: innanzitutto i precedenti con Robert Eggers mi davano una certa fiducia, in secondo luogo, quando un film piace così tanto a tante persone del cui giudizio mi fido particolarmente è difficile che poi con me il risultato sia diametralmente opposto. C'è però da dire che qui siamo ben oltre ogni più rosea aspettativa, dato che questo "The Lighthouse" non è solo l'horror - o thriller, dipende da come la vedete voi, per me ha elementi di entrambi i generi - migliore che abbia visto negli ultimi tempi, ma anche, in generale, uno dei migliori film che abbia visto in questi primi mesi di questo funesto 2020, in cui probabilmente per vedere grande cinema dovremo aspettare ancora per un po'. Robert Eggers, ispirandosi ad uno storia di Edgar Allan Poe, ma prendendone praticamente subito le distanze a livello narrativo, realizza uno di quei film che è molto difficile dimenticare, che resta impresso nella mia mente e lo resterà per molto tempo, sia per la storia che viene narrata, ricca di simbolismi e di metafore tratte da mitologia contemporanea e antica - impossibile ad esempio, non pensare a Prometeo o a Icaro nelle scene finali -, sia per le scelte tecniche, una su tutte quella di girare la pellicola completamente in bianco e nero e in quattro terzi - all'incirca, ma su queste cose non sono particolarmente pignolo - che ad alcuni potrebbe sembrare la tipica scelta stilistica per far dire a tutti "oh ma che figo sto regista", ma poi ti accorgi che sarebbe difficile immaginarsi un film del genere a colori, che renderebbero meno efficaci i momenti inquietanti. Candidato all'Oscar per la migliore fotografia, questo aspetto tecnico è sicuramente uno di quelli che si nota subito quanto siano curati: la scena iniziale in cui ci vengono presentati i personaggi e ci vengono inquadrati per la prima volta insieme è già di suo indimenticabile, ma ci sono poi altre sequenze, sparse all'interno del film, in cui anche solo una singola inquadratura è in grado di aprire a interpretazioni e di raccontare delle vere e proprie storie.
Difficile poi non soffermarsi anche sull'aspetto recitativo di "The Lighthouse", anche perchè reggere un intero film con solo due attori nel cast - ce ne sarebbero altri due ma sono non dico secondari, ma quasi terziari o quaternari, si vedono pochissimo in scena e sono più che altro proiezioni mentali di Winslow - che grazie al loro affiatamento riescono a rendere credibile ogni singolo dialogo, ogni singola sequenza. Mentre infatti Pattinson interpreta il giovane guardiano, quello che deve imparare e deve rispettare le gerarchie, anche se presto inizierà a farsi delle domande sul fatto che ci sia qualcosa di misterioso legato al faro e al suo compagno, Willem Dafoe interpreta il vecchio burbero e un po' misantropo, che vede il suo compagno come un vero e proprio sottoposto, che deve seguire i suoi ordini e rispettare la gerarchia senza discutere. Oltre ad una regia e una fotografia perfetta, l'anima del film sono proprio loro due, che danno vita a dialoghi e momenti estremamente intensi in cui difficilmente, a conti fatti, avremmo potuto immaginare qualche altro attore al loro posto, insomma, sono stati veramente eccezionali. Così come eccezionale è stata la visione di questo film, seriamente candidato ad essere uno dei migliori visti in questa annata, anche se spero che arrivi qualche altra uscita, magari in sala, che possa smentirmi o giocarsela con lui!

Voto: 9