giovedì 30 aprile 2020

LE SERIE TV DI APRILE

Arriviamo con il solito appuntamento di fine mese con le serie TV viste nel corso del mese e in Aprile devo dire che c'è stata una vera e propria scorpacciata: molte serie televisive viste, complice anche il completamento di alcune stagioni che avevo iniziato a Marzo e ho terminato nei primi giorni del mese. Vediamo con la solita carrellata tutte le serie televisive che ho avuto modo di vedere nel corso di questo mese!


Bloodride - Stagione 1

Episodi: 6
Rete Norvegese: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Genere: Horror

Quanto mi mancavano le serie antologiche, non quelle in cui ogni stagione è una storia diversa, ma quelle in cui ogni episodio è a sè stante e narra una storia diversa. Solitamente, come in "Black Mirror", le storie sono tematiche, ma magari di diverso genere, in "Bloodride", prodotta in Norvegia e distribuita su Netflix, l'unico punto in comune tra le diverse storie è il fatto di essere appartenenti al genere horror. Vediamo, episodio per episodio, quali sono state le mie impressioni.

Il sacrificio più grande: Narra la storia di una famiglia che si trasferisce in una casa in campagna e i cui abitanti sembrano essere molto legati ai propri animali. Non si inizia proprio benissimo per quanto riguarda questi corti horror, o meglio, leggendo i commenti di altri, mi sarei aspettato molto di più. I personaggi nel breve tempo a disposizione sono caratterizzati in modo soddisfacente e viene reso nella giusta maniera il mistero sul legame che lega le persone ai propri animali, senza però mai creare la giusta tensione. Il colpo di scena finale non è particolarmente telefonato, ma mi è parso mancasse di pathos, ma nel complesso la storia mi è sembrata soddisfacente. Voto: 6
Tre fratelli matti: Eric è appena stato dimesso da un ospedale psichiatrico e riceve la visita dei suoi due fratelli, che lo porteranno in gita nel cottage dove andavano quando erano piccoli. Fermatisi ad un benzinaio, troveranno una ragazza da ospitare, ma presto le cose, per i tre fratelli, si metteranno male. Episodio sicuramente meglio riuscito rispetto al precedente, cerca di ribaltare un po' la situazione riguardo alla follia dei personaggi in scena, dato che dapprima ci viene presentato Eric come quello mentalmente disturbato per poi far pensare allo spettatore che in realtà avessero ricoverato quello sbagliato. Qui invece il colpo di scena finale mi è parso abbastanza telefonato, ma c'è comunque la giusta costruzione della tensione e l'episodio scorre senza problemi fino alla fine. Voto: 6,5
Uno scrittore malvagio: Olivia è un'aspirante scrittrice che vive una vita felice con il ragazzo e le sue coinquiline. In quella che sembra essere la sua giornata perfetta, incontra Alex ad un corso di scrittura e, dopo averlo incontrato, la sua giornata peggiorerà drasticamente. Per quanto mi riguarda uno degli episodi migliori dell'intera stagione, tensione che si respira dall'inizio alla fine, un personaggio in cui si insinua la paranoia ed il dubbio con l'evolversi della situazione. Anche qui doppio colpo di scena: il primo telefonatissimo per chi ha visto più di due film horror in vita sua, il secondo invece, veramente azzeccato e giocato a meraviglia. Voto: 7+
Topi da laboratorio: Un ricco imprenditore viene derubato del prototipo che sta per lanciare sul mercato durante una cena in cui ci sono con lui solamente sei ospiti: deve essere per forza stato uno di loro ad entrare nella cassaforte e rubare l'oggetto, quindi inizia un'indagine con metodi non proprio ortodossi, per scoprire chi sia stato il colpevole. Inizialmente si ha come la sensazione di trovarsi davanti ad uno di quei gialli alla Agatha Christie, in cui l'ambiente e il numero di personaggi ristretto fa cadere per forza la colpevolezza su uno di loro, obbligandoli a stare chiusi finchè il colpevole non venga scovato. Quando però poi l'indagine passa alla tortura, psicologica e non, si perde un po' di interesse nella visione di questo corto, che riesce sì a creare una buona atmosfera, ma non riesce a farsi voler bene. Voto: 5,5
La vecchia scuola: Una scuola, rimasta chiusa per moltissimi anni, viene riaperta e una nuova classe di bambini sta per entrarvi, sotto l'egida della nuova insegnante, appena arrivata in città. Ella subito si accorgerà che c'è qualcosa di strano, voci che arrivano dai sotterranei, un vecchio bidello piuttosto ambiguo e una storia riguardo a dei bambini, scomparsi prima che la scuola venisse chiusa. Quella che sulla carta sarebbe potuta essere la storia più interessante, si rivela essere una delle più noiose, mezz'ora che mi è pesata veramente molto e un colpo di scena finale che ci sta, ma non riesce a risollevare un episodio piuttosto scialbo. Voto: 5
L'elefante nella stanza: Una festa, organizzata all'interno di un'azienda dove qualche mese prima è avvenuto un incidente con una dipendente. Gli ultimi due arrivati cominceranno ad indagare sull'incidente e su chi potesse averlo provocato. Forse il meno horror degli episodi di questa serie, anche su quest'ultimo lavoro ho qualche riserva. Abbiamo come al solito il colpo di scena finale che ribalta la situazione e, anche in questo caso, devo dire che l'effetto di questo colpo di scena non è stato male, ma è come ci si arriva che mi ha convinto decisamente di meno. Voto: 5,5

Voto alla prima stagione: 6


Doctor Who - Stagione 5

Episodi: 13
Rete Inglese: BBC One
Rete Italiana: Rai 4
Cast: Matt Smith, Karen Gillan
Genere: Fantascienza

Attendevo con una certa impazienza di avere il tempo per vedere la quinta stagione di "Doctor Who" e il motivo è presto detto: sapevo già, in anticipo, che l'assistente del Dottore sarebbe stata interpretata da Karen Gillan, attrice che personalmente adoro, non solo per meriti a livello recitativo, ma anche per meriti fisici, tra cui dei bellissimi capelli rossi, ipnotici. Ho un po' subito il distacco dal Dottore interpretato da David Tennant, ma questo nuovo interpretato da Matt Smith non ci ha messo molto a farsi apprezzare da me, sicuramente più simpatico e meno tenebroso. Questa quinta stagione, tra episodi standalone e quelli che portano avanti l'esile trama orizzontale, devo dire che mi è piaciuta molto: ancora una volta menzione particolare per il doppio episodio sugli angeli piangenti, che sono per me una delle maggiori fonti di ansia di tutto il mondo di "Doctor Who", ma mi è piaciuta molto anche tutta la vicenda legata ad Amy Pond e al suo particolare rapporto con il tempo, dovuto ad una crepa presente nella sua casa fin da quando era bambina. Leggendo i commenti su TV Time riguardo a questa serie ho notato che molti, all'epoca dell'uscita, avevano criticato questa assistente, sarà, per me, a prescindere dall'aspetto fisico, è sembrata una delle migliori, forse non in grado di superare Rose, ma sicuramente se la gioca con Donna - molto diverse caratterialmente, anche se entrambe simpaticissime, forse Amy molto più ingenua ed infantile - e supera a livello di carisma Martha Jones. Insomma, ci troviamo davanti ad una buonissima quinta stagione, che forse non raggiunge gli apici raggiunti nella quarta, probabilmente insuperabile, ma si conferma valida e con un paio di episodi che sono delle vere e proprie chicche a livello narrativo.

Voto: 7,5


Sons of Anarchy - Stagione 3

Creatore: Kurt Sutter
Episodi: 13
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FX
Cast: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Mark Boone Jr., Kim Coates, Tommy Flanagan, Johnny Lewis, Maggie Siff, Ron Perlman, Ryan Hurst, William Lucking, Theo Rossi
Genere: Drammatico, Azione

Continua il mio recupero di "Sons of Anarchy" con una terza stagione con la quale la serie penso possa definitivamente entrare nel mio cuore. Basata interamente su ciò che il club e Jax faranno per recuperare Abel, rapito dagli irlandesi in un gioco di potere che coinvolgerà anche i piani alti dell'IRA, tra cui l'enigmatico Jimmy O'Phelan interpretato da Titus Welliver e farà luce su alcuni aspetti del passato di John Teller, il padre di Jax. Una stagione estremamente carica di tensione e di colpi di scena, sicuramente ottima tutta la parte ambientata a Belfast, con il club fuori dalla propria casa, mentre un po' meno coinvolgenti le storie che si svolgono negli Stati Uniti, dove rimangono Tara, Tig e Piney. Il finale di questa terza stagione è poi, senza ombra di dubbio, il miglior episodio visto finora, venti minuti finali in cui si consumano almeno tre colpi di scena e ribaltamenti di fronte, che, soprattutto nella scena finale, mi hanno, lo ammetto, fatto lacrimare molto forte. Dopo una prima stagione che non mi aveva convinto più di tanto a livello di ritmo narrativo, con questa terza stagione si raggiunge un punto molto alto con un turbinio di emozioni che sembrerà unire moltissimo il club dopo i disastri avvenuti nel corso del secondo ciclo di episodi.

Voto: 8,5


Sons of Anarchy - Stagione 4

Creatore: Kurt Sutter
Episodi: 14
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FX
Cast: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Mark Boone Jr., Kim Coates, Tommy Flanagan, Johnny Lewis, Maggie Siff, Ron Perlman, Ryan Hurst, William Lucking, Theo Rossi
Genere: Drammatico, Azione

Con il fatto che sto lavorando da casa, la visione di "Sons of Anarchy" prosegue più velocemente del previsto, dato che ho la possibilità di sfruttare la pausa pranzo, in cui mangio con i miei genitori, per vedere una puntata, il che mi porta ad aver visto non una stagione della serie nel corso di questo mese, ma ben due. E dopo il finale pazzesco della terza stagione, con tre colpi di scena nel giro di meno di mezz'ora, veniamo catapultati subito al termine della pena per i nostri protagonisti, che, una volta scarcerati, si ributteranno nei loro traffici, affiliandosi al cartello di Galindo, ma anche con lo sceriffo Roosevelt a metter loro i bastoni tra le ruote e l'ingresso in scena di un nuovo agente dell'FBI il cui background non ci viene molto spiegato, ma il modo in cui viene caratterizzato ci fa capire moltissime cose sulla sua personalità. Con Jax che vuole a tutti i costi trovare un modo per uscire dal giro e vivere una vita felice con la sua famiglia e Clay che cercherà in tutti i modi di mettergli i bastoni tra le ruote, un po' come nella seconda stagione il vero nemico dei Samcro non sarà qualcuno di esterno, ma saranno gli stessi componenti della banda, con Clay che diventerà sempre di più un vero e proprio pericolo per il club, complice anche il ritrovamento di lettere di John Teller che rivelerebbero che dietro la sua morte ci sono proprio lui e la sua attuale moglie Gemma. Una stagione ancora una volta molto bella in cui molti sono i momenti tristi e altrettanti quelli narrati con la massima cura, ma in cui, ancora una volta, è forse il finale di stagione a dare il meglio possibile, con l'ennesimo parallelismo tra la coppia Jax-Tara e John-Gemma e una colonna sonora, "The House of the Rising Sun" reinterpretata in modo che la città non sia New Orleans, ma Charming Town, che emoziona in maniera incredibile.

Voto: 8,5


Le terrificanti avventure di Sabrina - Parte 3

Creatore: Roberto Aguirre-Sacasa
Episodi: 8
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Kiernan Shipka, Chance Perdomo, Miranda Otto, Lucy Davis, Michelle Gomez, Ross Lynch, Tati Gabrielle, Jaz Sinclair, Adeline Rudolph, Richard Coyle, Lachlan Watson, Gavin Leatherwood
Genere: Horror, Commedia

Devo dire che la prima e la seconda parte di "Le terrificanti avventure di Sabrina" mi erano piaciute abbastanza, la storia era il giusto mix tra il tono adolescenziale dato dai giovani protagonisti e dal fatto che buona parte degli episodi fossero ambientati in una scuola, che fosse quella di Greendale o l'accademia delle streghe che frequenta Sabrina, e il tono un po' più macabro, comunque abbastanza edulcorato per essere fruibile da un pubblico più giovane. Sarebbe stato troppo bello avere una terza parte che si mantenesse sui buoni livelli delle prime due ed ecco che, infatti, arriva una terza parte decisamente sotto tono, pesante da seguire e in cui alcune delle tematiche umane che erano state seguite nei primi due cicli di episodi - anche se quasi sempre in modo semplicistico - come il femminismo, la presa di coscienza della propria sessualità e così via. In questa terza parte, oltre a una storyline horror che per quanto interessante è stata sviluppata in maniera abbastanza lenta e narrativamente pesante, a diventare pesanti sono anche tutte quelle tematiche di contorno che in certi casi ho addirittura fatto fatica a comprendere. Il fatto che poi la serie si concentri maggiormente sulla componente da teen drama, mentre nelle prime due stagioni era proprio l'equilibrio tra questa componente e quella horror a dare forza alla serie, rende la narrazione ancora più pesante e difficile da seguire.

Voto: 5


Kingdom - Stagione 2

Creatore: Kim Seong-hun
Episodi: 6
Rete Sudcoreana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Ju Ji-hoon, Bae Doo-na, Ryu Seung-ryong, Kim Sang-ho, Heo Joon-ho, Jeon Seok-ho, Chu Hun-yub
Genere: Horror

Lo scorso anno avevo accolto con la massima positività la prima stagione di "Kingdom", serie tv sudcoreana presente su Netflix ambientata in un ipotetico medioevo in cui per nascondere alla popolazione la morte del re viene diffuso un virus che trasforma le persone in creature molto simili a degli zombie e l'avevo accolta in maniera estremamente positiva innanzitutto per i suoi pregi dal punto di vista tecnico, su tutti un trucco che rendeva gli zomboidi estremamente realistici per ciò che devono essere, ovvero dei morti viventi le cui ossa e articolazioni scrocchiano continuamente nei movimenti, proprio perchè si tratta di persone morte. Un altro aspetto che mi era particolarmente piaciuto era il fatto che il ritmo narrativo della prima stagione non lasciava veramente un attimo di respiro. In questa stagione, che si mantiene comunque su dei buonissimi livelli, diciamo che il fatto di aver perso l'effetto sorpresa della prima stagione, ha un po' remato contro rispetto al mio gradimento verso di essa. C'è di buono però che, rispetto ad una prima stagione che metteva tantissima carne al fuoco spiegando poche cose, in questo secondo ciclo di episodi si chiudono molte questioni lasciate aperte lo scorso anno, tanto che quasi si potrebbe dire che non è che ci sia tanto bisogno di una terza stagione per questa serie, dato che la chiusura mi è sembrata abbastanza soddisfacente, anche se dovesse trattarsi di un series finale.

Voto: 6,5

martedì 28 aprile 2020

L'immortale di Marco D'Amore (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: L'immortale
Sceneggiatura: Marco D'Amore, Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio, Giulia Forgione
Durata: 116 minuti
Genere: Drammatico


É praticamente da quando Sky ha cominciato a trasmettere "Gomorra: La serie" che seguo le storie di Ciro Di Marzio e di Gennaro Savastano con assoluto trasporto, penso infatti che ci troviamo davanti ad una delle migliori serie televisive italiane degli ultimi anni e non è che ci voglia molto per superare la produzione seriale del nostro paese, dato che, per quanto mi riguarda, la top three è composta da "Gomorra", "Romanzo criminale" e l'accoppiata formata da "The Young Pope" e "The New Pope". Ora, chi segue la serie saprà - e per chi non la segue ci saranno spoiler abbastanza grossi, dato che si sta parlando di eventi successivi al finale della terza stagione, mentre la quarta è già andata in onda e la quinta è in fase di produzione - che al termine della terza stagione Ciro Di Marzio, finito in una specie di trappola, è morto per mano di Gennaro Savastano e gettato in mare. Ma, al termine della quarta stagione, in una scena dopo i titoli di coda del finale, ci veniva annunciata la realizzazione de "L'immortale", film dedicato proprio alla figura di Ciro Di Marzio, che porta questo soprannome, con alla regia lo stesso Marco D'Amore. Dal trailer dopo i titoli di coda non si capiva benissimo se la storia sarebbe stata un prequel o uno spin-off - che avrebbe dunque rivelato che il personaggio era ancora vivo - e personalmente avrei preferito la prima opzione, più che altro per una questione di coerenza narrativa e di non rendere il personaggio troppo mitologico e poco realistico, ma a quanto pare si è scelto per la seconda opzione, ma andiamo, come al solito, con ordine.
Ciro Di Marzio è sopravvissuto al colpo di pistola sparatogli in petto da Genny Savastano nel finale della terza stagione di "Gomorra" e viene costretto da don Aniello Pastore a recarsi a Riga, in Lettonia, a lavorare per lui e per un clan russo suo alleato. Una volta lì ritroverà Bruno, personaggio che in qualche modo ha segnato la sua infanzia, crescendolo nell'ambiente della malavita quando era ancora piccolo ed era rimasto, come ben sappiamo, senza genitori a causa del crollo della palazzina in cui viveva durante il terremoto a Napoli. Il film alternerà eventi del presente, in cui Ciro tenterà di farsi strada nella malavita lettone, nella quale lavorano comunque molti esponenti della camorra napoletana, ad altri in cui viene ripercorsa la sua infanzia e la sua giovinezza, quando assieme a Bruno e ad altri suoi coetanei viveva di espedienti, innamorandosi anche di Stella, la fidanzata di Bruno che tentava in qualche modo di fargli da madre o da sorella maggiore.
Se devo dire la verità nutrivo più di qualche dubbio sulla buona riuscita di questo film: innanzitutto non avevo bene idea da quale cassetto delle idee avrebbero potuto tirare fuori materiale per un film basato sul personaggio di Ciro Di Marzio, il cui principale elemento di fascino a livello narrativo stava nel fatto che di lui e del suo background si sapesse veramente poco, se non gli eventi che hanno portato a fargli ottenere il soprannome di Immortale. Innanzitutto c'è da dire che non ho particolarmente apprezzato l'idea di resuscitare il personaggio, perchè va bene il soprannome e la mitologia ad esso collegata, ma sopravvivere a un colpo di pistola in pieno petto ed essere gettato in mare quando il personaggio ormai aveva chiuso il suo arco narrativo sembra un qualcosa di soprannaturale, più che l'ennesima (s)fortunata coincidenza, tant'è che da questo punto di vista avrei preferito un prequel, per chiudere definitivamente il suo arco narrativo e finita lì. Invece, con la quinta stagione di "Gomorra" in arrivo era impossibile lasciarsi scappare l'occasione di trovare il modo di far rientrare in scena il personaggio e c'è da dire che, per creare una storia su di lui che in qualche modo quadrasse non hanno dovuto raschiare il fondo del barile delle idee, ma gli sceneggiatori sono comunque riusciti a creare qualcosa di interessante. Vediamo questo "L'immortale" come una storia standalone, che però ha il dovere di ricollegarsi con le prime stagioni della serie, facendoci vedere come il personaggio sia entrato nella criminalità organizzata napoletana, ma anche con la stagione che ancora deve arrivare, lasciando uno spiraglio più che spalancato per un suo rientro - che ormai appare ovvio - nella serie che ha lanciato sia il personaggio sia l'attore. La storia che ne viene fuori però non è una semplice puntata più lunga di "Gomorra", ma un film fatto e finito in cui il regista narra la vicenda con un tono decisamente più introspettivo rispetto a quanto fatto nella serie e con un ritmo narrativo decisamente più blando, che dà appunto spazio alle riflessioni su un personaggio che, nel passato, dimostrava una sfacciataggine decisamente esagerata per un ragazzo della sua età che ha permesso ai peggiori di avvicinarsi a lui, affidandosi agli esempi sbagliati, mentre nel presente ci rivela come Ciro sia un uomo senza nulla da perdere e proprio per questo motivo non ha minimamente paura di morire.
Dal punto di vista registico avevamo già visto Marco D'Amore all'opera in qualche episodio della serie, senza che si potesse in qualche modo vedere la sua mano. Diciamo che sul fatto che dietro la macchina da presa ci sappia stare non c'è nulla da dire, ma forse ancora non si è fatto una mano, un'identità registica che permetta di riconoscerlo, anche perchè essendo alle prime armi ed essendo "L'immortale" un prodotto nato da una costola di una serie televisiva, in qualche modo lo stile registico non è che avrebbe potuto rivoluzionarlo dall'oggi al domani. Sia a livello di sceneggiatura sia a livello tecnico ci troviamo secondo me davanti ad un buon film, ce non fa molto per discostarsi dalla comfort zone rappresentata dalla serie da cui è tratto, ma ne fa rivivere le atmosfere pur prendendosi dei momenti un po' più riflessivi. In qualche modo mi rammarico di non averlo visto al cinema prima della fine dell'anno, ma c'è da dire che è uscito in un periodo particolarmente sfigato in cui sono uscite una marea di pellicole nel giro di poche settimane e mi sono anche ammalato pesantemente - quella che il mio dottore definiva una normale faringite e che mi ha portato ad avere la febbre e una tosse potentissima per dieci giorni, tanto che mi sono autoconvinto di aver avuto il virus che ora è sulla bocca di tutti, letteralmente - tanto da non riuscire ad andare a visionarlo in sala.

Voto: 7

lunedì 27 aprile 2020

Iron Sky: The Coming Race di Timo Vuorensola (2019)



Finlandia, Germania 2019
Titolo Originale: Iron Sky: The Coming Race
Sceneggiatura: Dalan Musson
Durata: 90 minuti
Genere: Fantascienza, Commedia


Attendevo da diverso tempo l'uscita in Italia del seguito di "Iron Sky" geniale film tedesco che nel 2012, quando cinematograficamente avevo un po' una scopa nel culo - nel senso che non mi piaceva praticamente nulla che non avesse un qualcosa di culturale o di registicamente interessante - avevo bollato come un'inutile trashata, mentre ora è diventato senza ombra di dubbio uno dei miei film spazzatura preferiti, se la gioca giusto con "Sharknado" che nel corso dei sei anni in cui è durata la sua saga è riuscito ad ottenere un posto di rilievo nel mio cuore cinematografico. Dopo ben sette anni dall'uscita del primo capitolo e dopo una lunga campagna di crowd funding, ecco che arriva "Iron Sky: The Coming Race", ci sono sempre i nazisti e c'è sempre una parte di umanità che si è rifugiata nel lato oscuro della Luna, roba che i Pink Floyd con il loro album del 1973 non penso che avessero previsto. Alla regia abbiamo sempre il regista finlandese Timo Vuorensola - già regista prima di "Iron Sky" di "Star Wreck", parodia a bassissimo costo di "Star Trek" almeno immagino dal titolo - mentre nel cast abbiamo attori non proprio conosciutissimi, ad eccezione di Udo Kier, che interpreta il doppio ruolo di Adolf Hitler e di suo fratello Wolfgang Kortzfleisch, mentre ad interpretare la protagonista Obi Wana Washington abbiamo la giovane Lara Rossi.
Sono passati ventinove anni dalla guerra nucleare tra la Terra e la Luna, siamo nel 2047 e i nazisti hanno reso la Terra completamente inospitale. I pochi esseri umani rimasti in vita sono stati costretti a rifugiarsi sul lato oscuro della Luna, che nel primo film era la base segreta in cui si erano nascosti i nazisti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Sulla base lunare il Jobsism, il culto di Steve Jobs è diventato religione ufficiale, mentre una navicella russa atterra sulla base, dove Obi Wana Washington si occupa di mantenere in funzione i sistemi necessari. La ragazza incontrerà presto Wolfgang Kortzfleisch che le rivelerà di essere un Vril, una razza di rettiliani che iniettò vrilia in una mela dandola in pasto a due scimmie, Adamo ed Eva, creando così l'umanità. Rivelerà alla ragazza che al centro della Terra si trova un'immensa riserva di vrilia, che potrebbe essere utilizzata per rimettere in sesto la base lunare. Così Obi Wana, assieme a Sasha - pilota della nave russa rifugiata -, al suo amico ufficiale Malcolm e ad alcuni Jobsisti si recherà nella città di Vrilia, al centro della Terra, dove scopriranno un mondo preumano, popolato da dinosauri e ancora rigoglioso a livello di vegetazione, nel quale, sotto forma di vril, hanno comandato i più grandi leader e dittatori della storia dell'umanità.
Ho già dichiarato più e più volte che per quanto mi riguarda, quando si vuole fare un film poco serio su Hitler e sui nazisti, io sono in prima linea nel guardarlo e dopo la perla "Iron Sky" non mi sarei mai potuto perdere nemmeno questo seguito, in cui, oltre a Hitler, ci sono anche i dinosauri... insomma, un capolavoro annunciato. Inutile tergiversare troppo sul fatto che, nel guardare questo "Iron Sky: The Coming Race", mi sia divertito un casino, semplicemente perchè ha dalla sua alcune carte che, quando voglio guardare un film poco serio, mi fanno sempre abbastanza impazzire: innanzitutto come è ovvio che sia e visto il tema trattato la pellicola non si prende mai sul serio, nè a livello narrativo, dove vengono messi alla berlina alcuni simboli storici e religiosi e utilizzati a volta anche in maniera impropria - vedi ad esempio un crocifisso usato come fionda dal Papa, che guida una biga trainata da un triceratopo assieme a Bin Laden -, nè a livello registico e tecnico dove a volte si vede come i pochissimi mezzi a disposizione siano stati utilizzati al meglio delle proprie possibilità, quindi male, molto male, ma in modo assolutamente divertente. Ci sono diverse scene e diverse citazioni che a livello di contenuti mi hanno fatto morire dal ridere, su tutte la reinterpretazione del Cenacolo di Leonardo Da Vinci in cui gli apostoli sono leader controversi e dittatori della storia dell'uomo - vedi ad esempio Margaret Thatcher, Bin Laden, Kim Jong-un (che ieri è diventato uno dei temi principali delle mie ricerche sul web, date le notizie che corrono sulla sua presunta morte) - e dove a prendere il posto di Gesù nel quadro abbiamo Hitler, che si rivelerà il fratello vril di Wolfgang, oppure quella scena in cui Hitler arriva sulla Luna a cavallo di un T-Rex gridando "Heil, figli di una troia".
Insomma, "Iron Sky: The Coming Race" lo trovate su Amazon Prime Video da circa una settimana e dobbiamo ringraziare tutti i fan che hanno dato il loro contributo per la realizzazione di questa pellicola, che sì, probabilmente per qualche critico matusa che ama il cinema fatto per bene è pura spazzatura, e il me con il bastone nel culo di circa otto anni fa sarebbe anche stato d'accordo e non mi sentirei ora di dargli nemmeno così tanto torto, però è uno di quei film, pochi dall'inizio dell'anno se devo dire la verità, che mi hanno letteralmente ucciso dal ridere, dall'inizio alla fine, senza rendersi mai noiosi e che, sicuramente, guardato in compagnia - l'ho guardato in videochiamata su Discord con alcuni amici - dà veramente il meglio di sè.

giovedì 23 aprile 2020

Shimmer Lake di Oren Uziel (2017)

USA, Canada 2017
Titolo Originale: Shimmer Lake
Regia: Oren Uziel
Sceneggiatura: Oren Uziel
Durata: 83 minuti
Genere: Thriller


Ogni tanto penso che un bel giretto tra le produzioni originali di Netflix, l'assassino del cinema per eccellenza a detta di molti - tant'è che le sale sono chiuse per colpa di Netflix, non del crown vairus -, vada fatto. In mezzo a quella che potrebbe sembrare una delle più grandi raccolte dell'umido della storia dei film ogni tanto si trova qualcosa di buono e, soprattutto negli ultimi anni, quell'assassino di cinema che è Netflix, c'è da dire che il numero di produzioni originali di qualità è decisamente aumentato, su tutte "The Irishman". Abbassando un po' le pretese rispetto all'ultimo capolavoro di Martin Scorsese ci si può tranquillamente imbattere in "Shimmer Lake", thriller del 2017 diretto da Oren Uziel, noto principalmente come sceneggiatore di "The Cloverfield Paradox" - per me una mezza porcheria - mentre si trova a dirigere il suo primo film come regista. Ad interpretare i protagonisti della vicenda abbiamo attori non particolarmente di grido, ma che hanno comunque un certo numero di film all'attivo, come ad esempio Benjamin Walker, Stephanie Sigman e Rainn Wilson. A dire la verità su questo film devo dire che non avevo nemmeno un'aspettativa, dato che mi sono trovato a guardarlo dopo aver fatto zapping per qualche minuto su Netflix senza venire a capo di ciò che avrei voluto vedere, con la speranza di tirare fuori dalla raccolta dell'umido delle produzioni originali qualcosa di buono.
Qualche giorno dopo aver compiuto una rapina Andy Sikes è in fuga con una borsa piena di soldi e ricercato dalla polizia di Shimmer Lake, il cui sceriffo è proprio suo fratello Zeke. Nella vicenda, che sembra essere molto intricata, sembrano essere coinvolti anche una vecchia promessa del football locale, Ed Burton, la moglie Steph, ma anche un giudice e proprietario della banca rapinata di nome Brad Dawkins. Le indagini verranno tenute dall'agente Andy Sikes, con l'aiuto di due agenti dell'FBI dal carattere molto bizzarro e particolare.
Una delle idee che stanno alla base del film è quella per cui la storia che viene narrata sia affrontata a ritroso: si parte in un comune Venerdì nella cittadina di Shimmer Lake, in cui sappiamo che delle persone, di cui sappiamo anche l'identità, hanno compiuto una rapina ad una banca locale e che lo sceriffo Andy Sikes sta indagando su di loro per catturarle, essendo anche a conoscenza del coinvolgimento del fratello nel fatto. Man mano poi, la narrazione va indietro di un giorno e si scoprono sempre più cose sulla rapina. Quello che, nelle prime due scene ho fatto abbastanza fatica a capire come potesse essere un valore aggiunto per il film, si rivela in buona parte del suo potenziale nella seconda metà della pellicola, in cui quella che nell'ultimo giorno della linea temporale sembrava essere una normale rapina con dei ricercati si rivela essere come un piano ben più articolato in cui il vero colpo di scena non sta in come la storia finisce ma in come questa sia iniziata. Un'altra cosa che ho particolarmente apprezzato della visione è l'umorismo particolarmente spiccato, anche se amarissimo, di buona parte dei protagonisti, uno humour nero atroce e cattivo, che spesso e volentieri ricade nel sarcasmo e nell'ironia e qualche volta - cozzando anche un po' con il tono del film secondo me - finendo nel nonsense.
Contrariamente a tutte le aspettative che non avevo, "Shimmer Lake" si è rivelato essere un buon film, che fatica ad ingranare e si presenta subito con uno stile narrativo che ci vuole del tempo per capire se sia un puro esercizio di stile o se abbia un vero e proprio significato per la vicenda, ma quando inizia a diventare un valore aggiunto il film svolta completamente e si alza abbastanza di livello. Nulla di eccezionale o di trascendentale e nulla di rivoluzionario, ma per passare un'ora e mezza con un thriller abbastanza intricato va più che bene.

Voto: 7

martedì 21 aprile 2020

The Hunt di Craig Zobel (2020)

USA 2020
Titolo Originale: The Hunt
Regia: Craig Zobel
Sceneggiatura: Nick Cuse, Damon Lindelof
Durata: 90 minuti
Genere: Thriller, Azione


Quando c'è un horror da vedere, voi sapete bene che io mi ci fiondo sopra senza alcun problema. Anche in questo caso però, con "The Hunt", non ci troviamo davanti ad un vero e proprio horror, quanto, più che altro, davanti ad un thriller misto ad un survival movie e ad un revenge movie. Sarebbe dovuto uscire nei cinema nel corso di questo periodo, ma sappiamo bene tutti che le sale cinematografiche sono chiuse e la situazione per loro non la vedo particolarmente rosea, tanto che penso sarà dura tornare a vedere un film al cinema prima della fine dell'anno, però proviamo comunque a rimanere ottimisti e vediamo che succederà, nel frattempo, le pellicole che sarebbero dovute uscire in questo periodo di quarantena, ce le pappiamo in streaming su piattaforme come Netflix, Amazon Prime Video, Google Play o Chili, che nella fattispecie possiede questo film. Prodotto dalla Blumhouse, fucina di thriller e horror in quantità industriale - nel corso di quest'anno sono usciti già "Fantasy Island" e "L'uomo invisibile" - e che, proprio a causa della grande quantità di film che propone, è sempre a grosso rischio di fare uscire qualche bestialata: è stato il caso di "Fantasy Island", colossale perdita di tempo, mentre non lo è stato per "L'uomo invisibile", prima di questo film eravamo dunque a cinquanta e cinquanta. Dopo la visione di questo film, chi sarà ad andare a sessantasette e chi a trentatré, la bestialata o il bel film? Regista della pellicola è Craig Zobel, regista che ho visto all'opera per la prima volta, ma con già quattro film all'attivo, mentre nel cast di "The Hunt" abbiamo Betty Gilpin, Hillary Swank e Emma Roberts.
Dodici persone, apparentemente non collegate tra di loro, si risvegliano all'interno di una grandissima tenuta, all'interno della quale scopriranno di essere stati scelti per essere cacciati da un gruppo di persone molto ricche appartenenti alla cosiddetta elite. Queste ricche persone però vogliono rendere il gioco più interessante, concedendo alle dodici prede di appropriarsi di armi, contenute in un grosso contenitore al centro della riserva. Subito dopo aver preso le armi però le dodici persone vengono aggredite e la caccia si trasforma in una vera e propria carneficina, in cui moriranno tutti tranne tre prede che riusciranno a scappare. In seguito alla morte di altre due delle tre prede entrerà in scena Crystal, che fino ad allora non si era ancora esposta, che inizierà una lunga escalation di vendetta per scoprire chi abbia portato tutte le persone cacciate all'interno della tenuta.
Taglio subito molto corto: sessantasette per il buon film a trentatré per la bestialata. Ebbene, questo "The Hunt" si rivela essere, contro ogni mio pronostico nonostante i buoni consigli ricevuti da parte di altri blogger che ne hanno scritto meglio di me, come ad esempio Cassidy de "La bara volante" - beh, recuperate il suo post cliccando sul link che è come al solito spettacolate -, un thriller teso dall'inizio alla fine, con una buonissima dose di black humour che non guasta mai, ma, soprattutto una certa dose di genialità, sia nel modo in cui vengono gestiti i vari colpi di scena, sia dal punto di vista della motivazione che porta l'elite a cacciare - ecco, giusto per darvi un indizio, io me li immagino gli esponenti del PD del precedente governo che prendono dodici giornalisti pallonari a caso e li cacciano all'interno di un bosco - sia per il fatto che nulla si può dare per scontato, sin dall'inizio. Basti pensare, ad esempio - e devo dire che sono stato in lutto praticamente per tutto il film, perchè dal punto di vista prettamente fisico io la adoro proprio - Emma Roberts che viene presentata quasi come fosse la protagonista, crepa al primo colpo di pistola, per poi rivelare che la vera protagonista era una Crystal a caso, interpretata da Betty Gilpin, che per tutta la fase iniziale del film non si fa neanche vedere.
Dire altro su "The Hunt" senza incappare in spoiler clamorosi - e già penso di essere andato un po' troppo oltre con l'indizio sulle motivazioni che spingono l'elite a cacciare - è praticamente impossibile, l'unico consiglio che posso dare a questo punto è quello di prendersi i giusti novanta minuti necessari per guardare questo bel lavoro, che sicuramente non è un film perfetto, ma coinvolge dall'inizio alla fine, perchè sicuramente si tratterà di tempo ben speso, soprattutto a livello di puro intrattenimento.

Voto: 7+

lunedì 20 aprile 2020

Okja di Bong Joon-ho (2017)


USA, Corea del Sud 2017
Titolo Originale: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Jon Ronson
Durata: 121 minuti
Genere: Drammatico, Fantascienza


Arriva a quello che sarà per ora il suo capitolo conclusivo - in realtà ho ancora qualche speranza di riuscire a recuperare "Peullandaseu-ui gae", il primo film che sembra essere quasi introvabile - il mio speciale dedicato a Bong Joon-ho, regista coreano che è di diritto entrato nella storia con la vittoria dell'Oscar per la migliore regia e quella per il miglior film con il suo "Parasite", primo film coreano a vincere miglior film e miglior film straniero. Per questo ultimo capitolo dello speciale è tempo di parlare di "Okja", pellicola presentata al Festival di Cannes nel 2017 e che è stata in qualche modo quella che ha fatto partire la non ancora conclusa polemica tra chi difende a spada tratta la sala, temendo come se fosse la bestia demoniaca lo streaming e chi invece - e vedendo cosa sta succedendo in questi ultimi mesi forse aveva pure ragione - difende lo streaming. La mia opinione un po' la sapete: se penso che un film meriti e lo attendo moltissimo e ne ho la possibilità, vado in sala e lo avrei fatto anche con "The Irishman" se non fosse stato proposto ad orari indecenti in un comune nemmeno troppo vicino al mio, considerando anche che il film dura tre ore e mezza, ma a volte lo streaming può essere una fonte che media anche le necessità di chi in sala, anche per motivi lavorativi come il sottoscritto, non può andarci in qualsiasi giorno della settimana perchè deve anche pensare a rimanere sveglio in ufficio il giorno dopo. Mi fa un po' strano però che un film pensato per la sala, in condizioni normali, venga distribuito esclusivamente in streaming senza passare per la sala, un po' come accaduto con questo "Okja", anche se in realtà la cosa sembra essere stata fatta venendo meno agli accordi tra il regista e il distributore che ha poi deciso di portarlo esclusivamente in streaming su Netflix. Siamo inoltre davanti al secondo film girato negli Stati Uniti da parte di Bong Joon-ho, che ancora una volta, proprio come con "Snowpiercer" mescola un cast statunitense ad un cast coreano, in cui spiccano in modo particolare la protagonista, interpretata da Ahn Seo-hyun, mentre altri interpreti sono Tilda Swinton, ancora una volta in un doppio ruolo, Paul Dano, Jake Gyllenhaal, Lily Collins e Giancarlo Esposito.
Il film inizia nel 2007, quando Lucy Mirando diventa la presidentessa della Mirando Corporation, una multinazionale che annuncia di aver scoperto una nuova razza di maiale gigante. L'obiettivo della donna è quello di sostituire la sorella, colpevole del decadimento, sia a livello economico sia a livello di immagine, dell'azienda, ma anche quello di consegnare degli esemplari della nuova razza di maiale gigante scoperta a ventisei persone sparse per il mondo e, nel giro di dieci anni, il tempo necessario all'allevamento dell'esemplare, riconvocarli per un concorso di bellezza. Dieci anni dopo il maiale gigante meglio allevato risulta essere Okja, cresciuto da Mija e dal nonno nelle campagne della Corea del Sud e viene eletto come il vincitore da mettere in mostra a New York. Presto si scopre però che l'obiettivo della Mirando Corporation è quello di riappropriarsi del maiale, in questo caso un esemplare femmina, per condurre degli esperimenti su di lei: in questo scenario entra in gioco un gruppo di persone appartenenti al Fronte Liberazione Animali, che cercano di accordarsi con Mija in modo che Okja venga comunque consegnata alla Mirando, in modo da poter in qualche modo entrare nel luogo dove gli esperimenti verrebbero condotti e fare in modo che l'allevamento intensivo a cui vengono sottoposti venga smascherato.
Non so bene per quale motivo, ma nell'estate del 2017, quando il film venne reso disponibile su Netflix non troppo tempo dopo la presentazione al Festival di Cannes, non sono riuscito a vederlo subito, nonostante mi interessasse particolarmente. Tra una cosa e l'altra poi l'interesse verso la pellicola è scemato fino a questo punto in cui, praticamente, per concludere lo speciale su Bong Joon-ho, sono stato "costretto" a guardarlo. Sul regista e sulla sua bravura a livello tecnico se ne sono dette di ogni, sarebbe quasi inutile ripetersi e, anche in questo caso, con "Okja" ci troviamo davanti ad un film molto bello, che viene costruito dando il tono di una specie di fiaba in cui l'atto iniziale, quello di presentazione della vicenda, è idilliaco, ha colori molto accesi e un tono molto spensierato, finchè le cose poi non crollano nel secondo atto fino a farsi più cupe. All'epoca dell'uscita ricordo che in non pochi avessero in qualche modo frainteso il messaggio che volesse mandare il film: alcuni vegani lo hanno preso come pellicola di propaganda vegan, così come alcuni carnivori convinti lo hanno interpretato come un film di propaganda vegan, dimostrando che spesso e volentieri, quando troppe persone messe insieme non fanno mezzo cervello - e in questo mondo credo che il rapporto cervelli-persone sia abbastanza basso alla luce di come girano determinate opinioni e anche di alcuni avvenimenti recenti - il rischio di dire stronzate sia molto molto vicino al cento per cento. In realtà poi sarebbe bastato guardarlo bene fin dall'inizio per capire che il film non facesse propaganda vegana, dato che la protagonista, per rispetto della sua cultura, si scofana un pesce appena pescato nella primissima scena, un comportamento in piena linea con la filosofia vegana eh. In realtà il film vuole essere una specie di denuncia di tutti quegli allevamenti intensivi in cui viene prodotta carne e in cui gli animali vengono tenuti in condizioni abbastanza discutibili e la cosa oltre ad essere disumana per l'animale, rappresenterebbe un rischio anche per chi la carne se la mangia, visto che poi la qualità del prodotto mette a rischio la salute di chi mangia quella carne. Un'altra cosa che non ho ben capito è come mai, leggendo molte opinioni, si creda che il film abbia un finale positivo: se per voi quel finale lì - che in realtà è positivo solo riguardo ad un aspetto della narrazione - è un finale positivo beh, per me c'è qualche problema.
Ho trovato inoltre durante la visione che praticamente tutti i personaggi che entrano in gioco all'interno della vicenda siano ben costruiti e abbiano quasi tutti delle caratteristiche che li rendono particolarmente interessanti, a partire dalla protagonista Mija interpretata dalla piccola Ahn Seo-hyun, che all'epoca aveva solo tredici anni, ma era già estremamente brava, fino ad arrivare ad una Tilda Swinton come al solito perfetta nel doppio ruolo delle gemelle Lucy e Nancy Mirando, fino ad arrivare ad un Jake Gyllenhaal che interpreta Johnny Wilcox dottore decaduto con un carattere decisamente sopra le righe, che conduce gli esperimenti sui super maiali, così come anche Paul Dano, anche se meno incisivo, nei panni del capo del gruppo del Fronte Liberazione Animali funziona particolarmente bene. Il ritmo narrativo è ancora una volta ben gestito soprattutto nella prima parte e nella parte finale, mentre ho trovato un rallentamento, anche se non pesante, ma che stona un po', nella parte centrale. Alla fine però "Okja" pur essendo ambientato nei giorni nostri, risulta essere un film che sembra quasi portarci in un futuro distopico, in cui si arriva a produrre in laboratorio animali che potrebbero poi essere usati come cibo e che funziona particolarmente bene sia come film di denuncia, sia come film che vuole raccontare una specie di fiaba, con dei protagonisti e degli antagonisti ben definiti e comunque sempre ben caratterizzati.


venerdì 17 aprile 2020

OSCARS BEST MOVIES - Aurora di Friedrich Wilhelm Murnau (1927)


USA 1927
Titolo Originale: Sunrise: A Song of Two Humans
Sceneggiatura: Carl Mayer
Durata: 97 minuti
Genere: Drammatico


Ora, io lo so bene che il tempismo è una cosa importantissima, ma io non ne sono mai stato un vero e proprio cultore: una rubrica o uno speciale del genere, se iniziato due mesi fa, avrebbe molto probabilmente fatto il botto, oppure, altrettanto probabilmente, sarà un vero e proprio buco nell'acqua dato che non si parlerà di film nuovi, ma si andrà molto indietro nel tempo, dato che in questa rubrica si ripercorreranno tutti i film che hanno vinto l'Oscar come miglior film. Una rubrica abbastanza ambiziosa che, nel migliore dei casi, potrebbe andare vanti per quasi due anni, dato che c'è una novantina di film di cui parlare e, sempre nel migliore dei casi, prevedo di farne massimo uno alla settimana, possibile che qualche settimana venga saltata, un po' come in tutti i miei speciali. Si inizia dunque con "Aurora", film diretto nel 1927 da Friedrich Wilhelm Murnau, primo film hollywoodiano del regista tedesco, che nel 1922 aveva diretto il capolavoro del cinema horror "Nosferatu il vampiro". "Aurora" vinse l'Oscar alla prima edizione degli Academy Awards, nel 1929, nella categoria per il miglior film e produzione artistica, poi definitivamente abolita e inglobata nella categoria del miglior film.
Anses è un contadino che vive con la moglie e il figlio neonato nella sua fattoria. La sua vita cambierà con l'arrivo di una donna di città, che tenterà di irretirlo, convincendolo a lasciare la sua famiglia per seguirla in città. L'obiettivo della donna è quello di fare in modo che Anses uccida la moglie e gli suggerisce anche come fare, simulando un incidente in barca e facendola annegarla durante una gita sul lago. Inizialmente restio a compiere il gesto, Anses deciderà di portare la moglie sul lago, per mettere in atto il suo piano, dopo aver lasciato il bambino ad una bambinaia. Una volta che però l'uomo sembra essere deciso ad ucciderla, ecco che i rimorsi lo frenano, ma la moglie, visto ciò a cui era disposto il marito, è impaurita da lui e, una volta attraversato il lago con la barca e arrivati in città, fuggirà da lui. I due si ritroveranno e si riscopriranno profondamente innamorati, passando tutta la giornata assieme in città.
Mi rendo conto che riassumendo la trama del film ho parlato praticamente di due terzi degli avvenimenti che avvengono al suo interno, però effettivamente il film, a livello di sceneggiatura e di struttura narrativa è piuttosto semplice, tanto semplice quanto affascinante però, sia per lo stile registico sia per la recitazione dei protagonisti. Innanzitutto c'è da precisare il fatto che ci troviamo davanti ad un film muto e ciò comporta che la recitazione degli attori debba essere il più mimica possibile, ciò che poi negli anni a venire sarebbe stato detto e fatto capire con le parole, nei film prima degli anni trenta - per dirla in maniera piuttosto semplicistica, lo ammetto - bisognava far capire tutto con le movenze del corpo e con le espressioni del volto, con la colonna sonora che ha il compito di accompagnare gli eventi e suscitare le giuste emozioni negli spettatori. É proprio ciò che avviene in "Aurora", dove i movimenti degli attori, le posture e le espressioni facciali diventano importantissime e mi viene ad esempio da pensare alla scena in cui Anses sta per uccidere la moglie Indre, in cui viene ripreso di spalle, ingobbito, quasi mostruoso, a sovrastare la moglie, sembra aver perso tutta la sua umanità e anche le brevi inquadrature sul suo volto fanno trasparire una perdita quasi totale delle emozioni umane.
Nel vedere "Aurora", che ammetto candidamente non essere proprio nel mio target di visioni, ma siccome sono interessato al cinema è giusto spingersi ogni tanto su qualcosa che non si andrebbe normalmente a cercare, è il modo in cui la vicenda viene narrata, una vicenda che si divide evidentemente in tre atti e in tutti, ma soprattutto nel primo e nell'ultimo, si respira un'atmosfera da thriller tesissimo con la tensione che viene tenuta a livelli abbastanza alti. Nel secondo atto, che invece è quello dai toni più sereni, con la coppia che ha ritrovato l'amore e la fiducia reciproca - anche se il processo che porta Indre a perdonare il marito a livello di tempistiche mi è sembrato un po' improbabile, ma tant'è - è quella in cui intanto si vedono molte idee interessanti a livello cinematografico, con Murnau che riesce a mettere in scena una parte in cui il sentimentalismo e la componente romantica non diventano mai tanto pesanti da annoiarmi - e a me i film sentimentali e romantici annoiano molto presto. Insomma, comincia questa impresa ambiziosa di recuperare e parlare su questo blog di tutti i film che hanno vinto l'Oscar per il miglior film, con una pellicola che mi sono trovato ad apprezzare enormemente tanto da farmi venire voglia di recuperare altri esemplari del cinema muto di quel periodo, che ammetto di averne visti decisamente pochi nella mia vita.

giovedì 16 aprile 2020

Occhio per occhio di Paco Plaza (2019)

Spagna 2019
Titolo Originale: Quien a hierro mata
Regia: Paco Plaza
Sceneggiatura: Jorge Guerricaechevarría, Juan Galiñanes
Durata: 107 minuti
Genere: Thriller, Drammatico


Negli ultimi anni il cinema spagnolo, soprattutto sul fronte del genere thriller e dell'horror, ha dimostrato di essere piuttosto in forma. A livello di numeri di produzioni relative a questi generi siamo più o meno sugli stessi che escono in Italia - quanto meno per quel che riguarda quelli che qui nel nostro paese ci arrivano, non so quanti siano quelli che da noi neanche arrivano - ma a livello qualitativo, soprattutto per quanto riguarda il genere horror, che da noi è sempre molto bistrattato, qualcosa da ricordare dai nostri cugini arriva sempre. Molti di questi film poi escono direttamente su Netflix, come ad esempio "Occhio per occhio", film diretto da Paco Plaza, già regista dei primi tre capitoli della saga di "REC" e di "Veronica", altro film horror uscito su Netflix che qualche anno fa mi aveva sorpreso in maniera estremamente positiva. Protagonista della vicenda è Luis Tosar, forse uno degli attori spagnoli più conosciuti nel nostro paese e più sfruttato quando c'è da interpretare un ruolo importante nel cinema spagnolo, che personalmente ho visto in molti film in cui ha dimostrato la sua grande capacità come attore.
Mario è da tempo un infermiere molto stimato dai colleghi e apprezzato dai pazienti per la sua gentilezza e la sua pazienza nell'avere a che fare con loro ogni giorno, che lavora in una casa di riposo. Un giorno nella casa di riposo farà il suo ingresso il noto boss del narcotraffico Antonio Padin, rilasciato dal carcere a causa delle sue precarie condizioni di salute. Nel frattempo, i due figli del boss, tentano di riprendere il controllo dei suoi traffici senza la presenza del padre, che comunque continueranno a consultare nelle loro visite all'interno della casa di riposo. Mario, che inizialmente sembra disposto a trattare l'uomo come tutti gli altri pazienti, inizierà pian piano a mettere in atto la sua vendetta verso di lui, legata ad eventi del suo passato e quello della sua famiglia, mentre i due figli del boss tenteranno di utilizzare l'infermiere come mediatore tra loro e il padre per informarlo dell'evoluzione dei loro traffici.
Per quanto riguarda questo thriller spagnolo presente su Netflix devo dire che mi ci sono trovato abbastanza bene, anche se non benissimo a dirla tutta. Innanzitutto apprezzo sempre particolarmente quei film thriller in cui in realtà si sa fin dall'inizio verso cosa si spingerà il protagonista e il modo in cui egli porterà a termine il suo piano. In fondo in fondo questo "Occhio per occhio" è un revenge movie in cui la vendetta che fa da colonna portante del film viene portata avanti in maniera molto molto più lenta e verso una sola persona, non verso un gruppo di persone che vengono a turno, uccise. Oltre ad essere un revenge movie il tentativo che fa Paco Plaza con questo film è anche quello di aggiungerci altri elementi, con il protagonista Mario che si troverà spesso e volentieri tra l'incudine e il martello nel voler portare a termine la sua vendetta silenziosa verso Antonio Padin, ma deve anche seguire le richieste dei suoi due figli, per non rischiare di essere ucciso. In tutto questo "Occhio per occhio" è uno di quei film che si fanno seguire abbastanza bene, coinvolgenti dall'inizio alla fine, anche se nella parte centrale sono presenti dei momenti in cui la vicenda viene resa un po' più intricata del necessario e dei momenti in cui la narrazione procede in maniera leggermente più lenta. Niente di così tragico, a dire la verità, ma rimane comunque un film imperfetto, coinvolgente nel modo giusto, ma che ho come la sensazione che con qualche accorgimento in più sarebbe potuto essere decisamente migliore!

Voto: 6,5

mercoledì 15 aprile 2020

L'uomo invisibile di Leigh Whannell (2020)



USA, Australia 2020
Titolo Originale: The Invisible Man
Sceneggiatura: Leigh Whannell
Durata: 124 minuti
Genere: Thriller, Horror


Si è fatto un gran parlare in questi ultimi tempi de "L'uomo invisibile", pellicola diretta da Leigh Whannell che sarebbe dovuta uscire nei cinema italiani se non ricordo male verso la fine di Marzo, ma, a causa del lockdown dei cinema e poi di un po' tutte le attività non necessarie in Italia, è stato portato nel nostro paese in streaming, come qualche altro film che sarebbe dovuto uscire in sala in questo periodo. É proprio in questo modo che ho deciso di vedere la pellicola in questione, soprattutto dopo aver letto molte critiche positive su un film che, per mio pregiudizio, sembrava un po' il solito film horror e che invece per molti si è rivelato essere una vera e propria sorpresa. Leigh Whannell è poi un regista a cui voglio abbastanza bene, avendo scritto delle sceneggiature di alcuni dei thriller o horror che mi sono letteralmente mangiato nell'adolescenza, ma anche in questi ultimi anni, come ad esempio quelle di "Saw - L'enigmista" e quella di "Insidious", mentre come regista si è occupato di "Insidious 3 - L'inizio", con risultati decisamente dimenticabili, e di "Upgrade", che ancora non ho avuto modo di vedere. La protagonista del film invece è interpretata da Elizabeth Moss, attrice che negli ultimi tempi sta ottenendo una certa notorietà, mentre il marito Adrian Griffin è interpretato da Oliver Jackson-Cohen.
Cecilia Kass è da qualche tempo sposata con l'ingegnere ottico Adrian Griffin e sta tentando di fuggire dalla relazione violenta che ha con quell'uomo, che la maltratta e la controlla da tempo. Riuscita a fuggire dalla grandissima villa dove abita assieme all'uomo, piena di telecamere a circuito chiuso per controllare tutti i suoi movimenti, si rifugerà, sotto consiglio della sorella, dall'amico d'infanzia James, detective della polizia che le offrirà la sua protezione in casa sua. Dopo aver passato le prime due settimane con il terrore che il marito la potesse trovare, le giunge notizia, dalla sorella, che l'uomo sarebbe morto suicida all'interno della sua casa. Ripresa in mano la sua vita Cecilia inizia a tentare di affrontare ogni giorno sempre con maggiore tranquillità, ma in qualche modo sembra che qualcuno stia ancora una volta tentando di perseguitarla: una presenza invisibile, che lei attribuirà al marito che un tempo l'aveva minacciata di riuscire a controllarla in ogni modo anche senza farsi vedere, si insinua nella casa in cui vive assieme a James, rendendole la vita sempre più un inferno e facendola crollare psicologicamente, portandola a non essere più ben vista agli occhi della sorella e dell'amico.
Devo dire che le buone recensioni lette su "L'uomo invisibile" mi avevano in qualche modo caricato di aspettative, ma, devo dire, che nonostante le aspettative fossero nella media tendente all'alto, non ne sono rimasto deluso. Innanzitutto dal punto di vista tecnico Leigh Whannell migliora sensibilmente rispetto all'altro suo film che avevo visto e riesce a costruire un thriller a tinte horror in cui la tensione la fa da padrona dall'inizio alla fine. Sono ben costruite le inquadrature, così come sono interessantissime le musiche che vengono utilizzate con dei punti in cui, a livello di sceneggiatura, si tende a tirare un po' troppo la corda e a rendere la follia indotta della protagonista talvolta inverosimile, penso ad esempio alla scena in cui la figlia di James prende un pugno in faccia dalla presenza invisibile del marito e si pensa che a darglielo sia stata Cecilia, che però era troppo distante per riuscire a farlo, insomma, in alcuni frangenti bisogna un attimino sospendere l'incredulità perchè si vuole calcare un po' troppo la mano sulla follia della protagonista, però sono cose che si possono accettare. Elizabeth Moss ancora una volta si conferma un'attrice straordinaria, che quando deve interpretare personaggi in sofferenza riesce a dare davvero il meglio di sè e qui conferma davvero tutte le sue capacità.
La cosa che però mi è piaciuta maggiormente di "L'uomo invisibile" è l'intento di farsi metafora della condizione di violenza, fisica e psicologica, che subiscono le persone intrappolate in una relazione violenta, come quella della nostra protagonista. Un terrore che inizialmente è dovuto al fatto che la donna teme che il marito la possa ritrovare, quindi ha il terrore di uscire di casa, ma che poi vive anche dopo che questi viene considerato morto, insomma, i suoi traumi, reali e tangibili, si palesano a causa di questo uomo invisibile che lei pensa essere il marito cui fa riferimento il titolo. D'altronde ci troviamo di fronte alla triste storia di una donna che, una volta fuggita da una relazione violenta, si sente costretta a tenere sempre gli occhi aperti per la paura che il suo aguzzino torni per rimpossessarsi di lei e per fargliela pagare e in questo senso il film risulta agghiacciante. Poi a livello narrativo viene trattato come un film di intrattenimento, che però nella sua semplicità riesce a lanciare un messaggio molto molto importante in maniera estremamente intelligente.

Voto: 7+

martedì 14 aprile 2020

Geostorm di Dean Devlin (2017)



USA 2017
Titolo Originale: Geostorm
Regia: Dean Devlin
Sceneggiatura: Dean Devlin, Paul Guyot
Durata: 109 minuti
Genere: Fantascienza, Azione, Catastrofico


Ci saranno una milionata buona di titoli che si potrebbero vedere in questi giorni e io non so mai che cosa guardare. Il fatto è che principalmente il blog si occupava di film di nuova uscita, al cinema o sulle reti di streaming e siccome al cinema in questo periodo non ci possiamo andare, sono costretto a tagliare un po' per quanto riguarda le fonti da cui mi fornisco. Il problema vero è che ci sarebbero anche una marea di film da recuperare, tra grandi classici - a questo proposito ho in mente una rubrica parecchio ambiziosa, che fosse iniziata un paio di mesi fa sarebbe stata perfetta per tempismo, mentre ora potrebbe lasciare un po' il tempo che trova, ma io ci tenterò lo stesso - e film che mi sono perso nelle scorse annate e proprio a causa della grandissima quantità di film prodotti dall'umanità in questi anni di storia del cinema va a finire che ho così tante cose da vedere che non so cosa scegliere, considerato anche che nelle sere in settimana devo fare anche delle valutazioni che vanno al di là della voglia che ho di guardare un determinato film, tra cui quanto sono stanco dalla giornata lavorativa e quanto dura il film, dato che il giorno successivo dovrò alzarmi per lavorare. Al termine di una serie di valutazioni di questo tipo ho optato, una sera della scorsa settimana, per la visione di "Geostorm", film di Dean Devlin del 2017, con Gerard Butler come protagonista. Ora, chi mi conosce bene sa che io ho un certo feticismo per i film catastrofici, negli ultimi anni quei pochi che escono mi stanno deludendo, ma se mi crei un bell'effetto speciale che a causa di congiunzioni astrali o metereologiche assurde mi distrugge il pianeta e c'è uno scienziato a cui nessuno crede che vuole salvarmi, ecco, mi hai comprato. Con "Geostorm" però la situazione è stata leggermente diversa, ma andiamo in ordine.
Il film è ambientato nel 2019, un futuro abbastanza vicino rispetto alla data di uscita del film, il 2017, mentre per noi è qualcosa di già passato: il mondo ha appena superato una crisi climatica globale grazie alla cooperazione dei governi di tutti i paesi nella costruzione di un sistema satellitare globale, chiamato Dutch Boy, in grado di fermare uragani, siccità e tempeste che hanno devastato la Terra negli ultimi anni. La costruzione del sistema satellitare era stata affidata alla guida di Jake Lawson, che, al termine della costruzione, lo aveva messo in funzione senza autorizzazione, cosa che spingerà il senato ad affidare la gestione del sistema al fratello Max, che deciderà anche di licenziarlo. Tre anni dopo, mentre un corpo dell'ONU si trova in missione in Afghanistan, i militari assisteranno ad un evento inspiegabile, una tremenda bufera di neve nel bel mezzo del deserto, che congelerà un intero villaggio uccidendone gli abitanti. Mentre Max è preoccupato per il futuro del pianeta, il Presidente convocherà una riunione in cui il governo sembra preoccuparsi maggiormente di come salvare la faccia degli Stati Uniti e della sua presidenza, in vista delle prossime elezioni. Viene così deciso che un team di ingegneri e di meccanici verrà inviato nello spazio per monitorare costantemente il funzionamento dei satelliti e tra questi ci sarà proprio Jake, colui che meglio di tutti conosce quel sistema che aveva contribuito a costruire.
Cosa dire, in poche parole, su questo film? Beh, penso che fondamentalmente, se ho deciso di non andarlo a vedere al cinema tre anni fa, qualche forza oscura mi aveva consigliato bene di non farlo. Ora, io non voglio dire che sia un film brutto a livello assoluto, anzi, penso seriamente che al cinema potesse rendere la visione decisamente più interessante, d'altronde i vari disastri climatici che si verificano sulla Terra nel corso di tutta la durata della pellicola mi sono sembrati ben realizzati, certo, in alcuni frangenti la CGI è piuttosto evidente persino su un televisore, il che forse potrebbe diventare ancora più visibile su uno schermo cinematografico, però dal punto di vista visivo si è sicuramente visto di peggio. Non mi sento nemmeno di dare troppo contro allo spirito che ha il film, che è poi un po' il solito spirito che mostrano tutte le pellicole di questo tipo, uno spirito patriottico in cui abbiamo una lotta a distanza tra un americano integerrimo, che farebbe di tutto per il bene del proprio paese e della sua famiglia, ed un americano corrotto, che invece vuole lucrare sulla situazione che si è creata. D'altronde è ovvio, sto guardando un'americanata e mi aspetto che segua questi schemi, schemi che con i film di genere catastrofico sono praticamente inevitabili.
Ciò che proprio non ho digerito del film sono in realtà altri due aspetti. Il primo è il fatto che la storia ci metta una vita ad iniziare, ho avuto come la sensazione, arrivato a metà della visione, che ancora non fosse finito l'atto introduttivo della vicenda - che per quanto mi riguarda non si può ridurre a quei primi cinque minuti il cui il protagonista viene licenziato dal fratello - e anche una volta che la storia è entrata per davvero nel vivo non è che la narrazione sia stata gestita al meglio, anzi, devo dire che alla lunga mi ha anche annoiato. La seconda cosa che non ho digerito è la pretesa del film, che tra le altre cose si prende estremamente sul serio, di voler essere decisamente troppe cose: c'è la componente catastrofica, c'è la componente fantascientifica e ci sono anche i complotti di governo, un mischione di troppe cose messe assieme che non fanno prendere a "Geostorm" una direzione ben precisa e rendono abbastanza spezzettata la narrazione. É proprio questo forse uno dei problemi dei film catastrofici usciti negli ultimi anni: se ne sono fatti talmente tanti in passato, con uno schema anche abbastanza consolidato, che nel tentativo di voler fare qualcosa di diverso si finisce per esagerare. Peccato che io, la sera in cui ho visto questo film, avevo proprio bisogno di quello schema consolidato in cui una città a caso del mondo viene distrutta male da un agente atmosferico e qualcuno deve intervenire per salvare capra e cavoli, cosa che non ho trovato in questa visione.

Voto: 5

venerdì 10 aprile 2020

The Grudge 2 di Takashi Shimizu (2006)


USA 2006
Titolo Originale: The Grudge 2
Sceneggiatura: Stephen Susco
Durata: 95 minuti
Genere: Horror


Lo sapete che ormai devo andare avanti, anche se non molto mi manca alla visione di "The Grudge" diretto da Nicolas Pesce, reboot del remake americano - per me anche solo dirlo o pensarlo è una follia, però tant'è, in America hanno pensato fosse una buona idea e noi ce la prendiamo in faccia anche qui in Italia come molte delle uscite cinematografiche proposte da oltreoceano -, io devo proseguire nella visione della saga di "The Grudge", con cui ho iniziato uno speciale in cui ho esplorato prima i quattro capitoli che compongono "Ju-on", la saga originale giapponese, poi quella di "The Grudge", composta da tre capitoli diretti da Takashi Shimizu, che ha stranamente deciso di ideare e dirigere sia gli originali giapponesi, sia i remake americani, portandosi dietro anche due degli attori che avevano reso iconica la saga originale. Dopo gli eventi di "The Grudge" ritornano nel cast di "The Grudge 2" Sarah Michelle Gellar, per quella che sarà più che altro una comparsata, così come ritornano Takako Fuji e Yūya Ozeki, mentre entrano nel cast Amber Tamblyn e Arielle Kebbler.
Aubrey Davis è la sorella di Karen, la protagonista dell'episodio precedente. La ragazza viene informata dalla madre che la sorella Karen non sta bene perchè ha avuto un incidente qualche giorno prima in Giappone, nel quale è morto anche il suo fidanzato. Convinta dalla madre Aubrey partirà dunque per il Giappone, dove, nell'ospedale in cui è ricoverata Karen, troverà la sorella completamente impazzita e, uscendo dall'ospedale, assisterà a quello che sembra a tutti gli effetti essere il suicidio di Karen, che invece verrà scagliata giù dal palazzo dell'ospedale dallo spirito di Kayako. Deciderà di cercare così di risolvere il mistero su cui stava indagando Karen, che sembra essere profondamente legato ad una casa, quella in cui tempo prima abitava Kayako, e per le indagini si farà aiutare da Eason, un fotografo detective.
Purtroppo per quanto riguarda questo secondo capitolo della saga statunitense non posso nemmeno difenderlo tirando fuori l'affetto e le sensazioni che mi aveva dato in gioventù. Ecco, dicendolo senza girarci troppo intorno, a questo secondo capitolo non sono mai riuscito a volergli bene, semplicemente perchè estremamente più debole rispetto al precedente e dopo la visione affrontata la scorsa settimana appositamente per questo speciale sono tornati a galla molti difetti, che con il tempo si sono addirittura amplificati. Innanzitutto ancora una volta Takashi Shimizu dimostra di non avere le idee ben chiare su quale direzione volesse prendere nei suoi remake statunitensi, quello che esce è un ibrido in cui vengono riproposte pari pari alcune scene dei capitoli giapponesi, mentre però si porta un po' avanti la mitologia relativa a Kayako: il risultato è che tutto il fascino ben costruito nei quattro film giapponesi - anche se principalmente parliamo del primo e del terzo - qui viene completamente meno perchè troppe cose vengono spiegate su un qualcosa che, giustamente, nei film originali, veniva lasciato all'immaginazione degli spettatori ed è un po' il problema di tutti quei film americani che vogliono riproporre, occidentalizzandoli, capolavori o comunque lavori interessanti dell'horror orientale. Una meccanica in cui avrei sperato che Takashi Shimizu non cadesse, ma molto probabilmente si è piegato ai voleri della produzione in modo da essere accettato anche da un pubblico molto diverso da quello a cui era abituato in patria.