venerdì 28 agosto 2020

A Futile and Stupid Gesture di David Wain (2018)

USA 2018
Titolo Originale: A Futile and Stupid Gesture
Regia: David Wain
Sceneggiatura: Michael Colton, John Aboud
Durata: 101 minuti
Genere: Commedia, Biografico





Nel corso della mia vita ho sentito più e più volte parlare di National Lampoon, rivista satirica americana nata negli anni settanta che ottenne grandissimo successo di pubblico. Certo è che, essendo io nato nel 1990, sia stato difficile per me conoscere la sua produzione, sia come rivista sia a livello cinematografico, soprattutto perchè è una di quelle cose che è americana fino al midollo e non è sempre di facile comprensione per la nostra cultura. Nonostante la mia pochissima conoscenza della materia, film come Animal House - di cui penso che prima o poi dovrei parlarvi - o attori lanciati proprio da questa rivista come John Belushi, Bill Murray e Chevy Chase fanno sicuramente parte della mia - scarsissima - cultura. Essendo però disponibile sul catalogo di Netflix il film "A Futile and Stupid Gesture", che racconta la vita di Douglas Kenney, uno dei due fondatori della rivista, in un momento di curiosità mi sono convinto a guardare la pellicola di cui vi parlerò quest'oggi.
A dirigere il film abbiamo David Wain, colui che nel 2001 ha diretto "Wet Hot American Summer", altro cultissimo della commedia americana poi diventato una serie su Netflix, mentre il protagonista Douglas Kenney è interpretato da Will Forte. Nel cast abbiamo anche Domnhall Gleeson, ad interpretare Henry Beard, il cofondatore della rivista, così come attori del calibro di John Daly, Seth Green e la sempre sia lodata Emmy Rossum, che qui interpreta Kathryn Walker, storica compagna di Doug. "A Futile and Stupid Gesture" narra, niente di più e niente di meno, la vita di Douglas Kenney, esplorando il modo in cui l'idea della creazione del "National Lampoon" sia nata assieme al compagno di università Henry Beard e poi passando per il progressivo successo e per i film da egli stesso sceneggiati.
Non si sarebbe di certo potuto fare altrimenti: la vita di uno degli editori satirici più importanti della storia recente degli Stati Uniti viene raccontata attraverso un film biografico che, per tutta la sua durata, assume i toni della commedia. Il Doug Kenney interpretato da Will Forte qui ci viene presentato in tutte le sue sfaccettature, evidenziando in egual modo sia la sua vena comica, sia il disagio esistenziale del personaggio. Viene fatto ben vedere nel corso della durata della visione come talvolta sia facile giudicare un personaggio pubblico dal suo modo di porsi davanti alle persone che lo seguono, mentre ciò che la massa non vede risulta essere spesso triste e doloroso.
Nonostante ci troviamo davanti ad una visione tutt'altro che geniale, è indubbio che vedere come i giovani attori chiamati a recitare in questo film abbiano interpretato i personaggi di culto che sono passati per gli studi della National Lampoon sia stato interessantissimo. Così come altrettanto curiosa è l'idea di affidare la narrazione ad un Doug Kenney anziano, interpretato da Martin Mull, quando in realtà il protagonista è morto in circostanze ancora non ben chiarite nel 1980, a soli trentaquattro anni. Ironico come molti suoi colleghi del tempo sostengano che l'uomo sia accidentalmente morto mentre cercava il posto giusto per suicidarsi, cosa che tra l'altro le indagini in qualche modo confermano, essendo egli caduto da una scogliera e la sua dipartita archiviata come morte accidentale. Si giunge in questo modo ad un finale davvero azzeccato e commovente in cui finalmente il titolo della pellicola viene in qualche modo finalmente chiarito.

giovedì 27 agosto 2020

OSCARS BEST MOVIES - L'eterna illusione di Frank Capra (1938)


USA 1938
Titolo Originale: You can't Take it with You
Regia: Frank Capra
Sceneggiatura: Robert Riskin
Durata: 126 minuti
Genere: Commedia


Prima di continuare a portare avanti la rassegna dedicata a tutte le pellicole che hanno vinto l'Oscar per il miglior film mi sono preso una pausa abbastanza lunga. Molto probabilmente la stessa cosa succederà dopo questa recensione, data la difficoltà di trovare quattro ore buone per vedermi "Via col vento", il prossimo nella lista, a meno di non decidere di guardarlo a rate. Siamo però qui oggi per parlare de "L'eterna illusione", lungometraggio diretto nel 1938 da Frank Capra - che ritorna nella rubrica dopo il buonissimo "Accadde una notte" - e vincitore nel 1939 di due statuette, appunto quella per il miglior film e quella per la miglior regia. Nel cast spicca in maniera particolare la presenza di James Stewart, a vestire i panni di Tony Kirby, così come quella di Jean Arthur, che interpreta Alice Sycamore, sua promessa sposa.
Martin Vanderhof è il patriarca della famiglia Vanderhof-Sycamore, composta da un gruppo di persone piuttosto stravaganti, molto amate dagli abitanti del paese in cui vivono e sempre spinti a seguire le proprie aspirazioni lavorative. Alice Sycamore, la nipote di Martin, lavora come segretaria di Tony Kirby, figlio di un banchiere senza scrupoli, Anthony P. Kirby, che sta cercando da tempo di comprare i terreni necessari per la costruzione di una fabbrica di armi. Manca l'acquisto di uno solo di essi per poter concludere l'affare, ma il proprietario si oppone strenuamente alla vendita. Nel frattempo Alice e Tony si innamorano e hanno tutta l'intenzione di sposarsi, non prima però di essersi presentati alle rispettive famiglie.
Dietro a quella che potrebbe sembrare una delle più semplici commedie romantiche, in realtà si nasconde una pellicola che porta egregiamente i suoi più di ottant'anni di esistenza. Innanzitutto il ritmo narrativo è tenuto ad un livello costante per tutta la durata della visione, durante la quale assistiamo a trovate tipiche della commedia degli equivoci, alternate però a momenti e dialoghi ben più seri e mirati. Considerando che il lavoro è del 1938 e nel 2020 ha vinto l'Oscar proprio "Parasite" che tratta ugualmente il tema della differenza di classe sociale, difficile non pensare quanto ancora l'argomento sia attuale nonostante gli anni passati. É grazie a questo che "L'eterna illusione" si dimostra essere una pellicola in grado di far riflettere lo spettatore attraverso dialoghi ben mirati.
Ad eccezione dei due protagonisti Alice e Tony e di suo padre Anthony, gli altri personaggi coinvolti nella vicenda non sono stati molto approfonditi. Mentre i primi due vengono presentati con diverse sfaccettature e compiono un'evoluzione importante nel corso della durata della pellicola, degli altri sappiamo decisamente meno riguardo al loro background e il loro cambiamento nel corso del film è abbastanza prevedibile, anche se piacevole. É però Anthony P. Kirby il protagonista morale della pellicola: la sua evoluzione caratteriale non è la prima volta che si vede nella storia del cinema, ma i dialoghi che la scandiscono, così come alcune scene di importanza capitale per la vicenda, sono sempre piacevoli e carichi di significato.
É forse grazie all'aspetto del cambiamento di Anthony e del figlio Tony che si capisce come quella che si presenta come una commedia romantica sulle differenze di classe - tema comunque trattato esaustivamente - sia in realtà anche un bel film sul rapporto genitori-figli, un'interessante riflessione sul seguire le proprie aspirazioni e non quelle di qualcun altro. "L'eterna illusione" è dunque un film da guardare anche se di tempo dalla sua uscita ne è passato, dato che gli argomenti che tratta li viviamo tuttora un po' tutti sulla nostra stessa pelle.

mercoledì 26 agosto 2020

WEEKEND AL CINEMA!

Ci ho pensato molto prima di riportare su questi schermi la rubrica sulle nuove uscite cinematografiche del weekend e sono giunto alla conclusione che non ci fosse giorno migliore per ritornare alla normalità anche sulle pagine di questo sitarello insignificante.
Ovvio che le pellicole in uscita non siano delle più accattivanti, però tra queste abbiamo quella che ha la non insignificante responsabilità di far rinascere il cinema in Italia - ma anche in tutto il mondo - e un'altra che invece arriva nelle sale giusto con quella decina d'anni di ritardo e che qualche cinefilo potrebbe comunque voler recuperare.
Come al solito, commentate sempre in base ai miei pregiudizi, vediamo quali saranno le uscite di questa settimana!


Tenet di Christopher Nolan


Da anni ormai, se qualcuno volesse scatenare una guerra, sarebbe sufficiente pronunciare il nome di Christopher Nolan. Gesù, il petrolio e la bomba atomica, in quanto ad espedienti per una dichiarazione bellica, a Nolan fanno davvero un baffo. Dagli Stati Uniti non sono arrivate recensioni positivissime, il sospetto che ho in questo momento è che, come al solito, questo lungometraggio spaccherà in due gli appassionati. E intanto Nolan si fa i bei soldoni. Biglietto prenotato per la visione in 70mm all'Arcadia di Melzo, Sabato 29 Agosto alle 21. Questa settimana non ce n'è proprio per nient'altro!


Dogtooth di Yorgos Lanthimos

Il fatto che film di qualità escano dieci anni dopo la loro effettiva produzione non la vedo come una cosa così negativa. Considerando però le porcate che passano per le sale, a volte i distributori potrebbero anche puntare sulla qualità, ma questa è un'operazione simile a quanto fatto con "Memories of Murder" poco dopo la vittoria dell'Oscar da parte di "Parasite", solo che viene fatta in estate e in periodo COVID, così siamo proprio sicuri che la gente a vedere sto film non ci andrà. Come a dire "Noi il gesto lo abbiamo fatto, voi l'occasione di andarlo a vedere l'avete avuta". Iniziativa bella a cui parteciperanno pochi, se non addirittura pochissimi, super appassionati.


Le altre uscite della settimana

Cosa resta della rivoluzione: Non penso che sia una di quelle pellicole che possano portare la gente al cinema, eppure ho come la sensazione che potremmo trovarci davanti ad una visione tanto carina...
Crescendo - #makemusicnotwar: Ancora cinema europeo, questa volta tedesco, che utilizza la musica per parlare di pregiudizi e abbattimento delle barriere. La mia paura è che sia un po' la solita roba.
Non conosci Papicha: Altro lavoro molto molto impegnato, ambientato in Algeria nel 1997, periodo in cui il paese era in mano ai terroristi. Detto francamente, da un film così innanzitutto non saprei cosa aspettarmi, poi non penso nemmeno verrà distribuito in maniera così tanto capillare.
Quattro vite: Agosto di solito è il mese dell'anno in cui vengono tirati fuori i film di anni e anni fa ed anche oggi è così. In quanti, soprattutto in questo periodo storico, lo andranno a vedere?
Rosa pietra stella: Un altro film che se non fossimo in un periodo unico probabilmente non sarebbe mai uscito. Penso che però anche in questo periodo, vedrà comunque la luce di pochissime sale.

martedì 25 agosto 2020

Favolacce di Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: Favolacce
Sceneggiatura: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo
Durata: 98 minuti
Genere: Drammatico





Questo 2020, per i cinefili, è stato l'anno dei film in streaming o on demand. Io, che l'anno scorso ero riuscito ad andare al cinema una cinquantina di volte, mi sono ritrovato a dover fruire delle nuove uscite sulle varie piattaforme online, che si sono occupate di distribuire le varie pellicole che per forza di cose non sarebbero potute uscire nelle sale. Poco dopo la fine del lockdown totale è stato distribuito anche "Favolacce", film di Damiano e Fabio D'Innocenzo premiato con l'Orso d'Argento per la migliore sceneggiatura all'ultimo Festival di Berlino, del quale subito si è fatto un gran parlare. Una coppia di gemelli registi praticamente esordienti e poco più che trentenni, al loro secondo film dopo "La terra dell'abbastanza" - che ancora non ho avuto modo di vedere - che subito si sono visti ricompensati del loro talento, sia nel raccontare storie sia nel metterle sullo schermo, testimoniato alla grande da questa pellicola.
Per parlarci delle vicende legate ad un gruppo di famiglie della periferia di Roma i due registi non sono andati a pescare nel gotha della recitazione italiana, ma si sono affidati più che altro ad un grande nome come quello di Elio Germano per vestire i panni di Bruno Placido, che può in qualche modo essere ritenuto il protagonista della vicenda, circondandolo di altri con meno esperienza oppure addirittura al loro debutto. Mentre ad interpretare la moglie di Bruno abbiamo Barbara Chichiarelli, che si è vista in "La dea fortuna" di Ferzan Ozpetek, non sono stati chiamati nomi altisonanti per quanto riguarda gli altri personaggi, anche se tra loro spicca qualche buon giovane attore da tenere d'occhio per il futuro. É proprio attorno a questo gruppetto di persone di Roma sud che ruotano tutte le "favolacce" cui fa riferimento il titolo del film, attorno alla loro vita apparentemente normalissima che nasconde, nella maggior parte dei casi, segreti non sempre piacevoli.
In questo loro secondo lavoro come registi i fratelli D'Innocenzo ci portano nella periferia romana raccontandoci, attraverso un diario scritto in verde che si interrompe bruscamente, quella che è a tutti gli effetti una favola nera a cui ruotano attorno un po' tutti i personaggi che vediamo nel corso del film. La voce narrante dell'altissimo Max Tortora ci accompagna nelle fasi iniziali della pellicola recitando frasi talvolta altisonanti, talvolta poetiche, che riescono ad introdurre le varie vicende allo spettatore in maniera molto efficace. Ci troviamo davanti ad una pellicola in cui i due registi e sceneggiatori riescono a delineare le caratteristiche di ogni personaggio, approfondendole in maniera certosina evidenziandone pregi e difetti e riuscendo a rendere loro estremamente credibili in tutte le azioni che compiono. Ciò che emerge, soprattutto da parte dei personaggi più giovani, è un senso di sofferenza e di tristezza che rimane evidente per tutta la durata della visione, che culmina in un finale completamente inaspettato, ma perfettamente in linea con quanto narrato nel corso di tutto il film.
Durante la visione di "Favolacce" si vede però anche come i fratelli D'Innocenzo cerchino in qualche modo di presentarsi al pubblico, probabilmente più a quello cinefilo che a quello delle grandi occasioni. In questo film emerge infatti la voglia dei due giovani di mostrare la propria idea di cinema, in qualche modo innovativa, ma di certo non rivoluzionaria, in cui ogni inquadratura, ogni stretta su un volto, deve assumere un significato ben preciso. É grazie anche a certi espedienti che viene trasmesso il disagio interiore dei protagonisti, soprattutto per quanto riguarda i personaggi più giovani, quelli che più di tutti sembrano assorbire e riflettere il disagio esistenziale dei propri genitori.
Vien da sè che "Favolacce", in quel che il cinema italiano ha potuto offrirci nel corso di questa annata, sia uno dei migliori rappresentanti della settima arte nel nostro paese, non solamente di quest'anno, ma anche degli ultimi due o tre anni, dimostrazione che comunque, quando ci si vuole mettere d'impegno e provare anche qualcosa di nuovo, a livello artistico siamo ancora in ottima forma!

lunedì 24 agosto 2020

Pane e tulipani di Silvio Soldini (2000)

Italia, Svizzera 2000
Titolo Originale: Pane e tulipani
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Silvio Soldini
Durata: 114 minuti
Genere: Commedia


Si torna dalle vacanze e, dopo i due post di Agosto legati ad eventi organizzati con altri appartenenti alla blogosfera, si spera di poter tornare a pieno regime con le mie recensioni, dato che latito oramai da un po' di tempo. Ci sono un po' di film di cui vi vorrei parlare che ho visto prima di partire, ma il primo della lista sarà "Pane e tulipani", quarta pellicola del regista Silvio Soldini - se escludiamo due cortometraggi appartenenti a film ad episodi - considerata universalmente come una delle sue migliori, anche in seguito alla vittoria di numerosissimi premi tra cui il trionfo ai David di Donatello del 2000, dove portò a casa ben nove statuette, tutte nelle categorie più importanti. Un film di grande successo a cui sicuramente deve aver contribuito il cast, composto da nomi che nel corso degli ultimi venti anni sono diventati parecchio conosciuti nella commedia italiana e in cui il fiore all'occhiello può essere rappresentato da Bruno Ganz, che molto spesso nel corso della sua carriera ha collaborato con registi italiani. La protagonista della vicenda è Rosalba, interpretata da Licia Maglietta, mentre del cast fanno parte anche Giuseppe Battiston - la battuta sul fatto che sia un ragazzo intelligente, si vede, l'ho già fatta? -, che all'epoca era praticamente agli inizi della sua carriera cinematografica e la stava iniziando proprio nei primissimi lavori di Soldini, così come Antonio Catania e Marina Massironi, che di lì a poco si sarebbe staccata definitivamente dalla collaborazione con Aldo, Giovanni e Giacomo.
Rosalba è una casalinga di Pescara, sposata con Mimmo e madre di due figli adolescenti. Dopo aver partecipato ad una gita a Paestum assieme alla famiglia ed agli amici, organizzata da una ditta di venditori di pentole, viene dimenticata in autogrill durante una sosta, prima che la gita prosegua verso Roma. Trovatasi improvvisamente da sola, deciderà di tornare a casa sfruttando dei passaggi in auto, ma durante il viaggio coglierà l'occasione per fuggire verso Venezia, città da lei mai visitata, con l'intento di scappare dalla routine della sua vita nel pescarese. Una volta arrivata nella cittadina, si ritroverà presto senza soldi, ottenendo ospitalità da Fernando, cameriere islandese di un piccolo ristorante. Nel giro di pochi giorni Rosalba riesce anche a trovare un lavoro come aiutante di un piccolo negozio di fiori e a stringere amicizia con Grazia, eccentrica massaggiatrice olistica. Nel corso della sua fuga in quel di Venezia, vedremo anche il modo in cui procede la vita del marito Mimmo, alle prese con le attività domestiche che fino a poco fa erano prerogativa della moglie e con il desiderio, piuttosto opportunista, di ritrovarla, che lo porterà ad assumere Costantino, un'investigatore privato improvvisato.
Ammetto abbastanza candidamente di non conoscere praticamente nulla della produzione cinematografica di Silvio Soldini e di essermi trovato a guardare questo film praticamente perchè si tratta del suo lavoro più rinomato e perchè, come detto, mi era stato consigliato a più riprese. Ho capito praticamente subito il motivo per cui "Pane e tulipani" sia ritenuto uno dei suoi lavori più rappresentativi, soprattutto perchè è stato in grado di mettermi la curiosità di vedere altre produzioni del regista, che pian piano mi riprometto di recuperare. Ci troviamo infatti davanti ad una pellicola che innanzitutto riesce a coinvolgere lo spettatore narrando la sua storia in maniera leggera e delicata e in secondo luogo fa in modo che lo spettatore empatizzi in maniera particolare con i personaggi principali della vicenda, trattando le tematiche più varie e importanti senza trasmettere mai pesantezza nel corso della visione. Per quanto mi riguarda il vero punto di forza di "Pane e tulipani" sta nel modo in cui sono costruiti i personaggi, tutti caratterizzati in maniera estremamente curata e tutti con una particolarità in grado di renderli affascinanti o detestabili. La prima scena è un ottimo esempio di come in pochissimo si possa dare un'introduzione al background di un personaggio, quello di Rosalba, che si capisce praticamente subito essere una donna piuttosto scontenta della sua vita, quasi invisibile agli altri e con un marito abbastanza maldestro, sempre pronto a comandarla a bacchetta. Sarà proprio la sua invisibilità a darle fortuitamente l'occasione di provare in qualche modo a cambiare vita. Basta una brevissima introduzione anche per capire il personaggio di Fernando, cameriere islandese trapiantato in Italia, molto colto e letterato, che da tempo pensa di suicidarsi. L'incontro tra i due sarà salvifico per entrambi e la loro conoscenza sarà scandita da piccoli gesti con i quali entrambi impareranno ad apprezzarsi reciprocamente.
Sono inoltre abbastanza interessanti anche il personaggio di Grazia, massaggiatrice dalla personalità molto particolare che subito legherà con Rosalba, quasi a farci intendere come la protagonista non avesse un'amica fidata da molto molto tempo, così come quello di Costantino, investigatore privato improvvisato ed estremamente insicuro - anche in questo caso il suo background è spiegato in maniera efficacissima, nel giro di una scena di pochissimi minuti - di cui Grazia si innamora praticamente a prima vista.
"Pane e tulipani" affronta in maniera efficace due filoni narrativi - quello della nuova vita di Rosalba e quello di come prosegue la vita di Mimmo senza di lei - mettendo bene in evidenza le contrapposizioni tra i due e i motivi che hanno portato la protagonista a fuggire dalla sua condizione. Nel modo in cui viene narrata la routine di Mimmo a Pescara ho trovato una forte ironia da parte del regista - che è anche cosceneggiatore - che vuole in qualche modo evidenziare come l'uomo, una volta trovatosi senza la moglie, non riesca a mandare avanti la sua esistenza, cercando in qualche modo di affidarsi all'amante per sostituire la figura della moglie. Ancora più ironiche sono le sequenze che precedono il finale - che si rivelerà come il più classico dei lieti fini e in questo caso va davvero benissimo così - in cui sarà proprio l'amante ad assumere un ruolo fondamentale per prepararci al termine della vicenda.
"Carinissimo" è il termine che mi è venuto più naturale associare alla fine della visione a "Pane e tulipani", a ripensarci forse un po' riduttivo. Certo, la trama e il modo in cui vengono narrati portano a pensare a questo, ma la sceneggiatura estremamente curata e i personaggi approfonditi con la massima precisione possibile forse rendono la pellicola addirittura qualcosa di più.

giovedì 20 agosto 2020

H. P. LOVECRAFT DAY - Re-Animator di Stuart Gordon (1985)


USA 1985
Titolo Originale: Re-Animator
Sceneggiatura: Stuaert Gordon
Durata: 93 minuti
Genere: Horror


Nonostante i mesi estivi in cui, tra il lavoro matto e sfrenato del mese di Luglio e le meritatissime ferie del mese di Agosto, praticamente non ho scritto nulla su questo blog e ho anche avuto modo di vedere pochissimi film, quando la solita cricca di blogger si riunisce, io non voglio assolutamente mancare, men che meno quando si parla di un maestro dell'orrore come H. P. Lovecraft, di cui oggi ricorrono i centotrent'anni dalla sua nascita. Ammetto di non essere un gran conoscitore dello scrittore e nemmeno un grandissimo lettore in generale, ma è inutile negare quanto la sua influenza, per quanto riguarda il genere horror di tutto il secolo scorso, ma anche di questo, sia stata fondamentale per lo sviluppo non solo di film o di romanzi ispirati ai suoi scritti, ma addirittura di giochi da tavolo - come ad esempio "Le case della follia" - e di fumetti. Siccome però qui siamo praticamente tutti blog di cinema è giusto omaggiare lo scrittore nel modo che meglio conosciamo, quello di parlare di un film tratto dai suoi scritti e io ho scelto "Re-Aninmator" - anche se all'epoca della proposta dell'evento avevo anche in canna la recensione di "Color Out of Space", che è uno dei migliori horror che ho visto quest'anno, a mani basse - diretto da Stuart Gordon. Il regista, scomparso il 24 Marzo scorso, è famoso principalmente per questo film, per "Dolls", che prima o poi prometto di vedere, e anche per "Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi", mentre nel cast abbiamo Jeffrey Combs, uno che ha partecipato a non pochi film e che ancora continua a farne, e Bruce Abbott, mentre la protagonista femminile è interpretata da Barbara Crampton.
Tratto dal racconto "Herbert West rianimatore" di H. P. Lovecraft - altrimenti non saremmo qui a parlarne proprio oggi - il film racconta le vicende di Herbert West eccentrico ed ambizioso studente di medicina che durante i suoi studi riesce a scoprire un siero per riportare in vita i morti. Gli effetti di questo siero sulle persone riportate in vita però sembrano essere non controllabili in quanto i morti, una volta tornati, sembrano essere particolarmente aggressivi e violenti. Per trovare un modo per rendere il suo sieri più efficace e meno devastante sulla mente delle persone riportate in vita, inizia a studiare in un'università del Massachussets, dove affitta una camera assieme allo studente Dan Cain, a cui West mostrerà l'efficacia del suo siero riportando in vita il suo gatto. Dell'esperimento viene a conoscenza anche la fidanzata di Dan, Megan, che è anche figlia del direttore dell'ospedale. Dan parlerà del successo dell'esperimento con il direttore, ma le cose presto prenderanno una piega imprevista, quando il siero comincerà ad essere utilizzato nella maniera sbagliata.
Ammetto di non essere uno che conosce a menadito le storie scritte da H. P. Lovecraft e di averne lette davvero poche nella mia vita, nonostante in qualche modo sia praticamente impossibile negare quanto queste siano state influenti per il cinema dell'orrore degli anni a venire. Con "Re-Animator" per partecipare a questa rassegna ho fatto praticamente la stessa scelta che faccio sempre, quella di parlare di un film che non avevo mai visto, per avere l'occasione di vedere qualcosa di "nuovo" - nell'ottica delle mie visioni, ovviamente è impossibile parlare di film nuovo quando questo ha trentacinque anni. In qualche modo nel corso di questi anni "Re-Animator" è diventato un vero e proprio film di culto per gli appassionati del genere horror e i motivi sono presto identificabili durante e dopo la visione. Innanzitutto Stuart Gordon scrive e dirige un film che quadra dall'inizio alla fine, ma che soprattutto non si fa problemi a diventare molto molto violento quando c'è bisogno di esserlo, con il sangue e gli effetti speciali un po' posticci dell'epoca su cui di certo il comparto tecnico del film non si è risparmiato. Il tema del riportare in vita i morti fa un po' parte della letteratura dell'epoca in cui il romanzo è stato scritto, Lovecraft lo scrive nel 1922, solo cento anni prima era uscito "Frankenstein" di Mary Shelley e sicuramente gli intenti sono stati diversi, è praticamente certo però come il racconto di Lovecraft abbia in qualche modo fatto da precursore per il genere zombie come lo conosciamo in questo periodo e come lo abbiamo conosciuto negli anni successivi all'uscita del racconto.
Per quanto riguarda i miei gusti cinematografici non siamo certo davanti ad un film perfetto in tutto e per tutto, dal punto di vista della recitazione si sarebbe potuto fare decisamente di meglio e a volte in qualche passaggio ci ho visto qualche ingenuità e anche un po' di artigianalità, cose che comunque contribuiscono a dare fascino alla pellicola, che comunque, in fin dei conti, si lascia guardare dall'inizio alla fine e risulta essere un buon horror di intrattenimento, che ha poi aperto a diversi seguiti che prima o poi penso che potrei guardare, anche solo per completezza.

martedì 4 agosto 2020

NOTTE HORROR 2020 - Demoni di Lamberto Bava (1985)


Italia 1985
Titolo Originale: Demoni
Sceneggiatura: Dario Argento, Lamberto Bava, Franco Ferrini, Dardano Sacchetti
Durata: 88 minuti
Genere: Horror


Sono ormai sette anni che, con la solita cricca di blogger della rete, organizziamo "Notte Horror", l'evento che vorrebbe riportare indietro i lettori parlando di quei film che hanno in qualche modo contribuito al successo delle ormai famosissime rassegne estive presentate dallo Zio Tibia in cui venivano proposti film horror di qualsiasi tipo, sia pellicole estremamente tamarre e trash, sia altre di buona qualità o comunque dei veri e propri cult. Oggi, tra l'altro, siamo in una serata abbastanza particolare, perchè, in compagnia della Bolla de "Il Bollalmanacco" oggi si parla di "Demoni": io ora parlerò del primo film, mentre tra un paio d'ore dovrete tutti passare da lei, per la recensione di "Demoni 2". Per quanto riguarda "Demoni", invece, ci troviamo davanti ad uno di quei film la cui locandina presenta la dicitura "Dario Argento presenta", che in quel periodo quando usciva un film horror sembrava essere praticamente garanzia di qualità. Ammetto che, pur amando moltissimo il cinema horror italiano di quegli anni, di quel tipo di dicitura sulle locandine faccio sempre abbastanza fatica a fidarmi e "Demoni" è uno di quei film che, nonostante sia un cult per gli amanti del genere, ancora non ero riuscito a vedere. Nonostante la mia passione per il genere horror italiano, Lamberto Bava è uno di quei registi che non sono mai, per qualche motivo ancora ignoto, riuscito ad esplorare e se si esclude la visione di "A cena col vampiro", film per la televisione che vabbeh, lasciamo perdere, troppo trash, è un regista la cui produzione proprio non conosco, così come non conosco buona parte degli attori che hanno partecipato al film, sui quali ritorneremo più avanti.
Cheryl ritrovatasi da sola dopo essere scesa dalla metropolitana di Berlino, incontra un uomo con una strana maschera che gli copre metà della faccia: inizialmente spaventata da lui, scopre che l'uomo voleva solamente darle due inviti per partecipare ad una prima al cinema Metropol, di un film non specificato. Alla proiezione verrà invitata anche la sua amica Kathy e all'interno le due incontreranno due ragazzi, George e Ken, che si siederanno vicino a loro durante la visione. Poco prima dell'inizio del film, una donna indosserà una maschera esposta nel salone e, dopo essersela tolta, si procura un taglio sul volto che, durante la proiezione del film, le provocherà una grossa crisi. Il taglio procurato dalla maschera la trasformerà in un demone famelico che, contagiando anche altri spettatori, metterà a ferro e fuoco il cinema, provocando il panico tra gli spettatori.
Per quanto riguarda i miei gusti cinematografici "Demoni" è un film dalla doppia faccia, tanto che ci sono delle cose che ho particolarmente apprezzato, nonostante spesso virino sul trash più assoluto, mentre delle altre che ho veramente fatto molta fatica a sopportare. Partiamo dalle cose positive. Posto che, lo si vede anche da solo due film, Lamberto Bava non è minimamente vicino alle capacità registiche del padre, a me questo modo abbastanza sporco di fare cinema non ha mai fatto schifo, anzi, a volte ci vedo molta più anima in film che comunque mostrano un sacco di errori, piuttosto che in film tecnicamente perfetti, soprattutto quando al loro interno di vuol far vedere una particolare idea di cinema. Sono passati trentacinque anni dalla sua uscita al cinema e c'è da dire che il film non è che sia invecchiato benissimo, paura non ne fa neanche per sbaglio guardato ai giorni nostri, ma c'è la giusta dose di gore tamarro che cercavo in un film horror con cui partecipare per la settima volta a questa bellissima rassegna e ultimo, ma non meno importante, il film presenta una colonna sonora che mi fa uscire di testa. Intanto il pezzo "Demons" dei Goblin, che fa da apertura e da chiusura, lo avevo sentito al concerto di Novembre a Milano della band di Claudio Simonetti e contestualizzato con la visione del film avvenuta qualche giorno fa è davvero perfetto, aggiungiamo poi altri pezzi di band come i Mötley Crüe, gli Accept, gli Scorpions o Billy Idol - la famosissima "White Wedding" - e io vado letteralmente fuori di cervello.
Passiamo ora agli aspetti negativi. Detto che il film l'ho trovato seriamente divertentissimo e coinvolgente e che a me gli effetti speciali fatti in quel modo piacciono sempre particolarmente - adoro i trucchi artigianali, resi capolavoro da Sam Raimi in film come "La casa", e i mostri presentati come fa "Demoni", non ci posso far nulla -, ho trovato che la sceneggiatura fosse decisamente la parte debolissima della pellicola, piena di elementi la cui utilità l'ho trovata abbastanza dubbia - se fosse stato solo uno lo si sarebbe potuto chiamare MacGuffin, ma qui ci son tante cose che ci sono nel film, ma poi non si rivelano particolarmente utili - e che punta molto di più sulla fuga dai demoni e su qualche scena gore ben piazzata. Poi la recitazione, oddio, la recitazione che c'è in questo film, da far male, malissimo, agli occhi e alle orecchie, una roba quasi ignobile. Non che negli horror italiani di quel periodo la recitazione fosse mai stata il punto forte, ma qui è tutto estremamente enfatizzato, caricato, eccessivo, poco credibile, gli attori in qualche modo sono riusciti nel difficile compito, con la loro recitazione, di rendere il film ancora più folkloristico e caratteristico, nonostante sia a livelli veramente pessimi. E non riesco nemmeno a soffermarmi su uno o sull'altro, ci sono battute che sono dette in un modo che fanno davvero sanguinare le orecchie.
Per queste ed altre cose però il film è davvero perfetto per la rassegna e, ammetto di non aver ancora visto "Demoni 2... L'incubo ritorna", ha un finale che è proprio una dura e pura preparazione al sequel, probabilmente già un progetto per regista e sceneggiatori ancora prima della produzione di questo film e che, vi ricordo, dovete andare a leggere intorno alle 23 dalla Bolla!


Se poi vi foste persi i precedenti appuntamenti con la rassegna, ecco qui i link (che verranno anche aggiornati in corso d'opera) e il programma completo!

7 luglio 2020, ore 21: La bara volante (Freaked - Sgorbi)
7 luglio 2020, ore 23: Kings of Horror (The Nightflier)

14 luglio 2020, ore 21: Il Zinefilo (Il tunnel dell'orrore)
14 luglio 2020, ore 23 White Russian (Radice quadrata di tre)

21 luglio 2020, ore 21: The Obsidian Mirror (Gutterballs)
21 luglio 2020, ore 23: La fabbrica dei sogni (Hemogoblin)

28 luglio 2020, ore 21: Cooking Movies (L'armata delle tenebre)
28 luglio 2020, ore 23: Director's cult (Tutti i colori del buio)

4 agosto 2020, ore 23: Il Bollalmanacco di cinema (Demoni 2)