martedì 30 aprile 2019

LE SERIE TV DI APRILE

Come ogni fine del mese siamo qui a parlare delle serie TV che ho visto e terminato nel corso del mese di Aprile. Ancora non sono riuscito a finire la seconda stagione di "Doctor Who" - me la sto prendendo molto con calma, anche un po' per mancanza di tempo, ma posso anticipare che mi sta piacendo abbastanza -, mentre giusto ieri ho portato a termine la seconda stagione di "American Gods", però non faccio in tempo a scriverci sopra qualcosa, quindi il mio commento sarà rimandato a fine Maggio, ovviamente. Tre sono le stagioni di serie televisive che sono riuscito a vedere nel mese che volge al termine e tutte e tre mi sono piaciute abbastanza, ma ora bando alle ciance e via ai commenti!


The OA - Parte 2

Episodi: 8
Creatore: Brit Marling, Zal Batmanglij
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Brit Marling, Emory Cohen, Scott Wilson, Phyllis Smith, Alice Krige, Patrick Gibson, Brendan Meyer, Brandon Perea, Ian Alexander, Jason Isaacs, Will Brill, Sharon Van Etten, Paz Vega, Chloe Levine, Kingsley Ben-Adir
Genere: Fantascienza, Drammatico



Abbiamo atteso più di due anni per vedere una seconda stagione di "The OA", che nel 2017 si era guadagnata il titolo di miglior serie TV dell'anno, per poi scoprire che noi telespettatori non avremmo dovuto chiamarla "stagione 2", ma "parte 2". Ora, io sta moda da parte di Netflix di non dividere le serie televisive in stagioni, ma in parti, non la sto capendo, però poco me ne cale, alla fine per me si tratta, per lo meno per quanto riguarda "The OA", di due stagioni distinte, sia per stile narrativo sia per quanto riguarda la trama, non mi potete venire a dire che sono la stessa stagione divisa in due parti, non riesco ad accettarlo. Detto questo, tanto mi era piaciuta la prima parte di questa serie televisiva, quanto la seconda è riuscita a non deludermi, mostrandoci Prairie, interpretata sempre da Brit Marling, e gli altri suoi amici, in un universo parallelo, sempre alle prese con il cattivone di turno Abel, sempre interpretato da Scott Wilson. Dopo una prima parte altamente imprevedibile, anche questa si conferma tale, regalando allo spettatore momenti altissimi, alternati ad altri forse meno riusciti, ma comunque abbastanza coinvolgenti. Per quanto riguarda "The OA" potremmo tranquillamente trovarci davanti alla miglior serie televisiva del periodo, se la probabile - ma non sicura - terza stagione saprà mantenersi sugli stessi livelli, potremmo tranquillamente iniziare a mettere in discussione il fatto di farla entrare nel gotha delle mie serie preferite di sempre.

Voto: 8,5


Sharp Objects

Episodi: 8
Creatore: Marti Noxon
Rete Americana: HBO
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Amy Adams, Patricia Clarkson, Chris Messina, Eliza Scanlen, Matt Craven, Henry Czerny, Taylor John Smith, Madison Davenport, Miguel Sandoval, Will Chase, Jackson Hurst, Lulu Wilson, Elizabeth Perkins
Genere: Drammatico, Thriller



Spazio ora ad una delle miniserie - perchè di questo si tratta, solo otto episodi e stagione unica - più discusse della scorsa annata, tratta dall'omonimo romanzo di Gillian Flynn, uno che aveva anche scritto "Gone Girl" la cui trasposizione cinematografica mi aveva esaltato parecchio. A dirigere gli otto episodi di questa miniserie targata HBO abbiamo Jean-Marc Vallée, che negli scorsi anni abbiamo visto alle prese con "Dallas Buyers Club", "Wild", "Demolition - Amare e vivere" e nella serie "Big Little Lies" della quale a breve vedremo una seconda, secondo me insensata, stagione. Lo stile che avevamo imparato a conoscere nei suoi film - ho visto solo i tre citati - lo ritroviamo anche in questa sua miniserie sublime dal punto di vista registico, dalla quale però, vista l'esaltazione di molti, mi sarei aspettato di più dal punto di vista della trama. Amy Adams come protagonista è pazzesca, credibilissima poi anche Patricia Clarkson nei panni di sua madre Adora, altamente inquietante e oppressiva, la madre che tutti avremmo voluto avere insomma, bene anche la sorella Amma, interpretata dalla giovane Roisin Nicosia. La trama ha un incedere piuttosto lento e diluito, anche se a livello emozionale mi è parsa abbastanza freddina e penso che non fosse una cosa voluta, viste le scene che ci vengono messe di fronte. Nel corso degli ultimi episodi la tensione sale vertiginosamente, fino a culminare in un colpo di scena finale che viene gestito a meraviglia dagli sceneggiatori.

Voto: 7,5


Le terrificanti avventure di Sabrina - Parte 2

Episodi: 9
Creatore: Roberto Aguirre-Sacasa
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Kiernan Shipka, Gavin Leatherwood, Ross Lynch, Lucy Davis, Miranda Otto, Chance Perdomo, Michelle Gomez, Jaz Sinclair, Tati Gabrielle, Adeline Rudolph, Richard Coyle
Genere: Horror



Se per "The OA" non accetto il fatto che si parli di "parte 2" piuttosto che di "stagione 2", qui la cosa mi pare un po' più sensata, dato che questa seconda tranche di episodi prosegue in tutto e per tutto l'arco narrativo della prima parte - che avevamo visto su Netflix qualche mese fa - e non si ha la sensazione di trovarsi a due cose con stili narrativi diversi. A cambiare, in meglio per quanto mi riguarda, è la personalità della protagonista Sabrina, sempre più in bilico tra il lato chiaro e il lato oscuro della forza, propendendo a tratti per il secondo. A differenza della prima parte, questa parte subito a razzo e, a parte un episodio che mi ha fatto veramente schifo - quello dell veggente - mi ha coinvolto dall'inizio alla fine, prendendo una direzione assolutamente inaspettata nel capitolo diciassette, con un finale mozzafiato che cambia enormemente le carte in tavola per i tre episodi che gli succederanno. Inaspettatamente, dunque, "Le terrificanti avventure di Sabrina" migliora con il passare degli episodi, non perdendo quella sua atmosfera teen che mi aveva già colpito in positivo nella prima parte.

Voto: 7

lunedì 29 aprile 2019

Avengers: Endgame di Anthony Russo, Joe Russo (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Avengers: Endgame
Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Cast: Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Don Cheadle, Paul Rudd, Brie Larson, Karen Gillan, Danai Gurira, Benedict Wong, Jon Favreau, Gwyneth Paltrow, Josh Brolin
Durata: 182 minuti
Genere: Azione, Supereroi


Siamo arrivati alla conclusione di un'era, al termine di quella che può essere considerata una prima macrofase per il Marvel Cinematic Universe, che dopo undici anni e ben ventidue film arriva al termine della fase tre - anche se il termine ufficiale a quanto pare sarà con "Spider-Man: Far from Home" - e lo fa con un film epocale, che si pone l'obiettivo di chiudere un cerchio nella lotta finale contro Thanos, che in "Avengers: Infinity War", tramite il famoso schiocco di dita, aveva dimezzato in maniera casuale la popolazione dell'intero Universo. In maniera casuale non proprio, a dirla tutta, più che altro in maniera che la sceneggiatura per questo "Avengers: Endgame" quadrasse a puntino, dato che, casualità, a salvarsi dallo schiocco sono stati praticamente tutti gli Avengers originali - Iron Man, Thor, Captain America, Hulk, Vedova Nera e Occhio di Falco - con solo un paio di aggiunte come Rocket Raccoon, Nebula e Ant-Man. Ancora una volta la regia della pellicola è affidata a Anthony e Joe Russo, che erano stati capaci, nel precedente capitolo, di creare un film della Marvel in cui il vero protagonista non erano i supereroi, ma il villain, cui per la prima volta veniva data una certa importanza e veniva caratterizzato a puntino, mettendo in evidenza quella che è la sua missione e quelle che erano le sue motivazioni.
Un anno dopo i nostri protagonisti, gli Avengers originali, stanno ancora facendo i conti con le conseguenze dello schiocco, qualcuno cerca di andare avanti, altri cercano un modo per riportare le cose a come erano prima dello schiocco. Le tre ore di durata della pellicola - il sottotitolo "Infinity qualcosa" sarebbe stato molto più adatto per questo film probabilmente - sono idealmente divise in tre tronconi: in una prima parte i supereroi rimasti cercano di andare avanti con la propria vita e ci viene mostrato il mondo come l'ha lasciato Thanos, in una seconda parte è presente il tentativo di rimediare, mentre nella terza assistiamo alla battaglia finale. Niente di più classico per quanto riguarda lo schema di questo tipo di film, anche se per la Marvel è un po' una novità un inizio lento e riflessivo come quello di "Avengers: Endgame", dato che la produzione è solita partire a razzo sin dalle prime battute. La seconda parte mi è piaciuta abbastanza, più che altro perchè piena di citazioni di tutti i ventuno film che hanno preceduto questo e una sorta di recap riguardo la storia degli Avengers, con qualche momento comico che non ha mai pesato perchè, differentemente dai film precedenti, non sono poi così tanti e ogni momento ha un suo contesto ben preciso. La parte finale invece ha saputo esaltarmi e commuovermi, con una battaglia in cui ne succedono di ogni e in cui ogni gesto dei nostri supereroi assume un tono epico e solenne, così come mi aspettavo prima di vedere questo film.
Le tre ore della durata di "Avengers: Endgame" scorrono ed intrattengono che è una meraviglia, ma non siamo di certo davanti ad un film esente da difetti: innanzitutto non ho particolarmente apprezzato il Thor depresso che vediamo praticamente per tutta la durata della pellicola, così come il fatto che Bruce Banner vesta sempre le sembianze di Hulk, decisamente più calmo e meno arrabbiato di come lo avevamo conosciuto, mi è sembrato un po' troppo al di là di quello che dovrebbe essere il personaggio, mi è parso quasi snaturato, ovviamente al netto del fatto che non leggo i fumetti e non so quanto effettivamente questa cosa possa avere un corrispettivo sulla carta stampata. Mi aspettavo inoltre che il personaggio di Captain Marvel, cui era stato dedicato il precedente film del Marvel Cinematic Universe, avrebbe avuto una decisamente maggiore importanza, invece la si vede solo nella primissima parte per poi intervenire solo nel finale dopo essere rimasta nascosta praticamente per tutto il film. Rimane però il fatto che "Avengers: Endgame" abbia saputo intrattenermi ed esaltarmi, con la parte finale che è realmente una festa per gli occhi - e un grande fan-service, ma se i registi mi fan-servono in maniera coerente a me la cosa piace - e che chiude idealmente un cerchio che potrebbe rappresentare un traguardo difficilmente raggiungibile in futuro - un futuro ancora alquanto nebuloso - per i Marvel Studios.

Voto: 7,5

[DA QUI IN POI QUALCHE COMMENTO SPOILER SU ALCUNI AVVENIMENTI DEL FILM. SE NON VOLETE SAPERNE NULLA, NON PROSEGUITE... E POI NON DITE CHE NON VI AVEVO AVVISATO]
  • Thanos che viene ucciso all'inizio del film da Thor ha subito aperto le porte per quello che un po' tutti si aspettavano: il viaggio nel tempo per recuperare le gemme dell'infinito e riparare al danno fatto da Thanos. Tant'è che lo scontro finale con Thanos è con il Thanos del passato, non con quello che ha schioccato le dita.
  • Per recuperare le gemme, i nostri protagonisti si dividono in tre gruppi: se la parte di Thor ad Asgard - con tanto di comparsata anche di Natalie Portman - mi è sembrata la meno interessante, molto bene il ritorno al 2012 a New York, nel bel mezzo dell'invasione dei Chitauri e di Loki - che è anche diventato il nome del cucciolo di pitbull arrivato in casa un paio di settimane fa - che ci mostra, rivisitandole, alcune scene tratte proprio dal primo "Avengers". Bene anche la parte con Nebula, anche se mi aspettavo che il suo personaggio fosse decisamente più importante e decisivo per la battaglia finale. Toccante poi il momento dell'incontro, nel 1970, tra Tony Stark e il padre Howard.
  • Molto bella la scena della lotta tra Occhio di Falco e Vedova Nera su chi si sarebbe sacrificato per ottenere la gemma dell'anima. Bene la scena, anche spettacolare, ma anche in questo caso, un po' come in "Avengers: Infinity War" a breve avremo un film dedicato a Vedova Nera senza Vedova Nera, un po' come il prossimo "Spider-Man: Far from Home" sarebbe dovuto essere senza Spider-Man.
  • Nel momento in cui tutti vengono riportati in vita - tranne la Gamora uccisa da Thanos e Vedova Nera - inizia lo scontro finale più bello e spettacolare che ci si potesse aspettare. Che uno potrebbe anche pensare che fosse ovvio, visti i soldi spesi, però cavoli quanto è spettacolare. Si parte da Captain America che riesce per la prima volta a maneggiare il martello di Thor - con il dio norreno stesso che esclama "I knew it!" - e il pubblico che applaude ed esulta sinceramente nel vedere la scena, fino ad arrivare al ritorno di tutti i supereroi scomparsi nel film precedente, tutti in grado di ritagliarsi il proprio spazietto anche se minimo all'interno della battaglia. Peccato solamente per un momento "girl power" in cui tutti i personaggi femminili fanno un gruppetto capitanato da Captain Marvel dandole il loro sostegno, ma la scena è totalmente decontestualizzata e poi, effettivamente, non è che questo gruppetto di personaggi femminili faccia qualcosa di importante per la battaglia. Insomma, sembrava tanto un momento da "noi donne riunite siamo fortissime", ma poi non mi è sembrato facessero moltissimo per la causa, a parta Captain Marvel che è effettivamente decisiva.
  • Come un po' tutti si immaginavano, ci hanno lasciato i due personaggi su cui si sono fondate queste prime tre fasi del Marvel Cinematic Universe: Iron Man muore, indossando il guanto dell'Infinito e, con uno schiocco di dita, facendo scomparire l'intera armata di Thanos e sulla Terra tutti possono vivere felici e contenti. Captain America, dopo aver portato le gemme nella linea temporale da cui tutto era partito, decide di fare una deviazione e di ritornare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, per vivere la sua vita con il suo eterno amore Peggy Carter. Lo rivediamo alla fine del film, ormai vecchio, cedere il suo scudo a Falcon, in quella che è una sorta di passaggio di consegne. Per quanto mi aspettassi la fine di almeno uno dei due personaggi, ma non consideravo remota la fine di entrambi, devo dire che la morte di Iron Man è stata gestita a meraviglia, chiusura perfetta per il suo personaggio, forse ancora più significativa la chiusura di Captain America, che non lo vediamo morire, ma sappiamo che in qualche modo il suo ruolo, nel Marvel Cinematic Universe, è terminato.

venerdì 26 aprile 2019

Errementari - Il fabbro e il Diavolo di Paul Urkijo (2017)



Spagna 2017
Titolo Originale: Errementari. El herrero y el diablo
Regia: Paul Urkijo
Sceneggiatura: Paul Urkijo Alijo, Asier Guerricaechebarría
Cast: Kandido Uranga, Uma Bracaglia, Eneko Sagardoy, Ramón Agirre, José Ramón Argoitia, Josean Bengoetxea, Gotzon Sanchez, Aitor Urcelai, Maite Bastos
Durata: 98 minuti
Genere: Horror


Dopo un paio di anni in cui condivido l'account Netflix con alcuni amici, penso di essere ufficialmente entrato nel mood della piattaforma, sfruttando appieno quello che viene proposto da essa: cerco di guardarne i film originali, quelli che volevo vedere da tempo ma che ancora mancano alla mia collezione di visioni e le altre fonti per procacciarmi i film e le serie TV sono diventate l'ultima spiaggia, mentre tempo fa erano la prima. In quest'ottica e spinto da una certa curiosità - avevo voglia di guardare un horror e questo mi pareva abbastanza adatto - ho deciso di guardare "Errementari - Il fabbro e il Diavolo", pellicola basca basata su una fiaba nera molto diffusa nella penisola iberica, che secondo gli studiosi pare essere una delle storie popolari più antiche di tutta l'Europa. A produrre la pellicola abbiamo Alex de la Iglesia, uno dei registi spagnoli che più apprezzo, capace di divertirmi con le sue commedie horror o thriller come "Le streghe son tornate" o "El bar", mentre a dirigere abbiamo il regista esordiente Paul Urkijo, che pare ispirarsi a un bellissimo horror come "The Witch" per dirigere questo suo primo film.
Siamo nel 1833, dieci anni dopo la fine della prima guerra carlista, nel piccolo villaggio di Avala. Un funzionario del governo è mandato nel piccolo paesino per indagare su un misterioso fabbro e sulla sua fucina: l'uomo vive da tempo in solitudine dopo la tragica e misteriosa scomparsa della moglie e secondo il funzionario governativo, all'interno della fucina, sarebbero nascoste grandi quantità d'oro, che ingolosiscono la popolazione locale che di per sè non aveva mai visto di buon occhio il fabbro. La piccola Usue, bambina rimasta orfana dopo il suicidio della madre e adottata da un prete locale, si addentra nella zona in cui abita il fabbro, con l'intento di cercare la sua bambola, ma finirà per scoprire un segreto sull'identità del fabbro e sulle sue attività all'interno della fucina.
Più che davanti ad un vero e proprio horror ci troviamo davanti ad un film fantastico, una fiaba nera in cui il regista sembra essere particolarmente a suo agio, grazie ad un buonissimo uso degli effetti speciali, mettendo in mostra quanto l'occhio produttivo di Alex de la Iglesia possa aver influenzato la narrazione in questo film, che presenta appunto molti richiami, soprattutto dal punto di vista visivo, con "Le streghe son tornate". La pellicola non dura moltissimo, ma per tutta la sua durata è capace di emozionare, soprattutto grazie alla figura di Usue, bambina che si trova involontariamente a vivere in una realtà inimmaginabile, che viene ben messa in scena dal regista nella maniera migliore possibile, considerando anche i mezzi a disposizione, a quanto pare non moltissimi. Bene anche le inquadrature in esterna, con il villaggio che è sempre raffigurato in maniera affascinante, spesso ricoperto da una nebbia oscura, che amplifica le atmosfere horror che vengono date alla pellicola. Film dal quale sono rimasto particolarmente soddisfatto, soprattutto per il fascino del racconto popolare da cui è tratto e per la capacità del regista di far trasparire uno stile alquanto personale, con la speranza che non si perda nel corso degli anni.

Voto: 7

giovedì 25 aprile 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Siamo arrivati all'appuntamento con le uscite cinematografiche settimanali, uno degli appuntamenti più particolari di questa annata perchè esce finalmente uno dei film più attesi dai nerd di tutto il mondo, l'ultimo capitolo dedicato agli Avengers, uno dei più grandi crossover della storia del cinema, che con il film precedente aveva ottenuto un enorme successo, come era ovvio. Ovvio anche il fatto che questo film cannibalizzasse un po' tutte le uscite della settimana, tant'è che la distribuzione nostrana ha deciso di non rischiare e non mettere altri film di grande richiamo.


Avengers: Endgame di Anthony Russo, Joe Russo


Il film più atteso dell'anno, senza dubbio. Uscito ieri nei cinema italiani, non oggi come di consueto, e io sono già andato a vederlo. Non posso scrivere cosa ne penso perchè in realtà sto scrivendo questo post di Domenica e quindi il film non l'ho ancora visto, ma fate finta che lo abbia scritto live e che il film lo stia pure ancora vedendo - dato che lo spettacolo era alle 21:30, il post esce intorno all'una di notte e date le tre ore e passa di durata la visione sia ancora in corso.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Ancora un giorno: Pellicola d'animazione biografica dedicata ad un giornalista polacco. Mi ispira pochino ad esserne sincero.
Dilili a Parigi: Altro film d'animazione, questa volta direttamente dalla Francia e dal Belgio. Al solito, io ho litigato con il genere, quindi penso che passerò oltre.
La caduta dell'impero Americano: A parte "Avengers: Endgame", questa sembra essere l'uscita più interessante del weekend. Una commedia d'azione canadese che potrebbe strappare qualche sana risata, almeno spero, se mai dovessi andare a vederla!
Sarah & Saleem: Pellicola impegnatissima direttamente dalla Palestina, per la quale al momento non ho troppa voglia di investirci energie.
Un'altra vita - Mug: Anche sull'impegno in arrivo dalla Polonia mi sa che non ho troppa voglia di investire al momento.

mercoledì 24 aprile 2019

Hellboy di Neil Marshall (2019)


USA 2019
Titolo Originale: Hellboy
Regia: Neil Marshall
Sceneggiatura: Andrew Cosby
Cast: David Harbour, Milla Jovovich, Ian McShane, Sasha Lane, Daniel Dae Kim, Douglas Tait, Emma Tate, Thomas Haden Church, Penelope Mitchell, Brian Gleeson, Sophie Okonedo, Kristina Klebe, Ashley Edner
Durata: 120 minuti
Genere: Azione, Supereroi


Quando avevo iniziato lo specialino breve breve dedicato ad Hellboy, per ripassare i due film diretti da Guillermo del Toro in vista della visione del reboot, diretto da Neil Marshall, ero decisamente in ritardo sulla tabella di marcia, tant'è che per scrivere la recensione di "Hellboy: The Golden Army" e ripassare a dovere il film, ho dovuto vedere, nel corso della stessa giornata, sia il secondo lavoro di Guillermo del Toro sia, la sera stessa, questo reboot. Un reboot che sin dal trailer si presentava come decisamente più splatter rispetto ai predecessori già dal trailer, il protagonista sembrava ben più tamarro rispetto a quello diretto da del Toro, così come i colori e la fotografia sembravano molto più saturi, più vicini ad una colorazione da fumetto rispetto ai due film di un decennio fa. Di contro, già il trailer lasciava presagire un doppiaggio piuttosto vergognoso del personaggio principale, cui secondo me hanno dato una voce orribile - mi dispiace che a doppiarlo sia lo stesso Adriano Giannini che con il Joker di Heath Ledger aveva fatto un lavoro della madonna - così come qualche effetto visivo non sembrava essere stato realizzato con tutti i crismi del caso. Abbiamo però nel cast la presenza di David Harbour nei panni di Hellboy, con l'ingrato compito di sostituire Ron Perlman, mentre Milla Jovovich nei panni di Nimue, la regina di sangue, principale antagonista del film. Grande attesa, per quanto mi riguarda, anche per la performance di Ian McShane - uno dei miei attori preferiti in questo periodo, soprattutto grazie ad "American Gods" - che interpreta Trevor Brutterholm, la figura paterna che cresce ed alleva Hellboy.
Il film inizia con una retrospettiva sulla strega Nimue, all'epoca tradita e uccisa da Re Artù, divisa in più parti e ogni parte del corpo posta in un luogo sacro diverso nel mondo. Ai giorni nostri però la regina di sangue sembra stare per tornare e vuole utilizzare Hellboy, su cui grava un presagio relativo alla fine del mondo, per farlo diventare il suo re. Uscito dagli inferi durante la Seconda Guerra Mondiale, Hellboy è stato preso e allevato dal professor Broom, per farlo diventare uno dei migliori agenti del BPRD e sembra essere deciso a proseguire nella protezione dell'umanità a cui è stato educato sin da bambino da quella che per lui, nonostante gli screzi, è una vera e propria figura paterna.
Non mi sarà particolarmente difficile venire subito al dunque sulla faccenda: è impossibile non confrontare i due lavori di Guillermo del Toro con questo qui, pur essendo dei film piuttosto diversi, per intenti e struttura. Guillermo del Toro è un autore che nei suoi due lavori dedicati al personaggio ha voluto, con tutte le sue forze, metterci del suo, così come del suo avrebbe voluto mettercelo in un terzo capitolo che avrebbe voluto dirigere, ma che gli è stato soffiato. Neil Marshall è ancora una specie di mestierante, per me un mestierante sopra alla media dei mestieranti, ma pur sempre un mestierante - vi avevo detto all'inizio del post che il gioco di questa recensione era contare le volte che sarebbe comparsa la parola "mestierante"? La sua direzione, per quanto riguarda questo film, non mi è sembrata malaccio, abbiamo anche un paio di bei piani sequenza - soprattutto quello finale sulle note di "Kickstart my Hearth" mi ha dato soddisfazione - e delle scene d'azione comprensibili e ben gestite. Lo stile fotografico di questo film è un po' come avevo pensato guardando il trailer, siamo più dalle parti del fumettoso, un po' in stile "300", tanto per fare un esempio famigerato, e il sangue scorre a fiumi, cosa che ho veramente apprezzato. Non poche sono le scene splatter, scene di cui avevo bisogno da qualche tempo a questa parte, anche perchè non si può sempre discutere dei massimi sistemi del mondo, ogni tanto i pugni e il sangue a fiumi ci vogliono.
Chiaro poi che la pellicola non sia per nulla esente da difetti: la sensazione che venga messa troppa carne al fuoco e che i protagonisti non siano poi tanto approfonditi mi ha pervaso per tutta la sua durata, così come ad una regia che sa dare qualche soddisfazione si alterna un comparto visivo in cui gli effetti speciali spesso e volentieri sembrano essere un po' un buco nell'acqua, mi hanno ricordato, per certi versi, quelli di "Van Helsing" con Hugh Jackman, film che è oggettivamente brutto ma che io, vergognosamente, adoro da quando avevo tredici anni. Nonostante questi difetti questo reboot di "Hellboy" è riuscito, per tutte le sue due ore di durata, a divertirmi e a coinvolgermi, non facendomi del tutto accorgere del tempo che scorreva. Il che, per un film di puro intrattenimento che non vuole parlare dei massimi sistemi, è già grasso che cola.

Voto: 6+

martedì 23 aprile 2019

CHE BRUTTO AFFARE! - Striptease di Andrew Bergman (1996)


USA 1996
Titolo Originale: Striptease
Regia: Andrew Bergman
Sceneggiatura: Andrew Bergman
Cast: Demi Moore, Burt Reynolds, Armand Assante, Ving Rhames, Robert Patrick, Paul Guilfoyle, Jerry Grayson, José Zúñiga, Rumer Willis, William Hill, Robert Stanton
Durata: 120 minuti
Genere: Drammatico

Io per vedere le tette ho dovuto vedermi tutto il film, non vedo perchè non dobbiate farlo anche voi!

Dopo un periodo di inattività, ritorna il F.I.C.A., altrimenti conosciuto come la cricca di blogger che organizza serie di recensioni a tema in diversi periodi dell'anno. A questo giro il tema era molto interessante: parlare di quei film che negli anni novanta, supportati da folli produzioni, spese pazze e con grandi nomi di Hollywood come protagonisti, hanno clamorosamente floppato, rivelandosi brutti all'inverosimile e non rientrando minimamente delle spese folli sostenute. Richiamato da una questione puramente ormonale, ho deciso di guardarmi "Striptease", pellicola del 1996 diretta da Andrew Bergman tratta dall'omonimo romanzo di Carl Hiaasen - e pensare che questo film sia tratto da un romanzo mi fa immaginare quale sia la qualità letteraria dello stesso. Non è un caso secondo me che dei film diretti da Andrew Bergman non ne conosca nemmeno uno, così come è ancora meno un caso il fatto che dopo questo flop, il regista si sia rivisto in attività solamente sette anni dopo, nel 2003, per poi scomparire definitivamente dai radar. Protagonista di "Striptease" - e questo spiega la questione ormonale - è Demi Moore, che ventitré anni fa era bellissima anche se non si può dire che abbia recitato nei miei film preferiti, anzi. Un anno dopo aver partecipato a questo film, esce quello che per me è il peggior lavoro di Ridley Scott, "Soldato Jane", mentre non troppo tempo prima usciva "Ghost", che ho visto più volte e proprio non mi va giù come film.
Erin Grant è un'ex segretaria dell'FBI, che viene licenziata in tronco dopo il divorzio dal marito Darrell, informatore della narcotici cui un giudice estremamente maschilista ha affidato la figlia di sette anni, Angela. Ritrovatasi senza lavoro e per poter portare avanti la sua vita in maniera dignitosa decide di lavorare come spogliarellista in un topless bar, scatenando l'ammirazione di David Dilbeck, un vecchio deputato americano interpretato da Burt Reynolds che spesso arriva ad aggredire fisicamente i suoi ammiratori, essendone gelosissimo. Conoscendo questa sua debolezza, un ammiratore segreto di Elen, Malcolm Moldovsky, interpretato da Paul Gilfoyle, decide di ricattare il deputato in modo da far riottenere alla donna l'affidamento della figlia, minacciandolo in caso contrario di diffondere le foto che lo ritraggono all'interno del club. Essendo però il deputato legato ad un cartello mafioso, egli deciderà di farlo uccidere: dell'omicidio si occuperà, con la collaborazione di Elen, il detective Al Garcia, interpretato da Armand Assante.
Ancora prima della visione del film, non avendolo appunto mai visto, una cosa che ho chiesto agli altri membri della cricca era se Demi Moore le avrebbe uscite, altrimenti non sarebbe proprio valsa la pena di vedersi un film demmerda con quell'attrice protagonista. Vista la preoccupazione togliamoci subito il pensiero: nel primissimo striptease, Demi rimane in intimo, le fa annusare a tutto il pubblico, ma poi viene interrotta - in una scena tra l'altro estremamente trash - dall'intervento del deputato Dilbeck. Al secondo striptease arriva però il momento più atteso: ancora non siamo a mezz'ora di durata del film ed ecco che il pubblico conosce Demi, la tetta destra, e anche Moore, la tetta sinistra. Una visione celestiale, bellissima - che poi Demi Moore aveva davvero un fisico pazzesco, mozzafiato, tanto che molte malelingue hanno pensato che il film fosse stato prodotto principalmente per mettere in mostra il corpo scultoreo dell'attrice - che sarebbe stata perfetta per il finale mentre così, a vederla subito, mi ha fatto chiedere se a questo punto valesse davvero la pena di arrivare fino in fondo nella visione. Anche perchè una volta conosciute Demi e Moore il film prende una piega del tutto imbarazzante: tenta di parlare di argomenti seri, di una madre che è disposta a far di tutto pur di riottenere l'affidamento della figlia, anche a fare la spogliarellista a pagamento, ma lo fa ricadendo spesso e volentieri nel trash. Demi Moore recita malissimo - Razzie Award l'anno dopo per la peggior interpretazione femminile in saccoccia -, Burt Reynolds risulta ridicolo e poco credibile nei panni del deputato arrapato e la piega investigativa che prende la storia dopo l'omicidio di Malcolm, di cui tra l'altro sappiamo praticamente già tutto, è gestita nel peggiore dei modi.
In qualche modo poi il regista e sceneggiatore Andrew Bergman deve aver pensato che condire la pellicola di battutacce fosse la cosa migliore da fare e non aveva torto: "Striptease" si prende incredibilmente sul serio per tutta la sua durata, per gli argomenti che vuole trattare, ottenendo l'effetto di non far ridere in quei momenti in cui dovrebbe essere divertente e di far ridere, pure molto, in quei momenti che dovrebbero essere invece seriosi e che trattano argomenti importanti. C'è di buono, inoltre, che sia Demi sia Moore non le vediamo solamente alla prima occasione e poi basta, ce ne sono almeno un altro paio in cui il fisico scultoreo della protagonista viene messo in mostra, inutile dire che le malelingue non è che avessero torto riguardo gli obiettivi del film, tanto che Demi Moore divenne in breve tempo una sex symbol di portata mondiale. Per quanto riguarda il film in sè invece c'è poco di cui andare fieri: il botteghino gli ha detto bene, certo, a fronte di una spesa intorno ai 50 milioni di dollari ne guadagnò 113 in tutto il mondo - certo è che Demi e Moore devono essere stati due buoni argomenti per portare la gente al cinema -, ma la critica lo massacrò senza pietà portando alla pellicola ben sei Razzie Awards, tra cui il già citato premio per la peggiore attrice, ma anche peggior film, peggior sceneggiatura, peggior regista, peggior coppia e peggior canzone. Insomma, se non fosse per Demi e Moore di questo film me ne sarei potuto dimenticare dopo un paio d'ore e di certo non sarebbe stata una grossa perdita.

Partecipano alla rassegna anche i seguenti blog, che dovete andare a visitare PER FORZA!

18/04 - La bara volante: Corsari
19/04 - Bollalmanacco: Fuga dal mondo dei sogni
19/04 - Director's Cult: Sliver
20/04 - Solaris: L'uomo del giorno dopo
21/04 - La stanza di Gordie: Stargate


venerdì 19 aprile 2019

Hellboy: The Golden Army di Guillermo del Toro (2008)


USA 2008
Titolo Originale: Hellboy II: The Golden Army
Regia: Guillermo del Toro
Sceneggiatura: Guillermo del Toro
Cast: Ron Perlman, Selma Blair, Doug Jones, John Alexander, Luke Goss, Anna Walton, John Hurt, Jeffrey Tambor, Brian Steele, Roy Dotrice, Montse Ribé
Durata: 119 minuti
Genere: Azione, Supereroi


In vista delle recensione dell'"Hellboy" di Neil Marshall, che uscirà a breve dato che ho visto il film Domenica, prosegue - e termina anche qui a dire la verità - il ripasso su questi schermi dei due film dedicati al personaggio di Hellboy diretti da Guillermo del Toro. Dopo aver dunque parlato di quanto apprezzai all'epoca e ho potuto riapprezzare poco tempo fa "Hellboy", eccoci dunque a parlare del secondo capitolo di quella che doveva essere la saga di Guillermo del Toro che poi il regista ha deciso di non proseguire per perseguire altri progetti e che alla fine è sfociata, dieci anni dopo, nel reboot uscito pochi giorni fa nei cinema italiani. Confermatissimi Ron Perlman, Selma Blair e Doug Jones, entrano nel cast Luke Goss, che già del Toro aveva sfruttato in "Blade II", e che proprio dopo questo film non si segnala di certo per la qualità delle pellicole in cui ha recitato.
Siamo nel 1955 e il professor Broom sta raccontando ad Hellboy la storia di una guerra antica, tra gli umani e delle creature mitologiche, guidate dal re Balor guidando la Golden Army, un'armata controllabile solamente da chi possiede la corona reale. La sconfitta degli umani per mano dell'armata rattristò a tal punto il cuore del re, che egli si convinse a stipulare una tregua, che deluse a tal punto il figlio di Nuada da decidere di autoesiliarsi. La corona fu poi divisa in tre parti e la Golden Army mai più richiamata in battaglia. Ai giorni nostri Nuada, entrato in possesso di una parte della corona, decide di dichiarare guerra agli uomini, ma per farlo necessita degli altri due pezzi: uno di questi viene rubato agli umani, mentre l'altro è in possesso della sorella Nuala, interpretata da Anna Walton, che riesce a fuggire con esso. Nel frattempo Hellboy, impegnato in una missione per eliminare centinaia di fatine dei denti, si rivela al mondo intero tanto che i capi di Washington decidono di metterlo sotto controllo. Nuala viene accolta dalla squadra di investigazione e inizierà pian piano ad innamorarsi di Abe, mentre tutta la squadra si prepara a dover fronteggiare la minaccia rappresentata da Nuada e problemi interni tra i membri del team.
Nel corso di questi ormai dieci anni di vita di questo secondo capitolo diretto da Guillermo del Toro, ho sempre in qualche modo preferito questo film rispetto al suo predecessore, uno dei rari casi in cui il seguito mi colpisce di più rispetto all'originale. Non ho mai saputo bene il perchè, ma ora che ho visto entrambe le pellicole a stretto giro forse l'ho capito meglio: l'Hellboy rappresentato in questo lavoro, ancor più che nel primo film, è un personaggio a tutto tondo, con poteri soprannaturali, ma che vive in una condizione molto umana, con problemi sentimentali e un grande desiderio di piacere alle altre persone, cosa che non finisce mai di rimarcare. Non solo però il protagonista è ben scritto e ben delineato, ma anche buona parte dei personaggi che lo circondano, a partire da Abe, che in questo secondo capitolo acquisisce ancora più importanza soprattutto per via della storia d'amore con Nuala, arrivando fino all'antagonista Nuada, che comunque presenta delle motivazioni più che credibili per condurre una guerra contro l'umanità. Ciò che ne viene fuori è un film che sa colpire lo spettatore, facendogli immaginare un mondo di creature fantastiche, rendendolo credibile e quanto mai realistico e vicino all'essere umano.
Non mancano poi una spiccata dose di umorismo, soprattutto da parte dei personaggi positivi della vicenda, mentre con gli effetti speciali il regista gioca praticamente in casa, migliorandoli incredibilmente rispetto al film precedente e risultando di gran lunga migliori anche di quello recentemente uscito - ma su questo, promesso, ci ritorneremo settimana prossima. Va da sè che il diciottenne che è ancora in me e che ha visto per la prima volta il film proprio una decina di anni fa, quando questo uscì nelle sale italiane, è andato ancora una volta in visibilio per lo splendore delle immagini e degli effetti visivi, ma ancora di più per una storia che tempo fa aveva sottovalutato, ma ora trova quanto mai interessante e in grado di non sentire lo scorrere del tempo.


giovedì 18 aprile 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Un nuovo weekend cinematografico è all'orizzonte, prima che le sale vengano cannibalizzate dall'uscita di "Avengers: Endgame" c'è ancora spazio per qualche uscita meno di grido per il pubblico, anche se stranamente a questo giro sono seriamente indeciso tra quale film andare a vedere al cinema.


La Llorona - Le lacrime del male di Michael Chaves


Sempre per il filone dei film sul "male" - attendo ancora che esca in Italia il film horror con il sottotitolo "Il male è MALE" con il secondo MALE rigorosamente in maiuscolo - esce questo film prodotto dagli stessi produttori della saga di "The Conjuring". Ho come il sentore che non sarà l'horror del secolo e anzi, penso saremo più ai livelli di "Annabelle" o "The Nun", però un po' in questo film ci spero, quanto meno che non sia noioso e pieno di scherzoni.

La mia aspettativa: 5,5/10


Il campione di Leonardo D'Agostini

Prodotto da Matteo Rovere, regista di "Veloce come il vento", arriva un film che un po' potrebbe ricordarlo, ambientato nel mondo del calcio, con protagonisti ancora Stefano Accorsi e Andrea Carpenzano. Il trailer mi è sembrato molto bello, il film potrebbe commuovermi nella giusta maniera, sarà lotta con "La Llorona" su quale andrò a vedere in sala nel weekend!

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Go Home - A casa loro: Un horror italiano con gli zombie, ambientato durante una manifestazione contro l'apertura di un centro d'accoglienza. Un horror politico, forse ispirato dal maestro di questo genere di film, George Romero. Non so in quante sale possa essere disponibile, però l'idea di base sembra essere davvero interessante.
A spasso con Willy: Film d'animazione per bambini che io non vedrò mai.
Cyrano, Mon Amour: Se in questo film ci fossero stati gli Aldo, Giovanni e Giacomo del finale di "Chiedimi se sono felice", sarei corso a vederlo. "Cristiano, amico mio, abbracciami guascone!.
Gordon & Paddy: Altro film d'animazione per bambini che lascio volentieri a loro!
Il ragazzo che diventerà re: Film d'avventura britannico per ragazzi che potrebbe divertire.
Le invisibili: Commedia francese al femminile che penso mi salterò senza problemi.
Ma cosa ci dice il cervello: Continua la collaborazione artistica tra marito e moglie con Riccardo Milani alla regia e Paola Cortellesi come protagonista. Lei è un'attrice che mi piace molto. Quello su cui ho un po' meno fiducia, questa volta, è il film.
>Torna a casa, Jimi: Pellicola direttamente da Cipro, che mi sa di un po' troppo impegnato.
Rapiscimi: Altra commedia italiana su cui non ripongo enorme fiducia, sinceramente.

martedì 16 aprile 2019

Prodigy - Il figlio del male di Nicholas McCarty (2019)



USA 2019
Titolo Originale: The Prodigy
Regia: Nicholas McCarty
Sceneggiatura: Jeff Buhler
Cast: Taylor Schilling, Jackson Robert Scott, David Kohlsmith, Paul Fauteux, Colm Feore, Brittany Allen, Peter Mooney, Oluniké Adeliyi, Elisa Moolecherry, Paula Boudreau
Durata: 92 minuti
Genere: Horror


Di film horror usciti nel corso di questo inizio di 2019 ne ho visti ancora pochi ed anche l'anno scorso ho come l'impressione di essermene persi alcuni, anche quelli più stronzi possibili, anche se solitamente cerco di vederli comunque. Qualche sera fa avevo però voglia di vedermi un horror di quelli nuovi e allora ho deciso di gustarmi "Prodigy - Il figlio del male". Sulla questione dell'utilizzo del "male" nei titoli italiani ci sarebbe da dedicare un post a parte: ormai in qualsiasi film horror sembra ci debbano mettere per forza in mezzo il male... il figlio del male, liberaci dal male, le origini del male, manca solo "Il male è male" - e io un film con un sottotitolo del genere correrei a vederlo all'istante - e saremmo definitivamente arrivati alla frutta. A dirigere questo film abbiamo Nicholas McCarty, ennesimo regista sconosciuto in cui mi capita di incappare in questi primi mesi dell'anno, mentre protagonista della pellicola è Taylor Schilling, direttamente da "Orange is the New Black", serie di cui sono riuscito a vedere due episodi prima di sentirmi irrimediabilmente annoiato.
Il 22 Agosto nel 2010, nello stesso istante della morte del serial killer Edward Skarka, Sarah Blume mette al mondo un bambino, che chiamerà Miles. Otto anni dopo il bambino, interpretato da Jackson Robert Scott, inizierà a manifestare strani comportamenti e a compiere azioni delle quali subito dopo sembra non ricordarsi. I genitori si rivolgono così ad Arthur Jacobson, che mette i genitori in guardia sul fatto che il bambino potrebbe essere la reincarnazione di un serial killer ungherese, che dopo la sua morte potrebbe aver iniziato a prendere possesso del corpo del bambino e a controllarne in qualche modo le azioni.
Una trama molto molto semplice che aveva tutte le carte in regole per non piacermi, per il semplice motivo che come horror questo "Prodigy - Il figlio del male" non è stato per niente sponsorizzato, ho visto giusto qualche trailer in giro, ma nulla di così eclatante. Ecco però che da un film di cui non parlava nessuno e che è stato praticamente un'impresa riuscire a vedere sono riuscito in qualche modo a rimanerne sorpreso, innanzitutto perchè a livello registico presenta delle sequenze niente male, considerando soprattutto quello che è il livello medio di pellicole del genere, in secondo luogo perchè decide di non dare troppe spiegazioni sulle motivazioni che hanno portato il bambino ad essere la reincarnazione del serial killer ungherese, semplicemente è una cosa che è accaduta e poco importa delle motivazioni per cui sia accaduta. Una lezione, questa, che molti registi e sceneggiatori di film horror sembrano non aver capito ancora a dovere: capisco che in qualche modo il pubblico sia diventato più stupido e abbia bisogno anche che gli venga spiegata qualunque cosa viene messa in scena, ma a volte, soprattutto in film di questo tipo, spiegare troppo fa perdere il fascino e l'atmosfera, che in questi casi è tutto.
"Prodigy - Il figlio del male" è un horror senza infamia e senza lode che riesce a fare di meglio rispetto alle mie aspettative, anche se è ovvio che non stiamo parlando del capolavoro horror del 2019, in cui la componente più inquietante della pellicola è ben interpretata da Jackson Robert Scott, che interpreta appunto Miles. Le sue espressioni fanno ben comprendere come egli non sia per nulla conscio della situazione che sta vivendo e che stanno vivendo le persone vicino a lui, ma risulta di contro altamente inquietante quando il suo personaggio è posseduto dall'anima del serial killer. Insomma, ci troviamo davanti ad un film che si lascia guardare e che mi aspettavo sarebbe stato decisamente molto peggio: non bisogna però adagiarsi sugli allori, a questi primi quattro mesi dell'anno manca ancora un buon film horror, non sto aspettando il filmone tipo "Hereditary", ma quanto meno ne voglio vedere uno bello e questo ancora manca.

Voto: 6-

lunedì 15 aprile 2019

Il caso Thomas Crawford di Gregory Hoblit (2007)



USA 2007
Titolo Originale: Fracture
Regia: Gregory Hoblit
Sceneggiatura: Daniel Pyne, Glenn Gers
Cast: Anthony Hopkins, Ryan Gosling, David Strathairn, Rosamund Pike, Embeth Davidtz, Billy Burke, Cliff Curtis, Fiona Shaw, Bob Gunton, Josh Stamberg, Xander Berkeley, Zoe Kazan, Judith Scott, Gary Carlos Cervantes, Larry Sullivan, Gonzalo Menendez, Valerie Dillman
Durata: 108 minuti
Genere: Thriller


In questo periodo non sempre ho voglia di guardare film nuovi o usciti da poco, un po' perchè ormai Netflix in qualche modo fa parte della mia vita e non saprei come rinunciarvi, nel caso, in secondo luogo perchè ho anche voglia di tornare un po' indietro nel tempo - non necessariamente di tantissimo - per recuperare qualche volta delle pellicole che mi ero perso all'epoca e di cui spesso ho sentito parlare, oppure perchè mi ci sono imbattuto nel catalogo della suddetta piattaforma di streaming ma ne ho rimandata la visione. É esattamente ciò che mi è successo la scorsa settimana, quando ho deciso di recuperare "Il caso Thomas Crawford", film del 2007 diretto da Gregory Hoblit, regista non particolarmente prolifico di cui non si hanno tracce dal 2008 e che prima di questa pellicola aveva diretto "Il tocco del male", film che non mi ha mai fatto particolarmente impazzire, ma se mi capita me lo riguardo con piacere e spensieratezza. Protagonisti del film in questione sono Anthony Hopkins e un Ryan Gosling che nel 2007 ancora non era il nome importante per Hollywood che è ora, ma aveva saputo farsi rispettare con film come "Stay" - altra pellicola che mi ricordo all'epoca mi piacque abbastanza, ora non so se la rivedrei però - e il melenso "Le pagine della nostra vita".
Thomas Crawford, che in lingua originale si chiama Theodore - ora apriamo una parentesi, sta cosa di cambiare i nomi dei protagonisti non riesco proprio a capirla. Io mi stavo guardando in santa pace "Il caso Thomas Crawford" in lingua originale coi sottotitoli e questi lo chiamano Theodore e io penso, dove cazzo è Thomas? Roba che gli adattatori prima o poi dovrebbero iniziare a mettere giù il bianchino... -, è un ingegnere aeronautico che scopre la relazione extraconiugale tra la moglie Jennifer, interpretata da Embeth Davidtz, e il poliziotto Robert Nunally, interpretato da Billy Burke - che fino a questo film per me era il re indiscusso dei film di merda, essendo presente in tutti quelli che ritengo essere i peggiori film che abbia mai visto e ora mi tocca vederlo a fianco di Anthony Hopkins, uno dei pochi vecchietti del cinema che comunque continua a recitare in film o produzioni non dico elevatissime, ma comunque buone, rispetto a colleghi come Al Pacino o Robert De Niro che da tempo sembrano essersi bevuti il cervello. Scoperta la relazione decide così di ucciderla, con un piano ben congegnato: una volta arrestato e aver confessato il crimine, deciderà di difendersi da solo in tribunale, sfidando apertamente e mettendo in seria difficoltà il procuratore Willy Beachum.
In realtà io sto parlando su queste pagine di un film sul quale effettivamente non ci sarebbe moltissimo da dire, però è ormai diventata una quasi regola: se vedo un film, ne devo parlare, che poi la gente mi stia ad ascoltare o a leggere mi fa solo piacere, ma non quanto parlarne. Siamo davanti ad una trama e ad una narrazione molto lineare in cui la componente del genere thriller su cui molti registi contemporanei puntano - quella del fare casino e non far capire nulla fino alla fine facendo poi spugnettare la gente al grido "CAPOLAVOROH! ANCHE SE NON CI HO CAPITO UN CAZZO!" - non viene estremizzata, ma anzi, veniamo subito messi davanti al fatto che il protagonista Thomas - che per tutto il film è stato """inspiegabilmente""" chiamato Theodore - sia il colpevole e la parte interessante del film sta proprio nel vedere il suo piano che viene messo in atto e fino a dove questo si possa spingere. Siamo infatti più che altro davanti ad un legal drama - e a me i legal drama ben fatti piacciono da morire, sempre - in cui veniamo più che altro messi davanti ad un gran piano e alla corsa contro il tempo del procuratore per trovare la prova decisiva che lo possa incastrare.
Resta dunque da capire quanto, al termine della visione, "Il caso Thomas Crawford" mi sia piaciuto. La risposta è come al solito un giro di parole: guardandolo non mi sono annoiato per nulla, nonostante la tensione non sia proprio su livelli altissimi. L'interpretazione di Ryan Gosling si limita al compitino, mentre più interessante è, sia per il ruolo interpretato sia per il livello recitativo, quella di Anthony Hopkins. Purtroppo il finale del film, con tanto di risoluzione del caso, mi è sembrato parecchio anticlimatico e non ci ho visto più che altro un colpo di genio da parte del procuratore Beachum, quanto al più una falla, così come il titolo inglese della pellicola "Fracture" vorrebbe stare a testimoniare, nel piano del protagonista, insomma, con o senza il personaggio interpretato da Ryan Gosling il film sarebbe potuto procedere esattamente allo stesso modo. Siamo dunque davanti ad un film che si guarda con piacere, ma che non mi è sembrato essere memorabile, inoltre, la regia di Gregory Hoblit mi è parsa molto televisiva, con pochi guizzi creativi e tanto di sigla iniziale, manco ci trovassimo davanti ad un episodio di una serie televisiva.

Voto: 6-

giovedì 11 aprile 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Siamo ancora qui, come ogni Giovedì, per parlare delle uscite cinematografiche della settimana, che a parte un paio di esse non sono per nulla interessanti, siamo molto vicini allo zero assoluto. Vediamo però quali sono i nove film in uscita questo weekend, commentati come al solito in base ai miei pregiudizi!


Hellboy di Neil Marshall


Ho iniziato giusto ieri a recuperare su questo blog le recensioni dei due film dedicati ad Hellboy diretti più di dieci anni fa da Guillermo del Toro proprio per prepararmi al meglio all'uscita di questo reboot diretto da Neil Marshall. Ho visto il trailer al cinema e la pellicola sembra piuttosto tamarra, il che mi piace. Quello che mi è piaciuto di meno è il doppiaggio di Hellboy, staremo a vedere come sarà veramente.

La mia aspettativa: 7/10


Lo spietato di Renato De Maria

Gangster movie all'italiana con Riccardo Scamarcio come protagonista ad interpretare il capo di una gang criminale milanese negli anni del boom. Il film è rimasto al cinema solamente nei tre giorni scorsi, mentre arriverà su Netflix a partire dal 19 Aprile. Purtroppo me lo sono perso al cinema, me lo godrò a casa sul divano e un po' la cosa mi dispiace.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

After: Pellicola sentimentale fuori tempo massimo che si presume essere un po' una merda.
Cafarnao: Impegno al massimo in questo film libanese. Io di voglia di impegnarmi in questo weekend ne ho pochina.
Dagli occhi dell'amore: Altro film sentimentale, questa volta italiano, di cui farò fortemente a meno.
L'uomo fedele: Commedia sentimentale in arrivo dalla Francia. Anche di questa penso che ne farò tranquillamente a meno!
Oro verde - C'era una volta in Colombia: In questo film si racconta l'ascesa del traffico di droga in Colombia. É sicuramente il film più interessante tra i meno interessanti, ma penso che sarà difficilissimo trovarlo nelle sale.
Tutto liscio: Ennesima commedia italiana di scarso interesse con Maria Grazia Cucinotta come protagonista.
Wonder Park: Film d'animazione che ci dovete portare i bambini, io non ci vado!

mercoledì 10 aprile 2019

Hellboy di Guillermo del Toro (2004)


USA 2004
Titolo Originale: Hellboy
Regia: Guillermo del Toro
Sceneggiatura: Guillermo del Toro, Peter Briggs
Cast: Ron Perlman, Selma Blair, Doug Jones, Rupert Evans, John Hurt, Jeffrey Tambor, Karel Roden, Biddy Hodson, Ladislav Beran, Brian Steele, Corey Johnson, Kevin Trainor, Brian Caspe, James Babson, Stephen Fisher, Garth Cooper, Angus MacInnes, Jim Howick
Durata: 121 minuti
Genere: Azione, Supereroi


Siamo ad un vero e proprio tiro di sputo dall'uscita al cinema di "Hellboy", diretto da Neil Marshall e reboot della saga iniziata nel 2004 da Guillermo del Toro, regista che giusto un paio di anni prima arrivava dal riuscitissimo "Blade II", tuttora il mio film preferito della trilogia e forse una delle mie pellicole supereroistiche del cuore. Nell'ottica di vedere appena possibile il nuovo "Hellboy", che sembra abbastanza tamarro da piacermi anche se il doppiaggio del protagonista mi lascia qualche dubbio, ho deciso di riprendere in mano i due film diretti da Guillermo del Toro, per ripassare un po' il personaggio in vista della visione del reboot. un "Hellboy", quello di del Toro, che non si fa mancare proprio nulla a livello di cast: il protagonista è interpretato da un Ron Perlman a cui è stato rimpicciolito il larghissimo naso con la computer grafica, abbiamo una ottima Selma Blair nei panni di Liz Sherman, mentre compaiono nel cast anche Doug Jones, Rupert Evans e Jeffrey Tambor per un film che nel 2004 incassò abbastanza bene - quasi cento milioni di dollari - per un successo che non era per nulla scontato, visto che il personaggio comunque non gode di una così enorme popolarità, se non tra gli appassionati dei fumetti.
La pellicola inizia nel 1944 in Scozia, dove dei militari nazisti stanno conducendo un rito chiamato Ragnarok - sì, in qualche modo, anche se solo a livello di significato, c'entra qualcosa con quello di "Thor: Ragnarok" - condotto da Rasputin - e Dio solo sa cosa mi trattenga in questo momento dal canticchiare l'omonima canzone dei Boney M -, stregone alleato dei tedeschi. Durante questo rito viene aperto un portale per l'aldilà, ma il rito viene interrotto facendo sì che Rasputin venga risucchiato dal portale, mentre i suoi due assistenti scompaiono misteriosamente. Dal portale stesso compare un cucciolo di una creatura rossa simile ad un diavolo, che viene raccolta da Trevor "Broom" Bruttenholm e allevata come se fosse suo figlio, battezzandolo Hellboy. Ai giorni nostri l'agente dell'FBI John T. Myers viene incaricato di diventare l'assistente personale di Hellboy, ora diventato un abile pistolero asservito alle forze del bene, che con la sua squadra di creature paranormali dovrà affrontare la minaccia del ritorno di Rasputin , fortemente determinato a ricominciare e a portare a termine il rito che non aveva completato anni prima.
Quando ho a che fare con i miei primi approcci con il cinema di Guillermo del Toro, dovuti al fatto che sia "Blade II" sia questo "Hellboy" li vidi entrambi quando avevo ancora quattordici anni e furono i miei primi film del regista, mi trovo sempre a dover affrontare un amore principalmente di pancia per quanto riguarda queste sue pellicole. La capacità di del Toro di rimanere sempre fedele alla sua linea cinematografica per quanto riguarda la presenza di mostri nelle sue pellicole è ammirevole, anche se in questo caso il mondo soprannaturale trasposto cinematograficamente dal regista non prevede la presenza di umani che ribaltino la situazione di mostruosità del protagonista, quanto più che altro una convivenza accettata tra alcune creature soprannaturali e personaggi umani. Non riguardavo da tempo questo film e devo dire che ricordavo molta più azione al suo interno - cosa che normalmente non apprezzo - e sono rimasto abbastanza sorpreso dal fatto che non sia tutto bang bang e frasi ad effetto ma sono presenti dialoghi interessanti e scene che lasciano un po' di calma alla narrazione, che comunque procede con un ritmo abbastanza serrato, in una pellicola che per effetti speciali e per il modo in cui viene costruito il personaggio, tra le altre cose tagliato dal sarto per Ron Perlman, non sembra essere invecchiato nemmeno di un anno. Fa poi strano vedere il personaggio di Abe, creatura anfibia che ci dimostra come già tredici anni prima il regista avesse già qualche idea sul film che lo avrebbe fatto sbancare a Venezia e vincere l'Oscar al miglior film e alla migliore regia solamente lo scorso anno - "The shape of Water" per chi avesse vissuto in una bolla di vetro in tutto questo arco di tempo.
"Hellboy" è dunque un film che convince e nel quale il regista riesce a sviluppare bene il suo personaggio, per presentarlo al pubblico e farlo entrare nell'immaginario collettivo: nonostante pare che a tratti sia molto diverso da quello del fumetto - riporto parole di altri - ancora oggi molti riconoscono questo Hellboy e riescono ad apprezzarlo per quello che è. Nell'attesa di vedere quanto sia stato bravo Neil Marshall nel dare la sua personale visione del personaggio e nella speranza che non abbia fatto un copy-paste di questa prima pellicola, è bene riprendere in mano il film dal quale le poche trasposizioni cinematografiche del personaggio sono partite, per capire come un film supereroistico dovrebbe essere diretto e portato in scena: il Marvel Cinematic Universe ha capito benissimo la lezione, soprattutto per quanto riguarda i film sulle origini di un supereroe e siccome questo reboot dovrebbe in qualche modo essere un film sulle origini, ci toccherà vedere se la lezione è stata imparata anche dal nuovo regista!


martedì 9 aprile 2019

La maledizione dei Frankenstein di Terence Fisher (1967)


Gran Bretagna 1967
Titolo Originale: Frankenstein Created Woman
Regia: Terence Fisher
Sceneggiatura: Anthony Hinds
Cast: Peter Cushing, Susan Denberg, Thorley Walters, Robert Morris, Duncan Lamont, Peter Blythe, Barry Warren, Derek Fowlds, Alan MacNaughton, Peter Madden
Durata: 86 minuti
Genere: Horror


Continua la retrospettiva sulle serie cinematografiche prodotte dalla Hammer Film Production e dopo aver visto e commentato il secondo capitolo dedicato a Dracula, "Dracula, principe delle tenebre", ritorniamo per direttissima a Frankenstein, con il quarto film dedicato al personaggio, "La maledizione dei Frankenstein". Un titolo italiano che poco ha a che fare sia con il titolo originale inglese, sia con il film in generale perchè "La maledizione dei Frankenstein" fa pensare, visto il plurale della preposizione articolata "dei", che ci siano più Victor Frankenstein, che ci si occupi magari della sua discendenza o di qualche suo familiare. Invece no, assolutamente. Victor Frankenstein rimane solamente uno, sono le creature ad essere sempre diverse da film a film, ma forse anche all'epoca coloro che si occupavano di adattare i titoli in italiano non sapevano che Frankenstein è lo scienziato, non la creatura. Il titolo originale invece "Frankenstein Created Woman" è decisamente più efficace e più centrato: è in pratica un riassunto, in sole tre parole, della trama di questo film, ancora una volta diretto da Terence Fisher dopo che si era preso una pausa dalla serie affidando il precedente capitolo "La rivolta di Frankenstein" a Freddie Francis, e ancora una volta ad interpretare il protagonista abbiamo lo stakanovista Peter Cushing, che da ora in poi pare si dedicherà solamente a questa serie cinematografica.
La trama del film, come già accennato, è molto semplice e il titolo inglese la riassume in maniera efficacissima: dopo l'ingiusta esecuzione capitale subita dal suo amante Hans, interpretato da Robert Morris, Cristina, donna orribilmente sfigurata da un lato del volto interpretata da Susan Denberg, decide di suicidarsi. Victor Frankenstein deciderà di riportarla in vita, innanzitutto ridandole un volto normale e in secondo luogo trasferendo l'anima di Hans all'interno del suo corpo. Una volta tornato in vita nel corpo della sua amante, l'uomo deciderà di vendicarsi di coloro che hanno provocato, incastrandolo, la sua condanna a morte.
Siamo finalmente arrivati ad un punto focale della serie prodotta dalla Hammer dedicata alla figura di Frankenstein, un qualcosa con cui il nostro protagonista prima o poi si sarebbe dovuto confrontare, ovvero il fatto di ridare vita ad una donna. Fateci caso che in tutte le storie dedicate a Frankenstein, prima o poi lo scienziato si vede costretto a dare una moglie alla sua creatura, qui in realtà invece la donna viene creata per scopi diversi, ovvero quello di studiare la possibilità di trasferire l'anima di una persona da un corpo ad un altro. Il vero problema a cui si trova davanti lo spettatore di questa serie di film è innanzitutto il fatto che lo schema narrativo comincia ad essere sempre uguale e in questo caso sembra essere molto molto simile a quello del capitolo precedente, con la sola differenza della confusione creata dal protagonista nel mettere l'anima di un uomo nel corpo di una donna, con tutto ciò che ne consegue a livello psicologico per la persona tornata dalla morte. Uno stato confusionario che è abbastanza interessante per lo spettatore e che risulta essere una delle migliori cose in questo film, per quanto la trama rimanga esile e per quanto il personaggio principale non sia cambiato di una virgola rispetto al primo capitolo.
Inizia però a cambiare quello che è il modo di vedere il personaggio di Frankenstein all'interno della vicenda: se nei primi film non aveva nè una connotazione positiva nè una connotazione negativa, risultando sì fortemente antipatico per via del suo carattere, ma comunque piuttosto borderline a livello morale, qui si inizia a dare al personaggio una connotazione fortemente negativa, che poi immagino verrà perseguita anche nei prossimi film della serie. Serie per la quale purtroppo l'interesse personale sta cominciando a calare vista la ripetitività delle trame, ma che al momento rimane ancora quella meglio gestita, in attesa di confrontarmi - anche se un po' controvoglia - con il terzo capitolo dedicato alla Mummia, ma soprattutto con il terzo film dedicato a Dracula, che è quello che al momento più mi interessa personalmente.

lunedì 8 aprile 2019

Noi di Jordan Peele (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Us
Regia: Jordan Peele
Sceneggiatura: Jordan Peele
Cast: Lupita Nyong'o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Tim Heidecker, Yahya Abdul-Mateen II, Anna Diop, Evan Alex, Shahadi Wright Joseph, Madison Curry, Cali Sheldon, Noelle Sheldon, Kara Hayward
Durata: 116 minuti
Genere: Horror


Quando due anni fa "Scappa - Get Out" vinse l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale non rimasi particolarmente soddisfatto: il film in questione era un buon horror, con delle punte comiche molto interessanti e con una buona destrutturazione del genere, ma non mi era parso di trovarmi davanti ad un film rivoluzionario e di altissima qualità, non mi era piaciuto esageratamente ecco. Ho accolto con una certa curiosità però l'uscita di "Noi", secondo film da regista per Jordan Peele dopo che nell'inizio della sua carriera era conosciuto principalmente come attore comico. Innanzitutto di questo film mi affascinava all'inverosimile la locandina, in cui campeggiano delle forbici dorate che sono subito diventate un simbolo un po' come il cucchiaino nella tazza di "Scappa - Get Out", in secondo luogo il trailer di questa pellicola mi aveva messo una certa ansia e speravo in un vero e proprio passo in avanti per il regista rispetto al suo lavoro precedente. Protagonista del film è Lupita Nyong'o, bravissima attrice che con il passare degli anni sta diventando anche sempre più bella - e il taglio di capelli che porta in "Noi" le rende estrema giustizia -, mentre nel cast sono presenti anche Winston Duke, conosciuto per il ruolo di M'Baku in "Black Panther", ed Elizabeth Moss direttamente da "The Handmaid's Tale.
1986: dopo essersi persa mentre era in un luna park ed essere entrata in una casa degli specchi, Adelaide Wilson ritorna a casa profondamente turbata dall'esperienza e non riesce più a parlare con i suoi genitori. Ai giorni nostri, ormai diventata madre di una bellissima famiglia, la ragazza torna nella casa in cui aveva passato la sua infanzia, vicina a quel luna park e a quella casa degli specchi in cui era rimasta così tanto turbata, per passare le vacanze assieme alla sua famiglia e a degli amici. Dopo una prima giornata apparentemente tranquilla in spiaggia, la sera, tornati a casa, scorgono una famiglia che sembra attenderli. I componenti di questa famiglia sono in tutto e per tutto uguali a loro, conoscono i loro movimenti e le loro abitudini e sembrano molto decisi ad ucciderli.
É impressionante vedere come già al suo secondo film Jordan Peele sia riuscito a creare uno stile inconfondibile e perfettamente riconoscibile, tale per cui, supponendo di non sapere chi avesse diretto "Noi, avrei detto con certezza che si trattasse di una sua pellicola. Una pellicola in cui il regista riesce a mettere in pratica quanto di buono aveva fatto nel film precedente e a migliorarsi, soprattutto a livello tecnico, riuscendo nell'intento di destrutturare il genere horror, facendolo suo e condendolo di momenti comici in grado di stemperare un po' la tensione, sapientemente alternati ad altri momenti in cui l'ansia è alle stelle. Uno dei veri e propri punti di forza della pellicola sta infatti nel fatto che, come nel precedente film del regista, siano presenti battute ironiche o gag inserite all'interno della storia con dei tempi comici perfetti, appare ancora più chiaro infatti il background comico del regista. A livello tecnico poi il film è diretto con una certa maestria, alcune scene sono dirette in maniera certosina - vedi ad esempio la scena del balletto e quella in cui viene rivelato il motivo per cui esistono i doppelgänger dei protagonisti - così come la colonna sonora è sempre incalzante ed inserita perfettamente all'interno della narrazione. Ottime le interpretazioni dei protagonisti, soprattutto di Lupita Nyong'o che nel doppio ruolo è stata ottima nel dare vita a due personaggi fisicamente uguali ma con personalità distinte ed entrambe estremamente credibili. Un po' come nel suo lavoro precedente anche in questo "Noi" Jordan Peele inserisce una critica alla società americana attuale, lo fa però in maniera abbastanza sottile, tanto che per coglierla si rende necessario fermarsi un attimo per riflettere su quanto appena visto. La critica è tanto sottile che la distribuzione italiana ha persino deciso di tradurre il titolo originale "Us" in "Noi", senza rendersi conto che la parola "us" in inglese significa sì "noi", ma è anche l'acronimo di "United States" e forse, come in molti altri casi, sarebbe stato ancora meglio non tradurre proprio il titolo e lasciarlo nella versione originale.
Non siamo qui però a parlare di un film esente da difetti: la pellicola è per tre quarti della sua durata veramente ottima, ma poi purtroppo nel finale decide di dare delle spiegazioni di cui avremmo potuto fare decisamente a meno senza le quali il film sarebbe risultato molto più inquietante. Questo però è sia un problema a livello di sceneggiatura sia a livello di pubblico: purtroppo gli spettatori stanno diventando sempre più stupidi e necessitano che tutto gli venga spiegato nel dettaglio, quando di per sè già il tema del doppio e della presenza di doppelgänger che sarebbero un po' le nostre ombre è inquietante senza dare troppe spiegazioni ulteriori. Lo spiegarmi perchè questi doppelgänger esistano un po' fa perdere il fascino della storia e ho avuto la sensazione che la tensione, nel finale, un po' si spegnesse. In secondo luogo quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale mi è parso parecchio telefonato: se uno ha visto anche solo una decina di film in vita sua può capire senza problemi dove si andrà a parare. Entrambi sono difetti che creano dei problemi - il primo in realtà mi cambia anche un po' l'interpretazione dell'intero film - per i quali mi sento comunque di dire che ad avere degli horror così anche solo una o due volte all'anno mi andrebbe bene lo stesso. Perchè "Noi" è un film che riesce a giocare con molti sottogeneri dell'horror, partendo dall'home-invasion fino ad arrivare allo zombie movie - senza zombie però. Insomma siamo davanti ad un buonissimo horror in cui solo la parte finale non mi ha convinto, ma che per tre quarti della sua durata mi ha fatto saltare sulla sedia per l'ansia che è stato in grado di trasmettermi e per la qualità con cui la storia è stata narrata.

Voto: 7,5

venerdì 5 aprile 2019

Hangman - Il gioco dell'impiccato di Johnny Martin (2017)



USA 2017
Titolo Originale: Hangman
Regia: Johnny Martin
Sceneggiatura: Michael Caissie, Charles Huttinger
Cast: Al Pacino, Karl Urban, Brittany Snow, Joe Anderson, Sarah Shahi
Durata: 98 minuti
Genere: Thriller


I thrillerini della Domenica pomeriggio dovrebbero diventare un vero e proprio genere cinematografico, anche se quando vedo un thrillerino della Domenica pomeriggio con Al Pacino tra i protagonisti un po' mi incazzo. Io da uno come lui, che ha recitato in un paio dei miei film preferiti come "Scarface" e "Il padrino", mi aspetto il grande film, sempre, la grande prova di recitazione. E invece quanti anni sono che il buon Al Pacino non partecipa ad un buon film, o quanto meno ad un film che mi sia piaciuto? Ecco, con precisione non so dirvelo - anche perchè un po' dei film degli anni duemila mi mancano - ma comunque è molto, molto tempo. "Hangman - Il gioco dell'impiccato" non ricordo nemmeno che sia stato distribuito nei cinema italiani, non so negli Stati Uniti come sia stato trattato, ma so che in Italia lo si può vedere grazie a NowTV, che lo propone in streaming sotto la categoria dei thriller. Oltre ad Al Pacino, tra i protagonisti del film abbiamo Karl Urban e Brittany Snow, mentre dietro la macchina da presa Johnny Martin che personalmente non conoscevo, ma non penso che sia molto famoso, ecco.
"Hangman - Il gioco dell'impiccato" parla di un detective della Omicidi che decide di richiamare in servizio un suo ex collega, ormai andato in pensione, per risolvere una catena di delitti firmati da un uomo che si ispira, per compierli, al gioco dell'impiccato, lasciando ogni volta indizi scritti sui muri davanti ai quali impicca le proprie vittime. La trama di questo film è tutta qui e dire altro potrebbe essere piuttosto futile, un po' come il film stesso nella sua interezza che ha una sceneggiatura talmente esile ed inconsistente che non riesco nemmeno ad arrabbiarmi per quanto ho visto. Come ho sempre detto a più riprese, preferisco di gran lunga incazzarmi per un film brutto, per un occasione sprecata, piuttosto che rimanerne totalmente differente e "Hangman - Il gioco dell'impiccato" - ma un po' tutti i thriller della Domenica pomeriggio - ha sortito in me proprio questo effetto: lo si guarda, si arriva alla fine, non si rimane per nulla sorpresi dalla risoluzione del caso e infine lo si dimentica senza che esso lasci traccia nell'animo dello spettatore.
Questa pellicola inoltre infrange quella che per me è una regola aurea di buona parte dei thriller che mi piacciono - che è una mia regola più che altro, è quello che piace a me, non che piace al cinema in generale - che è quella di farti conoscere l'assassino. Difficile infatti che mi piaccia un thriller in cui il colpevole è uno sconosciuto che viene tirato fuori solamente nel momento in cui viene risolto il caso: il colpevole va conosciuto, deve essere un insospettabile e poi TAC il colpo di scena. Qui ad un certo punto verso la fine conosciamo il colpevole che scopriamo far parte del passato del protagonista, tra l'altro per quel che riguarda un evento che è abbastanza tirato per i capelli e poco giustificato. Poi oh ditemi quel che volete, che siamo davanti ad un thriller della Domenica pomeriggio o qualsiasi altra cosa, ma a me vedere Al Pacino così scazzato - e non è poco tempo che recita così - mi dà un fastidio impressionante. La speranza è che il ritorno nel prossimo film di Quentin Tarantino possa riportarlo sui livelli altissimi a cui ci aveva abituato prima degli anni duemila!

Voto: 4