giovedì 31 gennaio 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Un nuovo weekend cinematografico è all'orizzonte e il numero di uscite fortunatamente non è così alto: Quattro sono le pellicole nuove che vedremo da oggi, di cui due di mio sicuro interesse, mentre un'altra potrebbe comunque attirare molto pubblico in sala. Vediamo quali sono queste cinque uscite, come al solito commentate in base ai miei pregiudizi!


Green Book di Peter Farrelly


Arriva finalmente in sala uno dei candidati all'Oscar come miglior film, che si preannuncia come un film splendido, in grado di attrarre i favori sia della critica sia del pubblico d'oltreoceano. Curiosità per le performance recitative di Viggo Mortensen e di Maershala Ali, ancora una volta in odore di Oscar come migliore attore non protagonista. Le premesse e le aspettative sono abbastanza di alto livello.

La mia aspettativa: 8/10


Il primo re di Matteo Rovere


Dopo Mel Gibson con "La passione di Cristo" e "Apocalypto", non ricordo di film girati in lingue antiche. Ci pensa Matteo Rovere, che mi aveva sorpreso moltissimo con "Veloce come il vento", a narrarci la storia della fondazione di Roma recitata tutta in protolatino, con un Alessandro Borghi che sembra essere ancora sugli scudi nei panni di Remo.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Dragon Trainer: Il mondo nascosto: Sarà un incasso sicuro al botteghino, ma io purtroppo non ho mai visto nemmeno i primi due. E siccome ultimamente ho litigato con il cinema d'animazione, non penso che mi farò il vascone recuperandoli tutti e tre in fila.
L'esorcismo di Hannah Grace: Dopo l'ottimo "Suspiria" di Luca Guadagnino, ecco che arriva il secondo horror dell'anno, che però si preannuncia sicuramente di minore qualità. Eppure, una visioncina penso che me la concederò.

mercoledì 30 gennaio 2019

LE SERIE TV DI GENNAIO

Siccome quando si tratta di scrivere le recensioni delle serie TV, il più delle volte con le stagioni successive alla prima, mi trovo abbastanza in difficoltà nel trovare le parole per scriverne un post esauriente, da quest'anno le recensioni delle serie TV verranno raccolte tutte in un unico post alla fine del mese, per quella che diventerà una rubrica mensile! Poi lo spazio per le eccezioni probabilmente lo troverò comunque, bisogna semplicemente trovare quella serie che meriti davvero un post a parte e tantissime parole da parte mia, cosa che in questo mese non sono riuscito a trovare. Notare anche che la prima parte di questa annata sarà sicuramente dedicata ai recuperi dello scorso anno, mentre penso che per il mega recuperone che sto portando avanti da qualche settimana mi ci vorrà l'intero 2019! Ora però bando alle ciance ed ecco qui tutte le serie che ho visto nel corso del mese di Gennaio!

Ozark - Stagione 2

Episodi: 10
Creatore: Bill Dubuque, Mark Williams
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Jason Bateman, Laura Linney, Sofia Hublitz, Skylar Gaertner, Julia Garner, Jordana Spiro, Jason Butler Harner, Esai Morales, Peter Mullan, Lisa Emery, Charlie Tahan
Genere: Drammatico


Accolta con una certa sorpresa da parte mia nel 2017, in molti sin dall'inizio etichettavano "Ozark" come il nuovo "Breaking Bad". Per quanto del nuovo "Breaking Bad" non è che dalle mie parti se ne sentisse il bisogno - è già talmente un capolavoro quella serie che qualsiasi cosa che si presenti come il suo erede rischia veramente grosso - i punti in comune tra le due produzioni non sono così pochi e il collegamento non è poi così forzato. Ci eravamo lasciati nella scorsa stagione con un paio di colpi di scena veramente spiazzanti, come l'omicidio da parte di Ruth dei due zii per salvare Marty Byrde o ancora di più l'uccisione del capo del cartello messicano per mano di Jacob e Darlene Snell. Si riparte ovviamente con le conseguenze di ciò che è successo nel finale di stagione: Marty è costretto ad intrattenere rapporti d'interesse con gli Snell, mentre il cartello messicano si fa vivo per ottenere il dovuto risarcimento. Marty e la moglie Wendy escogitano dunque il piano di aprire un nuovo casinò, con l'intento, una volta portata a termine la cosa, di fuggire in Australia. Nel frattempo Ruth continua a lavorare per Marty, mentre il padre Wyatt è uscito di prigione e sembra avere tutte le intenzioni di trovare l'assassino di suo fratello.
Tolto l'effetto sorpresa relativo alla prima stagione di questa serie, la seconda stagione di "Ozark" si mantiene su ottimi livelli, sia dal punto di vista della recitazione, sia dal punto di vista della trama, con i personaggi principali che vengono tutti approfonditi nella giusta maniera risultando psicologicamente sempre più interessanti. Ciò che sorprende maggiormente in Marty Byrde, interpretato da un sempre ottimo Jason Bateman, è che pur non essendo un criminale nato dimostra una freddezza impressionante nel prendere tutte le decisioni complesse che è costretto a prendere, così come la moglie Wendy, interpretata da Laura Lynney, riesce a stare al suo fianco dall'inizio alla fine, riuscendo anche ad entrare nel mondo della politica. Come personaggi ne escono in maniera interessante anche i due figli della coppia, che devono imparare a vivere nella situazione in cui li hanno messi i genitori, cavandosela egregiamente, ma dimostrando di non essere ancora del tutto pronti. Così come nella precedente stagione, anche in questa uno dei personaggi più interessanti a livello psicologico è Ruth, interpretata da Julia Garner, forse il personaggio più umano di tutti, dedita sì all'attività criminale, ma senza mai dimenticare i suoi affetti e le persone che le stanno accanto.

Voto: 7,5


Channel Zero: The Dream Door - Stagione 2

Episodi: 6
Creatore: Nick Antosca
Rete Americana: SyFy
Rete Italiana: Inedita
Cast: Brandon Scott, Maria Sten, Steven Robertson, Barbara Crampton, Gregg Henry, Greg Bryk, Troy James, Diana Bentley, Steven Weber
Genere: Horror


Essendo moderatamente appassionato di creepypasta lo scorso anno ho deciso di recuperarmi le prime tre stagioni di "Channel Zero", di queste tre mi era piaciuta abbastanza la seconda, avevo trovato sufficiente la prima, mentre la terza mi aveva fatto abbastanza schifo, per il suo voler seguire quella filosofia che molti in questo periodo accolgono per cui non capire un cazzo della trama implica che la serie sia un capolavoro indiscusso. Con la quarta stagione "Channel Zero" mi è sembrata essere tornata alla bellezza della seconda, con una trama decisamente più lineare, incentrata su una donna capace attraverso la sua mente di creare un essere dalle sembianze di un pagliaccio snodabile, in grado di comportarsi in conseguenza delle sue stesse emozioni. Nel momento in cui Jillian, interpretata da Maria Sten, scopre di aver creato quel personaggio, ancora non lo sa controllare e, ogni volta che si arrabbia, questo uccide o tenta di uccidere la persona che ha causato la sua rabbia, ma col tempo, anche grazie al vicino di casa, imparerà a controllarlo.
É evidente e abbastanza cristallino che non ci troviamo davanti a nulla di trascendentale e proprio per questo la terza stagione, visto il mio mood di serie disimpegnata, mi aveva fatto schifo non solo perchè troppo cervellotica, ma perchè nel suo esserlo girava pure a vuoto, che è proprio una cosa che non sopporto. Io da "Channel Zero" mi aspetto mistero, sangue e qualche spavento, possibilmente anche un pochino di ansia e questa quarta stagione è riuscita a darmi tutto quello che io volevo facendomi anche capire la sua trama che, come detto, è piuttosto lineare, senza troppi giochini mentali inutili.

Voto: 6,5


Marvel's Iron Fist - Stagione 2

Episodi: 10
Creatore: Scott Buck
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Finn Jones, Jessica Henwick, Tom Pelphrey, Jessica Stroup, Ramón Rodríguez, Sacha Dhawan, Rosario Dawson, David Wenham, Simone Missick, Alice Eve
Genere: Azione, Supereroi


Il 2018 è stato un vero e proprio lazzaretto di cancellazioni per quel che riguarda le serie prodotte dalla collaborazione tra Netflix e Marvel Cinematic Universe. La prima vittima, dopo sole due stagioni, è stata "Marvel's Luke Cage", la seconda "Marvel's Iron Fist", poi l'ha seguita a ruota "Marvel's Daredevil" ed è solamente di Lunedì la notizia della cancellazione di "Marvel's The Punisher". Sopravvive solamente "Marvel's Jessica Jones" anche se il suo destino ormai pare segnato. Se per le ultime due mi sono dispiaciuto molto - anche se di "Daredevil" devo ancora vedere la terza, che comincerò a brevissimo - per quanto riguarda le prime due non posso dire di esserne stato deluso. Di "Luke Cage" si era già parlato a più riprese da queste parti, mentre la visione della seconda stagione di "Iron Fist" l'ho affrontata più che altro come un obbligo di completezza, come una mia pignoleria che mi sarei potuto tranquillamente evitare.
Sarò strano io, ma dopo una prima stagione che mi aveva ammorbato come non mai, avevo riguardo a questo secondo ciclo di episodi le aspettative sotto i piedi: diciamola senza mezzi termini, questa seconda stagione non mi è sembrata brutta quanto le seconde inutilissime di "Luke Cage" e di "Jessica Jones", però più o meno mi ha ammorbato allo stesso modo. Non so bene il perchè ma penso fermamente che se vuoi fare del piacere al pubblico, i primi episodi sono quelli che devono convincerti ad andare avanti, gli ultimi quelli che devono convincerti ad andare avanti con una stagione successiva, se proprio vuoi rallentare nella narrazione perchè non sai cosa dire, fallo negli episodi centrali! Lo sanno pure i creatori di "The Walking Dead" che le cose importanti le fanno succedere solamente nel primo e nell'ultimo episodio, per poi ammorbarci con altri quattordici episodi centrali inutili - io l'ho mollata ormai due anni fa, per questo motivo -, almeno impariamo le basi quando vogliamo creare una serie! La seconda parte di questa seconda stagione però mi è piaciuta parecchio, complice l'interessante evoluzione del personaggio di Danny Rand, resomi simpatico dalla perdita del potere del fist in poi, così come la presenza di un villain che non sarà interessantissimo, ma quanto meno lo si può ritenere minimamente credibile. Male invece per quanto riguarda il modo in cui viene sfruttato il personaggio di Mary Walker, che parte al contrario in maniera interessante per poi sgonfiarsi abbastanza nel corso degli episodi.

Voto: 5,5

martedì 29 gennaio 2019

City of Lies - L'ora della verità di Brad Furman (2018)

USA, Regno Unito 2018
Titolo Originale: City of Lies
Regia: Brad Furman
Sceneggiatura: Christian Contreras
Cast: Johnny Depp, Forest Whitaker, Rockmond Dunbar, Neil Brown Jr., Xander Berkeley, Toby Huss, Shea Whigham, Wynn Everett, Louis Herthum, Shamier Anderson, Amin Joseph, Laurence Mason, Joseph Ferrante, Dayton Callie, Keith Szarabajka, Peter Greene, Marisol Sacramento, Julanne Chidi Hill, Michael Paré, Glenn Plummer, Dominique Columbus, Voletta Wallace, Xavier Washington, Kevin Chapman, Obba Babatundé, Tupac Shakur, Cory Hardrict, Brandon Molale
Durata: 112 minuti
Genere: Biografico, Poliziesco, Drammatico


Ad essere sinceri non sono pochi i film potenzialmente interessanti usciti in queste prime settimane del 2019. Tra le uscite in vista degli Oscar, quelle un po' più commerciali, i cinecomic e un paio di commedie all'italiana ce ne sono state veramente per tutti i gusti. Nel novero delle pellicole potenzialmente interessanti avevo inserito anche questo "City of Lies", diretto da Brad Furman - del quale non ho visto nemmeno un film - ed interpretato da un Johnny Depp del quale non ricordo un film bello da tempo immemore e da un Forest Whitaker che ha fatto talmente tanti film negli ultimi anni che è praticamente impossibile mettersi pure a contarle. Non sono particolarmente appassionato di musica rap - anzi, a parte un paio di eccezioni, la detesto abbastanza -, però apprezzo in modo particolare artisti come Tupac e Notorius B. I. G., protagonisti alla fine degli anni novanta di una faida che ha coinvolto artisti rap della costa Est e della costa Ovest degli Stati Uniti: entrambi finirono uccisi nell'arco di nemmeno un anno e i casi relativi ai loro omicidi sono tuttora dei casi irrisolti.
Proprio sul caso relativo all'omicidio di Notorius B. I. G. si concentra il film "City of Lies, più nella fattispecie si concentra sulla figura di Russell Poole, interpretato da Johnny Depp, un ex detective che ha dedicato la sua intera vita alla risoluzione dell'omicidio del rapper, caso mai ufficialmente risolto. Vent'anni dopo la chiusura del caso senza che sia mai stato trovato un colpevole, egli riceve la visita di Jackson, interpretato da Forest Whitaker, reporter della ABC che deve buona parte del successo proprio ad un documentario sulla vicenda, che gli valse un Emmy: i due condurranno insieme una nuova indagine, con l'intento di smascherare definitivamente il coinvolgimento della polizia di Los Angeles nell'omicidio, grazie all'intervento di un certo numero di poliziotti corrotti.
Brad Furman con "City of Lies" gira un film che sicuramente può essere apprezzato da chi è fan dei rapper al centro della questione e anche da chi ha vissuto in pieno quel periodo. Siamo davanti ad una storia molto americana, che mette in luce in maniera abbastanza esplicita alcune contraddizioni proprie degli Stati Uniti d'America e lo fa, nella prima parte, con uno stile molto documentaristico, quasi fossimo davanti ad un film che vuole fare cronaca sugli eventi. In tal senso, soprattutto nella prima parte, il racconto di Russell Poole filtrato dalle parole di Johnny Depp procede via liscio, con la componente cronachistica che prende il sopravvento, senza che mai per un minuto di visione mi sia sentito stanco. Siamo qui dunque a parlare di un film perfetto? Manco per sbaglio: purtroppo nel cinema che frequento - ma immagino nella maggioranza degli altri cinema in Italia - esiste il brutto vizio dell'intervallo. Un intervallo che spezza incredibilmente la narrazione e che, per questo film nello specifico, mette in luce il più grande difetto del film: la prima parte dice praticamente tutto quello che c'era da dire sul caso, con la seconda che risulta eccessivamente allungata e diluita per celebrare, senza troppa convinzione però, il personaggio di Russell Poole, a quanto pare l'unico che ancora nel 2015, poco prima di morire, era interessato a scoprire la verità sul caso degli omicidi di Notorius B. I. G. e di Tupac.
Mi capita molto spesso quando guardo film di questo tipo di pensare di essere davanti ad un film più interessante che bello e con "City of Lies" ho avuto praticamente la stessa sensazione: la regia di Brad Furman non mostra particolari guizzi, sembra quasi di essere davanti ad un documentario televisivo, ma quando guardi i documentari raramente li si guarda perchè si spera di trovare in loro una certa bellezza, più che altro lo si fa perchè interessati all'argomento che trattano. Lo stile cronachistico della narrazione contribuisce a rendere il film coinvolgente e a non annoiare mai lo spettatore, ma ripeto il concetto, sembra di essere davanti ad un documentario, più che ad un film, per cui non riesco ad esprimermi in maniera certa su quanto "City of Lies" sia un film bello. É però sicuramente un film interessante, se lo spettatore è interessato all'argomento che tratta, con la narrazione che soprattutto nella prima parte fa di tutto per evidenziare le poche luci e le tantissime ombre sul caso.

Voto: 6-

lunedì 28 gennaio 2019

Glass di M. Night Shyamalan (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Glass
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Cast: James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Anya Taylor-Joy, Sarah Paulson, Spencer Treat Clark, Charlayne Woodard, Luke Kirby, M. Night Shyamalan
Durata: 128 minuti
Genere: Thriller


Dopo il doveroso ripasso di "Unbreakable - Il predestinato" e dopo aver visto un paio di anni fa "Split", che nel finale buttava il colpo di scena alla Shyamalan dicendoci che i due film appartengono allo stesso universo narrativo, sono stato Domenica scorsa a vedere "Glass", seguito di entrambe le pellicole. Ritornano dunque Bruce Willis nei panni di David Dunn e James McAvoy nei panni de L'orda con Samuel L. Jackson a tirare le redini della vicenda sempre nei panni de "L'uomo di vetro". In aggiunta al cast dei due film di cui questo dovrebbe essere un po' la summa, abbiamo la sempre bravissima Sarah Paulson nei panni di Ellie Staple, così come ritornano anche Anya Taylor-Joy - su cui ritorneremo più tardi - e anche di Spencer Treat Clark nei panni di Joseph Dunn, il figlio di David, che è lo stesso attore, uguale identico, che lo interpretava da bambino nel film del 2000.
Sono passate tre settimane da quando Kevin Wendell Crumb si è guadagnato il soprannome de "L'orda". David Dunn, ormai diventato un vigilante ricercato dalla polizia, si mette sulle tracce di Kevin per salvare quattro ragazze che ha da poco rapito. Trovatolo ed arrivato allo scontro con lui mentre sta assumendo l'identità della Bestia e riuscendo anche a tenergli testa, i due vengono catturati dalle autorità locali e portati in un ospedale psichiatrico. In quello stesso istituto psichiatrico è rinchiuso ormai da qualche anno Elijah Price, che vive in stato catatonico a causa delle medicine che gli vengono somministrate per renderlo innocuo. A capo dell'istituto vi è la dottoressa Staple, che rivela loro che le sono stati dati tre giorni per dimostrare e convincerli di essere persone normali e non persone dotate di poteri soprannaturali.
In questo terzo capitolo della trilogia che non doveva essere una trilogia nei piani iniziali di M. Night Shyamalan è ancora abbastanza evidente il debito verso il mondo dei fumetti grazie al quale si crea uno distacco abbastanza decisivo tra i tre film che compongono questo piccolo universo: "Unbreakable - Il predestinato" era a tutti gli effetti un cinecomic, aveva quei toni, aveva quello che poi è diventato lo sviluppo tipico di tutti i cinecomic che lo hanno seguito; "Split", al contrario, non lo era, era più che altro un thriller soprannaturale, molto interessante, ma del cinecomic non aveva nulla. Ecco che dunque per quanto l'idea di riunire i due film in un terzo capitolo conclusivo fosse interessante, il collegamento appariva già abbastanza forzato. Con "Glass" abbiamo infatti un terzo capitolo che deve molto al mondo dei fumetti, facendo risultare ancora di più "Split" come un qualcosa a sè stante, in qualche modo avulso da questa strana trilogia. Si inizia subito con lo scontro tra protagonista e antagonista devo dire che le prime sequenze, fino alla cattura di David Dunn e di Kevin Wendell Crumb, sono state parecchio interessanti e ben gestite da Shyamalan. Ad essere ancora interessanti sono stati i vari dialoghi e i vari studi scientifici della dottoressa Staple sui tre uomini, con una seconda parte che riesce a mettere veramente il dubbio nello spettatore di avere a che fare con degli esseri soprannaturali o con dei semplici uomini. Terminata la parte di studio, quando Elijah Price entra finalmente in azione, le cose per il film cambiano in peggio, portando il film su binari abbastanza insidiosi, di certo non gestiti al meglio dal regista, arrivando ad uno scontro finale tra le due forze totalmente anti-climatico, nel quale ormai la suspense è andata a farsi benedire.
Se dal punto di vista della sceneggiatura il film non mi ha convinto appieno, anche a causa della presenza di personaggi secondari poco interessanti come la madre di Elijah, il figlio di David Dunn e Casey Cooke, che pare essere messa lì perchè dovevano far comparire il suo personaggio, ma non sembra avere una forte utilità ai fini della trama - anche se Anya Taylor-Joy, bisogna dirlo, brilla di luce propria ogni volta che è in scena -, dal punto di vista delle performance degli attori il discorso è decisamente diverso. Bene Sarah Paulson, un po' come al solito ormai è quasi inutile dirlo, così come Samuel L. Jackson riesce benissimo a reggere la scena nel momento in cui finalmente riprende a parlare, risultando come al solito ambiguo ed inquietante, proprio come era il suo personaggio in "Unbreakable - Il predestinato". Bruce Willis al contrario mi è parso stanco e leggermente svogliato e il suo personaggio non è che ne sia uscito benissimo dalla storia, con Shyamalan che sembra abbia voluto puntare maggiormente i suoi due centesimi si Kevin Wendelle Crumb, interpretato da un James McAvoy che si mangia letteralmente la scena, un po' come fece nel primo film, con una serie di interpretazioni davvero spettacolari, essendo riuscito a rendere, sia in "Split" sia in "Glass", tutte le personalità di Kevin da lui interpretate.
Insomma "Glass" è un film che nel complesso si lascia guardare e non si può dire che non mi abbia coinvolto. Ad una serie di cose interessanti, come la prima parte e le interpretazioni di alcuni attori, ne alterna però alcune totalmente sbagliate, come una parte finale mal gestita, uno scontro finale decisamente anti-climatico e con i personaggi secondari che sembrano essere messi lì come riferimento ai due film precedenti, ma senza una vera e propria motivazione.

Voto: 6

domenica 27 gennaio 2019

IL TRAILER DELLA DOMENICA #52 - Green Book

Nuovissimo appuntamento con la rubrica domenicale sui trailer e anche a questo giro si parla di un candidato all'Oscar come miglior film, in un'annata decisamente poco interessante, almeno per quanto riguarda i miei gusti.



La mia opinione: Arriverà finalmente Giovedì nei cinema italiani il film che ha fatto ricordare alla gente, ma anche all'Academy, dell'esistenza e della bravura di Viggo Mortensen. La storia che viene narrata è quella dell'amicizia tra Tony Vallelonga, ex buttafuori, e il pianista di colore Don Shirley, che verrà interpretato da Maershala Ali, in un periodo storico in cui ancora le differenze razziali si facevano sentire in maniera piuttosto prepotente - non che oggi io abbia la sensazione che stiamo messi meglio ecco. Un film potenzialmente interessantissimo che sicuramente sarà in grado di commuovere il pubblico e in cui le interpretazioni dei due protagonisti e la colonna sonora saranno sicuramente centrali per la buona riuscita del film.

venerdì 25 gennaio 2019

L'uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam (2018)



Regno Unito, Spagna, Francia, Portogallo, Belgio
Titolo Originale: The Man who Killed Don Quixote
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Tony Grisoni, Terry Gilliam
Cast: Adam Driver, Jonathan Pryce, Joana Ribeiro, Stellan Skarsgård, Olga Kurylenko, Jason Watkins, Óscar Jaenada, Sergi López, Rossy de Palma, Jordi Mollà, Paloma Bloyd, Eva Basteiro-Bertoli
Durata: 132 minuti
Genere: Avventura, Commedia


Il mio rapporto con il cinema di Terry Gilliam non è mai stato particolarmente idilliaco: per usare una metafora per me Terry Gilliam è un po' come quel conoscente che non vedi spesso, con cui esci magari una volta ogni tanto, con cui parli tranquillamente e ti ci diverti pure, ma non riesci a considerare per davvero un tuo amico - sempre se alla parola amico non dai lo stesso peso che gli dà Facebook. Terry Gilliam è un regista di cui mi piace qualche film, tra quelli che ho visto, di cui ne amo veramente solo uno, "L'esercito delle 12 scimmie", che però non riesco ad amare, un po' perchè troppo cervellotico lui di suo, per lo meno nei film che ho visto, un po' perchè forse il suo cinema non riesce a toccare nel modo giusto le mie corde. Presentato fuori concorso all'ultimo Festival di Cannes, "L'uomo che uccise Don Chisciotte" è uscito nelle sale italiane alla fine di Settembre dello scorso anno, ma io sono riuscito a vederlo solamente nel corso dei primi giorni di questo 2019. Un gestazione, quella di questo film, durata ben vent'anni: al 1998 infatti risale una prima stesura della sceneggiatura del film, le riprese erano pure incominciate, ma il tutto si arenò a causa di una lunga serie di sfighe capitate sul set. Altri tentativi furono fatti tra il 2005 e il 2016, senza mai andare in porto, fino a quando nel 2017 il tutto diventò definitivo, con le riprese che durarono poco più di tre mesi e con Adam Driver - lo scorso anno decisamente on fire - come protagonista della pellicola. Sfiga vuole, tra le altre cose, che lo stesso Terry Gilliam rischiò lo scorso anno di non vedere nemmeno la sua opera quasi ventennale, venendo colpito da un ictus poco prima di presenziare alla proiezione al Festival di Cannes.
Toby Grisoni, interpretato da Adam Driver, è un regista pubblicitario in estrema difficoltà nel girare uno spot pubblicitario a tema Don Chisciotte. In seguito ad una cena Tony compra un DVD da un venditore ambulante di un cortometraggio in bianco e nero girato da lui stesso quando era uno studente: il protagonista era proprio Don Chisciotte, che fa ricordare lui del vecchio Javier, interpretato da Jonathan Pryce, che aveva interpretato il ruolo del protagonista nel suo corto. Tony decide dunque di recarsi a Los Sueños, dove aveva girato il suo cortometraggio, dove scopre che le cose sono molto cambiate da quando era uno studente: Angelica, la donna di cui si era innamorato, è fuggita da casa, mentre Javier si è convinto di essere davvero Don Chisciotte, diventando un fenomeno da baraccone utilizzato per attirare turisti.
Ho avuto per quasi tutta la durata della pellicola sentimenti un po' contrastanti, con i quali convivo ancora ora che sto scrivendo la recensione di questo film, che mi ha messo profondamente in difficoltà. Ho già detto, proprio all'inizio di questo post, quanto non sia particolarmente avvezzo al cinema di Terry Gilliam, mi piace il più delle volte, non sempre, ma non lo amo, ricordate? Ecco, la parte iniziale della pellicola mi è risultata un po' pesante, addirittura un po' piatta e forse anche il fatto che fosse uno dei film più attesi del regista ha giocato, in modo negativo, su quelle che erano le mie aspettative. La seconda parte del film però sale enormemente di livello e ci mostra, di contro, tutte quelle parti che apprezzo del cinema di Terry Gilliam: momenti abbastanza pazzoidi che alternano interessanti riflessioni sull'animo umano e momenti quasi comici, grotteschi, a volte addirittura tragicomici, con i personaggi di Toby e di Javier che mostrano tutta la loro malinconia allo spettatore, la stessa malinconia che probabilmente affligge il cinema dello stesso Terry Gilliam, da "Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il Diavolo" in poi.
Interessantissime le performance a livello recitativo di un Adam Driver che ormai è sempre più lanciato nel cinema che conta, riuscendo a dare al suo personaggio tutte le caratteristiche necessarie: un po' pieno di sè, un po' legato al suo passato e in qualche modo nostalgico. Ottima anche la performance di Jonathan Pryce, il cui Javier è pazzesco, divertente nei momenti di pura follia, emozionalmente carico nei momenti di lucida follia. "L'uomo che ha ucciso Don Chisciotte" risulta dunque essere un film che si assesta su buoni livelli, che dopo una prima parte non troppo convincente sale abbastanza di colpi... ma nemmeno questa è la pellicola che riuscirà a farmi amare Terry Gilliam.

Voto: 7

giovedì 24 gennaio 2019

WEEKEND AL CINEMA!

I Giovedì cinematografici diventano sempre più pieni e giusto due giorni fa sono state rese note le nomination agli Oscar, quindi da ora in poi ci aspettano uscite di qualità o almeno si spera. Al solito però saranno i miei pregiudizi a parlare su questo blog delle pellicole in uscita questo weekend!


Creed II di Steven Caple Jr.


Inutile dire che ogni appassionato della saga di "Rocky" sta attendendo spasmodicamente questo film, seguito di "Creed" che mi aveva piacevolmente, ma pur sempre moderatamente, sorpreso qualche anno fa. Questo seguito però è troppo cinematografico per essere vero: lo scontro tra Adonis Creed e Viktor Drago è tipo il più grande fan service della storia: e a me i fan service, se mi fan-servono bene, piacciono da morire!

La mia aspettativa: 7/10


La favorita di Yorgos Lanthimos


Ecco che arriva anche nelle sale italiane un film accolto benissimo all'ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, che promette di fare faville alla notte degli Oscar. Abbandonati i temi e la narrazione malate dei suoi ultimi film, Yorgos Lanthimos dirige un film in costume con Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz che promette davvero faville!

La mia aspettativa: 8/10


Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins


Altro film che sembra essere fortemente candidabile per la notte degli Oscar di cui non si fa altro che parlare bene. É il secondo film dello stesso Barry Jenkins che ha diretto "Moonlight", che sinceramente a me non aveva impressionato più di tanto. Staremo a vedere se il secondo lavoro si rivelerà, almeno ai miei occhi, più interessante.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Voglio mangiare il tuo pancreas: É un bel po' di tempo che non vedo un bel film d'animazione giapponese, forse questo potrebbe spezzare un po' la mia routine.
Compromessi sposi: Commedia italiana con lo stimato Diego Abatantuono e l'odiato Vincenzo Salemme. Mi sa che nel dubbio tra i due, passo.
Il mio capolavoro: Pellicola argentina che non sembra poterci dare nulla di nuovo su cui riflettere.
L'uomo dal cuore di ferro: Nella settimana in cui si celebrerà il Giorno della Memoria, non potevano mancare film sul tema: importantissimi dal punto di vista umano, ma poi, saranno anche dei bei film?
Ricomincio da me: Un film con Jennifer Lopez proprio non so se posso reggerlo.

mercoledì 23 gennaio 2019

La vendetta di Frankenstein di Terence Fisher (1958)


Gran Bretagna 1958
Titolo Originale: The Revenge of Frankenstein
Regia: Terence Fisher
Sceneggiatura: George Baxt, Hurford Janes, Jimmy Sangster
Cast: Peter Cushing, Francis Matthews, Eunice Gayson, Michael Gwynn, John Welsh, Lionel Jeffries, Oscar Quitak, Richard Wordsworth, Charles Lloyd Pack, John Stuart, Arnold Diamond, Marjorie Gresley, Anna Walmsley, George Woodbridge, Michael Ripper, Ian Whittaker, Avril Leslie
Durata: 89 minuti
Genere: Horror


Inauguro con questo nuovo anno un nuovo speciale cinematografico: dopo quelli dello scorso anno dedicati a Dario Argento, alla saga di "Halloween", alla trilogia di "Blade" e ai film di "Predator", quest'anno si cerca di fare ancora qualcosa di diverso. L'idea è quella di esplorare le tre serie che hanno fatto in qualche modo la storia della Hammer Film Productions, che tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio degli anni settanta sfornò ben diciotto film divisi in tre serie dedicate, rispettivamente, a Frankenstein, a Dracula e a La Mummia. Già nel corso della scorsa annata avevo iniziato a vedere sia la serie di Dracula, vedendo e parlando qui di "Dracula il vampiro", sia quella di Frankenstein, parlando de "La maschera di Frankenstein" e l'idea, per questo speciale, non è quella di vedere i vari film serie per serie, ma di vederli e di proporveli nel giusto ordine d'uscita, un po' per evitare di annoiarmi io guardando di seguito film dello stesso filone, un po' per vedere non tanto l'evoluzione della singola serie, quanto quella della casa di produzione all'interno delle sue tre serie cinematografiche più famose - ci sono ovviamente altri film prodotti dalla Hammer sin dagli anni trenta, che però qui non verranno esplorati. Dopo aver quindi sbagliato l'ordine delle prime due recensioni, ora è il turno, proprio per rispettare l'ordine d'uscita, de "La vendetta di Frankenstein", secondo capitolo della saga di Frankenstein e uscito nello stesso anno, ma qualche mese dopo, di "Dracula il vampiro".
Girato praticamente in contemporanea con "Dracula il vampiro", utilizzando pure lo stesso set e persino ambientazioni simili, "La vendetta di Frankenstein" riprende proprio dove ci eravamo lasciati con la fine del capitolo precedente: la ghigliottina che avrebbe dovuto tagliare la testa a Victor Frankenstein, sempre interpretato dall'ottimo Peter Cushing, è ancora lì al suo posto, in attesa di abbassarsi. Vediamo però che il barone, grazie all'aiuto di un uomo deforme, Karl interpretato da Oscar Quitak riesce a sfuggire alla condanna a morte, facendo uccidere al suo posto il cappellano del carcere. Riuscito a rifarsi una nuova vita come medico nella cittadina di Carlsbruck, sotto il falso nome di Stein - un nome assolutamente irriconoscibile rispetto al precedente -, egli alterna la vita da medico assistendo sia alcuni abitanti della cittadina, sia i malati ospiti dell'ospedale dei poveri, gratuitamente. Egli viene però riconosciuto da Hans Kleve, interpretato da Francis Matthews, che si offre come suo apprendista, estremamente affascinato dalle sue teorie. I due vengono aiutati da Karl, che in cambio dell'aiuto a Frankenstein aveva chiesto un corpo nuovo in cui vivere, i due proseguono gli esperimenti sulla rivitalizzazione dei cadaveri, con l'obiettivo finale di trasportare un cervello umano in un corpo diverso.
Negli ultimi anni non sono molti, a memoria d'uomo, quei film che vengono girati in pochissimo tempo e ottengono buoni risultati qualitativi. Bisogna tornare indietro di qualche anno perchè produzioni lampo come questa presentino una qualità tale e un successo tale da farsi ricordare. É bene non dimenticare infatti quanto l'idea di Terence Fisher dopo "La maschera di Frankenstein" era proprio quella di non farne una serie, ma di far finire definitivamente le storie legate al barone Victor Frankenstein, con una morte per ghigliottina che sarebbe dovuta essere inequivocabile. La produzione della pellicola però non ne voleva sapere e, subito dopo il termine delle riprese di "Dracula il vampiro", ecco che viene la richiesta di proseguire la storia di Frankenstein, inventandosi un modo per farlo tornare in vita. Fortuna vuole che nel finale de "La maschera di Frankenstein" si vedeva la ghigliottina abbassarsi, suggerendo solamente che Victor Frankenstein fosse morto, ma senza far vedere mai il cadavere: ed ecco che così nasce lo stratagemma, mostratoci all'inizio di questo capitolo, per il quale il protagonista della serie fosse ancora vivo e vegeto, assumendo una nuova identità.
A questi retroscena di non poco conto si aggiunge il fatto che in questo secondo capitolo della serie di Frankenstein la violenza delle immagini è molto più efferata e molto più spinta e viene ancora una volta suggerito come l'orrore della vicenda non sia più di tanto legato agli esperimenti del dottore e alle deformità delle persone su cui vengono condotte - nel primo si aveva la creazione di una creatura fatta con parti di corpi umani, mentre nel secondo abbiamo il trasporto di un cervello da un corpo all'altro - quanto più che altro alla personalità dei protagonisti della vicenda, che vengono fortemente corrotti dal desiderio e dalla brama di potere, in questo caso attraverso un uso moralmente discutibile della scienza. D'altronde anche il romanzo di Mary Shelley voleva essere una critica a tutti quegli scienziati della sua epoca che avrebbero voluto sostituirsi a Dio - e non sapete quanto questa cosa, da agnostico, mi pesi - e qui più o meno si vede la stessa cosa, certo con sequenze narrative che hanno l'intento di colpire maggiormente lo spettatore creando in lui disgusto e raccapriccio.


martedì 22 gennaio 2019

Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: Non ci resta che il crimine
Regia: Massimiliano Bruno
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Andrea Bassi, Nicola Guaglianone, Menotti
Cast: Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Edoardo Leo, Gianmarco Tognazzi, Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno, Marco Conidi, Emanuel Bevilacqua, Antonello Fassari, Fabio Ferri
Durata: 102 minuti
Genere: Commedia


Nelle prime due settimane del 2019 sono riuscito ad andare al cinema ben quattro volte, riuscendo anche ad evitare la visione del film che stava in qualche modo invadendo le sale come "Aquaman" - lo riprenderò in home video appena uscirà il DVD, se avrò voglia - e tra le visioni che volevo assolutamente affrontare c'era "Non ci resta che il crimine", commedia italiana diretta da Massimiliano Bruno in cui nel cast figurano tre degli attori italiani che stimo maggiormente come Marco Giallini, Edoardo Leo e Alessandro Gassmann - roba che se ci fossero stati anche Luca Marinelli, Claudio Santamaria e Pierfrancesco Favino saremmo davanti al film perfetto, però sempre meglio non pretendere troppo dal cinema italiano. Alle premesse relative ad un buon cast aggiungiamo anche il fatto di avere una commedia italiana che parla, non prendendola nemmeno troppo alla larga, della banda della Magliana, con tanto di citazioni e riferimenti a quel capolavoro di serie che è stata "Romanzo criminale", ecco serviti tutti gli ingredienti perchè io mi potessi trovare davanti ad una commedia che certamente sarebbe stata in grado di soddisfarmi.
Siamo a Roma, nel 2018: tre amici, Moreno, Sebastiano e Giuseppe, rispettivamente interpretati da Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi, per sbarcare il lunario decidono di inventarsi un tour a pagamento per le città di Roma sulle orme della banda della Magliana. Durante una pausa caffè, si introducono, per sfuggire ad un loro vecchio conoscente d'infanzia, in un cunicolo attraverso il quale, una volta usciti, si ritroveranno catapultati nel 1982, nel pieno dell'attività della banda della Magliana e nel bel mezzo del mondiale in Spagna. Riusciranno in qualche modo ad essere coinvolti nelle attività criminali di Renatino, interpretato da Edoardo Leo, e a conoscere una ragazza, Sabrina, spogliarellista in un locale interpretata da Ilenia Pastorelli, che si innamorerà perdutamente di Sebastiano.
Negli ultimi anni la commedia italiano presenta bene o male sempre i soliti problemi: pochi sono i film che escono dalla massa dell'inutilità e quelli che ci riescono non vanno quasi mai oltre al giudizio di carino e divertente, ma bene o male anche abbastanza innocuo. Per quel che riguarda "Non ci resta che il crimine" non siamo certo davanti a nulla di trascendentale e anzi, siamo proprio davanti ad una di quelle commedie all'italiana con uno schema piuttosto classico, senza l'ombra di guizzi creativi, se non fosse per l'idea di catapultare dei personaggi della nostra epoca in un passato criminale. Ho sentito da più parti di gente a cui questo film ha fatto morire dal ridere e sinceramente non sono ben riuscito a capire che cosa avesse provocato in queste persone le crasse risate, tant'è che buona parte delle battute presenti nella prima parte della pellicola, sinceramente, mi stavano alquanto irritando. Quando i nostri protagonisti vengono però catapultati nel 1982 il film sale decisamente di colpi, inanellando una serie di sequenze abbastanza interessanti, con una colonna sonora con tanto di "I Was Made for Loving You" dei Kiss che non poteva che entrare nelle mie grazie e dei momenti abbastanza divertenti, che però il più delle volte mi hanno strappato un sorriso, più che farmi ridere di gusto. Non che la cosa mi sia andata male, anzi, forse il mio animo piuttosto pessimista preferisce proprio quelle commedie che non fanno ridere in maniera sguaiata, ma solamente sorridere, infatti la cosa non mi è pesata particolarmente, semplicemente non capisco quelli che dicono di aver riso dall'inizio alla fine di questo film.
Per quanto riguarda le performance degli attori sono rimasto come al solito soddisfatto da quelle di Marco Giallini e Alessandro Gassmann, con il primo ottimo nell'essere un po' sbruffone e scapestrato, mentre il secondo timido e impacciato. Sorpreso da Gianmarco Tognazzi, attore che non mi sono mai particolarmente calcolato che però sta benissimo nel ruolo dell'ipocondriaco poco sicuro di sè, mentre Ilenia Pastorelli si conferma su buonissimi livelli dopo l'ottimo esordio in "Lo chiamavano Jeeg Robot" e la discreta conferma in "Benedetta follia", perfetta nel ruolo di femme fatale, cui non molto importa della gente che gli sta intorno. A mangiarsi la scena, almeno per quel che riguarda la mia opinione, è stato però Edoardo Leo nei panni di Renatino: come attore mi piace da qualche anno, ma ho sempre trovato che le sue performance fossero un po' troppo caricate, troppo enfatizzate. Ecco, in questo film il suo stile di recitazione mi è sembrato letteralmente perfetto per il ruolo da interpretare e il suo Renatino è sia credibilissimo come antagonista della vicenda, sia ridicolizzato il giusto pensando al corrispettivo reale nella storia della banda della Magliana.
É bene ribadire il fatto che "Non ci resta che il crimine" è una commedia per nulla, ma proprio per nulla, trascendentale. Però è carina da matti e mi ci sono divertito dall'inizio alla fine, così come si vede che anche gli attori che hanno interpretato i vari personaggi si sono divertiti da matti. Il regista, con un finale molto molto aperto, pare abbia già pensato ad un sequel, o quanto meno sembra sperare di poterlo girare: ecco, io penso che potrei, per una volta, approvare l'idea.

Voto: 6,5

lunedì 21 gennaio 2019

Unbreakable - Il predestinato di M. Night Shyamalan (2000)



USA 2000
Titolo Originale: Unbreakable
Regia: M. Night Shyamalan
Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
Cast: Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Robin Wright Penn, Spencer Treat Clark, Michael Kelly, Eamonn Walker
Durata: 106 minuti
Genere: Thriller


Il colpo di scena alla fine di "Split" di M. Night Shyamalan, oltre ad avermi fatto abbastanza saltare dalla sedia, ha risvegliato in me i miei più grossi disturbi ossessivo-compulsivi: faccio sempre fatica, qui, a recensire un film appartenente allo stesso filone, senza prima aver recensito gli altri che lo hanno preceduto. E siccome "Split" si poneva proprio nello stesso universo narrativo di "Unbreakable - Il predestinato" e lo scorso Giovedì è uscito "Glass", che sarebbe il seguito di entrambi i film citati, è giunto ora il momento di parlarvi proprio della pellicola da cui è nato tutto, da alcuni ritenuta come una delle migliori di M. Night Shyamalan, mentre io non so bene perchè non ero riuscito ad amarla del tutto nel corso della mia unica visione. Ho deciso però, per prepararmi alla visione di "Glass", che avverrà proprio in questi giorni, di ripassare e, ovviamente, di parlare del film anche sulle pagine di questo mio spazietto della rete, per vedere se la mia opinione potesse cambiare dopo una decina di anni e per prepararmi nel giusto modo alla visione della pellicola che dovrebbe chiudere questo arco narrativo, a meno di ulteriori colpi di scena che potrebbero rimescolare le carte in tavola, come tipico del regista anche nei suoi film meno riusciti.
David Dunn, interpretato da Bruce Willis, si risveglia in un pronto soccorso in seguito ad un terribile incidente ferroviario, nel corso del quale sono morti tutti i passeggeri del treno, mentre lui è l'unico ad esserne uscito non solo vivo, ma incredibilmente incolume. In seguito alla cerimonia in ricordo delle vittime, egli trova sul parabrezza dell'auto un biglietto con scritto "Quanti giorni della tua vita sei stato malato?", che mette nella sua testa incredibili dubbi sulla sua vita: sia lui, sia le persone che gli stanno intorno infatti non ricordano un solo giorno in cui David si sia sentito poco bene, così come non ricorda di aver mai riportato danni fisici, fratture o dolori muscolari. David e il figlio decidono quindi di recarsi all'indirizzo riportato sul biglietto, dove trovano ad accoglierli Elijah Price, interpretato da Samuel L. Jackson, uomo gravemente malato di osteogenesi imperfetta, che lo rende molto soggetto a fratture e che fa sì che egli venga soprannominato Uomo di vetro. Egli è convinto che nel mondo, per una persona nella sua condizione, ne esista una nella condizione opposta, estremamente forte e pressochè indistruttibile e pare aver identificato in David Dunn quel suo opposto. Lo stesso David, presa coscienza della sua condizione e scoprendo di riuscire a vedere le malefatte delle persone semplicemente toccandole, inizierà ad usare il suo potere per fare del bene e salvare delle persone.
Bisogna dare atto di una cosa fondamentale ad "Unbreakable - Il predestinato": il fatto di essere il prototipo perfetto per qualsiasi origin story per quanto riguarda i cinecomics. Se ci fate caso infatti, in un film da cui i cinecomics attuali hanno preso moltissimo pur non essendo esso stesso tratto da un fumetto, tutti i primi capitoli dedicati ad un supereroe seguono bene o male lo stesso schema presente in questa pellicola: scoperta del superpotere, accettazione dello stesso, utilizzo del potere per scopi nobili, saltando a piè pari la parte in cui il supereroe di turno usa i suoi superpoteri per guadagnarci sopra dei soldi, ma semplicemente perchè in questo cinecomic in versione M. Night Shyamalan i toni sono un po' più seri rispetto a tutti i film che gli sono succeduti. Un'altra cosa che ho apprezzato parecchio durante le visioni di questa pellicola è il modo in cui viene gestito il ritmo della narrazione: non è un ritmo spasmodico, non è particolarmente veloce, al contrario, si prende spesso i suoi tempi, mettendo molto in risalto la personalità dei protagonisti, che qui vengono sviluppati in maniera abbastanza approfondita.
Va da sè dunque che questa seconda visione di "Unbreakable - Il predestinato", in preparazione proprio a quella di "Glass" ha aperto in me nuove prospettive riguardo una pellicola che alla prima visione non ero riuscito ad amare particolarmente. Nell'interpretazione di Bruce Willis vengono fuori molto bene i caratteri di David Dunn, mentre è ottimo Samuel L. Jackson a dare al suo Elijah quel qualcosa che lo riesca a rendere ambiguo, piuttosto sgradevole per il pubblico che guarda la pellicola. Siamo dunque davanti ad un dei migliori film di M. Night Shyamalan? Per quanto mi riguarda nemmeno per sogno, c'è però da dire che rispetto alla prima visione del film, avvenuta ormai quasi una decina di anni fa, sono riuscito a dare ad "Unbreakable - Il predestinato" una maggiore dignità: vedremo se "Glass" saprà chiudere il cerchio in maniera soddisfacente!

Voto: 7+

domenica 20 gennaio 2019

IL TRAILER DELLA DOMENICA #51 - La favorita

Ritorna come ogni Domenica la rubrica sui trailer, nella quale questa volta si parlerà di un film sicuramente più elevato rispetto agli ultimi che sono stati annunciati.



La mia opinione: Devo ancora recuperare "Il sacrificio del cervo sacro" di Yorgos Lanthimos dopo aver molto molto apprezzato l'idea che stava dietro a "The Lobster" e persino la sua realizzazione. Questa volta il regista greco, noto per la malattia mentale con cui gira i suoi film, si mette alla prova con un film in costume in cui si parla di due cugine che, mentre il Regno Unito è in guerra con la Francia, tentano di ingraziarsi la Regina Anna, interpretata da Olivia Colman, nel tentativo di diventare la sua favorita. Ad interpretare le due cugine abbiamo Emma Stone e Rachel Weisz, in un film che già è stato un grande successo per la critica all'ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e che ha già portato Olivia Colman alla vittoria di un Golden Globe per la sua interpretazione, anche se il film è stato abbastanza ignorato per gli altri premi ai Golden Globe. Martedì ci saranno le nomination per gli Oscar e si pensa che lì la pellicola possa avere maggiore successo.

venerdì 18 gennaio 2019

Un piccolo favore di Paul Feig (2018)



USA, Canada 2018
Titolo Originale: A Simple Favor
Regia: Paul Feig
Sceneggiatura: Paul Feig, Jessica Sharzer
Cast: Anna Kendrick, Blake Lively, Henry Golding, Andrew Rannells, Linda Cardellini, Rupert Friend, Jean Smart, Bashir Salahuddin, Ian Ho, Joshua Satine, Eric Johnson, Dustin Milligan
Durata: 118 minuti
Genere: Thriller


Ancora non pochi sono i recuperi cinematografici dello scorso anno, non so quanti di questi riuscirò a portare a termine, ma visto che ancora i film del 2019 sono pochi, un po' di tempo per mettere in cascina qualche film uscito nelle sale italiane nel 2018 c'è ancora. Non con voglia spasmodica, ma con discreta curiosità, tra i film usciti alla fine dello scorso anno che volevo vedere e che sono riuscito a vedere solamente la scorsa settimana c'è "Un piccolo favore". Ora, io lo ammetto molto candidamente, per quanto mi riguarda, quando vedo Anna Kendrick e Blake Lively il mio cervello smette completamente di ragionare: non che siano due attrici che mi fanno impazzire per qualità recitative e non ricordo nemmeno uno dei loro film che mi sia piaciuto a livelli smisurati, trovo però entrambe sexy a loro modo e, al contrario, non ricordo nemmeno un loro film per cui alla fine non abbia pensato che fosse quanto meno carinissimo. Alla regia della pellicola abbiamo Paul Feig, regista di cui non ho visto nemmeno un film, compreso il remake al femminile di "Ghostbusters", per il quale non ho un background soddisfacente che possa farmi capire il suo stile registico. Mi sembra però di capire che questo regista, visti i titoli che conosco bene o male solo di nome, prediliga le pellicole prevalentemente al femminile.
Siamo davanti all'adattamento di un romanzo che mi pare - qualcuno mi smentisca nel caso - non sia nemmeno uscito in Italia, dal titolo "A Simple Favour", scritto da Darcey Bell. Stephanie Smothers, interpretata da Anna Kendrick, è una madre vedova che gestisce un canale Youtube di ricette, mentre Emily Nelson, interpretata da Blake Lively, una donna in carriera. I figli delle due donne frequentano entrambi la stessa scuola elementare e le due si conoscono proprio mentre stanno andando a prendere i loro figli a scuola. Le due cominciano a diventare molto amiche e non mancano, da parte di Emily, frequenti richieste a Stephanie di occuparsi del suo bambino, perchè lei, che non si è mai ritenuta una buona madre e mai interessata ad esserlo, spesso impegnata con il suo lavoro. A un certo punto Emily scompare e Stephanie vuole fare in qualche modo luce sui motivi della sua scomparsa, stringendo un forte legame con Sean, marito di Emily interpretato da Henry Golding.
Un po' me lo immaginavo ad essere sincero, con "Un piccolo favore" non siamo certo davanti al capolavoro del genere thriller che terrà lo spettatore incollato allo schermo dall'inizio alla fine, però, come spesso mi accade con film di questo tipo, non posso nemmeno dire di essermici annoiato guardandolo. Innanzitutto ho trovato che le due protagoniste siano state ben caratterizzate a livello di sceneggiatura, con entrambe le attrici abbastanza brave nel trasmettere le varie caratteristiche dei personaggi che stanno interpretando, pur essendo questi un bel po' stereotipati. Dal punto di vista registico Paul Feig pare quasi aver fatto il compitino, senza dare alla sua regia nulla di proprio e basandosi quasi esclusivamente su cose già viste. Già vista poi è la sceneggiatura che, anche se tratta da un romanzo, porta ad un colpo di scena finale che è più telefonato di un colpo di citofono la Domenica mattina da parte dei Testimoni di Geova, nonostante tutto questo però non posso dirmi insoddisfatto del risultato finale, semplicemente, vi sono rimasto abbastanza indifferente. Non fa schifo, non è nemmeno bello e poggia su cose già viste almeno un altro miliardo di volte, nulla di più e nulla di meno.

Voto: 5,5

giovedì 17 gennaio 2019

WEEKEND AL CINEMA!

É Giovedì e sapete già di che cosa si parla oggi su questo blog: delle uscite cinematografiche del weekend, anche perchè lo dico ogni volta nel titolo, quindi... Al solito, le cinque uscite della settimana verranno commentate in base ai miei pregiudizi!


Glass di M. Night Shyamalan


L'uscita di "Glass" nei cinema italiani mi ricorda che ancora devo riguardarmi "Unbreakable" per ripassare un po' in vista della visione di questo film, seguito diretto sia di "Unbreakable" sia di "Split", che un paio di anni fa mi era piaciuto abbastanza, anche se non esageratamente. Si riuniscono David Dunn, L'uomo di vetro e la Bestia, per un film che spero vivamente possa sorprendermi e coinvolgermi dall'inizio alla fine.

La mia aspettativa: 7/10


Maria regina di Scozia di Josie Rourke


Pur non essendo un fan dei film in costume, in questo inizio di 2019 attendevo con particolare curiosità sia questo film, sia "La favorita" - che penso potrà sorprendermi molto di più. A convincermi a dargli un'opportunità ci sono due attrici che apprezzo moltissimo come Saoirse Ronan e un'irriconoscibile e molto imbruttita Margot Robbie. Vedremo se la pellicola in questione sarà in grado di sorprendermi!

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

La douleur: Mancando poco più di una settimana alla giornata della memoria, non possono mancare i film ambientati nel periodo nazista. Importantissimi, sia chiaro, ma spesso e volentieri poi a livello cinematografico si rivelano essere poca roba.
L'agenzia dei bugiardi: Partiamo dal fatto che dal trailer sembra essere una vera e propria baracconata. Però, in onore del mio amore adolescenziale per Alessandra Mastronardi una visione disimpegnata, magari non al cinema, gliela potrei concedere tranquillamente.
Mia e il leone bianco: Ho già detto su questo blog che odio i film basati sull'amicizia tra uomini e animali? Dite di sì? Bene, sempre meglio ribadirlo.

mercoledì 16 gennaio 2019

Chi ha incastrato Roger Rabbit? di Robert Zemeckis (1988)



USA 1988
Titolo Originale: Who Framed Roger Rabbit?
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: Jeffrey Price, Peter S. Seaman
Cast: Bob Hoskins, Christopher Lloyd, Joanna Cassidy, Stubby Kaye, Alan Tilvern, Richard LeParmentier, Joel Silver, Paul Springer, Richard Ridings, Lindsay Holiday, Edwin Craig, Mike Edmonds, Laura Frances, Joel Cutrara, Billy J. Mitchell, James O'Connell
Personaggi Animati: Roger Rabbit, Benny il taxi, Greasy la faina, Psycho la faina, Jessica Rabbit, Amy la faina, Baby Herman, Mrs. Herman, Bongo il gorilla, Betty Boop, Topolino, Paperino, Pippo, Lupo Cattivo, Bugs Bunny, Titti, Porky Pig, Gatto Silvestro, Daffy Duck, Smarty la faina, Wheezy la faina, Lena la iena, Minni, Pinocchio, Picchiarello, Droopy, Stupid la faina, Yosemite Sam, Foghorn Leghorn, Dumbo, Mr. Toad, Hyacinth Hippo
Durata: 103 minuti
Genere: Commedia, Noir, Animazione


Verso la fine dello scorso anno sarebbero caduti i trent'anni dall'uscita in Italia di "Chi ha incastrato Roger Rabbit?", film di Robert Zemeckis che se mi aveste chiesto tutte le sue battute quando avevo tra gli otto e i quindici anni ve le avrei potute recitare a memoria e a menadito. Ora però la mia memoria si è un bel po' impigrita e faccio spesso fatica a ricordarmi le cose fatte la sera prima, ma non dimentico assolutamente le cose che ho guardato e riguardato quando ero un po' più giovane. Una sorta di sindrome di Alzheimer giovanile? Sinceramente non lo so, so solo che ricordo a memoria i film che ho visto tra i cinque e i dieci anni, di meno quelli che ho visto negli ultimi tempi, complice anche ovviamente la quantità di volte che ho visto i suddetti film. Per rinfrescare un po' la memoria - che poi durante la visione si è rivelata molto più fresca di quanto mi immaginassi - nel pomeriggio della vigilia di Natale mi sono dedicato alla visione di quello che è sicuramente uno dei miei film preferiti diretti da Robert Zemeckis, data la tecnica mista in cui personaggi d'animazione convivono con personaggi in carne ed ossa e soprattutto dato il fatto di avermi divertito quando ero bambino, ma di averci trovato, una volta cresciuto, anche un uso interessante del mezzo cinematografico e l'idea di giocare in maniera sapiente con il genere noir.
Siamo a Cartoonia, nel 1947: in questa città, come se tutto fosse normale, convivono cartoni animati e persone in carne ed ossa. R. K. Maroon, interpretato da Alan Tilvern, proprietario degli studi di animazione, è scontento del lavoro di Roger Rabbit, che sbaglia spesso le battute e sembra in qualche modo depresso, per la paura di essere tradito dalla moglie Jessica Rabbit. Per scoprire cosa affligge uno dei suoi cartoni animati di punta, decide dunque di assumere l'investigatore privato Eddie Valiant, interpretato da Bob Hoskins, che riesce a fotografare Jessica insieme a Marvin Acme, interpretato da Stubby Kaye, mentre stanno giocando alla "farfallina", che nel mondo dei cartoni significa tradimento. Roger Rabbit appresa la notizia fugge via, mentre, la notte stessa, Eddie scopre che Marvin è stato assassinato. I sospetti cadono ovviamente su Roger Rabbit, che ha un movente più che valido, ma i due si troveranno invischiati in un caso più grande di loro, di cui fa parte anche il terrificante giudice Morton, interpretato da Christopher Lloyd, che ha da tempo trovato l'unico modo per uccidere i cartoni animati, con Eddie che dovrà cercare un modo per provare l'innocenza di Roger Rabbit, che nel frattempo si è nascosto in casa sua.
Dopo essere passata per le mani della Disney, la produzione del film, tratto dall'omonimo romanzo di Gary K. Wolf, venne data in mano alla Touchstone Pictures, che ridusse notevolmente il budget iniziale senza che però Zemeckis si vedesse costretto a rinunciare a tutti gli storici personaggi che compaiono nella sua pellicola. Ricordo molto bene perchè questo film mi piaceva da bambino: mi bastava vedere i personaggi della Disney, quelli della Warner Bros nello stesso film ed io ero contento: molte erano infatti all'interno del film le sequenze di comicità slapstick tipiche dei corti animati di cui i bambini della mia generazione - e ancora di più quelli della generazione precedente - si erano nutriti, con i vari Bugs Bunny, Titty, Topolino e altri riuniti tutti nello stesso film. Oltre a questo però mi faceva morire dal ridere il personaggio di Roger Rabbit, un coniglio sposato con la donna più sexy e ambita di tutta Cartoonia, non si sa nemmeno bene grazie a quale strano miracolo. Rivedendo però il film una volta cresciuto ho capito in qualche modo che Zemeckis era riuscito a costruire un film stratificato e adatto a tutte le età, in cui a dirla tutta le tematiche non è che fossero nemmeno tanto adatte a dei bambini. Certo, a cinque anni guardavo tutte quelle parti in cui Roger Rabbit faceva l'idiota, ora guardo con maggiore attenzione alla trama e mi rendo conto di quanto questo film sia in qualche modo una pietra miliare del suo genere.
Siamo davanti infatti ad un lavoro che innanzitutto mi sembra quasi un manuale di come costruire un noir con i fiocchi - genere che di mio non è che mi faccia particolarmente impazzire - i cui personaggi, nonostante le apparenze, hanno dei problemi ed un background psicologico ben sviluppato che ben si inseriscono nella narrazione, creando subito empatia con essi. Un bambino non potrà mai capire a fondo la paura di Roger Rabbit di essere tradito dalla moglie e sembrerà normalissimo il fatto che questi si trovi sposato con una donna bellissima, cosa che invece ora che ho quasi compiuto trent'anni mi sembra già un po' più strana, tanto da considerare Roger Rabbit una specie di miracolato. E in quale film per bambini poi avete mai visto una scena tanto terrificante quanto quella in cui il giudice Morton rivela la sua reale identità, lui che ci faceva già paura per la sua crudeltà quando ancora lo credevamo un umano. Trent'anni dopo la sua uscita nei cinema "Chi ha incastrato Roger Rabbit" non dimostra nemmeno uno dei suoi trent'anni di vita - e si sa che i film invecchiano un po' più in fretta delle persone -, risultando ancora attualissimo per le tecniche di animazione utilizzate e per il modo assolutamente coinvolgente in cui la storia viene narrata. Siamo davanti ad una vera e propria pietra miliare per quanto riguarda i film a tecnica mista, forse ingiustamente sottovalutata da coloro che non sono nati e cresciuti negli anni novanta.

martedì 15 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra di Adam McKay (2018)



USA 2018
Titolo Originale: Vice
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Adam McKay
Cast: Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell, Tyler Perry, Alison Pill, Jesse Plemons, Lily Rabe, Justin Kirk, LisaGay Hamilton, Shea Whigham, Eddie Marsan, Bill Pullman, Cailee Spaeny, Bill Camp, Fay Masterson, Stefania LaVie Owen, Don McManus
Durata: 132 minuti
Genere: Biografico, Commedia


Tra i film più chiacchierati di questo inizio di 2019 c'è sicuramente "Vice - L'uomo nell'ombra", pellicola che narra la carriera politica di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti d'America durante la presidenza di George W. Bush. É tra i film più chiacchierati di inizio anno sicuramente per la performance recitativa di Christian Bale, valsagli un Golden Globe come miglior attore in un film drammatico, la sua ennesima performance fisica, che lo ha visto ingrassare di un sacco di chili per poter somigliare il più possibile al personaggio che doveva interpretare. Un altro aspetto da non sottovalutare è il ritorno dietro la macchina da presa di Adam McKay, regista dallo stile particolarissimo da me apprezzato per film come "I poliziotti di riserva" o "La grande scommessa", mentre ancora mi devo godere "Anchorman", che molti ritengono uno dei suoi capolavori - potrebbe essere uno dei miei fake rewatch! Oltre a Christian Bale, che ha ringraziato Satana per avergli dato la giusta ispirazione, abbiamo anche attori del calibro di Sam Rockwell nei panni di George W. Bush, Steve Carell nei panni di Donald Rumsfell - politico di cui ignoravo l'esistenza, ma che immagino negli Stati Uniti sia particolarmente conosciuto - e di Amy Adams nei panni di Lynne Cheney, la moglie del protagonista.
La pellicola parte nel famigerato 11 Settembre del 2001, con Dick Cheney e altri funzionari della Casa Bianca riuniti in un bunker segreto per studiare le mosse per affrontare alla svelta la crisi in atto. Ci si sposta subito nel 1963, con Dick che, dopo l'ennesima volta in cui viene fermato ubriaco dalla polizia, viene convinto dalla moglie a ripulirsi e ad intraprendere seriamente la carriera politica. La storia ci viene narrata da Kurt, interpretato da Jesse Plemons, che nonostante non abbia mai conosciuto Cheney di persona, ha un legame molto stretto con lui, per un motivo che ci verrà spiegato nel corso della pellicola. Viene dunque eviscerata tutta la carriera politica e familiare dell'uomo, secondo una personale reinterpretazione del regista - è noto infatti che Dick Cheney fosse uno dei vicepresidenti più riservati della storia degli Stati Uniti - mettendone in evidenza le luci, la strategia, ma soprattutto le moltissime ombre relative al periodo in cui assunse la vicepresidenza degli Stati Uniti d'America.
Adam McKay, dopo avermi spiegato come se fossi un babbuino l'alta finanza con "La grande scommessa", riuscendo addirittura a coinvolgermi e a divertirmi, riesce nell'intento di creare una pellicola che, oltre a risultare migliore della precedente, secondo la mia opinione, risulta anche più fruibile da qualsiasi tipo di pubblico, parlando di un argomento molto più accessibile. Non c'è infatti bisogno di capire molto di politica per comprendere appieno lo svolgimento del film, anche se penso che il pubblico americano, molto più dentro alle vicende narrate rispetto a quello europeo, possa apprezzarlo molto di più. Proprio come nella pellicola precedente del regista, non mancano momenti in cui i protagonisti sfondano la quarta parete, parlando direttamente con il pubblico, o momenti in cui il narratore si prende delle licenze narrative decisamente fuori dagli schemi, come un ipotetico dialogo tra marito e moglie in cui i due recitano il "Riccardo III" di Shakespeare, dato che nessuno può sapere cosa si fossero detti i due in quel frangente, oppure ancora il finto finale che vediamo all'incirca a metà della durata del film. Il personaggio di Dick Cheney viene eviscerato in tutte le sue sfaccettature e non mancano, all'interno della pellicola, sequenze che spiazzano lo spettatore, ma anche altre in cui questi ne esce estremamente criticato in maniera sempre ironica e molto molto pungente, tanto che l'intero svolgimento della pellicola assume i toni della commedia nera, con qualche frecciatina satirica all'uomo e al politico in un film che è, inequivocabilmente, schierato politicamente. Le due ore e un quarto della sua durata, in tal senso, non pesano assolutamente, anzi, non ci si accorge nemmeno di quanto tempo sia passato al termine del film.
Sulla performance recitativa di Christian Bale si sono già spese parole e parole, ma è sempre bene ribadire quanto questa sia stata valida, dopo un periodo in cui non mi era sembrato in formissima e mi era parso che avesse sbagliato un po' di film in fila. Intensa e credibilissima anche Amy Adams nei panni di Lynne Cheney, che nel film ha una somiglianza abbastanza inquietante con Hillary Clinton - sarà forse per i capelli biondi a caschetto -, mentre sinceramente mi aspettavo molto di più da Sam Rockwell nei panni di George W. Bush, o forse, mi aspettavo che il suo personaggio assumesse una maggiore importanza nella storia, mentre alla fine risulta essere piuttosto marginale e compare in scena relativamente poco. Convincente anche Steve Carell ad interpretare un politico controverso e senza peli sulla lingua, che passa più e più volte per il coglione di turno.
Non ci sono dubbi dunque sul fatto che "Vice - L'uomo nell'ombra", sia uno dei film da vedere in questo inizio di 2019, un film che sarà in grado sicuramente di soddisfare qualsiasi tipo di palato cinematografico risultando divertente e disgustoso allo stesso tempo.

Voto: 8

lunedì 14 gennaio 2019

NICOLAS CAGE DAY - L'ultimo dei templari di Dominic Sena (2011)


USA 2011
Titolo Originale: Season of the Witch
Regia: Dominic Sena
Sceneggiatura: Bragi F. Schut
Cast: Nicolas Cage, Ron Perlman, Stephen Campbell Moore, Claire Foy, Stephen Graham, Ulrich Thomsen, Robert Sheehan, Christopher Lee
Durata: 95 minuti
Genere: Fantasy, Horror


Si arriva ad un punto in cui le tradizioni, il ritorno alle origini, diventano una cosa veramente molto importanti. Ecco perchè la solita cricca di blogger non può rinunciare a riproporre, per la terza volta nella sua storia, il "Nicolas Cage Day", la ricorrenza con cui tutto era iniziato qualche anno fa, nel giorno del compleanno di uno degli attori più prolifici della moderna Hollywood. Sì, sappiamo tutti che il compleanno di Nicolò Gabbia, il nipote apparentemente raccomandato di Francis Ford Coppola, era il 7 Gennaio, ma noi abbiamo avuto bisogno di tempo per organizzarci e quindi il tutto è slittato di una settimana. Sono sicurissimo che il signor Gabbia non se la avrà a male per questo affronto. La mia idea per questa ricorrenza è sempre la solita: non scegliere uno dei film belli con Nicolas Cage, ma sceglierne uno di quelli brutti, tamarri, nella speranza che il film scelto fosse talmente brutto da fare il giro e diventare sublimemente brutto. A scatola chiusa, perchè nessun essere umano che possa definirsi tale ha visto tutti i film con Nicolò Gabbia, ho scelto "L'ultimo dei templari", film del 2011 diretto da Dominic Sena - che aveva già diretto "Fuori in 60 secondi" nel 2000 - e in cui, oltre al nostro beniamino, ha recitato anche un importante nome della scena hollywoodiana come Ron Perlman.
Siamo nella prima metà del quattordicesimo secolo: due cavalieri, Behman e Felson, rispettivamente interpretati dal nostro beniamino e da Ron Perlman, stanno combattendo in Terra Santa durante le Crociate. Presi dal rimorso per aver ucciso, in nome della Chiesa, donne e bambini, decidono di disertare, abbandonando i propri compagni. Al rientro nella loro terra la troveranno devastata dalla peste, che si pensa sia stata provocata da una strega, interpretata dalla Regina Elisabetta Claire Foy. Riconosciuti i due come disertori e con gli uomini decimati a causa della pestilenza, vengono incaricati dal vescovo-conte di portare la strega in una lontana abbazia dove i monaci la possano processare e giustiziare per fermare la pestilenza. La squadra di ricognizione viene presto formata e sarà composta dai due cavalieri, dal prete Debelzaq, interpretato da Stephen Campbell Moore, il cavaliere Eckhardt, interpretato da Ulrich Thomsen, il truffatore Hagamar, interpretato da Stephen Graham, e nel corso del viaggio si unirà loro anche Kay, interpretato da Robert Sheehan, che abbiamo visto di recente in "Macchine mortali".
Sono non tanti, ma addirittura tantissimi i problemi presenti all'interno di questa pellicola, che ho guardato in lingua originale su Netflix per poter capire al meglio il livello di recitazione di Nicolò Gabbia, che ricordo essere il nostro beniamino. Uno su tutti è l'insita mancanza di voglia di recitare dell'uomo a cui è dedicata questa giornata, quando si trova davanti ad uno dei tantissimi film in cui recita solo per avere i soldi necessari per finanziare le sue ex mogli e le sue passioni decisamente troppo eccentriche. In tal senso gli organizzatori dei Razzie Awards, nel 2012, ci hanno visto lunghissimo candidando il film a due dei non ambiti premi: peggior attore protagonista a Nicolò Gabbia e peggior coppia a Nicolò Gabbia e chiunque si trovi in scena con lui. Insomma, non solo in questo film il nostro beniamino è molto tamarro - la sua capigliatura è inguardabile e il suo tono di voce in lingua originale inascoltabile, per quanto si impegni a recitare male -, ma recita addirittura talmente male da peggiorare la performance di chiunque stia in scena con lui.
Ma Nicolò non è l'unico dei problemi del film, che è portato avanti senza la minima voglia e facendo subito intendere allo spettatore che nonostante buona parte dei personaggi credano che la donna sia innocente, in realtà è veramente una strega, o meglio ancora, una donna posseduta da un demone che non ha il pieno controllo del proprio corpo, con un colpo di scena finale che risulta più scontato degli abiti in saldo in questo periodo. Gli effetti speciali sono una roba ignobile per una produzione che comunque è costata qualche soldo e la rappresentazione del demone con cui i cavalieri si scontrano al termine della pellicola è roba che non si vede nemmeno nelle serie TV delle reti generaliste americane, superando giusto il livello degli effetti speciali di "Once Upon a Time", che quelli sì che erano terribili. Il quarto grande problema è che "L'ultimo dei templari" è brutto e basta: non è abbastanza brutto da fare il giro come speravo e non è nemmeno abbastanza tamarro da farmi ricordare con piacere qualche scena, se non alcune in cui ho riso per l'eccessiva bruttezza. Insomma, si tratta semplicemente di un film particolarmente brutto di cui, alla fin fine, si poteva fare anche a meno. Un po' come buona parte dei film in cui il nostro beniamino ha recitato negli ultimi anni! Inoltre, una parentesi sul titolo italiano del film: I TEMPLARI, CON QUESTA PELLICOLA, NON C'ENTRANO UNA SEGA!

Hanno partecipato a questa giornata anche i seguenti blog:

Lazyfish: Mandy
Director's Cult: Drive Angry
La Bara Volante: The Rock
La fabbrica dei sogni: Stress da vampiro
Pietro Saba World: Mom and Dad
La stanza di Gordie: The Family Man
Cuore di celluloide: USS Indianapolis