martedì 31 ottobre 2017

MOVIES FOR HALLOWEEN 2017 - Jukai - La foresta dei suicidi di Jason Zada (2016)

Rispetto al post di Venerdì in cui vi ho consigliato, per questo Halloween, il film "Il gioco di Gerald" di Mike Flanagan, qui i preamboli si fanno molto più brevi. Ritorna la rubrica "Movies for Halloween", giunta alla quarta edizione su questo blog, con il secondo episodio di questa annata. Vi sto per consigliare di guardare "Jukai - La foresta dei suicidi"? Ecco... non proprio a dire la verità.


USA 2016
Titolo Originale: The Forest
Regia: Jason Zada
Sceneggiatura: Nick Antosca, Sarah Cornwell, Ben Ketai
Cast: Natalie Dormer, Taylor Kinney, Eoin Macken, Yukiyoshi Ozawa, Rina Takasaki, Noriko Sakura, Yûho Yamashita, James Owen, Stephanie Vogt
Durata: 93 minuti
Genere: Horror


Non so bene per quale motivo sia nato questo fenomeno, ma ultimamente in Europa e negli Stati Uniti si è sviluppato un certo fascino verso la foresta di Aokigahara, conosciuta in tutto il mondo per essere la foresta giapponese in cui moltissime persone decidono di andare a suicidarsi nella quale si contano all'incirca tra i cinquanta e i cento suicidi all'anno e da qualche tempo il governo giapponese ha addirittura smesso di diffondere tali statistiche. Un fascino che è arrivato nei cinema prima grazie al film drammatico "La foresta dei sogni" - alla fine poi non è che fosse troppo riuscito, però non mi ha fatto nemmeno schifo, ecco, una via di mezzo - e poco tempo dopo è arrivato anche il film di cui vi sto parlando oggi, che in originale è stato intitolato "The Forest" - titolo che per lo meno di per sè non svela nulla sulla possibile trama del film, sicuramente più azzeccato rispetto a quello italiano - ed è arrivato sugli schermi di molti blogger nel corso del 2016, mentre nei cinema nostrani solo un mesetto fa.
Sara, interpretata da Natalie Dormer, si inoltra nella foresta con un gruppo di persone per cercare la sorella gemella Jess, che manco a dirlo è interpretata anche lei da Natalie Dormer, che tutti credono morta da tempo. Jess infatti sembrerebbe essersi inoltrata nella foresta durante un campeggio in solitaria e tutti credono si sia recata lì per compiere l'estremo gesto, ma Sara, per una sorta di sesto senso, sente che la sorella sarebbe ancora viva. All'interno della foresta per Sara riaffioreranno vecchi incubi e inizieranno a presentarsi delle visioni spaventose di spiriti e creature demoniache che si nascondono all'interno della vegetazione. Obiettivamente non metto in dubbio che, per qualche motivo, la foresta di Aokigahara sia un luogo pieno di fascino che si presti particolarmente bene per film che possono spaziare senza problemi dal drammatico all'horror, come è stato fatto nei due casi già citati. Peccato che, e non penso sia un caso, nessuno dei due film citati sia stato in grado di convincermi, o quanto meno di sfruttare una location che, per bellezza del paesaggio e per le motivazioni già dette potrebbe offrire buone idee per buone sceneggiature.
Per quanto riguarda "Jukai - La foresta dei suicidi" ci troviamo davanti ad un film che non sembra avere le idee ben chiare su dove voglia andare a parare se non quella di non discostarsi nemmeno un po' da una concezione di horror convenzionale che non riesce a dare nulla di nuovo o di veramente interessante agli appassionati del genere. Insomma il regista Jason Zada decide di dirigere un film in cui ha a disposizione un'ambientazione dal potenziale enorme infestata da yurei, fantasmi di persone morte all'interno della foresta, senza mai sfruttarne le visibili potenzialità e riempiendo la narrazione di stratagemmi visti e rivisti in qualsiasi altro film horror di livello medio-basso. Sarebbe potuta rimanere la soddisfazione principalmente maschile di vedere in scena due Natalie Dormer al prezzo di una... e invece no, perchè le due gemelle non sono in scena assieme praticamente mai!

Voto: 5

lunedì 30 ottobre 2017

TRENT'ANNI DI... RoboCop di Paul Verhoeven (1987)


Interrompo momentaneamente la programmazione dei film per Halloween per partecipare alle celebrazioni per il trentennale dell'uscita in Italia di "Robocop", cui sono stato invitato da Cassidy de "La bara volante" e alle quali parteciperanno anche altri blogger della blogosfera che verranno debitamente citati in questi due giorni. Le celebrazioni ufficiali saranno domani, ma c'è un piccolo contenzioso sulla vera uscita italiana del film: Wikipedia dice chiaramente il 30 Ottobre 1987, fonti più autorevoli come i partecipanti alla rassegna dicono che invece fu il 31 Ottobre e siccome io non ero nato mi tocca fidarmi pure di qualcuno. Siccome però le mie esigenze di programmazione vogliano la giornata di domani come necessaria per la piccola rassegna che sto portando avanti, non me ne vogliano gli altri partecipanti, ho deciso di anticipare il tutto ad oggi.


USA 1987
Titolo Originale: RoboCop
Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Edward Neumeier, Michael Miner
Cast: Peter Weller, Nancy Allen, Dan O'Herlihy, Ronny Cox, Miguel Ferrer, Felton Perry, Robert DoQui, Kurtwood Smith, Ray Wise, Jesse D. Goins, Paul McCrane, Calvin Jung, Freddie Hice, Lee De Broux, Mark Cartlon, Stephen Berrier, Sage Parker, Kevin Page, Michael Gregory, Yolonda Williams, Edward Edwards, Mario Machado, Leeza Gibbons, Angie Bolling, Jason Levine, Rick Lieberman, S.D. Nemeth, Jerry Haynes, Mike Moroff, Jo Livingstone, Marjorie Rynearson, Bill Shockley, Del Zamora, Neil Summers, Joan Pickle, Diane Robin, Adrianne Sachs, Paul Verhoeven
Durata: 102 minuti
Genere: Fantascienza, Azione, Thriller

Per quanto riguarda "Robocop", ho dei ricordi di visioni in anni addietro parecchio nitidi: sicuramente ho visto più e più volte questo primo capitolo di cui vi parlerò oggi, sicuramente ho visto entrambi i seguiti di cui ho meno ricordi, sicuramente ho giocato ad un non bellissimo videogioco per la Super Nintendo a metà degli anni '90, così come, sicuramente, c'è pure stato un periodo della mia vita in cui, assieme ai miei genitori, non ci perdevamo un episodio che fosse uno dell'omonima serie TV tratta da questo film. Serie TV che, tra l'altro, non è che fosse particolarmente geniale, nè e risultava praticamente come una pallida imitazione, molto meno violenta e con giusto qualche contenuto in meno, rispetto al film da cui era tratta: insomma, era una serie TV per ragazzi che avrebbe potuto tranquillamente fare concorrenza ad una delle serie che vanno attualmente in onda sul canale americano "The CW".
La storia di "Robocop" bene o male immagino la conoscano anche i sassi, le mosche e i muri ma tanto vale darne una rinfrescata: in una Detroit futuristica e totalmente in ostaggio della criminalità, la Omni Consumer Product sta progettando di cancellare la "vecchia Detroit" eliminando la criminalità per costruire una nuova città totalmente libera da qualsiasi tipo di attività criminale. Per questo progetta anche potenti robot di pattuglia per facilitare il lavoro della polizia. Quando l'agente Alex Murphy, interpretato da Peter Weller, cade vittima di una banda di criminali venendo brutalmente ucciso, il suo corpo viene ricostruito di parti meccaniche rivestite in ferro e titanio e il suo cervello inserito in un software in grado di dare vita a RoboCop, che deve seguire tre leggi inviolabili per mantenere l'ordine nella città e una quarta legge nascosta all'interno del codice di cui non si sa nulla. Presto però i ricordi di Murphy cominceranno a riaffiorare e la sua diventerà una missione di vendetta verso coloro che gli hanno tolto la vita.
Ho rivisto il film di recente per poter arrivare preparato a questa piccola celebrazione e devo dire che, in qualche modo, i miei ricordi delle varie visioni concesse a questo film, non è che fossero così vividi, dato che ricordavo la pellicola come molto più trash. Nei miei ricordi c'era tantissima azione, tantissime sparatorie, ma in realtà pochissima ciccia, che rendevano sì il film piacevole, ma non come poi si è rivelato al momento del rewatch. Certo, non è che "RoboCop" sia invecchiato benissimo, i segni del tempo ce li ha ancora, ma durante la visione di qualche giorno fa sono emersi elementi che decisamente non ricordavo e che mi hanno sorpreso in positivo: innanzitutto il film è estremamente violento e spietato e le varie sparatorie presenti nella pellicola sono rese in maniera estrema, con arti che saltano e sangue che scorre a fiumi. In secondo luogo è forte nel film di Verhoeven una forte critica sociale in cui RoboCop assume, soprattutto nelle fasi iniziali, quasi le vesti del giustiziere, che uccide qualsiasi criminale proteggendo la città incarnando in qualche modo un esempio sbagliato del modo di concepire la giustizia.
Insomma, mi ricordavo un film piacevolmente trash, mi sono ritrovato, con grande sorpresa, davanti ad un lavoro con un'identità ben precisa e buonissimo per l'epoca in cui è uscito nei cinema.

Voto: 7+

Ci hanno raccontato la loro su questo film anche i seguenti blog

IPMP con la locandina italiana dell'epoca
Fumetti Etruschi ci regala la novelization a fumetti del primo film e tutti i fumetti di Robocop!
Non perdetevi il pezzo speciale del Zinefilo.
Per concludere, passate a trovare anche il Robo Cumbrugliume!

venerdì 27 ottobre 2017

MOVIES FOR HALLOWEEN 2017 - Il gioco di Gerald di Mike Flanagan (2017)

Come ogni anno comincia la preparazione ai film per Halloween, quella festa in cui i rompicoglioni si lamentano del fatto che non è una festa italiana e quindi non la sentono loro e preferiscono festeggiare il giorno di Ognissanti e in cui ad altra gente piace mascherarsi e andare a ballare in discoteca. Nonostante la seconda alternativa non mi piaccia particolarmente la preferisco decisamente alla prima, ma per me Halloween sono i film horror e, come ogni anno, su questo blog, ci sarà una piccola rassegna in cui parlare di qualche titolo. Nella fattispecie quest'anno saranno tre, del primo parlerò oggi, del secondo Martedì - lascio un buchetto Lunedì per una piccola chicca a cui sono stato invitato a partecipare - e del terzo Mercoledì, che poi dato che pubblico all'una di notte non sarei nemmeno troppo fuori tempo massimo.


USA 2017
Titolo Originale: Gerald's Game
Regia: Mike Flanagan
Sceneggiatura: Jeff Howard, Mike Flanagan
Cast: Carla Gugino, Bruce Greenwood, Carel Struycken, Henry Thomas, Kate Siegel, Chiara Aurelia
Durata: 103 minuti
Genere: Thriller, Horror


Ho detto già un sacco di volte, ma penso proprio tante tante, che non sono un fan di Stephen King, autore riuscito a non farmi finire nemmeno uno dei suoi libri che avevo tentato di iniziare, tranne Shining che ho particolarmente odiato. Ho sempre però, più o meno, apprezzato i film tratti dai suoi romanzi, vedi ad esempio "Carrie - Lo sguardo di Satana", lo stesso "Shining" di Stanley Kubrick o anche "1408" e "Il miglio verde". Negli ultimi tempi però mi sono un po' venuti a noia anche i film tratti dai suoi romanzi, colpa forse la qualità troppo bassa e, per dirne uno su tutti, "La Torre Nera" stato qualcosa di quasi ignobile e non per questioni di fedeltà al romanzo che non ho mai letto, quanto più che altro perchè trattasi proprio di un film davvero bruttino. Ad innalzare un po' il trend di questi ultimi tempi ci ha pensato "Il gioco di Gerald", diretto da Mike Flanagan - regista che tra l'altro apprezzo abbastanza - e prodotto e pubblicato da Netflix.
In realtà più che davanti ad un horror ci troviamo ad un thriller psicologico il cui spunto di partenza è in realtà abbastanza semplice: una coppia si reca per un weekend in una casa isolata e, per scacciare le ombre della crisi sul loro matrimonio, decidono di fare un particolare gioco erotico. La moglie accetta e si fa legare al letto, ma la cosa non sembra piacerle e, in preda al panico colpisce il marito che, poco dopo, gli prende un coccolone e muore sul pavimento, lasciando la moglie legata e senza alcuna possibilità di liberarsi. Da lì, per la donna, cominceranno una serie di incubi ad occhi aperti, che la faranno riflettere sulle scelte compiute durante tutta la vita, sul suo matrimonio e su tutto ciò che le potrebbe accadere ora che si trova in quella situazione totalmente sfavorevole.
Mike Flanagan con questo film riesce a colpire di nuovo, come fece qualche anno fa con "Oculus", riuscendo a dirigere un film che si muove sapientemente tra l'ambito dell'onirico e a rendere interessante una storia che alla fin fine si svolge quasi interamente nella testa della protagonista. A rendere però "Il gioco di Gerald" un'ottima trasposizione cinematografica sono le interpretazioni dei due protagonisti della vicenda, interpretati da una Carla Gugino che più invecchia e più diventa fascinosa e da un Bruce Greenwood decisamente in parte, che dà il suo meglio quando mette i panni del marito che, una volta morto, si presenta come immagine nella testa della protagonista. Funzionano pure in maniera clamorosa i dialoghi tra la protagonista Jessie e le immagini di se stessa o del marito che le si presentano davanti, che sono resi in maniera talmente credibile da far quasi dimenticare che ci si trova davanti a degli scherzi della mente e non davanti ad immagini reali.

Voto: 7,5

giovedì 26 ottobre 2017

WEEKEND AL CINEMA!

Siamo arrivati ad un nuovo Giovedì e come al solito in questo giorno si parla di uscite cinematografiche, che verranno commentate in base ai miei pregiudizi!


Thor: Ragnarok di Taika Waititi


Attendo questo film un po' come tutti i film del Marvel Cinematic Universe, ma questo forse un po' meno: non so cos'altro si possa dire riguardo la storia di Thor, anche se i potenziali sarebbero enormi, ma soprattutto sono rimasto un po' sfiduciato dalle recensioni non certo entusiaste arrivate dagli spettatori delle anteprime. Lo vedrò, non ci sono dubbi, ma non con le stesse aspettative che avevo con altri lavori della Marvel.

La mia aspettativa: 5,5/10


La forma della voce di Naoko Yamada

Mancava da tempo nei nostri cinema un film d'animazione giapponese e, anche se quest'anno non sono ancora riuscito a vedere "Your Name", cosa che mi ero ripromesso di fare, questo mi ispira davvero parecchio. Staremo a vedere cosa ne sarà venuto fuori.

La mia aspettativa: 7,5/10


La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi

I registi italiani ritornano a fare gialli e il trailer di questa pellicola promette tantissimo e sembra che il film si possa rivelare di altissima qualità. Curiosissimo di vedere Toni Servillo in questo ruolo penso per lui inedito, così come sono davvero curioso di vedere questa pellicola.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Manifesto: Film sulla bellezza dei manifesti artistici in cui Cate Blanchett interpreta 13 personaggi. Mi sono annoiato solo a leggere la trama.
My Name is Adil: Pellicola di formazione su un giovane marocchino. Penso troppo autoriale per i miei gusti.
Cure a domicilio: La provenienza del film porta con sè pregiudizio di noia e lentezza. Ed infatti per colpa del mio pregiudizio non lo guarderò.
Good Time: Uno di quei film che a vedere il trailer potrebbe essere una buona sorpresa, ma anche una gran perdita di tempo. Sono un po' combattuto, penso dunque che lo guarderò solamente in caso di mancanza di altro. E in questo periodo sarà parecchio difficile.
Terapia di coppia per amanti: Commedia italiana inutile della settimana.
Vampiretto: Film d'animazione per bambinetti inutile della settimana.
Vittoria e Abdul: Con questa pellicola mi sono annoiato solamente a guardarne il trailer, figuriamoci se dovessi vederlo per intero.

mercoledì 25 ottobre 2017

1993

1993
(serie TV)
Episodi: 8
Creatore: Stefano Accorsi
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Stefano Accorsi, Guido Caprino, Miriam Leone, Domenico Diele, Tea Falco, Laura Chiatti, Antonio Gerardi, Paolo Pierobon
Genere: Drammatico


Avevo parlato pochi giorni fa su questo blog di "1992", primo capitolo di una trilogia di serie TV andato in onda su Sky Atlantic due anni fa ideato da Stefano Accorsi per ciularsi Miriam Leone - prometto che su questo capitolo non ci torno anche in questa recensione -, ed ecco che finalmente si affronta anche il secondo capitolo della trilogia, quello ambientato nel 1993. Un secondo capitolo, sempre ideato da Stefano Accorsi manco a dirlo, nel quale ritornano i protagonisti del capitolo precedente senza new entry davvero rilevanti per l'economia della storia, cosa che, per una serie TV, è particolarmente rara a dire la verità. Un 1993 che ha visto, per il nostro paese, una serie di eventi storici e politici davvero rilevanti, con Silvio Berlusconi che prende definitivamente la decisione di scendere in campo e, come diceva Antonio Cornacchione, "l'ha fatto per noi!" e con un Maurizio Costanzo faceva il giornalista accusando la mafia in diretta televisiva - ed è stato pure vittima di un attentato, in una seconda stagione in cui i personaggi di fantasia che avevamo imparato a conoscere si muovono in un clima particolarmente teso e frizzante per la politica del nostro paese.
Per quanto questa "1993" mi abbia entusiasmato un po' di meno rispetto al capitolo precedente - sarà forse stato il fatto che vedendole di seguito non ho fatto in tempo a sviluppare l'attesa verso di essa e quindi me la sono goduta di meno - è innegabile il fatto che la qualità sia rimasta parecchio elevata, con i personaggi di fantasia che continuano ad essere particolarmente coinvolgenti, soprattutto un Leonardo Notte che si barcamena tra la sua vecchia appartenenza alla sinistra e il suo nuovo corso come consigliere di Berlusconi, un passaggio che tra l'altro dichiarano di aver fatto in molti in quegli anni, vedendo proprio in Silvio Berlusconi il politico giusto per guidare il paese, rinnegando il proprio passato di appartenenti alla sinistra, cosa tra l'altro che "politicamente" approvo dato che trovo una cosa idiotissima fossilizzarsi sul senso di appartenenza senza sviluppare le proprie idee, non fosse altro che Berlusconi alla fine non è che fosse proprio l'uomo giusto.
Interessantissimi poi sono come al solito i personaggi reali che vengono rappresentati nella serie: su tutti vincono a mani basse il Massimo D'Alema interpretato da Vinicio Marchioni e il Silvio Berlusconi interpretato da Paolo Pierobon, entrambi perfetti e bravi a non far diventare i propri personaggi delle macchiette forzate. Bene poi anche Domenico Diele, che qui con quella sua aria da maledetto non sempre dimostra la giusta verve nell'interpretare il suo ruolo, ma riesce comunque a dare al suo personaggio la giusta caratterizzazione. Meglio, molto meglio anche Tea Falco, della quale si capisce più di una parola quando è in scena: in "1992" doveva essere sempre scazzata e sono parecchio convinto che in molti non abbiano compreso a fondo la sua interpretazione - che comunque mangiarsi le parole e fare l'attrice è grave eh, potevi fare la scazzata anche facendoti capire -, qui invece mi è sembrata proprio migliorata di brutto. E poi benissimo anche Miriam Leone... ci sono da aggiungere dei motivi per giustificare questa affermazione?

Voto: 7,5

martedì 24 ottobre 2017

Moglie e marito di Simone Godano (2017)

Italia 2017
Titolo Originale: Moglie e marito
Regia: Simone Godano
Sceneggiatura: Carmen Danza, Giulia Steigerwalt
Cast: Kasia Smutniak, Pierfrancesco Favino, Valerio Aprea
Durata: 100 minuti
Genere: Commedia


Negli ultimi anni il cinema italiano ci sta provando, quanto meno, ad uscire dalla monotonia che stava caratterizzando i primi anni di questo decennio: sono usciti film validissimi diventati famosi nei confini nazionali anche soprattutto grazie al passaparola, abbiamo vinto un Oscar come miglior film straniero e i registi stanno cominciando da una parte ad esplorare nuovi generi, che in questo paese non si sono mai particolarmente esplorati, mentre dall'altra cercano di rinnovare quelli in cui da sempre siamo stati fortissimi, come ad esempio quelli della commedia e delle storie criminali che hanno insanguinato il nostro paese. "Moglie e marito" non è sicuramente un film di questo tipo: innanzitutto non esplora un genere poco visto nel nostro cinema, dato che si tratta, fondamentalmente, di una commedia romantica, in secondo luogo non lo fa nemmeno in maniera particolarmente originale dato che, una cosa del genere, prende ispirazione in maniera abbastanza chiara da "Quel pazzo Venerdì" in cui Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan vivevano l'una nel corpo dell'altra, interpretando una madre ed una figlia.
E' questo ciò che capita ad Andrea, medico che lavora da tempo ad una scoperta rivoluzionaria interpretato da Pierfrancesco Favino, e Sofia, conduttrice televisiva interpretata da Kasia Smutniak. I due sono sposati da anni e sono sull'orlo del divorzio quando Andrea, una sera, decide di chiedere alla moglie di aiutarlo con il suo esperimento: in seguito ad un blackout i due si ritroveranno l'uno nel corpo dell'altra e la cosa creerà una serie di equivoci e comportamenti particolarmente fuori luogo da parte dei due. Siamo dunque davanti ad uno stratagemma già visto e ad una commedia che non ha certo nella novità i suoi punti di forza, che a dirla tutta non sono nemmeno tanti. Non ha però nemmeno tanti punti di debolezza, ma semplicemente ci troviamo davanti ad un film di medio-basso livello che comunque alla visione risulta abbastanza carino caruccio da non annoiare mai, ma non abbastanza da farsi ricordare per i giorni a venire.
Saranno forse nell'accoppiata Favino-Smutniak i punti di forza del film, una coppia che sulla scena dimostra un certo affiatamento, riuscendo a gestire bene le situazioni comiche che si vengono a creare nel corso della pellicola, che è sì divertente e offre un'interessante riflessione sui rapporti di coppia e sul mettersi nei panni dell'altra persona - qui proprio letteralmente -, riflessione che però non riesce mai a colpire a fondo e forse qui stanno i motivi per cui il film non si farà certo ricordare. Però una visioncina spensierata e senza particolare impegno se la potrebbe meritare da parte di chiunque in fondo.

Voto: 6

sabato 21 ottobre 2017

Blogger Recognition Award

Sono qui con immenso piacere a scrivere questo post in cui ricevo un premio da un altro blogger della blogosfera, nello specifico da Cassidy Plissken del blog "La bara volante" - e che blog signori! -, un premio che consiste in una delle tante catene di internet e che per questo motivo ha delle regole da rispettare, che sono le seguenti:

  1. Ringraziare il blogger da cui si è stati nominati e linkare il suo blog
  2. Raccontare la nascita del proprio blog
  3. Dare qualche nuovo consiglio ai nuovi blogger emergenti
  4. Commentare il blog di chi ti ha nominato linkando il tuo articolo di ringraziamento
  5. Nominare a tua volta quindici (15) blogger che ritieni meritevoli

RINGRAZIAMENTI
Per il punto uno direi che qualcosina ho già detto. Oltre a ringraziare però il blogger - ripeto che è Cassidy de "La bara volante" - in questione per la nomina, lo ringrazio per le sue recensioni, che sono dei veri e propri consigli cinematografici che spaziano senza alcun problema tra tutti i generi e tra tutte le epoche, utili anche e soprattutto per quelle persone - come me - con qualche anno in meno - anche se non troppi però! -.


LA NASCITA DEL MIO BLOG
Eh... In realtà ci pensavo da un po', vedevo una buona quantità di film, ma senza scriverci sopra qualcosa mi sembrava di perderli. La folgorazione è avvenuta guardando il primissimo episodio di "Glee" - che ho recuperato con un paio di anni di ritardo - in cui c'è il famosissimo pezzo "Don't Stop Believing" e da lì nasce il titolo del blog: tra quella canzone e la canzone originale dei Journey, CAZZO!, "Non c'è Paragone"! Doveva nascere come un blog di serie TV e musica, poi la musica l'ho un po' accantonata e ci ho messo su un sacco di film e di serie TV, tutto qua.


CONSIGLI PER BLOGGER EMERGENTI
Penso di essere la persona meno adatta per dare consigli, ancora non ho capito bene come gestire il mio di blog, se non scrivendo e magari cercando sempre il più possibile di inventarsi qualcosa di nuovo. Mantenere un format fisso alla lunga potrebbe stufare, quindi cercate sempre il modo di rinnovarvi. Non tanto per chi vi legge, ma soprattutto per voi e per evitare che la cosa che state facendo, che è bellissima e divertente, diventi noiosa e pesante.


15 BLOGGER EMERGENTI

Non sono tutti emergenti, alcuni di quelli citati sono già emersi da molto, però mi sembra giusto menzionarli!

Stories Books & Movies
La collezionista di biglietti
Il cumbrugliume
Pietro Saba World
In Central Perk
Combinazione casuale
Il bollalmanacco di cinema
Mari's Red Room
Il buio in sala
Cuore di celluloide
Markx
Viaggiando (meno)
Solaris
Pensieri cannibali
White Russian


venerdì 20 ottobre 2017

Saw VI - Credi in lui di Kevin Greutert (2009)


USA 2009
Titolo Originale: Saw VI
Regia: Kevin Greutert
Sceneggiatura: Patrick Melton, Marcus Dunstan
Cast: Tobin Bell, Costas Mandylor, Mark Rolston, Betsy Russell, Shawnee Smith, Peter Outerbridge, Athena Karkanis, Samantha Lemole, Tanedra Howard, Marty Moreau, Gerry Mendicino, Shawn Ahmed, Janelle Hutchinson, Caroline Cave, George Newbern, Shauna MacDonald, Devon Bostick, Darius McCrary, Shawn Mathieson, Melanie Scrofano, Karen Cliche, James Gilbert, Larissa Gomes, Billy Otis, James Van Patten, Elle Downs, Mpho Koaho, Scott Patterson, Mike Butters, Joris Jarsky, Angus Macfadyen, Bahar Soomekh, Niamh Wilson, Jeff Pustil, Oren Koules, Leigh Whannell
Durata: 92 minuti
Genere: Horror


Siamo quasi giunti alla fine di questo speciale sulla saga di "Saw" che ha accompagnato voi lettori di questo blog in queste ultime settimane e che, arriva oggi, al terzultimo episodio - il penultimo sarà presumibilmente nel corso della prossima settimana, mentre l'ultimo sicuramente dopo il 31 Ottobre, giorno in cui nei cinema italiani uscirà "Saw: Legacy", anche se ancora non so bene quando riuscirò a vederlo, potrebbero anche passare dei mesi - che rappresenta quello che per me è il peggior film dell'intera eptalogia che diventerà tra poco una octalogia. Non che ci passi molto rispetto ai due capitoli precedenti, che portavano avanti una storia che si sarebbe probabilmente dovuta concludere in maniera più che giusta con il terzo capitolo, ma questo ha come unica freccia al suo arco la velocità della narrazione che implica il fatto che la visione, in qualche modo, scorra via senza particolari problemi. Ma per il resto rappresenta quanto di peggio la saga abbia avuto da offrirci, senza la benchè minima traccia di qualcosina - non dico cose enormi, ma almeno qualcosina - di nuovo e senza che dunque, lo spettatore, riesca a comprendere bene quale sia il motivo per dare credito a questa pellicola.
"Saw VI - Credi in lui" riparte esattamente dove ci eravamo lasciati con l'episodio precedente: il detective Strahm è morto e Hoffman è sempre più braccato dalla polizia. Appena prima di essere catturato fa in tempo a far partire il suo ultimo piano, quello che vede come vittima William Easton, che tempo prima si era rifiutato di concedere a Jigsaw di partecipare ad un ciclo di cure sperimentali, dover superare quattro prove all'interno di uno zoo per poter rivedere la sua famiglia. Al termine di ogni prova una delle quattro bombe collegate alle sue gambe si disinnescherà e il tutto si tradurrà in qualche modo nella solita, nemmeno particolarmente originale, fiera della tortura. Non che arrivati al sesto capitolo di una saga che ha basato il suo successo su questo ci aspettassimo altro, ma effettivamente si vede come le idee, per lo meno per quel che riguarda la realizzazione di questa pellicola, fossero finite, anche se il settimo capitolo poi rappresenterà, almeno secondo la mia opinione, un leggerissimo passo in avanti.
Il tentativo da parte degli sceneggiatori di tirare le fila riguardanti la vicenda di Jigsaw non va dunque in porto ed è il coinvolgimento dello spettatore davanti a questa pellicola a risentirne principalmente: il tutto avviene in maniera così veloce che è chiaro che non ci si annoi particolarmente, ma non si fa nemmeno in tempo ad appassionarsi alla vicenda, a prendere fiato per riflettere su questo o su quel personaggio, che qui viene irrimediabilmente appiattito, così come appiattito è il protagonista principale di tutti i film, lo stesso Jigsaw nei flashback che lo vedono di nuovo in scena. Hoffman, praticamente il nuovo protagonista di questa seconda trilogia, non ha mai saputo reggere lo schermo come il suo predecessore e in questo sesto capitolo dimostra quanto, forse, sarebbe stato davvero il caso di fermarsi con la morte del protagonista della saga, che rimane nei flashback una delle poche cose buona di questa seconda trilogia.

Voto: 4

giovedì 19 ottobre 2017

WEEKEND AL CINEMA!

Eccola qua la rubrica delle uscite della settimana, una settimana che, finalmente, ritorna ad essere davvero interessante, con tre film da mettere in risalto facili da scegliere ed altri che potrebbero riservare delle grandi sorprese. Vediamoli come al solito tutti commentati in base ai miei pregiudizi!


Brutti e cattivi di Cosimo Gomez

Il cinema italiano prova a spostarsi su altri generi come aveva fatto benissimo lo scorso anno con "Lo chiamavano Jeeg Robot" e con "Veloce come il vento". In questa commedia action ci sono pure Claudio Santamaria e la rivelazione di "Gomorra - La serie" Marco D'Amore, motivo per cui c'è da ben sperare. Il trailer poi sembra promettere grosse e sincere risate.

La mia aspettativa: 7/10


It di Andres Muschietti


Innanzitutto partiamo da una premessa: non ho mai visto il film per la TV degli anni '90 e da come ne parlano anche i fan del romanzo me ne guardo bene dal farlo, ma soprattutto non ho mai letto il romanzo di Stephen King da cui il film è tratto per via dei miei soliti problemi con l'autore. Eppure sto film, dal trailer e dalle recensioni che arrivano da oltre oceano, sembra essere una vera e propria bomba, in grado di soddisfare anche i fan del romanzo. Per ovvie ragioni a me della fedeltà non me ne frega nulla, ma spero vivamente di trovarmi davanti ad un grande horror. E sarebbe anche ora!

La mia aspettativa: 8/10


La battaglia del sessi di Jonathan Dayton, Valerie Faris

Emma Stone e Steve Carell, adattamento cinematografico della storica partita di tennis avvenuta tra il tennista Bobby Riggs e la tennista Billy Jean King. Sono sempre stato convinto che il tennis sia uno sport molto cinematografico - nonostante i non molti esempi rispetto a calcio e football americano - e questa storia, anche particolarmente importante per motivi extra sportivi, potrebbe rivelarsi davvero interessante da vedere al cinema!

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Monster Family: Della bambinata della settimana in arrivo dalla Germania mi sa che ne faccio tranquillamente a meno.
Nemesi: Ho visto il trailer di questo film giusto un paio di giorni fa e devo dire che potrebbe, quanto meno, riservarmi delle piacevoli sorprese.
Ritorno in Borgogna: Nella locandina di questo film si vedono tre persone annusare del vino. Io preferisco la birra.
Una donna fantastica: Questa pellicola internazionale mi sa di pesantezza, quindi visto che nelle sale vicino a casa mia difficilmente la proietteranno, direi che non mi sforzerò più di tanto per guardarla.
Veleni: Film drammatico italiano che lascerò a chi ha più voglia di me di impegnarsi.
Vita da giungla: alla ricossa! - Il film: L'altra bambinata della settimana la lascio alla popolazione italiana sotto i dieci anni. Non sia mai che gli tolga posti nelle sale eh!

mercoledì 18 ottobre 2017

Homeland - Stagione 6

Homeland
(serie TV, stagione 6)
Episodi: 12
Creatore: Howard Gordon, Alex Gansa
Rete Americana: Showtime
Rete Italiana: FOX
Cast: Claire Danes, Diego Klattenhoff, Mandy Patinkin, Rupert Friend, Sarita Choudhury, F. Murray Abraham, Elizabeth Marvel
Genere: Drammatico, Thriller


Non posso propriamente considerarmi uno spettatore di "Homeland" della prima ora, ma quasi: recuperai la prima stagione un paio di mesi dopo la sua uscita e da allora ho sempre cercato di seguirla rimanendo in pari, almeno fino alla quinta stagione, dove poi la mancanza di tempo e anche un po' il calo di entusiasmo verso la serie - complice soprattutto la dipartita di Nicholas Brody interpretato da Damian Lewis - hanno preso il sopravvento senza però compromettere mai il disgusto che trovo nel vedere questa serie. Certo, non è che "Homeland" sia una serie piacevole da seguire nel vero senso della parola, anzi, essendo motivo principale del suo successo l'estremo realismo con cui narra vicende ogni anno sempre più attuali ed essendo buona parte dei personaggi e degli eventi decisamente disgustosi, non si può dire che "Homeland" sia una serie piacevole. Eppure rimane, ad oggi, una grande serie proprio per i motivi sopra citati.
Con questa sesta stagione, che io ho recuperato parallelamente alla messa in onda in Italia, si cerca di alzare vertiginosamente il tiro: innanzitutto c'è da dire che gli autori hanno un po' azzardato con la decisione di mettere un presidente degli Stati Uniti donna e dato che la serie è andata in onda a partire da Gennaio - mentre è ambientata nel periodo che va tra le elezioni e l'effettivo insediamento - il tutto sembra un po' stonare. La presidentessa eletta Elizabeth Keane, interpretata da Elizabeth Marvel, però è un osso duro e non sembra essere un personaggio vicino a quelli che sono stati i candidati dello scorso anno: innanzitutto, pur non intendendomene particolarmente di politica americana, appare ben lontana dall'essere trumpiana, così come non mi è sembrata nemmeno particolarmente vicina ad Hillary Clinton come personaggio, ma semplicemente una presidentessa con un'identità ben precisa che appare non volersi avvicinare a nessuno dei due candidati reali ed anzi sembra prendere pregi e difetti di entrambi.
Un'altra cosa che ho particolarmente apprezzato di questa sesta stagione sta nel fatto che l'azione ritorna ad essere quasi interamente ambientata all'interno dei confini statunitensi, con una trama che mette in luce complotti interni alla stessa CIA atti a far cadere, ancora prima del suo inizio, la presidenza della Keane, vista come un personaggio troppo scomodo e inviso ad alcune frange dei servizi segreti americani - ad un personaggio in particolare che si scoprirà nel corso di questa stagione -. Interessantissima è poi l'evoluzione del rapporto che si è formato tra Peter Quinn, interpretato da Rupert Friend, e la protagonista Carrie interpretata dalla solita Claire Danes, che dopo gli eventi del finale della scorsa stagione va verso uno svolgimento sì abbastanza telefonato, ma comunque reso in maniera egregia da attori e sceneggiatori.
Insomma, dopo ben sei anni "Homeland" è una serie che si mantiene su buoni livelli: avrà perso alcuni personaggi interessantissimi e anche un po' di fascino, ma rimane per me un appuntamento praticamente imperdibile nel corso di un'annata.

Voto: 7+

martedì 17 ottobre 2017

Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (2017)

USA 2017
Titolo Originale: Blade Runner 2049
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
Cast: Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto, Robin Wright, Mackenzie Davis, Carla Juri, Lennie James, Dave Bautista, Barkhad Abdi, David Dastmalchian, Hiam Abbass, Wood Harris, Edward James Olmos
Durata: 163 minuti
Genere: Fantascienza


Sarà riuscito Denis Villeneuve a colpire il pubblico italiano per ben due volte nello stesso anno? Sì perchè, cosa molto rara per i grandi registi, a inizio 2017 era uscito quel gran film di "Arrival" - che in realtà è stato però prodotto nel 2016 e portato nel nostro paese in ritardo per cavalcare l'onda delle nomination agli Oscar - ed ora esce uno dei film più attesi dai fan dei film di fantascienza, soprattutto da quelli che, all'epoca o dopo una visione in tempi più recenti, hanno apprezzato il "Blade Runner" di Ridley Scott, di cui anche io ho parlato ieri su questi schermi. A quanto pare, viste le recensioni che hanno preceduto l'uscita del film in Italia, Denis Villeneuve ci è riuscito ancora e io, che ho dovuto aspettare ben dieci giorni prima di riuscire a vedere "Blade Runner 2049", ho passato questo lasso di tempo a rosicchiarmi i gomiti cercando di evitare spoiler e cercando anche di non caricarmi di troppe aspettative.
Aspettative che, non lo nego, si erano comunque irrimediabilmente alzate e sono state, al termine della lunghissima visione della scorsa Domenica pomeriggio, quasi interamente ripagate. Ci troviamo come dice lo stesso titolo nel 2049, trent'anni dopo gli eventi narrati nel primo film, con la storia che ci veniva vagamente anticipata dai tre corti promozionali girati per presentare due personaggi importanti per l'economia di questo film, ambientati nel 2036 - quello dedicato al Niander Wallace interpretato da Jared Leto -, nel 2048 - quello dedicato a Sapper Morton interpretato da Dave Bautista - e nel 2022. Tre corti che hanno contribuito, nelle settimane precedenti all'uscita del film, a farmi salire ancora di più l'acquolina in bocca e costringendomi a scalpitare di brutto per l'attesa di questo sequel, sicuramente non necessario per la storia del cinema, ma quanto meno ben gestito rispetto ad altri sequel che sono sembrati arrivare fuori tempo massimo, vedi ad esempio il fatto di affidarlo ad uno dei registi più importanti del nostro tempo.
Con "Blade Runner 2049" per quel che mi riguarda non viene nemmeno spontaneo il paragone con il film originale del 1982: è chiaro che siamo davanti ad un sequel la cui ambientazione ci vuole riportare, nonostante il futuro ancora più lontano, a quelle dell'originale, ma questo sequel dimostra in ogni minuto di avere una propria identità, di non poter esistere se non come sequel di "Blade Runner", ma dimostrando di volerne assumere la stessa dignità e la stessa importanza cinematografica. Insomma, se "Blade Runner" è stata un'opera scottiana in tutto e per tutto, qui la mano di Denis Villeneuve si vede dall'inizio alla fine, con una trama parecchio intricata che si muove sapientemente sullo stesso piano narrativo riuscendo però a non mettere in contatto tra di loro tutti i personaggi che partecipano alla vicenda. Innegabile anche che il film si muova su ritmi piuttosto rallentati ed è proprio questo, se proprio glielo dobbiamo trovare, il difetto che ha questo seguito: vuole sì vivere di dignità propria rispetto al predecessore, ma per quel che riguarda la gestione del ritmo ne rimane piuttosto fedele. In realtà la cosa ci sta se vista nell'ottica del realizzare un film dello stesso filone, ma per quel che riguarda la mia opinione ha mantenuto quello che è il difetto più evidente del film che lo ha preceduto, ma poco ci importa a dire la verità.
Per quanto poi la storia abbia un inizio e una fine ben delineati - con tanto di rientro dell'agente Deckard interpretato da Harrison Ford - a fine film ho avuto quasi una sensazione di incompletezza, un po' come se i progetti per questa pellicola non si sarebbero dovuti risolvere solo con questo film, ma con un'eventuale ulteriore seguito. I personaggi nuovi funzionano che è una meraviglia e adesso voglio vedere chi ha il coraggio di criticare l'inespressività di Ryan Gosling, dato che qui il suo personaggio doveva trasmettere il minor numero possibile di emozioni. Bene anche Ana de Armas, sensualissima e meravigliosa come ologramma, e Mackenzie Davis, mentre forse un qualcosina in più mi sarei aspettato da Jared Leto, che non si vede poi così tanto in scena e che è la causa principale della sensazione di incompletezza che ho avuto al termine della visione. Poi è anche praticamente impossibile criticare Villeneuve dal punto di vista registico: se questo "Blade Runner 2049" è passato dall'essere un seguito non necessario all'essere uno dei lavori di fantascienza "classica" più interessanti di questo 2017 è anche merito suo perchè il comparto tecnico della pellicola è qualcosa di veramente grandioso, così come lo è la colonna sonora composta da Hans Zimmer.
Insomma, ciò che probabilmente in pochi si sarebbero aspettati è capitato: "Blade Runner 2049" è un gran bel film... averne di sequel girati trentacinque anni dopo l'originale fatti così.

Voto: 8

lunedì 16 ottobre 2017

Blade Runner di Ridley Scott (1982)

USA 1982
Titolo Originale: Blade Runner
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Hampton Fancher, David Webb Peoples
Cast: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Daryl Hannah, Brion James, Joanna Cassidy, Edward James Olmos, M. Emmet Walsh, Joe Turkel, William Sanderson, Morgan Paull, James Hong, Hy Pyke, Ben Astar
Durata: 117 minuti
Genere: Fantascienza


In quante persone hanno fatto il rewatch di "Blade Runner" in occasione dell'uscita del seguito avvenuta la settimana scorsa diretto da Denis Villeneuve? E in quanti questo "Blade Runner" non lo avevano mai visto - oh, non c'è nulla di male, a chiunque mancano film considerati imprescindibili dalla moltitudine - e, attratti dai trailer del seguito che veniva mandato nei cinema, un trailer spettacolare tra l'altro, hanno deciso di gustarselo per la prima volta, magari rimanendone anche un po' delusi - negli ultimi giorni ho sentito cose riguardo a "Blade Runner"... non vado avanti perchè sarebbe troppo banale - per il suo ritmo particolarmente lento? Ebbene io non potevo esimermi dal rewatch, il film lo avevo visto nel periodo delle superiori, ma non ne avevo colto appieno la potenza cinematografica, d'altronde tra la terza media e la prima superiore ero quello che si comprava il DVD di "Scary Movie 3" e grandi classici come questo non sempre li accoglievo benissimo nella mia testa.
Parlare della trama del "Blade Runner" di Ridley Scott è inutile, bene o male la conoscono anche sassi e fermenti lattici. E' quindi necessario parlare di altro, magari del perchè questo film sia diventato un cult per moltissimi spettatori tanto da spingere i produttori di Hollywood a girarne un sequel con ben trentacinque anni di ritardo. Adattamento del romanzo di Philip K. Dick - uno che di romanzi cult ne ha scritti proprio pochi - "Il cacciatore di androidi" altrimenti chiamato "Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?", il "Blade Runner" di Ridley Scott fu accolto dalla critica in maniera parecchio discordante: alcuni rimasero insoddisfatti dal ritmo - e qui ci torneremo -, mentre altri elogiarono la complessità tematica, che deve molto all'introduzione della figura dei replicanti, delle vere e proprie copie organiche dell'uomo in grado di autodeterminarsi e di avere, in qualche modo, una vera e propria coscienza.
Il lavoro di "Ridley Scott" sta a metà tra due generi che normalmente non accosteremmo: il noir e la fantascienza. Della fantascienza ovviamente non c'è troppo da dire, l'ambientazione futuristica, tra l'altro in un futuro a noi molto vicino - il 2019 - in cui sembra quasi di vivere in una società distopica, con la decadenza delle costruzioni e degli esseri umani a farla da padrone. Del noir invece prende il ritmo, che forse era all'epoca ed oggi ancora di più, il difetto più grande del film. E' chiaro che solitamente sia favorevole a quelle pellicole che sanno prendersi i loro tempi e in questo Ridley Scott era davvero un maestro, ma visto oggi, questo film potrebbe sembrare - e concordo parzialmente con chi dice che lo è - parecchio faticoso: "Blade Runner" non è per nulla un film semplice e il ritmo che non decolla praticamente mai non facilita per nulla le cose.
Eppure se lasciassimo perdere per un attimo la questione del ritmo noteremmo che di "Blade Runner" non dovrebbe rimanere solo quel monologo finale recitato da Rutger Hauer - altra cosa della storia del cinema conosciuta anche dagli alberi -, ma anche l'idea che stava alla base di questo film, ovvero quella di girare un blockbuster, con non molte pretese a livello di contenuti, ma soprattutto per quanto riguarda l'intrattenimento. Il film però ha ottenuto l'effetto opposto: un mezzo flop al botteghino, due riedizioni che addirittura ne ribaltano il finale, ma soprattutto la presenza di contenuti che non sono per nulla banali, come la formazione di un'autocoscienza e la conservazione delle memorie degli eventi passati. Insomma, il desiderio, di questi replicanti in tutto e per tutto uguali agli uomini, ma riconoscibili con poche semplici domande, di vivere.

venerdì 13 ottobre 2017

Barry Seal - Una storia americana di Doug Liman (2017)

USA 2017
Titolo Originale: American Made
Regia: Doug Liman
Sceneggiatura: Gary Spinelli
Cast: Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright, Caleb Landry Jones, Jesse Plemons, Lola Kirke, Alejandro Edda, Jayma Mays, Connor Trinneer
Durata: 115 minuti
Genere: Azione, Commedia, Biografico


Soprattutto negli ultimi anni, causa l'enorme successo delle prime due stagioni della serie Netflix "Narcos", tra le cose che tirano di più l'essere umano il personaggio di Pablo Escobar - che altrimenti sarebbe da condannare -, ha superato i film di zombie e poi anche il fantomatico pelo di figa e il carro di buoi. Sì perchè ora se vuoi avere successo - o per lo meno una buona risposta di pubblico - basta prendere una storia e collegarla a Pablo Escobar e vedi che la gente i cinema li riempie: ci ha provato Netflix stessa portando sul suo servizio di streaming la serie colombiana "Pablo Escobar: el patron del mal" - che viste le critiche al livello di recitazione mi sono ben guardato dal dargli un'opportunità -, poi ci ha provato anche il regista Andrea Di Stefano con il film "Escobar" e anche recentemente a Venezia ci hanno provato con un film sulla vita del trafficante recitato tutto interamente in inglese.
Potevano dunque, viste le premesse e la storia dell'aviatore Barry Seal, qui interpretato da Tom Cruise, corriere della droga per conto dello stesso Escobar e spia infiltrata dalla CIA, utile anche al traffico d'armi appoggiato dagli Stati Uniti, esimersi dal pubblicizzare questa sua relazione con il più grande trafficante di droga della storia colombiana e sicuramente il più famoso al mondo? Ovvio che non avrebbero mai potuto, anche perchè alla fin fine tale pubblicità non è poi tanto ingannevole dato che il rapporto tra i due personaggi non è una parte ridicola della pellicola, ma una delle sue più importanti. Resta dunque da capire se, viste le premesse, il film mi possa o meno essere piaciuto: posto che non sono un grandissimo fan dei film d'azione, così come non sono particolarmente fan nè di Tom Cruise nè delle pellicole in cui i protagonisti sono dei simpaticoni che ci provano in tutti modi a provocare una risata, anche se amara, nel pubblico. Ecco, io con i simpaticoni a tutti i costi, soprattutto nei film, non ce la faccio proprio, eppure, in qualche modo, questo film non mi è dispiaciuto.
Sia chiaro che non ci troviamo davanti ad un film dal grande impegno sociale e nemmeno davanti ad un biopic particolarmente convenzionale, quanto più che altro ad un film action che viene trattato con un tono da commedia: il protagonista è un gran simpaticone e a me non è che stia tanto simpatico, ma alla fine le sue quasi due ore di durata scorrono via bene senza alcun problema e dunque, contro ogni pronostico, la visione non mi è pesata particolarmente. La colonna sonora funziona anch'essa particolarmente bene, ma la natura del personaggio, che non era poi particolarmente onesto conducendo, nella sua vita, un triplo gioco pericolosissimo che lo porterà poi ad essere ucciso dal cartello di Medellin, rende la storia talvolta parecchio intricata e complessa da seguire.

Voto: 6

giovedì 12 ottobre 2017

WEEKEND AL CINEMA!

Una nuova carrellata di uscite cinematografiche ci attende in questo Giovedì e io, sinceramente, non so nemmeno quale film scegliere da mettere in particolare evidenza in questa rubrica, dato che delle nove uscite nelle sale di questa settimana non me ne interessa forse forse solo una in maniera seria. Vediamo che cosa saremo in grado di fare e quali pregiudizi saranno esplicitati in questa utilissima rubrica!


LEGO Ninjago - Il film di Charlie Bean


Dopo aver apprezzato parecchio "LEGO Batman - Il film" - unico film d'animazione di questa annata, tra l'altro - eccoci dunque con un altro spin-off di "The LEGO Movie" che si spera possa essere all'altezza dei due film che lo hanno preceduto. Il rischio bambinata è altino, ma il franchise della LEGO con i suoi due film è riuscito a fare due buoni lavori, quindi si spera che anche questo terzo sia all'altezza.

La mia aspettativa: 6,5/10


40 sono i nuovi 20 di Hallie Meyers-Shyer

Per colpa di "Orange is the New Black" sta cosa del "x is the new y" sta sfuggendo di mano in maniera incredibile e io non vorrei fare sempre il bastian contrario della situazione, ma la cosa mi sta rompendo i coglioni in maniera incredibile. A me sta commedia interessa poco, però un film da mettere in evidenza assieme a "LEGO Ninjago - Il film" dovevo sceglierlo e allora ho scelto questo per la mia invettiva contro l'"x is the new y".

La mia aspettativa: 4,5/10


Le altre uscite della settimana

Dove non ho mai abitato: Primo dei tanti drammoni della settimana che difficilmente passeranno nelle sale vicino a casa mia. E meno male!
Il palazzo del Viceré: Pellicola sull'indipendenza indiana dal dominio inglese nel secondo dopoguerra. Io ho paura di non arrivare a metà, non so voi...
L'altra metà della storia: Un nuovo drammone, stavolta britannico, che però potrebbe essere a sorpresa più interessante di quanto la trama voglia far credere.
L'uomo di neve: Il mio capo mi ha parlato di questo film e i trailer in televisione sono anche abbastanza insistenti. Non riesco ancora a capire però quanto mi possa interessare un film del genere.
Made in China napoletano: Beh, facciamo che 'sto film non lo guardo nemmeno con il binocolo?
Nico, 1988: Altro drammone biografico in arrivo dall'Italia che difficilmente troverà spazio tra le mie visioni.
Nove lune e mezza: Stavolta non è un drammone, ma una commedia, però le considerazioni a riguardo rimangono le stesse del film sopra.

mercoledì 11 ottobre 2017

American Gods - Stagione 1

American Gods
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 8
Creatore: Bryan Fuller, Michael Green
Rete Americana: Starz
Rete Italiana: Amazon Prime Video
Cast: Ricky Whittle, Emily Browning, Crispin Glover, Bruce Langley, Yetide Badaki, Pablo Schreiber, Ian McShane
Genere: Fantasy


Vi è mai capitato di guardare una di quelle serie di cui ci capite poco ma non riuscite a fare a meno di proseguire? Una di quelle serie in cui la trama scorre così bene che diventa difficile staccarsene, anche se le vedi in metropolitana sul tuo cellulare mentre stai andando al lavoro e, prima o poi, dovrai pure scendere da quella maledettissima metropolitana? A me di guardare una serie di cui non ci capivo nulla ma mi piaceva è capitato, con "Legion", anche se alla lunga la cosa aveva iniziato a darmi parecchio fastidio e non sono dunque riuscito ad apprezzarla appieno. E ovviamente non l'ho guardata in metropolitana, sarebbe stato veramente complicatissimo seguirla in mezzo ad altra gente, magari con il volume che qualche volta veniva sovrastato dai rumori della galleria. Questo non è però il caso di "American Gods", forse la stagione di una serie che più in assoluto ha reso piacevoli i miei viaggi verso il mio posto di lavoro.
Sì perchè porco cane, con questa prima stagione di questa serie targata Starz, la rete che ha dato vita ad un altro lavoro che avevo apprezzato tantissimo come "Spartacus", e in Italia pubblicata da Amazon Prime Video mi ci sono trovato talmente bene che è riuscita ad entrare di diritto tra quelle che ritengo le migliori serie televisive di questa annata. Chiaro che ho ancora qualche freccia nella mia faretra da scoccare, ma a soli due mesi e mezzo dalla fine di questo 2017 i giochi stanno cominciando a delinearsi e difficilmente io sono una persona entusiasta che accoglie le cose con questo calore. "American Gods" è tratta dall'omonimo romanzo di Neil Gaiman - che, non chiedetemelo neanche, ovviamente non ho letto - e parla delle vicende di un certo Shadow, interpretato da Ricky Whittle, che, il giorno stesso del suo rilascio dalla prigione, scopre che la moglie è morta in un incidente stradale, mentre stava praticando del sesso orale - sul blog meglio non essere troppo scurrili, però ci ho pensato per un attimo - sul suo migliore amico. All'aeroporto, prima di tornare nella sua città per il funerale, viene avvicinato da un uomo misterioso, che si fa chiamare Wednesday, interpretato dal qui in formissima Ian McShane, che gli proporrà di lavorare come sua guardia del corpo.
"American Gods" è una di quelle serie o comunque una di quelle visioni, in generale, per le quali non riesco mai bene a capire quali siano le motivazioni per cui mi piacciano così tanto. Alla fin fine la trama, abbastanza intricata e misteriosa, c'è da dirlo, scorre via abbastanza bene e le puntate sono strutturate quasi con lo stile della trama verticale, con quella orizzontale che va avanti lo stesso in maniera spedita, ma, spesso e volentieri, conosciamo dei personaggi che poi, probabilmente, non vedremo mai più - vedi ad esempio la comparsata tra il secondo e il terzo episodio di Peter Stormare nei panni di uno dei personaggi meglio riusciti di questa prima stagione -. Inoltre, in ogni episodio, veniamo introdotti dalla narrazione di una delle leggende riguardanti gli antichi dei, reinterpretata con personaggi del nostro tempo e questa leggenda sembra quasi essere una narrazione standalone, che in realtà non ha molto a che fare con il proseguimento dell'episodio. I personaggi principali poi sono tutti portati all'estremo delle loro caratteristiche ma non abbastanza da farli diventare degli stereotipi e per quanto la caratterizzazione degli stessi sia ancora abbastanza alle basi, ciò funziona anche se non sempre alla perfezione. E se proprio dobbiamo parlare di imperfezioni, c'è anche da citare la computer grafica, che a tratti appare parecchio vergognosa, anche se, in fondo, chissene frega, quando un prodotto ti prende così tanto senza farti nemmeno capire il perchè!

Voto: 8

martedì 10 ottobre 2017

Saw V - Non crederai ai tuoi occhi di David Hackl (2008)


USA 2008
Titolo Originale: Saw V
Regia: David Hackl
Sceneggiatura: Patrick Melton, Marcus Dunstan
Cast: Tobin Bell, Costas Mandylor, Scott Patterson, Betsy Russell, Julie Benz, Meagan Good, Mark Rolston, Julie Benz, Carlo Rota, Greg Bryk, Laura Gordon, Joris Jarsky, Mike Butters, Mike Realba, Jeff Pustil, Sheila Shah, Samanta Lemole, Lyriq Bent, Athena Karkanis, Justin Louis, Donnie Wahlberg, Danny Glover, Shawnee Smith, Bahar Soomekh, Niamh Wilson, Angus Macfadyen, Tony Nappo, Brandon McGibbon, Tim Burd, Natalie Brown, Sarah Power, Cory Lee, Ken Leung, Dina Meyer, Franky G, Erik Knudsen, Emmanuelle Vaugier, Beverley Mitchell, Glenn Plummer, Al Sapienza
Durata: 92 minuti
Genere: Thriller, Horror


Dopo che lo speciale dedicato alla saga di "Saw" si è preso una settimana di pausa - d'altronde lo avevo detto che non avrei mantenuto delle tempistiche regolari e che non avrei voluto darmi scadenze, anche perchè sono abbastanza certo che non riuscirò a vedere "Saw: Legacy", l'imminente ottavo capitolo della saga da cui è nata l'idea dello speciale, il giorno stesso dell'uscita - ecco che si ritorna a parlare di una delle saghe horror più famose di questo millennio. Non che ce ne siano state molte di così lunghe, a dire la verità, ma la mia speranza è che "Sharknado" possa operare il sorpassone! Dopo un primo capitolo che, ho detto più volte, è ovviamente il migliore dell'intera eptalogia, sono arrivati il secondo con un grosso passo indietro, un terzo che migliorava e che idealmente sarebbe stata la degna chiusura per il franchise e infine un quarto che faceva più di qualche passo indietro, con un nuovo protagonista data la morte di Jigsaw, ma con la sua presenza sempre pesante e, forse, fin troppo invadente nell'economia della storia. Paradossale tra l'altro il fatto che nel film fossero i flashback dedicati a Jigsaw a funzionare molto meglio rispetto alla trama principale.
Il quinto capitolo ci mostra ancora una volta il detective Hoffman, che nel film precedente si era rivelato essere il nuovo enigmista, alle prese con la sua vita segreta e con il fatto che la sua attività criminale sta cominciando a venire allo scoperto, soprattutto grazie alle indagini del detective Strahm, da tempo sulle sue tracce e in cerca di una prova decisiva. E' proprio per questo che Hoffman decide pian piano di far partecipare ai suoi enigmi tutte quelle persone che costituiscono per lui una minaccia, a partire dallo stesso Strahm, in barba a quanto insegnatoci dall'enigmista nei capitoli precedenti, ovvero che bisogna colpire, dando loro la possibilità di sopravvivere e redimersi, persone che non apprezzano abbastanza la loro vita. Ed è qui che questo quinto capitolo commette uno dei suoi errori più gravi, quello di snaturare un po' il messaggio principale - sempre se per un torture porn si possa parlare di "messaggio morale" - e in questo modo di non risultare per nulla originale.
Dopo i primi tre film d'altronde di torture ne avevamo viste talmente tante che ci voleva un grande sforzo per dare allo spettatore qualcosa di nuovo. Per questo nel quinto capitolo diventano man mano più elaborate, più intricate, insomma, particolarmente difficili da comprendere per lo spettatore e a dirla tutta nemmeno troppo originali. Con un Jigsaw che si vede ancora tantissimo nel corso della pellicola per spiegarci per bene la sua filosofia - che in questo film viene abbastanza mandata a puttane visto che il protagonista ammazza perchè braccato - e con uno stile registico che ricalca in maniera particolarmente pedissequa quello che era lo stile delle precedenti pellicole dirette da Darren Lynn Bousman anche se a dire la verità non ho trovato la cosa per niente male ed è forse una delle più interessanti - anche se ovviamente per nulla nuova ed originale - del quarto e del quinto capitolo. "Saw V - Non crederai ai tuoi occhi" risulta essere sicuramente un film sotto la sufficienza, però per lo meno, non è al di sotto della decenza: le storie cominceranno a diventare un po' tutte uguali, ma per lo meno si lasciano guardare senza provocare particolarmente noia nello spettatore.

Voto: 5

lunedì 9 ottobre 2017

1992

1992
(serie TV)
Episodi: 10
Creatore: Stefano Accorsi
Rete Italiana: Sky Atlantic, Sky Cinema 1
Cast: Stefano Accorsi, Guido Caprino, Miriam Leone, Domenico Diele, Tea Falco, Alessandro Roja, Antonio Gerardi
Genere: Drammatico


Sono passati ormai due anni dall'uscita su Sky Atlantic e su Sky Cinema 1 di "1992", prima stagione di una trilogia ideata da Stefano Accorsi - poi su questa cosa ci torneremo per una piccolissima protesta - dedicata agli anni delle indagini su Mani Pulite, anni in cui io avevo tra i due e i quattro anni e che dunque non ho potuto vivere sulla mia pelle dato che ero troppo piccolo per capire - ecco, ora sono troppo stupido invece, ma questo è un altro discorso -, ma sui quali ho letto qualcosa su vari siti divulgativi e su Wikipedia, senza però avere una panoramica completa su una questione che ha contribuito in qualche modo a cambiare la storia del nostro paese. Che poi sappiamo tutti, bene o male, come andrà a finire questa trilogia, dato che nel 1994 Silvio Berlusconi venne nominato Presidente del Consiglio - capito, populisti da strapazzo? NOMINATO DAL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, non ELETTO DAL POPOLO, PERCHÈ IL POPOLO NON ELEGGE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MA IL PARLAMENTO, IGNORANTI DI MERDA! - e dopo la Sua venuta non è che siamo poi stati così tanto meglio.
"1992" non è però una serie che parla di politica nè si concentra esclusivamente sulle vicende giudiziarie legate ai politici di spicco di quegli anni, o meglio, in alcuni momenti lo fa, ma si concentra principalmente sulle storie di alcuni personaggi che portano avanti la propria attività o professione vivendo, chi più dall'interno, chi in maniera più marginale, la situazione di quegli anni. Ci vengono mostrate dunque le vicende di Leonardo Notte, interpretato dall'ideatore della serie Stefano Accorsi - ripeto, su sta cosa ci torneremo più avanti -, pubblicitario di successo di Publitalia '80, quelle di Pietro Bosco, interpretato da Guido Caprino, ex militare ora con un seggio in parlamento con la Lega Nord - ah, ecco, quegli anni sono anche stati quelli del successo di una delle piaghe peggiori che attualmente hanno un peso nel nostro paese, la Lega Nord -, quelle di Bibi Mainaghi, interpretata da Tea Falco, figlia di un imprenditore di successo del mondo della sanità, quelle di Veronica Castello, interpretata da Miriam Leone - e su di lei ci torneremo più avanti -, aspirante showgirl e quelle di Luca Pastore, interpretato da Domenico Diele, poliziotto affetto da HIV.
Fondamentalmente sono rimasto particolarmente soddisfatto dalla visione di questa "1992", che chiaramente vive, come moltissime altre produzioni, su pregi e difetti particolari, difetti che si esplicitano, almeno per quel che riguarda la mia opinione, più che altro dal punto di vista tecnico. Sì perchè, obiettivamente, su come è stata costruita la trama non avrei nulla da ridire. La storia è corale e le singole vicende dei vari personaggi si incastrano particolarmente bene e il ritmo, seppur non forsennato, è gestito in maniera lodevole. In ogni storia corale mi ritrovo sempre, fondamentalmente, a preferire una storia rispetto ad un'altra, vedi ad esempio in "Game of Thrones" in cui vi erano fino alla scorsa stagione moltissime storie alcune delle quali vivevano addirittura di vita propria rispetto alla trama generale della serie. Qui in realtà non avviene questo e la cosa è assolutamente lodevole: tutte le storie sono interessanti e, anche se i personaggi in questione non sono proprio degli esempi positivi o con cui è facile empatizzare, alla fine tutte le vicende sembrano assumere la stessa dignità e la stessa importanza.
A piacermi di meno sono state invece le interpretazioni degli attori, alcune buone, altre decisamente meno. Per quanto riguarda quello che è ritenuto il protagonista della vicenda Stefano Accorsi - su cui vi ricordo che dobbiamo ritornare più avanti - mi sono già espresso più volte su queste pagine pensando che la sua fosse una recitazione troppo impostata per piacermi per davvero, mi ero ricreduto un p' con il film "Veloce come il vento", ma qui conferma tutte quelle che sono le mie perplessità su di lui. Stesso discorso vale per Guido Caprino, che l'anno scorso abbiamo visto ne "I Medici", la cui recitazione a tratti mi ha abbastanza irritato, sarà che il suo personaggio, per quanto secondo me sia uno dei più positivi, appartiene a quel gruppo parlamentare piaga che io non posso fare altro che odiare e quindi non posso apprezzarlo quasi per partito preso. Tea Falco è stata criticatissima per la sua interpretazione di Bibi Mainaghi: su di lei ho opinioni contrastanti, all'inizio la sua recitazione ci stava per dare voce ad un personaggio "maledetto" che deve trasudare scazzo totale ad ogni parola, alla lunga però la cosa dà un po' fastidio e magari sarebbe stato meglio non mangiarsi così tante parole nel corso dell'interpretazione. Bene invece Domenico Diele e soprattutto Miriam Leone, che a dispetto dei palcoscenici da cui è stata scoperta su cui ci sono sempre parecchi pregiudizi - Miss Italia - sta dimostrando di avere qualcosa in più come attrice oltre che come donna - ah, anche su di lei dobbiamo tornare più avanti, ricordate -. Mi è piaciuto particolarmente anche Antonio Gerardi nei panni di Antonio Di Pietro, che è riuscito a non rendere il suo personaggio macchiettistico a dispetto di quanto il suo corrispettivo reale si prestasse particolarmente bene per diventare una macchietta.
Insomma, "1992" si è rivelata essere sin dai primi episodi una buonissima serie, in cui la storia reale fa da sfondo in maniera egregia e quando diventa invadente nelle storie dei personaggi presentatici lo fa in maniera sempre coerente, influenzandole e cambiandole a suo piacimento.

Voto: 8

Ah giusto, vi avevo promesso che saremmo tornati su una questione, anzi su due, che poi in realtà è sempre la stessa: la serie è stata ideata da Stefano Accorsi, che in più di un'occasione nel corso degli episodi si porta a letto Miriam Leone. Chiamatelo stupido voi uno che promuove e dà vita ad una serie e subito interpreta una scena di sesso con la più smisuratamente bella del cast e che va vicina ad essere tra le donne più belle del mondo!

venerdì 6 ottobre 2017

Bojack Horseman - Stagione 4

Bojack Horseman
(serie TV, stagione 4)
Episodi: 12
Creatore: Raphael Bob-Waksberg
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Personaggi: BoJack Horseman, Princess Carolyn, Diane Nguyen, Mr. Peanutbutter, Todd Chavez, Beatrice Sugarman in Horseman, Hollyhock Mannheim-Mannheim-Guerrero-Robinson-Zilberschlag-Hsung-Fonzarelli-McQuack
Genere: Animazione


Avete presente quelle serie che c'è un episodio divertente e quello dopo che ti prende a cazzotti facendoti venire voglia di appenderti ad una corda e poi quello dopo ancora un pochino di speranza te la dà e magari quell'episodio che ti dà un po' di speranza è proprio il season finale e allora pensi proprio a questo?


No, fino a poco tempo fa non avevo presente nemmeno io una serie del genere, poi è arrivata "Bojack Horseman", che con le prime due stagioni non è che mi avesse particolarmente impressionato - pur essendomi piaciuta -, mentre con la terza e il suo finale estremamente tragico era riuscita a farsi amare e a dare l'impressione che i suoi protagonisti, per lo più animali antropomorfi, fossero più umani degli esseri umani presenti nelle serie TV con protagonisti umani. Ecco, la quarta stagione per quel che mi riguarda, è stata ancora meglio. "Bojack Horseman" riesce ad essere una delle poche serie in circolazione in grado di migliorarsi con il passare delle stagioni e già questa non è una cosa da poco, ma soprattutto "Bojack Horseman" è forse la serie d'animazione più seria che si sia mai vista nel panorama televisivo e un'approccio sbagliato ad essa potrebbe rovinarne completamente la visione.
Già di per se questo quarto ciclo di episodi parte col botto, con una puntata in cui non c'è Bojack e si vede quanto anche i personaggi di contorno siano caratterizzati abbastanza bene da poter reggere un'intera puntata senza il protagonista della serie. Poi però nel secondo episodio Bojack torna, anche se separato dagli altri personaggi, e subito ti assale la tristezza. Sì perchè questa quarta stagione gioca con i sentimenti dello spettatore, a volte fa sperare in un possibile lieto fine - come nell'episodio in cui si vede la nipote di Princess Caroline narrare la sua storia dal futuro - ma poi alla fine ti prende a cazzotti. Ti fa anche sperare che in qualche modo Bojack possa vivere un po' di felicità, soprattutto grazie all'inserimento del personaggio della presunta figlia Hollyhock, ma poi nella sua vita rientra anche la madre malata di Alzheimer che non lo riconosce e lo chiama Henrietta per tutto il tempo - e Dio solo sa quanto ci sono stato male quando ho scoperto il perchè Bojack venisse chiamato Henrietta - e che lui stesso odia. Ma poi effettivamente uno pseudo lieto fine, nell'ultimo episodio della stagione, arriva ed ecco che dopo che la stagione ti ha messo una tristezza infinita per undici episodi e mezzo, arriva anche la lacrimuccia di gioia, che fa sperare che qualcosa di buono potrebbe succedere nella prossima stagione.
Da segnalare in modo particolare in questa quarta annata di trasmissione tre o quattro episodi:
  • La vecchia casa dei Sugarman: Passato e presente convivono nello stesso schermo ed è stato uno degli episodi che mi ha scombussolato di più.
  • Urrà! L'episodio di Todd! & Sottoterra: Forse gli episodi più assurdi e divertenti.
  • Stupido pezzo di m...a: Ti fa capire per filo e per segno cosa passa ogni giorno nella testa di Bojack. E soprattutto fa un male cane
  • Ruthie: Cliffhanger tristissimo.
  • Il tempo è una freccia: Una rappresentazione dell'Alzheimer geniale e dolorosissima. Soprattutto per chi ha vissuto la cosa con un familiare.

Voto: 8+

giovedì 5 ottobre 2017

WEEKEND AL CINEMA!

Se escludiamo i documentari, i film in uscita nelle sale in questo weekend saranno sei, di cui almeno due sui quali metterci grande attenzione. Vediamo insieme sia quelli più interessanti, sia quelli meno, tutti commentati, come al solito, in base ai miei pregiudizi1


Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve


Se "Blade Runner" è uno dei capolavori inarrivabili di Ridley Scott, tratto tra l'altro da un romanzo di Philip K. Dick, le mie aspettative verso questo seguito - comunque non richiesto - diretto dal grandissimo Denis Villeneuve uscito a inizio anno con il bellissimo "Arrival" sono comunque abbastanza alte. Non mi aspetto che venga ricalcato in tutto e per tutto lo stile del primo film, ma spero quanto meno che questo, soprattutto viste le mani in cui è stato messo, si riveli un film che sappia avere un'identità propria al di là della sua natura di seguito di un grande capolavoro del passato.

La mia aspettativa: 7/10


Ammore e malavita di Marco Manetti, Antonio Manetti

Chi mi conosce sa che non ho un bellissimo rapporto con la musica e il cinema napoletani. Chi mi conosce sa anche però che ho un debole per i musical ben fatti e il fatto che questo film sia stato acclamato come un "La La Land" all'italiana mi ha sia messo in guardia sia messo una grossa curiosità. Sperando che i critici abbiano ragione, penso che mi fionderò per davvero al cinema a vedere questo film, a costo di essere il solo milanese in sala.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Lezione di pittura: Pellicola ispano-messican-cilena che penso eviterò tranquillamente di vedere. Sarà anche particolarmente impossibile da trovare in sala, se è per quello.
120 battiti al minuto: A dispetto delle due uscite più pubblicizzate, il film in questione potrebbe essere una delle sorprese più interessanti di questo weekend.
Come ti ammazzo il bodyguard: Action puro con Ryan Reynolds e Samuel L. Jackson che faccio abbastanza a meno di vedere, dato il mio rapporto conflittuale con il genere action.
Renegades - Commando d'assalto: Un "come sopra" per questo film franco-tedesco vi sta bene?

mercoledì 4 ottobre 2017

La fratellanza di Ric Roman Waugh (2017)

USA 2017
Titolo Originale: Shot Caller
Regia: Ric Roman Waugh
Sceneggiatura: Ric Roman Waugh
Cast: Nikolaj Coster-Waldau, Omari Hardwick, Lake Bell, Jon Bernthal, Emory Cohen, Jeffrey Donovan, Evan Jones, Jessy Schram, Benjamin Bratt, Holt McCallany, Juan Pablo Raba, Matt Gerald, Michael Landes, Keith Jardine, Chris Browning, Max Greenfield
Durata: 119 minuti
Genere: Drammatico


Ricordo di aver visto il trailer de "La fratellanza" appena prima della visione del film "Monolith", sul quale avevo delle buone aspettative, ma che alla fine si è rivelato una vera e propria schifezzuola. In fin dei conti della visione di quel film ho il solo buon ricordo del trailer de "La fratellanza" che presentava con un certo pathos una storia che sarebbe potuta essere, per i miei gusti, particolarmente interessante, anche se la pubblicità, come è giusto che sia anche se la cosa dà fastidio, giocava un po' troppo sul protagonista Nikolaj Coster-Waldau e sulla sua presenza nella serie culto "Game of Thrones". Pubblico medio di "Game of Thrones" che sinceramente non penso si sia buttato nei cinema per guardare questo film, nonostante la pubblicità fondata prevalentemente su questo fatto. Del film infatti a me attirava moltissimo l'ambientazione carceraria e l'idea per cui un tranquillo impiegato, in carcere per un incidente stradale in cui ha perso la vita il suo migliore amico a causa della sua guida in stato di ebbrezza, diventi uno spietato assassino asservito ad una fratellanza ariana formatasi all'interno delle mura carcerarie.
Giocando molto su questo contrasto il film ci presenta subito il suo protagonista, Jacob Harlon, detto poi Money, quando ha già scontato la sua pena e sta per uscire dal carcere senza però recarsi subito dalla moglie e dal figlio, ma in un covo criminale in cui viene coinvolto subito in una sparatoria. Poi partono i flashback che ci spiegano la sua storia, alternando sapientemente il presente da criminale con il passato da tranquillo cittadino, poi trasportato all'interno di un carcere in cui vive insieme qualsiasi tipo di criminale. Il protagonista si ritrova dunque in un ambiente in cui dovrà fare di tutto pur di sopravvivere: si unirà alla fratellanza ariana, obbedirà dapprima agli ordini dei suoi capi, il tutto per duro e puro spirito di sopravvivenza, fino a dover servire la fratellanza per un grosso crimine al di fuori del carcere, vista la condizione di pericolo in cui vive la sua famiglia.
Il film non ci parla mai di superiorità della razza, la fratellanza ariana risulta alla fin fine essere solamente un pretesto, ma ha l'enorme merito di ritrarre il sistema carcerario americano in tutta la sua durezza, con un crudo realismo che è quasi agghiacciante per lo spettatore, data la convivenza nello stesso luogo di persone dalla diversa pericolosità che sembrano quasi abbandonati a se stessi senza che nessuno si preoccupi di un loro eventuale reinserimento nella società. Un sistema che spinge le persone rinchiuse ad agire assecondando quasi esclusivamente la componente animalesca ed istintiva dell'essere umano, come il protagonista stesso ci dimostra molto bene, grazie anche ad un'ottima interpretazione da parte di Nikolaj Coster-Waldau, con la sua trasformazione da tranquillo impiegato a violento criminale che ha risvolti veramente inquietanti.
Ci speravo veramente che questo "La fratellanza" fosse un buon film e il trailer in qualche modo mi aveva ingannato: pensavo fondamentalmente ad un action/thriller con non troppa materia di riflessione e invece si rivela essere una pellicola molto più profonda di ciò che potrebbe far passare una semplice lettura della trama. "La fratellanza" è dunque davvero un buonissimo film, in grado di ritrarre nella maniera più realistica e crudele possibile un ambiente in cui si è abbandonati a se stessi e darsi all'attività criminale sembra quasi essere una necessità.

Voto: 7,5