venerdì 28 giugno 2019

LE SERIE TV DI GIUGNO

Il mese scorso ero riuscito a vedere molte serie televisive, rispetto ai miei standard degli ultimi mesi, mentre nel corso di Giugno mi sono concentrato, principalmente, sul finire le stagioni che avevo iniziato, con l'obiettivo di portare a termine, prima di iniziarne di nuove, tutte le serie di cui ho ancora degli episodi da vedere - "Doctor Who" fa storia a sè perchè enne stagioni non si recuperano in poco tempo e non voglio restare troppo indietro.


The Big Bang Theory - Stagione 12


Con "The Big Bang Theory" il mio rapporto, soprattutto negli ultimi anni, non è stato dei più facili: da una parte ho cominciato a non sopportare le serie in cui gli americani dimostrano di essere talmente stupidi da aver bisogno di qualcuno che gli dica quando ridere, mentre dall'altra mi sono affezionato abbastanza ai personaggi da non volermi perdere la stagione finale di una delle serie che, dodici anni fa, erano riuscite a conquistarmi perchè parlavano del mondo nerd con una comicità fresca e divertentissima. Devo ammettere, purtroppo, che la prima parte di questa stagione finale l'ho seguita più per inerzia che per altro, ma già iniziavo, a partire dalla seconda metà, a sentirne la nostalgia, che poi è sfociata in un finale di serie che è stato tanto divertente quanto malinconico, con quel discorso di Sheldon nel ritirare il premio Nobel dedicato ai suoi amici di una vita intera che mi ha fanno venire più di una bruschetta negli occhi. Insomma, da una parte il fatto che la serie sia finalmente finita dopo dodici anni mi è sembrata una mezza liberazione, visto l'andazzo delle ultime stagioni in totale calando, dall'altra ho come la sensazione che Sheldon e i suoi amici - soprattutto Penny per ovvi motivi - mi mancheranno molto nei prossimi anni.

Voto: 6


Young Sheldon - Stagione 2


Per quanto le storie di "The Big Bang Theory" possano mancarmi, devo dire che con "Young Sheldon", che ha l'enorme pregio di non suggerirmi quando dovrei ridere, mi ci trovo davvero alla grandissima. Avevo apprezzato la prima stagione, davvero carina, e questo secondo ciclo di episodi si conferma sui livelli del precedente: divertente, riflessivo il giusto, con personaggi magari non sviluppati in maniera certosina, ma comunque ben caratterizzati e riconoscibili in quelli che sono i loro tratti più caratteristici. Alla fine il personaggio di Sheldon è contemporaneamente talmente antipatico e carino che non si può non volergli bene, ma anche gli altri suoi familiari sanno ritagliarsi il loro spazio e non danno la sensazione di trovarsi davanti ad uno show a senso unico, anche se ovviamente ci si concentra maggiormente sul suo protagonista.

Voto: 6,5


La verità sul caso Harry Quebert


Non essendo mai stato uno spettatore di "Grey's Anatomy", la principale fonte di fama di Patrick Dempsey, ammetto che non conoscevo la capacità recitativa di questo attore, particolarmente amato dalle donzelle di tutto il mondo. Ora, se uno è conosciuto principalmente per "Grey's Anatomy" qualche domanda ce la si dovrebbe fare, però veniamo alla miniserie di dieci episodi in questione: vi recita Patrick Dempsey e quelli che la dovevano sponsorizzare ci hanno marciato molto sopra. É tratta da un romanzo che non ho mai sentito nominare, ma pare avere avuto un buon successo da parte dei lettori. Racconta di uno scrittore di successo, noto per aver scritto uno dei romanzi più importanti della storia americana - il fittizio "Le origini del male" - che viene accusato dell'omicidio di una ragazza scomparsa più di trent'anni prima e di uno scrittore, suo allievo, che indagherà per dimostrare la sua innocenza. É diretta da Jean-Jacques Annaud, lo stesso de "Il nome della rosa". Testimonianze di spettatori mi riportavano di esserne rimasti estasiati, tanto da vederla in un paio di giorni. Io sinceramente, per i primi otto episodi - su dieci - non ho capito tutto questo entusiasmo: le parti dedicate al flashback in cui si racconta la storia d'amore tra Harry Quebert e la quindicenne Nola mi sono sembrate una delle cose più melense mai viste in televisione. La parte dedicata alle indagini, di contro, una delle più banali. Si salva giusto negli ultimi due episodi, in cui il modo in cui vengono tirate le fila della vicenda e svelato l'arcano mi sono piaciuti particolarmente e decisamente tese sono state le scene in cui vengono spiegati gli eventi che hanno portato all'omicidio di Nola

Voto: 5


Shameless US - Stagione 9


Un'altra serie che guardo principalmente per affezione, più che per vero e proprio piacere: dopo le prime stagioni che mi erano piaciute moltissimo, la serie è calata inesorabilmente, arrivando poi ad una nona stagione in cui ho avuto come la sensazione che gli sceneggiatori non sapessero più che pesci pigliare, rendendola una delle serie peggio peggiorate di questa stagione. Il riassunto, fondamentalmente, è questo: Fiona prima sogna una vita migliore, poi comincia a piangere e a bere per un sacco di episodi, poi se ne va nell'unico episodio veramente bello e toccante della stagione, l'ultimo. Lip fa lo stronzo con Fiona e pensa a come crescere un bambino con la donna più antipatica della storia del mondo. Carl conquista una ragazza dallo spirito militare, mentre la sorella Debbie, ora scopertasi lesbica, si innamora di lei. Frank continua a divertirmi, ma non è più cattivo e incosciente come nelle prime stagioni. Ian fortunatamente si leva di torno a metà stagione, il personaggio reso più stupido in assoluto - sono pronto ad essere accusato di omofobia, peccato che il suo personaggio, paladino dei diritti, sia diventato idiota per davvero. Insomma, non basta un episodio finale in cui se ne vanno tre dei quattro motivi per cui continuavo a seguire la serie: Emmy Rossum, la sua tetta destra e pure quella sinistra, che in questa stagione si vedono anche poco rispetto al dovuto.

Voto: 5


Doctor Who - Stagione 2


Una delle mie promesse per questa annata era quella di riuscire, piano piano e con i miei ritmi, a recuperare "Doctor Who", serie di fantascienza apprezzata più o meno da chiunque, che io però non ero mai riuscito a vedere. La prima stagione non mi era piaciuta, ma ho voluto aspettare l'ingresso in scena di David Tennant, che per me è un dio della recitazione, prima di decidere se proseguire o meno. Le cose, direi, che sono migliorate sensibilmente: innanzitutto il Dottore è diventato molto più simpatico e la sua caratterizzazione è molto più approfondita, in secondo luogo le storia dei diversi episodi si sono fatte decisamente più interessanti e meglio riuscite rispetto al primo ciclo di episodi. Ancora mi devo abituare ad una serie in cui è preponderante la trama verticale del singolo episodio rispetto a quella orizzontale, cosa che proprio mi viene difficile accettare di buon grado, ma alla fine mi sono divertito, come avrei voluto.

Voto: 6,5

giovedì 27 giugno 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Siamo di fronte ad un nuovo weekend cinematografico, con alcune uscite davvero interessanti, ancora una volta sia per i più cinefili sia per il grande pubblico. Come al solito, le otto uscite di questa settimana saranno commentate in base ai miei pregiudizi!

La mia vita con John F. Donovandi Xavir Dolan


Finalmente sta per arrivare nelle sale il nuovo film di Xavier Dolan e la pagina Facebook "Il cinefilo nell'era dell'internét" si sta già sbizzarrendo. Detto questo, visto il trailer solo una settimana fa e il film mi interessa moltissimo, dato che ciò che ho visto del regista l'ho sempre abbastanza apprezzato. Ciò di cui ho un po' paura è quanto Kit Harington, dopo aver interpretato il ruolo del pesce lesso in "Game of Thrones - assieme alla sua "sorella" Sophie Turner che invece interpretava un tonno -, possa essere adatto per il suo ruolo in questo film.

La mia aspettativa: 7,5/10


Ma di Tate Taylor

Il trailer di "Ma" invece gira nelle sale italiane già da un po' di tempo e devo dire che siamo davanti ad uno di quegli slasher che potrebbe davvero rivelarsi interessante, anche perchè, per una volta, abbiamo una grande attrice come Octavia Spencer ad interpretare la protagonista. Sinceramente, ho delle buonissime speranze per questa pellicola, speriamo che non vengano disattese.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Toy Story 4: Sì, lo so, l'ho messo tra le altre uscite e non tra quelle in evidenza, anche se è sicuramente il film più atteso della settimana. Non da me, però, che ho da tempo litigato con il cinema d'animazione e che, confesso, gli altri tre film di "Toy Story" - sì, perchè il 4 dopo il titolo sta ad indicare che ce ne sono stati altri tre prima - non li ho mai visti e non ho voglia di farlo ora.
Atto di fede: Ho letto la trama di questo film e sinceramente non so se aspettarmi il pippone religioseggiante oppure un qualcosa di sorprendentemente interessante. Per ora, mi terrò il dubbio.
Carmen y Lola: Pellicola spagnola con protagoniste gipsy che mi sa di un po' troppo impegnato per i miei gusti.
Daitona: Commedia italiana che visti i nomi coinvolti penso proprio che farò a meno di vedere.
Nureyev - The White Crow: Qua ci sono da capire due cose: la prima è se Ralph Fiennes è più bravo come regista che come attore - e non è che ce ne passi molto -, la seconda è se un film su un ballerino classico possa interessarmi o meno, che poi è anche quella più importante.
Wolf Call - Minaccia in alto mare: Altro film d'azione in questo weekend estivo, basato su eventi legati alla Guerra Fredda e quindi anche abbastanza interessante, anche se su queste cose spesso il fatto narrato prevale sulla bellezza del film.

mercoledì 26 giugno 2019

Stanlio e Ollio di Jon S. Baird (2018)



USA, Regno Unito, Canada 2018
Titolo Originale: Stan & Ollie
Regia: Jon S. Baird
Sceneggiatura: Jeff Pope
Durata: 98 minuti
Genere: Biografico


Quando ero un po' più piccolo le comiche di Stanlio e Ollio mi facevano letteralmente morire. Tra i loro tanti sketch che ho visto e i loro film fatti e finiti, due li ricordo con particolare affezione, fondamentalmente perchè possedevo la videocassetta a casa e me li sono letteralmente divorati, più e più volte. Il primo era "Fra Diavolo", che è quello che a dirla tutta mi sono mangiato di meno, anche se forse migliore a livello cinematografico, mentre il secondo, del quale ancora oggi potrei raccontare a menadito gli eventi della vicenda, è "I figli del deserto", del quale mi piacevano le trovate comiche, la trama, il modo in cui andava a finire. La coppia comica più famosa del mondo d'altronde è sempre stata adatta a tutti, grandi e piccoli potevano vedere le loro imprese e ridere, su più livelli, delle loro gesta, che nella maggior parte dei casi andavano a finire nel disastro più totale. Per questo motivo attendevo con una certa curiosità l'uscita nei cinema di "Stanlio e Ollio, biopic di Jon S. Baird in cui ad interpretare i due attori abbiamo Steve Coogan e John C. Reilly, resi estremamente somiglianti agli originali senza però perdere le caratteristiche distintive del loro volto. Sono riuscito dunque a recuperare il film pochi giorni fa e devo dire di esserne rimasto piuttosto soddisfatto.
Il film ripercorre gli ultimi periodi della carriera di Stan Laurel e di Oliver Hardy, con i due piuttosto invecchiati e con evidenti problemi di salute: entrambi hanno affrontato problemi legati all'alcolismo, Stan è diventato diabetico, mentre Oliver è visibilmente ingrassato e soffre di problemi di cuore. Visto il loro successo calare inesorabilmente, ma con il progetto di girare un film sulla figura di Robin Hood decideranno di svolgere insieme una tournée teatrale nel Regno Unito e in Irlanda, per raccogliere i fondi necessari per sviluppare il film per cui Stan sta scrivendo la sceneggiatura. Inizialmente sconfortati da alloggi e pubblico non all'altezza della fama a cui erano abituati, pian piano le persone che assisteranno ai loro spettacoli cominceranno ad aumentare, grazie anche all'idea del loro impresario Bernard Delfont, interpretato da Rufus Jones, che suggerirà loro alcune apparizioni in pubblico, per promuovere la loro tournée e riacquistare la fama ormai perduta da tempo.
La mia paura per quanto riguardava la visione di "Stanlio e Ollio" era basata più che altro sul rischio che il film sfruttasse del facile sentimentalismo per accattivarsi i favori del pubblico, ma ancora di più mi faceva paura l'idea che i due personaggi fossero ridotti a delle macchiette, come avevamo imparato a conoscerli nei loro film così li avremmo conosciuti in questo biopic che racconta una piccola porzione della loro vita e carriera. Ciò a cui mi sono trovato davanti è invece un film intelligente che riesce a mostrarci i due personaggi per come potevano essere nella vita reale, due amici che non erano mai riusciti del tutto a perdonare a loro stessi il fatto di, una volta risolto il contratto che li legava ad Hal Roach, aver recitato con qualcun altro. Una coppia che in qualche modo sembrava essersi promessa di recitare sempre insieme che si ritrova, sedici anni dopo il tradimento, a fare i conti con l'insuccesso e con la fama ormai calata, ma con la stessa fame che li contraddistingueva nei primi film. Ci troviamo davanti ad un biopic in cui si ride di gusto, con i due attori che interpreteranno molte della gag che hanno reso famosi Stanlio e Ollio non solo all'interno dei teatri in cui si esibiscono, ma anche in situazioni di vita quotidiana, per allietare un po' la giornata di quei passanti che li vedono arrivare e li riconoscono per ciò che erano stati in passato. Ci troviamo però anche davanti ad un biopic in cui ci si commuove tantissimo, in cui ci viene mostrata una coppia di fatto inseparabile che ha fatto della loro amicizia un propulsore per la propria comicità, per far divertire le persone e, non meno importante, per la propria carriera.
Le atmosfere che si respirano in questo film sono dunque quelle che mi aspettavo prima della visione, la giusta dose di spensieratezza, ma anche un po' di malinconia, che i due protagonisti Steve Coogan e John C. Reilly riescono a trasmettere molto bene al pubblico. I due attori sono anche bravi nel riportare sullo schermo le gag e le battute che han reso famosa la coppia, senza mai arrivare nemmeno vicino a scimmiottarli, ma rimanendo sempre riconoscibili come interpreti di una coppia che ha fatto la storia del cinema e della comicità. E ora, proprio mentre commento questo film, mi sa che dovrete legarmi e bendarmi per impedirmi di vedere, per l'ennesima volta, ripetendo le battute a memoria, quel "I figli del deserto" che quando ero un ragazzino mi aveva fatto letteralmente innamorare della coppia e della loro comicità, che pochi ancora sanno riproporre in maniera credibile ma che, sicuramente, non morirà mai.

Voto: 7,5

martedì 25 giugno 2019

Una messa per Dracula di Peter Sasdy (1970)



Regno Unito 1970
Titolo Originale: Taste the Blood of Dracula
Regia: Peter Sasdy
Sceneggiatura: Anthony Hinds
Durata: 95 minuti
Genere: Horror


La parte semplice di questo speciale dedicato alle serie cinematografiche Hammer che sto affrontando da inizio anno se ne è già andata da un bel po' e da altrettanto tempo è cominciata la parte ostica e molto più complicata. Dopo aver constatato la ripetitività della serie dedicata a Frankenstein, in cui "Distruggete Frankenstein!", l'ultimo film visionato, non vedeva nulla di nuovo nella trama rispetto ai già abbastanza ripetitivi capitoli precedenti, anche per la serie di Dracula, che con "Una messa per Dracula" è arrivata ormai al suo quinto capitolo - sarebbe il quarto, ma nel mio conto entra anche "Le spose di Dracula" - inizia a farsi ben evidente lo spettro della ripetizione, del film uguale a quello precedente, del fatto che la Hammer, con la sua filosofia di produzione di film in serie, con lo stampino e alla massima velocità di esecuzione, puntasse alla quantità, a spremere i suoi attori quanto più possibile, piuttosto che a creare film interessanti e di qualità quali erano i primi che ho visto per questo speciale. Come protagonista abbiamo sempre Christopher Lee, diventato iconico grazie al personaggio da lui interpretato a più riprese, mentre il cast viene ancora una volta rivoluzionato rispetto alla pellicola precedente, grazie all'introduzione di Geoffrey Keen nei panni di William Hargood e di Gwen Watford in quelli di Martha Hargood. A dirigere abbiamo Peter Sasdy, con Terence Fisher che ha dato su per quanto riguarda i film di Dracula concentrandosi principalmente su quelli su Frankenstein.
Tre nobili, alla ricerca di emozioni forti, decidono di risvegliare tramite un rito il vampiro Dracula, morto da qualche tempo. Colui che dirige il rito è Lord Courtley, interpretato da Ralph Bates, che nel corso di esso comincerà a comportarsi in modo strano, tanto che i tre uomini, terrorizzati, decidono di ucciderlo. L'uccisione dell'uomo scatenerà l'ira di Dracula, ormai risvegliatosi, che cercherà di vendicarsi della morte del suo discepolo, utilizzando i suoi poteri soprannaturali e assoggettando i figli dei tre uomini, portandoli pian piano ad uccidere i rispettivi genitori.
Per una volta, rispetto ai precedenti film, c'è di buono il fatto che si cominci da dove ci eravamo lasciati nel film precedente, con Dracula in punto di morte che crea una macchia di sangue che un nobile è subito pronto a raccogliere per sfruttarla per i suoi scopi. La struttura della narrazione è quella che di solito poco sopporto per cui il cattivo uccide qualcuno per poi concentrarsi sulla vittima successiva, un po' come se dovesse superare dei livelli di difficoltà sempre maggiore - la frase pronunciata da Dracula dopo l'uccisione del primo dei tre borghesi "E ora il prossimo" è un emblema in questo senso. Dopo la scena di stupro in "Distruggete Frankenstein!", anche in questo film iniziano a comparire nudi femminili, un po' come se la casa di produzione stesse cominciando a puntare anche alla bellezza delle sue protagoniste e dei loro corpi nudi, da me cosa sempre ben accetta se questi però non diventano l'unica cosa interessante della vicenda. Non basta infine una velata critica alla nobiltà dell'epoca, che amava ben presentarsi di giorno per poi dedicarsi ad attività moralmente più discutibili durante la notte, per rendere il film interessante. So che tenere il conto di quanti film mancano per terminare uno speciale non è una cosa bellissima da fare - tanto vale interromperlo no? -, ma arrivati a questo punto ne mancano sei e spero, in almeno uno di essi - che so che non sarà quello della serie de "La mummia" - di divertirmi come feci con "Dracula il vampiro" o come in "La maschera di Frankenstein".

lunedì 24 giugno 2019

I morti non muoiono di Jim Jarmusch (2019)



USA, Svezia 2019
Titolo Originale: The Dead Don't Die
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Durata: 105 minuti
Genere: Horror, Commedia


Dopo qualche anno dalla visione di "Solo gli amanti sopravvivono", che mi era piaciuto moltissimo, ancora non ho ben capito se Jim Jarmusch mi piaccia come regista oppure no. Una cosa è certa, non è uno di quei registi di cui conosco a menadito ogni film prodotto, ma uno di quelli di cui ho visto qualcosina che mi ha sempre lasciato in qualche modo interdetto. Sono però andato a vedere la scorsa settimana "I morti non muoiono", zombie movie con protagonisti Bill Murray, rispolverato proprio per l'occasione, Adam Driver, che è uno di quegli attori che non ti accorgi della differenza tra quando recita in un blockbuster o in un film d'autore dato che è egualmente bravo, Tilda Swinton che finalmente non vediamo truccata in modo strano o addirittura pelata ma è più al naturale e Chloë Sevigny. Questi i quattro protagonisti, ma all'interno del film vengono davvero rispolverati fior fior di attori storici - Steve Buscemi, Danny Glover, Tom Waitz - così come vengono inserite anche nuove leve che stanno in qualche modo cercando di ritagliarsi uno spazietto nel cinema, come ad esempio Selena Gomez. Presentato all'ultimo Festival di Cannes e in gara per la Palma d'oro, il film ha ricevuto critiche miste, soprattutto per via dei riferimenti ai film di George A. Romero e per il suo rifarsi anche a quei film parodistici che hanno preso a piene mani da essi.
Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Centreville, dove gli agenti di polizia Cliff Robertson e Ronnie Peterson si trovano a fronteggiare strani eventi, conseguenza della rottura dei poli: la Luna è sempre bassa e splendente nel cielo, le ore di luce non seguono più alcuna regola e gli animali hanno iniziato a comportarsi in maniera anomala, molti di essi sono addirittura spariti. Con gli scienziati preoccupati dalle conseguenze che questi fenomeni potrebbero avere, comincia anche ad accadere la cosa più imprevedibile e pericolosa di tutte: i morti cominciano a resuscitare e a nutrirsi di carne umana, con i cittadini di Centreville che sono costretti a trovare un modo per difendersi e per fronteggiare la minaccia.
Ho visto il film Domenica scorsa e ammetto che al termine della visione, come mi era già capitato con altre pellicole di Jim Jarmusch, sono rimasto piuttosto interdetto. Ho deciso dunque di lasciar decantare un po' la visione, di rifletterci sopra, prima di buttare giù in un post queste poche righe che ne contengono le mie impressioni. A caldo avevo notato subito una cosa: in questo film, un po' commedia e un po' horror senza affrontare però i due generi in maniera compiuta, è forte una componente umoristica un po' demenziale e ripetitiva che a me ha sempre fatto impazzire. Non capivo però, al termine della visione, dove il film volesse arrivare. Certo, il messaggio politico e sociale era abbastanza cristallino, ma non mi è parso che il film volesse aggiungere molto rispetto a quanto già fatto da Romero ne "La notte dei morti viventi" e "Zombi" - a cui la trama si ispira molto di più. Riflettendoci su in questa settimana, sinceramente, non sono ancora arrivato ad una vera e propria conclusione e, da questo punto di vista, "I morti non muoiono" mi è sembrato poco efficace, lasciandomi decisamente più soddisfatto dalla componente tecnica e da quella umoristica piuttosto che da quella contenutistica. É chiaro che il riferimento al fatto che i morti resuscitati tornino nei luoghi che frequentavano abitualmente in vita e abbiano sempre quasi tutti lo smartphone in mano sia un chiaro riferimento all'ossessione delle persone per i beni materiali e per la tecnologia. Il film però è pieno di una serie di componenti poco chiare, come ad esempio il personaggio di Zelda interpretato da Tilda Swinton, abile con la katana e in grado di uccidere gli zombie in qualsiasi modo, il cui finale la rende però quasi inutile per l'economia della vicenda.
Di contro alla componente contenutistica, ho apprezzato molto il lato tecnico e la componente comica del film: innanzitutto il tipo di humour presente, un po' ripetitivo e un po' black, mi fa impazzire. Non è una di quelle comicità che fa ridere in maniera sguaiata, ma mi ha fatto sorridere, di gusto, in più di un'occasione. Gli attori poi recitano in maniera quasi anti-emozionale, senza mettere la minima enfasi in ciò che dicono e, il più delle volte, i dialoghi sono portati avanti in maniera lenta e ben scandita, altra cosa che ci sta alla grande con quella che è l'atmosfera generale della pellicola. Infine apprezzatissimi i momenti metacinematografici in cui gli attori svestono i panni del personaggio da loro interpretato per ritornare, per un attimo, se stessi e fare commenti sulla sceneggiatura e su come gli avvenimenti sono stati scritti. Va dunque da sè, alla fine, che per quanto la trama de "I morti non muoiono" fosse abbastanza lineare e semplice, la pellicola si possa rivelare un po' più ostica del previsto a livello interpretativo, tanto da non rimanerne del tutto convinto sotto quel punto di vista, mentre sotto il punto di vista tecnico, ancora una volta, Jim Jarmusch è riuscito a dare il meglio di se stesso.

Voto: 6

sabato 22 giugno 2019

40 ANNI DI... Fuga da Alcatraz di Don Siegel (1979)



USA 1979
Titolo Originale: Escape from Alcatraz
Regia: Don Siegel
Sceneggiatura: Richard Tuggle
Durata: 112 minuti
Genere: Drammatico


Ci sono delle ricorrenze particolari a cui, nel corso degli anni in cui ho gestito questo blog, non sono mai riuscito a dare la giusta importanza, come ad esempio gli anniversari di uscita di determinati film al cinema, film che hanno contribuito sicuramente alla storia della settima arte ma, soprattutto, hanno anche contribuito alla formazione del mio gusto cinematografico - che in realtà non è nulla di così complicato: preferisco l'horror e il thriller, guardo qualsiasi genere, ho un po' il rifiuto per il western e le commedie romantiche, nemmeno tanto difficile da ricordare per chi mi conosce. E siccome, proprio oggi, cade il quarantesimo anniversario della prima uscita di "Fuga da Alcatraz" nei cinema statunitensi mi sembrava giusto celebrarne il compleanno, cosa che farò anche con altri film nel corso di questa annata. Ci troviamo davanti ad uno degli ultimi lavori da regista di Don Siegel, la cui sterminata produzione cinematografica non sono mai riuscito ad esplorare a fondo se non per qualche titolo, come ad esempio "L'invasione degli Ultracorpi", che decide di ispirarsi al romanzo "Escape from Alcatraz" di J. Campbell Bruce, che racconta la storia della fuga dal carcere di massima sicurezza, nel 1962, dei tre detenuti Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin, qui rispettivamente interpretati da Clint Eastwood, Fred Ward e Jack Thibeau.
Siamo nel 1960 e il rapinatore Frank Morris, famoso per essere fuggito da diversi istituti penitenziari, viene trasferito ad Alcatraz, carcere di massima sicurezza situato su un'isola da cui pare che nessuno sia mai riuscito a fuggire. Inizialmente provocato da altri detenuti, a cui Frank riesce sempre a tenere testa, l'uomo piano piano comincerà ad integrarsi, stringendo amicizia con diversi detenuti tra cui English, uomo di colore che ha ucciso per legittima difesa due uomini bianchi, Charley Puzo, ladro di auto, il pittore Chester Dalton, Tornasole e i due fratelli Anglin, rapinatori di banche. Respirata l'atmosfera opprimente di un carcere di massima sicurezza, Frank, insieme a Puzo e ai fratelli Anglin comincerà a progettare una fuga dal penitenziario, sfruttando il fatto che i muri della struttura sarebbero indeboliti dalla salsedine marina, scavando un condotto attraverso di essi e poi attraversando le acque della Baia di San Francisco con una zattera.
Quarant'anni e non sentirli, e pensare che io ne ho solo ventotto e li sento tutti. É molto semplice la questione, quando un film è grande, lo è per sempre, non invecchia nemmeno di un giorno e risulta ugualmente godibile nonostante gli anni passati dalla sua uscita. Nel 1979 la prigione di Alcatraz era già stata chiusa da sedici anni, per via dei costi elevatissimi di gestione, quindi Don Siegel, per aumentare il realismo del film che racconta di quella che pare essere l'unica fuga riuscita dal penitenziario - poi capiremo il perchè "pare" - decide di girare il suo film proprio al suo interno, con un grande lavoro per riportare quello che ormai era diventato un museo, allo stato che aveva nel 1963, prima della chiusura. Non so bene quanti dei personaggi che ci vengono mostrati nel film siano veri, sta di fatto però che tutti quanti, nonostante la nemmeno troppo lunga durata del film, sono sviluppati nel modo migliore possibile, ci basta poco, anche solo un accenno, per capire il carattere e il background di uno o dell'altro personaggio e la sceneggiatura gioca molto sul far percepire allo spettatore quelle che sono le caratteristiche di ognuno di essi. Un'altra cosa che lo spettatore percepisce in maniera molto chiara è poi ciò che avrebbero potuto provare i detenuti di Alcatraz: per quanto per uno come me possa essere complicato empatizzare con dei detenuti, personaggi che di per sè, in buona parte dei casi, rappresentano valori negativi, è impossibile non sentire l'oppressione provata da ognuno di loro, il fatto di essere sempre controllati, sempre braccati in un carcere speciale di massima sicurezza in cui a dirla tutta, da come ci viene mostrato nel film, finiscono anche detenuti comuni che si sono macchiati di crimini decisamente meno gravi.
Grande spazio poi all'interno della sceneggiatura viene dato a quella che è la costruzione del piano ideato dal Frank Morris interpretato da Clint Eastwood. Un piano che ci viene narrato per filo e per segno dalle parole sue e degli altri protagonisti, con degli stratagemmi registici volti ad incrementare la tensione davvero ben riusciti e poi fatti propri anche dalla prima stagione di "Prison Break", che molti di questi stratagemmi li ha usati e anche scopiazzati abbastanza bene - mi viene in mente ad esempio la scena in cui Frank è nel tunnel da lui stesso scavato mentre passa il controllo notturno, per poi ritrovare il personaggio sul letto senza che lo spettatore capisca come il ritorno in cella possa essere avvenuto in così breve tempo. Il finale poi decide di ricalcare quella che è stata la vera storia dei tre personaggi evasi dal carcere, lasciando allo spettatore il dubbio che l'evasione possa aver avuto successo o meno e fermandosi proprio quando la fuga è praticamente appena iniziata, con quell'inquadratura fissa sulla maschera in cera di Clint Eastwood diventata iconica. In realtà poi, fino al 2015 e poi anche tuttora, permangono dubbi sulla riuscita della fuga, anche se i nipoti dei fratelli Anglin avrebbero pubblicato delle foto assieme ai loro zii fuggiti in Brasile, foto dichiarate autentiche.
Quarant'anni per "Fuga da Alcatraz", anche se per questo film, pietra miliare del genere carcerario, sembra non essere passato nemmeno un giorno!

venerdì 21 giugno 2019

WEEKEND AL CINEMA!

In questa estate stranissima, in cui almeno un film interessante a settimana sta ancora continuando ad uscire, ecco un weekend relativamente sottotono rispetto ai precedenti, con l'ormai consueta uscita horror da segnalare - tra l'altro un remake - e un film drammatico che sembra aver ottenuto un ottimo successo negli Stati Uniti, quanto meno per quanto riguarda la risposta della critica. Vediamo però quali sono le uscite di questa settimana, con un commento basato come al solito sui miei pregiudizi!

La bambola assassina di Lars Klevberg


Altro remake horror di questa annata, tra l'altro di una di quelle saghe horror che ho sempre fatto molta fatica a sopportare, tanto che mi sono fermato nel vederla al terzo capitolo, anche il quarto è uno dei migliori, a detta di molti. Prima dell'uscita avevo quasi intenzione di farci sopra uno speciale e recuperarmi tutti i film della saga, non escludo di farlo in futuro, anche se nel frattempo questo remake, con tanto di upgrade tecnologico del personaggio di Chucky, potrei vedermelo comunque, anche se mi aspetto poco o nulla.

La mia aspettativa: 5/10


Arrivederci professore di Wayne Roberts

Allora io un film in cui Johnny Depp non interpreta un tipo strambo con un cappello vorrei anche vederlo. Anche perchè il trailer sembra preannunciare un film in grado di commuovere e di fare riflettere. Ecco, magari un film così non vado a vederlo al cinema, ma potrei attendere l'home video, ma l'impressione è che questa settimana, a meno di recuperi presi dagli scorsi weekend, sia un po' questo quello che passa il convento.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Il Flauto Magico di Piazza Vittorio: Produzione italiana che a leggerne la trama sembra stranissima e infatti mi sembra un po' troppo d'essai per concederle un'occasione. Penso che gli appassionati della musica di Mozart però potrebbero apprezzare questa rivisitazione che sembra essere quanto meno piuttosto originale.
La prima vacanza non si scorda mai: Ho lasciato un po' in disparte il cinema francese in questi ultimi tempi, rispetto a quando iniziavo a scrivere su questo blog. Forse perchè dall'altra parte delle Alpi negli ultimi tempi non sembrano essere così in forma.
Lucania - Terra Sangue e Magia: Conosco un paio di persone che potrebbero vedere e apprezzare questo film, anche se a loro piacciono di più gli horror e le commedie mi sa...
Rapina a Stoccolma: Posto che la frase promozionale di questo film - "La rapina che ha dato il nome alla sindrome" - fa un po' schifo, io di conoscere la rapina che ha dato il nome alla sindrome di Stoccolma un po' ne ho voglia ad esserne sincero.
Sir - Cenerentola a Mumbai: Film impegnativissimo in arrivo dall'India. Fa talmente caldo che non ci penso nemmeno di cimentarmici.
The Elevator: In estate poi succedono anche i capolavori temporali, film di quattro anni prima che, in un periodo di vuoto cinematografico - quale non è la stagione di quest'anno, a parte questo weekend - vengono proposti nelle sale e mandati praticamente al macello.

giovedì 20 giugno 2019

NICOLE KIDMAN DAY - Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos (2017)


Irlanda, USA, Regno Unito 2017
Titolo Originale: The Killing of a Sacred Deer
Sceneggiatura: Efthymis Filippou, Yorgos Lanthimos
Durata: 121 minuti
Genere: Drammatico, Thriller


Dopo un periodo in cui si faceva una fatica tremenda a riunirsi, la solita cricca di blogger sta iniziando a ritrovare continuità e, visto che oggi Nicole Kidman, attrice dai più particolarmente apprezzata, compie la bellezza di 52 anni, quale migliore occasione per organizzare una giornata in suo onore, per augurarle buon compleanno? Di film scelti ce ne sono per tutti i gusti, da quelli impegnati alle commedie, da quelli strambi ed enigmatici a quelli comprensibili senza un particolare sforzo mentale, insomma, una buona occasione per celebrare una brava attrice non necessariamente nei suoi film più famosi o nelle interpretazioni più significative, ma semplicemente segnalando qualche film a scoprire o qualche altro da vedere assolutamente, in qualche modo imprescindibile. La mia scelta in tal senso è ricaduta su "Il sacrificio del cervo sacro", che nel 2017 avevano praticamente visto tutti in rete, mentre nei cinema italiani è uscito solamente nel 2018, con il consueto annetto di ritardo per quel che riguarda le produzioni che non sono candidate all'Oscar e che non sono particolarmente mainstream. Infatti, da quel che ricordo, non si può certo dire che il pubblico abbia premiato questo film diretto da Yorgos Lanthimos e con protagonisti Colin Farrell e Nicole Kidman, che interpretano una coppia di genitori, tanto che ricordo che il film dalle mie parti rimase in sala poco più di una settimana e, vista una certa coincidenza di impegni, non riuscii a vederlo fino a quando, non molto tempo fa, è stato messo a disposizione su Now TV, dove ho potuto recuperarlo tranquillamente.
Steven Murphy è uno stimato cardiochirurgo che da tempo intrattiene un rapporto non ben precisato con un ragazzo di nome Martin, interpretato da Barry Keoghan, e vive con la moglie Anna e i due figli Kim e Bob, interpretato rispettivamente da Raffey Cassidy e da Sunny Suljic. Una sera, tornato a casa dal lavoro, Steven decide di raccontare alla moglie che Martin è il figlio di un suo paziente, morto dieci anni prima in un incidente stradale, che lui ha deciso di aiutare a superare il lutto. Alla continua ricerca di attenzioni da parte di Steven, Martin si recherà dapprima a casa sua per cena, per poi invitare l'uomo a casa sua, per cenare con sua madre, con l'intento di lasciarli soli in modo che tra di loro possa nascere una relazione. Steven decide di non tradire la moglie e di rincasare, ma il giorno dopo Bob, il figlio più piccolo, si ritroverà con le gambe completamente paralizzate e in ospedale nessuno riuscirà a capire la causa di questa paralisi. Sarà proprio Martin a rivelare a Steven il suo piano: siccome il padre non è morto sul colpo in seguito all'incidente, ma sul tavolo operatorio per via di una negligenza di Steven, lui si ritrova ora costretto ad uccidere un membro della sua famiglia, ma dovrà essere Steven stesso a decidere chi sacrificare, pena la morte di tutti i suoi familiari.
Dopo aver visto la scorsa settimana "Il sacrificio del cervo sacro" posso tranquillamente dire di avere aspettato decisamente troppo prima di dargli un'opportunità, dato che mi sono trovato davanti ad uno dei film più strani e al contempo belli che io abbia visto negli ultimi anni, una vera e propria meraviglia. Dopo il film malatissimo che era stato "The Lobster", che mi aveva sconvolto, e una delle prime esperienze di normalità con "La favorita", uscito in Italia pochi mesi fa, la collezione di Lanthimos fa segnare un altro film in grado di creare fastidio nello spettatore, avvolgendolo in un'atmosfera opprimente in cui la trama, ispirata al mito greco del sacrificio di Ifigena, ha un incedere lento ma costante, in grado di mantenere ben saldi gli occhi dello spettatore sulle immagini che gli vengono mostrate. Siamo davanti ad uno di quei film che lasciano veramente il segno in chi li guarda, perchè registicamente e fotograficamente ottimi e perchè la trama non è di quelle che lasciano indifferenti. Iniziando a guardare "Il sacrificio del cervo sacro" è impossibile non rimanere affascinati dal modo di esprimersi dei personaggi, dai concetti a volte altamente filosofici che tirano fuori nei loro dialoghi, nè tanto meno ad una colonna sonora che contribuisce a creare un clima di inquietudine, amplificando, come se ce ne fosse bisogno, il senso che in questa storia ci sia qualcosa di sbagliato, di mentalmente malsano.
A livello recitativo a sorprendere maggiormente è Barry Keoghan, interpretando il personaggio di Martin in maniera da renderlo enigmatico ed indecifrabile, ma anche altamente inquietante nel compiere le sue azioni, che sembrano rese possibili da una sorta di potere che in maniera azzeccata il regista decide di non spiegare, in modo da amplificarne l'effetto. Molto bene anche Colin Farrell nei panni di Steven, uomo che deve necessariamente fare i conti con le sue negligenze e con le cose non dette, messo davanti ad una scelta impossibile, ma che pare prima o poi, con cinismo, dovrà comunque compiere. A fare da contraltare al suo personaggio è Nicole Kidman nei panni di sua moglie, donna molto più pragmatica, sconvolta dalla tragedia di dover vedere i suoi due figli strisciare letteralmente sul pavimento per potersi muovere, ma comunque decisa nel convincere il marito a cercare un modo per guarirli, anche a costo di uccidere uno di loro, in quanto scelta più logica, dato che comunque ne potranno avere altri. Una scelta terribile ma perfettamente in linea con quella che è la visione del mondo che ci aveva mostrato Yorgos Lanthimos nei suoi film precedenti, mostrataci ancora una volta in un film che è una vera e propria meraviglia per gli occhi.

Voto: 8,5

Partecipano alla rassegna anche i seguenti blogger amici:

Bollalmanacco - La donna perfetta
La bara volante - Da morire
Pensieri Cannibali - Destroyer
La fabbrica dei sogni - Il matrimonio di mia sorella
Director's Cult - Moulin Rouge
La stanza di Gordie - The Others
Stories - Big Little Lies
Una mela al gusto pesce - Amori e incantesimi


martedì 18 giugno 2019

Distruggete Frankenstein! di Terence Fisher (1969)

Regno Unito 1969
Titolo Originale: Frankenstein Must be Destroyed
Sceneggiatura: Bert Batt
Genere: Horror


Dopo qualche settimana in cui non sono riuscito a portare avanti il mio speciale riguardo alle serie cinematografiche prodotte dalla Hammer Film Production, si ritorna per parlare di "Distruggete Frankenstein!", sempre diretto da Terence Fisher nel 1969 continuando a perpetrare la filosofia di una produzione cinematografica che spremesse i suoi attori come limoni, stranamente ottenendo anche un successo pazzesco vista la frequenza irrisoria con cui uscivano i film della casa di produzione. Protagonista della vicenda è ancora una volta Peter Cushing, che riprende il ruolo del barone Victor Frankenstein, mentre Veronica Carlson interpreta Anna Spengler, che gestisce la pensione in cui si rifugerà il nostro protagonista. Altro personaggio importante in questa ennesima storia dedicata a Frankenstein è il personaggio del dottor Karl Holst, fidanzato di Anna e dottore nel manicomio locale interpretato da Simon Ward.
Victor Frankenstein è ricercato dalla polizia dopo gli eventi del film precedenti e decide di stabilirsi nella pensione gestita da Anna Spengler, fidanzata di Karl Holst, che lavora nel manicomio locale. Il dottore da tempo sta sottraendo alla struttura della cocaina, da utilizzare per curare la madre, così Frankenstein, scoperta la cosa, decide di ricattarlo, costringendo la coppia ad aiutarlo nei suoi esperimenti, decidendo di far evadere dal manicomio il dottor Brandt, scienziato che aveva elaborato teorie simili alle sue, ormai diventato demente. Durante la fuga Brandt ha un infarto e, in fin di vita, Frankenstein decide di estrarre il suo cervello per impiantarlo nel corpo del direttore del manicomio, che però fuggirà e cercherà di vendicarsi.
Strano ma vero e ormai non dovrebbe più essere una novità per me, la Hammer punta ancora sulla sicurezza e ci propina, per la quinta volta la stessa trama riciclata con diversi protagonisti e una diversa creatura. Io però sono testardo come un mulo e siccome ho ormai superato il giro di boa di questo speciale, vado avanti, imperterrito, con l'intento di portarlo a termine. Ormai siamo arrivati ad un punto in cui la fantasia è totalmente venuta meno, in cui si batte il ferro finchè è caldo, in cui addirittura, con l'intento di scioccare il pubblico, si inserisce a riprese terminate la scena di uno stupro, quello di Frankenstein ai danni di Anna, del quale poi i personaggi del film non ricorderanno nulla, proprio perchè la scena è stata inserita in una fase successiva. Una scena che tra l'altro ha poco senso proprio perchè il personaggio di Franekenstein non è mai stato così brutale e non sono bastate in tal senso le proteste da parte di Cushing, di Veronica Carlson e di Terence Fisher, la scena alla fine fu inserita comunque.
Pur essendo davanti al primo film della serie in cui il personaggio di Victor Frankenstein assume una connotazione totalmente negative, ciò non basta ad aumentare il mio coinvolgimento verso una serie che continua a riproporre la stessa trama, con diversi protagonisti, senza la minima spinta creativa.

lunedì 17 giugno 2019

Il traditore di Marco Bellocchio (2019)

Italia, Francia, Germania, Brasile 2019
Titolo Originale: Il traditore
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco Piccolo, Francesco La Licata
Durata: 135 minuti
Genere: Biografico, Drammatico


Tra i film presentati all'ultimo Festival di Cannes, uno di quelli che mi interessava di più era sicuramente "Il traditore", diretto da Marco Bellocchio, vuoi per il mio interesse verso il periodo storico delle guerre di mafia, che non ho vissuto in quanto non ero ancora nato, vuoi anche per un regista che per quel poco che ho potuto esplorare, mi piace particolarmente. Il già regista di "Bella addormentata" e "Fai bei sogni", torna dunque al cinema e, dopo aver presentato il suo ultimo film a Cannes, ottiene un enorme successo di critica, con il pubblico in sala che gli tributa ben nove minuti di applausi, anche se la cosa per quanto mi riguarda conta poco, visto che giusto l'anno scorso "La casa di Jack", che per me a questo punto è diventato un film imprescindibile di questa annata che ancora grosse soddisfazioni non me ne ha date, era stato spernacchiato da una buona metà del pubblico. Con un azzeccato lavoro per quanto riguarda il casting, Marco Bellocchio si circonda di attori non particolarmente conosciuti nel cinema italiano, ad eccezione di Pierfrancesco Favino per interpretare il protagonista del film Tommaso Buscetta, considerato uno dei primi pentiti di Cosa Nostra, che lo stato italiano imparò a conoscere di più e a cominciare a combattere proprio grazie alle sue rivelazioni al giudice Falcone, qui interpretato da Fausto Russo Alesi. Altro personaggio importante nella vicenda è Salvatore Contorno, che qui viene interpretato da Luigi Lo Cascio, che ritorno a vedere in un film di mafia dopo averlo visto nel ruolo di Peppino Impastato ne "I cento passi".
Siamo agli inizi degli anni ottanta, con Cosa Nostra divisa tra le famiglie storiche di Palermo e la nuova fazione dei Corleonesi, guidata da Totò Riina, qui interpretato dal suo clone Nicola Calì. Tutte le famiglie appartenenti all'organizzazione si riuniscono durante la festa di Santa Rosalia, per ufficializzare la loro riconciliazione, ma proprio durante questa festa Tommaso Buscetta, intuendo il pericolo, decide di scappare in Brasile assieme a sua moglie, seguendo i suoi traffici sotto falso nome e lasciando in Italia i suoi primi due figli. La sua intuizione si rivelerà poi esatta: comincerà una nuova guerra di mafia, durante la quale molti esponenti di spicco della cosca mafiosa e loro familiari cominciano a venire uccisi, spariscono anche i due figli di Buscetta e suo fratello. Nel frattempo anche lo stesso Buscetta viene catturato in Brasile e, una volta ottenuta l'estradizione, deciderà di parlare con il giudice Falcone e di testimoniare nel maxi-processo del 1986 assieme a Salvatore Contorno, pentitosi dopo una serie di attentati a cui è riuscito a fuggire.
Il periodo storico in cui è ambientato "Il traditore" ci è stato proposto in tutte le salse possibili e immaginabili dal cinema italiano, che non perde mai l'occasione di narrare le vicende che hanno insanguinato quegli anni nel corso della storia del nostro paese. Marco Bellocchio decide di rappresentare quel periodo con gli occhi di uno degli uomini che si sono rivelati più importanti nell'ottica del processo condotto verso un grande numero di boss mafiosi, molti dei quali non erano ancora nemmeno stati catturati. Il ritratto che Bellocchio traccia di Tommaso Buscetta è quello di un uomo che non si mai proclamato un pentito, quanto più che altro un uomo d'onore che si è sentito tradito da Cosa Nostra, un'organizzazione che ha detta sua è cambiata nel corso del tempo e ha tradito se stessa. Importanza centrale nell'ottica di tracciarne il suo ritratto assumono i dialoghi con il giudice Falcone, tra i quali sembra nascere, nonostante la differenza di vedute, un rapporto di reciproco rispetto, in quegli interrogatori che hanno contribuito a tracciare la struttura dell'organizzazione mafiosa e a fare i nomi dei personaggi più coinvolti. Viene anche riprodotto in maniera estremamente efficace il maxi-processo dando agli spettatori un effetto un po' straniante: durante la visione infatti ho avuto a tratti l'impressione che Bellocchio per rappresentarlo avesse puntato su una componente trash che volesse mettere in ridicolo i boss che venivano processati e i loro avvocati. Un'impressione che a dir la verità non mi stava nemmeno dispiacendo, se non fosse che era completamente sbagliata, alla luce dell'aver visto successivamente su Youtube degli spezzoni di quel processo: era tutto vero, estremamente realistico, i finti svenimenti, le urla, le finte malattie mentali, la strafottenza con cui ognuna di queste persone deprecabili disconosceva chiunque gli stesse intorno sono state rappresentate nella maniera più fedele possibile alla realtà dei fatti e se l'idea che fosse tutto estremizzato e portato al limite del trash mi piaceva, mi ha colpito ancora di più scoprire che il tutto era estremamente realistico. Benissimo poi il dialogo tra Buscetta e Pippo Calò, interpretato da Fabrizio Ferracane, intenso e molto significativo di quello che fosse il pensiero di Buscetta verso l'organizzazione che stava tradendo e che, a detta sua, lo aveva tradito e aveva tradito se stessa. Tomaso Buscetta per tutto il corso del film rimane un personaggio controverso e a simboleggiare il suo essere uomo d'onore viene portato un aneddoto, quello di un uomo condannato a morte e il cui esecutore doveva essere proprio lui, che per anni, sapendo della sua condanna, è sempre stato il più possibile vicino al figlio, perchè sapeva che non sarebbe mai stato ucciso davanti ad un bambino o ad un ragazzino, per poi venire ucciso subito dopo la fine del matrimonio del figlio. Forse meno efficace, ma altrettanto inquietante, la parte in cui viene narrata la deposizione di Buscetta ai danni di Giulio Andreotti, qui interpretato da Pippo Di Marca, un personaggio che per tutto il tempo in cui è in scena non parla mai, ma riesce ad interpretare al massimo, scrivendo appunti su un quaderno, tutta la sua enigmaticità, non facendo trasparire alcuna emozione nè intenzione, un po' la stessa impressione che mi dava il volto di Andreotti ogni volta che lo vedevo in un'intervista.
Uno dei punti di forza de "Il traditore" è sicuramente la scelta del cast, con la decisione di prendere attori il più possibile somiglianti ai corrispettivi reali, in cui Pierfrancesco Favino riesce ad immergersi in maniera pazzesca, non solo vestendo i panni di Tommaso Buscetta, ma quasi diventando il personaggio da lui interpretato: ne prende l'inflessione dialettale, il tono di voce, il modo di parlare e di muoversi, risultando anche, grazie ad un lavoro pazzesco per quanto riguarda il trucco, identico al personaggio da lui interpretato. Bene anche dal punto di vista recitativo Fausto Russo Alesi nei panni di Giovanni Falcone, anche se la sua interpretazione rimane molto nei canoni in cui abbiamo visto interpretare il personaggio in molte altre situazioni, riesce a ben interpretare lo sdegno verso le parole di Buscetta, soprattutto nelle prime fasi della deposizione. La regia è poi quella tipica di Marco Bellocchio, che fa un grande uso dei primi piani e di scene molto lunghe ed intense ambientate in un unico luogo, ma si segnala in maniera particolare per la scena dell'attentato a Giovanni Falcone. La scena della morte di Falcone si può dire che sia stata rappresentata, dal cinema italiano, letteralmente in tutte le salse, ma la rappresentazione cruda che ne dà Bellocchio è stata forse quella che ho preferito in assoluto, per quanto agghiacciante: viene riprodotta la famosa scena in cui Falcone di fianco alla moglie toglie le chiavi dall'automobile mentre sta guidando per consegnarle alla sua scorta dietro di lui, poi le rimette, avviene l'esplosione e vediamo tutta l'inquadratura dall'interno della sua automobile, che fa un volo, con i due personaggi che sembrano quasi tenersi il più forte possibile per evitare di venire sbalzati, per poi rimanere esanimi quando l'automobile ricade a terra.
Insomma, "Il traditore" è sicuramente uno dei migliori film visti in questa prima metà del 2019, merita sicuramente tutte le critiche positive che ha ricevuto e merita, assolutamente, di essere guardato, perchè storicamente importante e perchè, soprattutto, cinematograficamente validissimo.

Voto: 9

venerdì 14 giugno 2019

The Children Act - Il verdetto di Richard Eyre (2017)



Regno Unito 2017
Titolo Originale: The Children Act
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Ian McEwan
Durata: 105 minuti
Genere: Drammatico


In una delle ultime proiezioni del Cineforum di Vimodrone, associazione con cui collaboro nella scelta dei film e nell'animazione dei dibattiti, ho avuto l'occasione di vedere "The Children Act - Il verdetto", film del 2017 diretto da Richard Eyre e tratto dal romanzo "La ballata di Adam Henry" scritto da Ian McEwan, basato a sua volta su una storia vera. Ad interpretare i panni della protagonista, un giudice che deve prendere una decisione non facile, abbiamo Emma Thompson, mentre Stanley Tucci interpreta il marito. A chiudere il cast di questo film impegnato e decisamente impegnativo abbiamo il giovane Fionn Whitehead, che avevamo visto lo stesso anno già in "Dunkirk".
Fiona Maye è un giudice con una vita familiare non particolarmente soddisfacente, anche a causa dell'impegno che mette nel suo lavoro, che spesso la porta a trascurare le attenzioni del marito. Poco prima di uno dei processi più importanti della sua vita, egli stesso le confessa, ancora prima di tradirla, che ha intenzione di incominciare un'avventura con una ragazza più giovane. Pochi giorni dopo lei stessa sarà chiamata a decidere, in qualità di giudice, se obbligare un ragazzo minorenne, Adam Henry, ad essere sottoposto ad una trasfusione di sangue che gli salverebbe la vita, essendo malato di leucemia, nonostante l'opposizione dei genitori Testimoni di Geova. Alla fine deciderà, dopo aver visitato personalmente il ragazzo in ospedale e seguendo tutti i precedenti giudiziari della Gran Bretagna, di imporre la trasfusione per salvare la vita del ragazzo. Il gesto, inaspettatamente, porterà Adam a sviluppare una sorta di attrazione, un'ossessione per la donna, mostrandole gratitudine per avergli salvato la vita e per averlo portato a mettere in discussione le credenze impostegli dai suoi genitori.
Vedere al Cineforum quei film che da solo non avresti mai visto ogni tanto è utile, per trarne degli insegnamenti o quanto meno per sentire l'opinione di altre persone, che vedono il film con te, su quanto appena visto e quanto appena narrato. In questo caso siamo davanti proprio ad uno di quei film che dal punto di vista tecnico non avrebbe molto da dire, ma mostra tutta la sua potenza per quanto riguarda i contenuti e la recitazione degli attori protagonisti, che sono stati davvero straordinari. Ma la cosa ancora più interessante di questo film è che sulla decisione se vivere, morire, curarsi o meno, si possono avere tutte le opinioni del mondo e tuttora io non riesco a dare torto nè ai sostenitori della totale libertà di decidere della propria vita - considerando che comunque stiamo parlando di un ragazzo minorenne all'inizio del film - nè a quelli che comunque pensano che la vita, in qualche modo, vada preservata. Siamo poi davanti ad un film in cui viene messa in discussione l'imposizione di un credo religioso, si parla del fatto che i genitori del ragazzo decidano del suo futuro e che, nel momento in cui essi hanno deciso per la sua morte, egli cominci a mettere in dubbio sia la sua fede sia l'amore da parte dei suoi genitori, che sembrano preferire la fede alla vita del proprio figlio. Tutta questa serie di argomenti sono ben accennati e ben sviluppati da "The Children Act - Il verdetto" nella giusta maniera per far aprire tutta una serie di discussioni e riflessioni che di certo lasciano il segno nello spettatore.

Voto: 7+

giovedì 13 giugno 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Sta per iniziare ufficialmente l'estate e i cinema cominciano a proporre sempre più uscite estive, anche se, a dirla tutta, il progetto di non lasciare l'estate sguarnita di uscite interessanti sembra aver preso abbastanza piede e, da qui a fine Agosto, non mi è parso di vedere delle settimane completamente vuote, almeno un'uscita interessante alla volta c'è e il pubblico potrebbe anche rispondere bene. Vediamo però quali sono i sette film in arrivo questa settimana commentati come al solito in base ai miei pregiudizi!

Climax di Gaspar Noè


Pazzesco come un film del genere, acclamato dalla critica e di un regista di solito particolarmente apprezzato da buona parte dei cinefili, arrivi in una manciata di sale in tutta Italia - fortunatamente anche in due delle tre sale che frequento abitualmente, quindi potrei anche riuscire a godermelo in sala -, ma tant'è, la distribuzione pare seguire sempre delle politiche sbagliate. Sicuramente una delle due uscite del weekend in assoluto più interessanti, potrebbe essere un vero e proprio gioiellino.

La mia aspettativa: 7,5/10


I morti non muoiono di Jim Jarmusch


Gli zombie ritornano con prepotenza nel nel cinema d'autore, con questa commedia horror realizzata da Jim Jarmusch, in cui, tra gli altri, ci sarà anche Bill Murray, che da queste parti è sempre particolarmente apprezzato. Il destino per quanto riguarda la distribuzione pare essere però molto simile a quello di "Climax" e anche lui, fortunatamente, sarà presente in due dei tre cinema che frequento solitamente.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Beautiful Boy: Di questo film si parla già discretamente bene ancora prima della sua uscita. A dir la verità non mi sento curiosissimo a riguardo, però un'occhiata gliela si potrebbe anche dare!
Blue my Mind - Il segreto dei miei anni: Questo fantasy sentimentale invece mi ispira meno di zero a dire la verità.
Il grande salto: Giorgio Tirabassi alla regia e anche davanti alla macchina da presa in coppia con Ricky Memphis. Che per caso Mauro Belli di "Distretto di Polizia" stia per tornare per davvero?
Maryam of Tsyon - Cap I Escape to Ephesus: Sinceramente spero che questo film non veda nemmeno la luce di una sala. Anche per motivi "religiosi".
Soledad: Arriva dall'Argentina uno dei film impegnati della settimana. Peccato che inizi a far caldo e, un po' come quando fa freddissimo, freddo, tiepido e mediamente caldo, di film troppo impegnati e impegnativi ne ho difficilmente voglia.
Maryam of Tsyon - Cap I Escape to Ephesus: Sinceramente spero che questo film non veda nemmeno la luce di una sala. Anche per motivi "religiosi".

mercoledì 12 giugno 2019

I guardiani del destino di George Nolfi (2011)



USA 2011
Titolo Originale: The Adjustment Bureau
Regia: George Nolfi
Sceneggiatura: George Nolfi
Durata: 106 minuti
Genere: Fantastico, Azione


Se leggeste le recensioni che scrivevo solo qualche tempo fa su questo blog, si direbbe che Netflix fino a poco tempo fa lo usavo principalmente per vedere le serie TV, originali e non, che produceva o portava in Italia. Le cose sono decisamente cambiate negli ultimi tempi, in cui ne faccio un uso più mirato, principalmente per quelle serate in cui arrivo particolarmente stanco dal lavoro e non ho voglia di cimentarmi con un film impegnativo nè tanto meno ho voglia di vedere una delle ultime uscite, che ormai sto riservando alle mie sortite quasi settimanali al cinema. Un'altra cosa che chi mi legge dovrebbe sapere è che non è troppo difficile ottenere la mia attenzione quando si parla di cinema: un bell'horror - con in vampiri però si fa ancora di più sul serio - oppure un be film di fantascienza, ma non quel fantasy che molti confondono per fantascienza - chiaro il fatto che la saga di "Star Wars" NON è fantascienza, mentre "Interstellar" lo è? La differenza è che il secondo ipotizza una sceneggiatura partendo da un presupposto che abbia a che fare con la scienza, per chi ancora non l'avesse capita -, che attira ancor di più la mia attenzione se parla dei paradossi temporali. Ad un breve sguardo alla trama "I guardiani del destino" sembrava fare al caso mio. Diretto da George Nolfi, al suo primo film da regista, ed interpretato da Matt Damon ed Emily Blunt, sembrava poter essere uno di quei film in cui ci vedevo una buona dose di paradossi temporali e un po' di sentimento che, anche per un cinico bastardo come me, ogni tanto non guasta e il risultato devo dire che non mi è dispiaciuto per nulla, nonostante queste cose non le abbia trovate quasi per nulla.
David Norris è uno dei candidati alla carica di senatore per lo stato di New York, con una brillante carriera politica davanti a sè. Poco prima di uno dei comizi decisivi per la sua elezione, egli incontra la ballerina Elise Sellas: l'incontro con lei gli farà in qualche modo mandare a monte la sua carriera politica. La rivedrà dopo molto tempo, ma presto capirà che una serie di circostanze apparentemente casuali sembrano impedire che egli passi la sua vita con lei, di cui sembra essersi follemente innamorato. Scoprirà dunque che a tenerli lontani ci sono delle persone chiamate "guardiani", dotate di poteri particolari, che portano avanti un piano di portata mondiale interferendo con il destino delle persone che si trovano davanti, in modo da non farle deviare dal piano della loro vita.
Scopro solo mentre scrivo questa breve recensione che il film che ho guardato all'incirca una settimana fa è tratto dal romanzo "Squadra riparazioni" di Philip K. Dick, romanzo che molti altri non ho mai letto, anche se l'autore è uno di quelli particolarmente amati dai produttori di Hollywood, che già hanno realizzato molti adattamenti tratti da suoi libri, così come la serie "The Man in the High Castle" tratta dal romanzo "La svastica sul Sole". Inutile dire che guardando il film e scoprendo poi questo piccolo dettaglio appaiano chiare le implicazioni filosofiche che il regista George Nolfi, al cui film ha lavorato per ben otto anni, ha voluto portare sullo schermo raccontandoci la storia di questi due innamorati che per uno strano complotto di portata mondiale non sembrano destinati a stare insieme. In questo thriller di fantascienza però molta importanza viene data alla componente romantica della vicenda, con i due protagonisti che non fanno che rincorrersi, mentre meno spazio viene dato alla componente complottista e più thriller della vicenda. Entrambi credibili i due protagonisti, con Matt Damon che si cala benissimo nella parte di David Norris, praticamente da subito cosciente delle macchinazioni dei guardiani, mentre Emily Blunt risulta estremamente credibile.
Insomma, "I guardiani del destino" è uno di quei film da cui pretendevo poco o nulla e alla fin fine mi ci sono pure trovato abbastanza bene, perchè sa emozionare e come tenere sempre accesa l'attenzione dello spettatore grazie ad un ritmo piuttosto serrato.

Voto: 7

martedì 11 giugno 2019

Nodo alla gola di Alfred Hitchcock (1948)



USA 1948
Titolo Originale: Rope
Sceneggiatura: Arthur Laurents
Durata: 77 minuti
Genere: Thriller


Non penso di potermi considerare un vero e proprio appassionato del cinema di Alfred Hitchcock, regista che nel corso della sua immensa carriera ha diretto uno dei miei film preferiti in assoluto, "Psyco", ed è stato anche uno dei pochi registi che conosco a dirigere un film che parlasse della mia fobia più grande in assoluto, "Gli uccelli", dato che sono un ornitofobico abbastanza irrecuperabile. Non ho mai trovato l'occasione nè il tempo di addentrarmi nei meandri della sua cinematografia e posso dire di avere visto giusto i suoi film più famosi, come "La donna che visse due volte" e "Intrigo internazionale", di cui uno di questi giorni potrei anche parlare in effetti. La scorsa settimana però mi è capitata l'occasione di visionare, sulla piattaforma Now TV che condivido con i miei genitori, uno dei suoi lavori più famosi non tanto per la sua trama, quanto più che altro per la tecnica utilizzata, essendo uno dei primi film girato in un intero piano sequenza simulato: l'idea di Hitchcock infatti, inizialmente, era quella di un film da girare in un'unica soluzione, un unico piano sequenza, ma i mezzi disponibili all'epoca, il 1948, rendevano l'impresa decisamente ardua. Il geniale regista però, non dandosi per vinto, decise di simulare il piano sequenza con abili tagli di montaggio nei momenti più opportuni, dando l'impressione che il film fosse girato senza montaggio.
Poco prima di un ricevimento nel loro appartamento, Brandon Shaw e Phillip Morgan, interpretati rispettivamente da John Dall e Farley Granger, due giovani presunti omosessuali e conviventi, uccidono strangolandolo con una corda l'amico David Kentley, nascondendolo in un baule sul quale viene preparata la tavola per il party. Alla festa sono stati però invitati anche il padre del ragazzo e la sua fidanzata e il suo migliore amico, mentre Brandon ha invitato anche un suo professore, Rupert Cadell, interpretato da James Stewart, da lui ammirato per le sue teorie sulla relatività morale e sull'utilizzo dell'omicidio come privilegio per pochi eletti. Per i due protagonisti inizierà una serata in cui loro principale obiettivo sarà trovare un modo per non venire scoperti, mentre gli invitati cominceranno a preoccuparsi delle sorti del loro amico mai arrivato e si discuterà del confine tra bene e male e della distinzione tra le due fazioni.
Come dicevo, non essendo un esperto nè di cinema in generale, nè di quello di Alfred Hitchcock, avevo sentito parlare di questo "Nodo alla gola" principalmente per la particolare tecnica con cui fu realizzato: impossibile girare il tutto in un'unica soluzione come ai giorni nostri - e molti sono gli esempi in tal senso - dato che le bobine di pellicola duravano al massimo una decina di minuti, il regista decide di utilizzare l'espediente dell'inquadratura stretta sul retro delle giacche dei protagonisti in modo da poter utilizzare quei secondi di oscurità per sostituire la pellicola. Ne esce così un film che, per volontà del regista, è tanto simile alla piece teatrale da cui è tratto, intitolata "Rope", non solo per la trama - vagamente ispirata all'omicidio commesso ai danni di un bambino da una coppia di omosessuali - ma anche per la sua struttura narrativa e per l'ambientazione, al netto della panoramica iniziale, tutta all'interno di una sola location. Giusto però, per quanto riguarda questo "Nodo alla gola", non ricordarsi solamente della quasi pionieristica tecnica cinematografica utilizzata da Alfred Hitchcock, perchè importanza capitale assumono i dialoghi di questo film, in cui attraverso le parole dei protagonisti, lo spettatore è portato a riflettere su importanti temi filosofici e morali, alternati a momenti di puro black humour ed altri di vera e propria provocazione.
É indubbio dunque che per avere una panoramica ben precisa su un autore dalla produzione cinematografica immensa come Alfred Hitchcock si debba esplorare per bene la sua cinematografia, specialmente per quanto riguarda quei film imprescindibili della sua sterminata produzione ed è importante, soprattutto in questo film, capire anche quale sia la contrapposizione tra i due protagonisti, che si mostrano piuttosto complementari sullo schermo e per questo hanno la necessità di essere sempre coinvolti all'interno della narrazione - con Hitchock che ci fa intuire che i due possano anche essere amanti. I due caratteri dei personaggi, Brandon piuttosto freddo e sicuro di sè, tende a compiacersi dei suoi atti malvagi, mentre Phillip è certamente più insicuro, succube dell'amico, moralmente più rigoroso e convenzionale. Ad unire il carattere dei due, in un crescendo in cui la tensione diventa seriamente palpabile già dalla metà del film, il personaggi di Rupert, le cui teorie piuttosto estreme hanno ispirato il gesto di Brandon del quale lui alla fine, una volta scoperti i responsabili dell'omicidio, si sentirà in qualche modo responsabile.
"Nodo alla gola", con i suoi ben settantuno anni di vita, è uno di quei film che non risulta essere invecchiato nemmeno di un secondo, un po' una prerogativa dei grandi classici o quanto meno dei grandi film, essendo una di quelle pellicole che, ancora ai giorni nostri, ha qualcosa da insegnare sia dal punto di vista tecnico, per chi apprezza anche questa componente del cinema, sia dal punto di vista contenutistico, risultando estremamente attuale nelle tematiche trattate.