giovedì 31 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Oggi è Halloween e dei film in uscita il più interessante, almeno per quanto mi riguarda, non è l'horror - che comunque è abbastanza atteso, anche se con un po' di timore. Sette sono le pellicole in uscita, che verranno come al solito commentate in base ai miei pregiudizi!


L'uomo del labirinto di Donato Carrisi


Sto piano piano recuperando tutti i romanzi di Donato Carrisi, scoperto lo scorso anno grazie a "La ragazza nella nebbia", di cui ho sia letto il libro sia vista la pellicola, diretta dallo stesso scrittore. Un film ben riuscito anche se non miracoloso, ma aveva il suo bell'effetto. Ho letto un mesetto fa "L'uomo del labirinto" e come romanzo l'ho veramente amato, quindi spero davvero che questa trasposizione sia di buonissimo livello. Il cast è di altissimo livello, la storia mi è piaciuta tantissimo, sulla carta il film potrebbe piacermi eccome!"

La mia aspettativa: 7,5/10


Doctor Sleep di Mike Flanagan

Da una parte non ho letto il romanzo di Stephen King, seguito di "Shining", romanzo che non mi piace per nulla. Dall'altra amo talmente tanto il film di Kubrick, il mio film preferito in assoluto, che l'idea di vederne un seguito, anche se diretto da un validissimo Mike Flanagan che ha portato negli ultimi anni molti horror che mi sono piaciuti parecchio, mi spaventa un pochino. Il problema è che già dal trailer si vedono troppe citazioni al capolavoro che lo ha preceduto, il che mi fa una paura fottuta.

La mia aspettativa: 6/10


Terminator: Destino oscuro di Tim Miller

Ho sentimenti molto contrastanti su questo film: da una parte amo tanto i primi due della saga, dall'altra mi sono fermato alla terza pellicola, perdendomi le ultime. Da una parte, visto che seguito diretto della seconda pellicola, quasi mi vien voglia di vederlo, dall'altra, quasi mi vien voglia di farne uno speciale e recuperare tutti gli altri film della saga. Ci devo pensare un attimo, magari, nel frattempo, potrei andarlo a vedere comunque, ma ovviamente dopo i due film che lo precedono in questa lista.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Il giorno più bello del mondo: Sarà eh, ma io Siani non riesco a sopportarlo.
Il segreto della miniera: Pellicola slovena che arriva in Italia con due anni di ritardo e che penso non vedrà la luce di molte sale cinematografiche sinceramente.
La famiglia Addams: Io già nell'ultimo periodo faccio una fatica tremenda con i film d'animazione, se poi mi vedo dei disegni così mi viene proprio difficile riavvicinarmi al genere.
L'età giovane: Interessante film dei fratelli Dardenne, di cui ho visto non molti film nella mia vita. Presentato a Cannes, potrei concedergli un'occasione.

mercoledì 30 ottobre 2019

MOVIES FOR HALLOWEEN 2019 - Scary Stories to Tell in the Dark di André Øvredal (2019)

USA, Canada 2019
Titolo Originale: Scary Stories to Tell in the Dark
Sceneggiatura: Dan Hageman, Kevin Hageman
Durata: 111 minuti
Genere: Horror


Ho scoperto André Øvredal come regista non tanto tempo fa, precisamente un paio di anni orsono grazie all'uscita in Italia di "Autopsy", film horror che all'epoca non mi aveva particolarmente entusiasmato ma che, a posteriori, ritengo essere quanto meno uno degli esperimenti più interessanti degli ultimi anni per quanto riguarda il mio genere cinematografico preferito. Ho scoperto poi, sempre a posteriori, che lo stesso André Øvredal è anche il regista di "Troll Hunter", pellicola spassosissima al limite del trash che ha segnato un paio di visioni nella mia vita. Convinto dalla grande campagna mediatica e dai molti trailer e teaser trailer visti al cinema, per sfruttare il biglietto omaggio che il mio cinema di fiducia mi regala nella settimana del mio compleanno - lo fa con tutti, se si ha la carta fedeltà, non solo a me ovviamente - mi sono recato Domenica sera a vedere "Scary Stories to Tell in the Dark", film horror tratto dall'omonimo romanzo scritto da Alvin Schwartz che altro non è che una raccolta di storie horror per ragazzi che sinceramente non conoscevo e che comunque non penso avrei tanto interesse a leggere. Da un libro antologico come quello da cui la pellicola è tratta ci si potrebbe aspettare, sotto la produzione di Guillermo del Toro, un film antologico, ad episodi, ma lo sceneggiatore è stato comunque in grado di inventarsi qualcosa per unire in qualche modo le varie storie narrate. Nel cast sono tra l'altro presenti attori giovanissimi, quasi tutti alle prime armi, che comunque mi sono abbastanza piaciuti a livello recitativo.
Siamo nel 1968, durante la notte di Halloween. Stella, Augie e Chuck sono tre adolescenti della cittadina di Mill Valley, in Pennsylvania che decidono di fare uno scherzo al bullo di quartiere Tommy Milner. Durante la stessa notte, il ragazzo e la sua banda cercheranno di vendicarsi sui tre ragazzini, che verranno però salvati da Ramòn, ragazzo messicano. Il trio deciderà così di ringraziarlo portandolo in una vera casa infestata, dove troveranno le spaventose storie per bambini scritte da Sarah Bellows, legata a sanguinosi fatti di cronaca di molti anni prima che riguardavano dei bambini misteriosamente scomparsi. Riusciti a prendere questo libro, scopriranno che la notte stessa Tommy è scomparso nel nulla, mentre il libro sembra scrivere in autonomia delle storie dell'orrore che avranno ognuna un diverso protagonista e che tendono ad avverarsi sulle persone che vengono menzionate nella storia.
Un po' leggende metropolitane, un po' storie per ragazzi in questo film horror che fa parte di uno di quei sottogeneri per cui nutro da sempre un debole molto particolare, quello della fiaba horror. I protagonisti, giovanissimi, fanno tanto "It - Capitolo 1" e "Stranger Things" e le storie che vengono narrate nel corso di tutta la durata del film non sono certo delle più spaventose, ma riescono a mettere una certa dose di ansia, con la tensione che viene costruita e coltivata abbastanza bene e con i vari jumpscare che mi sono sembrati sempre ben contestualizzati, sicuramente un passo in avanti rispetto alla moda di inserirli a casaccio all'interno dei film horror. Nonostante poi i personaggi principali siano abbastanza stereotipati, con il fatto che il libro sembri vedere le paure dei ragazzi - cosa che, anche qui, ricorda non poco "It" - diventa in qualche modo più facile affezionarsi a loro e fare il tifo per loro, anche se poi, la soluzione finale, è proprio quella tipica della fiaba horror, con tra l'altro un'apertura verso un possibile sequel che accoglierei abbastanza bene, alla luce di questo buonissimo primo capitolo. I libri sono tre, ma essendo delle raccolte non si aveva già la strada pronta, il difficile è proprio creare il filo conduttore che colleghi le varie storie che verranno man mano prese dai romanzi, ma la cosa devo dire che mi incuriosisce parecchio.
Le storie narrate nel corso di "Scary Stories to Tell in the Dark" sono tutte principalmente legate a mostri, tranne una legata ad una leggenda metropolitana, ma il giochino con i mostri funziona per quanto riguarda gli effetti speciali: non ci troviamo davanti a delle creature elaborate o realizzate in maniera certosina al computer, siamo davanti a creature dalle sembianze grottesche realizzate per un pubblico giovane, ma c'è da dire che anche se non ci troviamo davanti ad un horror indirizzato ad un pubblico adulto, non siamo nemmeno davanti ad un horror per bambini. L'ansia c'è, sicuramente, qualche bello spavento pure, insomma, "Scary Stories to Tell in the Dark" non è ovviamente un film trascendentale, ma, innanzitutto, mi ha divertito da morire e, in secondo luogo, l'ho trovato decisamente ben riuscito ed efficace per tutta la sua durata.

Voto: 7

martedì 29 ottobre 2019

MOVIES FOR HALLOWEEN 2019 - Hole - L'abisso di Lee Cronin (2019)



Regno Unito, Belgio, Irlanda, Finlandia
Titolo Originale: The Hole in the Ground
Regia: Lee Cronin
Sceneggiatura: Lee Cronin, Stephen Shields
Durata: 90 minuti
Genere: Horror


Dopo aver parlato ieri di "Wounds", particolarissima ma non del tutto riuscita opera di Babak Anvari, oggi è tempo di recensire, per il secondo appuntamento della rubrica dedicata ai miei consigli per Halloween - una di quelle cose che nessun blogger cinematografico fa nel corso di questa settimana - un film che ho visto una decina di giorni fa e che nella sua particolarità mi ha affascinato molto. Poche premesse prima di parlare ufficialmente di "Hole - L'abisso", visto che io ormai le ho imparate: quando un film è il nuovo qualcos'altro diffidate sempre e dato che questo film sarebbe dovuto essere il nuovo "Babadook", beh, diciamo che a livello di qualità non siamo dalle stesse parti ma, per quanto riguarda la trama e parte del suo svolgimento, un qualche punto in comune penso di averlo trovato senza fare troppe forzature. Regista della pellicola è l'irlandese Lee Cronin, al suo primo lungometraggio, mentre protagonisti del film sono una coppia madre e figlio, lei, Sarah, interpretata da Seàna Kerslake, mentre lui, Chris, interpretato da James Quinn Markey.
Sarah O'Neill, nel tentativo di sfuggire dal suo passato, si rifugia assieme al figlio Chris ai margini di una cittadina rurale. Dopo essersi avvicinato ad una voragine all'interno del bosco vicino alla casa in cui abitano, Chris inizia a manifestare degli strani cambiamenti, che dapprima metteranno in allarme la loro anziana vicina di casa, che subito riconoscerà in lui qualcosa di strano e di maligno, poi metterà a dura prova la psiche di Sarah, che inizierà a chiedersi se questi cambiamenti che sta manifestando suo figlio siano reali o frutto della sua immaginazione.
Al termine della visione di questa pellicola ho avuto dei sentimenti contrastanti: per quanto il film mi sia piaciuto e per quanto non riesco a dare del tutto torto a coloro che lo hanno accostato a "Babadook" c'è stato qualcosa che mi ha convinto di meno, ma pian piano ci arriveremo nelle prossime righe. Innanzitutto penso che "Hole - L'abisso" come horror funzioni abbastanza: una scena iniziale con i due protagonisti in macchina e la panoramica sulla strada tutta curve diventa sottosopra e pensi subito al bellissimo "Midsommar - Il villaggio dei dannati", ma qui, più o meno, finiscono i parallelismi con questo film. Siamo davanti innanzitutto ad un horror in cui la tensione cresce in maniera costante nel corso di tutta la sua durata e il regista decide di non far spaventare più di tanto i suoi spettatori, ma di creare un'atmosfera che dia loro la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato, qualcosa che non va. Insomma, una paura coltivata nel tempo, piuttosto che sbattuta in faccia con mostri o spiriti che, con me, funziona sempre particolarmente. É molto interessante poi il modo in cui il rapporto tra madre e figlio viene messo in scena, con Seàna Kerslake veramente brava e credibile nella sua interpretazione, grazie alla quale vengono a galla quei punti di contatto con "The Babadook" di cui si era fatto un gran parlare: si vede sin dall'inizio che Sarah è depressa e assieme a suo figlio vuole sfuggire da un passato abbastanza doloroso, anche se questo passato ci viene solo accennato e fatto immaginare - per me uno dei punti deboli del film è proprio lo scarso approfondimento della cosa - e che non sembra sapere bene come affrontare da sola il rapporto con il figlio e la sua nuova vita. Di contro, altro difetto piuttosto evidente del film - per lo meno per quel che riguarda i miei gusti - sta nel fatto che da una parte ci fa vedere come Sarah pensi che i cambiamenti che vede nel figlio siano frutto della sua psiche indebolita, mentre dall'altra da spettatore non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che il bambino fosse realmente cambiato dopo essersi avvicinato troppo alla voragine, è talmente chiaro che è impossibile sospettare della follia della ragazza e forse un po' più di mistero sulla cosa avrebbe giovato enormemente sulla buona riuscita del film, che per me è comunque di buon livello.
Insomma, "Hole - L'abisso" è un horror che funziona in quanto appartenente al mio genere preferito e riesce ad inquietare, ma forse, con qualche accorgimento in più a livello narrativo, saremmo qui a parlare di uno dei migliori film horror degli ultimi anni, mentre invece siamo solamente davanti ad un buon film - avercene degli horror così di questi tempi - che si lascia guardare senza problemi e lascia anche qualche spunto di riflessione interessante.

Voto: 7

lunedì 28 ottobre 2019

MOVIES FOR HALLOWEEN 2019 - Wounds di Babak Anvari (2019)

USA, Regno Unito 2019
Titolo Originale: Wounds
Regia: Babak Anvari
Sceneggiatura: Babak Anvari
Durata: 94 minuti
Genere: Horror


Nel corso della settimana passata mi sono preso due giorni di latitanza, complici la scarsa ispirazione su cosa scrivere sui film visti ultimamente e anche il passaggio non meno importante del mio ventinovesimo compleanno, che ho festeggiato a dovere nella mia birreria di fiducia - che tra l'altro lo stesso giorno di quattro anni fa apriva i battenti, quindi anche loro festeggiavano qualcosa. Siamo però arrivati nella settimana di Halloween e, come da tradizione, qui sul blog si parla di film horror per tutti i giorni che precederanno quella che per i rompicoglioni non è una festività degna di nota - SI FANNO I RITIH SATANICHI!!!1!!ELEVEN - e a dirla tutta nemmeno per me lo è, o meglio è solamente un'occasione per spararmi film horror a profusione - più di quanto faccio durante tutto il resto dell'anno - e di consigliare o sconsigliare alcune visioni tramite le pagine di questo blog. Mi sono dunque imbattuto la scorsa settimana nella visione, su Netflix, di "Wounds", film horror presentato all'ultimo Sundance e diretto da Babak Anvari, regista iraniano al suo secondo film dopo il successo di "Under the Shadows", che ancora non sono riuscito a vedere nonostante i consigli ricevuti a destra e a manca. Per questo suo primo lavoro negli Stati Uniti il regista si avvale di un cast magari non eccelso - soprattutto per coloro con la puzza sotto al naso -, ma comunque di buon livello nel quale figurano, tra gli altri, una sempre bellissima Dakota Johnson dopo l'ottima interpretazione data in "Suspiria" di Luca Guadagnino, e Armie Hammer, il cui ultimo suo film che ho visto è stato "Chiamami col tuo nome".
Will è un barista che vive a New Orleans e lavora in un pub chiamato Rosie's. Una sera, mentre sta chiacchierando con i suoi clienti più affezionati, un gruppo di ragazzini del liceo entra nel locale, chiedendo degli alcolici. Will decide di servirli comunque, nonostante le leggi statunitensi glielo impediscano, ma poco dopo all'interno del locale scoppia una rissa in cui viene coinvolto uno dei suoi clienti, Eric, che è perennemente ubriaco. Nel corso della rissa l'uomo verrà tagliato al volto con una bottiglia rotta, mentre i ragazzini, dopo che Will ha chiamato la polizia, se ne vanno dal locale, dimenticando un cellulare. Preso il cellulare e portatolo a casa, l'uomo inizia a ricevere messaggi da un certo Garrett, che sostiene di essere spaventato e che qualcuno lo sta seguendo. Nel frattempo sul cellulare ritrovato, continuano ad arrivare strani messaggi, a volte semplicemente disgustosi, mentre altre volte ritraggono scene di morte raccapriccianti, che finiranno sotto gli occhi di Carrie, la fidanzata di Will, che cercherà in tutti i modi di convincerlo a portare il cellulare alla polizia, mentre lui comincerà ad essere protagonista di strani eventi che lo porteranno sempre più verso la paranoia e il disturbo mentale.
Un'opera stranissima questo "Wounds" per la quale al termine della visione, sicuramente affascinante, ma, per quanto mi riguarda, non del tutto efficace a livello narrativo, sono dovuto andarmi a leggere più di una spiegazione su internet per capirne bene il susseguirsi degli eventi e ciò a cui la pellicola voleva portarci. Personalmente io sono dell'idea che se un film o una qualsiasi opera audiovisiva ha bisogno di un libretto di istruzioni per essere compresa allora vuol dire che c'è qualcosa che non va: non sono uno di quelli che da un film vuole avere tutto chiaro e la pappa pronta dall'inizio alla fine, anzi, mi piace molto quando magari una pellicola si rivela essere piuttosto enigmatica, ma comunque vuole portarti o a dare una tua interpretazione o a ragionare su quanto visto per arrivare a ciò che pensava il regista, non amo quando dopo aver guardato un film devo andarmi a leggere il manualetto per comprenderlo, se qualcuno deve fare uno sforzo per spiegare un film a qualcun altro allora vuol dire che non si è sforzato abbastanza il regista nel farlo. Proprio questa è la sensazione che ho provato al termine della visione di questo "Wounds" che, dietro ad uno stile registico affascinante e ad una regia impeccabile dal punto di vista tecnico, ci pone davanti ad una narrazione estremamente criptica che, nonostante tutto l'impegno possibile ho fatto una fatica tremenda a seguire.
Per quanto riguarda la componente horrorifica, "Wounds" riesce a tratti nel suo obiettivo di inquietare, la paura non è mai eccessiva e non si fa uso di jumpscare e di paura chimica, ma viene costruita una tensione crescente lungo tutta la durata della pellicola in cui, spesso e volentieri, sono gli scarafaggi a diventare protagonisti del disturbo che viene creato all'interno dello spettatore. Peccato che questa tensione venga un po' smorzata dal fatto che i fatti che vengono narrati nel corso della narrazione si facciano davvero fatica a seguire. "Wounds", grazie anche alle buone interpretazioni di Armie Hammer, bravo nel dare vita alle sue ossessioni in maniera estremamente credibili, e di Dakota Johnson, vittima inconsapevole degli eventi, ma personaggio importante che riesce a rimanere impresso, è uno di quei film che sarebbe tranquillamente potuto essere una discreta bomba, mentre risulta essere solo un interessante esperimento che si perde in una narrazione troppo criptica a fronte di un livello tecnico decisamente sopra la media, considerato soprattutto l'andazzo dei film che vengono portati direttamente su Netflix nell'ultimo periodo. Non mi sento dunque nè di sconsigliarlo nè di bocciarlo totalmente, forse qualcuno con una mente più aperta della mia e con un mood differente durante la visione della pellicola potrà cogliere tutte quelle sfumature che io sono riuscito a cogliere solo dopo aver letto il libretto di istruzioni.

Voto: 6

giovedì 24 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Ieri è stato il mio compleanno e ho un biglietto gratis da utilizzare per una settimana nel mio cinema di fiducia. Ciò vorrà dire che, per il film che sceglierò di vedere non contribuirò a far salire il suo incasso al botteghino, l'unica cosa certa però è che vorrei tanto averne almeno due o tre di biglietti in omaggio, visti i film interessanti che escono questo weekend! Commentiamoli tutti, come al solito, in base ai miei pregiudizi!


Scary Stories to Tell in the Dark di André Øvredal


Dopo molti mesi di trailer o teaser trailer visti al cinema, finalmente esce il film prodotto da Guillermo del Toro e con regista André Øvredal, già visto nel valido "The Authopsy of Jane Doe". Una pellicola antologica sulla carta molto interessante tratto da una serie di racconti horror per ragazzi in tre volumi. Ciò che si è visto nel trailer promette abbastanza bene, speriamo solo che i miei sospetti si confermino tali!

La mia aspettativa: 7/10


Finchè morte non ci separi di Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett

In questa settimana c'è spazio anche per una commedia horror/slasher con protagonisti Margot Robbie e Adam Brody. Non penso sarà nulla di così trascendentale o indimenticabile, però ho buone sensazioni su questo lavoro, che potrebbe divertirmi nel modo giusto. Insomma, quanto meno io ci spero!

La mia aspettativa: 6/10


Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores

Per una volta nella vita metto tra le uscite in evidenza un film italiano, diretto da Gabriele Salvatores, che si preannuncia essere di un target abbastanza diverso rispetto ai film che guardo di solito. Un film piuttosto serio e impegnativo che all'ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ha ottenuto grandi consensi e che dal trailer sembra essere parecchio interessante.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

L'uomo senza gravità: Commedia fantastica italiana che sinceramente mi ispira pochino a leggerne la trama e a vederne il trailer.
Downton Abbey: Non ho mai visto la serie di cui questo film è conclusione e me ne guardo bene dal farlo.
Miserere: Altro film impegnatissimo e impegnativissimo, mi sa che ne farò proprio a meno.
One Piece: Stampede: Madonna santa, ma basta con 'sto "One Piece".
Sole: Altra tematica importante per un altro film abbastanza impegnativo che non penso avrò tanta voglia di vedere.
Vicino all'Orizzonte: Film sentimentale in arrivo dalla Germania e io di vedermi film romantici non ne ho proprio voglia.

martedì 22 ottobre 2019

El Camino: A breaking Bad Movie di Vince Gilligan (2019)



USA 2019
Titolo Originale: El Camino: A Breaking Bad Movie
Sceneggiatura: Vince Gilligan
Durata: 122 minuti
Genere: Drammatico


Nel periodo in cui Disney + annunciava fuochi e fiamme in occasione della sua imminente apertura - serie TV, film, innovative ricette di cucina, una missione su Marte, più ricchezza per tutti quanti - Netflix la prendeva bene e annunciava la realizzazione di un film su "Breaking Bad", serie televisiva di culto andata in onda tra il 2008 e il 2013 per cinque stagioni. Una delle mie serie preferite e una delle serie preferite di chiunque, in pratica, capace nel giro di cinque anni di narrare l'ascesa e il declino di un professore di chimica che decide, per dirla con la massima banalità, di mettersi a cucinare metanfetamina blu, diventando il re della droga di Albuquerque dopo aver fatto terra bruciata intorno a sè. Tra i personaggi fondamentali della serie, oltre al protagonista Walter White, abbiamo Jesse Pinkman, interpretato da Aaron Paul, prima studente e poi assistente nell'attività criminale del protagonista, coccolato e poi abbandonato in un periodo di vita in cui ha perso tutte le amicizie e gli affetti che aveva prima di iniziare la vita da trafficante. A dirigere il film abbiamo lo stesso Vince Gilligan che ha diretto tutte le puntate della serie, con una fotografia e una regia sempre di altissimo livello e con un ritmo, non proprio velocissimo, ma comunque costante e coinvolgente, che pare essere diventato una delle costanti fondamentali di tutte quelle serie per cui ora la gente grida al capolavoro, anche se poi questo ritmo lento spesso e volentieri non viene usato nella giusta maniera - vero "Westworld" (tanto per fare un esempio a caso)?
Dopo un breve flashback in cui Jesse e Mike discutono sugli eventuali piani per rifarsi una vita, concordando sul fatto che nulla di ciò che è stato fatto si potrà cancellare, vediamo Jesse Pinkman fuggire dalla base di Todd, dove era stato imprigionato come merce di scambio con la complicità di Walter White, a bordo della El Camino di Todd - tutto sto casino per chiamare il film di "Breaking Bad" come il modello di un'automobile? Eh che delusione proprio - e rifugiarsi a casa di Skinny Pete dove può mangiare, lavarsi e riprendersi dalla prigionia. Dopo essersi recato da Joe per fare demolire l'auto, si scopre che la stessa contiene un ricevitore satellitare con cui la polizia la stava già controllando e decide di fuggire. Il suo piano, proprio come suggeritogli dallo stesso Mike nel flashback iniziale, è quello di recarsi in Alaska, ma per farlo dovrà raccogliere i soldi necessari e procurarsi dei nuovi documenti e una nuova identità.
A differenza di molti fan di "Breaking Bad", devo dire che non attendevo particolarmente l'uscita di un film sulla serie per vari motivi: il primo di questi era che il finale della serie televisiva era talmente perfetto e coerente con il resto degli episodi che mi andava bene così, senza ulteriori fronzoli o spiegazioni, nient'altro; il secondo è legato al primo, dato che a volte quando qualcosa ha un fascino particolare, è bello non spiegare proprio tutto tutto tutto, ma mantenere qualcosa di irrisolto, giusto per dare agli spettatori modo di discuterne e di ricordare; il terzo motivo era la sensazione per cui il film di "Breaking Bad" sarebbe potuto essere uno di quegli omaggi arrivati fuori tempo massimo, considerando poi che nemmeno lo spin-off "Better Call Saul", pur mantenendo lo stile della serie principale, non ha lo stesso fascino. Dubbi su dubbi riguardo la realizzazione del film che si sono poi palesati al momento della visione. Innanzitutto "El Camino" più che un film su "Breaking Bad" sembra essere un episodio speciale, lungo il doppio, che conclude la storia di Jesse Pinkman, su cui molte cose erano state lasciate in sospeso, ma che qui ci vengono spiegate in maniera certosina. Mantenendo poi la stessa gestione del ritmo che aveva la serie guardare un film di due ore con questo ritmo, ma senza però tutte le dinamiche che avevano contraddistinto la serie televisiva, risulta essere piuttosto faticoso.
É ovvio che dal punto di vista della regia e della fotografia non ci possa essere nulla di cui lamentarsi, alla fine lo stile di Vince Gilligan e la fotografia sono rimaste quelle che avevano tanto affascinato durante tutta la serie, ma è stata proprio la storia narrata in questo capitolo conclusivo - e a questo punto spero definitivo - della vicenda a deludermi, con le sole parti in cui vengono omaggiati i vari personaggi incontrati lungo la serie televisiva ad essermi davvero interessate. Ci sono proprio tutti, da Krysten Ritter a Bryan Cranston, da Jonathan Banks a Robert Forster - morto il giorno dopo il rilascio del film su Netflix - ma i brevi omaggi a loro dedicati non bastano a farmi valutare in maniera del tutto positiva un film in cui per due ore mi sono domandato se sentissi davvero il bisogno di vederlo, rispondendomi di no a più riprese. Peccato principalmente per le aspettative che avevo, peccato ancora di più per coloro che nel film ci credevano davvero, mentre io invece ero un po' più scettico. Peccato perchè di una conclusione alle vicende di Pinkman non ne avevo bisogno e alla fine le aspettative sono state un po' deluse.

Voto: 5,5

lunedì 21 ottobre 2019

Gemini Man di Ang Lee (2019)



USA, Cina 2019
Titolo Originale: Gemini Man
Regia: Ang Lee
Sceneggiatura: Billy Ray, Darren Lemke, David Benioff
Durata: 117 minuti
Genere: Fantascienza, Azione


Nel corso della mia vita non ho visto tanti film di Ang Lee, quanto meno rispetto a quella che è la sua produzione cinematografica, non certo sterminata, ma comunque con ben quattordici film all'attivo. Per quel poco che ho potuto vedere parlando dei suoi lavori non sono ancora ben riuscito ad inquadrarlo come regista: spettacolare ne "La tigre e il dragone", buono ma non così eccellente - come invece i giurati dell'Academy lo hanno fatto apparire - con "La vita di Pi", soprattutto in un'annata in cui non mi era parso fosse il migliore in corsa, mentre per quanto riguarda "Hulk" e "Billy Lynn - Un giorno da eroe" sono abbastanza combattuto riguardo al giudizio come regista. Sempre tra i film che ho visto, a parte "Lari tigre e il dragone" che mi ha convinto un po' in tutti i suoi aspetti, per quanto riguarda gli altri era sempre la sceneggiatura a lasciarmi un po' più interdetto con sia "La vita di Pi" sia "Billy Lynn - Un giorno da eroe" che non mi hanno convinto appieno negli ultimi anni. Arriva poi "Gemini Man", film con due Will Smith realizzato con una tecnica abbastanza innovativa, roba per cui gli appassionati possono andare in fibrillazione: siamo davanti intanto ad un film realizzato in 120 fps, ma soprattutto con una CGI tale per cui il Will Smith giovane, funzionale per la trama, è stato ricostruito interamente al computer e non solamente ringiovanito prendendo immagini di repertorio e ricostruendo i movimenti dell'attore. Oltre a ciò nel cast sono presenti anche Mary Elizabeth Winstead e Clive Owen, particolarmente apprezzati da queste parti. A dir la verità non ero convintissimo di andare al cinema per vedere questo film ma, complici un serata libera e il fatto che, in effetti, di cose interessanti da vedere nel cinema vicino a casa mia non ne erano rimaste tantissime, mi sono convinto a dargli un'opportunità, anche perchè forse vedendo questa pellicola in home video mi sarei perso qualcosina.
Henry Brogan è il miglior agente assassino del governo americano che, dopo aver scoperto che nella sua ultima missione avrebbe ucciso un semplice biologo invece che un terrorista come gli era stato precedentemente comunicato, decide di ritirarsi nella sua vecchia casa in Georgia. Una volta lì però viene raggiunto da una squadra di assassini incaricati di ucciderlo, ma riuscirà comunque a neutralizzarli. Dopo aver scoperto che gli assassini sono stati mandati dal suo vecchio partner Clayton Verris, ora a capo del progetto Gemini. Deciderà così di partire per la Colombia assieme a Danny, agente sotto copertura pagata per sorvegliare i suoi movimenti, dove inizierà ad essere inseguito da un agente del tutto identico a lui e, soprattutto, bravo esattamente come lui. Presto Henry scoprirà che venticinque anni prima, con l'inizio del progetto Gemini, Clayton aveva utilizzato il sangue di Henry, il miglior sicario di sempre, per farne una copia esatta, un clone che poi è stato chiamato Junior e allevato come un figlio dallo stesso Clayton.
Pellicola nata da una sceneggiatura di Billy Ray, Darren Lemke e David Benioff - uno dei responsabili del disastro che è stata l'ottava stagione di "Game of Thrones" - ancora una volta non è riuscita a fugare i miei dubbi per quanto riguarda le scelte del regista di portare al cinema determinate sceneggiature. Con una trama piuttosto semplice e classicheggiante, "Gemini Man" risulta essere più che altro un film per appassionati di tecniche cinematografiche, di montaggio e di computer grafica, tant'è che al botteghino, complice anche una pubblicità non certo ben gestita, non ha avuto una buona partenza, anche a livello mondiale. C'è ovviamente poco da dire sulla sceneggiatura, piuttosto lineare, senza particolari problemi e senza particolari guizzi creativi, da questo punto di vista il film si lascia guardare nonostante qualche momento di stanca nella parte centrale - e per una volta nella vita benedetto l'intervallo al cinema che di solito mi spezza le gambe, mentre qui mi ha rigenerato - e al contrario una parte finale in cui lo scorrere degli eventi avviene in modo abbastanza veloce.
Bisogna dunque dire la propria sulla tecnica utilizzata per la realizzazione del film: la sala in cui sono andato a vedere il film non proiettava la pellicola al massimo delle sue potenzialità, nonostante fosse realizzata in 120 fps, molte sale, tra cui la mia, lo hanno proiettato a 60 fps ma probabilmente il mio occhio non avrebbe notato la differenza. La cosa su cui bisogna però soffermarsi è il modo in cui è stato realizzato Will Smith da giovane. Per quanto riguarda le sembianze è perfetto, riporta fortissimo alla mente il ricordo di "Willy, il principe di Bel Air" e tutte le critiche che ho letto hanno elogiato in modo particolare la tecnica con cui è stato realizzato, che è sicuramente innovativa. Ora, io non so se la sensazione fosse legata al fatto di averlo visto in 60 fps invece che in 120 fps, ma in alcuni frangenti, specie in quelli in cui i due Will Smith combattevano, ho avuto la sensazione che la controparte giovane fosse finta, mi è sembrato di vederlo e, alla luce di tutte le critiche positive lette non capisco se l'ho vista solo io questa cosa, se è un'illusione ottica dettata dal pregiudizio oppure se sono stati tutti i critici a non aver visto questa cosa. Sull'Ang Lee regista poi nulla da obiettare, alcune sequenze sono girate in maniera egregia, ma la sensazione, al termine della visione, è stata quella di aver visto un bel contenitore vuoto, che no, non fa schifo come in tanti hanno detto e che, per tutta la sua durata, coinvolge anche abbastanza, però, a parte per quel che riguarda la componente tecnica, penso che la pellicola potrebbe rivelarsi, per la storia del cinema, più importante di quanto, a conti fatti a livello qualitativo, meriterebbe.

Voto: 5,5

venerdì 18 ottobre 2019

The Clovehitch Killer di Duncan Skiles (2018)

USA 2018
Titolo Originale: The Clovehitch Killer
Sceneggiatura: Christopher Ford
Durata: 110 minuti
Genere: Drammatico, Thriller


É molto strano il fatto che siamo a metà Ottobre e sto ancora recuperando le recensioni di Agosto, parlando, ufficialmente per l'ultima volta, dei film che ho visto durante il mio indimenticabile viaggio tra il Giappone e la Corea del Sud, anche perchè occupare dieci ore di volo all'andata e dieci al ritorno non è certo una cosa facile e molti sono stati i film visti in questo lasso di tempo - ma anche durante i viaggi in pullman tra una città e l'altra della Corea del Sud. Tra i film che ho visto durante il viaggio di ritorno figura anche "The Clovehitch Killer", presente sul catalogo del volo Lufthansa che mi stava riportando a casa, thriller statunitense con protagonisti Dylan McDermott e Charlie Plummer, mentre la regia del film è di Duncan Skiles, al suo primo film all'attivo, mentre la sua carriera da regista è stata principalmente incentrata su show televisivi, documentari e video musicali. Siccome sono sempre particolarmente attratto dalle storie sui serial killer, il film in questione mi aveva ispirato parecchio in quelle noiose undici ore di volo, ma è di certo stato anche quello che meno mi ha soddisfatto tra le visioni del volo di ritorno.
Tyler Burnside è un ragazzino che vive a Clarksville, assieme ai suoi genitori. La comunità di cui il ragazzo fa parte è principalmente composta da conservatori, ultra religiosi, delle persone a modo e per bene. Dieci anni prima però Clarksville è stata terrorizzata dalle gesta del Clovehitch Killer, che non si è mai scoperto chi fosse ma, ad un certo punto, sembra aver fermato la sua attività criminale. Una sera, mentre Tyler è nell'auto di suo padre con la sua ragazza, lei trova una foto di una donna legata e imbavagliata, tanto che il giorno dopo lo umilierà davanti a tutta la comunità. In Tyler, che conosce bene la storia del serial killer che aveva terrorizzato la città, si insinua però un dubbio: e se l'assassino seriale fosse proprio suo padre? Il ritrovamento di alcune prove all'interno di un ripostiglio in cui a lui è proibito entrare contribuirà a far sì che lo stesso Tyler voglia in qualsiasi modo fare luce sulla vicenda, anche con l'aiuto di Kassi, ragazza conosciuta da poco tempo con cui stringerà una forte amicizia e collaborazione.
Per quanto l'idea di narrare la storia di un figlio che scopre che suo padre è un serial killer possa essere interessante, almeno sulla carta, c'è da dire che gli sforzi compiuti dal regista per darci qualcosa di veramente interessante sono stati decisamente pochi. Passi il fatto che viene detto fin dall'inizio allo spettatore che è l'indiziato principale degli omicidi commessi, passi anche la narrazione con un ritmo non particolarmente sostenuto, ma ciò che in realtà non ho apprezzato in questa pellicola è stato il fatto che mancasse totalmente un tentativo di mettere nello spettatore il dubbio sull'antagonista della vicenda. Durante tutta la narrazione vediamo un Don Burnside che si comporta in un modo ambiguo, il suo tono di voce è sempre parecchio colpevole e, da spettatore, non ho mai creduto, dall'inizio alla fine, che il personaggio potesse essere innocente. Oltre a questo è un peccato il fatto che non sia stata fatto un vero e proprio lavoro riguardo alla psicologia di Tyler, che non sembra risentire in maniera particolare della scoperta della verità su suo padre.

Voto: 4,5

giovedì 17 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Una settimana in cui ci sono ben nove film in uscita e ancora non so quale di questi andare a vedere al cinema. Forse perchè poche sono le pellicole che mi interessano veramente in questo weekend, anche se qualche titolo dal buon potenziale c'è a dire il vero. Vediamo quali sono i nove film in uscita oggi, commentati come al solito in base ai miei pregiudizi!


Panama Papers di Steven Soderbergh


Ad essere sincero non ho ancora capito se questo film verrà portato nelle sale italiane o verrà distribuito direttamente su Netflix. Nel dubbio, essendo un estimatore del regista - anche se non tra i più convinti - gli darò un'opportunità, che sia al cinema o sulla piattaforma di streaming poco mi cambia.

La mia aspettativa: 7/10


A proposito di Rose di Tom Harper

Normalmente i film britannici mi piacciono parecchio, soprattutto quelli che parlano in qualche modo di disagio sociale o del fatto di inseguire i propri sogni - come ad esempio il carinissimo "Una famiglia al tappeto" - e leggendo la trama di questa pellicola temo che possa essere parecchio interessante. Purtroppo non è stata molto pubblicizzata, ma se dovessero darlo in uno dei miei cinema di fiducia, penso che potrei dargli un'occasione.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Grazie a Dio: É da un bel po' di tempo che non vedo un film di Ozon, regista che ho apprezzato in "Nella casa". Il tema narrato nella pellicola è di quelli pesanti e importanti, resta da vedere anche come è stato narrato e se anche il film sarà bello pesante.
Il mio profilo migliore: Commedia francese con Juliette Binoche sul mondo del web. Pellicola a doppio taglio, potrebbe essere tanto azzeccata quanto banale e scontata.
Jesus Rolls - Quintana è tornato: Per la regia di John Turturro lo spin-off de "Il grande Lebowski" di cui sinceramente non sentivo un grande bisogno. Nel caso, però, dovrò fare un ripassone del film dei Coen.
Malefincent 2: Signora del male: Questo è sicuramente il film che mi interessa di meno, visto anche che non mi era per nulla piaciuto il primo capitolo.
Se mi vuoi bene: Commedia italiana di Fausto Brizzi con Claudio Bisio come protagonista. A volte commedie di questo tipo non mi dispiacciono, ma di certo non andrei a vederla al cinema.
The Informer: Thriller britannico con un cast da paura. Spero solamente sia bello non soltanto il cast.
The Kill Team: Da un po' di tempo il trailer di questo film viene mandato prima dei film che vado a vedere al cinema. Purtroppo però non sono particolarmente affezionato ai film di guerra. Siamo davanti ad un altro film potenzialmente serissimo e interessante.
Yuli - Danza e libertà: Pellicola presentata lo scorso anno a Cannes e mi sa già di pesante, soltanto a leggerne la trama.

mercoledì 16 ottobre 2019

Un sogno chiamato Florida di Sean Baker (2017)



USA 2017
Titolo Originale: The Florida Project
Regia: Sean Baker
Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch
Durata: 115 minuti
Genere: Drammatico


É ormai da un paio di settimane che è ripartita la solita esperienza annuale con il Cineforum Vimodrone, associazione culturale per la quale figuro tra i fondatori che ha iniziato verso la fine di Settembre il suo quinto anno di attività. Sette saranno i film che, un Venerdì ogni due settimane, verranno proposti al nostro pubblico in questa stagione che va da Settembre a Dicembre, mentre all'incirca altrettanti ne verranno proposti da Gennaio a Maggio del 2020 - ancora dobbiamo decidere quali. Il programma di questo primo scorcio di stagione conta molti dei film che rientrano tra i miei preferiti di questa e della scorsa annata, ma, tra quelli di cui non vi ho parlato o che non ho visto in questi anni, si è partiti subito con "Un sogno chiamato Florida", che a dirla tutta il nostro pubblico non ha apprezzato appieno, forse perchè in qualche modo ha frainteso le nostre comunicazioni via mail e sui social. Il regista della pellicola, che ha visto Willem Defoe come candidato all'Oscar per il migliore attore non protagonista, è Sean Baker, sei film solamente nella sua carriera, ultimo prima di questo "Tangerine", che personalmente non ho visto, così come nessun altro dei suoi lavori. Protagonisti del film sono una ragazza, madre sola, interpretata da Bria Vinaite, e la sua bambina, interpretata da Brooklyn Prince. Scelta del regista è stata infatti quella di prendere per il suo film degli attori non professionisti, una scelta quasi neorealista in cui il solo Willem Defoe, tra gli attori con più minuti sullo schermo, ha avuto delle più che significative esperienze cinematografiche.
Moonee è una bambina di sei anni che vive assieme alla sua giovane mamma in un motel rosa confetto abbastanza pittoresco, alle porte di Disneyworld. Il suo livello di educazione non è particolarmente elevato e la madre, rimasta sola e con pochissime amiche, non è per lei il più bell'esempio da seguire. La ragazzina infatti passa buona parte della sua estate a zonzo con i suoi amici Scotty e Dicky senza nessuna supervisione, mentre Bobby, il custode del motel, cerca di fare di tutto per contenere l'irruenza innocente dei bambini, seguendoli e sorvegliandoli per quel che gli permette il suo lavoro - che spesso e volentieri è disturbato proprio dal loro comportamento. Halley nel frattempo passa buona parte del suo tempo in pigiama, nella stanza del motel, guardando la televisione. Non ha un vero e proprio lavoro e si guadagna da vivere in modo disonesto, vendendo imitazioni cinesi di profumi e stringendo amicizia solamente con Ashley, che però si distaccherà un po' da lei nel momento in cui riterrà sia meglio così per suo figlio Scooty.
"Un sogno chiamato Florida" è in tutto e per tutto un film di denuncia sociale, con uno stile che molti hanno ritenuto fosse simile al neorealismo italiano - filone cinematografico che ammetto di aver esplorato pochissimo nel corso della mia vita, essendo un po' più avvezzo al cinema d'intrattenimento, soprattutto nell'ultimo periodo - e in cui il regista non narra una vera e propria storia, quanto più che altro una serie di situazioni di reale degrado di cui gli Stati Uniti, ma in realtà un po' tutto il mondo, anche quella che si dice essere la parte fortunata del mondo - intendendo quella parte in cui non ci sono guerre e dittature ovviamente - , sono pieni. Appare dunque chiara in tal senso la scelta del regista di non scegliere attori professionisti per la sua pellicola, ad eccezione di uno straordinario Willem Defoe nella sua interpretazione, ma di scegliere la protagonista dopo aver visto le foto dei suoi tatuaggi, verissimi, su Instagram e di non dare al film una vera e propria trama, narrando il tutto con uno stile molto documentaristico che poco è piaciuto, al pubblico in sala.
A dirla tutta, per buona parte della durata del film, sono rimasto un po' interdetto anche io: la sensazione era quella che non si capisse bene dove "Un sogno chiamato Florida" volesse andare a parare e certamente lo stile narrativo della pellicola, abbastanza spezzettato, non mi è sembrato dei più facili, soprattutto poi per quelle persone che fraintendendo le nostre comunicazioni hanno deciso di portare bambini e famiglia al seguito per vedere un film che, in fin dei conti, sia a livello di contenuti sia per lo stile narrativo è un bel po' pesante. Quando però la pellicola inizia a portare in scena i veri sentimenti dei protagonisti della storia allora il livello sale, così come sale anche l'amaro in bocca nel vedere le varie situazioni che ci vengono narrate dal regista in questo film di denuncia. Insomma, sicuramente più che davanti ad un bel film dal punto di vista artistico, ci troviamo davanti ad una di quelle storie che è importante raccontare, indipendentemente dal fatto che poi il film possa piacere o meno sia dal punto di vista artistico sia da quello del coinvolgimento emotivo.

Voto: 7

martedì 15 ottobre 2019

Basta che funzioni di Woody Allen (2009)



USA 2009
Titolo Originale: Whatever Works!
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Durata: 92 minuti
Genere: Commedia


Un po' di persone tra quelle che mi leggono sanno che il mio rapporto con il cinema di Woody Allen non è che sia dei migliori: innanzitutto, fino a un paio di anni fa, non amavo particolarmente il fatto che i suoi film fossero una sorta di tassa annuale da pagare e poi sono estremamente convinto che più uno fa film in maniera assidua - e un film all'anno è comunque moltissimo - più è alta la probabilità di sbagliarne qualcuno. Negli ultimi anni però, grazie anche a film come "Cafè Society" e "Midnight in Paris" ho imparato ad apprezzare, anche se non da farmi venire la voglia di recuperarmi tutti i suoi film, anche il suo tipo di cinema, che fino a poco tempo fa mi dava l'impressione di non portare a nulla e di perdersi in troppi discorsi di cui non è sempre facile comprendere la direzione. Sono però venuto in contatto, grazie a Netflix, anche con "Basta che funzioni", pellicola diretta da Woody Allen nel 2009 e di cui in questi dieci anni avevo sentito molto parlare, senza mai trovare il coraggio e la voglia di visionarla. Il protagonista e narratore della vicenda è Boris Yelnikoff, interpretato da Larry David, mentre i personaggi femminili principali della pellicola sono interpretati da Evan Rachel Wood e da Patricia Clarkson. Ruolo di non poco conto anche per Henry Cavill.
Boris Yelnikoff, fisico di fama internazionale e un tempo candidato al Premio Nobel, divorzia dopo aver tentato il suicidio e va a vivere da solo, isolandosi dalle altre persone, che non ritiene degne del suo intelletto. Per guadagnarsi da vivere insegna ai bambini a giocare a scacchi, talvolta trattando anche loro in maniera scontrosa e dimostrandosi spesso irascibile e poco paziente. Una sera, tornando a casa, si imbatte in Melodie St. Ann Celestine, giovane ragazza del Mississippi scappata a New York mendicando cibo e cercando un posto per passare la notte. Viene accolta in casa da Boris fino a quando la ragazza non avrà trovato un lavoro e un posto in cui stare, ma presto i due si innamoreranno e si sposeranno, nonostante l'enorme differenza di età. Presto si faranno vivi anche i genitori di Melodie, che inizieranno ad interferire con la vita della coppia, ma anche a cambiare drasticamente le proprie abitudini di vita.
Dopo aver scritto la sceneggiatura della pellicola nel 1977 e dopo la morte dell'attore che Woody Allen aveva scelto come protagonista, "Basta che funzioni" è rimasto congelato per praticamente trent'anni prima di essere portato nelle sale cinematografiche. Un film in cui sin dalle prime battute mi sono trovato ad empatizzare fortemente con il carattere misantropico, misogino e scorbutico del protagonista Boris, un carattere con il quale trovo persino più di qualche punto in comune rispetto al mio, escluse le manie suicide. "Basta che funzioni" è un film che rispecchia in tutto e per tutto lo stile di Woody Allen, ci troviamo davanti ad un film in cui più che lo svolgersi della trama, ad essere interessanti sono le situazioni che si vengono a creare con i personaggi coinvolti e il profondo cambiamento che essi vivono rispetto all'inizio del film. Il protagonista Boris inizia con l'essere scorbutico e rifiutando il rapporto con altre donne, per poi finire a sposare una ragazza giovanissima con cui si trova molto bene, Melodie parte dall'essere ingenua ed insicura, fino al momento in cui si innamora - stavolta per davvero - di un ragazzo della sua età capendo per davvero cosa vuole. La madre di Melodie, interpretata da un'ottima Patricia Clarkson, modifica il suo spirito conservatore, diventando l'esatto opposto, libertina ed apertissima una volta vista la vita a New York, mentre il padre di Melodie scoprirà di essere sempre stato omosessuale.
In tutte queste situazioni quella di "Basta che funzioni" è una comicità piuttosto amara e pungente, grazie alla quale il film scorre via liscio senza cali di ritmo. Purtroppo però, quando ho a che fare con Woody Allen non riesco a trovare, in qualsiasi film che vedo, nemmeno in quelli più acclamati, un qualcosa che mi faccia dire che ciò che sto guardando è splendido, come invece fanno molti altri estimatori del regista. Provo un certo piacere nel vederli - alcuni di loro - ma ancora non sono mai riuscito a gridare al capolavoro.

lunedì 14 ottobre 2019

Rambo: Last Blood di Adrian Grunberg (2019)


USA 2019
Titolo Originale: Rambo: Last Blood
Sceneggiatura: Matthew Cirulnick, Sylvester Stallone
Durata: 89 minuti
Genere: Azione


Dopo aver ripercorso tutti e quattro i film della saga di "Rambo" usciti nel corso degli anni tra il 1982 e il 2009, siamo finalmente qui per parlare di "Rambo: Last Blood", il film che chiude definitivamente la saga uscito nelle sale cinematografiche un paio di settimane fa. Io, ovviamente, appena finito il ripassone, sono corso a vederlo e devo dire che, con le dovute proporzioni, la visione mi ha soddisfatto, ma andiamo con ordine. Nel corso degli anni si è visto come Sylvester Stallone non fosse più così legato al personaggio di John Rambo, ma molto di più a quello di Rocky Balboa, del quale ha anche contribuito a scrivere uno spin-off dedicato al figlio di Apollo Creed. É chiaro che questo legame affettivo con il personaggio sia andato scemando con il tempo, soprattutto a causa del fatto che, mentre Rocky è in tutto e per tutto una sua creatura, John Rambo è un personaggio ispirato al romanzo "Primo sangue" di David Morell, cui lui ha certamente contribuito a crearne l'iconografia ad esso legata, ma non si tratta in tutto e per tutto di una creazione della sua mente. É proprio per questo motivo che per avere "John Rambo", il quarto film della saga, i fan hanno dovuto aspettare un ventennio, così come altri dieci anni sono passati prima di dare alla saga una vera e propria chiusura. Oltre a Sylvester Stallone, nel cast del film abbiamo anche Yvette Monreal, ad interpretare Gabrielle, la nipote di Rambo, mentre nei panni dei villain del film abbiamo Sergio Peris-Mencheta e Óscar Jaenada. Inoltre, nel ruolo della giornalista messicana Carmen Delgado abbiamo Paz Vega.
Sono passati undici anni dagli eventi in Birmania narrati nel precedente film: John Rambo si è trasferito in Arizona, dove ha ereditato l'allevamento di cavalli del suo padre defunto e lo gestisce insieme alla sua vecchia amica Maria Beltran e alla nipote Gabrielle. La ragazzina, abbandonata dal padre molti anni prima rivela allo zio che la sua amica Gizelle, che vive in Messico, avrebbe rintracciato il padre biologico Miguel. Nonostante i pareri contrari di Rambo e di Maria, la ragazza si reca segretamente in Messico per incontrare suo padre, che però la respinge malamente rivelandole che non l'ha mai voluta. Per dimenticare gli eventi di quella sera, Gizelle decide di portare Gabrielle in un club locale dove, dopo aver bevuto abbastanza, viene drogata e rapita da un garante del cartello messicano, che la vuole vendere come prostituta. Non vedendola tornare al ranch, John Rambo si recherà in Messico, con l'intento di recuperare la nipote e riportarla a casa.
Come già in molti hanno fatto notare questo "Rambo: Last Blood" vive di due parti narrative ben distinte, una delle quali mi ha convinto di più, mentre l'altra di meno. Nella prima parte ciò che vediamo è un John Rambo ormai anziano, anche un po' stanco, che lavora nel suo ranch ricordando quelli che sono stati i suoi traumi di guerra e cercando di vivere, per la prima volta nella sua vita, in maniera tranquilla. Il film in questa prima parte fatica decisamente ad ingranare e non basta il rapimento della nipote Gabrielle a dare la vera e propria scossa alla pellicola: una tattica di battaglia praticamente suicida e i suoi movimenti piuttosto lenti fanno sì che il personaggio venga malamente pestato dagli esponenti del cartello messicano e lasciato in fin di vita, salvato solamente dalla giornalista Carmen Delgado, che lo porterà nel suo appartamento. Ciò che ho fatto da spettatore per tutta la prima parte è stato, ovviamente, aspettare il momento delle botte, ma la sensazione avuta - fino al momento in cui John Rambo prende finalmente in mano il martello per picchiare i messicani - è un po' quella che, fino ad una buona metà della sua durata, questo film si sarebbe potuto fare tranquillamente anche con un personaggio diverso dal John Rambo che avevamo conosciuto negli altri film, tanto mi è parso assente il suo spirito. A metà del film però scatta veramente la molla e l'ultima mezz'ora del film va via liscissima, con il vecchio John Rambo che torna ad essere se stesso, a preparare trappole, ad usare una tecnica di guerriglia sofisticata e strategica e se nella prima parte vi eravate legittimamente domandati perchè in tutti quegli anni nel ranch avesse scavato dei tunnel chilometrici - anche io quando sarò in pensione tra ottantadue anni, mi sveglierò una mattina e deciderò di scavare dei tunnel nel giardino di casa mia - ecco che nell'ultima mezz'ora troverete una risposta plausibile. In tutto questo poi il film riesce a non perdere del tutto in realismo: John Rambo è ormai consapevole di essere vecchio e i suoi movimenti all'interno dei tunnel sono comunque quelli di un settantenne appesantito, che però sa ancora come uccidere e decide di usare la strategia più vecchia del mondo, il divide et impera - in netto contrasto con quanto fatto all'inizio quando è stato pestato. É un po' come vedere i video del nonno cestista di Milano: non lo vedrete mai correre o saltare a canestro per schiacciare, ma la sua tecnica di tiro è rimasta intatta e mi fa uscire letteralmente di testa. Nel finale poi spazio ad un recap con le immagini più belle di tutti i capitoli della saga di "Rambo", un momento nostalgia forse evitabile, ma molto americano nella sua realizzazione e comunque piuttosto emozionante per chi, come me, a parte il terzo capitolo, ha veramente amato la saga.
Si chiude dunque qui lo speciale organizzato dal sottoscritto per accompagnare l'uscita nelle sale di "Rambo: Last Blood", anche se sono arrivato un po' in ritardo devo dire che me lo sono goduto, sia a livello delle mie visioni serali, sia per quel che riguarda lo scriverci sopra e il parlarne su questi schermi a quei quattro o cinque che mi seguono assiduamente. La saga si chiude con un film non proprio eccezionale, che comincia come un semplice revenge movie in cui ci sarebbe potuto essere chiunque al posto di Rambo, ma comunque si riprende quando il protagonista comincia a fare davvero quello per cui è conosciuto e lo fa nella maniera più goduriosa e "commovente" possibile.

Voto: 6

venerdì 11 ottobre 2019

Beata ignoranza di Massimiliano Bruno (2017)

Italia 2017
Titolo Originale: Beata ignoranza
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Herbert Simone Paragnani, Gianni Corsi
Durata: 102 minuti
Genere: Commedia


Non ho mai negato, soprattutto negli ultimi anni, quanto a volte senta il bisogno nel profondo di guardarmi una commedia italiana, di quelle con gli attori che mi piacciono e spesso e volentieri tra questi attori ci sono Alessandro Gassmann o Marco Giallini, o addirittura ancora, come nel caso di "Beata ignoranza", entrambi. Personalmente non sono un amante di quelle commedie che cercano di farti ridere in modo sguaiato o ignorante - anche se in qualche caso rarissimo apprezzo anche quelle - così come non sono nemmeno io il tipo che ride di gusto, a livello cinematografico preferisco di gran lunga quelle commedie che ti fanno sorridere e riflettere e, se riescono anche a farmi stare un po' meglio con me stesso e con il mondo - cosa, che ammetto, è complessissima visto il mio carattere - guadagnano un punto in più. Protagonisti di "Beata ignoranza" sono i già citati Alessandro Gassmann e Marco Giallini, il primo lo apprezzo, non esageratamente, ma alla fine non mi è mai dispiaciuto il suo modo di recitare, mentre il secondo invece è uno dei miei attori italiani preferiti, se la gioca con Luca Marinelli che però è uscito in particolare nel giro degli ultimi quattro o cinque anni. Regista del film è Massimiliano Bruno, che negli ultimi anni ha diretto anche "Gli ultimi saranno ultimi" con Paola Cortellesi e "Non ci resta che il crimine" - altra commedia che non mi è per nulla dispiaciuta - con i due attori protagonisti di questo film.
Ernesto e Filippo sono due professori, il primo di italiano, mentre il secondo di matematica. Le loro personalità e i loro metodi di insegnamento sono agli antipodi: il primo è severo e rigido e rifiuta in qualsiasi modo l'innovazione tecnologica, mentre il secondo è amichevole, un vero e proprio seduttore e fa della tecnologia uno dei suoi principali strumenti di conoscenza. I due si odiano profondamente per un evento legato al passato di entrambi, ma si ritrovano ad insegnare nella stessa scuola. Il loro scontro finirà per prendere forma nel momento in cui si farà viva Nina, la figlia di Ernesto, che sottoporrà entrambi ad un esperimento, per il documentario che sta girando: Ernesto dovrà avvicinarsi alla tecnologia, utilizzare quotidianamente il computer e aprire un account sui social ed affrontare questo tipo di vita per un mese, mentre Filippo dovrà cancellare tutti i suoi account e non potrà avere nessun contatto con la tecnologia per un mese.
Per quanto riguarda "Beata ignoranza" - anche se io solitamente sono più portato a dire "Beato te che non capisci un cazzo", ma questa è tutt'altra storia - diciamo che non ci troviamo davanti ad un film eccezionale, quanto più che altro ad una di quelle commedie che si guardano quando si ha poca voglia di cimentarsi in visioni impegnative e si vuole passare un'ora e mezza in spensieratezza. Ci sono sempre, nella vita di ognuno dei giorni in cui si sente il bisogno di vedere film del genere e c'è da dire che, da questo punto di vista, "Beata ignoranza" sa fare abbastanza bene il suo lavoro, talvolta estremizzando abbastanza i concetti legati all'uso e all'abuso della tecnologia, altre volte banalizzandoli, ma non è lì che risiedono i pregi del film, quanto più che altro nel rapporto di odio tra Ernesto e Filippo che, in seguito alla rivelazione del loro passato comune, comincia piano piano a trasformarsi in amicizia e a diventare un rapporto vero e sincero, in cui è il loro interesse comune a giovare ad entrambi. Insomma, non siamo davanti al film dei film, ma come al solito io con queste commedie italiane mi ci trovo abbastanza bene, le guardo senza problemi e passo un'ora e mezza senza pensare troppo alla mia vita, cosa che diventa utilissima una volta ogni tanto.

Voto: 6,5

giovedì 10 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Dopo l'uscita di "Joker" la scorsa settimana, eccoci davanti ad un weekend decisamente meno interessante dal punto di vista cinematografico, anche se penso che qualche soddisfazione possa essere data a noi spettatori. Esce infatti un film di Ang Lee, ma anche un horror prodotto dalla Midnight Factory che non sembrava malissimo a guardare i trailer questa estate, anche se poi non ne ho più sentito parlare e la cosa un po' mi preoccupa. Vediamo le otto uscite di questo weekend con i soliti commenti basati sui miei pregiudizi!


Gemini Man di Ang Lee

Action fantascientifico - la declinazione che meno amo del cinema di fantascienza - diretto da Ang Lee e con protagonista un doppio Will Smith. Ang Lee è uno di quei registi che mi piace a fasi alterne, di cui ho adorato qualche film, mentre altri decisamente meno. I miei sospetti verso questa pellicola sono che si tratti di una di quelle decisamente meno...

La mia aspettativa: 6/10


Hole - L'abisso di Lee Cronin


Il trailer di questo film, visto a più riprese prima dei vari horror estivi che ho visto al cinema prima di partire per le vacanze, mi ispirava parecchio. Poi però, per qualche motivo, non ne ho più sentito parlare e la cosa un pochino mi puzza. Rimango però fiducioso, un minimo, diciamo il minimo indispensabile per concedere un'opportunità a questa pellicola.

La mia aspettativa: 6/10


Le altre uscite della settimana

Brave ragazze: Commedia italiana tutta al femminile che si potrebbe rivelare più interessante di quanto il trailer possa lasciare intendere.
A spasso col panda: Portateci i vostri bei bambini, io voglio starvi lontano.
Il varco: Altro film italiano, stavolta uno di quelli presentati a Venezia 76, che penso possa essere decisamente troppo pesante per i miei gusti.
Le verità: Arriva nei nostri cinema anche il film presentato a Venezia 76 di Kore Eda, regista che sinceramente non ho mai avuto voglia di esplorare più di tanto. Potrebbe essere un buon viatico per cominciare, in effetti.
Manta Ray: Questa volta stiamo parlando di Venezia 75, ma questo film temo che non vedrà la luce di molte sale in Italia. E forse non è una grossissima perdita.
Non succede, ma se succede...: Ho visto più volte il trailer di questa commedia al cinema e detto sinceramente mi fa soltanto salire l'orticaria. Penso che passerò.

mercoledì 9 ottobre 2019

Il marchio di Dracula di Roy Ward Baker (1970)


Regno Unito 1970
Titolo Originale: Scars of Dracula
Sceneggiatura: Anthony Hinds
Durata: 96 minuti
Genere: Horror


Da quando ho mollato lo speciale sulle serie cinematografiche della Hammer Film Productions - non era mia intenzione, semplicemente non riuscivo a trovare il film successivo e penso che ne passerà di tempo prima che riesca a trovare il prossimo, che penso sia pure il più difficile - ho portato a termine uno speciali, quello su "La bambola assassina", e quasi finito un altro, quello su "Rambo". Qualche mese fa l'idea era però ben diversa: sapete bene che su determinate cose sono un tipo particolarmente pignolo e quando inizio una cosa ci tengo a portarla a termine - per quanto riguarda le serie televisive il discorso è un bel po' diverso - e quando inizio una saga cinematografica o mi fermo direttamente al primo capitolo, oppure, se guardo anche il secondo, mi sento in dovere di guardarli tutti. L'idea era proprio quella di fare un forcing finale per recuperare quei pochi film che mi mancavano per portare a termine questo speciale che, dopo sei o sette film, estremamente ripetitivi, aveva cominciato ad annoiarmi. A dirla tutta pure le recensioni che ho scritto in proposito non è che cambino molto l'una dall'altra, ho seguito un po' l'andamento delle varie pellicole, rendendole piuttosto ripetitive. Terence Fisher, regista storico della casa di produzione, ha ormai abbandonato da qualche film la regia della serie dedicata a Dracula, mentre molto probabilmente controvoglia rimane l'attore che l'ha resa celebre, quel Christopher Lee che dopo un primo film ottimo era riuscito a diventare talmente un'icona da potersi permettere di scioperare per tutto il secondo film della serie, non pronunciando nemmeno una battuta. Alla regia viene però chiamato Roy Ward Baker, forse la prima volta in cui la Hammer decide di non chiamare un regista del tutto esordiente nè un collaboratore di scena, ma comunque uno che qualche film in carriera lo aveva diretto, certo, non di grandissimo conto, ma comunque qualcosa nella sua vita l'aveva fatto.
Grazie al sangue versato dalla bocca di un pipistrello, Dracula viene resuscitato e subito dopo il suo risveglio dissangua la figlia di un locandiere. Il villaggio in cui abita, per porre fine alla situazione di terrore creata da anni dallo stesso Dracula, decide di dare fuoco al castello in cui vive, mentre lui sta dormendo al suo interno. Purtroppo però i piani dei cittadini non sortiscono gli effetti sperati e le fiamme non riescono a raggiungere le profondità della cripta in cui egli dorme. Resosi conto del torto subito, Dracula comincerà, per vendetta, a nutrirsi, uccidendole, di tutte le donne del villaggio. Cercando riparo nel suo castello, il giovane Paul scompare misteriosamente e vanno in sua ricerca il fratello Albert e la sua fidanzata Sara, venendo però a loro volta imprigionati all'interno del castello.
Forse, paradossalmente, il periodo forzato di pausa da questa serie di film - dovuta al fatto che non riuscissi a trovare un modo per procurarmi "Il marchio di Dracula" - non mi ha fatto poi così male: rimangono ovviamente quelle che sono le mie considerazioni per quel che riguarda la fantasia e la ripetitività delle varie pellicole, sensazione che si amplia soprattutto quando la produzione diventa quasi una vera e propria catena di montaggio, con Christopher Lee costretto a recitare il ruolo - poverino - per ben due volte nel corso della stessa annata, però ho trovato qualche motivo di interesse che nelle pellicole che avevo visto prima di stoppare lo speciale non ero riuscito a trovare. La trama bene o male è quella, ma, un po' come per buona parte dei film della serie di Dracula, le atmosfere sono ben costruite e, a livello registico - a parte i pipistrelli di plastica che svolazzano come delle cimici - è presente qualche trovata interessante, anche se nulla di trascendentale, ovviamente. Insomma, il periodo di pausa forzata mi ha fatto più male che bene e sono riuscito a trovare motivi di interesse anche in uno speciale che con l'angolino sinistro del cervello stavo quasi pensando, in maniera remota, di abbandonare. Ma io non demordo e vi attendo per quando riuscirò a recuperare il prossimo film, sperando non passino altri due o tre mesi.