venerdì 31 gennaio 2020

LE SERIE TV DI GENNAIO

Arriva come ogni fine mese la rubrica in cui ricapitolo tutte le serie televisive che ho visto nel corso degli ultimi trentuno giorni. Nel corso dell'ultimo mese ci sono stati ben tre recuperoni, mentre ho visto una serie parecchio discussa all'inizio di questa annata, per vari motivi. Vediamo un po' di cosa si potrà parlare e che impressione mi avranno fatto le varie stagioni di serie televisive che ho visto a Gennaio!


Marvel's Agents of S. H. I. E. L. D. - Stagione 6

Creatore: Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
Episodi: 13
Rete Americana: ABC
Rete Italiana: FOX, Netflix
Cast: Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge
Genere: Azione



Ho seguito bene o male con piacere le prime quattro stagioni di "Marvel's Agents of S. H. I. E. L. D.", mentre con la quinta avevo iniziato a trovare qualche difficoltà. Ho deciso dunque di rimandare la visione di questa sesta stagione per molto tempo, pensando addirittura di abbandonare del tutto la visione della serie, ma l'annuncio che il settimo ciclo di episodi sarà l'ultimo mi ha convinto a dare un'opportunità anche a questa sesta stagione, giusto per portare a termine la visione di una serie a cui mi ero affezionato negli scorsi anni. Il risultato è stato un quello di aver visto tredici degli episodi più pesanti della mia vita. "Marvel's Agents of S. H. I. E. L. D." mi ha dato un po' l'impressione che le idee siano finite da tempo e che per quanto riguarda la produzione di serie TV - spero però sinceramente che quelle che andranno su Disney + siano più interessanti - non abbia sempre avuto le idee ben chiare, mandando presto in malora quelle prodotte da Netflix e abbandonando un po' a se stessa questa serie di casa ABC. Ci sono paradossi temporali, c'è un Clark Gregg che interpreta un altro personaggio perchè dopo la morte di Coulson l'attore non poteva essere mandato via. Sono anni insomma che teorizzo che le stagioni da venti o più episodi siano destinate a morire, prendendo come esempio proprio questa serie, e proprio quest'anno che gli episodi sono stati diminuiti a tredici, tirano fuori la stagione più pesante e trascinata di tutte.

Voto: 4,5


Dracula

Creatore: Mark Gatiss, Steven Moffat
Episodi: 3
Rete Inglese: BBC
Rete Italiana: Netflix
Cast: Claes Bang, Dolly Wells, John Heffernan
Genere: Horror



Steven Moffat che decide di scrivere una serie TV basata sul personaggio di Dracula cercando di mantenere lo stile di un altro suo grande successo seriale, "Sherlock", che ammetto mio malgrado di non aver mai visto. I tre episodi che compongono la prima stagione raccontano tre storie diverse sul personaggio di Dracula, ambientate in periodi diversi, tutti con due comuni denominatori: il personaggio di Dracula e un discendente donna dei Van Helsing. Tre episodi ben distinti anche a livello di qualità narrativa: un primo episodio molto bello, in cui per la prima volta - se guardato in originale - sentiamo un Dracula con un accento da est Europa, finalmente attori e sceneggiatori si sono ricordati che il personaggio sarebbe rumeno, per poi passare ad un accento inglese che però viene spiegato in maniera secondo me soddisfacente, la tensione è alta e soprattutto vi è, per tutto l'episodio, una serie di allusioni sessuali che riguardano il rapporto tra Dracula e Harker, che è a tutti gli effetti il protagonista dell'episodio; la seconda puntata è ambientata anni dopo ed è stata mediamente bella, anche se secondo me non eccezionale, con l'ambientazione navale e la storia narrata che non mi ha fatto impazzire, ma non è nemmeno stata così male; il terzo episodio, un po' come detto da molti, sbraga completamente, è ambientato ai giorni nostri e sul serio, vengono tirate fuori cose che non hanno minimamente senso e che non fanno parte, per quanto mi riguarda, dello spirito del personaggio di Dracula.

Voto: 6


Sons of Anarchy - Stagione 1

Creatore: Kurt Sutter
Episodi: 13
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FX, Netflix
Cast: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Kim Coates, Johnny Lewis, Maggie Siff, Ron Perlman, Ryan Hurst, Theo Rossi
Genere: Azione, Drammatico



Nel corso degli anni ci saranno una decina di serie che vanno sulla bocca di tutti e che vengono lette ciclicamente nei gruppi su Facebook in cui si parla di serie televisive. Una di queste è sicuramente "Sons of Anarchy", diventata nel corso delle sue sette stagioni un vero e proprio fenomeno di culto e che io ho deciso di iniziare solamente tra la fine del 2019 e questo inizio di 2020. Per quanto riguarda i miei gusti la prima stagione è stata abbastanza bella, ma devo dire che non l'ho trovata così eccezionale e ho fatto fatica ad entrare nel mood. Da una parte ho apprezzato gli attori protagonisti, con Charlie Hunnam nei panni di Jax e Ron Perlman nei panni di Clay su tutti, dall'altra ho fatto abbastanza fatica nei primi episodi e ho trovato a volte le storie dei vari episodi abbastanza slegate. Abbastanza bocciato, per ora, il livello emozionale della prima stagione, promossa a pieni voti la colonna sonora. Insomma, la serie mi sta piacendo, ma mi sarei aspettato un po' di più da uno di quei titoli che la maggior parte delle persone considera assolutamente imprescindibile.

Voto: 7


Doctor Who - Stagione 4

Episodi: 18
Rete Inglese: BBC One
Rete Italiana: Rai 4
Cast: David Tennant, Catherine Tate
Genere: Fantascienza



Nel frattempo sta anche proseguendo il recuperone che avevo cominciato all'inizio del 2019, quello di "Doctor Who", una serie che di stagione in stagione sta crescendo vertiginosamente e il fatto che questa sia l'ultima di David Tennant un po' mi intristisce se devo essere sincero. Da una parte ancora una volta mi è piaciuta l'assistente Donna, ottimamente interpretata da Catherine Tate, così come mi è piaciuta la sortita in questa quarta stagione di Freema Agyeman, sempre sia lodata, mentre dall'altra ho trovato uno dei migliori doppi episodi visti finora, quelli con protagonista la bambina che quando chiude gli occhi vede una biblioteca, così come quello che finora è, per me, il miglior episodio della serie, quello interamente ambientato in aereo con la donna che ripete tutto ciò che viene detto dai passeggeri, una tensione pazzesca per tutta la sua durata e un ritmo veramente allucinante. Insomma, io a questo punto attendo al varco la serie con l'ingresso in scena di Matt Smith, ma soprattutto, a dirla tutta, attendo Karen Gillan più di ogni altra cosa.

Voto: 8

giovedì 30 gennaio 2020

WEEKEND AL CINEMA!

Ci siamo, nuovamente. Ci stiamo avvicinando agli Oscar, ma i nominati a miglior film si sono esauriti - "Parasite" verrà riproposto la prossima settimana nelle sale -, quindi spazio anche alle altre categorie, con l'uscita di "Judy" che potrebbe rivelarsi molto interessante. Però questa settimana è anche quella di un grande ritorno, quello di Aldo, Giovanni e Giacomo, per un rapporto personale che si è incrinato negli ultimi anni grazie a film non proprio riusciti, ma che con questo nuovo lavoro con Massimo Venier alla regia spero possano tornare su livelli buoni... e forse forse, a leggere qualche recensione, ce l'hanno fatta a non morire definitivamente. Spazio poi ad un blockbuster che probabilmente farà successo e ad un film drammatico tratto da una storia vera che potrebbe rivelarsi estremamente interessante.


Odio l'estate di Massimo Venier


Quattro anni dopo il raccapricciante "Fuga da Reuma Park", Aldo, Giovanni e Giacomo ritornano al cinema, con il ritorno alla regia di Massimo Venier, con cui avevano codiretto i loro primi tre film. Peggio del film precedente non si può fare e il trailer sembra far pensare a quel misto di comicità genuina e di malinconia che si era già visto nei loro primi film e che me li aveva fatti amare, fino alla loro summa cinematografica "Chiedimi se sono felice". Ho letto due recensioni finora e mi fanno ben sperare. Sabato sarò al cinema per sostenere i miei attori comici preferiti, sperando che si affossino di nuovo.

La mia aspettativa: 6,5/10


Judy di Rupert Goold

Non ho visto nella mia vita molti film con Judy Garland, forse giusto solamente "Il mago di Oz", ma questo biopic a lei dedicato, con protagonista una Renée Zellweger in odore di soffiare l'Oscar a Scarlett Johansson penso che lo potrei guardare con piacere, essendo poi io un appassionato di film biografici, soprattutto su grandi attori del passato. La speranza è che non diventi un santino dell'attrice, ma un film che ne esplori il carattere il meglio possibile.

La mia aspettativa: 7/10


Dolittle di Stephen Gaghan

Sinceramente non penso che darò un'opportunità a questo film, che comunque sarà più fedele ai romanzi originali piuttosto che alle reinterpretazioni con Eddie Murphy, più che altro perchè non sopporto i film con gli animali che parlano. Però era giusto metterlo in evidenza, visto che pare essere un film molto atteso.

La mia aspettativa: 4/10


Il diritto di opporsi di Destin Daniel Cretton

Pellicola dalle tematiche importanti e tratta da una storia vera. Il trailer è parecchio bello e il film, visti gli interpreti, potrebbe regalare delle soddisfazioni, bisognerà capire quanto si marcerà sulla tematica da raccontare piuttosto che sulla bellezza dei film e del modo in cui i contenuti vengono raccontati.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Underwater: Thriller prodotto dalla Disney e 20 Century Fox con protagonista Kristen Stewart. Il film probabilmente passerà in sordina e di certo non farò i salti mortali per guardarlo.
Villetta con ospiti: Ho visto il trailer di questo film italiano con Marco Giallini - attore che adoro - e devo dire che potrebbe rivelarsi una delle sorprese più piacevoli di questa settimana

mercoledì 29 gennaio 2020

Piccole donne di Greta Gerwig (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Little Women
Regia: Greta Gerwig
Sceneggiatura: Greta Gerwig
Durata: 135 minuti
Genere: Drammatico


Non so bene descrivervi quanta paura io abbia avuto di vedere questo film, tanto che ammetto candidamente che stavo pensando di fare un'eccezione alla mia personalissima regola con cui mi autoimpongo di vedere prima della notte degli Oscar almeno tutti i film candidati al premio grosso, quello di miglior film. Quest'anno la mia impresa è stata particolarmente agevolata dal fatto che ben cinque dei nove candidati li avevo già visti nel corso del 2019, ne avevo lasciato indietro solamente uno che ho prontamente recuperato, mentre solamente altri tre sono usciti al cinema in questi primi giorni del 2020. Non avendo letto il romanzo da cui il film è tratto, scritto alla fine dell'Ottocento da Louisa May Alcott e portato al cinema nel corso degli anni un numero impressionante di volte - abbiamo anche avuto di recente una miniserie in quattro episodi - nutrivo fondamentalmente un gran pregiudizio dovuto più che altro alle non belle esperienze avute alle superiori per quanto riguarda la letteratura inglese - lo so, "Piccole donne" è letteratura americana, ma quella a scuola non l'abbiamo studiata molto - e il fatto che la professoressa accusasse gratuitamente i ragazzi di non capire le donne, dando loro da leggere libri estremamente moderni che spiegano molto bene ad un uomo come capirle, come ad esempio "Emma" o "Orgoglio e pregiudizio". Certo, aveva ragione, non le capivo allora e non le capisco ancora oggi, diciamo che però i due romanzi citati non mi hanno certo aiutato, anzi, hanno fatto rimanere in me quella goccia di maschilismo latente che so non essere proprio una cosa positivissima e che cerco il più possibile di reprimere per sentirmi una persona migliore e presentarmi come tale, ma che il più delle volte si fa viva con battute di cattivo gusto che mi fanno ridere da morire, sì, adoro il black humour a sfondo maschilista - molto meno quello a sfondo sessuale maschilista -, non ci posso fare nulla. Non ritenendomi una persona maschilista la mia paura era proprio che la visione del film, tra l'altro in compagnia con due mie amiche che l'unico diritto che mi hanno dato prima della visione del film era quello di dire che ero stato costretto, risvegliasse quella goccia del mio carattere ormai penso totalmente sopita che mi facesse dire qualcosa di profondamente sbagliato. A farmi molta molta meno paura era invece la regista Greta Gerwig, che in soli due film ha saputo elaborare uno stile particolare e abbastanza riconoscibile, che la accomuna molto con lo stile Noah Baumbach da cui deve avere imparato molto nelle esperienze cinematografiche avute con lui, come ad esempio "Frances Ha". Il cast inoltre è una sicurezza, con Emma Watson, Saoirse Ronan, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Laura Dern, Timothée Chalamet e Meryl Streep - sul fatto che Meryl Streep non sia stata candidata agli Oscar, quando probabilmente anche se comparisse in una scena in cui tira un rutto lunghissimo quelli dell'Academy la candiderebbero (o per lo meno è il messaggio fatto passare negli ultimi anni in cui è stata candidata per ruoli decisamente poco memorabili) per quanto mi riguarda c'è solo da gioire - ad interpretare i personaggi principali di quello che è considerato uno dei romanzi più importanti della letteratura americana.
Essendo la storia stata trasposta tante volte - anche se per me, non avendo letto il libro e non avendo mai visto nemmeno una trasposizione era tutto abbastanza nuovo - mi pare inutile ricapitolarne la trama come faccio di solito, sta di fatto che mai avrei pensato che un film di questo tipo mi sarebbe potuto piacere, dato che normalmente davanti a storie del genere mi rompo i maroni dopo nemmeno mezz'ora di visione. Un po' è sicuramente merito di Greta Gerwig, che del film ha curato anche la sceneggiatura non originale, che è riuscita a dare alla storia un taglio abbastanza moderno, sfruttando due linee temporali ben distinte che poi ho scoperto essere in pratica la trasposizione all'interno dello stesso film di due romanzi di Louisa May Alcott, "Piccole donne" e "Piccole donne crescono", affidandosi poi ad un gruppo di attrici, che, chi più e chi meno, mi piacciono particolarmente, se escludiamo Meryl Streep, che pur essendo un'ottima attrice, per i motivi detti sopra faccio seriamente fatica a sopportarla negli ultimi anni.
Insomma, tra le quattro sorelle, chi più chi meno, alla fine in qualche modo tutte quante sono riuscite a colpirmi in positivo, ognuna incarnando una particolare caratteristica: Meg è la maggiore ed è un po' il collante della famiglia, perfettina e a tratti vanitosa insomma un ruolo perfetto per Emma Watson, mentre Jo è a tutti gli effetti la protagonista della storia e diciamo che molto probabilmente sarebbe dovuta essere il personaggio che incarnava maggiormente l'autrice del romanzo, ribelle alle convenzioni sociali e per niente desiderosa di sposarsi, non mi sarei potuto immaginare nessun'altra che Saoirse Ronan per interpretarla, tra l'altro per lei è la quarta nomination all'Oscar a soli venticinque anni, dopo quelle per "Brooklyn", "Lady Bird" e "Espiazione". Amy, interpretata da una Florence Pugh sempre più in rampa di lancio, è invece la ragazza più convenzionale per l'epoca, sogna il matrimonio con un ragazzo ricco fino a diventare un po' la pupilla di quella strega della zia March, ancora legata a questo retaggio, mentre Beth è quella che rimane un po' più in disparte, la minore, buona ed amata da tutti, ma cagionevole e protagonista della parte tragica della storia, che anche presentandosi al cinema come una tela bianca che nulla sa del romanzo come ho fatto io, si intuisce fin da subito che avverrà nel finale. Non ho apprezzato particolarmente il personaggio della madre, interpretata da Laura Dern, non ho ben capito a cosa fosse dovuta la sua estrema bontà verso il prossimo, sembra quasi uno di quei clichè che sanno tanto di ipocrisia, mente il padre delle ragazze, che si vedrà solo nel finale, è l'avvocato Saul Goodman Bob Odenkirk e questo non può che farmelo apprezzare. Un giorno, forse, nella nostra vita e nella sua lunga carriera, vedremo poi Timothée Chalamet interpretare un ruolo diverso dal ragazzo di classe un po' radical chic come lo abbiamo già visto qualche mese fa in "Un giorno di pioggia a New York", certo, qui interpreta un ragazzo ricco ed istruito, ma come attore mi dà la sensazione di essere troppo legato a questo tipo di personaggio, che fa abbastanza bene, sia chiaro, ma mi piacerebbe vederlo alle prese con qualcosa di diverso prima o poi.
Per quanto riguarda la regia Greta Gerwig mi è piaciuta, un'altra volta. Ha un modo di dirigere delicato e di classe, alcuni lo definiscono abbastanza tradizionale e scolastico eppure al suo solo secondo film ritengo che il suo stile sia parecchio riconoscibile anche se ancora molto legato, come già detto, alle esperienze avute con Noah Baumbach, penso che risultando meno derivativa potrebbe diventare veramente una regista molto interessante nei prossimi anni. In fin dei conti non me l'aspettavo, ma "Piccole donne" è riuscito a tenermi con gli occhi incollati allo schermo dall'inizio alla fine, cosa che ritenevo abbastanza complicata in una Domenica pomeriggio in un cinema con le poltrone reclinabili davanti ad un film che avevo bollato come noioso, non tanto per il ritmo, quanto per i temi che mi aspettavo di vedere. Invece il ritmo narrativo è gestito in modo coinvolgente grazie anche alle due linee temporali e il modo in cui sono stati caratterizzate e interpretate le protagoniste mi ha molto soddisfatto. Forse con altre attrici il risultato sarebbe potuto essere diverso, forse il fatto che per tutto il film abbia pensato che per ognuna delle quattro sorelle non ci avrei visto nessun altro ad interpretarle meglio - ovviamente scomodando solo le attrici più in voga al momento - è un segno che il casting è stato decisamente azzeccato e centrato.

Voto: 7,5

martedì 28 gennaio 2020

1917 di Sam Mendes (2019)

USA 2019
Titolo Originale: 1917
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes
Durata: 119 minuti
Genere: Guerra


A differenza della Seconda Guerra Mondiale, la Prima non è uno di quei temi particolarmente battuti dal cinema, soprattutto negli ultimi anni e, personalmente, l'unico film sul tema che ricordo di aver visto è "Torneranno i prati" di Ermanno Olmi. Siamo però in periodo di Oscar e già di tempo si vociferava del fatto che uno dei grandi favoriti per fare incetta di nomination e di premi potesse essere proprio "1917" di Sam Mendes, regista che giusto vent'anni fa vinse il premio per il miglior film per il suo "American Beauty". All'interno della pellicola sono presenti come protagonisti George MacKay e Dean-Charles Chapman, mentre fanno la loro comparsa anche attori decisamente più navigati come Benedict Cumberbatch e Mark Strong, con spazio anche per Richard Madden, direttamente da "Game of Thrones" e dalle sue recenti esperienze in altre serie televisive. Il film ha fatto subito parlare di sè per la particolare tecnica con cui è stato realizzato, ovvero una serie di piani sequenza montati ad arte in modo che l'intero film sembrasse realizzato con un'unica inquadratura, un po come venne fatto con "Birdman" o, per andare un bel po' più indietro, anche con "Nodo alla gola" di Alfred Hitchcock. La cosa subito mi ha messo qualche dubbio: da una parte la tecnica del piano sequenza è una cosa che adoro - e che fa sempre particolarmente bagnare i giurati dell'Academy - mentre dall'altra avevo un po' paura che ci potessimo trovare davanti ad un ottimo lavoro dal punto di vista tecnico, senza però una vera e propria anima a livello di sceneggiatura.
La trama del film è molto semplice e sinceramente non so se si tratti di una storia realmente accaduta oppure di un fatto inventato di sana pianta, ma ambientato durante la Prima Guerra Mondiale. A quanto pare, vedendo i titoli di coda, sembra che la storia sia stata ispirata dai racconti del nonno di Sam Mendes, quindi non direttamente collegati ad un evento storico, ma comunque in qualche modo ispirati, come preventivabile, ad una serie di eventi realmente accaduti. Si narra dunque la storia di William Schofield e Tom Blake, due caporali a cui viene dato l'ordine dal loro capitano di recarsi da un gruppo di commilitoni vicini per avvertirli di una trappola ordita dai tedeschi, ritiratisi lungo la Linea Hindenburg. La consegna dell'ordine diretto potrebbe portare al salvataggio di un gruppo di 1600 soldati che, ignari della trappola, stanno per attaccare il nemico tentando di conquistare terreno prezioso per il destino del conflitto.
Come già detto, a far parlare di sè inizialmente per quanto riguarda "1917", già vincitore dei Golden Globe per la miglior regia e per il miglior film drammatico, è stata più che altro la particolare tecnica registica utilizzata. Essendo dunque il piano sequenza una delle tecniche che più apprezzo, un po' per la difficoltà realizzativa e un po' per la sua resa sullo schermo che è sempre spettacolare, a qualsiasi genere la si associ - vedi ad esempio il piano sequenza della prima scena di "La La Land" o quello della scena introduttiva di "Guardiani della Galassia Vol. 2". Inutile dunque dire che, dal punto di vista tecnico, "1917" risulta essere sicuramente un ottimo film, che presenta oltre a questo anche una fotografia curata nei minimi dettagli e una colonna sonora coinvolgente e ansiogena. Merito del film a livello narrativo anche il fatto che l'inquadratura seguisse sempre o quasi i protagonisti, facendoci vedere spesso e volentieri inquadrature non propriamente in soggettiva, ma di spalle al protagonista, un po' come nel videogioco "Call of Duty", amplificando in me un senso di ansia continuo, perchè non potevo prevedere cosa sarebbe accaduto, tanto che più volte mi sono trovato a saltare sulla sedia per uno sparo o un'esplosione improvvisa che non mi aspettavo minimamente. Da segnalare poi la presenza di alcune scene veramente spettacolari, una su tutte sul finale, una scena esaltante e carica di tensione.
Punto debole di un film secondo me molto forte con cui Sam Mendes, salvo scandali o ribaltoni o la premiazione di "Parasite" in questa categoria, che un po' auspico, dovrebbe vincere l'Oscar per la miglior regia, è la sceneggiatura, scritta proprio dallo stesso regista. Non che questa sia una sceneggiatura brutta o priva di significato, semplicemente, dal punto di vista della storia, sono cose che si sono già viste in molti altri film di guerra e dal punto di vista sceneggiativo non si è aggiunto proprio nulla di nuovo al genere o al tema trattato, anche perchè credo sia quasi impossibile farlo oramai. Essendo lo svolgimento abbastanza prevedibile forse forse penso che il film non possa meritare l'Oscar come miglior film e sinceramente non lo vedo nemmeno come uno dei favoriti al titolo finale, fosse uscito lo scorso anno o un paio di anni fa lo avrei visto come una vittoria facile, ma quest'anno sono talmente tanti i film di qualità in gara che questo potrebbe tranquillamente fare incetta di premi tecnici, tra cui quello importantissimo della regia, senza però poter puntare al premio grosso. E' comunque uno di quei film che vanno guardati assolutamente al cinema per poterli apprezzare al meglio della loro potenzialità.

Voto: 8+

lunedì 27 gennaio 2020

La signora dello zoo di Varsavia di Niki Caro (2017)



USA 2017
Titolo Originale: The Zookeeper's Wife
Regia: Niki Caro
Sceneggiatura: Angela Workman
Durata: 122 minuti
Genere: Storico, Drammatico


Siccome l'associazione di cui faccio parte e di cui contribuisco ad organizzare le rassegne, il Cineforum Vimodrone, collabora con il comune, la proiezione a ridosso del 27 Gennaio, il Giorno della Memoria, assume anche una valenza civile ed è sempre dedicata al tema del nazismo e della Shoah, appunto per celebrare la ricorrenza. É una cosa che facevamo anche quando la collaborazione con il comune non era stata sancita, quindi non è decisamente per questo motivo che dedichiamo la proiezione alla Giornata della Memoria, ma perchè come associazione crediamo veramente che la ricorrenza per ricordare le barbarie in periodo nazista, ma in realtà tutti i genocidi dettati dall'appartenenza ad una determinata categoria umana, soprattutto di questi tempi, sia una cosa di fondamentale importanza. La proiezione di quest'anno è stata "La signora dello zoo di Varsavia", pellicola del 2017 diretta da Niki Caro, regista neozelandese che tra qualche mese uscirà nei cinema con il suo nuovo film, la versione in live action di "Mulan", di cui però non ho mai visto nessun film prima di questo, che ho visto solamente un paio di giorni fa. Il film vede anche come protagonisti Jessica Chastain, attrice da queste parti sempre particolarmente apprezzata e che negli ultimi dieci anni ha partecipato ad una quantità industriale di film, il più delle volte dando sfoggio del suo talento recitativo, nonostante come attrice sia esplosa relativamente tardi con l'età, che interpreta il personaggio di Antonina Zabinski, Daniel Brühl interpreta il gerarca nazista Lutz Heck, mentre Johan Heldenbergh, attore che ho pensato per tutto il film di avere già visto ed infatti era ne "Le confessioni" di Roberto Andò, interpreta Jan Zabinski, il marito di Antonina.
Siamo nel 1939 a Varsavia, in Polonia, dove Antonina e Jan Zabinski hanno in gestione lo zoo di Varsavia, di cui si occupano per conto di Lutz Heck, esperto genetista del regime nazista, che ha molti zoo sparsi in giro per l'Europa, tra cui quello di Berlino. Quando però incominciano i bombardamenti nazisti nella città, buona parte degli animali dello zoo moriranno sotto alle bombe, altri scapperanno e pochi rimarranno effettivamente nello zoo. Il luogo è però strategico per gli appostamenti militari dei nazisti, che decidono così di occuparlo, sterminando tutti gli animali e portando, sotto consiglio di Lutz Heck che nutre una profonda attrazione verso Antonina, quelli più rari e preziosi a Berlino, per evitare che venissero uccisi. Con l'occupazione della città iniziano anche i primi rastrellamenti di ebrei, che vengono inizialmente confinati nel ghetto di Varsavia, dove sono sotto stretto controllo dei militari nazisti e sottoposti a controlli estremamente restrittivi e violenze. Sfruttando i momenti in cui i militari abbandonano lo zoo, solitamente nelle ore notturne, Antonina e Jan elaborano un piano per cui l'uomo sarà in grado di entrare nel ghetto per raccogliere cibo per il loro nuovo allevamento di maiali, concessione fatta da Lutz Heck, e di giorno in giorno portare via un certo numero di persone, nascondendole negli alloggi e permettendo loro di uscire di notte per mangiare quando non ci sono i militari.
Al di là dell'importanza del tema trattato in questo film, in cui viene raccontata una delle tante storie che sono passate un po' sotto traccia dopo il termine della guerra e la liberazione dei campi di concentramento, un po' anche per scelta dei protagonisti che, in seguito alle sofferenze non riuscivano nemmeno a parlare di ciò che avevano vissuto in quel terrificante periodo, su queste pagine cerco di parlare del film senza pensare all'importanza del tema, ma al film in quanto tale. Innanzitutto, a differenza di molte delle pellicole sull'olocausto uscite negli ultimi anni, ritorniamo a una vicenda simile a quella di "Shindler's List" di Steven Spielberg in cui non si narra principalmente la storia di vittime dello sterminio, ma si narrano le vicende di due persone che si sono messe in prima linea per salvare il maggior numero possibile di persone. In realtà dal punto di vista della sceneggiatura non c'è nulla di nuovo, di film così ne escono almeno due o tre all'anno e principalmente proprio in questo periodo e come struttura c'è da dire che si somigliano molto. La realtà è che film di questo tipo non puntano tanto ad essere ricordati nella storia del cinema, quanto più che altro ad essere un giusto strumento per ricordare una delle più brutte cose di cui l'umanità si sia mai macchiata, muovendo le coscienze degli spettatori e facendoli emozionare. Dal punto di vista storico pare che la vicenda narrata nel film sia stata riportata su schermo nel modo più fedele possibile, anche se determinate circostanze penso che siano state in qualche modo romanzate per fini cinematografici, ma la cosa è fisiologica.
"La signora dello zoo di Varsavia" risulta dunque essere un film che riesce nel suo intento di smuovere le coscienze e riesce anche ad emozionare e a ciò contribuiscono le certamente buone prove recitative di Jessica Chastain, madre e moglie premurosa che assieme al marito, ottimamente interpretato da Johan Heldenbergh, elabora un piano molto elaborato per salvare quante più vite possibili. Bene anche l'interpretazione di Daniel Brühl, che riesce a rendere abbastanza bene un personaggio perfido e viscido, salvo poi rifarsi nel finale in una scena che non so quanto fosse storicamente vera e che mi è sembrata messa lì principalmente con l'intento di stupire lo spettatore. Insomma, come film mi ha convinto anche se sicuramente non aggiunge dal punto di vista cinematografico nulla di nuovo a quanto già detto sull'argomento, ma ha il merito di raccontare un'altra delle tante storie importanti finite sotto traccia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la liberazione dei campi di prigionia.

Voto: 6,5

venerdì 24 gennaio 2020

Midnight Special di Jeff Nichols (2016)



USA, Grecia 2016
Titolo Originale: Midnight Special
Regia: Jeff Nichols
Sceneggiatura: Jeff Nichols
Durata: 112 minuti
Genere: Fantascienza, Drammatico


Ci sono delle sere in cui ho già ben chiaro in testa quale film vedrò, perchè magari ci penso a più riprese durante il giorno o perchè magari mi sento di dover portare avanti uno speciale su questo blog e per farlo bisogna vedere i film, non è possibile andare a braccio, mentre ci sono altre sere in cui arrivo a casa e so che per superare l'ennesima serata da solo in compagnia della televisione devo guardarmi un film o un programma in TV - fortuna che il Giovedì per ancora un paio di mesi c'è "Masterchef", almeno non ho l'incombenza della decisione -, però non so assolutamente quale film guardare. Capita dunque che accendo Netflix o Now TV e inizio a fare zapping - tra le altre cose penso che la programmazione di Cine 34, nuovo canale interamente dedicato al cinema italiano creato da Mediaset potrà darmi delle soddisfazioni - ed è proprio così che mi sono imbattuto in "Midnight Special", quarto film da regista per Jeff Nichols che negli anni precedenti all'uscita di questa pellicola mi aveva letteralmente folgorato con "Take Shelter", un vero e proprio gioiello, e mi aveva appassionato con "Mud", mentre ancora devo vedere la sua opera prima "Shotgun Stories" e "Loving", film con cui nel 2017 andò agli Oscar grazie a Ruth Negga, l'attrice protagonista. Manco a dirlo il protagonista del film è interpretato da Michael Shannon, sicuramente l'attore feticcio del regista, che avevamo già visto in "Take Shelter" e la cui carriera e attività cinematografica sta sempre più diventando solida e di qualità, mentre l'altro protagonista della vicenda è interpretato da Jaeden Lieberher, allora solo tredicenne, mentre nel cast abbiamo anche Joel Edgerton, Kirsten Dunst e Adam Driver.
Roy Tomlin è il padre naturale di Alton Meyer che, dopo aver recuperato suo figlio dalle grinfie di persone di cui non si sanno bene le intenzioni, si mette in fuga assieme all'amico Lucas. Presto si scopre che gli intenti di Roy sono quelli di portare via il figlio, dotato di poteri soprannaturali. dalle grinfie di una setta religiosa il cui fanatismo li ha portati a credere che il ragazzino potrebbe essere l'unica speranza degli adepti per salvarsi dalla fine del mondo. La fuga però non è soltanto dai fanatici religiosi, ma anche dall'FBI, in quanto il ragazzino è inspiegabilmente a conoscenza di codici relativi a inchieste top secret, motivo per cui i federali vorrebbero prenderlo per interrogarlo e spiegare il mistero.
Dopo essermi molto appassionato ai primi due film che avevo visto del regista, che ritengo essere dei veri e propri gioielli del cinema dell'ultimo decennio, con questo "Midnight Special" Jeff Nichols dimostra di essere una persona come tutti noi, dirigendo un film in cui il talento registico non è intaccato rispetto ai due lavori precedenti e non subisce una flessione, ma in cui la sceneggiatura e la gestione dei ritmi nel corso dell'intera durata del film ha qualche difetto che non me lo hanno fatto godere appieno. L'atto iniziale è narrativamente folgorante, un gran ritmo, un mistero che è subito fitto ed interessante e un bambino che dimostra di saper fare cose che però non ci vengono dette subito, insomma, non abbiamo davanti un supereroe a caso, di cui sappiamo subito tutte le sue capacità, ma le scopriamo pian piano nel corso della pellicola, quando il mistero sulla sua identità e sulla sua origine inizia a venire svelato. É interessante vedere come vengono messe in scena le reazioni delle altre persone quando si trovano davanti al bambino, alcuni sembrano temerlo, altri invece ripongono una fiducia smisurata in lui, gli credono come se fosse un dio e devo dire che tutti gli attori che interagiscono con lui hanno messo bene in scena la cosa. Purtroppo ciò che mi ha meno convinto di "Midnight Special" è proprio l'atto centrale, in cui la tensione cala abbastanza rispetto all'ottimo inizio, facendomi perdere il giusto pathos che mi aveva conquistato nelle prime battute e portandomi ad un finale che, pur salendo di colpi, non è riuscito ad emozionarmi come avrei voluto, viste le premesse. In qualche modo penso di non essere rimasto convinto dalla spiegazione che viene data, che dal punto di vista fantascientifico è uno di quei temi che mi hanno sempre affascinato tantissimo, ma qui non so perchè mi è mancato qualcosa e non so nemmeno io che cosa possa essere a dire la verità.
Dal punto di vista tecnico Jeff Nichols si conferma su ottimi livelli, le sue inquadrature sono molto affascinanti e quando c'è da giocare con qualche effetto visivo in questo film si dà tutto, anche se di certo non sono la parte preponderante, se non nel finale. Dal punto di vista recitativo siamo anche in questo caso su ottimi livelli, ho già avuto modo di elogiare la capacità di quei personaggi secondari di mostrare le reazioni delle diverse persone davanti alle capacità del bambino, ma anche i protagonisti sono ottimi, con Michael Shannon che è una garanzia, interpreta il ruolo di padre premuroso che vuole a tutti i costi il bene del figlio, così come Kirsten Dunst è perfetta nel ruolo della madre, forse quella che soffre di più per la condizione del bambino, mentre vediamo di nuovo Adam Driver alle prese con un personaggio che a livello di sceneggiatura non viene sviluppato così a fondo, ma mostra un conflitto interiore, una specie di costante da quando lo abbiamo visto alle prese con il personaggio di Kylo Ren. Insomma, con questo "Midnight Special" da una parte Jeff Nichols dimostra ancora una volta di saperci fare e di saper far rendere al meglio gli attori che ha a disposizione, ma torna normale per quanto riguarda la sceneggiatura e la narrazione della sua storia rispetto agli altri suoi due film che avevo visto in precedenza.

Voto: 7

giovedì 23 gennaio 2020

WEEKEND AL CINEMA!

Ci avviciniamo sempre di più alla notte degli Oscar ed ecco che la distribuzione cinematografica spara gli ultimi colpi rimasti per lo meno per coprire in maniera completa le candidature a miglior film. Ecco che dunque in questo weekend ci sono occhi solo per una pellicola, ma, se dovessi trovarne il tempo, c'è anche un altro film che non mi dispiacerebbe vedere, più per curiosità che per altro. Come al solito vediamo però quali saranno le uscite al cinema di questa settimana, commentate come al solito in base ai miei pregiudizi!


1917 di Sam Mendes


Premiato con due Golden Globe, miglior film drammatico e miglior regia a Sam Mendes, "1917" è anche un serio candidato per la vittoria finale agli Oscar, anche se da quello che ho visto le candidature sono una meglio dell'altra - a parte forse "Le Mans '66 - La grande sfida" che trovo sia un gradino sotto a tutti gli altri. Il film mi incuriosisce parecchio più che altro per l'essere realizzato come un intero finto piano sequenza e solitamente i piano sequenza riescono a conquistarmi, motivo per cui su questa pellicola ripongo molte speranze.

La mia aspettativa: 8/10


In the Trap - Nella trappola di Alessio Liguori

É un po' di tempo che il cinema italiano sta tentando di sperimentare e di tornare alla produzione di film di genere, mentre fino a qualche anno fa avevamo un vero e proprio duopolio di drammi e commedie. Non so bene nè quale distribuzione possa avere questo "In the Trap - Nella trappola" e non saprei nemmeno cosa aspettarmi da questo film, ma penso che sia comunque un lavoro da supportare, anche perchè la trama sembra essere davvero interessante.

La mia aspettativa: 6/10


Le altre uscite della settimana

Figli: Commedia con Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea che non sembra nemmeno malaccio, ma me la tengo eventualmente per una visione in un altro periodo dell'anno.
Just Charlie - Diventa chi sei: Film britannico del 2017 che arriva nelle sale solamente ora. A differenza del cinema orientale, che da noi arriva sempre con un certo ritardo, anche di anni, quando la pellicola arriva dagli Stati Uniti o dall'Europa penso sempre che ci sia stato un motivo più che valido se il film non è stato distribuito.
Tappo - Cucciolo in un mare di guai: Un film d'animazione e per giunta con protagonista un cane. Se fossi Superman preferirei un bagno nella criptonite.

mercoledì 22 gennaio 2020

Klaus - I segreti del Natale di Sergio Pablos (2019)

Spagna 2019
Titolo Originale: Klaus
Sceneggiatura: Zach Lewis, Jim Mahoney
Personaggi: Jesper, Klaus, Alva, Mrs. Krum, Mister Ellingboe, Mogens
Durata: 98 minuti
Genere: Animazione


Ormai lo sa praticamente il mondo intero il fatto che, negli ultimi anni, ho pesantemente litigato con il cinema d'animazione: se qualche anno fa avevo una vera e propria curiosità per i film del genere, anche quelli un po' più infantili perchè comunque speravo mi divertissero e mi facessero ridere, ora li vedo un po' tutti come delle enormi bambinate con una comicità eccessivamente puerile che faccio sinceramente fatica a sopportare. Ci ho messo dunque un po' di tempo e un po' di recensioni decisamente positive prima di convincermi a dare un'opportunità a "Klaus - I segreti del Natale", film d'animazione disponibile su Netflix e per cui la recente candidatura all'Oscar come miglior film d'animazione mi ha convinto anche a scriverne, tant'è che l'ho visto nel pomeriggio del primo dell'anno, ma sono qui a parlarvene solo ora, quando ormai fortunatamente nemmeno mia madre quando cerca un film strizza gli occhi davanti a commedie romantiche natalizie o a film con i cani che salvano il Natale. Ho aspettato così tanto fondamentalmente perchè non sapevo bene che cosa scriverne, ma alla fin fine eccoci qui, meglio tardi che mai, come si suol dire. Il film è stato prodotto in Spagna per la regia di Sergio Pablos, animatore spagnolo che ha partecipato anche a film piuttosto famosi come "Rio" o "Cattivissimo me", ma che fino allo scorso anno ancora non era accreditato alla regia di nessun film d'animazione.
Jesper è il figlio di una ricca famiglia esperta nel campo delle spedizioni che frequenta in maniera svogliata l'accademia della posta, essendo sempre e comunque convinto del fatto che la famiglia lo coprirà sempre. Stufo dei vizi del figlio, il padre offre lui un'ultima occasione per distinguersi come postino e il fallimento gli costerebbe la privazione di tutti gli agi e i vantaggi di cui dispone in quanto membro della famiglia: dovrà recarsi su un'isola ghiacciata vicina al circolo polare artico con l'obiettivo di spedire, entro due anni, almeno seimila lettere. Una volta arrivato nel paesino subito la missione sembra essere proibitiva, in quanto la popolazione è turbata da profonde divisioni e liti e gli abitanti sono divisi in due clan che dividono anche fisicamente il paese in due e si fanno la guerra l'uno con l'altro. Jesper avrà però modo di fare conoscenza dapprima con i bambini che abitano il paese e in secondo luogo con Klaus, un omone di poche parole, falegname e boscaiolo che ama costruire giocattoli con il legno. Avendo visto quasi per caso un disegno fatto da un bambino del paese, perso da Jesper, intimorito dall'uomo, Klaus decide di cercarlo e di regalare al bambino uno dei suoi giocattoli e l'atto di bontà da parte di Klaus genererà una reazione a catena da parte di tutti i bambini del paese che inizieranno a compiere buone azioni con la speranza di ottenere anche loro un giocattolo regalato da Klaus.
Altro film d'animazione, oltre a "Your Name", visto durante le vacanze natalizie e altro film che è riuscito, praticamente dalla metà in poi, a provocarmi i brividi e i lacrimoni. Innanzitutto siamo davanti ad un film d'animazione i cui disegni sono proprio come piacciono a me, non troppo infantili, ma nemmeno troppo seri e realistici, con personaggi caricaturizzati - Jesper ha ad esempio un nasone molto pronunciato, mentre Klaus è gigantesco, quasi fuori proporzione - inseriti in un paesaggio affascinante e ben costruito. La cosa che però mi ha sorpreso maggiormente di questo film è stata la storia, penso senza nemmeno troppi dubbi la più originale che io abbia mai visto sulla figura di Babbo Natale o come qualsiasi cultura lo voglia chiamare. L'idea di una persona reale con la passione per la costruzione di giocattoli che con un solo gesto di bontà dapprima riesce a condizionare tutti i bambini di un paese per poi farsi seguire a ruota anche dagli adulti e persino dai capi dei due clan che hanno tutti gli interessi a mantenere la situazione di guerra continua è una storia sicuramente bella da raccontare, ma anche da vedere e da vivere per quell'oretta e mezza che dura il film in questione. "Klaus - I segreti del Natale" è dunque un film magico e commovente, che sa gestire molto bene i ritmi narrativi alternando momenti molto teneri ad altri che divertono e fanno ridere, sicuramente una delle più belle sorprese per quanto riguarda il cinema d'animazione degli ultimi anni, visto che io negli ultimi anni, a dirla tutta, preferirei essere Superman e bermi un bicchiere di criptonite piuttosto che vedere un film d'animazione basato su una storia natalizia.

Voto: 8

martedì 21 gennaio 2020

Le Mans '66 - La grande sfida di James Mangold (2019)

USA 2019
Titolo Originale: Ford vs Ferrari
Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth, Jason Keller
Durata: 152 minuti
Genere: Biografico, Sportivo, Drammatico


Buona parte dei film di cui parlerò nel corso delle prossime settimane saranno nell'ottica di recuperare il maggior numero di pellicole possibili in vista della notte degli Oscar, premiazione che ho sempre seguito con un certo interesse e che mi ha sempre messo pressione nella mia personale sfida contro il tempo per tentare di vedere, prima del giorno delle premiazioni, quanto meno tutti i film candidati all'Oscar come miglior film. Quest'anno la sfida mi si presenta decisamente più facile dato che, allo stato attuale, a parte questo film di cui vi parlerò oggi, mi mancano solamente "1917" e "Piccole donne", che molto probabilmente riuscirò a vedere entrambi nel corso del prossimo fine settimana, entrambi in sala. Tra le visioni dello scorso anno che avrei voluto affrontare, ma che poi alla fine ho lasciato indietro per mancanza di tempo, vi era anche "Le Mans '66 - La grande sfida", che mi interessava nella giusta misura in cui, solitamente, mi interesso ai film sulle corse automobilistiche, ovvero pochino. Vista però la nomination all'Oscar quello grosso, mi sono trovato nella condizione in cui mi sembrava brutto contravvenire alla mia regola di vedere tutti i candidati come miglior film e quindi ho deciso di guardarlo. James Mangold è regista classe 1963 che di film ne ha diretti abbastanza, anche film considerati di buona qualità dal pubblico e dalla critica e io, ahimè, non ne ho visto nemmeno uno - no, nemmeno "Logan" - e che per questo film prende nel cast una serie infinita di volti noti, dal cinema alla televisione, tra cui figurano, per non elencarli tutti, Christian Bale e Matt Damon nei panni dei protagonisti Ken Miles e Carroll Shelby, John Bernthal, Tracy Letts nei panni di Henry Ford II e il nostro Remo Girone nei panni di Enzo Ferrari.
Il film segue le vicende di Carroll Shelby e di Ken Miles, uno ex pilota e ingegnere meccanico, il secondo pilota e ottimo meccanico, chiamati da Henry Ford II per costruire e guidare un automobile in grado di vincere la 24 ore di Le Mans, una delle corse automobilistiche più importanti del mondo, negli anni precedenti sempre dominata dalle automobili della Ferrari. I due vengono chiamati in seguito ad una trattativa condotta proprio con Enzo Ferrari per l'acquisto della casa automobilistica da parte della Ford, che voleva sfruttare le conoscenze automobilistiche della scuderia sfruttando la situazione di quasi bancarotta in cui si trovava il più grande costruttore di auto da corsa italiano. I due si troveranno dunque a collaborare per costruire l'automobile adatta a resistere al fatto di essere tenuta al limite per una giornata intera, ma anche per riportare in alto il marchio della Ford, che mai aveva vinto quella importantissima gara.
Io ammetto abbastanza candidamente il fatto di non essere tanto alla quale per quanto riguarda le corse automobilistiche, sono uno sport che non capisco e, nella Formula 1 ad esempio, non capisco perchè in una gara di velocità si trovi in certi casi a vincere non tanto l'automobile più veloce o meglio guidata, ma quella la cui squadra decide in maniera più intelligente di eseguire le soste ai box, in pratica si vince scegliendo bene quando fermarsi, per me una roba assurda proprio. Fortunatamente "Le Mans '66 - La grande sfida" non calca troppo la mano sulla componente riguardante le corse automobilistiche, anche se la gara finale occupa, anche giustamente, una buona mezz'ora di film, ma si concentra sul mostrare agli spettatori l'impresa sportiva e tecnica compiuta dai due protagonisti, che nel giro di un'annata riusciranno a costruire la macchina perfetta, giusta combinazione di velocità e resistenza. Il film è molto buono sotto diversi punti di vista, soprattutto per quanto riguarda il comparto tecnico: la regia è ottima, ritmo narrativo e montaggio sono serrati e le inquadrature coinvolgono incredibilmente lo spettatore, per non parlare poi di una colonna sonora per cui un appassionato di musica rock come me si sente praticamente a casa. Convincenti anche le prove di tutti gli attori protagonisti della vicenda e dal punto di vista narrativo e del coinvolgimento dello spettatore a questo film non gli si può dire proprio nulla.
Ho però qualche riserva sul film: innanzitutto, per quanto sia un film abbastanza bello, visto anche il livello dei film proposti quest'anno tra i nove candidati a miglior film, questo mi sembra un po' essere il pesce fuor d'acqua - ho una fiducia smisurata su "1917", forse forse si contende il "titolo" con "Piccole donne", ma staremo a vedere - tanto che mi è sembrata un po' esagerata la candidatura, in questo caso. In secondo luogo sia dal titolo originale sia dalle premesse mi aspettavo di vedere più un film su una rivalità tra due costruttori di auto, cosa che in realtà per buona parte del film non si vede, in favore della narrazione delle fasi di preparazione alla gara da parte della Ford, in pratica la rivalità cui avrebbe fatto pensare il titolo si è vista solamente nel momento della trattativa per l'acquisto della Ferrari e alla fine, nel corso della gara, con qualche scambio di battute tra Ferrari e Ford, insomma, da questo punto di vista mi sarei aspettato qualcosina di più che delle semplici schermaglie.
Nonostante i difetti e la forse esagerata nomination all'Oscar come miglior film - meritate invece secondo me le altre tre per miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro - "Le Mans '66 - La grande sfida" rimane un buonissimo film che riesce a mantenere comunque alta l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, risultando lineare a livello narrativo e giustamente coinvolgente a livello emotivo.

Voto: 7,5

lunedì 20 gennaio 2020

Jojo Rabbit di Taika Waititi (2019)

Nuova Zelanda, USA, Repubblica Ceca 2019
Titolo Originale: Jojo Rabbit
Sceneggiatura: Taika Waititi
Durata: 108 minuti
Genere: Commedia


Ci stiamo avvicinando lentamente alla notte degli Oscar e già sono stati annunciati i candidati per i vari premi che, soprattutto nella categoria di miglior film, mi sembrano essere tutti o quasi di pari livello, fatta eccezione per "Le Mans '66 - La grande sfida" che mi sembra essere un gradino sotto. Ovviamente tutto questo al netto del fatto che non ho ancora visto "1917" nè "Piccole donne" che cercherò di vedere tra questa e la prossima settimana. Sono però riuscito ad andare a vedere, nel weekend appena terminato, "Jojo Rabbit", una delle pellicole che attendevo con maggiore curiosità, innanzitutto perchè diretta da un regista che non mi dispiace, a parte per "Thor: Ragnarok" che mi aveva profondamente deluso, in secondo luogo perchè parla del tema del nazismo con un tono fanciullesco e quasi infantile, con l'idea della presenza di Adolf Hitler come amico immaginario di un bambino che mi sembrava essere veramente geniale. Oltre alla regia di Taika Waititi, che avevo profondamente apprezzato in "Vita da vampiro - What We Do in the Shadows", abbiamo la presenza nel cast di attori come Scarlett Johansson, candidata all'Oscar come migliore attrice non protagonista per questa interpretazione, oltre a quello come miglior attrice protagonista per "Storia di un matrimonio", Sam Rockwell, Stephen Merchant e Rebel Wilson. I due protagonisti invece sono interpretati dal giovanissimo Roman Griffin Davis e dalla appena ventenne Thomasin McKenzie.
Siamo nel 1945, nella Germania nazista, Johannes Betzler, detto Jojo Rabbit, è un bambino della Gioventù Hitleriana che vive assieme alla madre Rosie e che ha perso il padre in guerra e la sorella a causa dell'influenza. Egli passa le sue giornate assieme al suo amico immaginario Adolf Hitler, che è però una versione quasi infantile del dittatore, nato dalla profonda ammirazione di Jojo per il regime totalitario in cui è nato e cresciuto, che lo hanno reso quasi un fanatico del regime nazista. Le sue convinzioni iniziano però a vacillare nel momento in cui egli scopre che la madre nasconde un'ebrea in soffitta, innescando un conflitto interiore nel ragazzino che ha sempre visto gli ebrei come mostri in grado di controllare le menti delle persone e che vede in qualche modo nella madre, per il fatto di aiutare un'ebrea, una traditrice della patria e degli ideali inculcati dal nazismo nella popolazione tedesca.
La sensazione al termine della visione di "Jojo Rabbit", liberamente ispirato dal romanzo del 2004 "Come semi d'autunno", è stata quella di aver assistito ad un film a tratti geniale. C'è sempre un po' di timore quando si vuole trattare il tema del nazismo e della Shoah con un tono anche solo leggermente diverso dai drammoni a cui siamo abituati, ma con questo lavoro Taika Waititi ha fatto centro sotto moltissimi punti di vista, a partire dalla componente comica della vicenda. Sì perchè "Jojo Rabbit" è pensato per essere una commedia nera in cui mettere alla berlina tutte le convinzioni della popolazione sotto il regime nazista, facendo battute sulla popolazione ebrea e ridicolizzando prepotentemente le convinzioni naziste. La bravura di Taika Waititi in questo film sta infatti nel fatto di aver girato tutte le battute non politicamente corrette sulla popolazione ebrea facendo in modo di rappresentarle come convinzioni naziste con un duplice risultato: da una parte non si sono svegliati i ben pensanti pronti a criticare il regista per il fatto di aver ridicolizzato una tragedia - anche se qualche voce a riguardo si è alzata, fortunatamente in maniera abbastanza isolata - mentre dall'altra il film è divertentissimo, le battute sono azzeccate e ci sono momenti assolutamente geniali che mi hanno fatto morire dal ridere. Le risate che provoca questo film però non sono assolutamente fini a se stesse: a tratti le battute presenti in "Jojo Rabbit" pur facendo ridere risultano essere estremamente inquietanti e in grado di far riflettere su quel periodo e sugli orrori di cui si rese protagonista il regime nazista.
Dal punto di vista recitativo devo dire che anche in questo film si sono viste ottime cose: innanzitutto Taika Waititi risulta essere un Hitler perfetto, tra l'altro in grado di cambiare il proprio carattere e diventare sempre più cattivo all'aumentare dei dubbi di Jojo su ciò in cui fino ad allora aveva sempre creduto. Mi sono pure piaciuti tantissimo sia Roman Griffin Davis sia Thomasin McKenzie, che nel corso del film hanno un'evoluzione caratteriale mica male, mentre memorabili sono stati Sam Rockwell e Stephen Merchant, soprattutto il secondo, protagonista di una sola scena, forse la più divertente del film, ma anche la più amara, a posteriori. Straordinaria e meritevole di candidatura - chissà che quest'anno possa fare una clamorosa doppietta, ma non credo anche se un po' ci spero - Scarlett Johansson che è anche coinvolta in due scene veramente memorabili che sicuramente mi rimarranno in mente per moltissimo tempo. Insomma, a conferma della qualità altissima di quest'anno per quanto riguarda le nomination agli Oscar, è arrivato nelle nostre sale un altro film che forse non potrà dire la sua - ben altri saranno i favoriti -, ma sicuramente saprà farsi apprezzare dal pubblico che andrà in sala a guardarlo e che forse una statuetta, penso ad esempio a quella per la miglior sceneggiatura non originale, potrebbe portarsela a casa.

Voto: 8

venerdì 17 gennaio 2020

Ju-on di Takashi Shimizu (2000)


Giappone 2000
Titolo Originale: 呪怨
Sceneggiatura: Takashi Shimizu
Durata: 70 minuti
Genere: Horror


Purtroppo per quanto riguarda il genere horror non ho bene nel cervello quella sinapsi che mi permetta di distinguere la cioccolata dalla merda. O meglio, la distinguo solamente dopo averla provata, nonostante spesso e volentieri dall'odore si possa un po' capire quale sia la vera consistenza di ciò che sto vedendo. Vista la futura uscita di "The Grudge", reboot del remake americano uscito nel 2004 e diretto da Takashi Shimizu, regista anche dell'originale giapponese, ho deciso di iniziare uno speciale sulla saga, partendo dagli originali giapponesi, non sbattendomi particolarmente per cercare tutti quei film che non sono usciti in Italia, fino ad arrivare alla saga remake e a questo nuovo film, dal quale ammetto candidamente di non aspettarmi nulla, ma di vederlo solamente come una buona occasione per recuperare una delle saghe horror che ho sempre voluto vedere per intero, ma della quale ho visto solo due film, entrambi abbastanza piaciuti, uno dei quali avevo dato per scontato che fosse il primo della saga, quando in realtà si trattava proprio del terzo. Sì, perchè quando alle superiori rimasi traumatizzato - sul serio, la visione mi fece davvero paura e per un paio di notti non feci altro che ripensare ad una scena in particolare del film - dalla visione di "Ju-on: Rancore", davo per scontato che quello fosse il primo film della saga. Ho scoperto invece, una settimana fa quando ho iniziato i recuperoni per questo speciale, che il primissimo capitolo della saga è stato un film per la tv giapponese, prodotto e diretto da Takashi Shimizu - che ha diretto poi buona parte dei film della saga originale -, della durata di una settantina di minuti scarsi e che "Ju-on: Rancore" è il terzo capitolo della saga, capitolo che tra l'altro nonostante il trauma adoro parecchio. Ad interpretare Kayako, il demone che terrorizza i nostri protagonisti, è Takako Fuji, attrice che a questo ruolo è stata talmente legata che Takashi Shimizu decise di non separarsene nemmeno nel girare i due remake americani.
"Ju-on" è un film diviso in sei capitoli, che narrano sei storie all'apparenza separate tra di loro, ma con un unico comune denominatore, ovvero la casa in cui ha vissuto Kayako. Si comincia con la storia di Toshio, maestro delle elementari che si reca nella casa di Kayako per chiedere conto del fatto che il figlio non si sia recato a scuola per un certo periodo, per poi narrare quella di Yuki, ragazza trasferitasi con la famiglia nella stessa casa cui il maestro aveva fatto visita nel capitolo precedente, fino ad arrivare nel terzo capitolo a Mizuho, che si ritrova a scuola per cercare il suo ragazzo Tsuioshi, che dovrebbe essere lì per punizione. Nel quarto capitolo cominciano ad essere collegati i vari pezzi: vediamo la storia di Kannah, medico legale padre di Tsuioshi che sta indagando su una morte violenta di una donna e la cui famiglia vive proprio nella casa di Kayako, per poi arrivare al quinto capitolo, in cui la protagonista è proprio Kayako e viene narrato cosa è successo a lei e a suo figlio. Si chiude con un capitolo dedicato a Kyoko, una donna che vuole comprare una casa e che, entrata proprio nella casa dove aveva vissuto Kayako, si accorge di una presenza maligna e ammonisce il venditore di non vendere la casa a nessuno a cui non piaccia lo speciale sakè da lei preparato all'interno dell'abitazione.
Con la visione di "Ju-on" ho deciso in qualche modo di riaffrontare un mio trauma adolescenziale, tanto che davvero, dalla visione dell'originale giapponese negli ultimi quindici anni il solo pensiero di poter qualche giorno vedermi la saga per intero mi terrorizzava. In realtà la scoperta di trovarmi davanti ad un film ideato per la televisione e dalla durata estremamente ridotta mi aveva fatto pensare al fatto che mi sarei trovato davanti ad un film con una qualità decisamente inferiore rispetto a quanto avevo visto, ma soprattutto che avrei avuto meno paura, cosa che poi effettivamente è successa, ma forse perchè sono cresciuto. La verità è che anche questo primo film della saga, fino ad ora mai visto e del quale non ero nemmeno a conoscenza sinceramente, ha dalla sua una buonissima sceneggiatura, la cui divisione in capitoli rende sì la visione più scorrevole, anche se frammentata, ma che si alza abbastanza di livello dal momento in cui i vari pezzi che compongono il puzzle e il mistero attorno al quale ruota la vicenda vengono svelati. Per quanto poi dal punto di vista tecnico si veda parecchio lo scarso budget di produzione, dal punto di vista registico ci sono delle idee mica male e Takashi Shimizu è in grado di creare benissimo l'atmosfera, anche con un film realizzato con qualche yen.
Dal punto di vista della paura è sì andata meglio rispetto alla visione che avevo affrontato ormai una quindicina di anni fa, ma neanche così tanto meglio: come tipico del cinema horror orientale e soprattutto di quello giapponese, la scelta registica è quella per cui la paura non debba essere del tutto sensoriale, ma più che altro vada coltivata mantenendo alto il livello di tensione. In questo senso il film di Takashi Shimizu è riuscito molto bene a toccare le corde giuste per mettermi la giusta paura e, vedendo questo primo capitolo, ho anche ricordato tutte quelle sensazioni, passatemi il termine, negative, che avevo provato durante la prima visione: quel suono di gola gutturale che è il marchio di fabbrica del film è rientrato nei miei incubi, i rumori di un gatto che non si vede mai me li sono ricordati per filo e per segno, qui non ci sono le apparizioni di capelli sul muro, ma l'immagine di Kayako, che si vede pochissimo, è irremovibile dalla propria memoria, sia nella scena in cui compare nel buio, sia in quella in cui la si vede scendere sanguinante dalle scale della casa in cui è abitata, con la scalinata che viene percorsa come fece Linda Blair ne "L'esorcista".
Insomma, da una parte mi aspettavo di rivedere, come primo recupero della saga di "Ju-on", con la quale oggi inizia ufficialmente uno speciale che potrei tirare per le lunghe - anche perchè a breve ci sono gli Oscar e qui bisogna parlarne -, di rivedere quel trauma che fu "Jo-on: Rancore". Il fatto di rivivere quel trauma per filo e per segno è ormai rimandato, ho comunque avuto modo di vedere un film che mostrava delle idee, in una fase decisamente embrionale e a volte anche abbastanza rozza, ma comunque estremamente efficace, che però riesce a far paura creando un personaggio che nel corso degli anni successivi è entrato nella storia dell'horror orientale.


La citazione

"Quando una persona muore in preda ad una rabbia feroce... nasce una maledizione.
La maledizione si concentra in quel luogo di morte.
Coloro che ne entreranno in contatto saranno travolti dalla sua furia.
"

giovedì 16 gennaio 2020

WEEKEND AL CINEMA!

Gennaio 2020 potrebbe essere, cinematograficamente parlando, uno dei migliori mesi dell'annata, tant'è che già alla terza settimana di uscite iniziano ad arrivare i botti, quelli veri, in vista della notte degli Oscar. Solo quattro film in uscita questa settimana - sarebbero otto, ma sapete che in questa rubrica non faccio rientrare i documentari - di cui due praticamente imperdibili e uno potenzialmente molto buono, per lo meno da come se ne legge in giro, tanto che vorrei avere un weekend più lungo per poterli vedere tutti e tre, cosa che molto probabilmente non potrò fare. Vediamo, come al solito, quali saranno le uscite di questa settimana, commentate in base ai miei pregiudizi!


Jojo Rabbit di Taika Waititi


Acclamato ai Golden Globe, è una commedia di Taika Waititi - che a parte "Thor: Ragnarok" finora l'ho sempre apprezzato - e soprattutto c'è Hitler e io le commedie in cui c'è Hitler le devo vedere per forza. A quanto si legge in giro potrebbe anche essere un film un po' più serio di quanto il trailer possa lasciare intendere e la cosa sinceramente non mi dispiace. É già facile facile uno dei film più attesi dell'annata.

La mia aspettativa: 8/10


Richard Jewell di Clint Eastwood


Clint Eastwood è un regista che non amo, ma che rispetto profondamente. Ammetto che il suo film annuale per me non è un appuntamento imperdibile, dato che negli ultimi anni qualcuno me lo sono volutamente saltato, però poi quelli che sono riuscito a vedere mi sono sempre piaciuti tutti, tranne "American Sniper". Questo, per quanto mi riguarda, è forse quello la cui trama mi interessa maggiormente tra i suoi film usciti nel corso degli ultimi anni, quindi farò il possibile per non perdermelo.

La mia aspettativa: 7,5/10


The Lodge di Severin Fiala, Veronika Franz

Parte questa settimana anche la stagione horror, che lo scorso anno ho leggermente trascurato - anche se a livello numerico di film horror ne ho comunque visti molti - in nome della ricerca di film di maggiore qualità, quindi ho saltato a piè pari qualcuno di quei film che mi sembravano sole sin dal principio. Di questo "The Lodge" però si sta facendo in giro un bel parlare, motivo per cui, prima o poi, anche se con priorità più bassa rispetto agli altri due, cercherò di guardarlo.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Me contro te Il film: La vendetta del signor S: Già il titolo e il modo in cui è scritto, con la dicitura "Il film" che non è nemmeno separata dal titolo con i due punti, con una virgola o con un trattino - e io su ste cose sono pignolo da morire - fa capire quale possa essere la qualità di questa roba. La locandina poi è un crogiuolo di nefandezze, non penso che lo guarderò nemmeno per sbaglio.

mercoledì 15 gennaio 2020

The Host di Bong Joon-ho (2006)


Corea del Sud 2006
Titolo Originale: 괴물 (Gwoemul)
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Won-jun Ha, Chul-hyun Baek
Durata: 119 minuti
Genere: Fantascienza, Horror, Drammatico


Dopo aver visto l'ottimo "Memories of Murder", secondo film di Bong Joon-ho che è diventato, dopo la vittoria di "Parasite" nella mia personalissima classifica dei migliori film del 2019, protagonista di uno speciale a lui dedicato su questo blog - sto ancora lavorando per trovare il suo primo film, mai arrivato in Italia, piuttosto anche sottotitolato - è il momento di parlare su questi schermi del suo terzo lavoro, "The Host", uscito nei cinema coreani nel 2006, mentre in Italia pare essere andato in onda per la prima volta nel 2013 su Rai Movie e ora si trova nel catalogo di Netflix solamente in lingua originale con i sottotitoli in italiano. Ancora una volta Bong Joon-ho, come in "Memories of Murder" e anche nell'ultimo lavoro "Parasite", decide di affidare il ruolo di protagonista al suo attore di fiducia Song Kang-ho, mentre nel cast figura anche l'attrice Bae Doo-na, che aveva partecipato qualche anno prima a "Mr. Vendetta", mentre poi è diventata famosa in occidente grazie alle sue partecipazioni in "Sense8", in "Cloud Atlas" e in "Jupiter - Il destino dell'Universo". Ci tengo anche a segnalare la partecipazione dell'attrice alla serie televisiva "Kingdom", ottima serie di zombie coreana disponibile su Netflix solamente in lingua originale sottotitolata.
Siamo in Corea del Sud, nel 2000: un anatomopatologo americano, in un obitorio assieme al suo assistente sudcoreano, ordina all'uomo di gettare nello scarico oltre duecento fiale di formaldeide, ormai scadute ed inutilizzabili. Passati alcuni anni da quell'evento, alcuni passanti notano in un fiume una strana creatura anfibia che, subito dopo l'avvistamento scatena letteralmente il caos, lasciando dietro di sè una scia di vittime, per poi dileguarsi. Tra le vittime c'è anche Hyun-seo la figlia di Park Gang-du, il protagonista del film, un uomo che gestisce assieme al padre un chiosco di alimentari e che da tempo attende il ritorno della sorella Park Nam-joo, esperta tiratrice con l'arco e idolo della nipotina. Nel frattempo le autorità, indagando sullo stato di salute di un uomo entrato in contatto con l'essere, scoprono che il mostro può essere portatore di un virus, motivo per cui nelle città che costeggiano il fiume Han viene proclamato lo stato di allerta.
Dopo aver esplorato il genere thriller con il bellissimo "Memories of Murder", il regista Bong Joon-ho decide di virare sull'horror di fantascienza, prendendo certamente ispirazione da pietre miliari del genere, in arrivo sempre dal cinema orientale come "Godzilla", per esempio, con la differenza che il mostro ideato dal regista punta più che altro a nascondersi e a nutrirsi, piuttosto che ad essere portatore di distruzione. In questo film il regista però non vuole realizzare una semplice pellicola catastrofica, ma di porre al suo interno anche l'attenzione su un sottotesto politico e sociale cui il regista dimostra di tenere sin dai suoi primi lavori in carriera, ancora prima di arrivare al cinema hollywoodiano con "Snowpiercer" e ancora prima di essere sulla bocca di tutti per "Parasite". Dal punto di vista registico siamo ancora una volta davanti ad un film perfetto, in grado di creare la giusta atmosfera e la giusta sensazione, nel pubblico, che nel contesto della narrazione ci sia qualcosa che non va, con le autorità militari che vogliono in qualche modo coprire il disastro, mentre la popolazione protesta vivacemente.
In tutto questo viene anche dato lo spazio necessario ai protagonisti per evolvere dal punto di vista psicologico: Park Gang-du comincia il film come una specie di fannullone buono a nulla, forse nemmeno in grado di fare da padre a Hyun-seo - con la madre scomparsa quando lei era ancora molto piccola -, fino a diventare un uomo in grado di prendere completamente in mano la propria vita e di darsi finalmente da fare. Un po' più piatto come personaggio è quello della sorella Park Nam-joo, con la sua evoluzione che mi è semplicemente sembrato un prendere coscienza delle proprie abilità in modo da avere più sangue freddo in situazioni difficili, nonostante questo mi è parso un personaggio molto riuscito. Bello è invece il rapporto che si viene a creare tra Hyun-seo - che si scopre essere in realtà viva nelle prime battute del film - e l'altro bambino nelle grinfie del mostro: nell'estrema difficoltà anche i soggetti anagraficamente più piccoli sanno prendere delle decisioni che possono influenzare in qualche modo la vita di qualcun altro. Per quanto il finale sia straziante dal punto di vista narrativo, abbiamo poi una scena conclusiva che dà un po' più di speranza allo spettatore, perchè da una tragedia, in qualche modo, tutti hanno potuto imparare qualcosa, rendendo migliore il proprio atteggiamento verso la vita.