martedì 31 marzo 2020

LE SERIE TV DI MARZO

Nel periodo di quarantena ho avuto modo di guardare qualche puntata in più di serie TV rispetto al solito, anche perchè, diversamente da quanto facevo prima, posso sfruttare la pausa pranzo - sto comunque continuando a lavorare da casa, dato che sono un programmatore - per guardare un episodio di serie TV, così come, non avendo l'incombenza di svegliarmi presto per andare al lavoro la mattina dopo, sto andando a letto un po' più tardi. Dunque, nel mese di Marzo, ho portato a termine ben quattro stagioni di diverse serie TV, tutte mediamente apprezzate anche se una molto meno di quanto mi sarei aspettato viste le premesse e gli amici entusiasti. Vediamo però quali sono state le mie sensazioni con un breve commento riguardo alle quattro serie televisive che ho visto nel corso del mese di Marzo!


Dickinson - Stagione 1

Creatore: Alena Smith
Episodi: 10
Rete Americana: Apple TV+
Rete Italiana: Apple TV+
Cast: Hailee Steinfeld, Jane Krakowski, Toby Huss, Anna Baryshnikov, Ella Hunt, Adrian Enscoe
Genere: Drama

Visti i commenti entusiasti letti sul finire del 2019 riguardo a questa serie televisiva, ho deciso, nonostante tutti i dubbi del caso, di dare un'opportunità a "Dickinson", che purtroppo non è dedicata a Bruce Dickinson, uno dei miei idoli canori, ma a Emily Dickinson, poetessa americana dell'ottocento. Le mie paure erano principalmente legate ai miei pregiudizi riguardo il fatto che ci potessimo trovare davanti ad una serie in cui il femminismo fosse portato all'estremo, facendo leva su un'epoca in cui negli Stati Uniti erano malviste le donne che avevano l'ardire di pubblicare un loro scritto. C'è da dire che lo spunto di partenza per la creazione di una serie dedicata alla poetessa è molto originale: ogni episodio porta il titolo di una poesia di Emily Dickinson, qui interpretata dalla bellissima Hailee Steinfeld, e cerca di immaginarsi quale evento della vita della poetessa, di cui si sa effettivamente poco avendo passato buona parte del suo tempo chiusa in casa, soprattutto quando più avanti con l'età, abbia ispirato la scrittura di quella poesia. Il tutto cercando di trattare temi attuali come il femminismo, il razzismo - preso di traverso parlando della schiavitù - e così via. Non solo lo spunto di partenza, ma anche il modo in cui ogni puntata è narrata mi è parso abbastanza originale: ci troviamo davanti ad una serie con un taglio piuttosto adolescenziale, in cui si cerca di portare usi e abitudini del nostro tempo in un'epoca del tutto precedente. É così dunque che quando i genitori di Emily partono per gli impegni del padre - interpretato da un perfetto Toby Huss, già visto in "Halt and Catch Fire" (se non l'aveste mai vista, fatevi un favore e guardatela) - le due figlie danno un party in casa propria, oppure vengono improvvisati club di letteratura e di teatro per poter leggere assieme le opere degli scrittori più famosi e così via, il tutto accompagnato da una colonna sonora che non c'entra niente con l'epoca, altro accorgimento che, un po' come fa Baz Luhrmann nei suoi film, spesso e volentieri mi fa uscire di testa, così come la presenza di scene oniriche o soprannaturali in cui la nostra protagonista riesce a parlare con la morte, che ella considera il suo migliore amico ed è interpretato da Wiz Khalifa. Insomma, contro ogni pronostico la prima stagione di questa serie, dedicata ad una figura che avevo avuto modo di vedere solamente sui libri di scuola, tra l'altro annoiandomi a morte, mi ha colpito. Certo, non è adatta per chi cerca una ricostruzione storica della vita della poetessa, nè per chi cercasse una ricostruzione fedele del periodo in cui è vissuta, ma più che altro per lo spunto di partenza, immaginarsi come Emily Dickinson abbia scritto le sue poesie in giovane età, risulta essere azzeccata ed originale.

Voto: 7,5


I Am not Okay with This - Stagione 1

Creatore: Jonathan Entwistle, Christy Hall
Episodi: 7
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Sophia Lillis, Wyatt Oleff, Sofia Bryant, Kathleen Rose Perkins
Genere: Thriller, Horror, Commedia

Seguendo un po' le orme di "The End of the F***ing World", serie inglese di cui non ho avuto voglia di vedere la seconda stagione anche se la prima non mi era affatto dispiaciuta, tratto da una graphic novel di Charles Forman, che è anche lo stesso autore di "The End of the F***ing World, ma ispirandosi anche a "Carrie - Lo sguardo di Satana" e buttandoci dentro due dei protagonisti giovani di "It - Capitolo 1" - Sophia Lillis e Wyatt Oleff - arriva su Netflix "I Am not Okay with This", serie televisiva che ci mostra le gesta di una ragazza, appena trasferitasi in una nuova scuola dopo il suicidio del padre, che scopre di avere dei particolari poteri psichici con cui dovrà iniziare a convivere e che dovrà iniziare a controllare. Non siamo davanti ad un capolavoro di serie nè ad un gioiellino come quella di cui ho parlato in precedenza, ma non siamo nemmeno davanti alla schifezza che alcuni sostengono di aver visto. Ho trovato infatti la visione, anch'essa con un taglio molto molto adolescenziale in cui si esplorano amori, primi incontri con l'altro sesso e così via, ma con un tono a livello narrativo che coinvolge dall'inizio alla fine, senza strafare particolarmente, ma riuscendo a colpire nel segno. Si empatizza tra l'altro praticamente subito con la protagonista Sidney Novak, che è tra due fuochi volendo coltivare l'amore/amicizia con Stanley - altro personaggio per me ottimo -, ma cercando anche di far capire alla sua migliore amica, Dina, interpretata da Sofia Bryant, di essere innamorata di lei e di non riuscire a vederla assieme al suo nuovo ragazzo, capitano della squadra di football che lei tra l'altro odia, perchè da lui bullizzata. La prima scena della prima puntata diciamo che ci anticipa un po' quale sarà il finale della stagione, che io nel suo sfondare nel trash più assoluto ho trovato azzeccatissimo nonostante sia altrettanto prevedibile.

Voto: 6,5


The Witcher - Stagione 1

Creatore: Lauren Schmidt Hissrich
Episodi: 8
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Henry Cavill, Anya Chalotra, Freya Allan, Joey Batey, MyAnna Buring, Royce Pierreson, Eamon Farren, Mimi Ndiweni, Wilson Radjou-Pujalte, Anna Shaffer, Therica Wilson-Read, Mahesh Jadu
Genere: Fantasy

E veniamo alla prima vera e propria nota dolente seriale di questo mese. Nonostante avrei voluto vedere la prima stagione di "The Witcher" a Dicembre, quando fu pubblicata su Netflix, pur non essendo mai stato un videogiocatore del franchise e pur non avendo mai letto nessuno dei romanzi da cui il videogioco è tratto, sono riuscito a recuperarla solamente nel corso del mese di Marzo, vedendo un paio di episodi per volta. Partiamo dalle note positive: la costruzione scenografica e gli effetti speciali mi sono parsi abbastanza buoni, così come l'interpretazione di Henry Cavill - che nella versione originale si è impegnato al massimo per riprodurre la voce del personaggio del videogioco - mi è parsa calzante con il personaggio, gli episodi finali mi sono particolarmente piaciuti. A ciò però fa da contraltare tutta una prima stagione in cui non mi è parsa ben chiara la direzione narrativa che si volesse prendere e in cui il secondo episodio è praticamente impossibile capire che è ambientato in una linea temporale diversa rispetto al primo. Saranno state pure belle le scene d'azione, ma io, per buona parte della visione della prima stagione, mi sono parecchio annoiato e non so, sinceramente, se proseguirò anche con le prossime stagioni. Molti hanno parlato del vero erede di "Game of Thrones": ecco, magari avrà un finale migliore e qualsiasi puntata di questa stagione è infinitamente meglio dell'ultima puntata di "Game of Thrones", ma vero erede di quella che è stata forse la serie del decennio - anche se sempre ben lontana dall'essere la mia preferita - anche no, soprattutto a livello narrativo.

Voto: 5,5


Sons of Anarchy - Stagione 2

Creatore: Kurt Sutter
Episodi: 13
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FX
Cast: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Mark Boone Jr., Kim Coates, Tommy Flanagan, Johnny Lewis, Maggie Siff, Ron Perlman, Ryan Hurst, William Lucking, Theo Rossi
Genere: Drammatico, Azione

Prosegue ancora più velocemente - oggi che pubblico questo post sono arrivato all'ottavo episodio della terza stagione - il recupero di "Sons of Anarchy", serie che nel corso degli anni avevo snobbato per scarso interesse e che, devo ammettere, mi sta prendendo sempre di più. Innanzitutto ci troviamo davanti a ben due antagonisti costruiti secondo me benissimo dagli sceneggiatori: il primo è Ethan Zobelle, interpretato da Adam Arkin, il secondo sono le divisioni in seno al club, nate in seguito all'uccisione di Dana, che stanno per esplodere in seguito ai continui litigi e macchinazioni tra Clay e Jax. Mentre il primo è senza scrupoli e grazie ai suoi scagnozzi vuole liberarsi dell'attività criminale del club per poter portare avanti la sua, il secondo è quello più subdolo, perchè evolve di episodio in episodio, passando da semplici schermaglie a vere e proprie risse, con la sola Gemma che, raccontando il doloroso stupro subito dagli scagnozzi di Zobelle, riuscirà a riunire i due fuochi, grazie a cui vedremo nelle ultime puntate Jax e Clay di nuovo uniti nel dolore per quanto provato da una donna che entrambi amano. Assume ancora più importanza il personaggio di Tara e devo dire che, rispetto alla prima stagione, la narrazione mi ha preso molto molto di più, non mancano nemmeno scene d'azione al cardiopalma e momenti estremamente commoventi.

Voto: 7,5

lunedì 30 marzo 2020

Ultras di Francesco Lettieri (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: Ultras
Sceneggiatura: Peppe Fiore
Durata: 109 minuti
Genere: Drammatico


Nel giro di pochissimi giorni sono usciti su Netflix un certo numero di film interessanti, dopo aver visto "Il buco" e aver puntato altri lavori che vedrò in futuro - probabilmente già questa settimana - come "Dov'è la tua casa" o "Occhio per occhio", entrambi in arrivo dalla Spagna, nel corso della settimana passata ho visto "Ultras", film italiano diretto da Francesco Lettieri che sarebbe dovuto uscire nei cinema per un evento speciale di tre giorni nella prima settimana di Marzo prima di essere distribuito su Netflix, ma per i motivi che tutti sapete la distribuzione cinematografica è saltata e ce lo siamo trovato su Netflix comunque come previsto. Nel film, dedicato al gruppo ultras degli Apache, tifoseria del Napoli, è presente Aniello Arena nel ruolo del protagonista Sandro Russo, così come altri attori del cinema napoletano - alcuni dei quali sicuramente sono apparsi in "Gomorra" anche solo come comparse, o sarà che qualsiasi cosa di recitato in napoletano io lo collego a "Gomorra" e mi confondo - come Simone Borrelli e Antonia Truppo - lei sicuramente non l'ho vista in "Gomorra", ma in "Lo chiamavano Jeeg Robot".
Sandro ha quasi cinquant'anni ed è ancora il capo della tifoseria napoletana degli Apache, che nel corso della sua vita ha sempre seguito allo stadio in casa e durante le trasferte della sua squadra. Una diffida, maturata negli ultimi anni, non gli permette più di recarsi allo stadio, così come ad altri due componenti della vecchia guardia del gruppo come Barabba e McIntosh, con la tifoseria che al momento viene guidata dai giovani Pequeño e Gabbiano, il cui tifo però spesso si lascia andare a provocazioni verso le altre tifoserie, che non sono ben viste dalla vecchia guardia. Davanti al desiderio di Sandro di cominciare a farsi una nuova vita, maturato dopo aver conosciuto Terry, con cui inizierà una relazione, il gruppo ultras da lui guidato si spaccherà, convincendo Pequeño e Gabbiano a fondare un nuovo gruppo, i No Name Naples. Sullo sfondo di questa vicenda si inserisce anche la storia di Angelo, giovane componente degli Apache che ha un rapporto molto particolare con Sandro, ma che, in seguito alla divisione del gruppo, continua a mantenere il desiderio di tifare per la propria squadra assieme ad un gruppo organizzato, ma anche quello di vendicare il fratello Sasà, morto qualche anno prima in seguito a dei tafferugli contro la tifoseria romanista.
Ho dovuto farmi una bella pera di sopportazione prima di guardare questo film, anche perchè da juventino - non di certo sfegatato e, detto sinceramente, non mi piace nemmeno andare allo stadio, preferisco guardarmi le partite in televisione, con una compagnia ristretta di persone, se non totalmente assente - guardare un film che parla di tifosi del Napoli avrebbe potuto crearmi non pochi problemi e devo dire che qualcuno, extra cinematografico, me lo ha anche creato, ma ci arriveremo pian piano. Per quanto mi riguarda "Ultras" non è male come film, mostra quella regia sporca e movimentata che si rifà sicuramente a serie TV come "Romanzo criminale" o a film come "A.C.A.B." - cui una delle poche note positive è questa regia anticonvenzionale che entra per davvero nell'azione, non guardandola come uno spettatore esterno - e che a me piace sempre parecchio, se ben contestualizzata. Un'altra cosa che mi piace abbastanza è il modo di recitare dei protagonisti, non mi sembra mai eccessivamente forzato e mi ha dato una sensazione di realismo maggiore, altra cosa che, personalmente, apprezzo parecchio, nonostante alcuni personaggi siano parecchio stereotipati. Sandro rappresenta infatti il tifoso che vuole cambiare vita, che ne ha passate e ne ha fatte tante, anche a livello criminale, ma si vuole distaccare da un mondo che non gli appartiene più, mentre Gabbiano rappresenta in toto la frangia violenta del gruppo, è antipatico e, spero sia un effetto voluto dal regista, mi ha fatto un po' immedesimare in quei celerini che durante gli scontri prendono i manganelli e si accaniscono in quattro o cinque su una sola persona, distaccatasi dal gruppo: ecco, io a vedere il personaggio di Gabbiano ho sentito seriamente questo desiderio, di manganellarlo fortemente, un desiderio forse un po' fascista, lo ammetto - e per questo andrò a lavarmi le mani col fuoco - ma spero che sia un po' questo l'effetto voluto dal regista e non basta poi farlo vedere essere il primo della fila nel finale, quasi come tentasse di redimersi.
Ecco, altro problema per me veramente grosso del film è il finale: per un'ora e quaranta Francesco Lettieri costruisce bene la vicenda, certo con qualche stereotipo qua e là e qualche situazione che non viene adeguatamente approfondita, ma in un certo qual modo soddisfacente, per poi arrivare ad un finale che è sbrigativo all'ennesima potenza e secondo me totalmente ingiustificato. Si sarebbe potuto in questo modo criticare il modo di agire di alcuni poliziotti, o comunque tentare di mandare un messaggio un po' più elaborato al pubblico, un messaggio che però, con quel finale, non arriva per nulla e nulla di ciò che si sarebbe potuto fare - magari eliminando qualche parte meno utile nel secondo atto del film - per approfondire la vicenda viene fatto. Insomma, ci troviamo davanti ad un film presentabile, che sicuramente non è eccezionale, ma si lascia guardare anche da uno juventino che guarda male la tifoseria napoletana e che - e qui lo dico - odia in qualsiasi modo esistente i cori da stadio, che qui ovviamente vengono sviscerati in tutte le loro salse, che però purtroppo spreca con un finale abbastanza buttato lì la buona costruzione che gli stava alle spalle.

Voto: 6

venerdì 27 marzo 2020

Brutti e cattivi di Cosimo Gomez (2017)



Italia 2017
Titolo Originale: Brutti e cattivi
Regia: Cosimo Gomez
Sceneggiatura: Luca Infascelli, Cosimo Gomez
Durata: 87 minuti
Genere: Commedia


Si è detto in più sedi che il cinema italiano, a partire dal 2016, anche se non in moltissimi casi, sta provando un po' ad invertire la rotta, cercando di esplorare generi che non si vedevano prodotti da anni e distaccandosi dalla solita dicotomia tra commedia e dramma: si è provato con i film d'azione, con i supereroi, con il thriller e con l'horror, ma anche con commedie realizzati in modo un po' diverso rispetto al solito. Nel 2017 "Brutti e cattivi", diretto da Cosimo Gomez, era stato presentato proprio in quest'ottica, ovvero l'idea di voler portare al cinema qualcosa di diverso rispetto a ciò cui si era abituato il pubblico italiano negli ultimi anni e tra i diversi siti di cinema che seguo, anche curati da non addetti ai lavori, avevo trovato delle recensioni comunque non dico esaltanti, ma buone relativamente al film in questione. Il regista Cosimo Gomez tra l'altro ha presentato il suo film nella sezione Orizzonti di Venezia 74, mentre qualche anno prima aveva vinto il Premio Solinas per un soggetto da lui scritto, decidendo così di dedicarsi alla regia proprio con questo film. Il protagonista della pellicola è interpretato da Claudio Santamaria, mentre nel cast sono presenti anche Marco D'Amore e Sara Serraiocco.
Il Papero è un mendicante privo delle gambe che vive nella periferia di Roma, che vive di espedienti, a volte anche criminali, e nutre un rapporto di amicizia e collaborazione con Giorgio Armani, detto Il Merda, un piccolo spacciatore della zona in cui vive che lo scarrozza in giro con la sua auto. Vive assieme alla moglie, una donna senza braccia soprannominata Ballerina. I tre un giorno decideranno di mettere in atto un piano criminale, una rapina ai danni di un boss di un clan della mafia cinese e ai tre si unirà anche il nano Plissè. In seguito alla rapina, però, i quattro personaggi si renderanno protagonisti di una serie di tradimenti a catena, che cambieranno in maniera assurda le carte in tavola in questa vicenda.
Non so bene cosa ci abbiano trovato quegli spettatori che hanno apprezzato, tre anni fa, questo film. Certo, l'idea di partenza sembra anche essere carina e ho apprezzato abbastanza il fatto di voler in qualche modo ribaltare lo stereotipo del diversamente abile che viene santificato e messo al centro di una vicenda strappalacrime, ma di rendere i protagonisti dei veri e propri pezzi di merda, che sfruttano la loro disabilità intanto per far ridere il pubblico, per quanto mi riguarda non riuscendoci proprio benissimo, ma soprattutto per dei fini assolutamente discutibili. Il problema principale che ho ritrovato in questo film è il fatto che la narrazione, che si basa su diverse situazioni legate tra di loro da un tradimento tra i vari personaggi, mi sia sembrata alquanto slegata, innanzitutto perdendo in ritmo narrativo, in secondo luogo facendomi fare una fatica tremenda per portare a termine la visione, che dura solamente ottantasette minuti. Ora, far fatica a portare a termine un film che dura meno di un'ora e mezza è un enorme problema per quanto mi riguarda. Stranamente poi non mi è piaciuta nemmeno l'interpretazione di Claudio Santamaria, che negli ultimi anni era quasi diventato una garanzia nel panorama cinematografico italiano e che qui mi è pure sembrato che ci credesse davvero nel personaggio che stava interpretando, semplicemente a me non è piaciuto. Ho trovato la visione difficile da portare avanti, addirittura abbastanza tediosa e troppo spezzettata nella narrazione, un film che mi aspettavo che avrei apprezzato e invece mi ha profondamente deluso.

Voto: 5

giovedì 26 marzo 2020

Les Choristes - I ragazzi del coro di Christophe Barratier (2004)



Francia, Svizzera 2004
Titolo Originale: Les Choristes
Sceneggiatura: Christophe Barratier, Philippe Lopes-Curval
Durata: 97 minuti
Genere: Drammatico


Sono giorni che sto introducendo i miei post, bene o male, con la solita tiritera: non si può andare al cinema, i film nuovi da vedere non sono poi così tanti e spesso e volentieri è lo streaming o l'home video a venirci in soccorso, altre volte ancora sono i consigli degli amici con cui magari tenti di organizzare un cineforum improvvisato vedendo "assieme" lo stesso film, ma va a finire che non riesci ad accordarti e ognuno va per la sua strada. Seguendo dunque uno di questi consigli, mi sono ritrovato a vedere "Les Choristes - I ragazzi del coro", film francese del 2004 diretto da Christophe Barratier, film che poi nel 2005, dopo aver ottenuto un grandissimo successo di critica e di pubblico, fu candidato a due premi Oscar, quello per il miglior film straniero e quello per la migliore canzone originale. Liberamente ispirata dal film del 1945 "La gabbia degli usignoli" - non l'ho visto, ma è un'informazione che si può tranquillamente reperire da Wikipedia - la pellicola vede la partecipazione come protagonista della vicenda di Gérard Jugnot, attore francese particolarmente attivo negli anni settanta che poi ha giustamente rallentato la sua attività recitativa, ma anche di François Berléand, lui decisamente molto meno attivo rispetto al suo collega, ma altrettanto rispettato per quanto riguarda il cinema francese, cinema che tra l'altro è un bel po' di tempo che non vado ad esplorare con qualche visione, anche perchè negli ultimi anni mi sembra non stia vivendo un momento di forma particolarmente esaltante, sicuramente molto di meno rispetto all'annata in cui è stato girato questo film.
Pierre Morhange, famoso ed affermato direttore d'orchestra di New York, riceve una telefonata che lo informa della morte della madre. Tornato in Francia per partecipare al funerale, un uomo, che inizialmente non riconoscerà, bussa alla sua porta, presentandosi come Pepinot. Ricordatosi di lui, riaffiora alla mente la storia di entrambi, due ragazzi che negli anni della loro infanzia e giovinezza furono ospiti di un collegio per ragazzi difficili. Pepinot consegnerà a Pierre anche un diario, scritto dal sorvegliante del collegio, Clement Mathieu. Egli nel suo diario racconta di quando nel 1949, dopo aver perso il lavoro, decise di accettare un posto come sorvegliante nel collegio Fond de l'étang dove viene accolto dal direttore Rachin, che gli spiegherà il suo metodo di azione e reazione, per il quale ogni malefatta compiuta dai ragazzi debba essere seguita da una punizione, suggerendo all'uomo di non dare troppe spiegazioni ai ragazzi, ma di punirli subito senza pensarci troppo. Clement si dimostrerà però un uomo comprensivo verso i ragazzi di cui assume il ruolo di educatore e scoprirà, nella sua classe, che alcuni di loro hanno un certo talento per la musica. Deciderà di rispolverare così il suo passato da compositore, decidendo di creare un coro con i ragazzi della sua classe, unendo il suo ruolo da educatore alla sua grande passione, quella per la musica, cercando di trasmetterla ai ragazzi, che comunque dovranno continuare a fare i conti con le loro difficoltà quotidiane, con la loro infanzia non facile e con la famiglia, per chi ce l'ha, che ogni tanto si presenta al collegio per far loro visita.
Chi mi conosce abbastanza bene sa che io nella mia vita soffro particolarmente due lingue: il napoletano e il francese. Ora non me ne vogliano gli abitanti di queste due zone del mondo, ma davanti ai molti meme che li denigrano su internet penso che le mie due righe non possano far loro nulla di male. Anche perchè la frase "ho amici e colleghi napoletani/francesi, ma..." (cosa tra l'altro vera per quanto riguarda i napoletani, mentre ho un conoscente francese) potrebbe essere nel mio caso la nuova "non sono razzista, ma..." o "non sono omofobo, ma...". Detto questo nonostante mi sia stato consigliato a più riprese in questi anni, non ho mai trovato la voglia di guardare "Les choristes - I ragazzi del coro" proprio per evitare di ascoltare delle canzoni in francese ed è anche uno di quei film in cui l'idea di guardarlo in lingua originale non mi ha sfiorato nemmeno per sbaglio, anche se forse avrei dovuto, dato che il doppiaggio non mi ha permesso di prendere sul serio il doppiaggio di Clement, doppiato dalla stessa voce di Peter Griffin. Tolte le dovute premesse sulla mia difficile sopportazione verso la lingua francese e ancora di più verso le canzoni in francese e tolte le parti musicali - amo i musical, ma... - ho trovato il film splendido dall'inizio alla fine. É un film che nonostante il punto di partenza abbastanza tragico e che avrebbe potuto far pensare ad un film pesante nei temi trattati, decide di narrate tutti gli argomenti che ha dalla sua con un tono piuttosto leggero, che non va mai sul tragico, che mette davanti lo spettatore alla condizione di vita dei ragazzi protagonisti, senza però fare del facile pietismo, ma facendo empatizzare con loro e facendo sentire lo spettatore molto vicino al personaggio di Clement, che cerca in tutti i modi di rendere le loro esistenze meno pesanti, anche se a rendere ancora peggiori cerca sempre di contribuire il direttore dell'istituto Rachin, uno che mostra a più riprese non solo di non essere adatto per il ruolo che occupa, ma di non averlo mai voluto e di rappresentare una credenza educativa vecchia e ormai superata, che però per gli anni in cui è ambientata la vicenda non la si può neanche considerare una vera e propria eresia. Ci si mettono poi le storie dei due anziani signori che vediamo nelle prime battute del film: Pepinot è un bambino, il più piccolo della classe, che da quando è stato lasciato davanti al collegio, ogni Sabato aspetta il ritorno del padre, che gli aveva promesso di ritornare proprio di Sabato, con Clement instaurerà un rapporto molto particolare, tanto che il sorvegliante si affezionerà moltissimo a lui, cominciando sempre più a vederlo come un figlio; Pierre invece è forse il ragazzo più difficile da trattare di tutta la classe, mostra tutta la sua strafottenza e ha un rapporto particolare con la madre, è convinto che lei lo abbia lasciato in collegio per metterlo in disparte, ma ogni Giovedì, il giorno di visita, ci tiene a fare bella figura con lei, nonostante ogni volta sia in punizione e ogni volta Clement lo copra con la madre. É anche quello che mostra il maggior talento nel canto, riuscendo a cantare note che probabilmente nemmeno esistono e distinguendosi nel coro tanto che Clement punterà molto su di lui cercando di trasmettergli sempre più l'amore per la musica.
"Les choristes - I ragazzi del coro", risulta essere dunque, contro ogni mio pronostico, un film coinvolgente e per nulla pesante da affrontare, un film che racconta una bella storia e riesce a dare speranza a chi lo guarda. Sicuramente un film che nonostante il punto di partenza con cui si sarebbe potuta raccontare la storia più pesante del mondo, riesce a distaccarsi dagli schemi che il genere avrebbe potuto suggerire e cambia completamente tono: non ci si dimentica dunque della serietà della vicenda, ma la si tratta con una leggerezza che rende il film, sicuramente, di un livello superiore.

martedì 24 marzo 2020

Il buco di Galder Gaztelu-Urrutia (2019)



Spagna 2019
Titolo Originale: El Hoyo
Sceneggiatura: Galder Gaztelu-Urrutia
Durata: 94 minuti
Genere: Thriller


Andiamo pure avanti a dire cose come il fatto che Netflix uccida il cinema, intanto senza Netflix del film "Il buco", in originale "El hoyo", nessuno ne avrebbe sentito parlare. Presentato a Settembre dello scorso anno al Toronto Film Festival dove ha anche vinto il premio del pubblico, il film è stato poi portato a Torino e, proprio nel periodo delle presentazioni, acquistato da Netflix per la distribuzione internazionale. Fin da una lettura velocissima della trama e anche grazie a qualche consiglio da parte di blogger cinematografici che seguo o amici su Facebook ho avuto la sensazione che il film avesse tutte le carte in regola per costituire una di quelle visioni che fanno assolutamente per me, poi, lo scorso Venerdì, quando il film è uscito su Netflix, complice il fatto di dover passare le serate in casa per ovvie ragioni, ho deciso di sfruttare subito l'opportunità, rimandando la visione di un altro film che mi interessa parecchio come "Ultras". Regista del film, un thriller a tutti gli effetti che non è semplicemente un thriller, ma non saprei bene in quale filone inquadrare, forse il distopico è quello che gli si avvicina di più, è Galder Gatzelu-Urrutia, fino a qualche anno fa regista di cortometraggi, al suo primissimo lungometraggio, mentre il protagonista della pellicola è interpretato da Ivà Massaguè, con altri attori che gli ruotano attorno, in genere uno solo alla volta.
Goreng si sveglia accanto al vecchio Trimagasi, al quarantottesimo piano di una struttura in cui sembra essere entrato volontariamente. Quella in cui vive può essere considerata a tutti gli effetti una cella con un buco sul soffitto che permette di guardare al piano superiore ed uno che permette di guardare di sotto, senza però dare la possibilità di rendersi conto di quanto la struttura vada in profondità. Ogni giorno una tavola imbandita parte dal primo piano, si ferma su ogni piano il tempo necessario per permettere ai prigionieri di mangiare e poi scende progressivamente: chi si trova ai piani più alti ha la tavola piena, chi invece si trova a quelli più bassi si dovrà accontentare degli avanzi, se arriveranno. Il quarantottesimo piano è un buon piano, non sempre permette di scegliere il cibo che si vuole mangiare, ma si può comunque fare un pasto dignitoso. Ogni mese le tutti i prigionieri della struttura cambiano, in modo casuale, il piano in cui vivono, costringendo alcuni di loro ad un'estrema lotta per la sopravvivenza, soprattutto nel caso si dovessero trovare ad un piano molto basso.
Sì, forse il thriller distopico è la categorizzazione che più si avvicina a quello che vuole trasmettere questo film, una pellicola che sicuramente deve molto, pur prendendo tutta un'altra strada in seguito alla presentazione, a lavori come "Snowpiercer" o alla struttura sociale di "Hunger Games", con la differenza che in questa specie di prigione verticale la ruota gira per tutti e non pare esserci una vera regola, non si può mai sapere se la propria condizione possa migliorare o peggiorare da un mese all'altro. Sotto le vesti del thriller distopico il regista Galder Gatzelu-Urrutia riesce a creare un film sociale che critica non troppo velatamente il meccanismo di distribuzione delle ricchezze che vige nel mondo di oggi, per cui pochi eletti detengono buona parte delle ricchezze del mondo, lasciando una buona fetta della popolazione senza niente, a fronte di un'altra fetta che comunque può fare una vita dignitosa. La suddivisione in piani della prigione verticale e il modo in cui gli ospiti di questa prigione fanno uso del cibo che gli viene concesso è conseguenza ovvia di ciò che suggerisce il senso comune, che ad un certo punto il nostro protagonista tenterà di cambiare: chi sta ai piani superiori ha diritto di strafogarsi, pur sapendo che chi invece sta più sotto potrebbe morire di fame, così come chi è stato molto in basso, avendo rischiato di morire di fame, tenderà a strafogarsi una volta risalito in modo da recuperare dalle sofferenze subite.
Il regista di "Il buco" dirige un thriller dal ritmo serrato, con dialoghi sempre estremamente efficaci e con degli attori pressappoco sconosciuti che però offrono delle interpretazioni di altissimo livello recitativo, le inquadrature all'interno della singola cella sono quasi claustrofobiche, mentre impressionanti sono quelle che ci mostrano la profondità della prigione, non dando mai la sensazione allo spettatore di poter capire quanto si possa andare in fondo in questa prigione verticale. É secondo me quasi sotto tutti i punti di vista un film bellissimo, che tratta un tema attualissimo con un'originalità mai vista, presentando inoltre una colonna sonora che entra in testa per scandire i momenti più importanti. Non siamo davanti però, dal mio punto di vista, ad un film perfetto: a non convincermi appieno è stato proprio il finale, secondo me non proprio gestito benissimo e che mi ha dato quasi la sensazione di trovarmi davanti ad un film incompleto. Sia chiaro, a me i finali aperti stanno benissimo, ma quello di questo film, più che aperto, mi è sembrato proprio che mancasse di qualcosa, ma non escludo sia colpa mia che non ho colto la risoluzione della vicenda, nonostante pensi di aver inteso il messaggio che si voleva mandare. Il mio consiglio comunque è, ovviamente, quello di dare un'occasione a questo film, un vero e proprio gioiellino, messo alla disposizione degli spettatori da quell'assassino di cinema che è Netflix, che però, guarda caso, in questo periodo in cui l'industria cinematografica è per ovvi motivi ferma, un po' tutti stanno iniziando a benedire.

Voto: 8

lunedì 23 marzo 2020

L'amore è eterno finchè dura di Carlo Verdone (2004)

Italia 2004
Titolo Originale: L'amore è eterno finchè dura
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino
Durata: 110 minuti
Genere: Commedia


Siamo ormai arrivati al giorno X della quarantena - permettetemi, ma mettermi a contarli mi renderebbe ancora più folle di quanto non sia già, quindi facciamo finta che abbia perso il conto - e, se devo proprio dire la mia, il fatto di non poter uscire di casa non è che mi abbia fatto venire questa voglia irrefrenabile di recuperare capolavori della storia del cinema, tant'è che per quel che riguarda le mie visioni in queste serate, spesso e volentieri, faccio zapping o su Netflix o su Now TV finchè non trovo qualcosa che ho voglia di vedere, attingendo a volte anche dai miei DVD, alcuni dei quali sono finiti sullo scaffale senza che io abbia mai trovato il tempo per guardarli. Invidio moltissimo quelli che si sono recuperati in questi giorni film del calibro di "Quarto potere" o di "Via col vento", ma, almeno per quanto mi riguarda, lavorando da casa e non essendo in ferie forzate, ho più o meno lo stesso tempo di prima, con la differenza che la mattina dormo un'ora in più rispetto al solito e, durante la pausa pranzo, procedo nel recupero di qualche serie TV, ma il tempo per vedere i film è rimasto più o meno sempre lo stesso. Nella ricerca di qualcosa di leggero, dopo aver ispezionato un po' il catalogo di Netflix, mi sono imbattuto in un mio vecchio amico/nemico, quel Carlo Verdone che fino a qualche anno fa facevo abbastanza fatica a sopportare, ma che sono riuscito a rivalutare negli ultimi anni, sia grazie ai suoi ultimi film, che molti non ritengono all'altezza dei suoi lavori storici e la cosa ci sta pure, sia grazie a qualche recupero di quelli che i fan considerano i suoi anni d'oro. Oltre a Carlo Verdone, che dirige e recita il ruolo del protagonista ella pellicola, abbiamo nel cast anche Laura Morante, vincitrice nel 2005 del Nastro d'Argento per la migliore attrice protagonista per questo film, Stefania Rocca e Rodolfo Corsato.
Gilberto Mercuri è uno stimato ottico sulla cinquantina, sposato ormai da vent'anni con la psicologa Tiziana e padre di Marta. Dopo aver partecipato ad uno speed date fingendosi vedovo, data la sua insoddisfazione matrimoniale, viene chiamato in questura assieme a tutti gli altri partecipanti della serata, perchè una donna, che aveva segnalato proprio lui come persona interessante tra quelle incontrate, è misteriosamente scomparsa. La chiamata in questura fa definitivamente scoppiare la crisi tra marito e moglie, con Tiziana che costringe Gilberto a fare le valige e ad andarsene da casa. Gilberto, in questa situazione di difficoltà, verrà ospitato nella casa di Andrea, suo socio nel negozio di ottica, che condivide con la sua fidanzata Carlotta, con cui inizierà un rapporto di profonda complicità che Andrea vedrà sempre di buon occhio, essendo Gilberto un amico fidato. Nel frattempo lo stesso Gilberto scoprirà la relazione tra sua moglie e il suo maestro di tennis, interpretato da Antonio Catania, decidendo di interrompere definitivamente qualsiasi intenzione di salvare il suo matrimonio.
Ammetto candidamente che non posso definirmi un fan di Carlo Verdone eppure, soprattutto negli ultimi anni, sto quasi sempre provando un senso di piacevolezza nel guardare i suoi film, sicuramente leggeri nel tono, ma con dei contenuti da condividere con il suo pubblico cercando dei contenuti per cui molto probabilmente lo stesso Verdone prende ispirazione dai lavori di Woody Allen, con cui spesso condivide, nei personaggi che interpreta, ipocondria e paura della morte - Verdone in realtà ha più volte dichiarato di non essere ipocondriaco, ma di essere talmente appassionato di medicina da essersi studiato molti manuali da autodidatta, cosa che mostra anche in questo film. Nei vari incontri che farà il nostro protagonista nel tentativo di mettere a posto la sua vita dopo la dolorosa separazione dalla moglie, è l'incontro con Carolina, interpretata da Orsetta De Rossi, con cui condividerà un concerto indimenticabile, ma con la quale, nonostante la notte passata assieme e le molte cose in comune, non scatterà mai la scintilla. La scintilla invece scatterà proprio tra Gilberto e Carlotta, la compagna di Andrea, una complicità che si vedrà fin dall'inizio nonostante la differenza di età fra i due.
"L'amore è eterno finchè dura", un po' come tutte le commedie dell'ultimo ventennio di Carlo Verdone, non provoca risate sguaiate, ma provoca più che altro qualche sorriso e, al termine della visione, una sensazione di benessere generale, dato anche da un finale aperto in cui si sono risolte in una certa maniera le vicende dei personaggi principali, ma vengono aperte delle prospettive che poi il film non andrà ad indagare. É inoltre un film in cui viene messa a fuoco la casualità della vita, che non sempre va secondo i piani e con la quale bisogna fare i conti nel momento in cui, dopo vent'anni di matrimonio, si abbia la sensazione che la propria vita non dia le giuste soddisfazioni e si cerchi un'altra persona con cui trovarle. É bello poi il modo in cui viene narrato come la figlia Marta, interpretata da Lucia Ceracchi, affronta la separazione tra i genitori, come se lei per prima avesse capito a cosa stavano andando incontro, riuscendo però a mantenere un rapporto interessante con entrambi, nonostante stiano cercando di rifarsi una vita e spesso non la trattino come una priorità nelle loro vite. "L'amore è eterno finchè dura" è stata dunque una visione interessante al termine della quale di certo ho avuto la convinzione di non aver assistito ad un capolavoro, ma ad una commedia italiana piacevole dall'inizio alla fine.

giovedì 19 marzo 2020

Il gatto dagli occhi di Giada di Antonio Bido (1977)

Italia 1977
Titolo Originale: Il gatto dagli occhi di Giada
Regia: Antonio Bido
Sceneggiatura: Antonio Bido, Roberto Natale, Vittorio Schiraldi, Aldo Serio
Durata: 95 minuti
Genere: Thriller


Quando è stata annunciata la messa in onda del canale Cine 34, al canale 34 del digitale terrestre, devo dire che ero abbastanza entusiasta della cosa, un canale interamente dedicato al cinema italiano, con messe in onda tematiche per ogni sera della settimana e una partenza con il botto con una rassegna dedicata a Federico Fellini e la messa in onda di Profondo rosso nel terzo giorno di programmazione. Essendo ogni serata tematica, il Mercoledì sera abbiamo la serata giallo/horror, in un canale che, attingendo a piene mani dal cinema degli anni settanta e ottanta mette lo spettatore davanti a visioni di un periodo in cui in Italia si provava a fare un cinema diverso dai soliti film drammatici e dalle solite commedie, in un periodo in cui magari, con una buona idea e pochi mezzi si riuscivano comunque a fare buoni film. E se c'è un periodo e un genere cinematografico che a livello stilistico mi è sempre piaciuto parecchio, rappresentato anche dai primi tre film di Dario Argento, ma anche da moltissimi altri registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lamberto Bava e tantissimi altri, sono i gialli/horror italiani degli anni settanta, che continuano ancora ad affascinarmi e che vorrei scoprire ancora di più, per lo meno a livello di lavori imprescindibili di quel periodo. Ho scelto dunque un Mercoledì sera di dare un'opportunità a "Il gatto dagli occhi di Giada", film diretto nel 1977 da Antonio Bido e che avevo per diverso tempo sentito nominare senza mai essere riuscito a vederlo. I protagonisti del film sono Lukas e Mara, rispettivamente interpretati da Corrado Pani e Paola Tedesco.
Mara è un ex attrice di cabaret che vive a Roma e assiste, senza identificare il colpevole, all'omicidio di un farmacista di nome Dezzan, mentre la sera successiva all'omicidio l'assassino entra in casa sua e solo casualmente la donna riuscirà a salvarsi. Deciderà così di trasferirsi da Lukas, ingegnere e suo ex fidanzato. I due cominciano a riallacciare i loro rapporti e la loro relazione, mentre nel frattempo l'assassino commette altri omicidi, tutti legati misteriosamente alla città di Padova. Lukas deciderà così di improvvisarsi detective, ricevendo anche alcune preoccupanti telefonate dal suo vicino di casa Giovanni Bozzi, più volte minacciato telefonicamente e scampato ad un tentato omicidio. L'uomo inviterà Lukas a recarsi a Padova per svelargli alcuni importanti dettagli legati alla catena di omicidi compiuti dal killer.
Oramai ho già detto quanto un po' il tipo di film e un po' il periodo in cui è ambientato, così come lo stile registico, mi abbiano sempre parecchio affascinato, facendomi uscire di testa. Innanzitutto dal punto di vista registico Antonio Bido, che nella sua carriera ha diretto una decina di film, solamente due dei quali hanno una pagina Wikipedia, mostra qualche idea davvero interessante, dimostrando di sapersi rifare ai registi più di successo che in quel periodo sbancavano al botteghino. Ritorna, in questo suo film, anche una tematica tanto cara a Dario Argento, sicuramente uno dei registi di gialli più in voga negli anni settanta, ovvero quella della persona comune, in questo caso Lukas, un ingegnere, che si improvvisa detective per risolvere degli omicidi. Un altro elemento tipico dei film di quel periodo si presenta anche in "Il gatto dagli occhi di giada", ovvero la colonna sonora composta principalmente da brani prog rock, questa volta però da parte di una band tedesca, i Kraftwerk, contenuta nell'album "Trans Europa Express". Ammetto di non conoscere prima della visione e dell'ascolto il gruppo in questione, ma devo dire che la colonna sonora è forse una delle cose tecnicamente più azzeccate del film, si incastra molto bene con le immagini e con la narrazione, o forse sono solo io che, dopo aver visto i nuovi Goblin - quelli con solo Claudio Simonetti e tutti gli altri membri diversi dagli originali - dal vivo senso come oro tutto ciò che è prog rock, oppure ancora perchè il prog rock è, effettivamente, oro colato.
Dal punto di vista tecnico ho effettivamente poco da obiettare al film, mi è piaciuto poi il modo in cui è stata trattata la componente sanguinolenta del film, non sempre in maniera chiara, nascondendo un po' di più rispetto a quanto fatto in quel periodo da altri registi, ma facendo immaginare cose comunque parecchio raccapriccianti. A piacermi un po' di meno devo dire che è stata la risoluzione del mistero, una sceneggiatura che per quanto lineare non risulta sempre chiarissima e una rivelazione finale che ho trovato piuttosto anticlimatica. Ultimo, ma sicuramente non meno importante tra i problemi del film, il fatto che la recitazione sia nel corso della durata della pellicola abbastanza forzata, difetto che poi ritrovo in praticamente tutti i thriller del periodo che ho visto, forse figlio di un modo completamente diverso di approcciare alla recitazione, facendo appunto vedere che si stava recitando, piuttosto che cercando di dare naturalezza all'atto recitativo. Nonostante questo penso che ci troviamo davanti ad un buon thriller, coinvolgente e misterioso, in grado di creare interesse nello spettatore, spero sinceramente che il canale televisivo in questione mi faccia scoprire, il Mercoledì sera, altri film di questo tipo, che da queste parti sono sempre parecchio apprezzati.

martedì 17 marzo 2020

Madre di Bong Joon-ho (2009)


Corea del Sud 2009
Titolo Originale: 마더 (Madeo)
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Park Eun-kyo, Bong Joon-ho
Durata: 128 minuti
Genere: Thriller, Drammatico


Un po' per guardarmi l'intera saga di "The Grudge", di cui potete recuperare tutte le recensioni dei film finora recuperati al link dedicato allo speciale, un po' perchè prima che iniziasse la quarantena tornavo a casa sempre particolarmente stanco e con poco tempo per guardarmi un film impegnativo a livello di contenuti e di durata, ho tralasciato lo speciale, che comunque completerò nelle prossime settimane, dedicato a Bong Joon-ho, speciale che per me ottiene ancora più valore dopo che "Parasite" ha sbancato agli Oscar vincendo il premio per il miglior film internazionale, la miglior sceneggiatura originale, la miglior regia e il miglior film. Avevo dunque visto, prima delle vacanze natalizie, "Memories of Murder", film con cui il regista ha ottenuto la notorietà internazionale e passato nei cinema poche settimane fa, giusto qualche giorno prima che le sale cinematografiche venissero chiuse prima in Lombardia e poi in tutto il paese, poi nei primi giorni del nuovo anno "The Host", pellicola horror fantascientifica di ottima qualità. Dopo qualche tempo si torna a parlare del regista coreano con "Madre", che stavolta non vede l'onnipresente Song Kang-ho tra i protagonisti, ma ci presenta due attori con cui non avevo mai avuto a che fare a livello di visioni, Kim Hye-ja nei panni della protagonista, la madre di cui non si saprà mai il nome di Yoon Do-joon, interpretato da Won Bin.
Yoon Do-joon è un giovane ragazzo con un deficit mentale, che vive assieme alla madre, una donna di mezza età, in una piccola cittadina della Corea del Sud, in una casa molto piccola e apparentemente in un villaggio piuttosto povero. Il ragazzo spesso si comporta in un modo molto strano e ha un amico che molto spesso copre le sue malefatte facendo ricadere la colpa su di lui, ma un giorno, quando viene ritrovato il corpo di una ragazza su un balcone, in una posizione molto strana, pur senza molte prove a suo carico e pur non essendo prove particolarmente rilevanti, il ragazzo viene accusato dell'omicidio, arrestato e messo in prigione dopo che la polizia gli ha in qualche modo estorto una confessione firmata. Dopo varie visite in prigione la madre, rimanendo sempre convinta dell'innocenza di suo figlio, farà di tutto per provarla e per tirare fuori il ragazzo di prigione scagionandolo.
Purtroppo, personalmente, quando guardo dei film simili oppure dello stesso regista, ho la tendenza a confrontarli tra loro o comunque a cercare di metterli in un'ipotetica classifica di merito, che spesso e volentieri tiene conto delle mie sensazioni soggettive avute davanti alla visione più che di criteri oggettivi di cui non sempre ho gli strumenti per poterli valutare. Ora, per tagliare subito la testa al toro, tra i film del regista che ho visto - a questo punto dovrei solo rivedere "Snowpiercer" e recuperare "Okja", che non ho mai visto, al netto del primo lavoro del regista che non so se riuscirò mai a trovare - in un'ipotetica classifica lo metterei davanti a "The Host" e dietro a "Memories of Murder". Detto questo, "Madre" riesce a colpire fin dalla primissima inquadratura, con la protagonista ritratta in un balletto in solitaria in mezzo ad un campo di grano, una scena estemporanea di cui capiremo il vero significato solamente nel finale, ma messa lì con una musica e una fotografia talmente belle da far entrare subito lo spettatore all'interno della storia, nel modo migliore possibile. Quando poi il film comincia per davvero il regista ci mette davanti a tutte le contraddizioni del suo paese natale, come ha fatto in tutti i suoi film precedenti e anche nel suo ultimo capolavoro "Parasite": ci troviamo in un villaggio piuttosto povero in cui un po' tutti si conoscono e in cui la polizia, molto probabilmente, non è preparata a fronteggiare un caso di omicidio, tanto da approfittarsi di quello ritenuto essere l'abitante più debole, costringendolo in qualche modo a confessare un omicidio per il quale non ci sono prove a suo carico, spingendo poi la madre a far di tutto pur di dimostrare quella che è la verità in cui crede, ovvero il fatto che il figlio sia innocente, incapace di fare del male ad una ragazza.
La bellezza di "Madre" sta anche nel suo essere un film in cui non dare assolutamente nulla per scontato: molti dubbi ci verranno posti sull'effettiva innocenza del ragazzo, con un finale in cui verranno date tutte le risposte di cui necessitiamo come spettatori, ma anche quello che sembra essere l'amore di una madre per il proprio figlio, nel tentativo di liberarlo, rivelerà una storia pregressa di depressione profonda in cui un ricordo di Do-joon rivelerà che del tempo prima la madre tentò di ucciderlo, per darsi una ragione ancora più convincente per suicidarsi. Davanti ad un'ottima sceneggiatura davanti alla quale è davvero bene non dare nulla per scontato, abbiamo anche una confezione estremamente curata, con inquadrature studiate proprio come il regista ci ha abituato con i suoi film, alcune sequenze sono registicamente talmente belle e cariche emotivamente da rendere il film un'opera da ricordare nel tempo e che andrebbe vista per poter comprendere al meglio quello che è lo stile del regista più in voga del momento. E a quelli che dicono che sia stato conosciuto solo grazie a "Parasite" e alla sua vittoria agli Oscar mi viene solo da rispondere... meglio così che non conoscerlo per nulla, non credete?

lunedì 16 marzo 2020

Il silenzio della città bianca di Daniel Calparsoro (2019)



Spagna 2019
Titolo Originale: El silencio de la ciudad blanca
Sceneggiatura: Roger Danès
Durata: 110 minuti
Genere: Thriller


Allora qui le cose in queste ultime settimane si stanno facendo difficili. La mancanza di nuove uscite al cinema costringe, fondamentalmente, a fare una delle due cose seguenti: recuperare film più datati, oppure affidarsi agli originali di Netflix, piattaforma di streaming che immagino verrà fortemente stuprata dai suoi utenti nel corso di questo periodo di quarantena forzata. C'è da dire che per quanto riguarda le produzioni originali di Netflix si va spesso incontro a due possibilità: una è legata al fatto che spesso e volentieri Netflix diventa la raccolta dell'umido di tutti quei film che le major cinematografiche non vogliono produrre, ma, così facendo, a volte capitano anche lavori di altissima qualità come ad esempio "The Irishman", "I due papi" o "Klaus - I segreti del Natale", l'altra sono le produzioni pensate appositamente per la piattaforma, tra le quali è decisamente più difficile trovare qualcosa di davvero buono. Tra le varie proposte adocchiate nel corso degli ultimi giorni abbiamo "Il silenzio della città bianca", film spagnolo tratto da un best seller piuttosto famoso in patria, primo capitolo della "Trilogia della città bianca", scritto da Eva García Sáenz de Urturi . Il film invece è diretto da Daniel Calparsoro, regista di una decina di film, pochi dei quali arrivati in Italia, mentre i protagonisti sono interpretati da Belen Rueda, Javier Rey e Itziar Ituño, che personalmente non conosco.
La storia è ambientata a Vitoria, sono passati venti anni dall'ultimo omicidio di un serial killer, che ormai si trova in prigione dopo aver confessato il suo coinvolgimento in essi. In una situazione totalmente tranquilla, però, un serial killer che utilizza lo stesso modus operandi comincerà a colpire di nuovo, facendo pensare alla polizia la presenza di un imitatore oppure il fatto di non aver catturato, a suo tempo, la persona giusta. Gli omicidi seguono uno schema ben preciso: viene sempre uccisa una coppia di persone, un maschio e una femmina, che vengono messi in posizioni particolari in modo da lasciare un messaggio. Le vittime, inoltre, da un'omicidio all'altro, hanno cinque anni di differenza: le primissime vittime erano state due neonati e così via, arrivando a quelle attuali, che hanno vent'anni. L'omicidio di due ventenni attira l'attenzione del profiler Unai Ayala e della detective Alba Savatierra che si metteranno alla ricerca del cosiddetto Killer dei Dormienti.
Avevo delle buone aspettative su questo film, anche solamente leggendone la trama fornita da Netflix e vedendone il trailer prima di concedergli una visione, aspettative che in qualche modo sono state disattese. Premettendo il fatto di non trovarci davanti ad un film completamente da buttare, mi sono trovato davanti ad una visione di un film a due facce: la prima è quella con cui viene presentato, un thriller dallo svolgimento veloce, che ricorda nello schema narrativo i romanzi di Dan Brown - che per quanto mi riguarda col tempo sono andati abbastanza calando, ma questo è un altro discorso - e in cui i vari omicidi a cui lo spettatore viene messo davanti comunicano un simbolismo attraverso il quale potrebbe essere possibile leggerne dei messaggi per lo spettatore, un qualcosa quasi di esoterico; la seconda è quella per cui, dopo averne visto la faccia con cui il film viene presentato, cerchi un po' di conoscerlo e di capirlo ed è qui che vi sono i veri e propri dolori. Dopo qualche minuto di visione, appena comincia il vero e proprio secondo atto del film, vengono a galla tutta una serie di magagne che rendono la narrazione eccessivamente spezzettata e criptica, ora, sapete bene che io non sono uno di quelli che il film, quando lo guardo, mi deve dire tutto, mi piace anche cercare di capire cosa volesse dirmi il regista, ma è un'elaborazione che devo fare da solo, non con l'aiuto di un libretto di istruzioni. Per questo film, per comprendere a fondo i vari passaggi narrativi - che poi, in fin dei conti, portano a capirci qualcosa, è innegabile - ho avuto bisogno del cosiddetto libretto di istruzioni, il che vuol dire che il film non mi ha dato gli strumenti per dare una mia interpretazione, nè mi ha fatto venire voglia di sforzarmi per trovarne una. Tanto per fare un esempio, "La casa di Jack" è un film che richiede da parte dello spettatore uno sforzo interpretativo, sforzo che però dopo la visione ho avuto voglia di fare, aiutandomi con qualche "libretto di istruzioni", ma non affidandomi completamente ad essi, "Il silenzio della città bianca" - per cui ovviamente i paragoni con il film di Lars von Trier citato non sussistono - non mi ha fatto venire nessuna voglia, motivo per cui non ritengo che il film abbia funzionato.
Ho visto dunque il film ispirato da un buon trailer e sperando in un thriller adrenalinico, ma mi sono ritrovato davanti ad una mezza delusione, ad un pasticcio narrativo in cui la regia, estremamente semplice e quasi televisiva, penso sia il male minore, anche perchè secondo me in certi casi se la sceneggiatura è coinvolgente il lavoro di regia può passare in secondo piano. Il problema è che abbiamo un film che si presenta in un modo, con tutte le buone premesse del caso, per poi rivelarsi addirittura complesso da seguire e, a tratti, anche abbastanza noiosetto.

Voto: 5

venerdì 13 marzo 2020

GEEK LEAGUE: Speciale Pandemia - Contagion di Steven Soderbergh (2011)

Come dite? Secondo voi è di cattivo gusto organizzare una rassegna "artistica" basata sul contagio? Beh, nel caso lo fosse sappiate che io nel cattivo gusto ci sguazzo come in poche altre cose, motivo per cui ho deciso di aderire a questa carinissima iniziativa organizzata dalla Geek League - quel gruppo di supereroi della rete di cui anche io faccio parte con il nome di Mr. Coder - dedicata a film, serie televisive, fumetti, cartoni o qualsiasi opera artistica legata ad un contagio. Siccome la tematica principale del mio blog è il cinema ho deciso di parlare di quello che è forse una delle pellicole più famose legate al tema del contagio e dell'epidemia globale, un film in cui non è nemmeno tanto difficile ritrovare dei parallelismi con questo periodo di difficoltà legato alla diffusione del virus COVID-19 che ci ha imposto la quarantena forzata fino al 3 Aprile. Seguendo l'idea del blog "Omniverso" questo post sarà diviso in cinque parti:


INTRODUZIONE ALL’OPERA

Dirige Steven Soderbergh, regista che nel corso degli ultimi decenni ci ha abituato a film di buona qualità, ma che non sono mai riuscito particolarmente ad amare, più che altro per la sua tendenza a specchiarsi sulla sua bravura e sua quanto possano essere originali le sue idee. Il cast è di quelli stellari, abbiamo Matt Damon, Jude Law, Marion Cotillard, Kate Winslet, Lawrence Fishburne e Gwyneth Paltrow. Il film altro non è che la cronaca del diffondersi di un'epidemia, un film corale in cui vengono narrate storie ambientate in diverse parti del mondo, a partire dai familiari del paziente zero, passando per alcuni medici e scienziati che cercano di trovare un vaccino contro il virus, fino ad arrivare a quella di un blogger che sostiene di essere stato infettato e di essere riuscito a guarire grazie ad alcuni rimedi omeopatici - scusate, non vorrei urtare la sensibilità di nessuno, ma l'animo da scienziato che è in me non ce la fa a chiamarli "medicinali omeopatici".


EZIOLOGIA E TRASMISSIONE

Il virus, chiamato MEV-1, si crede per tutta la durata del film che il virus si sia diffuso passando da pipistrelli ai maiali. Il contagio avviene tramite contatto diretto, tramite le goccioline di saliva, gli starnuti o i colpi di tosse ravvicinati.


EZIOLOGIA E TRASMISSIONE

Il paziente zero è Beth Emhoff, interpretata da Gwyneth Paltrow, da poco tornata da un viaggio d'affari a New York. Crolla a terra a quanto pare per una banale influenza, ma morirà poco dopo in ospedale. Nel corso delle ore successive anche il figlio più piccolo morirà, mentre il marito, interpretato da Matt Damon, sembra non aver contratto il virus nonostante la vicinanza ai due famigliari. Presto il virus si diffonde a tutti i contatti avuti dalla donna durante il suo viaggio d'affari, diventando una pandemia a livello globale estremamente pericolosa, vista l'altissima mortalità del virus.


SEGNI E SINTOMI

I sintomi della malattia sono molto simili a quelli influenzali, solo molto più forti: tosse, febbre alta, brividi e difficoltà respiratorie. La maggiore complicazione del virus, che ha un periodo d'incubazione molto breve, è una forte encefalite che porta alla morte abbastanza velocemente.


DIAGNOSI E CURA

La diagnosi avviene in seguito ai primi sintomi febbrili, spesso la morte avviene talmente in fretta e in maniera così caratteristica da essere un'indicatore molto valido per formulare la diagnosi. Molti sono gli sforzi profusi per trovare una cura, che viene trovata contro ogni protocollo sperimentando il vaccino su un essere umano e, data la scarsa produzione, fornendolo a turno con un sistema di estrazione che si basa sul giorno del proprio compleanno.
Oltre agli sforzi profusi per trovare una cura è interessante il realismo con cui vengono trattate tutte le fasi del contagio, a partire dai tentativi di contenimento del virus, ma anche alle storie dei personaggi che, pur non vivendo mai in una vera e propria quarantena, sanno di dover vivere con una minaccia invisibile che potrebbe colpirli in qualsiasi momento e portarli alla morte molto in fretta. Ci sono diversi tipi di personaggi, oltre agli scienziati e ai familiari del paziente zero c'è anche spazio per i GOMBLODDOH-SCIECHIMICHE!111!uNO!!-boys, rappresentati da un blogger che sostiene si tratti di un complotto ordito dalle BIG-PHARMAHH. Insomma, tutta una serie di cose che in questo periodo non si sono viste nè sentite... e che sicuramente non sentiremo per molto tempo ancora!

Voto: 7,5

USA 2011
Titolo Originale: Contagion
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Durata: 106 minuti
Genere: Drammatico


Partecipano alla rassegna anche i seguenti blogger!

Il Lettore su "Omniverso": il 9 marzo parla di The Strain
il Prof. Möuze su "Moz o'clock": l'11 marzo parla dell'influenza che ci teneva a casa da scuola negli anni '90
Il Birraio su "Storie da birreria": il 12 marzo parla di La Peste Scarlatta
Riptide su "La bara volante": il 16 marzo parla di Y - L'ultimo uomo
Plot Tyrant su "La cupa voliera del conte Gracula": il 18 marzo parla di King Of Eden
Il Mangiastorie su "La stanza di Gordie": il 20 marzo parla de L'esercito delle 12 scimmie

giovedì 12 marzo 2020

Novecento di Bernardo Bertolucci (1976)



Italia 1976
Titolo Originale: Novecento
Sceneggiatura: Franco Arcalli, Giuseppe Bertolucci, Bernardo Bertolucci
Durata: 310 minuti
Genere: Drammatico


Da quando ho fatto e finito le scuole superiori mi è capitato molto molto raramente di passare il Sabato sera a casa, ma ogni tanto, soprattutto quando i miei genitori devono uscire e io devo tener loro il cane, o invito a casa degli amici per guardarci un film, oppure me ne sto bello tranquillo e ne scelgo uno da vedere per conto mio. Certo, questa mia routine verrà sconvolta nei prossimi giorni, dato che a causa del morbo non si può praticamente uscire di casa, il che vuol dire avere più tempo per vedere film adattandomi a questa contingenza, so che sarà difficile, ma tre settimane alla fine passano in fretta, anche perchè il tempo c'è, ma sicuramente non è tanto quanto quello degli studenti delle scuole medie o superiori dato che comunque, fortunatamente altrimenti impazzirei del tutto, sto lavorando da casa, facendo anche la pausa caffè su Skype con alcuni dei colleghi che si sono prestati a questa pazzia. Quel Sabato a cui mi riferisco, però, il morbo ancora non era considerato una vera e propria minaccia, era solamente il giorno successivo in cui è stato riscontrato il primo caso a Codogno e non mi sarei immaginato che da lì al giorno dopo avrebbero chiuso tutti i cinema della Lombardia, che ancora non hanno riaperto e non riapriranno almeno fino al 3 Aprile. Una dovuta introduzione per parlare di un film epocale, cui mi sono dedicato in un'unica sera, una delle epopee più importanti della storia del cinema italiano, "Novecento", diretto da Bernardo Bertolucci nel 1976, presentato nello stesso anno al Festival di Cannes - fuori concorso - e con un cast stellare e vastissimo, tra i quali è giusto ricordare Robert De Niro, Donald Sutherland, Burt Lancaster, Gerard Depardieu, Alida Valli, Stefania Sandrelli e poi gli altri ve li leggete nella scheda in testa al post, che tanto citarli e basta non serve a molto. Un film diviso in due atti e presentato nei cinema italiani in due diverse uscite e girato tra le città di Parma, Reggio Emilia, Modena e Mantova, dalla durata quasi record di oltre cinque ore, che lo rendono di diritto il film più lungo che abbia mai visto.
La storia inizia nel 1901, precisamente il 27 Gennaio: in quel giorno, lo stesso della morte di Giuseppe Verdi, nello stesso luogo, una grande azienda agricola emiliana, nascono Alfredo Berlinghieri, nipote dei ricchi proprietari dell'azienda, e Olmo Dalcò, figlio illegittimo di Rosina, una contadina che lavora per i Berlinghieri. Crescendo, i due, nonostante l'estrazione sociale completamente differente, coltiveranno un rapporto di amicizia che evolverà nel corso degli anni, passando attraverso la Prima Guerra Mondiale, il ventennio fascista e gli anni della Seconda Guerra Mondiale, mettendo sempre in evidenza le lotte sociali dei contadini per avere condizioni di lavoro migliori, tematica a cui Bernardo Bertolucci si mostra molto sensibile.
Ci troviamo davanti ad un film che per il cinema italiano ha fatto talmente tanto storia che questa, chiaramente, non è nemmeno una recensione, ma solamente un commento sentito su ciò che penso di aver colto del film dal punto di vista artistico, dato che non ho mai studiato cinema e non ho le qualifiche per criticare un film del genere - ma in realtà non le ho per farlo con nessun film, mi sento molto più in grado ad esprimere le sensazioni cercando qualche parametro oggettivo, ma basandomi essenzialmente sulla percezione soggettiva che ho del film. Sicuramente "Novecento" è uno di quei film che già da come si presentano hanno l'aspirazione ad essere grandi e, per ovvi motivi, ci riescono anche, nonostante normalmente un film che supera le cinque ore è destinato a passare in sordina, questo, complice anche la divisione in due atti ben distinti, è riuscito a passare alla storia entrando nella lista dei cento film italiani da salvare. Bernardo Bertolucci, narrando allo spettatore quarantacinque anni di storia italiana attraverso gli occhi di due protagonisti ben precisi, riesce a costruire un film corale in cui le storie di tutti i personaggi più in vista acquisiscono la dovuta importanza, i caratteri vengono sviluppati e quelli dei due protagonisti evolvono in positivo o in negativo, le loro sorti cambiano nel corso del film come è giusto che sia in una storia che si svolge, approfondendoli anche bene, nel corso di più di quarant'anni, mentre altri, come ad esempio il personaggio di Attila Melanchini, rimangono più o meno sempre uguali nel corso di tutta la durata del film, Attila viene presentato da stronzo di prima categoria e morirà da stronzo di prima categoria, anche se umiliato nel profondo.
Sono talmente tanti i personaggi e le storie che vengono affrontati nel corso della pellicola che è impossibile parlare esaustivamente della trama in queste poche righe, sta di fatto che per quanto il film mi abbia preso, ho avuto delle difficoltà non indifferenti a rimanere concentrato sulla visione nel corso di tutte le cinque ore, che poi è anche lo stesso motivo per cui ho guardato il film in italiano e non in lingua originale - anche se sono ben lontano dall'essere un nazista della lingua originale quando guardo un film, in questo caso sarebbe stato praticamente impossibile -, ma siamo davanti ad un film in cui vengono mostrate tutte le contraddizioni dell'Italia di quegli anni, con una netta divisione non solo tra persone ricche e persone povere, ma anche tra chi poteva godere di determinati diritti e chi invece non ne avrebbe avuta la possibilità. É un film in cui Bernardo Bertolucci mette in mostra la sua partigianeria nel narrare le vicende del suo paese in quelli che sono stati con molta probabilità gli anni più bui della sua storia. É anche un film molto prolisso in cui però l'autore ha avuto la possibilità di narrarci, in modo anche emozionante e curato, le storie di molti personaggi senza tralasciare il loro background e la loro evoluzione a livello caratteriale. Un film sicuramente da vedere almeno una volta nella propria vita, ricordandosi di quando il cinema italiano era grandissimo e di quanto, negli ultimi anni, il ricambio generazionale sia, numericamente, molto molto limitato.