mercoledì 16 settembre 2020

OSCARS BEST MOVIES - Via col vento di Victor Fleming (1939)


USA 1939
Titolo Originale: Gone with the Wind
Sceneggiatura: Sidney Howard
Durata: 238 minuti
Genere: Drammatico


Nonostante mi fossi ripromesso, tornato dalle vacanze, di tornare a scrivere i miei post con più costanza, la settimana scorsa mi sono dato, per vari motivi, alla latitanza. Si riprende però oggi, con uno dei più grandi pezzi da novanta della storia del cinema: sempre per la rubrica relativa alle pellicole che hanno vinto l'Oscar come miglior film, è tempo di parlare di "Via col vento", quello che più temevo della lista - lo ammetto, principalmente per la sua durata di poco meno di quattro ore - e che recentemente è tornato d'attualità per via delle proteste relative al movimento "Black Lives Matter" - su questo argomento però ci torneremo più avanti. É bene premettere subito che questa non sarà una recensione vera e propria del film, quanto più che altro un commento su ciò che ho visto, di recensioni ne sono già state scritte abbastanza e di una in più - che personalmente non sarei nemmeno in grado di scrivere - non ne ha bisogno nessuno.
Victor Fleming, che nello stesso anno aveva diretto anche il cult "Il mago di Oz", traspone su pellicola l'omonimo romanzo di Margaret Mitchell, forse uno dei libri più importanti del secolo scorso in grado di vendere milioni di copie, rimanendo in classifica per oltre due anni, la cui celebrità ha sicuramente contribuito al successo del'epopea narrata dal film. Ci troviamo infatti davanti al lungometraggio che, parametrizzando i calcoli in base all'inflazione, è tuttora il maggiore incasso della storia del cinema, ancora di più di "Avengers: Endgame" e di "Avatar". La scelta del cast non è stata delle più semplici: per quanto riguarda il personaggio di Rhett Butler il ballottaggio tra Gary Cooper e Clark Gable fu vinto da quest'ultimo a causa di una frase infelice e decisamente poco lungimirante del primo candidato - "Via col vento sta per diventare il più grande flop della storia del cinema, e sarà Clark Gable a perderci la faccia e non Gary Cooper" - mentre per la protagonista femminile Scarlett O'Hara venne scelta Vivien Leigh in seguito a dei provini che coinvolsero oltre 1400 attrici.
Riassumendo la vicenda in pochissime parole "Via col vento" narra la storia di Scarlett O'Hara, figlia del proprietario di una piantagione in Georgia, ambientata negli Stati Uniti del sud nel periodo della Guerra di Secessione. Attorno a lei ruotano le vicende di Ashley Wilkes, da lei profondamente amato anche se sposato con la cugina Melania Hamilton, così come quella di Rhett Butler, uomo molto ricco e innamorato di Scarlett.
Nonostante abbia aspettato quasi trent'anni della mia vita prima di guardare quello che è un po' considerato il film per eccellenza della storia del cinema, più che altro per paura, ho trovato la visione molto interessante, sotto diversi punti di vista. Innanzitutto ho sempre avuto un brutto pregiudizio su "Via col vento", legato principalmente alla importantissima componente sentimentale del film, che personalmente ho sempre fatto molta fatica a reggere quando trattata in maniera seria, mentre mi è decisamente più facile affrontarla quando viene trattata in una commedia. É importante, per l'economia della pellicola, lo sviluppo dei personaggi per i quali, non avendo letto il romanzo da cui è tratta, non ho un vero e proprio corrispettivo con cui confrontarmi. Certo è però che la loro costruzione sia affrontata nella maniera più approfondita e curata possibile, risultando soprattutto realistici e credibili. Nessun personaggio è infatti esclusivamente positivo o esclusivamente negativo, ma di essi vengono mostrate molte sfaccettature che sono sviscerate in ogni dettaglio. É stato ad esempio per me piuttosto complicato empatizzare con il personaggio di Scarlett O'Hara, che per buona parte della pellicola risulta piuttosto antipatica, anche se in certi frangenti si fa notare in positivo, così come anche Rhett Butler mostra nel corso di tutta la durata del lungometraggio sfaccettature buone alternate ad altre che lo sono decisamente meno.
Recentemente "Via col vento" è finito nell'onda del movimento "Black Lives Matter" e censurato da alcune piattaforme di streaming, come HBO Max, attiva negli Stati Uniti, mentre qui in Italia Netflix lo presenta avvertendo lo spettatore dello stampo razzista della sceneggiatura e della recitazione dei personaggi. É abbastanza evidente come le persone di colore, all'interno di questa epopea, siano viste come emarginate ed inferiori, così come è anche vero, è importante non dimenticarselo, che la storia è ambientata nel periodo della Guerra di Secessione, in pieno schiavismo. Per quanto il messaggio che manda il film, rendendo i personaggi di colore delle vere e proprie caricature - partendo dalla parlantina fino ad arrivare ai loro movimenti fisici -, non sia dei migliori e che sia giusto avvertire il pubblico per informarlo, penso che a volte anche la contestualizzazione sia è importante. Non siamo davanti ad un film che tratta lo schiavismo come tema centrale e rendere i personaggi di colore come Mammy una specie di macchietta comica per il suo modo di parlare si sarebbe potuto tranquillamente evitare, però non è il film ad essere sbagliato, ma la mentalità delle persone della fine degli anni trenta che ha in qualche modo reso possibile che "Via col vento" venisse realizzato secondo questo canone.
Con la visione di questo lavoro epocale, mi sono trovato davanti al capitolo della rassegna dedicata all'Oscar per il miglior film che mi faceva più paura: temevo che la storia sentimentale fosse eccessivamente pesante e che il ritmo non fosse dei migliori. Al contrario, invece, la visione si è rivelata interessante - non è e non sarà mai il mio film della vita - e coinvolgente, sia a livello visivo, dato che ho sempre amato il tipo di colorazione che è stato dato a questa pellicola e alcune scelte registiche sono assolutamente azzeccate, sia a livello recitativo. Non per ultimo, la storia e la narrazione, nonostante le quattro ore di durata, proseguono in maniera scorrevole risultando estremamente coinvolgenti.

lunedì 7 settembre 2020

L'uomo perfetto di Luca Lucini (2005)

Italia, Regno Unito 2005
Titolo Originale: L'uomo perfetto
Regia: Luca Lucini
Sceneggiatura: Lucia Moisio, Marco Ponti
Durata: 95 minuti
Genere: Commedia


Chi mi conosce sa che non sono solito guardare film come quello di cui parlerò in questo post. Spesso e volentieri le commedie romantiche accentuano in maniera marcata il mio cinismo e mi viene abbastanza difficile apprezzarle per quello che sono. Ci sono però dei casi in cui, sotto suggerimento di una pellicola carina e leggera da guardare senza doversi impegnare troppo, dò un'opportunità un po' a tutto, nella speranza che il mio pregiudizio possa essere smentito. É andata più o meno così con "L'uomo perfetto", lungometraggio del 2005 di Luca Lucini - lo stesso di "Tre metri sopra il cielo" e di "Amore, bugie e calcetto", due storie esattamente agli antipodi per quanto riguarda i miei gusti - con un Riccardo Scamarcio ancora agli esordi e una Francesca Inaudi al suo secondo film. Nel cast sono presenti anche Giampaolo Morelli, attore mediamente apprezzato su questo blog, Gabriella Pession e l'intelligentissimo Giuseppe Battiston - oh, perdonatemi, io sta citazione da "Chiedimi se sono felice" la devo fare per forza - in un ruolo abbastanza marginale.
Lucia è una giovane pubblicitaria, innamorata da tempo di Paolo e forse anche ricambiata. Paolo però sta per sposarsi con Maria, la migliore amica di Lucia, che decide così di assoldare Antonio, attore disoccupato, con l'intento di educarlo per farlo diventare l'uomo perfetto per fare innamorare Maria e allontanarla così dal suo amato Paolo.
Per quest'anno direi di aver esaurito la dose di commedie romantiche che posso reggere senza intristirmi e senza diventare estremamente cinico e spiacevole. Non mi sarei aspettato però, guardando "L'uomo perfetto", di trovarmi davanti ad un film carino e senza pretese, in grado di strapparmi più di un sorriso e, in qualche modo, di migliorare il mio umore per la serata. Non trovo che su questa pellicola ci sia molto da dire a livello tecnico, ci troviamo davanti ad un lavoro in cui la parola chiave è "leggerezza": non richiede grande impegno per passare l'ora e mezza della sua durata, ne richiede ancora meno per capire la trama e le dinamiche dei vari personaggi. I due protagonisti sono Lucia e Paolo che, conoscendosi da una vita, sono convinti di amarsi, mentre Maria, messa davanti ad un uomo che l'asseconda in tutto, inizia a vacillare nelle sue convinzioni. Mentre Lucia è quella un po' più elaborata a livello psicologico, essendo anche protagonista di un'importante evoluzione nel corso della vicenda, gli altri sono costruiti nella maniera più semplice possibile e il loro background non viene particolarmente evidenziato.
Nonostante la trama parta da un presupposto non molto plausibile, a dare il maggior realismo possibile alla vicenda ci pensano i quattro protagonisti e soprattutto la recitazione da parte dei loro interpreti. É fuori da ogni dubbio che non ci troviamo davanti a Marlon Brando ne "Il padrino" e che non si stia parlando di interpretazioni da Oscar, c'è però da dire che nessuno dà l'impressione di spingere o enfatizzare troppo e sembrano essere tutti piuttosto naturali a livello recitativo. In maniera particolare lo è Francesca Inaudi, che con la sua parlata velocissima che non lascia respiro risulta davvero irresistibile.
In un film in cui tutto va come previsto e in cui non ci sono guizzi tecnici da segnalare, ma solamente buoni personaggi e uno svolgimento abbastanza avvincente, c'è solo da sperare che la narrazione coinvolga e scorra in maniera liscia e coinvolgente. Con la visione de "L'uomo perfetto" tutto ciò avviene in modo tale da rendere la pellicola davvero carina e in grado di migliorare - o almeno per me è stato così - l'umore di chi la guarda.

venerdì 4 settembre 2020

Tenet di Christopher Nolan (2020)

USA, Regno Unito 2020
Titolo Originale: Tenet
Sceneggiatura: Christopher Nolan
Durata: 150 minuti
Genere: Fantascienza


Dopo moltissimi mesi di magra e dopo che i film più interessanti di questo 2020 sono usciti direttamente on demand, si torna al cinema. Quale miglior occasione per farlo se non per il nuovo lavoro di Christopher Nolan, regista che viene usato come casus belli molto più dell'assassinio di Sarajevo e in grado di avvelenare più cinefili che Putin con i suoi oppositori politici? Un cineasta che però, da queste parti non lo si è mai negato, mi è sempre piaciuto particolarmente e difficilmente con una sua pellicola è riuscito a deludermi. Risultava dunque d'obbligo andare a vederlo al cinema, in quella che a detta degli esperti è una delle sale migliori d'Europa, pur con tutti i dubbi del caso, dovuti un po' alle politiche di distanziamento, ma anche alle recensioni non particolarmente esaltanti arrivate dall'altra parte dell'Oceano.
Il lavoro di promozione di "Tenet" è stato curato in maniera certosina: da una parte c'era la volontà di mostrare al pubblico, sin dai trailer, il meno possibile, in modo da stuzzicarne la curiosità, dall'altra è stato lo stesso Nolan a spingere, in qualche modo, perchè il suo film fosse visto prima di tutto in sala. In una situazione normale ci troveremmo già davanti ad un regista per cui ogni nuova uscita è un evento di portata mondiale, ma quest'anno non può essere ridotto solamente a ciò: responsabilità di "Tenet" - sicuramente qua in Italia, ma anche negli Stati Uniti quando uscirà - è quella di riportare le persone al cinema dopo il lungo isolamento e la lunga inattività delle sale imposti dal COVID-19.
Differentemente da quanto mi aspettassi, non ci troviamo davanti ad una storia con molti personaggi: abbiamo il protagonista senza nome interpretato da John David Washington, poi Neil interpretato da un Robert Pattinson sempre più padrone dello schermo a livello recitativo e infine Kat interpretata dall'altissima Elizabeth Debicki. Molto importante il ruolo da villain di Kenneth Branagh nei panni di Andrei Sator. Il protagonista è un agente della CIA che partecipa ad un'operazione russa sotto copertura in un teatro di Kiev per salvare un agente compromesso e recuperare un oggetto non identificato. L'oggetto viene in seguito rubato dai russi ed egli, avvelenatosi con una pillola per non compromettere l'operazione, si risveglia in un ospedale, ancora vivo. Viene così reclutato per una missione nella quale il suo compito sarà quello di sventare una terza guerra mondiale, un conflitto temporale in cui verranno utilizzate armi prodotte nel futuro con una tecnologia in grado di invertire la loro entropia, permettendo agli oggetti, ma anche alle persone, di muoversi indietro nel tempo.
Inutile dire quanto le aspettative legate a "Tenet" fossero alte da parte di una buona parte del pubblico. Per quanto riguarda la mia opinione l'ultimo lungometraggio di Nolan penso rappresenti un deciso passo indietro rispetto ai suoi lavori precedenti, anche se non si può certo dire di trovarci davanti ad un film brutto. Innanzitutto un primo problema sta nel fatto che il regista abbia voluto complicare eccessivamente quella che in realtà è una trama abbastanza lineare. Il pubblico da Nolan si aspettava un film complesso e lui ne ha dato loro uno che lo è inutilmente. I dialoghi nella parte iniziale, alcune scelte di montaggio abbastanza spiazzanti con dei tagli nettissimi tra una scena e l'altra danno l'impressione che ci fosse una volontà quasi deliberata di confondere lo spettatore anche dove non necessario.
Un secondo problema lo si può trovare sul piano dello sviluppo dei personaggi. Nessuno di loro, forse solamente Kat Sator, ha un vero e proprio background e il materiale a disposizione degli interpreti per fare del proprio meglio non era tantissimo. Sia John David Washington sia Robert Pattinson se la cavano bene, così come Kenneth Branagh dal punto di vista della mimica facciale, nonostante la sua interpretazione risulti un po' rovinato dal doppiaggio, non mi ha particolarmente soddisfatto invece Elizabeth Debicki, decisamente più convincente in altre performance.
Una buona parte del pubblico sapeva fin dall'inizio come la trama di "Tenet" potesse in qualche modo essere legata all'enigma del quadrato del Sator, una scritta palindroma su cui da secoli si specula per trovarne una traduzione. Le parole contenute nel quadrato vengono usate all'interno della vicenda in maniera apparentemente casuale, forse proprio per doverle in qualche modo inserire, risulta però molto bello il modo in cui la struttura narrativa del film rispecchi la struttura dell'enigma. Visivamente la pellicola è una bomba e a livello di ritmo, superato lo scoglio della prima mezz'ora introduttiva, è gestita egregiamente, risultando coinvolgente e mai noiosa.
Per quanto la trama sia complicata qui il regista arriva al dunque e, pur lasciando dei punti aperti, riesce a chiudere il cerchio in maniera soddisfacente. Siamo però davanti ad un lavoro che, per quanto bello e interessantissimo a livello visivo, lo si può considerare quasi come una produzione minore del regista, con il quale ero stato abituato molto bene e che, forse per la prima volta da quando lo seguo assiduamente, è stato sotto le mie aspettative.

giovedì 3 settembre 2020

WEEKEND AL CINEMA

Con i cinema che ormai hanno ripreso a funzionare a pieno regime, anche se a pubblico ridotto, stanno anche ricominciando ad arrivare le nuove uscite settimanali. "Tenet" a parte, ancora non stanno arrivando nelle sale i film importanti, per quelli penso che ci sarà da aspettare ancora un po', però qualcosina intanto si sta muovendo.
Commentate come al solito in base ai miei pregiudizi, vediamo cosa ci attende nei cinema in questo weekend!

The New Mutants di Josh Boone



Di tutti i cinecomic della Marvel usciti nel corso degli anni, ho sempre fatto abbastanza fatica a sopportare il filone degli "X-Men". Ispirato proprio a quella saga, "The New Mutants" sembra preannunciarsi come un flop colossale quasi annunciato, viste anche le recensioni estremamente negative che arrivano dagli Stati Uniti.


Ema di Pablo Larraìn

In questo weekend non si può certo dire che ce ne sia per tutti i gusti. Stando a vedere bene, ce n'è più per gusti sofisticati che altro e questo film di Pablo Larraìn è forse uno dei più interessanti in arrivo questa settimana.


Le altre uscite della settimana

After 2: C'è proprio davvero bisogno che faccia un commento su questo film?
Il primo anno: Commedia francese su due ragazzi alle prese con l'accesso alla facoltà di medicina e tutte le difficoltà che essa comporta. Riesumata dal 2018, come molte altre pellicole in uscita in questo periodo.
Balto e Togo - La leggenda: Un film in live action sulla vera storia - non quella del cartone con l'oca amica di un lupo - di Balto e dell'epidemia di Nome? Beh, io odio i film in cui i protagonisti sono i cani, quindi passo.
La candidata ideale: Un altro film sulla condizione della donna in Medio Oriente. Sempre importante parlarne, sia chiaro. Solo che non so quanti spettatori possa coinvolgere qui in Italia e quante sale possano proiettarlo.
La vacanza: Ancora una pellicola drammatica, questa volta italiana, che però a dirla tutta mi ha annoiato alla sola visione del trailer.
Semina il vento: Presentato a Berlino assieme a "Favolacce", ha ottenuto da parte della stampa italiana recensioni abbastanza positive. Non so quanto possa essere nelle mie corde, ma nei miei dintorni pare esserci una sola sala che lo proietterà.

mercoledì 2 settembre 2020

LE SERIE TV DI LUGLIO E AGOSTO

Con un po' di ritardo rispetto alla tabella abituale e soprattutto cumulando ben due mensilità, arriva il postone riassuntivo di tutte le serie televisive che ho visto nel corso di Luglio e di Agosto. A questo giro ci troviamo davanti a delle serie molto diverse tra di loro che mi sono piaciute in modo altrettanto diverso.


Warrior Nun - Stagione 1

Episodi: 10
Creatore: Simon Barry
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Alba Baptista, Toya Turner, Tristán Ulloa, Thekla Reuten, Kristina Tonteri-Young, Lorena Andrea
Genere: Azione, Fantastico


Ava ha 19 anni, è paralizzata da tempo ed è appena morta. Si risveglia però in un obitorio rendendosi subito conto di aver recuperato le sue facoltà motorie e con un manufatto soprannaturale incastonato nella schiena. Presto l'oggetto mostrerà su di lei una particolare influenza, conducendola in un antico ordine ecclesiastico che da secoli ha il compito di combattere i demoni e scacciarli dalla Terra.
É ormai da tempo che Netflix, per quanto riguarda la produzione originale, ha dichiarato il suo target medio, quello adolescenziale. Non che la cosa sia del tutto negativa, anzi, ma poche sono le volte in cui esce qualcosa di un po' più elaborato rispetto al solito. É proprio a questo target che appartiene la prima stagione di "Warrior Nun", che alla visione del trailer si presentava di una tamarraggine smisurata, mentre nel corso delle prime puntate, escluso qualche interessante rimando alla mitologia cristiana, si rivela essere l'ennesima serie TV uomini contro demoni. Dopo una partenza abbastanza in sordina, con anche qualche sbadiglio di troppo, nella seconda parte gli episodi vanno migliorando, il ritmo narrativo diventa più coinvolgente e si inizia a guardare con un po' più di interesse la vicenda narrata. Da tenere d'occhio, anche se molto probabilmente non diventerà mai una grande attrice, la giovane Alba Baptista, assoluta protagonista in grado di prendersi la scena ogni volta che è sullo schermo.


Ju-on: Origins - Stagione 1

Episodi: 6
Creatore: Hiroshi Takahashi, Takashige Ichise
Regia: Sho Miyake
Rete Giapponese: NBCUniversal Entertainment Japan, Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Yoshiyoshi Arakawa, Yuina Kuroshima, Ririka, Koki Osamura, Seiko Iwaido, Kai Inowaki, Ryushin Tei, Yuya Matsuura, Kaho Tsuchimura, Tokio Emoto, Nobuko Sendo, Kana Kurashina
Genere: Horror


Non molto tempo fa terminava, proprio su questi schermi, lo speciale dedicato alla saga giapponese di "Ju-on", portato negli Stati Uniti con il titolo di "The Grudge". Dal Giappone però, disponibile direttamente su Netflix, arriva una serie tratta proprio dai film di Takashi Shimizu. Nel corso dei sei episodi che compongono questa prima stagione seguiamo, proprio come nello stile delle varie pellicole del fortunato franchise, diverse vicende che si svolgono tra il 1988 e il 1997. In esse sono coinvolti svariati personaggi e le loro storie vengono narrate in ordine sparso, sta poi allo spettatore, durante la visione, mettere assieme i pezzi.
É indubbio come una serie televisiva tratta da uno dei film horror che mi evoca i ricordi più paurosi legati al cinema - rimasi abbastanza scosso dalla visione di "Ju-on: Rancore" quando avevo quindici anni - mi susciti un certo fascino. Purtroppo però i non lunghissimi sei episodi che compongono la prima stagione della serie non sono stati semplici da seguire: superare lo scoglio della visione obbligata in lingua giapponese - con sottotitoli, ovviamente - è il meno, mentre passare sopra a quello dell'eccessiva presenza di jump-scare risulta decisamente più complesso. Non sarebbe stato complicato andare sul sicuro e tentare un'operazione simile a quella del primissimo film della saga, solo che le varie storie che vengono narrate non si incastrano sempre bene, il che rende ancora più difficoltosa la visione di una serie in cui l'ordine temporale degli eventi viene volutamente non rispettato.
Nonostante la delusione procuratami da questa prima stagione di "Ju-on: Origins", penso che potrei comunque dare l'opportunità ad un eventuale secondo ciclo di episodi, più che altro per una questione di affetto verso la saga, piuttosto che per vero e proprio interesse.


Unbelievable

Episodi: 8
Creatore: Susannah Grant, Ayelet Waldman, Michael Chabon
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Toni Collette, Merritt Wever, Kaitlyn Dever, Danielle Macdonald
Genere: Drammatico


Ispirata a fatti realmente accaduti e ad una importante inchiesta giornalistica, "Unbelievable" racconta la storia di Marie Adler, adolescente accusata dalla polizia di aver mentito sullo stupro subito da uno sconosciuto introdottosi nel suo appartamento. La ragazza viene così convinta a ritirare la denuncia, andando incontro a un procedimento penale per la sua falsa testimonianza. Nel frattempo due donne, entrambe detective in diversi distretti di polizia, si trovano ad indagare su due casi di stupro che presentano molte analogie con i fatti denunciati da Marie.
É sempre bene porre la giusta attenzione quando il cinema e la televisione trattano temi importanti, come quello sviscerato nel corso della serie. Utilizzando un approccio incentrato sulle indagini, più che sul dramma, "Unbelievable" fa emergere, grazie alle sue protagoniste e alle vittime che loro si avvicendano, quanto il tema della violenza sulle donne rimanga sempre caldissimo. Narrando i fatti emersi dall'inchiesta svoltasi tra il 2008 e il 2011 - molto probabilmente romanzandoli anche un po' - la serie riesce a dare un ritratto preciso sia delle tre protagoniste, sia delle due vittime che si avvicendano con la polizia nelle indagini per trovare il colpevole.
Il personaggio di Marie, interpretato da Kaitlyn Dever, mostra allo spettatore tutta la sua fragilità, peggiorata dal fatto di essere stata lasciata completamente sola in seguito alla sua denuncia. A funzionare molto bene è anche la complicità e la contrapposizione caratteriale tra le due poliziotte Karen e Grace, rispettivamente interpretate da Merrit Wever e Toni Collette, la prima pacata e comprensiva, la seconda invece particolarmente dura.
Con "Unbelievable" ci si trova dunque davanti ad una miniserie che nel corso dei suoi otto episodi mette subito lo spettatore nelle condizioni di inquadrare la vicenda, sviscerando poi in maniera soddisfacente tutti i temi che gli sceneggiatori si erano proposti di trattare.

venerdì 28 agosto 2020

A Futile and Stupid Gesture di David Wain (2018)

USA 2018
Titolo Originale: A Futile and Stupid Gesture
Regia: David Wain
Sceneggiatura: Michael Colton, John Aboud
Durata: 101 minuti
Genere: Commedia, Biografico





Nel corso della mia vita ho sentito più e più volte parlare di National Lampoon, rivista satirica americana nata negli anni settanta che ottenne grandissimo successo di pubblico. Certo è che, essendo io nato nel 1990, sia stato difficile per me conoscere la sua produzione, sia come rivista sia a livello cinematografico, soprattutto perchè è una di quelle cose che è americana fino al midollo e non è sempre di facile comprensione per la nostra cultura. Nonostante la mia pochissima conoscenza della materia, film come Animal House - di cui penso che prima o poi dovrei parlarvi - o attori lanciati proprio da questa rivista come John Belushi, Bill Murray e Chevy Chase fanno sicuramente parte della mia - scarsissima - cultura. Essendo però disponibile sul catalogo di Netflix il film "A Futile and Stupid Gesture", che racconta la vita di Douglas Kenney, uno dei due fondatori della rivista, in un momento di curiosità mi sono convinto a guardare la pellicola di cui vi parlerò quest'oggi.
A dirigere il film abbiamo David Wain, colui che nel 2001 ha diretto "Wet Hot American Summer", altro cultissimo della commedia americana poi diventato una serie su Netflix, mentre il protagonista Douglas Kenney è interpretato da Will Forte. Nel cast abbiamo anche Domnhall Gleeson, ad interpretare Henry Beard, il cofondatore della rivista, così come attori del calibro di John Daly, Seth Green e la sempre sia lodata Emmy Rossum, che qui interpreta Kathryn Walker, storica compagna di Doug. "A Futile and Stupid Gesture" narra, niente di più e niente di meno, la vita di Douglas Kenney, esplorando il modo in cui l'idea della creazione del "National Lampoon" sia nata assieme al compagno di università Henry Beard e poi passando per il progressivo successo e per i film da egli stesso sceneggiati.
Non si sarebbe di certo potuto fare altrimenti: la vita di uno degli editori satirici più importanti della storia recente degli Stati Uniti viene raccontata attraverso un film biografico che, per tutta la sua durata, assume i toni della commedia. Il Doug Kenney interpretato da Will Forte qui ci viene presentato in tutte le sue sfaccettature, evidenziando in egual modo sia la sua vena comica, sia il disagio esistenziale del personaggio. Viene fatto ben vedere nel corso della durata della visione come talvolta sia facile giudicare un personaggio pubblico dal suo modo di porsi davanti alle persone che lo seguono, mentre ciò che la massa non vede risulta essere spesso triste e doloroso.
Nonostante ci troviamo davanti ad una visione tutt'altro che geniale, è indubbio che vedere come i giovani attori chiamati a recitare in questo film abbiano interpretato i personaggi di culto che sono passati per gli studi della National Lampoon sia stato interessantissimo. Così come altrettanto curiosa è l'idea di affidare la narrazione ad un Doug Kenney anziano, interpretato da Martin Mull, quando in realtà il protagonista è morto in circostanze ancora non ben chiarite nel 1980, a soli trentaquattro anni. Ironico come molti suoi colleghi del tempo sostengano che l'uomo sia accidentalmente morto mentre cercava il posto giusto per suicidarsi, cosa che tra l'altro le indagini in qualche modo confermano, essendo egli caduto da una scogliera e la sua dipartita archiviata come morte accidentale. Si giunge in questo modo ad un finale davvero azzeccato e commovente in cui finalmente il titolo della pellicola viene in qualche modo finalmente chiarito.

giovedì 27 agosto 2020

OSCARS BEST MOVIES - L'eterna illusione di Frank Capra (1938)


USA 1938
Titolo Originale: You can't Take it with You
Regia: Frank Capra
Sceneggiatura: Robert Riskin
Durata: 126 minuti
Genere: Commedia


Prima di continuare a portare avanti la rassegna dedicata a tutte le pellicole che hanno vinto l'Oscar per il miglior film mi sono preso una pausa abbastanza lunga. Molto probabilmente la stessa cosa succederà dopo questa recensione, data la difficoltà di trovare quattro ore buone per vedermi "Via col vento", il prossimo nella lista, a meno di non decidere di guardarlo a rate. Siamo però qui oggi per parlare de "L'eterna illusione", lungometraggio diretto nel 1938 da Frank Capra - che ritorna nella rubrica dopo il buonissimo "Accadde una notte" - e vincitore nel 1939 di due statuette, appunto quella per il miglior film e quella per la miglior regia. Nel cast spicca in maniera particolare la presenza di James Stewart, a vestire i panni di Tony Kirby, così come quella di Jean Arthur, che interpreta Alice Sycamore, sua promessa sposa.
Martin Vanderhof è il patriarca della famiglia Vanderhof-Sycamore, composta da un gruppo di persone piuttosto stravaganti, molto amate dagli abitanti del paese in cui vivono e sempre spinti a seguire le proprie aspirazioni lavorative. Alice Sycamore, la nipote di Martin, lavora come segretaria di Tony Kirby, figlio di un banchiere senza scrupoli, Anthony P. Kirby, che sta cercando da tempo di comprare i terreni necessari per la costruzione di una fabbrica di armi. Manca l'acquisto di uno solo di essi per poter concludere l'affare, ma il proprietario si oppone strenuamente alla vendita. Nel frattempo Alice e Tony si innamorano e hanno tutta l'intenzione di sposarsi, non prima però di essersi presentati alle rispettive famiglie.
Dietro a quella che potrebbe sembrare una delle più semplici commedie romantiche, in realtà si nasconde una pellicola che porta egregiamente i suoi più di ottant'anni di esistenza. Innanzitutto il ritmo narrativo è tenuto ad un livello costante per tutta la durata della visione, durante la quale assistiamo a trovate tipiche della commedia degli equivoci, alternate però a momenti e dialoghi ben più seri e mirati. Considerando che il lavoro è del 1938 e nel 2020 ha vinto l'Oscar proprio "Parasite" che tratta ugualmente il tema della differenza di classe sociale, difficile non pensare quanto ancora l'argomento sia attuale nonostante gli anni passati. É grazie a questo che "L'eterna illusione" si dimostra essere una pellicola in grado di far riflettere lo spettatore attraverso dialoghi ben mirati.
Ad eccezione dei due protagonisti Alice e Tony e di suo padre Anthony, gli altri personaggi coinvolti nella vicenda non sono stati molto approfonditi. Mentre i primi due vengono presentati con diverse sfaccettature e compiono un'evoluzione importante nel corso della durata della pellicola, degli altri sappiamo decisamente meno riguardo al loro background e il loro cambiamento nel corso del film è abbastanza prevedibile, anche se piacevole. É però Anthony P. Kirby il protagonista morale della pellicola: la sua evoluzione caratteriale non è la prima volta che si vede nella storia del cinema, ma i dialoghi che la scandiscono, così come alcune scene di importanza capitale per la vicenda, sono sempre piacevoli e carichi di significato.
É forse grazie all'aspetto del cambiamento di Anthony e del figlio Tony che si capisce come quella che si presenta come una commedia romantica sulle differenze di classe - tema comunque trattato esaustivamente - sia in realtà anche un bel film sul rapporto genitori-figli, un'interessante riflessione sul seguire le proprie aspirazioni e non quelle di qualcun altro. "L'eterna illusione" è dunque un film da guardare anche se di tempo dalla sua uscita ne è passato, dato che gli argomenti che tratta li viviamo tuttora un po' tutti sulla nostra stessa pelle.

mercoledì 26 agosto 2020

WEEKEND AL CINEMA!

Ci ho pensato molto prima di riportare su questi schermi la rubrica sulle nuove uscite cinematografiche del weekend e sono giunto alla conclusione che non ci fosse giorno migliore per ritornare alla normalità anche sulle pagine di questo sitarello insignificante.
Ovvio che le pellicole in uscita non siano delle più accattivanti, però tra queste abbiamo quella che ha la non insignificante responsabilità di far rinascere il cinema in Italia - ma anche in tutto il mondo - e un'altra che invece arriva nelle sale giusto con quella decina d'anni di ritardo e che qualche cinefilo potrebbe comunque voler recuperare.
Come al solito, commentate sempre in base ai miei pregiudizi, vediamo quali saranno le uscite di questa settimana!


Tenet di Christopher Nolan


Da anni ormai, se qualcuno volesse scatenare una guerra, sarebbe sufficiente pronunciare il nome di Christopher Nolan. Gesù, il petrolio e la bomba atomica, in quanto ad espedienti per una dichiarazione bellica, a Nolan fanno davvero un baffo. Dagli Stati Uniti non sono arrivate recensioni positivissime, il sospetto che ho in questo momento è che, come al solito, questo lungometraggio spaccherà in due gli appassionati. E intanto Nolan si fa i bei soldoni. Biglietto prenotato per la visione in 70mm all'Arcadia di Melzo, Sabato 29 Agosto alle 21. Questa settimana non ce n'è proprio per nient'altro!


Dogtooth di Yorgos Lanthimos

Il fatto che film di qualità escano dieci anni dopo la loro effettiva produzione non la vedo come una cosa così negativa. Considerando però le porcate che passano per le sale, a volte i distributori potrebbero anche puntare sulla qualità, ma questa è un'operazione simile a quanto fatto con "Memories of Murder" poco dopo la vittoria dell'Oscar da parte di "Parasite", solo che viene fatta in estate e in periodo COVID, così siamo proprio sicuri che la gente a vedere sto film non ci andrà. Come a dire "Noi il gesto lo abbiamo fatto, voi l'occasione di andarlo a vedere l'avete avuta". Iniziativa bella a cui parteciperanno pochi, se non addirittura pochissimi, super appassionati.


Le altre uscite della settimana

Cosa resta della rivoluzione: Non penso che sia una di quelle pellicole che possano portare la gente al cinema, eppure ho come la sensazione che potremmo trovarci davanti ad una visione tanto carina...
Crescendo - #makemusicnotwar: Ancora cinema europeo, questa volta tedesco, che utilizza la musica per parlare di pregiudizi e abbattimento delle barriere. La mia paura è che sia un po' la solita roba.
Non conosci Papicha: Altro lavoro molto molto impegnato, ambientato in Algeria nel 1997, periodo in cui il paese era in mano ai terroristi. Detto francamente, da un film così innanzitutto non saprei cosa aspettarmi, poi non penso nemmeno verrà distribuito in maniera così tanto capillare.
Quattro vite: Agosto di solito è il mese dell'anno in cui vengono tirati fuori i film di anni e anni fa ed anche oggi è così. In quanti, soprattutto in questo periodo storico, lo andranno a vedere?
Rosa pietra stella: Un altro film che se non fossimo in un periodo unico probabilmente non sarebbe mai uscito. Penso che però anche in questo periodo, vedrà comunque la luce di pochissime sale.

martedì 25 agosto 2020

Favolacce di Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: Favolacce
Sceneggiatura: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo
Durata: 98 minuti
Genere: Drammatico





Questo 2020, per i cinefili, è stato l'anno dei film in streaming o on demand. Io, che l'anno scorso ero riuscito ad andare al cinema una cinquantina di volte, mi sono ritrovato a dover fruire delle nuove uscite sulle varie piattaforme online, che si sono occupate di distribuire le varie pellicole che per forza di cose non sarebbero potute uscire nelle sale. Poco dopo la fine del lockdown totale è stato distribuito anche "Favolacce", film di Damiano e Fabio D'Innocenzo premiato con l'Orso d'Argento per la migliore sceneggiatura all'ultimo Festival di Berlino, del quale subito si è fatto un gran parlare. Una coppia di gemelli registi praticamente esordienti e poco più che trentenni, al loro secondo film dopo "La terra dell'abbastanza" - che ancora non ho avuto modo di vedere - che subito si sono visti ricompensati del loro talento, sia nel raccontare storie sia nel metterle sullo schermo, testimoniato alla grande da questa pellicola.
Per parlarci delle vicende legate ad un gruppo di famiglie della periferia di Roma i due registi non sono andati a pescare nel gotha della recitazione italiana, ma si sono affidati più che altro ad un grande nome come quello di Elio Germano per vestire i panni di Bruno Placido, che può in qualche modo essere ritenuto il protagonista della vicenda, circondandolo di altri con meno esperienza oppure addirittura al loro debutto. Mentre ad interpretare la moglie di Bruno abbiamo Barbara Chichiarelli, che si è vista in "La dea fortuna" di Ferzan Ozpetek, non sono stati chiamati nomi altisonanti per quanto riguarda gli altri personaggi, anche se tra loro spicca qualche buon giovane attore da tenere d'occhio per il futuro. É proprio attorno a questo gruppetto di persone di Roma sud che ruotano tutte le "favolacce" cui fa riferimento il titolo del film, attorno alla loro vita apparentemente normalissima che nasconde, nella maggior parte dei casi, segreti non sempre piacevoli.
In questo loro secondo lavoro come registi i fratelli D'Innocenzo ci portano nella periferia romana raccontandoci, attraverso un diario scritto in verde che si interrompe bruscamente, quella che è a tutti gli effetti una favola nera a cui ruotano attorno un po' tutti i personaggi che vediamo nel corso del film. La voce narrante dell'altissimo Max Tortora ci accompagna nelle fasi iniziali della pellicola recitando frasi talvolta altisonanti, talvolta poetiche, che riescono ad introdurre le varie vicende allo spettatore in maniera molto efficace. Ci troviamo davanti ad una pellicola in cui i due registi e sceneggiatori riescono a delineare le caratteristiche di ogni personaggio, approfondendole in maniera certosina evidenziandone pregi e difetti e riuscendo a rendere loro estremamente credibili in tutte le azioni che compiono. Ciò che emerge, soprattutto da parte dei personaggi più giovani, è un senso di sofferenza e di tristezza che rimane evidente per tutta la durata della visione, che culmina in un finale completamente inaspettato, ma perfettamente in linea con quanto narrato nel corso di tutto il film.
Durante la visione di "Favolacce" si vede però anche come i fratelli D'Innocenzo cerchino in qualche modo di presentarsi al pubblico, probabilmente più a quello cinefilo che a quello delle grandi occasioni. In questo film emerge infatti la voglia dei due giovani di mostrare la propria idea di cinema, in qualche modo innovativa, ma di certo non rivoluzionaria, in cui ogni inquadratura, ogni stretta su un volto, deve assumere un significato ben preciso. É grazie anche a certi espedienti che viene trasmesso il disagio interiore dei protagonisti, soprattutto per quanto riguarda i personaggi più giovani, quelli che più di tutti sembrano assorbire e riflettere il disagio esistenziale dei propri genitori.
Vien da sè che "Favolacce", in quel che il cinema italiano ha potuto offrirci nel corso di questa annata, sia uno dei migliori rappresentanti della settima arte nel nostro paese, non solamente di quest'anno, ma anche degli ultimi due o tre anni, dimostrazione che comunque, quando ci si vuole mettere d'impegno e provare anche qualcosa di nuovo, a livello artistico siamo ancora in ottima forma!

lunedì 24 agosto 2020

Pane e tulipani di Silvio Soldini (2000)

Italia, Svizzera 2000
Titolo Originale: Pane e tulipani
Sceneggiatura: Doriana Leondeff, Silvio Soldini
Durata: 114 minuti
Genere: Commedia


Si torna dalle vacanze e, dopo i due post di Agosto legati ad eventi organizzati con altri appartenenti alla blogosfera, si spera di poter tornare a pieno regime con le mie recensioni, dato che latito oramai da un po' di tempo. Ci sono un po' di film di cui vi vorrei parlare che ho visto prima di partire, ma il primo della lista sarà "Pane e tulipani", quarta pellicola del regista Silvio Soldini - se escludiamo due cortometraggi appartenenti a film ad episodi - considerata universalmente come una delle sue migliori, anche in seguito alla vittoria di numerosissimi premi tra cui il trionfo ai David di Donatello del 2000, dove portò a casa ben nove statuette, tutte nelle categorie più importanti. Un film di grande successo a cui sicuramente deve aver contribuito il cast, composto da nomi che nel corso degli ultimi venti anni sono diventati parecchio conosciuti nella commedia italiana e in cui il fiore all'occhiello può essere rappresentato da Bruno Ganz, che molto spesso nel corso della sua carriera ha collaborato con registi italiani. La protagonista della vicenda è Rosalba, interpretata da Licia Maglietta, mentre del cast fanno parte anche Giuseppe Battiston - la battuta sul fatto che sia un ragazzo intelligente, si vede, l'ho già fatta? -, che all'epoca era praticamente agli inizi della sua carriera cinematografica e la stava iniziando proprio nei primissimi lavori di Soldini, così come Antonio Catania e Marina Massironi, che di lì a poco si sarebbe staccata definitivamente dalla collaborazione con Aldo, Giovanni e Giacomo.
Rosalba è una casalinga di Pescara, sposata con Mimmo e madre di due figli adolescenti. Dopo aver partecipato ad una gita a Paestum assieme alla famiglia ed agli amici, organizzata da una ditta di venditori di pentole, viene dimenticata in autogrill durante una sosta, prima che la gita prosegua verso Roma. Trovatasi improvvisamente da sola, deciderà di tornare a casa sfruttando dei passaggi in auto, ma durante il viaggio coglierà l'occasione per fuggire verso Venezia, città da lei mai visitata, con l'intento di scappare dalla routine della sua vita nel pescarese. Una volta arrivata nella cittadina, si ritroverà presto senza soldi, ottenendo ospitalità da Fernando, cameriere islandese di un piccolo ristorante. Nel giro di pochi giorni Rosalba riesce anche a trovare un lavoro come aiutante di un piccolo negozio di fiori e a stringere amicizia con Grazia, eccentrica massaggiatrice olistica. Nel corso della sua fuga in quel di Venezia, vedremo anche il modo in cui procede la vita del marito Mimmo, alle prese con le attività domestiche che fino a poco fa erano prerogativa della moglie e con il desiderio, piuttosto opportunista, di ritrovarla, che lo porterà ad assumere Costantino, un'investigatore privato improvvisato.
Ammetto abbastanza candidamente di non conoscere praticamente nulla della produzione cinematografica di Silvio Soldini e di essermi trovato a guardare questo film praticamente perchè si tratta del suo lavoro più rinomato e perchè, come detto, mi era stato consigliato a più riprese. Ho capito praticamente subito il motivo per cui "Pane e tulipani" sia ritenuto uno dei suoi lavori più rappresentativi, soprattutto perchè è stato in grado di mettermi la curiosità di vedere altre produzioni del regista, che pian piano mi riprometto di recuperare. Ci troviamo infatti davanti ad una pellicola che innanzitutto riesce a coinvolgere lo spettatore narrando la sua storia in maniera leggera e delicata e in secondo luogo fa in modo che lo spettatore empatizzi in maniera particolare con i personaggi principali della vicenda, trattando le tematiche più varie e importanti senza trasmettere mai pesantezza nel corso della visione. Per quanto mi riguarda il vero punto di forza di "Pane e tulipani" sta nel modo in cui sono costruiti i personaggi, tutti caratterizzati in maniera estremamente curata e tutti con una particolarità in grado di renderli affascinanti o detestabili. La prima scena è un ottimo esempio di come in pochissimo si possa dare un'introduzione al background di un personaggio, quello di Rosalba, che si capisce praticamente subito essere una donna piuttosto scontenta della sua vita, quasi invisibile agli altri e con un marito abbastanza maldestro, sempre pronto a comandarla a bacchetta. Sarà proprio la sua invisibilità a darle fortuitamente l'occasione di provare in qualche modo a cambiare vita. Basta una brevissima introduzione anche per capire il personaggio di Fernando, cameriere islandese trapiantato in Italia, molto colto e letterato, che da tempo pensa di suicidarsi. L'incontro tra i due sarà salvifico per entrambi e la loro conoscenza sarà scandita da piccoli gesti con i quali entrambi impareranno ad apprezzarsi reciprocamente.
Sono inoltre abbastanza interessanti anche il personaggio di Grazia, massaggiatrice dalla personalità molto particolare che subito legherà con Rosalba, quasi a farci intendere come la protagonista non avesse un'amica fidata da molto molto tempo, così come quello di Costantino, investigatore privato improvvisato ed estremamente insicuro - anche in questo caso il suo background è spiegato in maniera efficacissima, nel giro di una scena di pochissimi minuti - di cui Grazia si innamora praticamente a prima vista.
"Pane e tulipani" affronta in maniera efficace due filoni narrativi - quello della nuova vita di Rosalba e quello di come prosegue la vita di Mimmo senza di lei - mettendo bene in evidenza le contrapposizioni tra i due e i motivi che hanno portato la protagonista a fuggire dalla sua condizione. Nel modo in cui viene narrata la routine di Mimmo a Pescara ho trovato una forte ironia da parte del regista - che è anche cosceneggiatore - che vuole in qualche modo evidenziare come l'uomo, una volta trovatosi senza la moglie, non riesca a mandare avanti la sua esistenza, cercando in qualche modo di affidarsi all'amante per sostituire la figura della moglie. Ancora più ironiche sono le sequenze che precedono il finale - che si rivelerà come il più classico dei lieti fini e in questo caso va davvero benissimo così - in cui sarà proprio l'amante ad assumere un ruolo fondamentale per prepararci al termine della vicenda.
"Carinissimo" è il termine che mi è venuto più naturale associare alla fine della visione a "Pane e tulipani", a ripensarci forse un po' riduttivo. Certo, la trama e il modo in cui vengono narrati portano a pensare a questo, ma la sceneggiatura estremamente curata e i personaggi approfonditi con la massima precisione possibile forse rendono la pellicola addirittura qualcosa di più.

giovedì 20 agosto 2020

H. P. LOVECRAFT DAY - Re-Animator di Stuart Gordon (1985)


USA 1985
Titolo Originale: Re-Animator
Sceneggiatura: Stuaert Gordon
Durata: 93 minuti
Genere: Horror


Nonostante i mesi estivi in cui, tra il lavoro matto e sfrenato del mese di Luglio e le meritatissime ferie del mese di Agosto, praticamente non ho scritto nulla su questo blog e ho anche avuto modo di vedere pochissimi film, quando la solita cricca di blogger si riunisce, io non voglio assolutamente mancare, men che meno quando si parla di un maestro dell'orrore come H. P. Lovecraft, di cui oggi ricorrono i centotrent'anni dalla sua nascita. Ammetto di non essere un gran conoscitore dello scrittore e nemmeno un grandissimo lettore in generale, ma è inutile negare quanto la sua influenza, per quanto riguarda il genere horror di tutto il secolo scorso, ma anche di questo, sia stata fondamentale per lo sviluppo non solo di film o di romanzi ispirati ai suoi scritti, ma addirittura di giochi da tavolo - come ad esempio "Le case della follia" - e di fumetti. Siccome però qui siamo praticamente tutti blog di cinema è giusto omaggiare lo scrittore nel modo che meglio conosciamo, quello di parlare di un film tratto dai suoi scritti e io ho scelto "Re-Aninmator" - anche se all'epoca della proposta dell'evento avevo anche in canna la recensione di "Color Out of Space", che è uno dei migliori horror che ho visto quest'anno, a mani basse - diretto da Stuart Gordon. Il regista, scomparso il 24 Marzo scorso, è famoso principalmente per questo film, per "Dolls", che prima o poi prometto di vedere, e anche per "Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi", mentre nel cast abbiamo Jeffrey Combs, uno che ha partecipato a non pochi film e che ancora continua a farne, e Bruce Abbott, mentre la protagonista femminile è interpretata da Barbara Crampton.
Tratto dal racconto "Herbert West rianimatore" di H. P. Lovecraft - altrimenti non saremmo qui a parlarne proprio oggi - il film racconta le vicende di Herbert West eccentrico ed ambizioso studente di medicina che durante i suoi studi riesce a scoprire un siero per riportare in vita i morti. Gli effetti di questo siero sulle persone riportate in vita però sembrano essere non controllabili in quanto i morti, una volta tornati, sembrano essere particolarmente aggressivi e violenti. Per trovare un modo per rendere il suo sieri più efficace e meno devastante sulla mente delle persone riportate in vita, inizia a studiare in un'università del Massachussets, dove affitta una camera assieme allo studente Dan Cain, a cui West mostrerà l'efficacia del suo siero riportando in vita il suo gatto. Dell'esperimento viene a conoscenza anche la fidanzata di Dan, Megan, che è anche figlia del direttore dell'ospedale. Dan parlerà del successo dell'esperimento con il direttore, ma le cose presto prenderanno una piega imprevista, quando il siero comincerà ad essere utilizzato nella maniera sbagliata.
Ammetto di non essere uno che conosce a menadito le storie scritte da H. P. Lovecraft e di averne lette davvero poche nella mia vita, nonostante in qualche modo sia praticamente impossibile negare quanto queste siano state influenti per il cinema dell'orrore degli anni a venire. Con "Re-Animator" per partecipare a questa rassegna ho fatto praticamente la stessa scelta che faccio sempre, quella di parlare di un film che non avevo mai visto, per avere l'occasione di vedere qualcosa di "nuovo" - nell'ottica delle mie visioni, ovviamente è impossibile parlare di film nuovo quando questo ha trentacinque anni. In qualche modo nel corso di questi anni "Re-Animator" è diventato un vero e proprio film di culto per gli appassionati del genere horror e i motivi sono presto identificabili durante e dopo la visione. Innanzitutto Stuart Gordon scrive e dirige un film che quadra dall'inizio alla fine, ma che soprattutto non si fa problemi a diventare molto molto violento quando c'è bisogno di esserlo, con il sangue e gli effetti speciali un po' posticci dell'epoca su cui di certo il comparto tecnico del film non si è risparmiato. Il tema del riportare in vita i morti fa un po' parte della letteratura dell'epoca in cui il romanzo è stato scritto, Lovecraft lo scrive nel 1922, solo cento anni prima era uscito "Frankenstein" di Mary Shelley e sicuramente gli intenti sono stati diversi, è praticamente certo però come il racconto di Lovecraft abbia in qualche modo fatto da precursore per il genere zombie come lo conosciamo in questo periodo e come lo abbiamo conosciuto negli anni successivi all'uscita del racconto.
Per quanto riguarda i miei gusti cinematografici non siamo certo davanti ad un film perfetto in tutto e per tutto, dal punto di vista della recitazione si sarebbe potuto fare decisamente di meglio e a volte in qualche passaggio ci ho visto qualche ingenuità e anche un po' di artigianalità, cose che comunque contribuiscono a dare fascino alla pellicola, che comunque, in fin dei conti, si lascia guardare dall'inizio alla fine e risulta essere un buon horror di intrattenimento, che ha poi aperto a diversi seguiti che prima o poi penso che potrei guardare, anche solo per completezza.

martedì 4 agosto 2020

NOTTE HORROR 2020 - Demoni di Lamberto Bava (1985)


Italia 1985
Titolo Originale: Demoni
Sceneggiatura: Dario Argento, Lamberto Bava, Franco Ferrini, Dardano Sacchetti
Durata: 88 minuti
Genere: Horror


Sono ormai sette anni che, con la solita cricca di blogger della rete, organizziamo "Notte Horror", l'evento che vorrebbe riportare indietro i lettori parlando di quei film che hanno in qualche modo contribuito al successo delle ormai famosissime rassegne estive presentate dallo Zio Tibia in cui venivano proposti film horror di qualsiasi tipo, sia pellicole estremamente tamarre e trash, sia altre di buona qualità o comunque dei veri e propri cult. Oggi, tra l'altro, siamo in una serata abbastanza particolare, perchè, in compagnia della Bolla de "Il Bollalmanacco" oggi si parla di "Demoni": io ora parlerò del primo film, mentre tra un paio d'ore dovrete tutti passare da lei, per la recensione di "Demoni 2". Per quanto riguarda "Demoni", invece, ci troviamo davanti ad uno di quei film la cui locandina presenta la dicitura "Dario Argento presenta", che in quel periodo quando usciva un film horror sembrava essere praticamente garanzia di qualità. Ammetto che, pur amando moltissimo il cinema horror italiano di quegli anni, di quel tipo di dicitura sulle locandine faccio sempre abbastanza fatica a fidarmi e "Demoni" è uno di quei film che, nonostante sia un cult per gli amanti del genere, ancora non ero riuscito a vedere. Nonostante la mia passione per il genere horror italiano, Lamberto Bava è uno di quei registi che non sono mai, per qualche motivo ancora ignoto, riuscito ad esplorare e se si esclude la visione di "A cena col vampiro", film per la televisione che vabbeh, lasciamo perdere, troppo trash, è un regista la cui produzione proprio non conosco, così come non conosco buona parte degli attori che hanno partecipato al film, sui quali ritorneremo più avanti.
Cheryl ritrovatasi da sola dopo essere scesa dalla metropolitana di Berlino, incontra un uomo con una strana maschera che gli copre metà della faccia: inizialmente spaventata da lui, scopre che l'uomo voleva solamente darle due inviti per partecipare ad una prima al cinema Metropol, di un film non specificato. Alla proiezione verrà invitata anche la sua amica Kathy e all'interno le due incontreranno due ragazzi, George e Ken, che si siederanno vicino a loro durante la visione. Poco prima dell'inizio del film, una donna indosserà una maschera esposta nel salone e, dopo essersela tolta, si procura un taglio sul volto che, durante la proiezione del film, le provocherà una grossa crisi. Il taglio procurato dalla maschera la trasformerà in un demone famelico che, contagiando anche altri spettatori, metterà a ferro e fuoco il cinema, provocando il panico tra gli spettatori.
Per quanto riguarda i miei gusti cinematografici "Demoni" è un film dalla doppia faccia, tanto che ci sono delle cose che ho particolarmente apprezzato, nonostante spesso virino sul trash più assoluto, mentre delle altre che ho veramente fatto molta fatica a sopportare. Partiamo dalle cose positive. Posto che, lo si vede anche da solo due film, Lamberto Bava non è minimamente vicino alle capacità registiche del padre, a me questo modo abbastanza sporco di fare cinema non ha mai fatto schifo, anzi, a volte ci vedo molta più anima in film che comunque mostrano un sacco di errori, piuttosto che in film tecnicamente perfetti, soprattutto quando al loro interno di vuol far vedere una particolare idea di cinema. Sono passati trentacinque anni dalla sua uscita al cinema e c'è da dire che il film non è che sia invecchiato benissimo, paura non ne fa neanche per sbaglio guardato ai giorni nostri, ma c'è la giusta dose di gore tamarro che cercavo in un film horror con cui partecipare per la settima volta a questa bellissima rassegna e ultimo, ma non meno importante, il film presenta una colonna sonora che mi fa uscire di testa. Intanto il pezzo "Demons" dei Goblin, che fa da apertura e da chiusura, lo avevo sentito al concerto di Novembre a Milano della band di Claudio Simonetti e contestualizzato con la visione del film avvenuta qualche giorno fa è davvero perfetto, aggiungiamo poi altri pezzi di band come i Mötley Crüe, gli Accept, gli Scorpions o Billy Idol - la famosissima "White Wedding" - e io vado letteralmente fuori di cervello.
Passiamo ora agli aspetti negativi. Detto che il film l'ho trovato seriamente divertentissimo e coinvolgente e che a me gli effetti speciali fatti in quel modo piacciono sempre particolarmente - adoro i trucchi artigianali, resi capolavoro da Sam Raimi in film come "La casa", e i mostri presentati come fa "Demoni", non ci posso far nulla -, ho trovato che la sceneggiatura fosse decisamente la parte debolissima della pellicola, piena di elementi la cui utilità l'ho trovata abbastanza dubbia - se fosse stato solo uno lo si sarebbe potuto chiamare MacGuffin, ma qui ci son tante cose che ci sono nel film, ma poi non si rivelano particolarmente utili - e che punta molto di più sulla fuga dai demoni e su qualche scena gore ben piazzata. Poi la recitazione, oddio, la recitazione che c'è in questo film, da far male, malissimo, agli occhi e alle orecchie, una roba quasi ignobile. Non che negli horror italiani di quel periodo la recitazione fosse mai stata il punto forte, ma qui è tutto estremamente enfatizzato, caricato, eccessivo, poco credibile, gli attori in qualche modo sono riusciti nel difficile compito, con la loro recitazione, di rendere il film ancora più folkloristico e caratteristico, nonostante sia a livelli veramente pessimi. E non riesco nemmeno a soffermarmi su uno o sull'altro, ci sono battute che sono dette in un modo che fanno davvero sanguinare le orecchie.
Per queste ed altre cose però il film è davvero perfetto per la rassegna e, ammetto di non aver ancora visto "Demoni 2... L'incubo ritorna", ha un finale che è proprio una dura e pura preparazione al sequel, probabilmente già un progetto per regista e sceneggiatori ancora prima della produzione di questo film e che, vi ricordo, dovete andare a leggere intorno alle 23 dalla Bolla!


Se poi vi foste persi i precedenti appuntamenti con la rassegna, ecco qui i link (che verranno anche aggiornati in corso d'opera) e il programma completo!

7 luglio 2020, ore 21: La bara volante (Freaked - Sgorbi)
7 luglio 2020, ore 23: Kings of Horror (The Nightflier)

14 luglio 2020, ore 21: Il Zinefilo (Il tunnel dell'orrore)
14 luglio 2020, ore 23 White Russian (Radice quadrata di tre)

21 luglio 2020, ore 21: The Obsidian Mirror (Gutterballs)
21 luglio 2020, ore 23: La fabbrica dei sogni (Hemogoblin)

28 luglio 2020, ore 21: Cooking Movies (L'armata delle tenebre)
28 luglio 2020, ore 23: Director's cult (Tutti i colori del buio)

4 agosto 2020, ore 23: Il Bollalmanacco di cinema (Demoni 2)

lunedì 27 luglio 2020

Catfight - Botte da amiche di Onur Tunkel (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Catfight
Regia: Onur Tunkel
Sceneggiatura: Onur Tunkel
Durata: 96 minuti
Genere: Commedia


Dal punto di vista delle visioni filmiche, in queste ultime settimane, sono in crisi nera, un po' il lavoro che mi sta assorbendo moltissimo e un po' la voglia di uscire che si fa viva in queste sere di Luglio ed ecco che, come anche negli scorsi anni, nel mese che anticipa le mie vacanze - manca ancora poco fortunatamente - come succede da anni a questa parte, non riesco a vedere i film che vorrei e non riesco a scriverne, se non diminuendo di molto la frequenza dei post. Nel corso del mese di Luglio poi la scoperta della pagina Netflix Festival su Facebook, che si concentra sui film nascosti e quasi introvabili nel catalogo della nota piattaforma di streaming, mi ha dato delle visioni più o meno interessanti e dei grossi spunti di riflessioni. Il film di cui vi parlo oggi, "Catfight - Botte da amiche" - il cui sottotitolo fa pensare ad una commediaccia di cattivo gusto, ma è la conferma che gli adattatori dei titoli italiani abbiano davvero del cattivo gusto per venire fuori con stupidate del genere -, l'ho scoperto proprio grazie alla pagina citata e ci mostra un cast prevalentemente femminile tra cui spiccano una straordinaria Sandra Oh nei panni di Veronica Salt e un'ottima Anne Heche nei panni di Ashley Miller. Il regista è Onur Tunkel che nel 2016 ha presentato il film in anteprima al Toronto Film Festival, poi la pellicola fu distribuita in un numero abbastanza limitato di sale per poi finire relegato all'home video, nonostante il buon riscontro da parte della critica.
Veronica e Ashley sono due donne che all'inizio del film vivono vite completamente agli antipodi: la prima è di famiglia abbastanza ricca, vive in un appartamento di SoHo assieme al figlio sedicenne e al marito che, grazie all'imminente guerra in Medio Oriente, sta per diventare ancora più ricco; la seconda invece è un'artista non di grande successo, che per guadagnare qualche soldo fa occasionalmente la cameriera assieme alla sua compagna a delle feste private. Le due si incontrano ad una serata in cui Ashley è chiamata a lavorare e si scopre che in qualche modo, un tempo, erano molto amiche, ma, per qualche motivo, non si sono più viste per vent'anni. Tra le due dopo i normali convenevoli iniziano a riaffiorare i vecchi rancori e tra le due scatta una rissa violentissima, al termine della quale Veronica, dopo essere caduta dalle scale, finirà in coma per due anni, ritrovandosi poi, al suo risveglio, povera, con il figlio morto in guerra dopo essersi arruolato da volontario e marito morto suicida.
Ho approcciato alla visione di questo film sapendo il meno possibile, il minimo indispensabile per convincermi a dare un'opportunità a questa visione che mi è stata in qualche modo proposta dalla già citata pagina Facebook, che è innegabilmente utilissima, soprattutto per uno come me a cui non piace particolarmente fare zapping sul catalogo di Netflix, ma preferisco di gran lunga, quando accendo la piattaforma di streaming, andare dritto verso ciò che voglio vedere. La scelta, nonostante il genere a cui appartiene il film non sia particolarmente nelle mie corde, devo dire che è stata abbastanza azzeccata: ciò che viene portato in scena dal regista e dallo sceneggiatore è un film che fondamentalmente si appoggia ad una vicenda drammatica, nel tentativo però di creare una commedia dalla comicità abbastanza ondivaga, che spazia tra la più classica scazzottata di budspenceriana - azz che termine che ho coniato - memoria e dei dialoghi che non si risparmiano mai battute cattivissime e talvolta anche politicamente scorrette. Si vede, nelle scazzottate che vengono mostrate nel corso della durata del film, la volontà del regista di dare da una parte la massima drammaticità, di far vedere l'odio tra le due protagoniste, senza che si sappia mai per davvero quale sia stato il motivo del loro litigio avvenuto una ventina di anni prima, ma rinunciando completamente al realismo, i pugni e le botte tra le due sono estremamente rumorosi e talvolta si fa utilizzo di armi contundenti che tramortirebbero chiunque, mentre loro continuano a darsele di santa ragione. É interessante poi vedere come in seguito ad ogni scazzottata la vita delle protagoniste cambi radicalmente e si vede anche come cambia il comportamento delle persone che ruotano attorno alle loro vite. Da questo punto di vista sicuramente più interessante è la storia di Ashley, che ha una spassosissima e timidissima assistente che lei sfrutta senza farsi troppi problemi, mentre nel frattempo cerca di avere un figlio, tramite inseminazione artificiale, con la sua compagna, mentre dall'altro lato la storia di Veronica, oltre all'elaborazione del lutto - comunque secondo me ben ritratta - non ha moltissimo da proporre.
Insomma, se vi capita di avere un'oretta e mezza e volete investirla guardando una bella commedia, sicuramente non convenzionale e con battute piccanti nelle quali la sceneggiatura non si trattiene e non si fa problemi anche a risultare politicamente scorretta, "Catfight - Botte da amiche" - magari anche senza sottotitolo se volete - potrebbe essere il film giusto per voi, divertimento e momenti di riflessione sono assicurati!

Voto: 7,5