giovedì 9 aprile 2020

Bloodshot di David S. F. Wilson (2020)



USA 2020
Titolo Originale: Bloodshot
Sceneggiatura: Eric Heisserer, Jeff Wadlow
Durata: 109 minuti
Genere: Azione, Fantascienza


Sono pronto ad ammettere candidamente che, se vivessimo una situazione di normalità e dopo aver visto nel mese di Gennaio i trailer al cinema, quando ancora si poteva andare, che in sala, a vedere questo film, ci sarei andato proprio di corsa. É che io alle tamarrate in cui Vin Diesel fa il tamarro, a parte la saga di "Fast and Furious" che dopo il primo capitolo - e già durante il primo capitolo aveva iniziato a stufarmi tantissimo - ha iniziato a farmi schifo, non riesco proprio a resistere, motivo per cui mi sono sparato film come "xXx" - che ricordiamo inizia con "Feuer Frei" dei Rammstein a tutto volume - e il suo terzo capitolo, oppure cose come "Pitch Black", tutte mezze cazzatone che io mi sono guardato per la presenza di un attore tamarro che fa il tamarro e che obiettivamente negli ultimi anni non so se abbia imparato a fare altro. "Bloodshot" però sembrava uno di quei film che avrebbe potuto fare al caso mio: presosi una pausa dalla saga cui l'attore sta dedicando quasi tutte le sue risorse, eccolo alle prese con il primo cinecomic tratto dai fumetti della Valiant Entertainment, che non so bene dove si collochi rispetto alle ben più quotate Marvel e DC, ma non leggendo i fumetti e non seguendone moltissimo il mondo la colloco, arbitrariamente, al terzo posto, in cui viene diretto da David S. F. Wilson, perfetto sconosciuto a cui viene affidato il cinecomic e a cui viene impedito di pensare, d'altronde spegnere il cervello a un novellino è sicuramente più facile che farlo spegnere ad uno come James Gunn, ma poi i risultati quali sono?
Ray Garrison è un soldato che viene ucciso in seguito ad un rapimento, durante il quale è stata uccisa anche la moglie. L'uomo, grazie all'uso di nanotecnologie e considerando il fatto che l'esercito degli Stati Uniti ha donato il suo corpo per la ricerca, in quanto nessun familiare lo aveva reclamato, viene riportato in vita dal progetto Project Rising Spirit. L'uomo diventerà così Bloodshot, un antieroe con una forza sovrumana che, grazie alle nanotecnologie presenti nel suo corpo, è in grado di rigenerarsi molto velocemente e di comunicare con buona parte dei computer. Presto i ricordi di quando l'uomo era in vita cominceranno a riaffiorare, mentre nel frattempo viene mandato a compiere varie missioni in cui verrà convinto, di volta in volta, di aver trovato i suoi assassini e quelli di sua moglie, in modo da motivarlo nel modo giusto al compimento della missione.
Ammetto che prima della visione non è che avessi grandi aspettative e forse, se lo avessi visto al cinema e non in streaming come oramai siamo, se interessati ovviamente, costretti a fruire dei nuovi film che sarebbero dovuti uscire nelle sale in questo periodo, magari mi avrebbe esaltato un po' di più. Il problema è che quando io guardo un film del genere non è che pretenda grandi cose: una buona dose di mazzate, di botte, di menare, di cose distrutte e una trama - che per quanto mi riguarda ci sono volte in cui può tranquillamente passare in secondo piano - che si possa seguire senza problemi, ma che al contempo non sia troppo prevedibile. Diciamo che con "Bloodshot" ho avuto fondamentalmente due problemi, non proprio di poco conto: le mazzate, le botte, il menare, ci sono, ma nemmeno così tanto e la trama a tratti ho fatto veramente fatica a seguirla, non perchè particolarmente complicata, penso sia la cosa meno elaborata di tutto il film a dire la verità, ma perchè è un film che ci mette una vita proprio a partire. É un po' come quando nelle gare di automobilismo le automobili fanno rombare il motore prima della partenza e poi, quando viene dato ufficialmente il via, rimangono ferme perchè gli è scoppiato il motore. Insomma, tantissimo fumo e niente arrosto per questo film che proprio, durante la visione, non è che mi sia andato molto giù.
In "Bloodshot" ho dunque ritrovato tutta una serie di cose per cui spesso e volentieri rifuggo dai film d'azione, una serie di cose che però non avrei pensato di trovare in un cinecomic, che sono un genere cinematografico che mi piace particolarmente e che qui invece non mi è sembrato sia stato particolarmente rispettato. Forse, un film d'azione classico con i pugni e i colpi di pistola e un personaggio normale al posto di un supereroe come protagonista, diretto e scritto in questo modo, avrebbe potuto funzionare meglio rispetto al film in questione, che per protagonista ha un supereroe. Non posso nemmeno dire che la visione mi abbia particolarmente deluso, mi ha semplicemente lasciato indifferente, dall'inizio alla fine e questo forse mi dà ancora più fastidio che trovarmi davanti ad un film brutto, ho la sensazione di perdere tempo, almeno un film brutto mi fa arrabbiare, questo nemmeno l'arrabbiatura, quindi proprio non ce n'è da parte di questa pellicola.

Voto: 5

martedì 7 aprile 2020

Snowpiercer di Bong Joon-ho (2013)


USA, Corea del Sud 2013
Titolo Originale: Snowpiercer
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Kelly Masterson
Durata: 126 minuti
Genere: Fantascienza, Azione


Siamo arrivati al penultimo appuntamento - anche se coltivo ancora la speranza di riuscire a recuperare il suo primissimo film, praticamente introvabile - relativo allo speciale su Bong Joon-ho, che si concluderà con la recensione di "Okja", che da quando è uscito non l'ho ancora visto, mentre "Parasite" può essere in qualche modo considerato come il primo appuntamento, quanto meno è stato il film che mi ha fatto venire l'idea di farne uno speciale. "Snowpiercer" tra l'altro era, prima che iniziassi questa rassegna e prima di vedere "Parasite", l'unico film del regista che avevo già visto, il primo dei due tentativi fatti con il cinema hollywoodiano e devo dire sicuramente ben riuscito, non mi sorprenderei ora, dopo l'Oscar di vederlo fare altre sortite nel cinema statunitense, anche se sicuramente il suo meglio lo ha dato con i suoi film girati in patria. Protagonista del suo quinto film come regista è Chris Evans, che all'epoca dell'uscita del film nei cinema già vestiva da un paio di anni i panni di Capitan America, il ruolo che lo ha sicuramente fatto conoscere al mondo intero, mentre sono presenti nel cast sia grandi attori del cinema statunitense, come Tilda Swinton, Octavia Spencer e Ed Harris, sia l'onnipresente Song Kang-ho, ma anche l'attrice Go Ah-sung.
Siamo nel 2031, il mondo intero è stato decimato da una nuova era glaciale artificiale, indotta da esperimenti scientifici falliti che perseguivano il tentativo di rallentare e di fermare il surriscaldamento globale. I pochi superstiti rimasti al mondo vivono la loro vita all'interno di un treno che gira ininterrottamente intorno al mondo, muovendosi grazie ad un motore apparentemente perpetuo. All'interno del treno vivono diversi strati della società umana: le persone più povere, che hanno lottato per ottenere un posto su quel treno, stanno nei vagoni in coda, nutrendosi esclusivamente di barrette proteiche, mentre i più ricchi stanno in testa al treno. Gli abitanti dei vagoni di coda sono continuamente oppressi dalla milizia che, periodicamente, rapisce i loro bambini e punisce tutti quegli adulti che non sottostanno al loro volere. Curtis e Edgar sono due amici che abitano proprio in un vagone di coda che, di fronte all'ennesimo sopruso, decidono di ribellarsi all'ordine delle cose scatenando una rivolta con l'obiettivo di arrivare in testa al treno e di ucciderne Wilford, il creatore del treno.
Nel corso di questi sette anni passati dall'uscita nei cinema di questo film, ancora non mi spiego come sia possibile che non abbia ottenuto il successo che meritava. Sì, sicuramente rispetto agli altri suoi lavori che al cinema qua in Italia non ci sono nemmeno arrivati, o sono arrivati solamente quest'anno come ad esempio "Memories of Murder", il successo è stato maggiore, anche perchè siamo davanti ad una pellicola che, a livello di concept, di persone in sala ne porta sicuramente di più, ma alla fine "Snowpiercer", ancora non so bene il perchè, non è davvero stato apprezzato come avrebbe meritato. Eppure il primo film hollywoodiano del più "americano" dei registi coreani - inutile negare che il suo stile strizzi moltissimo l'occhio al cinema statunitense - è per quanto mi riguarda un vero e proprio gioiellino: innanzitutto vediamo ancora una volta la tematica della lotta di classe, prima che venisse esplorata in tutta la sua potenza in "Parasite" e dopo che anche "Madre", in qualche modo, prendendolo più alla larga, affrontasse il problema, in secondo luogo ha una struttura narrativa veramente interessante che dà l'impressione allo spettatore che i protagonisti della vicenda, i fautori della rivolta, si muovano affrontando dei livelli sempre più difficili e ogni livello è un vagone del treno in cui le condizioni di vita sono sempre più distanti dalle loro. Come anche gli altri film del regista, però, non siamo davanti ad una pellicola dal ritmo forsennato, anzi, il ritmo è molto ragionato e l'azione viene messa al suo servizio, non è assolutamente mai frenetico e funziona proprio per questo motivo.
Dal punto di vista registico appare ancora una volta cristallino davanti agli occhi dello spettatore il talento di Bong Joon-ho, difficilissimo, da questo punto di vista, trovare un suo film fatto male, è talmente bravo dietro la macchina da presa e i suoi film hanno una tale fotografia che proprio non gli si può dire assolutamente niente. Sono poi inoltre da elogiare le ottime interpretazioni degli attori coinvolti, con Chris Evans che smette temporaneamente i panni di Capitan America, come spesso ha fatto anche nel corso di questi dieci anni di Marvel Cinematic Universe, dando prova della sua bravura a livello recitativo, mentre Song Kang-ho, che si esprime per tutto il film nella sua lingua, è sempre un piacere quando lo si vede all'opera. Ottime anche Tilda Swinton e Octavia Spencer, mentre Ed Harris diventa protagonista in un enigmatico finale in cui viene mostrato in tutta la sua ambiguità. Insomma, la prima sortita nel cinema hollywoodiano di Bong Joon-ho è cinematograficamente memorabile, un film da vedere e rivedere in cui la tematica principale viene affrontata in modo chiaro attraverso una metafora estremamente studiata e congegnata.

lunedì 6 aprile 2020

Il signor Diavolo di Pupi Avati (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: Il signor Diavolo
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Tommaso Avati
Durata: 86 minuti
Genere: Horror


Quando nell'estate del 2019, appena tornato dalle mie vacanze in Giappone e in Corea del Sud, mi si è presentata la possibilità di scegliere tra la visione di due film horror italiani, "Il signor Diavolo" e "The Nest - Il nido", ho scelto il secondo, semplicemente perchè, essendo un film d'esordio, avevo come la sensazione che sarebbe rimasto meno tempo in sala e visto che provavo un certo interesse non avrei dovuto perderne l'occasione. É successo poi che, per un motivo o per l'altro, "Il signor Diavolo", di Pupi Avati, regista sicuramente più rinomato di Roberto De Feo anche se negli ultimi anni non viene particolarmente calcolato, un po' come tutti i grandi registi che non hanno in qualche modo voluto sottostare alla logica del mercato cinematografico, non ha avuto sto gran successo - cosa sicuramente prevedibile - e non sono riuscito ad andarlo a vedere al cinema, motivo per cui ho dovuto attendere fino alla pubblicazione su Now TV per potermelo gustare. Ammetto di non essere un grande esperto del cinema di Pupi Avati, ma di aver visto qualche suo thriller e qualche suo horror e di essere rimasto abbastanza colpito dal suo stile soprattutto dopo la visione de "La casa dalle finestre che ridono", che mi aveva affascinato anche grazie al suo finale estremamente enigmatico. Protagonisti de "Il signor Diavolo" sono Gabriel Lo Giudice, il giovane Filippo Franchini, Chiara Caselli e Alessandro Haber, che quando c'è bisogno di un buon caratterista non manca mai.
Siamo a Roma, nel 1952: Furio Momentè è un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia che viene inviato a Venezia per indagare su un caso di omicidio che coinvolge il giovane Carlo Mangiorgi, che ha confessato di aver ucciso il suo coetaneo Emilio Vestri Musy perchè convinto trattarsi del Diavolo. Il delitto si potrebbe rivelare molto scomodo per le alte sfere della Democrazia Cristiana, in quanto sembra essere fomentato da superstizione religiosa e nel quale sarebbero anche stati coinvolti una suora e un sacrestano. La madre di Emilio inoltre in passato era una fervente sostenitrice della Democrazia Cristiana, diventata acerrima nemica della Chiesa e del governo in seguito all'accaduto. L'obiettivo di Furio è quello, nella sua indagine, di trovare elementi che possano scagionare la suora e il sacrestano e di cercare il più possibile di insabbiare il caso.
Davanti alla visione di questo film ho avuto reazioni abbastanza contrastanti, devo ammettere: da una parte la storia che viene narrata mi ha affascinato davvero molto, mentre dall'altra, nonostante la breve durata, penso che il ritmo narrativo non sia stato gestito al meglio e in alcune casi il regista si è lasciato andare a lungaggini di troppo che hanno fatto calare un po' l'attenzione. L'idea di fondo che viene data nel film è in realtà molto affascinante: al protagonista della vicenda, Carlo, viene data un'educazione religiosa tale per cui il Diavolo sia una creatura da temere, ma a cui tributare il giusto rispetto, tanto da chiamarlo "signor Diavolo", proprio come il titolo fa intendere, sempre lo stesso protagonista è però vittima delle superstizioni di quel periodo che lo portano all'odio e alla paura verso Emilio, un suo coetaneo dall'aspetto mostruoso e con denti simili a quelli di un maiale. La storia che gira in paese è quella secondo cui la madre abbia concepito suo figlio proprio accoppiandosi con un maiale e che in seguito all'accoppiamento tra un uomo - la più importante delle creature divine - con un maiale - quella che sarebbe la più "bassa" - abbia fatto nascere, nel corpo di un ragazzo, il Diavolo. C'è sicuramente molta religione e molta superstizione in questo film ed è proprio questo elemento che mi ha affascinato maggiormente, con Pupi Avati che sa alla grande come creare l'atmosfera giusta per questo tipo di film, insinuando il sospetto nello spettatore, ma senza mai dare vere e proprie risposte, nemmeno al termine della pellicola.
A convincermi di meno in questo ultimo lavoro del regista sono state principalmente due cose: innanzitutto il livello recitativo mi è parso medio-basso, io sono uno che apprezza particolarmente una recitazione il più possibile spontanea e realistica, mentre qui in alcuni frangenti gli interpreti mettevano un po' troppa enfasi nel pronunciare le loro battute. In secondo luogo nonostante la breve durata del film, la canonica ora e mezza, in alcuni frangenti il ritmo narrativo non mi è parso gestito benissimo e ci si perde in dialoghi eccessivamente lunghi che spezzano un po' il ritmo e la tensione che invece, in altre scene, è costruita benissimo. Qui in genere potrebbe venir richiesto di prendere posizione, tra chi ha voluto affossare questo film come uno dei peggiori del regista e chi invece lo ha esaltato, ritenendolo tra i migliori film horror usciti nella scorsa annata. Ecco, io, come spesso e volentieri accade, sto nel mezzo: sicuramente è un film affascinante che prova a ricordare all'industria cinematografica italiana che oltre alla commedia, al dramma e al true crime - dove negli ultimi anni sono usciti i nostri film migliori - c'è un mondo da esplorare e che fino a trent'anni fa esploravamo con costanza, mentre dall'altro lato il ritmo a volte ho fatto fatica a reggerlo e mi sono affaticati in certi passaggi della pellicola.

Voto: 6,5

venerdì 3 aprile 2020

Darkest Minds di Jennifer Yuh Nelson (2018)

USA 2018
Titolo Originale: The Darkest Minds
Sceneggiatura: Chad Hodge
Durata: 104 minuti
Genere: Fantascienza


E' abbastanza difficile in questo periodo trovare il film giusto da vedere, un po' per la scarsissima voglia di impegnarmi con visioni di più alto livello, un po' perchè il fatto di non avere moltissimi film nuovi a disposizione che in realtà avrebbe potuto stimolarmi ai recuperoni acculturati, mi ha un po' tagliato le gambe e a dirla tutta anche perchè potrebbe non sembrare, ma sto lavorando tantissimo da casa, fortunatamente la mia azienda non sta risentendo moltissimo di questo periodo - o almeno, vista la mole di lavoro che ho, questo è ciò che percepisco - e di cose da fare ce ne sono una marea e continuano ad aggiungersene. Ho deciso dunque una settimana fa di dare un'opportunità ad una pellicola uscita nei nostri cinema ad Agosto del 2018, precisamente il giorno prima di Ferragosto e io ero ancora in ferie, motivo per cui non l'ho vista nel periodo in cui è uscita e non ho avuto la voglia di recuperarla dopo. Eppure io con i futuri distopici vado abbastanza d'accordo e vado ancora di più d'accordo con i superpoteri, quindi il film un pochino devo dire che mi ispirava. Regista del film è Jennifer Yuh Nelson, che ha diretto il secondo e il terzo capitolo della (per ora) trilogia di "Kung Fu Panda", mentre tra i protagonisti ci sono praticamente solo giovanissimi attori: Amanda Stenberg veste i panni della giovane protagonista Ruby, mentre nel cast abbiamo anche Harris Dickinson e Skylan Brooks.
Siamo in un futuro non ben precisato in cui il 98% dei bambini e dei ragazzi degli Stati Uniti sono stati uccisi da una misteriosa epidemia. Il 2% che è riuscito a sopravvivere ha sviluppato strani poteri paranormali, di cui gli adulti e il governo del paese sembrano avere paura, dato che i sopravvissuti vengono rinchiusi in delle specie di lager in cui, in base al potere che dimostrano di aver sviluppato, vengono catalogati secondo una scala di pericolosità, in cui i verdi sono i meno pericolosi e i rossi e gli arancioni quelli più pericolosi, che vanno uccisi all'istante. La protagonista Ruby Daly è l'unica bambina sopravvissuta nel suo quartiere e, dopo aver per errore cancellato la memoria dei suoi genitori nel tentativo di rassicurarli, viene portata in uno dei campi di lavoro allestiti dove, in seguito ai test svolti su di lei, si scoprirà che si tratta di un arancione. Grazie al suo potere riuscirà però a fermare il dottore e a farsi catalogare come una verde e passerà così molti anni all'interno del campo, fino a che, grazie a degli infiltrati, verrà finalmente tirata fuori per unirsi ad altri ragazzi come lei e combattere una grande battaglia.
Nessuno sano di mente potrebbe avere grandi pretese dalla visione di "Darkest Minds", soprattutto se l'età dell'adolescenza è passata ormai da più di dieci anni e si è un po' fuori target come nel mio caso, anche se, a dire la verità, guardo ancora a prodotti adolescenziali - più quelli in cui viene narrato il mondo scolastico, piuttosto che quelli fantascientifici, anche se non disdegno affatto anche i secondo - con un certo trasporto ed un certo gusto, inutile tentare di nasconderlo. Ed è proprio quello prevalentemente adolescenziale il target di questo film, tratto dall'omonimo romanzo di Alexandra Bracken del 2012 che personalmente non conoscevo. E un film come "Darkest Minds" ti dà esattamente quello che ti aspetti durante la visione: innanzitutto non fa schifo e non è una visione stupida - e questo è già un ottimo punto di partenza -, a ciò aggiungiamo dei buoni effetti speciali, la giusta dose di azione e la storia d'amore tra due giovani e siamo proprio davanti ad un teen-drama, in cui i teen hanno i superpoteri, fatto e finito. Ora lungi da me stare qui a parlarvi di quello che non è manco per sbaglio un capolavoro del genere, ma non è nemmeno così male come la distribuzione, che lo ha messo nel giorno peggiore per distribuire un film qui in Italia, ci aveva fatto intendere con il suo posizionamento nel calendario. Non vi aspettate però di rimanerne sorpresi o di rimanerne oltre modo affascinati: da "Darkest Minds" non avrete nè nulla di più nè nulla di meno di ciò che vi potreste aspettare e ciò, aggiunto ad una buona gestione del ritmo, fa si che i problemi del film passino in secondo piano. Insomma, si fa guardare senza particolari difficoltà dall'inizio alla fine.

Voto: 6

giovedì 2 aprile 2020

Il buono, il matto e il cattivo di Kim Ji-woon (2008)



Corea del Sud 2008
Titolo Originale: 좋은 놈, 나쁜 놈, 이상한 놈 (Joheun nom nabbeun nom isanghan nom(
Regia: Kim Ji-woon
Sceneggiatura: Kim Ji-woon, Kim Min-suk
Durata: 139 minuti
Genere: Western


In questi giorni di quarantena le iniziative cinematografiche da parte di siti vari si sprecano, non ultima la pubblicazione in streaming, con pagamento ad un costo quasi doppio - per varie ragioni per cui molti si sono lamentati, ma secondo me sensate - di quei film che sarebbero dovuti uscire nei cinema proprio in questo periodo. Una delle iniziative più interessanti, anche se in realtà c'è già da qualche anno, ma nessuno ne aveva mai parlato perchè era a pagamento e, in effetti, non era poi molto sfruttata, è quella di MyMovies, che ha allestito una vera e propria sala virtuale: fino al 5 Aprile tre film ogni sera - più a volte altre proiezioni nel corso della giornata -, uno alle 20, uno alle 21 e uno alle 22. Si inizia agli orari indicati, non si scappa e nella maggior parte dei casi è necessaria una prenotazione del posto. Le persone che possono guardare il film, gratuitamente fino al 5 Aprile, sono infatti limitate, forse per evitare i problemi di rete che ieri ha avuto l'INPS, roba che se tutti imparassimo un po' di più da Pornhub per quanto riguarda la sicurezza informatica - ma anche per quanto riguarda il servizio offerto eh... - vivremmo in un mondo perfetto a livello informatico. Ovviamente non vengono proposti i blockbusteroni o i film di grido, ma quei film che un pubblico ristretto potrebbe avere interesse a guardare, molti dei quali, proposti nel corso di queste settimane, arrivano dall'oriente. Ho deciso dunque di prenotarmi per la visione di "Il buono, il matto e il cattivo", film diretto nel 2008 da Kim Ji-Woon, regista che non ho mai avuto modo di esplorare, ma che nel corso degli ultimi anni ha diretto un sacco di film che mi sarebbe interessato vedere e che non sono mai riuscito a trovare il tempo e la voglia per guardarli. In questo omaggio velatissimo al cinema di Sergio Leone, il regista chiama a sè tre attori straordinari: uno è Song Kang-ho, che sta diventando un po' l'equivalente coreano di ciò che è Denzel Washington nei film in cui c'è bisogno di un attore di colore, gli altri due sono Jung Woo-sung e Lee Byung-hun.
Siamo in Manciuria negli anni Trenta: il servitore di un mercante coreano viene incaricato di vendere una mappa che secondo la leggenda guiderebbe ad un ricchissimo tesoro. L'intenzione del mercante è però quella di recuperare la mappa dopo la vendita, per questo motivo assolda Park Chang-yi, soprannominato Manciuria Kid. Nel tentativo di assaltare il treno su cui viaggia il nuovo proprietario della mappa, Manciuria Kid si imbatterà in Park Do-won, cacciatore di taglie assoldato dalla resistenza anti-giapponese, che da tempo è sulle tracce del bandito, ma il piano di entrambe le figure viene vanificato dall'ingresso in scena di Yoon Tae-gu che, fingendosi un venditore di stuzzichini, riuscirà ad arrivare nelle carrozze importanti del treno, impadronendosi della mappa. Verrà però coinvolto nel deragliamento del treno organizzato da Park Chang-yi che causa la morte sia di civili sia di molti militari giapponesi. Tae-gu riuscirà però a scappare con la mappa e inizierà questa caccia i cui i tre protagonisti saranno coinvolti per ritrovare la mappa e il tesoro ad essa collegato.
Non so bene il perchè, ma a me l'idea di vedere un western coreano inizialmente faceva ridere tantissimo, fosse anche solo per il fatto che è impossibile ambientare in Corea una storia ambientata nel far West, quando la nazione si trova in estremo Oriente. Disquisizioni a parte, al termine della visione ho provato un certo entusiasmo, ho trovato il film bellissimo e coinvolgente, neanche troppo lungo e pieno di citazioni ad un film come "Il buono, il brutto e il cattivo" che hanno fatto la storia non soltanto del cinema italiano, ma di tutto il cinema mondiale. Ammetto che non avevo mai visto nella mia vita un western prodotto in un paese orientale, ma quello che secondo me è il vero punto di forza del film è il fatto di seguire da una parte quelli che sono i punti cardine del genere, i duelli, le sparatorie, gli inseguimenti nel deserto e le inquadrature a tre quarti, senza però dimenticarsi che pur sempre di cinema orientale si sta parlando quindi non mancano combattimenti corpo a corpo, sequenze con le spade e riferimenti alla storia coreana, con la mappa che parte dall'essere un pretesto per trovare un normalissimo tesoro, fino a diventare elemento fondamentale per risolvere il problema dell'occupazione della Corea da parte dei giapponesi, che poi si risolverà in realtà il 15 Agosto del 1945 - io il 15 Agosto dell'anno scorso ero proprio in Corea e lì è una festa sentitissima, quella della liberazione dai giapponesi. I tre personaggi principali sono caratterizzati e interpretati a meraviglia e non c'è una vera e propria distinzione tra bene e male nei loro gesti: Do-won, il "buono", è un cacciatore di taglie che non si fa problemi ad uccidere a tradimento, se necessario; Chang-yi, il "cattivo", è un personaggio ambiguo dall'inizio alla fine, spietato criminale, ma con un conto in sospeso da risolvere; Tae-gu, il "matto" è un po' la variabile impazzita del film, importantissimo per la vicenda, ma indecifrabile nelle sue azioni e per questo divertentissimo.
In "Il buono, il matto e il cattivo", per tutte le due ore e passa della sua durata, c'è assolutamente di che divertirsi: il ritmo della narrazione è forsennato, non ci si annoia nemmeno un minuto, il tono a volte diventa grottesco e la colonna sonora alterna pezzi magnifici, quasi tutti i brani sono composizioni originali coreane, ad altri che ad una primissima impressione potrebbero sembrare da denuncia - e forse lo sono -, ma a pensarci bene, per alcune scene specifiche, non mi sarei potuto aspettare una scelta diversa, in linea con il tono della pellicola, vedi, ad esempio, un combattimento lunghissimo con cavalli, moto ed esplosioni accompagnato da "Don't let me be Misunderstood" di Santa Esmeralda, già usata anche da Quentin Tarantino nel suo "Kill Bill". Pazzesco è poi il triello finale tra i tre protagonisti, uno stallo alla messicana carico di tensione che viene però risolto anche in maniera abbastanza grottesca e per nulla scontata. Insomma, ho visto questo film con l'idea di trovarmi davanti a qualcosa di strano ed effettivamente davanti a qualcosa di strano mi sono trovato, eppure questo film mi è piaciuto veramente tanto, sia a livello tecnico, sia per l'originalissimo modo di narrare la vicenda, che spesso e volentieri si lascia andare a scene grottesche che risultano estremamente divertenti.

martedì 31 marzo 2020

LE SERIE TV DI MARZO

Nel periodo di quarantena ho avuto modo di guardare qualche puntata in più di serie TV rispetto al solito, anche perchè, diversamente da quanto facevo prima, posso sfruttare la pausa pranzo - sto comunque continuando a lavorare da casa, dato che sono un programmatore - per guardare un episodio di serie TV, così come, non avendo l'incombenza di svegliarmi presto per andare al lavoro la mattina dopo, sto andando a letto un po' più tardi. Dunque, nel mese di Marzo, ho portato a termine ben quattro stagioni di diverse serie TV, tutte mediamente apprezzate anche se una molto meno di quanto mi sarei aspettato viste le premesse e gli amici entusiasti. Vediamo però quali sono state le mie sensazioni con un breve commento riguardo alle quattro serie televisive che ho visto nel corso del mese di Marzo!


Dickinson - Stagione 1

Creatore: Alena Smith
Episodi: 10
Rete Americana: Apple TV+
Rete Italiana: Apple TV+
Cast: Hailee Steinfeld, Jane Krakowski, Toby Huss, Anna Baryshnikov, Ella Hunt, Adrian Enscoe
Genere: Drama

Visti i commenti entusiasti letti sul finire del 2019 riguardo a questa serie televisiva, ho deciso, nonostante tutti i dubbi del caso, di dare un'opportunità a "Dickinson", che purtroppo non è dedicata a Bruce Dickinson, uno dei miei idoli canori, ma a Emily Dickinson, poetessa americana dell'ottocento. Le mie paure erano principalmente legate ai miei pregiudizi riguardo il fatto che ci potessimo trovare davanti ad una serie in cui il femminismo fosse portato all'estremo, facendo leva su un'epoca in cui negli Stati Uniti erano malviste le donne che avevano l'ardire di pubblicare un loro scritto. C'è da dire che lo spunto di partenza per la creazione di una serie dedicata alla poetessa è molto originale: ogni episodio porta il titolo di una poesia di Emily Dickinson, qui interpretata dalla bellissima Hailee Steinfeld, e cerca di immaginarsi quale evento della vita della poetessa, di cui si sa effettivamente poco avendo passato buona parte del suo tempo chiusa in casa, soprattutto quando più avanti con l'età, abbia ispirato la scrittura di quella poesia. Il tutto cercando di trattare temi attuali come il femminismo, il razzismo - preso di traverso parlando della schiavitù - e così via. Non solo lo spunto di partenza, ma anche il modo in cui ogni puntata è narrata mi è parso abbastanza originale: ci troviamo davanti ad una serie con un taglio piuttosto adolescenziale, in cui si cerca di portare usi e abitudini del nostro tempo in un'epoca del tutto precedente. É così dunque che quando i genitori di Emily partono per gli impegni del padre - interpretato da un perfetto Toby Huss, già visto in "Halt and Catch Fire" (se non l'aveste mai vista, fatevi un favore e guardatela) - le due figlie danno un party in casa propria, oppure vengono improvvisati club di letteratura e di teatro per poter leggere assieme le opere degli scrittori più famosi e così via, il tutto accompagnato da una colonna sonora che non c'entra niente con l'epoca, altro accorgimento che, un po' come fa Baz Luhrmann nei suoi film, spesso e volentieri mi fa uscire di testa, così come la presenza di scene oniriche o soprannaturali in cui la nostra protagonista riesce a parlare con la morte, che ella considera il suo migliore amico ed è interpretato da Wiz Khalifa. Insomma, contro ogni pronostico la prima stagione di questa serie, dedicata ad una figura che avevo avuto modo di vedere solamente sui libri di scuola, tra l'altro annoiandomi a morte, mi ha colpito. Certo, non è adatta per chi cerca una ricostruzione storica della vita della poetessa, nè per chi cercasse una ricostruzione fedele del periodo in cui è vissuta, ma più che altro per lo spunto di partenza, immaginarsi come Emily Dickinson abbia scritto le sue poesie in giovane età, risulta essere azzeccata ed originale.

Voto: 7,5


I Am not Okay with This - Stagione 1

Creatore: Jonathan Entwistle, Christy Hall
Episodi: 7
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Sophia Lillis, Wyatt Oleff, Sofia Bryant, Kathleen Rose Perkins
Genere: Thriller, Horror, Commedia

Seguendo un po' le orme di "The End of the F***ing World", serie inglese di cui non ho avuto voglia di vedere la seconda stagione anche se la prima non mi era affatto dispiaciuta, tratto da una graphic novel di Charles Forman, che è anche lo stesso autore di "The End of the F***ing World, ma ispirandosi anche a "Carrie - Lo sguardo di Satana" e buttandoci dentro due dei protagonisti giovani di "It - Capitolo 1" - Sophia Lillis e Wyatt Oleff - arriva su Netflix "I Am not Okay with This", serie televisiva che ci mostra le gesta di una ragazza, appena trasferitasi in una nuova scuola dopo il suicidio del padre, che scopre di avere dei particolari poteri psichici con cui dovrà iniziare a convivere e che dovrà iniziare a controllare. Non siamo davanti ad un capolavoro di serie nè ad un gioiellino come quella di cui ho parlato in precedenza, ma non siamo nemmeno davanti alla schifezza che alcuni sostengono di aver visto. Ho trovato infatti la visione, anch'essa con un taglio molto molto adolescenziale in cui si esplorano amori, primi incontri con l'altro sesso e così via, ma con un tono a livello narrativo che coinvolge dall'inizio alla fine, senza strafare particolarmente, ma riuscendo a colpire nel segno. Si empatizza tra l'altro praticamente subito con la protagonista Sidney Novak, che è tra due fuochi volendo coltivare l'amore/amicizia con Stanley - altro personaggio per me ottimo -, ma cercando anche di far capire alla sua migliore amica, Dina, interpretata da Sofia Bryant, di essere innamorata di lei e di non riuscire a vederla assieme al suo nuovo ragazzo, capitano della squadra di football che lei tra l'altro odia, perchè da lui bullizzata. La prima scena della prima puntata diciamo che ci anticipa un po' quale sarà il finale della stagione, che io nel suo sfondare nel trash più assoluto ho trovato azzeccatissimo nonostante sia altrettanto prevedibile.

Voto: 6,5


The Witcher - Stagione 1

Creatore: Lauren Schmidt Hissrich
Episodi: 8
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Henry Cavill, Anya Chalotra, Freya Allan, Joey Batey, MyAnna Buring, Royce Pierreson, Eamon Farren, Mimi Ndiweni, Wilson Radjou-Pujalte, Anna Shaffer, Therica Wilson-Read, Mahesh Jadu
Genere: Fantasy

E veniamo alla prima vera e propria nota dolente seriale di questo mese. Nonostante avrei voluto vedere la prima stagione di "The Witcher" a Dicembre, quando fu pubblicata su Netflix, pur non essendo mai stato un videogiocatore del franchise e pur non avendo mai letto nessuno dei romanzi da cui il videogioco è tratto, sono riuscito a recuperarla solamente nel corso del mese di Marzo, vedendo un paio di episodi per volta. Partiamo dalle note positive: la costruzione scenografica e gli effetti speciali mi sono parsi abbastanza buoni, così come l'interpretazione di Henry Cavill - che nella versione originale si è impegnato al massimo per riprodurre la voce del personaggio del videogioco - mi è parsa calzante con il personaggio, gli episodi finali mi sono particolarmente piaciuti. A ciò però fa da contraltare tutta una prima stagione in cui non mi è parsa ben chiara la direzione narrativa che si volesse prendere e in cui il secondo episodio è praticamente impossibile capire che è ambientato in una linea temporale diversa rispetto al primo. Saranno state pure belle le scene d'azione, ma io, per buona parte della visione della prima stagione, mi sono parecchio annoiato e non so, sinceramente, se proseguirò anche con le prossime stagioni. Molti hanno parlato del vero erede di "Game of Thrones": ecco, magari avrà un finale migliore e qualsiasi puntata di questa stagione è infinitamente meglio dell'ultima puntata di "Game of Thrones", ma vero erede di quella che è stata forse la serie del decennio - anche se sempre ben lontana dall'essere la mia preferita - anche no, soprattutto a livello narrativo.

Voto: 5,5


Sons of Anarchy - Stagione 2

Creatore: Kurt Sutter
Episodi: 13
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FX
Cast: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Mark Boone Jr., Kim Coates, Tommy Flanagan, Johnny Lewis, Maggie Siff, Ron Perlman, Ryan Hurst, William Lucking, Theo Rossi
Genere: Drammatico, Azione

Prosegue ancora più velocemente - oggi che pubblico questo post sono arrivato all'ottavo episodio della terza stagione - il recupero di "Sons of Anarchy", serie che nel corso degli anni avevo snobbato per scarso interesse e che, devo ammettere, mi sta prendendo sempre di più. Innanzitutto ci troviamo davanti a ben due antagonisti costruiti secondo me benissimo dagli sceneggiatori: il primo è Ethan Zobelle, interpretato da Adam Arkin, il secondo sono le divisioni in seno al club, nate in seguito all'uccisione di Dana, che stanno per esplodere in seguito ai continui litigi e macchinazioni tra Clay e Jax. Mentre il primo è senza scrupoli e grazie ai suoi scagnozzi vuole liberarsi dell'attività criminale del club per poter portare avanti la sua, il secondo è quello più subdolo, perchè evolve di episodio in episodio, passando da semplici schermaglie a vere e proprie risse, con la sola Gemma che, raccontando il doloroso stupro subito dagli scagnozzi di Zobelle, riuscirà a riunire i due fuochi, grazie a cui vedremo nelle ultime puntate Jax e Clay di nuovo uniti nel dolore per quanto provato da una donna che entrambi amano. Assume ancora più importanza il personaggio di Tara e devo dire che, rispetto alla prima stagione, la narrazione mi ha preso molto molto di più, non mancano nemmeno scene d'azione al cardiopalma e momenti estremamente commoventi.

Voto: 7,5

lunedì 30 marzo 2020

Ultras di Francesco Lettieri (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: Ultras
Sceneggiatura: Peppe Fiore
Durata: 109 minuti
Genere: Drammatico


Nel giro di pochissimi giorni sono usciti su Netflix un certo numero di film interessanti, dopo aver visto "Il buco" e aver puntato altri lavori che vedrò in futuro - probabilmente già questa settimana - come "Dov'è la tua casa" o "Occhio per occhio", entrambi in arrivo dalla Spagna, nel corso della settimana passata ho visto "Ultras", film italiano diretto da Francesco Lettieri che sarebbe dovuto uscire nei cinema per un evento speciale di tre giorni nella prima settimana di Marzo prima di essere distribuito su Netflix, ma per i motivi che tutti sapete la distribuzione cinematografica è saltata e ce lo siamo trovato su Netflix comunque come previsto. Nel film, dedicato al gruppo ultras degli Apache, tifoseria del Napoli, è presente Aniello Arena nel ruolo del protagonista Sandro Russo, così come altri attori del cinema napoletano - alcuni dei quali sicuramente sono apparsi in "Gomorra" anche solo come comparse, o sarà che qualsiasi cosa di recitato in napoletano io lo collego a "Gomorra" e mi confondo - come Simone Borrelli e Antonia Truppo - lei sicuramente non l'ho vista in "Gomorra", ma in "Lo chiamavano Jeeg Robot".
Sandro ha quasi cinquant'anni ed è ancora il capo della tifoseria napoletana degli Apache, che nel corso della sua vita ha sempre seguito allo stadio in casa e durante le trasferte della sua squadra. Una diffida, maturata negli ultimi anni, non gli permette più di recarsi allo stadio, così come ad altri due componenti della vecchia guardia del gruppo come Barabba e McIntosh, con la tifoseria che al momento viene guidata dai giovani Pequeño e Gabbiano, il cui tifo però spesso si lascia andare a provocazioni verso le altre tifoserie, che non sono ben viste dalla vecchia guardia. Davanti al desiderio di Sandro di cominciare a farsi una nuova vita, maturato dopo aver conosciuto Terry, con cui inizierà una relazione, il gruppo ultras da lui guidato si spaccherà, convincendo Pequeño e Gabbiano a fondare un nuovo gruppo, i No Name Naples. Sullo sfondo di questa vicenda si inserisce anche la storia di Angelo, giovane componente degli Apache che ha un rapporto molto particolare con Sandro, ma che, in seguito alla divisione del gruppo, continua a mantenere il desiderio di tifare per la propria squadra assieme ad un gruppo organizzato, ma anche quello di vendicare il fratello Sasà, morto qualche anno prima in seguito a dei tafferugli contro la tifoseria romanista.
Ho dovuto farmi una bella pera di sopportazione prima di guardare questo film, anche perchè da juventino - non di certo sfegatato e, detto sinceramente, non mi piace nemmeno andare allo stadio, preferisco guardarmi le partite in televisione, con una compagnia ristretta di persone, se non totalmente assente - guardare un film che parla di tifosi del Napoli avrebbe potuto crearmi non pochi problemi e devo dire che qualcuno, extra cinematografico, me lo ha anche creato, ma ci arriveremo pian piano. Per quanto mi riguarda "Ultras" non è male come film, mostra quella regia sporca e movimentata che si rifà sicuramente a serie TV come "Romanzo criminale" o a film come "A.C.A.B." - cui una delle poche note positive è questa regia anticonvenzionale che entra per davvero nell'azione, non guardandola come uno spettatore esterno - e che a me piace sempre parecchio, se ben contestualizzata. Un'altra cosa che mi piace abbastanza è il modo di recitare dei protagonisti, non mi sembra mai eccessivamente forzato e mi ha dato una sensazione di realismo maggiore, altra cosa che, personalmente, apprezzo parecchio, nonostante alcuni personaggi siano parecchio stereotipati. Sandro rappresenta infatti il tifoso che vuole cambiare vita, che ne ha passate e ne ha fatte tante, anche a livello criminale, ma si vuole distaccare da un mondo che non gli appartiene più, mentre Gabbiano rappresenta in toto la frangia violenta del gruppo, è antipatico e, spero sia un effetto voluto dal regista, mi ha fatto un po' immedesimare in quei celerini che durante gli scontri prendono i manganelli e si accaniscono in quattro o cinque su una sola persona, distaccatasi dal gruppo: ecco, io a vedere il personaggio di Gabbiano ho sentito seriamente questo desiderio, di manganellarlo fortemente, un desiderio forse un po' fascista, lo ammetto - e per questo andrò a lavarmi le mani col fuoco - ma spero che sia un po' questo l'effetto voluto dal regista e non basta poi farlo vedere essere il primo della fila nel finale, quasi come tentasse di redimersi.
Ecco, altro problema per me veramente grosso del film è il finale: per un'ora e quaranta Francesco Lettieri costruisce bene la vicenda, certo con qualche stereotipo qua e là e qualche situazione che non viene adeguatamente approfondita, ma in un certo qual modo soddisfacente, per poi arrivare ad un finale che è sbrigativo all'ennesima potenza e secondo me totalmente ingiustificato. Si sarebbe potuto in questo modo criticare il modo di agire di alcuni poliziotti, o comunque tentare di mandare un messaggio un po' più elaborato al pubblico, un messaggio che però, con quel finale, non arriva per nulla e nulla di ciò che si sarebbe potuto fare - magari eliminando qualche parte meno utile nel secondo atto del film - per approfondire la vicenda viene fatto. Insomma, ci troviamo davanti ad un film presentabile, che sicuramente non è eccezionale, ma si lascia guardare anche da uno juventino che guarda male la tifoseria napoletana e che - e qui lo dico - odia in qualsiasi modo esistente i cori da stadio, che qui ovviamente vengono sviscerati in tutte le loro salse, che però purtroppo spreca con un finale abbastanza buttato lì la buona costruzione che gli stava alle spalle.

Voto: 6

venerdì 27 marzo 2020

Brutti e cattivi di Cosimo Gomez (2017)



Italia 2017
Titolo Originale: Brutti e cattivi
Regia: Cosimo Gomez
Sceneggiatura: Luca Infascelli, Cosimo Gomez
Durata: 87 minuti
Genere: Commedia


Si è detto in più sedi che il cinema italiano, a partire dal 2016, anche se non in moltissimi casi, sta provando un po' ad invertire la rotta, cercando di esplorare generi che non si vedevano prodotti da anni e distaccandosi dalla solita dicotomia tra commedia e dramma: si è provato con i film d'azione, con i supereroi, con il thriller e con l'horror, ma anche con commedie realizzati in modo un po' diverso rispetto al solito. Nel 2017 "Brutti e cattivi", diretto da Cosimo Gomez, era stato presentato proprio in quest'ottica, ovvero l'idea di voler portare al cinema qualcosa di diverso rispetto a ciò cui si era abituato il pubblico italiano negli ultimi anni e tra i diversi siti di cinema che seguo, anche curati da non addetti ai lavori, avevo trovato delle recensioni comunque non dico esaltanti, ma buone relativamente al film in questione. Il regista Cosimo Gomez tra l'altro ha presentato il suo film nella sezione Orizzonti di Venezia 74, mentre qualche anno prima aveva vinto il Premio Solinas per un soggetto da lui scritto, decidendo così di dedicarsi alla regia proprio con questo film. Il protagonista della pellicola è interpretato da Claudio Santamaria, mentre nel cast sono presenti anche Marco D'Amore e Sara Serraiocco.
Il Papero è un mendicante privo delle gambe che vive nella periferia di Roma, che vive di espedienti, a volte anche criminali, e nutre un rapporto di amicizia e collaborazione con Giorgio Armani, detto Il Merda, un piccolo spacciatore della zona in cui vive che lo scarrozza in giro con la sua auto. Vive assieme alla moglie, una donna senza braccia soprannominata Ballerina. I tre un giorno decideranno di mettere in atto un piano criminale, una rapina ai danni di un boss di un clan della mafia cinese e ai tre si unirà anche il nano Plissè. In seguito alla rapina, però, i quattro personaggi si renderanno protagonisti di una serie di tradimenti a catena, che cambieranno in maniera assurda le carte in tavola in questa vicenda.
Non so bene cosa ci abbiano trovato quegli spettatori che hanno apprezzato, tre anni fa, questo film. Certo, l'idea di partenza sembra anche essere carina e ho apprezzato abbastanza il fatto di voler in qualche modo ribaltare lo stereotipo del diversamente abile che viene santificato e messo al centro di una vicenda strappalacrime, ma di rendere i protagonisti dei veri e propri pezzi di merda, che sfruttano la loro disabilità intanto per far ridere il pubblico, per quanto mi riguarda non riuscendoci proprio benissimo, ma soprattutto per dei fini assolutamente discutibili. Il problema principale che ho ritrovato in questo film è il fatto che la narrazione, che si basa su diverse situazioni legate tra di loro da un tradimento tra i vari personaggi, mi sia sembrata alquanto slegata, innanzitutto perdendo in ritmo narrativo, in secondo luogo facendomi fare una fatica tremenda per portare a termine la visione, che dura solamente ottantasette minuti. Ora, far fatica a portare a termine un film che dura meno di un'ora e mezza è un enorme problema per quanto mi riguarda. Stranamente poi non mi è piaciuta nemmeno l'interpretazione di Claudio Santamaria, che negli ultimi anni era quasi diventato una garanzia nel panorama cinematografico italiano e che qui mi è pure sembrato che ci credesse davvero nel personaggio che stava interpretando, semplicemente a me non è piaciuto. Ho trovato la visione difficile da portare avanti, addirittura abbastanza tediosa e troppo spezzettata nella narrazione, un film che mi aspettavo che avrei apprezzato e invece mi ha profondamente deluso.

Voto: 5

giovedì 26 marzo 2020

Les Choristes - I ragazzi del coro di Christophe Barratier (2004)



Francia, Svizzera 2004
Titolo Originale: Les Choristes
Sceneggiatura: Christophe Barratier, Philippe Lopes-Curval
Durata: 97 minuti
Genere: Drammatico


Sono giorni che sto introducendo i miei post, bene o male, con la solita tiritera: non si può andare al cinema, i film nuovi da vedere non sono poi così tanti e spesso e volentieri è lo streaming o l'home video a venirci in soccorso, altre volte ancora sono i consigli degli amici con cui magari tenti di organizzare un cineforum improvvisato vedendo "assieme" lo stesso film, ma va a finire che non riesci ad accordarti e ognuno va per la sua strada. Seguendo dunque uno di questi consigli, mi sono ritrovato a vedere "Les Choristes - I ragazzi del coro", film francese del 2004 diretto da Christophe Barratier, film che poi nel 2005, dopo aver ottenuto un grandissimo successo di critica e di pubblico, fu candidato a due premi Oscar, quello per il miglior film straniero e quello per la migliore canzone originale. Liberamente ispirata dal film del 1945 "La gabbia degli usignoli" - non l'ho visto, ma è un'informazione che si può tranquillamente reperire da Wikipedia - la pellicola vede la partecipazione come protagonista della vicenda di Gérard Jugnot, attore francese particolarmente attivo negli anni settanta che poi ha giustamente rallentato la sua attività recitativa, ma anche di François Berléand, lui decisamente molto meno attivo rispetto al suo collega, ma altrettanto rispettato per quanto riguarda il cinema francese, cinema che tra l'altro è un bel po' di tempo che non vado ad esplorare con qualche visione, anche perchè negli ultimi anni mi sembra non stia vivendo un momento di forma particolarmente esaltante, sicuramente molto di meno rispetto all'annata in cui è stato girato questo film.
Pierre Morhange, famoso ed affermato direttore d'orchestra di New York, riceve una telefonata che lo informa della morte della madre. Tornato in Francia per partecipare al funerale, un uomo, che inizialmente non riconoscerà, bussa alla sua porta, presentandosi come Pepinot. Ricordatosi di lui, riaffiora alla mente la storia di entrambi, due ragazzi che negli anni della loro infanzia e giovinezza furono ospiti di un collegio per ragazzi difficili. Pepinot consegnerà a Pierre anche un diario, scritto dal sorvegliante del collegio, Clement Mathieu. Egli nel suo diario racconta di quando nel 1949, dopo aver perso il lavoro, decise di accettare un posto come sorvegliante nel collegio Fond de l'étang dove viene accolto dal direttore Rachin, che gli spiegherà il suo metodo di azione e reazione, per il quale ogni malefatta compiuta dai ragazzi debba essere seguita da una punizione, suggerendo all'uomo di non dare troppe spiegazioni ai ragazzi, ma di punirli subito senza pensarci troppo. Clement si dimostrerà però un uomo comprensivo verso i ragazzi di cui assume il ruolo di educatore e scoprirà, nella sua classe, che alcuni di loro hanno un certo talento per la musica. Deciderà di rispolverare così il suo passato da compositore, decidendo di creare un coro con i ragazzi della sua classe, unendo il suo ruolo da educatore alla sua grande passione, quella per la musica, cercando di trasmetterla ai ragazzi, che comunque dovranno continuare a fare i conti con le loro difficoltà quotidiane, con la loro infanzia non facile e con la famiglia, per chi ce l'ha, che ogni tanto si presenta al collegio per far loro visita.
Chi mi conosce abbastanza bene sa che io nella mia vita soffro particolarmente due lingue: il napoletano e il francese. Ora non me ne vogliano gli abitanti di queste due zone del mondo, ma davanti ai molti meme che li denigrano su internet penso che le mie due righe non possano far loro nulla di male. Anche perchè la frase "ho amici e colleghi napoletani/francesi, ma..." (cosa tra l'altro vera per quanto riguarda i napoletani, mentre ho un conoscente francese) potrebbe essere nel mio caso la nuova "non sono razzista, ma..." o "non sono omofobo, ma...". Detto questo nonostante mi sia stato consigliato a più riprese in questi anni, non ho mai trovato la voglia di guardare "Les choristes - I ragazzi del coro" proprio per evitare di ascoltare delle canzoni in francese ed è anche uno di quei film in cui l'idea di guardarlo in lingua originale non mi ha sfiorato nemmeno per sbaglio, anche se forse avrei dovuto, dato che il doppiaggio non mi ha permesso di prendere sul serio il doppiaggio di Clement, doppiato dalla stessa voce di Peter Griffin. Tolte le dovute premesse sulla mia difficile sopportazione verso la lingua francese e ancora di più verso le canzoni in francese e tolte le parti musicali - amo i musical, ma... - ho trovato il film splendido dall'inizio alla fine. É un film che nonostante il punto di partenza abbastanza tragico e che avrebbe potuto far pensare ad un film pesante nei temi trattati, decide di narrate tutti gli argomenti che ha dalla sua con un tono piuttosto leggero, che non va mai sul tragico, che mette davanti lo spettatore alla condizione di vita dei ragazzi protagonisti, senza però fare del facile pietismo, ma facendo empatizzare con loro e facendo sentire lo spettatore molto vicino al personaggio di Clement, che cerca in tutti i modi di rendere le loro esistenze meno pesanti, anche se a rendere ancora peggiori cerca sempre di contribuire il direttore dell'istituto Rachin, uno che mostra a più riprese non solo di non essere adatto per il ruolo che occupa, ma di non averlo mai voluto e di rappresentare una credenza educativa vecchia e ormai superata, che però per gli anni in cui è ambientata la vicenda non la si può neanche considerare una vera e propria eresia. Ci si mettono poi le storie dei due anziani signori che vediamo nelle prime battute del film: Pepinot è un bambino, il più piccolo della classe, che da quando è stato lasciato davanti al collegio, ogni Sabato aspetta il ritorno del padre, che gli aveva promesso di ritornare proprio di Sabato, con Clement instaurerà un rapporto molto particolare, tanto che il sorvegliante si affezionerà moltissimo a lui, cominciando sempre più a vederlo come un figlio; Pierre invece è forse il ragazzo più difficile da trattare di tutta la classe, mostra tutta la sua strafottenza e ha un rapporto particolare con la madre, è convinto che lei lo abbia lasciato in collegio per metterlo in disparte, ma ogni Giovedì, il giorno di visita, ci tiene a fare bella figura con lei, nonostante ogni volta sia in punizione e ogni volta Clement lo copra con la madre. É anche quello che mostra il maggior talento nel canto, riuscendo a cantare note che probabilmente nemmeno esistono e distinguendosi nel coro tanto che Clement punterà molto su di lui cercando di trasmettergli sempre più l'amore per la musica.
"Les choristes - I ragazzi del coro", risulta essere dunque, contro ogni mio pronostico, un film coinvolgente e per nulla pesante da affrontare, un film che racconta una bella storia e riesce a dare speranza a chi lo guarda. Sicuramente un film che nonostante il punto di partenza con cui si sarebbe potuta raccontare la storia più pesante del mondo, riesce a distaccarsi dagli schemi che il genere avrebbe potuto suggerire e cambia completamente tono: non ci si dimentica dunque della serietà della vicenda, ma la si tratta con una leggerezza che rende il film, sicuramente, di un livello superiore.

martedì 24 marzo 2020

Il buco di Galder Gaztelu-Urrutia (2019)



Spagna 2019
Titolo Originale: El Hoyo
Sceneggiatura: Galder Gaztelu-Urrutia
Durata: 94 minuti
Genere: Thriller


Andiamo pure avanti a dire cose come il fatto che Netflix uccida il cinema, intanto senza Netflix del film "Il buco", in originale "El hoyo", nessuno ne avrebbe sentito parlare. Presentato a Settembre dello scorso anno al Toronto Film Festival dove ha anche vinto il premio del pubblico, il film è stato poi portato a Torino e, proprio nel periodo delle presentazioni, acquistato da Netflix per la distribuzione internazionale. Fin da una lettura velocissima della trama e anche grazie a qualche consiglio da parte di blogger cinematografici che seguo o amici su Facebook ho avuto la sensazione che il film avesse tutte le carte in regola per costituire una di quelle visioni che fanno assolutamente per me, poi, lo scorso Venerdì, quando il film è uscito su Netflix, complice il fatto di dover passare le serate in casa per ovvie ragioni, ho deciso di sfruttare subito l'opportunità, rimandando la visione di un altro film che mi interessa parecchio come "Ultras". Regista del film, un thriller a tutti gli effetti che non è semplicemente un thriller, ma non saprei bene in quale filone inquadrare, forse il distopico è quello che gli si avvicina di più, è Galder Gatzelu-Urrutia, fino a qualche anno fa regista di cortometraggi, al suo primissimo lungometraggio, mentre il protagonista della pellicola è interpretato da Ivà Massaguè, con altri attori che gli ruotano attorno, in genere uno solo alla volta.
Goreng si sveglia accanto al vecchio Trimagasi, al quarantottesimo piano di una struttura in cui sembra essere entrato volontariamente. Quella in cui vive può essere considerata a tutti gli effetti una cella con un buco sul soffitto che permette di guardare al piano superiore ed uno che permette di guardare di sotto, senza però dare la possibilità di rendersi conto di quanto la struttura vada in profondità. Ogni giorno una tavola imbandita parte dal primo piano, si ferma su ogni piano il tempo necessario per permettere ai prigionieri di mangiare e poi scende progressivamente: chi si trova ai piani più alti ha la tavola piena, chi invece si trova a quelli più bassi si dovrà accontentare degli avanzi, se arriveranno. Il quarantottesimo piano è un buon piano, non sempre permette di scegliere il cibo che si vuole mangiare, ma si può comunque fare un pasto dignitoso. Ogni mese le tutti i prigionieri della struttura cambiano, in modo casuale, il piano in cui vivono, costringendo alcuni di loro ad un'estrema lotta per la sopravvivenza, soprattutto nel caso si dovessero trovare ad un piano molto basso.
Sì, forse il thriller distopico è la categorizzazione che più si avvicina a quello che vuole trasmettere questo film, una pellicola che sicuramente deve molto, pur prendendo tutta un'altra strada in seguito alla presentazione, a lavori come "Snowpiercer" o alla struttura sociale di "Hunger Games", con la differenza che in questa specie di prigione verticale la ruota gira per tutti e non pare esserci una vera regola, non si può mai sapere se la propria condizione possa migliorare o peggiorare da un mese all'altro. Sotto le vesti del thriller distopico il regista Galder Gatzelu-Urrutia riesce a creare un film sociale che critica non troppo velatamente il meccanismo di distribuzione delle ricchezze che vige nel mondo di oggi, per cui pochi eletti detengono buona parte delle ricchezze del mondo, lasciando una buona fetta della popolazione senza niente, a fronte di un'altra fetta che comunque può fare una vita dignitosa. La suddivisione in piani della prigione verticale e il modo in cui gli ospiti di questa prigione fanno uso del cibo che gli viene concesso è conseguenza ovvia di ciò che suggerisce il senso comune, che ad un certo punto il nostro protagonista tenterà di cambiare: chi sta ai piani superiori ha diritto di strafogarsi, pur sapendo che chi invece sta più sotto potrebbe morire di fame, così come chi è stato molto in basso, avendo rischiato di morire di fame, tenderà a strafogarsi una volta risalito in modo da recuperare dalle sofferenze subite.
Il regista di "Il buco" dirige un thriller dal ritmo serrato, con dialoghi sempre estremamente efficaci e con degli attori pressappoco sconosciuti che però offrono delle interpretazioni di altissimo livello recitativo, le inquadrature all'interno della singola cella sono quasi claustrofobiche, mentre impressionanti sono quelle che ci mostrano la profondità della prigione, non dando mai la sensazione allo spettatore di poter capire quanto si possa andare in fondo in questa prigione verticale. É secondo me quasi sotto tutti i punti di vista un film bellissimo, che tratta un tema attualissimo con un'originalità mai vista, presentando inoltre una colonna sonora che entra in testa per scandire i momenti più importanti. Non siamo davanti però, dal mio punto di vista, ad un film perfetto: a non convincermi appieno è stato proprio il finale, secondo me non proprio gestito benissimo e che mi ha dato quasi la sensazione di trovarmi davanti ad un film incompleto. Sia chiaro, a me i finali aperti stanno benissimo, ma quello di questo film, più che aperto, mi è sembrato proprio che mancasse di qualcosa, ma non escludo sia colpa mia che non ho colto la risoluzione della vicenda, nonostante pensi di aver inteso il messaggio che si voleva mandare. Il mio consiglio comunque è, ovviamente, quello di dare un'occasione a questo film, un vero e proprio gioiellino, messo alla disposizione degli spettatori da quell'assassino di cinema che è Netflix, che però, guarda caso, in questo periodo in cui l'industria cinematografica è per ovvi motivi ferma, un po' tutti stanno iniziando a benedire.

Voto: 8

lunedì 23 marzo 2020

L'amore è eterno finchè dura di Carlo Verdone (2004)

Italia 2004
Titolo Originale: L'amore è eterno finchè dura
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino
Durata: 110 minuti
Genere: Commedia


Siamo ormai arrivati al giorno X della quarantena - permettetemi, ma mettermi a contarli mi renderebbe ancora più folle di quanto non sia già, quindi facciamo finta che abbia perso il conto - e, se devo proprio dire la mia, il fatto di non poter uscire di casa non è che mi abbia fatto venire questa voglia irrefrenabile di recuperare capolavori della storia del cinema, tant'è che per quel che riguarda le mie visioni in queste serate, spesso e volentieri, faccio zapping o su Netflix o su Now TV finchè non trovo qualcosa che ho voglia di vedere, attingendo a volte anche dai miei DVD, alcuni dei quali sono finiti sullo scaffale senza che io abbia mai trovato il tempo per guardarli. Invidio moltissimo quelli che si sono recuperati in questi giorni film del calibro di "Quarto potere" o di "Via col vento", ma, almeno per quanto mi riguarda, lavorando da casa e non essendo in ferie forzate, ho più o meno lo stesso tempo di prima, con la differenza che la mattina dormo un'ora in più rispetto al solito e, durante la pausa pranzo, procedo nel recupero di qualche serie TV, ma il tempo per vedere i film è rimasto più o meno sempre lo stesso. Nella ricerca di qualcosa di leggero, dopo aver ispezionato un po' il catalogo di Netflix, mi sono imbattuto in un mio vecchio amico/nemico, quel Carlo Verdone che fino a qualche anno fa facevo abbastanza fatica a sopportare, ma che sono riuscito a rivalutare negli ultimi anni, sia grazie ai suoi ultimi film, che molti non ritengono all'altezza dei suoi lavori storici e la cosa ci sta pure, sia grazie a qualche recupero di quelli che i fan considerano i suoi anni d'oro. Oltre a Carlo Verdone, che dirige e recita il ruolo del protagonista ella pellicola, abbiamo nel cast anche Laura Morante, vincitrice nel 2005 del Nastro d'Argento per la migliore attrice protagonista per questo film, Stefania Rocca e Rodolfo Corsato.
Gilberto Mercuri è uno stimato ottico sulla cinquantina, sposato ormai da vent'anni con la psicologa Tiziana e padre di Marta. Dopo aver partecipato ad uno speed date fingendosi vedovo, data la sua insoddisfazione matrimoniale, viene chiamato in questura assieme a tutti gli altri partecipanti della serata, perchè una donna, che aveva segnalato proprio lui come persona interessante tra quelle incontrate, è misteriosamente scomparsa. La chiamata in questura fa definitivamente scoppiare la crisi tra marito e moglie, con Tiziana che costringe Gilberto a fare le valige e ad andarsene da casa. Gilberto, in questa situazione di difficoltà, verrà ospitato nella casa di Andrea, suo socio nel negozio di ottica, che condivide con la sua fidanzata Carlotta, con cui inizierà un rapporto di profonda complicità che Andrea vedrà sempre di buon occhio, essendo Gilberto un amico fidato. Nel frattempo lo stesso Gilberto scoprirà la relazione tra sua moglie e il suo maestro di tennis, interpretato da Antonio Catania, decidendo di interrompere definitivamente qualsiasi intenzione di salvare il suo matrimonio.
Ammetto candidamente che non posso definirmi un fan di Carlo Verdone eppure, soprattutto negli ultimi anni, sto quasi sempre provando un senso di piacevolezza nel guardare i suoi film, sicuramente leggeri nel tono, ma con dei contenuti da condividere con il suo pubblico cercando dei contenuti per cui molto probabilmente lo stesso Verdone prende ispirazione dai lavori di Woody Allen, con cui spesso condivide, nei personaggi che interpreta, ipocondria e paura della morte - Verdone in realtà ha più volte dichiarato di non essere ipocondriaco, ma di essere talmente appassionato di medicina da essersi studiato molti manuali da autodidatta, cosa che mostra anche in questo film. Nei vari incontri che farà il nostro protagonista nel tentativo di mettere a posto la sua vita dopo la dolorosa separazione dalla moglie, è l'incontro con Carolina, interpretata da Orsetta De Rossi, con cui condividerà un concerto indimenticabile, ma con la quale, nonostante la notte passata assieme e le molte cose in comune, non scatterà mai la scintilla. La scintilla invece scatterà proprio tra Gilberto e Carlotta, la compagna di Andrea, una complicità che si vedrà fin dall'inizio nonostante la differenza di età fra i due.
"L'amore è eterno finchè dura", un po' come tutte le commedie dell'ultimo ventennio di Carlo Verdone, non provoca risate sguaiate, ma provoca più che altro qualche sorriso e, al termine della visione, una sensazione di benessere generale, dato anche da un finale aperto in cui si sono risolte in una certa maniera le vicende dei personaggi principali, ma vengono aperte delle prospettive che poi il film non andrà ad indagare. É inoltre un film in cui viene messa a fuoco la casualità della vita, che non sempre va secondo i piani e con la quale bisogna fare i conti nel momento in cui, dopo vent'anni di matrimonio, si abbia la sensazione che la propria vita non dia le giuste soddisfazioni e si cerchi un'altra persona con cui trovarle. É bello poi il modo in cui viene narrato come la figlia Marta, interpretata da Lucia Ceracchi, affronta la separazione tra i genitori, come se lei per prima avesse capito a cosa stavano andando incontro, riuscendo però a mantenere un rapporto interessante con entrambi, nonostante stiano cercando di rifarsi una vita e spesso non la trattino come una priorità nelle loro vite. "L'amore è eterno finchè dura" è stata dunque una visione interessante al termine della quale di certo ho avuto la convinzione di non aver assistito ad un capolavoro, ma ad una commedia italiana piacevole dall'inizio alla fine.

giovedì 19 marzo 2020

Il gatto dagli occhi di Giada di Antonio Bido (1977)

Italia 1977
Titolo Originale: Il gatto dagli occhi di Giada
Regia: Antonio Bido
Sceneggiatura: Antonio Bido, Roberto Natale, Vittorio Schiraldi, Aldo Serio
Durata: 95 minuti
Genere: Thriller


Quando è stata annunciata la messa in onda del canale Cine 34, al canale 34 del digitale terrestre, devo dire che ero abbastanza entusiasta della cosa, un canale interamente dedicato al cinema italiano, con messe in onda tematiche per ogni sera della settimana e una partenza con il botto con una rassegna dedicata a Federico Fellini e la messa in onda di Profondo rosso nel terzo giorno di programmazione. Essendo ogni serata tematica, il Mercoledì sera abbiamo la serata giallo/horror, in un canale che, attingendo a piene mani dal cinema degli anni settanta e ottanta mette lo spettatore davanti a visioni di un periodo in cui in Italia si provava a fare un cinema diverso dai soliti film drammatici e dalle solite commedie, in un periodo in cui magari, con una buona idea e pochi mezzi si riuscivano comunque a fare buoni film. E se c'è un periodo e un genere cinematografico che a livello stilistico mi è sempre piaciuto parecchio, rappresentato anche dai primi tre film di Dario Argento, ma anche da moltissimi altri registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lamberto Bava e tantissimi altri, sono i gialli/horror italiani degli anni settanta, che continuano ancora ad affascinarmi e che vorrei scoprire ancora di più, per lo meno a livello di lavori imprescindibili di quel periodo. Ho scelto dunque un Mercoledì sera di dare un'opportunità a "Il gatto dagli occhi di Giada", film diretto nel 1977 da Antonio Bido e che avevo per diverso tempo sentito nominare senza mai essere riuscito a vederlo. I protagonisti del film sono Lukas e Mara, rispettivamente interpretati da Corrado Pani e Paola Tedesco.
Mara è un ex attrice di cabaret che vive a Roma e assiste, senza identificare il colpevole, all'omicidio di un farmacista di nome Dezzan, mentre la sera successiva all'omicidio l'assassino entra in casa sua e solo casualmente la donna riuscirà a salvarsi. Deciderà così di trasferirsi da Lukas, ingegnere e suo ex fidanzato. I due cominciano a riallacciare i loro rapporti e la loro relazione, mentre nel frattempo l'assassino commette altri omicidi, tutti legati misteriosamente alla città di Padova. Lukas deciderà così di improvvisarsi detective, ricevendo anche alcune preoccupanti telefonate dal suo vicino di casa Giovanni Bozzi, più volte minacciato telefonicamente e scampato ad un tentato omicidio. L'uomo inviterà Lukas a recarsi a Padova per svelargli alcuni importanti dettagli legati alla catena di omicidi compiuti dal killer.
Oramai ho già detto quanto un po' il tipo di film e un po' il periodo in cui è ambientato, così come lo stile registico, mi abbiano sempre parecchio affascinato, facendomi uscire di testa. Innanzitutto dal punto di vista registico Antonio Bido, che nella sua carriera ha diretto una decina di film, solamente due dei quali hanno una pagina Wikipedia, mostra qualche idea davvero interessante, dimostrando di sapersi rifare ai registi più di successo che in quel periodo sbancavano al botteghino. Ritorna, in questo suo film, anche una tematica tanto cara a Dario Argento, sicuramente uno dei registi di gialli più in voga negli anni settanta, ovvero quella della persona comune, in questo caso Lukas, un ingegnere, che si improvvisa detective per risolvere degli omicidi. Un altro elemento tipico dei film di quel periodo si presenta anche in "Il gatto dagli occhi di giada", ovvero la colonna sonora composta principalmente da brani prog rock, questa volta però da parte di una band tedesca, i Kraftwerk, contenuta nell'album "Trans Europa Express". Ammetto di non conoscere prima della visione e dell'ascolto il gruppo in questione, ma devo dire che la colonna sonora è forse una delle cose tecnicamente più azzeccate del film, si incastra molto bene con le immagini e con la narrazione, o forse sono solo io che, dopo aver visto i nuovi Goblin - quelli con solo Claudio Simonetti e tutti gli altri membri diversi dagli originali - dal vivo senso come oro tutto ciò che è prog rock, oppure ancora perchè il prog rock è, effettivamente, oro colato.
Dal punto di vista tecnico ho effettivamente poco da obiettare al film, mi è piaciuto poi il modo in cui è stata trattata la componente sanguinolenta del film, non sempre in maniera chiara, nascondendo un po' di più rispetto a quanto fatto in quel periodo da altri registi, ma facendo immaginare cose comunque parecchio raccapriccianti. A piacermi un po' di meno devo dire che è stata la risoluzione del mistero, una sceneggiatura che per quanto lineare non risulta sempre chiarissima e una rivelazione finale che ho trovato piuttosto anticlimatica. Ultimo, ma sicuramente non meno importante tra i problemi del film, il fatto che la recitazione sia nel corso della durata della pellicola abbastanza forzata, difetto che poi ritrovo in praticamente tutti i thriller del periodo che ho visto, forse figlio di un modo completamente diverso di approcciare alla recitazione, facendo appunto vedere che si stava recitando, piuttosto che cercando di dare naturalezza all'atto recitativo. Nonostante questo penso che ci troviamo davanti ad un buon thriller, coinvolgente e misterioso, in grado di creare interesse nello spettatore, spero sinceramente che il canale televisivo in questione mi faccia scoprire, il Mercoledì sera, altri film di questo tipo, che da queste parti sono sempre parecchio apprezzati.