lunedì 27 luglio 2020

Catfight - Botte da amiche di Onur Tunkel (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Catfight
Regia: Onur Tunkel
Sceneggiatura: Onur Tunkel
Durata: 96 minuti
Genere: Commedia


Dal punto di vista delle visioni filmiche, in queste ultime settimane, sono in crisi nera, un po' il lavoro che mi sta assorbendo moltissimo e un po' la voglia di uscire che si fa viva in queste sere di Luglio ed ecco che, come anche negli scorsi anni, nel mese che anticipa le mie vacanze - manca ancora poco fortunatamente - come succede da anni a questa parte, non riesco a vedere i film che vorrei e non riesco a scriverne, se non diminuendo di molto la frequenza dei post. Nel corso del mese di Luglio poi la scoperta della pagina Netflix Festival su Facebook, che si concentra sui film nascosti e quasi introvabili nel catalogo della nota piattaforma di streaming, mi ha dato delle visioni più o meno interessanti e dei grossi spunti di riflessioni. Il film di cui vi parlo oggi, "Catfight - Botte da amiche" - il cui sottotitolo fa pensare ad una commediaccia di cattivo gusto, ma è la conferma che gli adattatori dei titoli italiani abbiano davvero del cattivo gusto per venire fuori con stupidate del genere -, l'ho scoperto proprio grazie alla pagina citata e ci mostra un cast prevalentemente femminile tra cui spiccano una straordinaria Sandra Oh nei panni di Veronica Salt e un'ottima Anne Heche nei panni di Ashley Miller. Il regista è Onur Tunkel che nel 2016 ha presentato il film in anteprima al Toronto Film Festival, poi la pellicola fu distribuita in un numero abbastanza limitato di sale per poi finire relegato all'home video, nonostante il buon riscontro da parte della critica.
Veronica e Ashley sono due donne che all'inizio del film vivono vite completamente agli antipodi: la prima è di famiglia abbastanza ricca, vive in un appartamento di SoHo assieme al figlio sedicenne e al marito che, grazie all'imminente guerra in Medio Oriente, sta per diventare ancora più ricco; la seconda invece è un'artista non di grande successo, che per guadagnare qualche soldo fa occasionalmente la cameriera assieme alla sua compagna a delle feste private. Le due si incontrano ad una serata in cui Ashley è chiamata a lavorare e si scopre che in qualche modo, un tempo, erano molto amiche, ma, per qualche motivo, non si sono più viste per vent'anni. Tra le due dopo i normali convenevoli iniziano a riaffiorare i vecchi rancori e tra le due scatta una rissa violentissima, al termine della quale Veronica, dopo essere caduta dalle scale, finirà in coma per due anni, ritrovandosi poi, al suo risveglio, povera, con il figlio morto in guerra dopo essersi arruolato da volontario e marito morto suicida.
Ho approcciato alla visione di questo film sapendo il meno possibile, il minimo indispensabile per convincermi a dare un'opportunità a questa visione che mi è stata in qualche modo proposta dalla già citata pagina Facebook, che è innegabilmente utilissima, soprattutto per uno come me a cui non piace particolarmente fare zapping sul catalogo di Netflix, ma preferisco di gran lunga, quando accendo la piattaforma di streaming, andare dritto verso ciò che voglio vedere. La scelta, nonostante il genere a cui appartiene il film non sia particolarmente nelle mie corde, devo dire che è stata abbastanza azzeccata: ciò che viene portato in scena dal regista e dallo sceneggiatore è un film che fondamentalmente si appoggia ad una vicenda drammatica, nel tentativo però di creare una commedia dalla comicità abbastanza ondivaga, che spazia tra la più classica scazzottata di budspenceriana - azz che termine che ho coniato - memoria e dei dialoghi che non si risparmiano mai battute cattivissime e talvolta anche politicamente scorrette. Si vede, nelle scazzottate che vengono mostrate nel corso della durata del film, la volontà del regista di dare da una parte la massima drammaticità, di far vedere l'odio tra le due protagoniste, senza che si sappia mai per davvero quale sia stato il motivo del loro litigio avvenuto una ventina di anni prima, ma rinunciando completamente al realismo, i pugni e le botte tra le due sono estremamente rumorosi e talvolta si fa utilizzo di armi contundenti che tramortirebbero chiunque, mentre loro continuano a darsele di santa ragione. É interessante poi vedere come in seguito ad ogni scazzottata la vita delle protagoniste cambi radicalmente e si vede anche come cambia il comportamento delle persone che ruotano attorno alle loro vite. Da questo punto di vista sicuramente più interessante è la storia di Ashley, che ha una spassosissima e timidissima assistente che lei sfrutta senza farsi troppi problemi, mentre nel frattempo cerca di avere un figlio, tramite inseminazione artificiale, con la sua compagna, mentre dall'altro lato la storia di Veronica, oltre all'elaborazione del lutto - comunque secondo me ben ritratta - non ha moltissimo da proporre.
Insomma, se vi capita di avere un'oretta e mezza e volete investirla guardando una bella commedia, sicuramente non convenzionale e con battute piccanti nelle quali la sceneggiatura non si trattiene e non si fa problemi anche a risultare politicamente scorretta, "Catfight - Botte da amiche" - magari anche senza sottotitolo se volete - potrebbe essere il film giusto per voi, divertimento e momenti di riflessione sono assicurati!

Voto: 7,5

mercoledì 22 luglio 2020

L'assassina di Jung Byung-gil (2017)

Corea del Sud 2017
Titolo Originale: 악녀 (Ak Nyeo)
Sceneggiatura: Jung Byung-gil, Jung Byeong-sik
Durata: 129 minuti
Genere: Azione



É ormai quasi una settimana che ho iniziato a seguire la pagina su Facebook chiamata Netflix Festival, pagina cinematografica che segnala quei film presenti sul catalogo della famosissima piattaforma di streaming ma praticamente invisibili, sommersi dalle liste dei film più visti in Italia e dalle serie televisive più mainstream, ma, il più delle volte, di buona qualità o comunque interessanti a livello cinematografico. É proprio così che sono venuto a conoscenza del film "L'assassina", pellicola sudcoreana diretta da Jung Byung-gil, regista classe 1980 che nella sua carriera ha diretto solamente cinque film, tra cui "Confession of Murder" che, pur senza capirne i dialoghi, avevo intravisto proprio durante la mia vacanza in Corea del Sud, nell'Agosto dello scorso anno. Il film sembra essere fin dalla lettura della trama di quelli interessanti, io poi amo i film di vendetta, ma, ancora di più quei film che in qualche modo assomigliano, per stile visivo e narrativo, a "John Wick", diventato quasi uno standard per quanto riguarda il cinema d'azione degli ultimi anni. Sarà riuscito il regista de "L'assassina" a farsi adorare da me per questo suo film?
Innanzitutto, come al solito, si parte dalla trama: Sook-hee è una giovane donna addestrata in Cina per diventare un'assassina professionista, dagli stessi uomini che, in giovane età, avevano ucciso suo padre. Riuscita da sola a sgominare un'intera banda criminale, viene catturata da una cellula governativa che, in cambio dei suoi servizi per una durata di dieci anni in qualità di sicario o spia governativa, le promette la libertà. Le verrà fornita l'identità di un'attrice di teatro e le verrà permesso di crescere sua figlia, concepita nel corso della sua precedente vita, assieme ad un uomo di cui presto si innamorerà, ma presto il passato si rifarà vivo e per lei arriverà il momento di vendicarsi dei soprusi subiti in giovane età, cercando però anche di capire il perchè la cellula governativa sudcoreana si sia avvicinata proprio a lei.
Personalmente quando guardo un film ho un modo di farmi convincere che la visione sia quella giusta abbastanza particolare. Io guardo il film, dall'inizio alla fine, partendo dal presupposto che qualsiasi pellicola che sto guardando sia, potenzialmente, nella norma. Poi, spesso e volentieri, basta una sola scena, un'inquadratura, un'uso particolare di una tecnica particolare e il film mi sale di livello. No, non parlo degli scavalcamenti di campo di Michael Bay, parlo ad esempio di un piano sequenza messo nel posto giusto, di una scena d'azione iper adrenalinica, di una scena in cui c'è una colonna sonora che riesca a creare un po' di contrasto. In questo film, lo dico subito, la vera figata sono i piani sequenza, ogni scena di combattimento è realizzata in piano sequenza e già di per sè la cosa potrebbe conquistarmi in qualsiasi film. Ma "L'assassina" già mi aveva comprato con la prima scena: un lunghissimo piano sequenza di quasi dieci minuti, un lunghissimo combattimento in cui vediamo praticamente l'intera scena con gli occhi della protagonista, una soggettiva tipo quelle carpenteriane di "Halloween", solo con movimenti di macchina estremamente più veloci. Un piano sequenza in cui, a un certo punto, vediamo la macchina da presa staccarsi dagli occhi della protagonista, per inquadrare per la prima volta la protagonista, una roba che appena l'ho vista mi sono esaltato, ho avuto come la sensazione di aver visto, in soli dieci minuti, il riassunto di tre capitoli di "John Wick", anche perchè il livello di violenza è pure abbastanza elevato.
Se da una parte "L'assassina" penso sia uno dei migliori film d'azione che io abbia visto di recente, la sua storia risulta essere un po' meno efficacie rispetto alla componente tecnica: di storie di vendetta, anche se ci limitiamo solamente al cinema coreano, se ne sono viste veramente tante e questa non ho trovato fosse delle più originali e c'è anche da dire che spesso e volentieri vengono inseriti dei flashback che non sempre appaiono particolarmente organici e più che mettere ordine nelle idee dello spettatore rischiano più che altro di fare un po' di casino. Ciò però non inficia il livello di coinvolgimento che si prova nel corso di tutta la durata della visione, ci troviamo davanti ad un film che è straordinario a livello tecnico e in cui il regista mette tutto il suo talento specialmente nelle scene d'azione, che decide di mettere in scena nel modo più impensabile, ma azzeccato, possibile.

Voto: 7,5

lunedì 20 luglio 2020

OSCARS BEST MOVIES - Emilio Zola di William Dieterle (1937)


USA 1937
Titolo Originale: The Life of Emile Zola
Sceneggiatura: Norman Reilly Raines, Heinz Herald, Geza Herczeg
Durata: 116 minuti
Genere: Biografico, Drammatico


Purtroppo continuo ad essere un po' latitante su questo blog, per via di vari motivi, lavorativi e non, non sto riuscendo a scrivere quanto ho sempre fatto su queste pagine, ma in realtà non vedo la cosa in modo totalmente negativo, il che va anche bene. Però l'intenzione di portare avanti questo blog e soprattutto certi appuntamenti rimane e, con la speranza di poter tornare al cinema a vedere qualche film nuovo, forse si potrà ritornare a scrivere con dei ritmi anche solamente simili a quelli avuti fino a prima del lockdown. Siamo però qui per il decimo appuntamento con la rubrica dedicata a tutti i film che hanno vinto l'Oscar come miglior film e, dopo aver parlato de "Il paradiso delle fanciulle", pellicola che mi ha tediato e non poco, è tempo di parlare di "Emilio Zola", che lo ha succeduto come vincitore del titolo. Giusto lo scorso anno avevo visto il bellissimo film di Roman Polanski "L'ufficiale e la spia", in cui in qualche modo il personaggio di Emile Zola, ad un certo punto della narrazione della vicenda, entrava prepotentemente in gioco rendendosi decisivo per far venire a galla la verità sul caso Dreyfus e ora mi ritrovo davanti ad un film dedicato interamente al personaggio di Emile Zola. Regista della pellicola è William Dieterle, un nome che non mi è assolutamente nuovo, ma, consultandone la filmografia, non trovo alcun film tra i suoi che io possa aver visto, quindi non so bene a cosa possa essere dovuto il senso di deja-vu che provo quando leggo il suo nome. Il protagonista della pellicola, nominato anche dell'Oscar come miglior attore protagonista, è interpretato da Paul Muni, mentre il film ha vinto anche il premio per il miglior attore non protagonista, consegnato a Joseph Schildkraut, interprete del capitano Dreyfus, e anche quello per la miglior sceneggiatura non originale.
Il film, come suggeriscono abbastanza eloquentemente sia il titolo originale sia quello tradotto in italiano, tratta della vita di Emile Zola, scrittore bohemien che vive in un sottotetto assieme all'amico Paul Cezanne, che fatica a trovare un impiego a causa del contenuto controverso dei suoi scritti e sogna da tempo di sposarsi con Alexandrine, sogno preclusogli dal fatto di essere fondamentalmente senza un soldo. Ottenuto un insperato successo grazie al romanzo Nana, ispirato dal salvataggio assieme all'amico Cezanne di una prostituta da una retata, egli diventa uno scrittore affermato e piuttosto prolifico, anche se abbastanza inviso alle autorità a causa del contenuto dei suoi scritti, spesso critico verso l'ordine sociale costituito, diventando anche abbastanza ricco e piuttosto tranquillo a livello economico. In un clima di totale tranquillità, nella vita dell'uomo comparirà la moglie del capitano Dreyfus, che si rivolge a lui per utilizzare i suoi scritti per salvare il marito dall'accusa di alto tradimento ai danni dello stato, accusa sulla quale aleggiano molte ombre, ma che in qualche modo viene sempre confermata dai vertici militari che, con un complotto ordito in maniera certosina, riescono sempre a insabbiare qualsiasi elemento venga a galla a favore dell'accusato.
Purtroppo i miei studi di storia e di letteratura si fermano a ciò che ho studiato in quinta superiore, ormai più di una decina di anni fa, il caso Dreyfus e Emile Zola non erano certo delle priorità per i miei professori ed è anche una cosa che capisco dato che ci sta che qui in Italia ci si concentri sulla letteratura del nostro paese piuttosto che, a livello storico, si tralascino eventi che sono considerati importantissimi per l'evoluzione politica di una nazione, ma non particolarmente fondamentali per le sorti del mondo o dell'Europa o del paese in cui viviamo. E del caso Dreyfus, fino all'anno scorso quando vidi "L'ufficiale e la spia", ammetto di non averne mai sentito parlare, nonostante sia un evento importantissimo per la storia francese, una delle storie di spionaggio e di corruzione più controverse di sempre. É inutile girarci troppo intorno, ma, dopo una buonissima introduzione sull'ascesa letteraria di Emile Zola e sul suo successo nella scrittura con i suoi romanzi, è chiaro che il centro della storia diventi proprio quel caso Dreyfus che permise allo scrittore di scrivere quello che è il suo articolo più simbolico, intitolato "J'Accuse", con cui lo scrittore riuscì a mettere alla berlina tutte quelle cose che non tornavano nel caso e con il quale il potere della nazione iniziò un po' a vacillare di fronte all'opinione pubblica.
Siamo chiaramente davanti ad un buonissimo film che, mettendo al centro il personaggio di Emile Zola, ci fa vedere da una prospettiva diversa quanto fattoci vedere lo scorso anno da Polanski - anche se il ragionamento andrebbe fatto al contrario, chiaramente, ma avendo prima visto il film di Polanski non mi riesce rovesciare le due cose - concentrando più della metà della pellicola su quell'evento centralissimo nella vita dello scrittore, nonostante anche la prima parte, in cui si parla della sua ascesa, sia particolarmente efficace. É però nella seconda parte del film che si vedono le cose migliori: da una parte i monologhi perfettamente interpretati da Paul Muni, tra cui si evidenzia la testimonianza al processo a la lettura, prima della pubblicazione, del suo articolo "J'Accuse", così come anche l'interpretazione di Joseph Schildkraut nei panni di Dreyfus mi è parsa molto buona, anche se non capisco come possa aver vinto il premio lui piuttosto che Paul Muni - anche se non so come fossero gli altri candidati all'Oscar per il miglior attore protagonista. Insomma, "Emilio Zola", che segna il decimo appuntamento con questa rubrica e che mi avvicina pericolosamente alla visione di "Via col vento" - che immagino dovrò vedere a rate - risulta essere un buonissimo film, probabilmente anch'esso caduto un po' nel dimenticatoio con il passare degli anni, ma sicuramente migliore di altre cantonate prese in questi primi dieci episodi della rubrica, con film sì belli, ma che mi avevano annoiato terribilmente. Questo, al contrario, è riuscito a coinvolgermi, raccontando una storia interessante di cui avevo, parzialmente, visto una sua reinterpretazione giusto un annetto fa.

mercoledì 15 luglio 2020

Greyhound - Il nemico invisibile di Aaron Schneider (2020)

USA, Canada, Cina 2020
Titolo Originale: Greyhound
Sceneggiatura: Tom Hanks
Durata: 91 minuti
Genere: Guerra


Nel corso della mia vita da spettatore cinematografico non ho mai avuto un rapporto particolarmente idilliaco con i film di guerra, dai quali spesso e volentieri cerco più che altro la spettacolarità piuttosto che una trama elaborata e riesco ad apprezzare senza problemi solamente quei film che sono universalmente riconosciuti come dei capolavori del genere, mentre gli altri il più delle volte mi annoiano parecchio. L'ultimo film di guerra che ho apprezzato, anche se più per questioni tecniche che di trama, è stato "1917", realizzato nello spettacolare finto piano sequenza di Sam Mendes, ma che a livello emozionale ne aveva da imparare, mentre invece ho apprezzato parecchio "Dunkirk", anche se c'è da dire che pure lì la sceneggiatura non è che fosse proprio il punto forte della pellicola. Quando ho letto la trama di "Greyhound - Il nemico invisibile" ho in qualche modo pensato all'ultimo film di Christopher Nolan - di cui attendo "Tenet" manco fosse Natale - e ho deciso di dargli un'opportunità, vista anche la presenza nel cast di un attore che normalmente apprezzo come Tom Hanks, che qui ricopre anche il ruolo di sceneggiatore. Alla regia invece abbiamo Aaron Schneider, affermatosi principalmente come direttore della fotografia e che come regista ha un solo un film all'attivo diretto nel 2010.
Gli Stati Uniti sono da poco entrati nella Seconda Guerra Mondiale e durante i primi giorni di partecipazione una flotta di trentasette navi americane, guidata dal comandante Ernest Krause, sta navigando le acque dell'Atlantico del Nord. Presto scopriranno che nelle profondità marine, invisibili ai radar americani, stanno navigando degli U-boot tedeschi, con l'obiettivo di affondare le navi americane attaccandole di sorpresa. Inizia così per la flotta una battaglia contro un nemico che non si fa vedere ed impossibile da intercettare, per poter superare quello che a tutti gli effetti si configura come un campo minato nelle profondità marine.
Per quanto la storia legata a questo evento storico sia particolarmente interessante, come un po' tutte quelle battaglie miracolose e quelle grandi imprese all'apparenza impossibili, devo dire fin da subito che da questo film, uscito direttamente in streaming e non al cinema - dove forse me lo sarei potuto godere in maniera maggiore -, mi sarei aspettato qualcosa di più. Partiamo dalle questioni tecniche, su cui, in effetti, non ho moltissimo da dire: dal punto di vista della spettacolarità il film fa il suo dovere, le esplosioni e la battaglia sono ben gestite e, a parte qualche momento in cui la CGI è abbastanza visibile e non sempre ben riuscita, nel complesso mi è parso un lavoro interessante, che, confermo, molto probabilmente al cinema sarebbe stato più godibile. Purtroppo c'è però un capitolo da aprire sulla sceneggiatura: con tutto il film ambientato nel corso della battaglia e della fuga della flotta americana dal nemico rappresentato dagli U-boot tedeschi, a perdersi in maniera decisiva è lo sviluppo dei personaggi, che non hanno la minima introspezione e il cui spessore è quello di un foglio di carta velina, roba che una pagina di Wikipedia avrebbe potuto fare in maniera molto più efficace.
La presenza inoltre di un nemico invisibile ai protagonisti e agli spettatori si sarebbe potuta sfruttare molto meglio, con l'intento magari di mettere un po' di inquietudine nello spettatore, il problema è che, mentre in "Dunkirk", la scelta di Nolan era stata quella di non far vedere allo spettatore i tedeschi, rendendo la visione decisamente più inquietante, qui il fatto di sapere precisamente dove si trova il nemico fa sempre stare lo spettatore sull'attenti, dando quasi per scontato che possa accadere qualcosa da un momento all'altro. Il risultato finale, per quanto mi riguarda, è uno dei film di guerra più sciapi che abbia visto nel corso degli ultimi anni che, nonostante la brevissima durata - la canonica ora e mezza circa - è persino riuscito ad annoiarmi dopo nemmeno metà della visione.

Voto: 5

lunedì 13 luglio 2020

Estate '92 di Kasper Barfoed (2015)

Danimarca 2015
Titolo Originale: Sommeren '92
Sceneggiatura: Kasper Barfoed, Anders Frithiof August
Durata: 93 minuti
Genere: Biografico, Sportivo


Nel corso della mia vita non ho mai nascosto il fatto che io apprezzi particolarmente i film sportivi, sia quelli che parlano di imprese sportive realmente accadute - aspetto quello sulla prossima Champions' League vinta dalla Juventus, chissà se mai arriverà... - sia quelli che invece sono ambientati nel mondo dello sport in cui il punto di arrivo è un'incontro o una partita in particolare, oppure ancora quelli che parlano dei suoi retroscena, di ciò che ruota attorno al mondo dello sport, allenamenti, giri di denaro, show-business etc. Non che il calcio danese sia mai stato tra i miei interessi, ma viste le premesse, un film sulla vittoria del campionato europeo di calcio del 1992 da parte della nazionale della Danimarca - che a quel torneo ci era arrivata solamente grazie ad un ripescaggio dovuto all'esclusione della Jugoslavia in seguito alle vicende politiche che la stavano colpendo - aveva tutte le carte in regola per piacermi, così come potrebbe anche averle un eventuale film sulla Grecia campione d'Europa nel 2004 ai danni del Portogallo, così come al contrario ha dimostrato di averle "Il miracolo di Berna", pellicola che parla della vittoria del mondiale da parte della Germania Ovest al mondiale del 1954, contro la corazzata messa in campo dall'Ungheria. Non essendo un particolare conoscitore del cinema danese - forse ho visto un solo film nella mia vita proveniente da quella nazione, "Royal Affair" con Alicia Vikander e Mads Mikkelsen - su praticamente tutti gli attori non posso esprimermi, ad eccezione di Ulrich Thomsen, che avevo visto tempo fa in "Banshee", una delle mie serie preferite, mentre sugli altri posso solo dire la mia sulla somiglianza tra Gustav Dyekjær Giese e Peter Schmeichel - tra l'altro uno dei miei portieri preferiti di sempre dopo Gianluigi Buffon -, il personaggio da lui interpretato.
Siamo nel 1990, la nazionale di calcio danese ha incantato il calcio mondiale per tutti gli anni '80, con il suo gioco veloce e particolarmente innovativo, senza mai però riuscire a vincere un trofeo internazionale, ma facendo ottime figure in giro per il mondo grazie alla filosofia dell'allenatore Sepp Piontek. Dimissionario proprio in seguito ai mondiali del 1990, sulla panchina della nazionale viene chiamato Richard Møller Nielsen, che all'epoca era proprio l'assistente di Piontek sulla panchina della nazionale. Trovatosi a dover gestire dei giocatori non particolarmente disciplinati e a voler proporre un modo diverso di giocare rispetto al suo predecessore, i risultati faticano ad arrivare, portando la nazionale a non qualificarsi per gli europei del 1992 in favore della Jugoslavia. Estromessa la nazionale in seguito alle vicende politiche cui era stata coinvolta in quel periodo, la nazionale danese viene ripescata solo un paio di settimane prima dell'inizio dell'europeo e l'allenatore sarà costretto a chiamare i suoi giocatori alle armi per potersi giocare l'europeo, poi clamorosamente vinto in finale ai danni della Germania.
Quando decido di guardare un film che parla di sport, sapendo oltre tutto che il calcio è anche uno dei miei sport preferiti - ma a dirla tutta penso che gradirei persino un film sulla scherma, che è uno sport che adoro -, quello che cerco sono l'emozione di vedere delle immagini sportive ricostruite da degli attori, ma, possibilmente, anche qualche retroscena su come si è arrivati al compimento di una data impresa sportiva. Ad esempio, "Invictus" riusciva bene a mescolare la componente sportiva con quella drammatica ed entrambe le componenti riuscivano ad emozionare in egual modo, così come, se mai venisse prodotto, vedrei al volo un film sul mondiale di calcio del 2006 o sull'impresa dell'Italia del basket alle Olimpiadi del 2004, anche se penso non ci possa essere nulla di più emozionante delle immagini reali in quei due casi, penso che drammaturgicamente parlando ci sia più materiale per un film sui mondiali del 2006 se proprio dovessi scegliere. L'impresa sportiva di cui parla questo film, al contrario, è qualcosa che io vedo come abbastanza distante, sia per il fatto che la nazionale danese, da quando ho iniziato a seguire il calcio, non è mai stata particolarmente importante o interessante, sia per il fatto che probabilmente questa è una delle imprese sportive probabilmente più inspiegabili della storia dello sport. Se poi, oltre alla mia personalissima distanza culturale verso questa impresa, ci si aggiunge che il film non fa proprio nulla per far legare lo spettatore ai suoi personaggi, presentandoci dei calciatori che risultano particolarmente antipatici e spocchiosi, un allenatore che quasi nemmeno esulta per i gol fatti in finale dalla sua squadra e una ricostruzione delle partite che alterna immagini reali ad immagini reinterpretate, secondo me anche malino, dagli attori, il risultato è un film per quanto mi riguarda freddissimo, con cui penso che possano essersi emozionati solamente i danesi che hanno questo come unico risultato calcistico veramente fondamentale della loro storia e con cui non sono riuscito a emozionarmi nemmeno nel vedere le immagini della finale, in cui poco si vede anche riguardo i festeggiamenti dei danesi.
É questo secondo me il vero problema del film, la celebrazione come protagonista non di una squadra che è riuscita a compiere un'impresa e di un popolo intero che l'ha seguita soffrendo e gioendo per loro - come penso che un eventuale film sul mondiale 2006 dovrebbe essere per funzionare - ma di un allenatore in cui nessuno credeva - nemmeno la sua stessa squadra - e che anche nei momenti di gioia si mostra freddo e distaccato con il film che prende un po' lo stesso tono dell'allenatore, mostrandoci alla bisogna le immagini reali delle partite di quell'europeo e non dando poi troppo spazio all'interpretazione dei protagonisti, che pure nelle scene calcistiche appaiono particolarmente impacciati. Insomma, per quanto mi riguarda questo "Estate '92" è un po' un mezzo disastro a livello cinematografico e ancora una volta Netflix dimostra come quando si va a guardare tra i film introvabili, a volte, si rischi un po' di andare a fare la raccolta dell'umido. E questo film, era quasi in fondo al sacco.

Voto: 4,5

mercoledì 8 luglio 2020

É per il tuo bene di Rolando Ravello (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: É per il tuo bene
Sceneggiatura: Rolando Ravello, Fabio Bonifacci
Durata: 96 minuti
Genere: Commedia


É abbastanza inutile che io stia qui a nascondere determinate cose, come ad esempio la mia ammirazione per due attori come Marco Giallini e Giuseppe Battiston - che è pur sempre un ragazzo intelligente, si vede - e quando ho visto che Amazon Prime Video ha messo nel suo catalogo un film come "É per il tuo bene" in cui i due sono tra i protagonisti non ci ho pensato due volte prima di vederlo. Il film è il remake di una pellicola spagnola, ma è bene sapere che io ho anche una passione per quelle commedie italiane leggere, che non vogliono far ridere in maniera facile ma tentano di far riflettere il pubblico facendolo anche sorridere, come è giusto che sia. Del terzo attore protagonista nel cast, Vincenzo Salemme, invece, non ho una buonissima opinione, ma più che altro è una questione di antipatia a pelle, come attore non lo conosco particolarmente e i suoi film solitamente li evito proprio perchè lui non mi sta proprio simpatico. Dalla parte femminile nel cast abbiamo anche Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi, entrambe passate nel cast di "Distretto di polizia" - che fino alla sesta stagione ho guardato senza il minimo problema ad ammetterlo e ho apprezzato pure tanto! - mentre abbiamo anche Valentina Lodovini ad interpretare Paola, la moglie di Antonio, interpretato da Salemme.
Antonio, Arturo e Sergio sono tre amici, rispettivamente sposati con Paola, Isabella e Alice. Tutte e tre le coppie hanno figlie di diverse età, tutte alle prese con un fidanzamento, che la famiglia in qualche modo non approva. Valentina, la figlia di Arturo e Isabella, ha da poco abbandonato il suo promesso sposo all'altare, per confessare ai suoi genitori di essere omosessuale e vivere la sua storia d'amore con Elvira, Marta, la figlia di Antonio e Paola, frequenta Biondo, aspirante rapper che canta testi parecchio controversi, mentre Sara, la figlia di Sergio e Alice si è appena fidanzata con un amico di vecchia data del padre, che oltre ad avere la fama di playboy, ha anche una trentina d'anni in più di lei. I tre padri decideranno così di allearsi, mettendo anche in gioco i privilegi derivanti dalle proprie professioni - Arturo è un avvocato, mentre Antonio è un poliziotto - per fare in modo che le tre figlie lascino i rispettivi fidanzati, credendo così di agire per il loro bene.
Mi sembra di avere già detto molto su questo film nella breve introduzione che ho fatto a questo post: probabilmente non lo avrei visto se non fossi stato attratto dal cast, ma sapevo che in ottica di mio personale gradimento sarei andato abbastanza sul sicuro, di certo non pensavo di trovarmi davanti ad un capolavoro - e così ovviamente non è stato - così come ero abbastanza certo che non mi sarei trovato davanti ad un film che al termine della visione mi avrebbe fatto schifo. É proprio così che la commedia familiare diretta da Rolando Ravello - attore che ha esordito nel 1991 in "Abbronzatissimi" e che poi ha esordito come regista nel 2013 con il film "Tutti contro tutti, del quale ho un ricordo abbastanza piacevole - è riuscita a coinvolgermi dall'inizio alla fine, un po' grazie alle buone interpretazioni dei protagonisti che sono ormai diventati una vera e propria garanzia, in qualsiasi ruolo gli venga affidato - tranne Salemme, lui continuo a fare fatica a sopportarlo - ma anche grazie a battute e momenti decisamente divertenti piazzati nei momenti cruciali del film. Ci troviamo davanti ad una commedia che gioca con quell'usanza che non conosce nazione e non conosce pregiudizio per cui i genitori si mettono in mezzo nei rapporti amorosi delle figlie femmine - e non è per nulla un caso che nessuno dei protagonisti abbia un figlio maschio - dimostrandosi estremamente protettivi e talvolta anche estremamente possessivi.
Se "É per il tuo bene" funziona è però anche merito delle attrici che interpretano le tre figlie dei protagonisti, tutte particolarmente azzeccate e in grado di portare in scena quella che è la generazione successiva alla mia, con tutto ciò che ne consegue e sarà anche vero che per un film italiano parlare dell'argomento di cui tratta questo film è un po' andare sul sicuro, ma poi alla fine da regista il film lo devi fare e, pur non dando molta personalità al tuo film a livello tecnico, rimane di buono quanto espresso dagli attori e il modo in cui la storia viene narrata, sempre coinvolgente e sempre attenta a piazzare la battuta o la situazione giusta nel momento giusto, strappando talvolta una risata, talvolta un sorriso amaro.

Voto: 6,5

lunedì 6 luglio 2020

OSCARS BEST MOVIES - Il paradiso delle fanciulle di Robert Z. Leonard (1936)


USA 1936
Titolo Originale: The Great Ziegfeld
Sceneggiatura: William Anthony McGuire
Durata: 185 minuti
Genere: Biografico


Qui non si molla proprio nulla e anche se i post settimanali sono diminuiti fisiologicamente - diciamo che nel corso di questa quarantena sono diventato un po' meno solitario rispetto a prima e a volte preferisco stare un po' in compagnia piuttosto che guardare un film o portarmi avanti nello scrivere i post settimanali, nulla di che in realtà - si va avanti con gli speciali che ho deciso di portare avanti in questo periodo. Per quanto riguarda lo speciale su tutti i film che hanno vinto l'Oscar come migliori film, entrando in qualche modo nella storia del cinema - nonostante molti lo neghino, che film sia bello o brutto, nel momento in cui vince l'Oscar entra nella storia e anche nelle statistiche - siamo arrivati al nono episodio e ci avviciniamo pericolosamente al momento in cui dovrò parlare, ma soprattutto lo dovrò anche vedere, di "Via col vento", sempre che in questo periodo riesca ancora a trovarlo su Netflix, dove fino a pochi giorni fa era presente, nonostante la cancellazione con il bianchetto - battuta razzista? - che molte piattaforme stanno attuando in questo periodo dopo gli episodi legati al movimento Black Lives Matter. Oggi però siamo qui a parlare di "Il paradiso delle fanciulle", pellicola diretta nel 1936 da Robert Z. Leonard, regista che nel corso degli anni ha diretto un numero abbastanza sconfinato di pellicole. Oltre al titolo di miglior film, la pellicola ha vinto anche l'Oscar per la migliore attrice protagonista assegnato a Luise Rainer e quello per la miglior coreografia.
Il film è dedicato alla figura di Florenz Ziegfeld, famoso impresario teatrale in attività nei primi anni del '900 che, partito come manager del culturista Robert Sandow e riuscito, grazie alla sua lungimiranza e anche ad una grande personalità, a sfondare nel mondo di Broadway, producendo un grandissimo numero di spettacoli teatrali e di musical, portati sul palco sotto il nome di "Ziegfeld Follies" che frequentemente sfondavano al botteghino e fecero ottenere a lui e ai suoi assistiti un successo di enormi dimensioni.
Siamo passati dall'aver parlato di un vero e proprio capolavoro come "La tragedia del Bounty" una decina di giorni fa ad un film secondo me parecchio controverso, che sinceramente ho fatto abbastanza fatica non solo ad inquadrare, ma anche a portare a termine. Ora, io non sono uno che davanti ad una pellicola di tre o quattro ore si fa spaventare, non è un numero che indica quanti minuti devo impegnare per la visione a fare la differenza, certo che se durante il giorno ho lavorato tantissimo e il giorno dopo dovrò fare altrettanto quel numero mi dice che forse dovrei solo scegliere un altro giorno per vederlo, alla fine si tratta solo di scegliere quello giusto. Il problema è che in questo film le tre ore e cinque minuti di durata mi sono sembrate eccessive, tanto che in moltissime scene mi sono trovato a pensare che il regista e i produttori si siano ritrovati a dover riempire dei minuti e lo hanno fatto portando in scena interi blocchi in cui venivano riprodotte scene degli spettacoli del protagonista. Un po' come è stato fatto nel finale di "Bohemian Rhapsody", avete presente? Beh, lì il reparto creativo del film deve aver pensato che sarebbe stato brutto dedicare un film di meno di due ore ad un'icona come Freddie Mercury, quindi hanno riempito gli ultimi venti minuti con l'intera riproduzione del concerto dei Queen a Wembley, in questo film invece la cosa succede almeno due o tre volte. Per quanto le coreografie siano anche carine e coinvolgenti e per quanto in questo film la musica e il ballo siano una componente fondamentale, magari sarebbe stato meglio affrontare l'intero film con lo stile del musical e non ammorbando lo spettatore con venti minuti consecutivi di canti e balletti facenti parti dello stesso spettacolo teatrale, cioè, questo per me è proprio il modo peggiore in assoluto di affrontare la narrazione in film che parlano del mondo dello spettacolo, riproducendone le scene per portarle sullo schermo.
É molto probabile che in tutta la visione de "Il paradiso delle fanciulle" io non ci abbia capito nulla, anche perchè di cinema delle origini ci capisco davvero pochino e forse sto giudicando un film che è entrato nella storia - avendo vinto l'Oscar come miglior film, ripeto, ci è entrato - con i parametri narrativi di oggi e non quelli del 1936, ma forse c'è un motivo se film come questo, comunque, non vengono ricordati o proposti al pubblico di oggi come altri film contemporanei, basti solo pensare al film che ha vinto l'Oscar l'anno prima, che invece è riconosciuto universalmente come capolavoro e questo, che qui in Italia si fa una fatica incredibile anche solo a trovarlo.

giovedì 2 luglio 2020

La chiesa di Michele Soavi (1989)

Italia 1989
Titolo Originale: La chiesa
Sceneggiatura: Dario Argento, Franco Ferrini, Michele Soavi
Durata: 100 minuti
Genere: Horror


Ormai chi legge queste pagine sa benissimo quanto il cinema di genere italiano prodotto a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta sia decisamente nelle mie corde. Avevo iniziato ad esplorarlo da adolescente, con i film più famosi di Dario Argento - che poi ho recuperato prontamente tutti quanti nello speciale a lui dedicato - per poi passare a qualche film di altri esponenti come Umberto Lenzi, Lucio Fulci e compagnia cantante, mantenendo una lacuna abbastanza grossa su quello che è stato uno dei massimi esponenti, Mario Bava, che ormai sono tanti anni che mi riprometto di esplorare. Il successo di Dario Argento ottenuto nel ventennio tra gli anni settanta e l'inizio degli anni novanta gli ha permesso di farsi un nome particolarmente influente nella produzione cinematografica italiana - e mondiale - tanto da permettergli in qualche modo di mettere il proprio nome come sponsor di vari film horror di registi esordienti usciti proprio in quegli anni, magari trovando anche il modo di metterci dentro anche la figlia Asia Argento - come fatto in questo film - la cui carriera cinematografica è iniziata nel 1986 nel film "Demoni 2" di Lamberto Bava e con "La chiesa" ci troviamo davanti al suo terzo film, quando era ancora soltanto quattordicenne. La carriera di Michele Soavi invece non sarà stata poi tanto prolifica quanto quella del suo principale sponsor, ma ha dalla sua un vero e proprio cult come "Dellamorte Dellamore" di cui ancora non ho parlato su queste pagine, mentre gli attori protagonisti di questa pellicola sono quei volti piuttosto comuni che ho avuto per tutto il tempo la sensazione di aver già visto senza però mai riuscire a capire in quale film: principali attori del film, oltre alla già citata giovanissima Asia Argento, sono Tomas Arana e Barbara Cupisti.
La trama di questo film inizia nel pieno del Medioevo - piccola postilla, se vuoi attirare la mia attenzione con un film horror, fai una scena ambientata nel Medioevo e mi avrai conquistato - quando un gruppo di cavalieri teutonici scopre un villaggio di streghe, che viene prontamente bruciato, uccidendo tutti gli abitanti e seppellendoli in una fossa comune, successivamente fatta benedire e sulla quale verrà costruita una chiesa. Ci spostiamo subito ai giorni nostri - che poi staremmo parlando di trentuno anni fa, ma va bene lo stesso - in Germania, dove Ewald viene assunto come bibliotecario per catalogare i libri e i volumi presenti all'interno della stessa chiesa. All'interno del vasto archivio della biblioteca, troverà un manoscritto all'interno del quale sono contenuti tutti i segreti della cattedrale e l'uomo, con l'aiuto di Lisa, una restauratrice, troverà all'interno della chiesa una croce sul terreno dei sotterranei della cattedrale. Rimossa la croce e il suo sigillo, l'uomo libererà involontariamente i demoni della cattedrale e verrà posseduto.
Ammetto candidamente che "La chiesa" è uno di quei film di cui, anche seguendo vari gruppi di cinema horror su Facebook, sento parlare da una vita senza aver mai avuto la voglia di vederlo, fino a una decina di giorni fa. Alla fine, durante la visione, ci ho trovato buona parte di quegli elementi che mi convincono di quanto il cinema di genere italiano, anche quando si resta nella dimensione dei B-movie, abbia sempre qualcosa di buono da offrire. Siamo davanti ad uno di quei film - e non ce ne sono pochi con queste caratteristiche in quel periodo - per i quali magari non si poneva grandissima attenzione alla sceneggiatura e alla coerenza narrativa, ma magari, anche con pochi mezzi a disposizione, qualche bella idea registica, o anche qualche imitazione ben fatta, perchè no, veniva comunque fuori e ci troviamo inoltre in un periodo in cui veniva prestata una particolarissima attenzione alla colonna sonora, che spesso e volentieri spaziava nei meandri del genere prog-rock, con band che proliferavano come batteri in quel periodo. Ecco, metti in un film horror una buona quantità di sangue, degli effetti speciali molto artigianali e un po' di musica prog-rock - anche se quella di questo film non è che sia delle migliori - e hai trovato il modo per farmi uscire di testa.
Poi, a conti fatti, poco importa se il film dopo trentuno anni non è che sia invecchiato benissimo, poco importa se ci sono alcune ingenuità a livello di sceneggiatura o, addirittura, alcune banalità nello sviluppo della trama - che comunque rendono il film abbastanza rassicurante per un pubblico non particolarmente affezionato al genere - e alcuni momenti in cui non si sa benissimo dove la storia voglia andare a parare. Ora che siamo nel 2020 il film non sarà certo particolarmente inquietante, ma c'è da dire che se ancora se ne parla, anche se soprattutto in gruppi online abbastanza specifici, un qualcosa di buono questo film dovrà pure averlo: non sarà forse il miglior film della storia dell'horror italiano, ma ci sono delle idee di cinema che, anche se alcune volte sono imitazioni di tecniche già utilizzate, è già qualcosa in più di tanti horror che vediamo in questi ultimi anni.