mercoledì 26 febbraio 2020

Destinazione... Terra! di Jack Arnold (1953)



USA 1953
Titolo Originale: It Came from Outer Space
Regia: Jack Arnold
Sceneggiatura: Harry Essex
Durata: 81 minuti
Genere: Fantascienza


Inutile girarci troppo intorno, a volte, per quanto riguarda le visioni di film, ci affidiamo a mezzi non proprio convenzionali, solo che è meglio non dirlo troppo ad alta voce, ecco. Ammetto che la cosa capiti anche a me, anche solo per vedere quali sono i film che vengono messi a disposizione e, soprattutto in questo ultimo periodo, devo dire che uno di questi mezzi, quello più famoso di tutti, ha pubblicato diversi film del passato, tutti con quelle tipiche locandine dai colori accesi ed i titoli italiani che sembra che ti urlino "GUARDAMI SUBITO!". Attirato da una di queste locandine e dal titolo, mi sono imbattuto in "Destinazione... Terra!", film in bianco e nero del 1953 diretto da Jack Arnold, regista che tra il 1950 e il 1964 ha diretto una ventina di film, per poi fermarsi nel 1977 dopo poche esperienze televisive. Famoso per i suoi film di fantascienza, questo il suo primo, scorrendo i titoli da lui diretti noto la presenza di molti titoli che conosco per nome, che non ho mai visto e che un giorno potrei pensare di recuperare, è a lui ad esempio che dobbiamo "Il mostro della laguna nera" - questo l'unico che ho visto -, uno dei film horror di fantascienza più citati al mondo, e anche "Radiazioni BX: Distruzione uomo", che invece ho solamente sentito nominare. Protagonista del film è Richard Carlson, che interpreta il personaggio di John Putnam, con Barbara Rush che interpreta l'amante Ellen Fields.
Mentre John Putnam, astronomo dilettante, e la sua fidanzata Ellen stanno per scambiarsi un bacio, un meteorite infuocato cade sulla Terra nei pressi della cittadina di Sand Rock. I due accorrono subito nel luogo in cui il meteorite è caduto, nei pressi di una miniere, scoprendo subito che si tratta in realtà di una navicella spaziale di forma esagonale, che viene però presto nascosta da una frana, che si scatena nella zona circostante. Quando, scampati al pericolo, John racconterà ciò che ha visto, nessuno gli crederà, ma, misteriosamente, diverse persone cominceranno a scomparire nei giorni successivi alla scoperta della navicella, i pochi che ricompaiono nei giorni successivi mostrano un comportamento piuttosto bizzarro e meccanico che metterà in allerta lo sceriffo della città.
Partiamo subito da un presupposto che probabilmente non mi ha permesso di guardare il film con gli occhi giusti, per quanto lo abbia apprezzato sia a livello tematico sia a livello visivo: non è un film del mio tempo e con certi tipi di pellicole, soprattutto per quanto riguarda la gestione del ritmo narrativo, ammetto di avere delle difficoltà, dovute sicuramente ad un problema mio nell'affrontare un modo abbastanza diverso di fare cinema. Tralasciando i miei problemi nell'affrontare i ritmi di un film degli anni cinquanta, sotto tutti gli altri punti di vista il film è secondo me ottimo, meritatamente tra i cult del genere di fantascienza e che sicuramente ho fatto bene a recuperare grazie ad una locandina e ad un titolo che mi hanno attratto sin dal primo momento. Innanzitutto dal punto di vista tecnico sono rimasto molto affascinato dalla fotografia e da alcuni effetti speciali, rudimentali, ma efficaci nella caduta dell'astronave, assolutamente lodevoli nella scena della frana, che mi è sembrata molto vicina al realismo per come è stata realizzata. Sono poi secondo me particolarmente azzeccate tutte quelle inquadrature in soggettiva viste dalla visuale degli alieni quando stanno per attaccare un essere umano - poi torneremo sulle motivazioni, forse la parte più interessante del film in assoluto - che rende il tutto abbastanza inquietante, ma anche affascinante.
Ad essere però ancora più azzeccato, soprattutto considerando l'epoca in cui il film è stato girato, è proprio il motivo per cui gli alieni sono atterrati sul nostro pianeta. Di certo non erano in cerca di forme di vita intelligenti da conquistare, qui non ce ne sono - e mi ci metto di mezzo anche io - ma si sono stabiliti nella città di Sand Rock semplicemente per riparare un guasto alla navicella e poi ripartire. Peccato che, una volta scoperti, per timore di essere temuti dagli umani e di essere in qualche modo isolati, si sono serviti di loro assumendo le loro sembianze per passare sotto traccia. Ma ehi, siamo nel 1953, con tanto di segregazione razziale in corso negli Stati Uniti, e il buon Jack Arnold dirige un film sul razzismo in cui al posto dei """negggri""" - l'ho messo con tre g e tante virgolette così capite il sarcasmo - ci sono gli alieni e la popolazione del paese natale di Jack Arnold, ma anche quella di molti altri paesi, ancora oggi fa abbastanza fatica a comprenderne il messaggio, nonostante le cose, c'è da ammetterlo, siano comunque migliorate? Ehi, io ve l'avevo detto che gli alieni del film non erano mica venuti per cercare forme di vita intelligenti... da quel punto di vista non avrebbero avuto speranza!

martedì 25 febbraio 2020

Ju-on: Rancore di Takashi Shimizu (2002)



Giappone 2002
Titolo Originale: 呪怨 (Ju-on)
Sceneggiatura: Takashi Shimizu
Durata: 92 minuti
Genere: Horror


Procede a gonfie vele il recupero dei film della saga di "The Grudge", sia gli originali giapponesi, sia i remake americani e con questo terzo capitolo, il primo distribuito nei cinema, si passa a dover affrontare in maniera definitiva quello che è stato il mio vero e proprio trauma adolescenziale. Perchè è stato proprio con questo film che io sono entrato per la prima volta in contatto con gli originali giapponesi della saga - avevo già visto i remake - e una scena in particolare di questo film aveva fatto parte dei miei incubi e dei miei pensieri prima di andare a dormire per qualche giorno dopo la visione, avvenuta con degli amici che frequentavo all'epoca dopo aver noleggiato il DVD in biblioteca. Ancora una volta abbiamo Takashi Shimizu alla regia, dopo il successo di "Ju-on", film realizzato per la televisione, e dopo lo stanco "Ju-on 2" che si limitava a riproporre ben mezz'ora del film precedente e capitoli apparentemente slegati tra di loro e realizzati in maniera sbrigativa con un risultato finale non certo soddisfacente, così come, oltre al regista, viene sempre chiamata in causa Takako Fuji per interpretare il demone Kayako, così come Yūya Ozeki per interpretare il figlio Toshio.
Anche questo terzo episodio della saga è diviso in capitoli, ognuno dedicato ad un diverso personaggio, la storia principale che collega tutti i capitoli è legata però al personaggio di Rika, interpretata da Megumi Okina, una specie di assistente sociale che viene incaricata di recarsi nella casa di Tokunaga Sachie, un'anziana signora che da qualche giorno vive in condizioni disastrose, ha la casa completamente in disordine, ma soprattutto, appare in uno stato catatonico da cui non riesce a riprendersi. All'interno della casa scoprirà anche la presenza di un bambino, dopo aver sentito dei rumori in soffitta, che affermerà di chiamarsi Toshio - il figlio di Kayako - ma farà anche esperienza della presenza dello spirito di Kayako, vedendolo sovrastare l'anziana signora, uccidendola. Attraverso gli altri capitoli della storia, che non sono riportati in ordine cronologico, vediamo come la signora sia finita a vivere nella casa in quelle condizioni e vedremo, successivamente, le conseguenze che la visione dello spirito di Kayako ha avuto su Rika.
Dopo aver visto i primi capitoli della saga e anche quello successivo - di cui penso vi parlerò la prossima settimana - posso dire che non è solo l'affetto che provo verso di esso a farmi pensare che sia senza ombra di dubbio il miglior capitolo della saga, forse oltre all'affetto potrebbe anche esserci una sorta di autolesionismo masochistico dato che ancora, dopo molti anni, avevo ben impressa nella mia mente quella scena che mi aveva turbato, ovvero quella in cui Rika è sdraiata sul letto e vede Toshio seduto ai suoi piedi e Kayako comparire da dietro la testata. Una scena che mi turbò proprio perchè io, da sempre tengo il letto leggermente staccato dal muro, in modo da poter pulire anche lo spazio tra il letto e il muro senza doverlo spostare, uno spazio in cui ci passo io, quindi mi immagino quanta poca fatica possa fare lo spirito di una magrissima donna giapponese a passare dietro al mio letto e a mostrarsi nella stessa maniera. Devo ammettere che quella scena non mi ha fatto lo stesso effetto, perchè la stavo rivedendo, però sicuramente "Ju-on: Rancore" è quello in cui i vari capitoli della storia si collegano bene e in cui si ha il maggiore stato di ansia nei primi tre capitoli, con il ritmo della narrazione che viene tenuto costante e sempre con la filosofia tutta asiatica di mostrare il meno possibile l'elemento che dovrebbe fare paura. Il segno che comunque la produzione stesse già cominciando ad occidentalizzarsi arriva dalla presenza di qualche jump-scare, comunque sempre ben contestualizzato all'interno della vicenda.
Con "Ju-on: Rancore" ho dovuto riaffrontare un mio trauma adolescenziale e il risultato è stato certamente diverso rispetto a una quindicina di anni fa, rimane comunque un film in grado di creare la giusta dose di ansia e di paura, tanto da essere, forse, il capitolo della saga più conosciuto qui in occidente, proprio per il fatto di essere stato il primo ad essere mandato nei cinema, anche se nel nostro paese è arrivato direttamente in home video. Con il quarto e ultimo capitolo della saga giapponese le cose cambieranno e vedremo quali saranno gli stratagemmi utilizzati da Takashi Shimizu per mettere paura nei suoi spettatori.

lunedì 24 febbraio 2020

Gli uomini d'oro di Vincenzo Alfieri (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: Gli uomini d'oro
Sceneggiatura: Vincenzo Alfieri, Alessandro Aronadio, Renato Sannio, Giuseppe Stasi
Durata: 100 minuti
Genere: Drammatico, Thriller


Purtroppo qua in Italia, in qualche modo e forse a volte anche a ragione, siamo un po' troppo esterofili, tanto esterofili che non ci accorgiamo che a volte, quando il cinema italiano prova ad esplorare generi diversi dai soliti drammoni strappalacrime, commedie sentimentali e commedie stupide, qualcosa di buono può uscire. É proprio in questi ultimi anni che quando il cinema di genere italiano arriva nelle sale, cosa neanche troppo scontata a dire la verità, qualcosa di buono lo si vede e ne sono un esempio, per quanto mi riguarda, "The Nest - Il nido", ma anche "The End? L'Inferno fuori", solo che per quanto riguarda il genere thriller è effettivamente un po' di tempo che non si vede qualcosa di buono nelle sale cinematografiche. Eppure noi è da tempo che siamo bravi a parlare di criminalità, abbiamo molti esempi di film sulla mafia, su tutti "Il traditore" dello scorso anno, ci aggiungerei anche questo "Gli uomini d'oro", film uscito nelle sale italiane sul finire del 2019 e che ha raccolto sin da subito critiche abbastanza positive da parte degli addetti ai lavori, ma non altrettanto successo da parte del pubblico. Purtroppo, accodandomi anche al fatto che le proiezioni sono state davvero poche nei cinema vicino a casa mia, sono riuscito a recuperare la visione di questo film solamente qualche giorno fa in home video e devo dire che non mi sarei aspettato di trovarmi davanti ad un film così avvincente, con qualche difetto, di certo non perfetto, ma comunque l'ennesimo esempio di pellicola italiana sottovalutata da noi stessi italiani. Regista del film è Vincenzo Alfieri, regista nel 2017 de "I peggiori", che ancora non sono riuscito a vedere, che si è circondato di un buon cast composto da Fabio De Luigi, Edoardo Leo e Giampaolo Morelli, ad interpretare tre persone che nel 1996 a Torino si resero protagonisti di un colpo ai danni di un portavalori delle poste.
Il film narra, per l'appunto, della reale rapina ad un portavalori della poste, avvenuta a Torino nel 1996, un caso di cronaca che fece molto scalpore all'epoca e il cui processo si protrasse per più di due anni, considerando anche la sparizione di due dei protagonisti della vicenda, ma anche il fatto che non si sappia come una quantità così grande di denaro sia stata spesa nel giro di così poco tempo da parte degli esecutori della rapina. Ci vengono a tal scopo presentati tre personaggi: Luigi Meroni, detto il Playboy, guida il furgone portavalori e da qualche tempo si è vista sfumare davanti agli occhi la possibilità di andare in pensione in giovane età grazie alla riforma Dini, decidendo così di vendicarsi rapinando il furgone che guida ormai da qualche anno; Alvise Zago, detto il Cacciatore, è il collega che lo affianca sempre alla guida, si occupa principalmente delle questioni burocratiche, ha una situazione economica disastrata, ma non sopporta particolarmente il suo compagno di lavoro, inoltre è malato di cuore e costantemente a rischio di avere un nuovo infarto; il Lupo è invece un piccolo criminale della zona, sommerso dai debiti e in mano a uno strozzino, molto amico di Alvise che gli racconterà del loro piano e troverà in esso un'occasione per rifarsi dei soldi che deve al suo creditore.
Siamo a tutti gli effetti davanti ad un heist movie un po' reinterpretato, che ci narra dello stesso evento, per l'appunto la rapina, vista attraverso gli occhi dei tre personaggi, ogni capitolo del film racconta il punto di vista di uno di loro. Con questo stratagemma non diventa tanto la rapina ad essere messa al centro della narrazione, quanto più che altro lo sviluppo dei protagonisti, che è sicuramente ben curato e che, nel poco tempo a disposizione, vengono ben delineati in tutte le loro caratteristiche fondamentali. Luigi è uno spavaldo, che si fa vanto della sua cultura, ma probabilmente a causa dello stress lavorativo a cui è sottoposto - anche se non ha molta voglia di lavorare - ha difficoltà a fare l'amore con la propria compagna, Alvise sembra essere invece legato alla moglie, nonostante le molte liti tra i due e nonostante nella vita quotidiana mostri un nervosismo eccessivo per una persona malata di cuore, probabilmente causato dalla situazione economica che vive in famiglia, mentre forse il personaggio delineato in maniera un po' più superficiale è il Lupo, che entra nella vicenda in una fase successiva , mostrandoci poco della sua attività criminale e nemmeno tantissimo della sua vita personale. É dunque questo l'aspetto più interessante del film, che si basa su una sceneggiatura secondo me piuttosto solida che, di fronte a tanti pregi, con il ritmo narrativo mantenuto costante e in modo da non annoiare, ha il difetto non proprio marginale, ma secondo me non fondamentale in questo caso, di non decollare mai per davvero, tanto che quando la tensione inizia ad alzarsi c'è sempre un evento che la fa calare. Dal punto di vista registico il film mostra un buon uso della macchina da presa e una buona fotografia, a farmi impazzire ancora di più è stata però la colonna sonora che giustamente alterna brani pop dell'epoca, ma anche pezzi strumentali originali che accompagnano nel miglior modo possibile i momenti in cui viene narrata la rapina vera e propria.
Bene anche per quanto riguarda le interpretazioni degli attori protagonisti, ho visto perfettamente a suo agio Giampaolo Morelli, forse quello più facilitato dal fatto di dover interpretare un personaggio napoletano e quindi non tenuto a cambiare il proprio accento o il proprio dialetto per esigenze di copione, così come, dopo molte commedie secondo me non riuscite, ecco che anche Fabio De Luigi riesce a dire la sua come attore drammatico, il suo Alvise Zago è certamente uno dei personaggi più interessanti del film, il più sfaccettato e quello di cui viene indagata maggiormente la vita privata e l'interpretazione di De Luigi è secondo me ottima in tal senso. Un po' meno convinto da Edoardo Leo, principalmente perchè costretto a parlare con un accento torinese che rende la sua interpretazione decisamente più forzata rispetto alla spontaneità cui ci aveva abituato in altri suoi film precedenti, risulta però credibile nei panni del piccolo criminale che non sembra aver bene sotto controllo la sua attività, sempre sotto pressione a causa dei debiti contratti con criminali di rango più alto del suo. Insomma, "Gli uomini d'oro" non sarà forse il film perfetto o l'heist-movie della vita, ma sicuramente è una pellicola che nel panorama cinematografico italiano non si vedeva da tempo, per struttura narrativa e per il modo in cui dialoghi e personaggi sono stati sviluppati.

Voto: 7

venerdì 21 febbraio 2020

Beetlejuice - Spiritello porcello di Tim Burton (1988)



USA 1988
Titolo Originale: Beetlejuice
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Michael McDowell, Warren Skaaren, Larry Wilson
Durata: 92 minuti
Genere: Commedia, Horror


No, tranquilli, non ho intenzione di fare uno speciale su Tim Burton, nè sto recuperando tutti i suoi film. Semplicemente, in una serata di zapping su Netflix, mi sono imbattuto in questo film, che adocchiavo da tempo, ma non avevo mai visto, e ho deciso di dargli una guardata. Tim Burton è regista che apprezzo da tempo, così come da altrettanto tempo non è che mi convinca particolarmente per quanto riguarda i suoi nuovi lavori cinematografici, ma devo ammettere che secondo me con il remake in live action di "Dumbo" mi è parso abbastanza in ripresa rispetto alle ultime uscite, ora bisogna vedere se continuerà su questa strada. Tanti sono dunque i film del regista che apprezzo, vedi ad esempio "Nightmare Before Christmas", "Big Fish" o "Sweeney Todd", altrettanti sono quelli che mi hanno convinto meno, su tutti il terribile "Alice in Wonderland" o "Dark Shadows". Eppure, in tutti questi anni a "Beetlejuice - Spiritello porcello" non ho mai avuto modo di concedere una visione, nonostante ne avessi sentito parlare in tutte le salse e nonostante il regista che apprezzo particolarmente e i protagonisti di altissimo livello presenti al suo interno, tra cui ovviamente Michael Keaton, Alec Baldwin, Winona Ryder e Geena Davis.
Adam e Barbara Matland sono sposati e perseguitati da un'agente immobiliare che vuole a tutti i costi comprare la loro casa. I due poco tempo dopo saranno vittime di un incidente d'auto e, dopo essere riusciti a tornare a casa, si accorgono di essere in grado di compiere gesti sovrannaturali, nessuno può vederli e fuori dalla loro casa si trova un deserto popolato dai temibili Vermi delle Sabbie e, dopo aver scoperto nella loro casa un libretto chiamato "Il manuale del novello deceduto", capiranno di essere morti. La casa dove i due abitavano verrà acquistata dalla famiglia Deetz, tra i quali vi è anche la giovane Lydia, che sembra essere l'unica persona in grado di vedere i due coniugi che, indispettiti dal comportamento dei nuovi abitanti della casa, decideranno di tentare di spaventarli in ogni modo, senza avere successo. Sconsigliati dalla loro assistente nel mondo dell'aldilà faranno conoscenza con Betelgeuse, uno spirito in grado di sbarazzarsi degli umani uccidendoli in modo da dare pace agli altri spiriti. Adam e Barbara si pentiranno presto di aver evocato Betelgeuse e per ripicca lo spirito deciderà di stabilirsi nel cimitero del villaggio in miniatura che Adam stava costruendo prima di morire.
Sembra strano da uno che ha visto il film per la prima volta qualche giorno fa dire che "Beetlejuice - Spiritello porcello" - con tanto di sottotitolo aggiunto completamente a caso dai titolisti italiani - non sia invecchiato di nemmeno un giorno, ma è inutile stare a nascondere che il film non sia invecchiato di nemmeno un giorno, nonostante i suoi ben trentadue anni di età. Nonostante la nome di regista dalle ambientazioni abbastanza tetre di Tim Burton, guadagnatasi nel corso degli anni grazie ai suoi film più famosi, e nonostante l'ambientazione della pellicola, in una casa abitata da fantasmi con tanto di minicimitero al suo interno, i colori sono abbastanza accesi ed è una cosa molto più vicina all'ultimo Tim Burton piuttosto che a ciò per cui è maggiormente conosciuto. A livello di sceneggiatura "Beetlejuice - Spiritello porcello" risulta essere una commedia horror con momenti divertentissimi ed altri che, se li avessi visti quando ero più giovane, probabilmente mi avrebbero anche fatto un po' paura: bellissimi sono, per quanto mi riguarda, gli effetti speciali, realizzati come piace a me, con i vari mostri o fantasmi che sono fisicamente presenti in scena utilizzando degli effetti visivi secondo me seriamente memorabili.
Oltre ad una trama che mi è particolarmente piaciuta sono riuscito anche, nonostante la breve durata del film, ad affezionarmi in modo particolare ai personaggi. Innanzitutto forse quella a cui mi sono sentito più vicino è Lydia, interpretata da Winona Ryder, sicuramente il personaggio con cui mi è stato più facile identificarmi, abbastanza pessimista e malinconico. Vero mattatore del film è però Michael Keaton con il suo Betelgeuse, con le sue battute piccanti e sempre messe al posto giusto nel momento giusto, con dei tempi comici invidiabili, spassosissima poi è la scena in cui lo spirito costringe la famiglia Deetz a ballare "Day-O (Banana Boat Song)" che è forse uno dei simboli del film, per quanto mi riguarda. Interessanti anche i due protagonisti Adam e Barbara, anche se sicuramente in tono minore rispetto agli altri personaggi citati, rimangono un po' più legati a degli schemi classici che però in un film del genere sicuramente non guastano. Insomma, con estremo ritardo ho finalmente recuperato un film probabilmente importantissimo nella carriera di Tim Burton, regista che apprezzo particolarmente, che sicuramente ha dato il via a quel tipo di cinema che poi lo ha reso famoso al mondo intero, apprezzandolo moltissimo, dall'inizio alla fine.

giovedì 20 febbraio 2020

WEEKEND AL CINEMA!

Un altro weekend di cinema è all'orizzonte e arrivano film non molto interessanti. Un thriller tratto da una storia vera, il revival di una saga che sembrava terminata già una quindicina di anni fa, un musical criticato tantissimo in patria e poi i soliti film di contorno, alcuni di essi comunque un po' interessanti. Vediamo quali sono le uscite di questa settimana, commentate come al solito in base ai miei pregiudizi!


Cattive acque di Todd Haynes


I film che parlano di indagini realmente avvenute e che denunciano eventi torbidi della storia dell'uomo mi attirano sempre abbastanza. Di questo "Cattive acque" girano i trailer da inizio anno e finalmente abbiamo una data d'uscita. Rimane da capire quanto l'importanza della tematica trattata e il fatto che sia tratta da una storia vera contribuiscano alla realizzazione di un bel film.

La mia aspettativa: 7/10


Bad Boys for Life di Adil El Arbi, Bilall Fallah

Sedici anni dopo "Bad Boys 2" - che rimane un film che all'epoca, ero in terza media, mi aveva divertito tanto, arriva questo revival di cui sinceramente non ne sentivo il bisogno. A dirla tutta non so nemmeno se ho intenzione di dargli un'opportunità o se lo lascerò passare inosservato, penso più che opterò per la seconda opzione.

La mia aspettativa: 5/10


Cats di Tom Hooper

Probabilmente il film più spernacchiato tra la fine del 2019 e questo inizio di 2020, pare non sia piaciuto a nessuno e io che, quando seppi che doveva uscire, ne ero abbastanza interessato, ho fatto calare di molto le mie aspettative. Eppure, come ormai molti sanno, a me piace la spazzatura e penso che presto o tardi, un'opportunità gliela potrei dare, anche solo per vedere se le critiche feroci lette in giro sono veritiere o meno.

La mia aspettativa: 4/10


Le altre uscite della settimana

Criminali come noi: Film coprodotto da Argentina e Spagna che potrebbe, a sorpresa, rivelarsi interessante, la speranza è che sia brillante e coinvolgente.
Il richiamo della foresta: Se c'è un film che proprio non voglio vedere in questo 2020 è questo qui, il trailer, con tanto di cane finto, mi ha frantumato le palle in mille pezzi.
La mia banda suona il pop: Vabbeh, c'è bisogno che dica se preferirei vederlo oppure essere Superman e farmi una flebo di criptonite?
L'hotel degli amori smarriti: Commedia sentimentale in arrivo dalla Francia che non sono minimamente nel mood giusto per guardare.
Lontano lontano: Altra commedia, ma stavolta italiana, che non mi ispira granchè. Probabilmente è una di quelle uscite buttate lì in mezzo per fare numero però.

mercoledì 19 febbraio 2020

Un amico straordinario di Marielle Heller (2019)

USA 2019
Titolo Originale: A Beautiful Day in the Neighborhood
Sceneggiatura: Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Durata: 109 minuti
Genere: Drammatico, Biografico


Tra le visioni che hanno preceduto la notte degli Oscar, di cui ancora si fa un gran parlare perchè proprio grazie alla premiazione "Parasite" ha sbancato al botteghino in Italia, ho affrontato anche quella di "Un amico straordinario", film che qui in Italia arriverà nel giro di qualche giorno e che era presente nella lista dei film candidati all'Oscar grazie alla presenza, nel film, di Tom Hanks, candidato come miglior attore non protagonista. Basato su una storia vera e sui personaggi di Fred Rogers e di Lloyd Vogel, interpretato da Matthew Rhys, la pellicola è diretta da una donna, Marielle Heller, al suo terzo lungometraggio dopo "Copia originale" del 2018 e "Diario di una teenager" che ancora non ho visto. Oltre ai due già citati attori, che fondamentalmente sono i due protagonisti tanto che appare forzata la candidatura di Tom Hanks come miglior attore non protagonista, abbiamo in scena anche Susan Kelechi Watson nei panni di Andrea Vogel, la moglie di Lloyd. Non so bene perchè ma avevo la sensazione già dalla lettura delle nomination che il film fosse un po' un underdog e che il suo arrivo in Italia decisamente ritardato - non tanto quanto quello di "Bombshell" - potesse anche essere dovuto al fatto che un film del genere difficilmente può attecchire sul pubblico italiano, dato che la storia è di quelle che più americane non si può, ma è anche dedicata ad un personaggio che qui in Italia è praticamente sconosciuto.
Siamo nel 1998 e Lloyd Vogel, giornalista della rivista Esquire, ha appena avuto una rissa con il padre, con il quale è in pessimi rapporti da molto tempo, durante la festa di matrimonio della sorella. Subito dopo questo evento, ancora malconcio, viene incaricato di scrivere un articolo su Fred Rogers, pastore protestante e famoso personaggio televisivo che cura una trasmissione per bambini chiamata "A Beautiful Day in the Neighborhood", che è anche il titolo in lingua originale del film. Grazie anche alla sua fede in Dio, il rapporto tra Fred Rogers e Lloyd migliora di giorno in giorno e i due iniziano a coltivare una profonda amicizia che sarà utile a Lloyd per provare a comprendere il padre e perdonarlo per il torto che ha commesso verso la madre prima che lei morisse.
Non so bene il perchè ma non sto riuscendo a trovare le parole giuste per parlare di questo film perchè, fondamentalmente, non ho ancora superato quella fase in cui la mia reazione verso il film era stata esclusivamente di pancia. É un film che dopo un paio di settimane non sono ancora riuscito a metabolizzare e mi ricordo però molto bene di aver pensato, al termine della visione, che questo film mi avesse provocato una noia incredibile. Ci sono, ovviamente, dei punti positivi, mi piace ad esempio il modo abbastanza malinconico di narrare la vicenda, che rimane tale anche a fronte della contagiosa felicità di Fred e dei suoi gesti di bene verso una persona appena conosciuta che egli riconosce essere in difficoltà personali. "Un amico straordinario" vuole sicuramente mandare un messaggio positivo e narrare una storia rimasta per molti anni sconosciuta ma che, rimango della mia opinione, penso sia praticamente impossibile che possa attecchire sul pubblico italiano, un po' proprio perchè narra di un personaggio praticamente sconosciuto qui nel nostro paese, un po' perchè, effettivamente, dal punto di visto narrativo l'ho trovato poco coinvolgente. Tralasciando che il fatto che i burattini utilizzati da Fred Rogers mi hanno ricordato la prima stagione di "Channel Zero" - tratta da una delle creepypasta che più mi inquietano - ho trovato un po' insopportabili tutte le scene ambientate all'interno del programma televisivo curato dal nostro coprotagonista, così come la performance di Tom Hanks risulta essere accettabile, ma sicuramente non da candidatura agli Oscar.
Ora, io ho letto altre due o tre opinioni su questo film e effettivamente sono l'unico a cui non è piaciuto, quindi può anche darsi che il problema sia solo mio, d'altronde ne ho già molti, uno in più non fa tanto la differenza, però non so perchè, ma io con questa visione proprio non ce l'ho fatta, l'ho trovato un film faticoso, mi ha stancato abbastanza in fretta e mi sono trascinato verso la fine non so nemmeno come.

Voto: 5