giovedì 21 febbraio 2019

WEEKEND AL CINEMA

Siamo vicini alle premiazioni degli Oscar del 2019, ma ormai le uscite cinematografiche riguardanti questi premi si sono praticamente esaurite, quindi siamo di fronte ad una settimana un po' di passaggio, in cui poche sono le pellicole interessanti, che però verranno, come al solito, commentate in base ai miei pregiudizi!


The LEGO Movie 2 di Mike Mitchell


Oh, io con i film d'animazione ho un po' litigato, però questo seguito di "The LEGO Movie", che tra l'altro viene anche dopo un bellissimo "LEGO Batman" - forse l'ultimo film d'animazione che ho visto - mi ispira abbastanza e penso abbastanza seriamente che lo vedrò. Aspettative di certo non altissime, la sorpresa del primo capitolo e dello spin-off su Batman ormai si sono esaurite, però sta settimana penso sia un po' il meglio che potremo trovare.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Copia originale: Un film che parla della vita di una biografa, una persona che racconta le vite degli altri. Sarà, ma questa versione di "Inception" in salsa biopic mi ispira poco o niente.
Land: Una pellicola ambientata negli Stati Uniti che di statunitense non ha praticamente nulla, a livello produttivo. MI sembra un po' troppo impegnato, mi sa che me lo salto tranquillamente.
L'ingrediente segreto: Pellicola macedone, anch'essa mi sa di un po' troppo impegnata.
Modalità aereo: Paolo Ruffini, Lillo e Greg nello stesso film. L'inferno - dove per me hanno già apparecchiato e preparato un girone apposta - me lo aspettavo un po' più divertente.
Parlami di te: Commedia francese ed è un po' di tempo che non affronto un film proveniente da oltralpe. Non so però se sarà proprio questo.
Quello che veramente importa: Non so perchè, ma quando vengono portati al cinema film usciti più di un anno e mezzo fa mi fido sempre poco poco poco.
The Front Runner - Il vizio del potere: Ora, io dico, dopo aver visto "Vice", quanto può essere interessante la storia di uno che era candidato alle presidenziali democratiche, ma fu estromesso per via di una relazione illecita? Poco vero?
Un uomo tranquillo: Ho visto il trailer di questo film praticamente ogni volta che sono andato al cinema in questi primi due mesi dell'anno e ogni volta le battute ad effetto e gli spari presenti nel trailer mi convincono a non guardarlo. Sarà sicuramente una delle uscite di grido di questo weekend, in compenso.

mercoledì 20 febbraio 2019

Alita - Angelo della battaglia di Robert Rodriguez (2019)

USA, Canada, Argentina 2019
Titolo Originale: Alita: Battle Angel
Regia: Robert Rodriguez
Sceneggiatura: James Cameron, Laeta Kalogridis
Cast: Rosa Salazar, Christoph Waltz, Jennifer Connelly, Mahershala Ali, Ed Skrein, Jackie Earle Haley, Keean Johnson, Eiza González, Lana Condor, Jorge Lendeborg Jr., Michelle Rodriguez, Casper Van Dien, Marko Zaror, Idara Victor, Leonard Wu, Jeff Fahey, Jai Courtney, Jeff Bottoms, David Sobolov
Durata: 122 minuti
Genere: Fantascienza, Azione


Uno dei film dalla produzione più lunga e travagliata di sempre, roba che potrebbe giocarsela alla pari con "L'uomo che uccise Don Chisciotte" di Terry Gilliam, è finalmente arrivato nelle sale cinematografiche italiane lo scorso quattordici Febbraio. Una produzione quasi ventennale, con James Cameron che si innamorò del soggetto dei manga da cui questo film è tratto già nel 2000 - i manga io non li ho letti, ma conto di fare qualche acquisto al prossimo Cartoomics - e ripercorrerne tutte le vicissitudini produttive avute dal 2000 ad oggi sarebbe eccessivamente lungo e potete comunque trovare tutte le informazioni che cercate sulla relativa pagina Wikipedia. Siamo dunque arrivati nel 2016, quando la Fox annuncia che "Alita - Angelo della battaglia" sarebbe uscito il 20 Luglio del 2018: vidi per la prima volta il trailer di questo film prima di vedere "Red Sparrow" al cinema lo scorso anno e ancora la data di uscita annunciata era rimasta quella iniziale. Da allora però ben due rinvii: il primo in periodo natalizio, proprio nello stesso periodo de "Il ritorno di Mary Poppins", poi ancora un altro rinvio - per evitare la competizione al botteghino con questo e altri film più forti - al quattordici di Febbraio del 2019, stesso weekend in cui, tra l'altro, esce negli Stati Uniti "The LEGO Movie 2", che invece da noi uscirà proprio domani. Alla produzione rimane James Cameron, mentre alla regia viene chiamato Robert Rodriguez, che nel frattempo dopo il doppio flop di "Machete Kills" e di "Sin City - Una donna per cui uccidere" era un po' sparito dai radar, anche se come regista rimane da me particolarmente apprezzato per vari suoi film. Nel cast entrano Rosa Salazar nei panni di Alita, Christoph Waltz nei panni di Daisuke Ido - ad oggi non ho ancora capito il perchè dare un nome giapponesizzante ad un attore occidentale -, Jennifer Connelly che a cinquant'anni suonati si difende ancora alla grandissima in quanto a gnoccosità e Maershala Ali, in odore di secondo Oscar nel giro di tre anni come miglior attore non protagonista.
Siamo nel 2563, la Terra è stata devastata dall'ultima grande guerra, avvenuta trecento anni prima, chiamata "La Caduta", che ha fatto sì che la Città di Ferro rimanesse sotto il controllo di Zalem, l'ultima delle città sospese. Alita è un cyborg la cui testa viene trovata da Daisuke Ido in una discarica: il dottore darà ad Alita un corpo e la far diventare la sua assistente, mentre lei non ha alcun ricordo del suo passato. Passerà molto tempo con Hugo, interpretato da Keean Johnson, ragazzo umano patito di Motorball con il quale inizierà ad esplorare la città e a venire a riscoprire, man mano che il tempo passa, il suo passato tramite dei flashback mentali. Alita diventerà anche una Braccatrice, seguendo le orme di Ido, una speciale cacciatrice di taglie, con l'intento di fermare Grewishka, un cyborg che minaccia la città ed è sotto il controllo di Vector, il padrone del Motorball che in qualche modo ha il potere di decidere chi può salire a Zalem.
Sono andato a vedere il film in IMAX 3D, un formato che nel tempo non ho mai particolarmente amato per tre motivi: il primo è che secondo me costa uno sproposito, il secondo è che spesso e volentieri la terza dimensione non riesce ad aggiungere molto all'esperienza visiva, mentre il terzo è l'indicibile mal di testa e affaticamento agli occhi che mi era venuto tutte le volte che avevo guardato una pellicola in questo formato. Dal punto di vista prettamente visivo c'è da dire che qui il 3D aiuta moltissimo ad immergersi nella vicenda e nelle varie scene d'azione, che sono girate in maniera magistrale e con un alto tasso di spettacolarità, il mal di testa sono riuscito ad evitarlo, non so bene per quale motivo, mentre gli occhi me li sentivo effettivamente affaticati, tanto che ho dovuto togliermi gli occhialini 3D per ben tre volte durante la visione e riposarli un attimo. "Alita - Angelo della battaglia" non è però un film tutto rose e fiori: non so bene come sia il manga da cui questo film è tratto, anche se ho intenzione di leggerlo, ma leggo un po' dappertutto che si tratterebbe di un'opera immensa, non tanto a livello di dimensioni, quanto più che altro per le tematiche trattate. Ecco, in questo film ci sono talmente tante cose che vengono messe sul piatto che si ha la sensazione molto strana che, in fin dei conti, non sia successo nulla di rilevante e che il film non sia mai iniziato, tant'è che ad esempio, è proprio dalla scena finale del film che potrebbe iniziare la vera storia. Certo, per sviluppare tutto questo Universo in una sola pellicola bisognava farla durare quattro o cinque ore, ma addirittura non farla praticamente nemmeno iniziare mi è sembrato un po' eccessivo.
Le due ore di durata di questo film mi sono infatti sembrate una lunghissima introduzione, una specie di episodio pilota di una serie prodotta da HBO - che si sa poi che su quel canale si fanno dei pipponi immensi sugli episodi pilota delle serie televisive su cui puntano maggiormente, facendoli durare quattro ore e mezza - in cui ci viene spiegato abbastanza bene, secondo la mia opinione, il contesto in cui si svolge la vicenda, ci viene spiegato abbastanza bene il ruolo della protagonista e dei coprotagonisti nella vicenda ma che ha bisogno di molti episodi per essere portato a termine. Tant'è che, ad esempio, mi è parso che lo scontro tra protagonista e principale antagonista avvenga in maniera troppo frettolosa e sbrigativa, sembra quasi che di lui non possa interessare molto agli spettatori, proprio come di tutti quei personaggi che vengono introdotti e muoiono subito negli episodi pilota delle serie televisive. Sia chiaro che poi il film intrattiene, per quanto mi riguarda anche in maniera pazzesca, le due ore della sua durata mi sono passate in un baleno e ho ritenuto tutte le scene d'azione spettacolari e interessantissime a livello tecnico. Siamo davanti però ad un'opera che purtroppo potrebbe aver bisogno di più tempo e di più film per venire sviluppata, motivo per cui la paura che il tutto si riveli un flop - e che quindi questo lungo episodio pilota non abbia seguiti - mi attanaglia, perchè io ora il seguito lo voglio, dato che per me "Alita - Angelo della battaglia" non è praticamente mai iniziato.

Voto: 6

martedì 19 febbraio 2019

I FAKE REWATCH DI NON C'É PARAGONE #10 - L'occhio che uccide di Michael Powell (1960)

Regno Unito 1960
Titolo Originale: Peeping Tom
Regia: Michael Powell
Sceneggiatura: Leo Marks
Cast: Carl Boehm, Moira Shearer, Anna Massey, Maxine Audley, Brenda Bruce, Miles Malleson, Esmond Knight, Martin Miller, Michael Goodliffe, Jack Watson, Pamela Green
Durata: 101 minuti
Genere: Thriller


Era ormai da un po' di tempo che non riportavo alla luce la rubrica sui miei fake rewatch, quei film che non ho mai visto in vita mia e che molti cinefili si vergognano ad ammettere di non averlo mai fatto. Forse ultimamente la rubrica sta perdendo un po' il senso, visto che comunque sto scegliendo sì grandi classici del cinema, che però non sono poi così tanto inflazionati da essere una vergogna non averli mai visti, ma tant'è ed ecco che per "L'occhio che uccide" di Michael Powell il fake rewatch è servito. Prodotto nel Regno Unito nel 1960, il regista Michael Powell è considerato uno dei massimi esponenti del cinema britannico al fianco di Alfred Hitchcock, anche se sicuramente meno inflazionato rispetto al suo contemporaneo, qui in Italia particolarmente amato. Protagonista del film è Carl Boehm, attore austriaco scomparso nel 2014 all'età di ottantasette anni che nel corso della sua carriera ha partecipato ad una quantità innumerevole di pellicole, mi tocca dunque ammettere che nè del regista nè dell'attore protagonista ho mai visto nessun film, ad esclusione di questo, visto un Venerdì sera di ritorno da una giornata di lavoro pesantissima a causa della quale non ho avuto la voglia di uscire di casa.
Mark Lewis è un operatore cinematografico, piuttosto schivo ed introverso, che coltiva il sogno di diventare regista e realizza foto osè per un giornalaio per arrotondare lo stipendio. Durante la sua infanzia il padre aveva svolto diversi esperimenti su di lui, essendo un biologo, riprendendolo mentre era sottoposto a situazioni di paura, proprio con l'intendo di studiare le reazioni alla paura nell'infanzia. I diversi traumi causati dall'attività del padre hanno scatenato in Mark un'assenza di consapevolezza che lo porta, ora che è adulto, a spiare gli altri riprendendoli con una cinepresa da cui non si separa mai. Le sue ossessioni lo porteranno presto a diventare un serial killer, che uccide le sue vittime con un pugnale montato sul treppiedi della telecamera. Con questa stratagemma Mark filma tutto, costringendo la vittima a guardare le proprie espressioni di terrore tramite uno specchio montato sulla telecamera.
Come buona parte dei grandi classici della storia del cinema, anche "L'occhio che uccide" nel periodo della sua uscita fu letteralmente stroncato dalla critica, che non aveva apprezzato la sceneggiatura scritta da Leo Marks e lo stile registico spiazzante ideato da Michael Powell per questa pellicola. Siamo infatti davanti ad un'opera quasi metacinematografica, in cui la realtà rappresentata dal regista e quella vista dal protagonista attraverso la sua cinepresa si mescolano, a volte confondendosi l'una con l'altra. L'idea che sta alla base di "Peeping Tom" - questo il titolo originale che riprende la leggenda dell'uomo diventato cieco per aver spiato Lady Godiva - è quella di un film dal ritmo particolarmente sostenuto, con dialoghi semplici e poco verbosi, in modo che lo spettatore potesse arrivare dritto al punto senza troppi fronzoli. Viene dunque a suo vantaggio il fatto che la pellicola mostri un tono particolarmente angoscioso e quasi malato in cui lo stratagemma del protagonista di far in modo che le proprie vittime si rendano conto di quale sia il volto del terrore davanti alla morte risulta inquietante ed angosciante.
Siamo dunque davanti ad un film che attraverso una maschera da thriller psicologico ci vuole anche parlare dell'arte cinematografica, così come veniva vista negli anni sessanta e la cui fotografia, realizzata in Technicolor e dai colori molto accesi, contrasta molto con i luoghi cupi in cui si svolgono le malefatte del protagonista. Può questa pellicola essere considerata ancora attuale ai giorni nostri per i temi trattati? Questo sinceramente non saprei dirlo, ma sicuramente sono ancora da lodare la tecnica registica, non troppo ricercata ma sicuramente di grande effetto, così come il modo in cui le tematiche vengono trattate all'interno del film, tematiche che forse nel cinema di oggi stanno cominciando un po' a mancare, in favore di sceneggiature poco originali e poco ispirate.

lunedì 18 febbraio 2019

Green Book di Peter Farrelly (2018)

USA 2018
Titolo Originale: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Sceneggiatura: Brian Hayes Currie, Peter Farrelly, Nick Vallelonga
Cast: Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Mike Hatton, Don Stark, Sebastian Maniscalco, P. J. Byrne, Brian Stepanek, Iqbal Theba
Durata: 130 minuti
Genere: Commedia, Biografico


Prosegue senza sosta il recupero delle pellicole in corsa all'Oscar come miglior film e a conti fatti mi manca solamente "Roma" di Alfonso Cuaròn che vedrò e recensirò nel corso di questa settimana. Oggi però tocca a "Green Book", uno dei film che già mesi fa veniva dato come uno dei favoritissimi, ma che ora sembra essersi un po' ridimensionato, anche se a dir la verità in quest'annata non so perchè ma non vedo candidati davvero credibili per l'Oscar nè tantomeno al momento mi sento in grado di fare un pronostico e di dare un vero e proprio favorito. I film sono sì di livello diverso, con "Black Panther" sul quale sarebbe meglio stendere un velo pietoso, ma il livello medio rispetto alle scorse annate, considerando soprattutto il 2018 e il 2017, mi sembra si sia assestato molto verso il basso. Parliamo però oggi di "Green Book", film diretto da Peter Farrelly, regista noto principalmente per il suo cinema impegnato e di alto livello: film come "Scemo e più scemo", "Io, me e Irene" e "I tre marmittoni" sono lì pronti a testimoniare quanto il regista, nel corso della sua carriera, si sia sempre dedicato al cinema d'essai, quello che non riempie molto le sale, ma soprattutto gli occhi e il cuore di chi lo guarda. Seguendo alla lettera il suo trend creativo, ecco che con "Green Book" il regista punta in altissimo, con una pellicola sul tema del razzismo che rischia di impallidire - che termine infelice, mamma mia! - di fronte al livello dei suoi film precedenti. Un rischio però da correre per bene, motivo per cui bisogna chiamare a sè attori del calibro di Viggo Mortensen e di Maershala Alì, freschi di nomination agli Oscar rispettivamente come miglior attore protagonista e miglior attore non protagonista.
Siamo nel 1962: dopo la chiusura del Copacabana, il locale in cui lavorava come buttafuori, Tony Vallelonga si trova costretto a trovare un nuovo lavoro per sfamare la sua famiglia. Viene contattato dal pianista afroamericano Don Shirley, che lo assume come autista per essere accompagnato in un tour nel sud degli Stati Uniti: lì Don viene sempre accolto trionfalmente durante i suoi concerti, ma subisce vessazioni quando non si esibisce, a causa dei forti pregiudizi contro gli uomini di colore ancora presenti nella zona. É dunque costretto a seguire una guida stradale, il cosiddetto Green Book che dà il titolo alla pellicola, che indica tutti i ristoranti e gli alberghi in cui vengono accettate le persone di colore. Nonostante gli iniziali pregiudizi da parte di Tony, anch'egli inizialmente razzista, anche se non sembra esserne particolarmente convinto, tra i due inizierà un forte legame di amicizia.
É bene cercare di tagliare subito la testa al toro: per quanto mi riguarda "Green Book" non è il grandissimo film che era stato dipinto prima della sua uscita, nè tanto meno un film memorabile. Ci troviamo più che altro davanti ad una di quelle pellicole che tendono ad esaltare i buoni sentimenti, con l'intento, al termine della visione, di far sentire meglio il pubblico, di rassicurarlo in qualche modo e in questo senso "Green Book" si può considerarlo come un film piuttosto riuscito. Ma non un grande film, almeno per quello che riguarda la mia opinione. Si tratta infatti di una di quelle storie che riescono a far riflettere il pubblico, narrando una storia in cui i due protagonisti e il loro modo di essere sono centrali per la narrazione. Tony Vallelonga è un italo-americano che sin dall'inizio mostra comportamenti razzisti, anche se sembra più che altro per uniformarsi a quella che è la cultura della gente che lo circonda: non è però un personaggio cattivo e sembra non credere molto nel razzismo che egli stesso professa all'inizio della pellicola e cambierà profondamente il suo modo di essere nel corso dei minuti. Don Shirley al contrario è un personaggio molto contraddittorio, forse ancora più interessante del protagonista perchè in quanto uomo di colore è vessato dai bianchi, ma amato profondamente quando suona, ma non si sente al suo posto nemmeno con le persone come lui, ritenendosi in qualche modo più fortunato di tutte le altre persone che hanno la sua stessa pelle e, per questo motivo, è una persona molto sola, che non ha una vera cultura a cui appartenere e che sembra anche rifiutare tutte quelle cose che all'epoca potessero identificare un afroamericano.
Ad una prima parte di pellicola che procede leggermente in sordina, non coinvolgendo lo spettatore nel giusto modo, ne corrisponde una seconda che riesce a lanciare il suo messaggio e a farlo arrivare direttamente al punto, fino al finale buonista ed esaltatore dei buoni sentimenti, che però si rivela essere l'unico finale possibile per la storia che ci è stata raccontata. L'interpretazione di Viggo Mortensen è di livello altissimo e spiace in qualche modo che anche quest'anno sembri essere un po' tagliato fuori dalla corsa all'Oscar come miglior attore protagonista, vista la presenza di un Rami Malek che si sta portando a casa un po' tutto per il suo Freddie Mercury in "Bohemian Rhapsody" e un Christian Bale il cui posto da favorito della vigilia sta venendo sempre più messo in discussione. Un po' meno in discussione sembra essere invece il secondo Oscar nel giro di tre anni per Maershala Alì, che interpreta alla perfezione il ruolo di Don Shirley lasciando trasparire al pubblico qualsiasi tipo di emozione nel migliore dei modi possibili. "Green Book" per me non è dunque un grande film, ma è sicuramente una pellicola che, pur con un sentimentalismo un po' facilone, sa come arrivare allo spettatore e come farsi ricordare con il passare del tempo.

Voto: 7+

domenica 17 febbraio 2019

IL TRAILER DELLA DOMENICA #55 - La casa di Jack

Cinquantacinquesimo appuntamento con la rubrica domenicale sui trailer e oggi si parla di roba potenzialmente molto grossa, sperando solo che Lars Von Trier, che normalmente mi piace, non abbia girato un pippone biblico.



La mia opinione: Sei anni dopo l'uscita in Italia di "Nymphomaniac" il regista Lars Von Trier torna dietro la macchina da presa con "La casa di Jack", pellicola dalle influenze horror che ha diviso in maniera estrema la critica del Festival di Cannes: buona parte dei giornalisti presenti alla prima proiezione è uscita dalla sala dopo pochi minuti, coloro che invece sono rimasti hanno applaudito e tributato una standing ovation. Ecco, diciamo che tendo a fidarmi di più di un critico che il film lo ha visto tutto piuttosto che di uno che sputa merda addosso al film dopo averne visti solamente cinque minuti ed essersi arreso. Potremmo tranquillamente trovarci davanti ad una vera e propria bomba cinematografica, così come davanti ad un pippone, che si sa, a Lars Von Trier lanciare messaggi ambigui attraverso una narrazione lenta e riflessiva piace sempre un sacco, pur di correre il rischio di annoiare gli spettatori. Giusto ieri poi è morto Bruno Ganz, attore svizzero che compare in questo film e che ha fatto la storia del cinema europeo: sarà l'occasione per vederlo un ultima volta nelle sale cinematografiche.

venerdì 15 febbraio 2019

ANON di Andrew Niccol (2018)



Germania 2018
Titolo Originale: ANON
Regia: Andrew Niccol
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Cast: Clive Owen, Amanda Seyfried, Colm Feore, Mark O'Brien, Sonya Walger, Joe Pingue, Iddo Goldberg, Sebastian Pigott, Rachel Roberts
Durata: 100 minuti
Genere: Fantascienza, Thriller


Devo ammettere senza vergognarmene particolarmente che lo scorso anno, a Maggio del 2018, non mi ero accorto che il nuovo film di Andrew Niccol era stato distribuito da Netflix. Certo, accorgersi di determinate distribuzioni diventa sempre più difficile, vista la raccolta dell'umido che in certi periodi fa la rete di streaming più famosa del mondo, ma per quanto riguarda Andrew Niccol mi dispiace sinceramente di non essermene accorto. Non che il regista sia annoverabile tra i miei preferiti di sempre, anzi a dirla tutta non posso nemmeno dire di conoscerlo bene, ma si tratta comunque di un regista che con i suoi primi due film, "Gattaca - La porta dell'Universo" visto alle superiori e "S1m0ne" visto per la prima volta solo un paio di anni fa, mi è abbastanza piaciuto. Non ho certo visto tutti i suoi film, ma poi ecco che arriva "In Time", un'idea per me altamente geniale, ma non sviluppata al massimo delle sue possibilità, ma nonostante ciò quando vedo il suo nome associato ad un film di fantascienza un po' di curiosità mi scatta e così è stato quando sono passato su questo film navigando su Netflix. Protagonisti della pellicola sono Clive OwenAmanda Seyfried, in versione morettina molto molto sexy, almeno secondo i miei gusto in fatto di ragazze.
Ci troviamo in un futuro non ben precisato in cui tutte le persone ricevono un costante flusso di informazioni su coloro che le circondano. Il tutto avviene tramite impianti per la realtà aumentata, a causa dei quali l'anonimato sembra essere completamente scomparso, tanto che la vita di ogni cittadino viene caricata su un database chiamato Ether e scaricata e consultata dalle autorità per risolvere vari crimini. Sal Frieland è un investigatore che indaga su una serie di omicidi avvenuti tramite un modus operandi molto simile. L'autore sembra essere riuscito a coprire le proprie tracce, manipolando Ether per non farsi identificare dalla polizia. Nel corso delle indagini il detective incontrerà una donna priva di identità che sarà un po' la chiave delle sue indagini e deciderà così di fare da esca per catturare il criminale, che nel frattempo è diventato un pericolo per il sistema.
Per quel che ricordo di "Gattaca - La porta dell'Universo", mi è sembrato che questo nuovo lavoro di Andrew Niccol dovesse molto in quanto a stile narrativo a quello che alla fine dello scorso secolo fu il suo primo film da regista e sceneggiatore, soprattutto per quanto riguarda lo stile, molto molto vicino a quello del noir di fantascienza che aveva segnato l'esordio del regista, sia per quanto riguarda i toni e i ritmi della narrazione: il film si prende spesso e volentieri i suoi tempi e persino i dialoghi non sono per nulla caricati, aleggia per tutto il film una sorta di apatia in cui le emozioni comunque riescono in qualche modo a passare e ad arrivare allo spettatore. Incredibilmente poi il film, uscito tra l'altro a ridosso dello scandalo da cui è stata investita Facebook lo scorso anno, riesce ad aprire per lo spettatore ad una serie di riflessioni sulla deriva della tecnologia in cui l'anonimato non esiste in nessun modo e la vita di ognuno di noi viene costantemente monitorata. Buonissima l'interpretazione di Clive Owen e soprattutto quella di Amanda Seyfried, che risulta essere enigmatica e sensuale in ogni scena in cui compare. Insomma, "ANON" è un film consigliato, pur senza eccedere con gli entusiasmi, che si prende i suoi tempi e in quanto a toni e ad atmosfere riesce a risultare intrigante e a tratti anche inquietante.

Voto: 7