lunedì 16 settembre 2019

Let Her Out di Cody Calahan (2016)



Canada 2016
Titolo Originale: Let Her Out
Regia: Cody Calahan
Sceneggiatura: Cody Calahan
Durata: 89 minuti
Genere: Horror


Nel corso di questi ultimi anni la Midnight Factory, casa di distribuzione italiana specializzata in particolare in cinema horror e thriller, sta portando nel nostro paese una grande quantità di film, sia al cinema sia direttamente in home video, soprattutto per quanto riguarda quegli horror indipendenti che hanno avuto una scarsa distribuzione anche nel resto del mondo. Come al solito, quando la quantità è alta, è anche alto il rischio di trovare qualche sola, ma devo dire che raramente, per quanto riguarda i film che ho visto da parte di quella casa di distribuzione, mi sono trovato insoddisfatto. Ho deciso dunque, come consigliato sulla rete da vari youtuber che seguo, di guardare "Let Her Out", horror del 2016 distribuito proprio dalla Midnight Factory scritto e diretto da Cody Calahan, regista canadese conosciuto per un altro film distribuito dalla stessa casa di distribuzione, "Antisocial" - che prima o poi vorrò vedere, visti i vari buoni consigli che ne ho letto in giro. Protagonista assoluta della pellicola è Helen interpretata da Alanna LaVierge e il film si ispira ad una sindrome teorica di cui non avevo mai sentito parlare, quella del gemello scomparso, di cui soffrirebbero quegli individui che nell'utero materno avrebbero convissuto, anche solo per un breve periodo, con un gemello, poi morto o in qualche modo riassorbitosi o entrato a far parte del corpo della persona nata. Una sindrome della quale parrebbe non esserci nessuna evidenza scientifica e per la quale, se ne voleste sapere di più, Google potrebbe fare al caso vostro.
Dopo essere stata vittima di un grave incidente, Helen comincia ad avere grandi amnesie e allucinazioni e ad essere perseguitata da visioni di una persona, identica a lei, ma malvagia. Dopo una visita neurologica la ragazza scopre che tali visioni sono provocate da un tumore benigno al cervello, causato dalla presenza nel suo corpo di un residuo di un gemello morto nell'utero materno e poi assorbito dal suo corpo. Il periodo precedente all'asportazione del tumore dal suo cervello diventa però per lei un incubo in cui le amnesie e le visioni si intensificheranno in maniera sempre più terrificante, portandola anche ad avere problemi con la sua migliore amica Molly, interpretata da Nina Kiri.
Al termine della visione i miei sentimenti verso questa pellicola sono stati piuttosto contrastanti, anche se un senso di soddisfazione alla fine e di disturbo per tutta la durata del film mi hanno pervaso. La prima parte della pellicola devo dire che non mi ha convinto particolarmente: dopo aver visto l'incidente della protagonista veniamo subito catapultati in quello che è il problema creato da questo incidente, visioni che perseguitano la ragazza e un'atmosfera che non si discosta poi molto da quelle a cui purtroppo ci stanno abituando moltissimi horror moderni, con tutta una serie di jump-scare e di sussurri che altro non fanno che dare un po' di fastidio e nulla di più. Nella prima parte si vede un po' l'influenza degli horror giapponesi, però di quelli poi non così tanto riusciti. Nella seconda parte invece, più o meno da quando la protagonista scopre a cosa siano dovute queste visioni, il film si trasforma e sale abbastanza di livello, diventando un horror psicologico in cui la gemella scomparsa della protagonista comincia a prendere il sopravvento e a diventare come una sorta di seconda personalità e a volersi in qualche modo liberare anche di Molly, che le è sempre stata accanto. Arrivando ad un finale sconvolgente, con chiare influenze prese direttamente dal body horror di cui era maestro Cronenberg, il film alza man mano il livello della tensione, tenendo lo spettatore incollato allo schermo fino alla risoluzione finale della vicenda.
Film non riuscito completamente questo "Let Her Out", soprattutto per una prima parte per nulla convincente a cui succede una seconda decisamente migliore e più interessante, ma in grado di farsi ricordare e di sconvolgere i suoi spettatori, ma che comunque riesce a dimostrare come spesso e volentieri, con delle buone idee e non molti soldi, si possano fare dei film di qualità, anche se altrettante volte vengono un po' maltrattati dalla distribuzione internazionale. In patria il film è stato prodotto da Black Fawn Films, che in questi ultimi anni sta un po' seguendo quella che era la filosofia della Hammer - prometto che prima o poi terminerò il mio speciale, quando riuscirò a procurarmi i cinque film che mi mancano! -, producendo film con pochi soldi e qualche buona idea che, si spera, non cominceranno a riciclare all'infinito come fece all'epoca la nota casa di produzione britannica.

Voto: 6,5

venerdì 13 settembre 2019

Secret Obsession di Peter Sullivan (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Secret Obsession
Sceneggiatura: Kraig Wenman, Peter Sullivan
Durata: 97 minuti
Genere: Thriller


Netflix in quanto a pubblicità è sempre abbastanza brava e io, notoriamente, davanti a queste cose sono proprio un bell'allocco e ci casco quasi sempre. I loro banneroni e i loro trailer spesso e volentieri riescono ad intrigarmi, sarebbero capaci di fare un bel trailer anche su un film bruttissimo e mi capita spessissimo di rimanere invischiato nella visione di un film originale Netflix che poi a conti fatti si rivela deludente e soprattutto poco originale a livello di script. Il film di cui vi sto per parlare oggi è proprio uno di quelli appartenenti a quella categoria, "Secret Obsession diretto da Peter Sullivan, regista americano non particolarmente conosciuto qui in Italia, che nella sua carriera ha diretto principalmente qualche cortometraggio, prima di questa pellicola. I protagonisti del film sono Jennifer Allen, interpretata da Brenda Song, attrice statunitense di origini cinesi che abbiamo visto quasi dieci anni fa in "The Social Network", e Russell, interpretato da Mike Vogel, visto in "The Help" e in "Cloverfield".
Jennifer è una ragazza che si trova in una stazione di servizio e in una notte di pioggia sta scappando da un uomo armato di un coltello che la sta seguendo per ucciderla. Durante la fuga, la giovane viene investita da un'auto e ricoverata in gravi condizioni. Al suo risveglio si scopre che Jennifer ha quasi completamente perso la memoria Una volta ricoverata la donna, si presenterà in ospedale Russell Williams, che affermerà di essere suo marito e di poterla aiutare a ritrovare la memoria perduta. Una volta dimessa, infatti, la donna verrà portata da Russell a casa sua e i due cominceranno la loro nuova vita insieme, come marito e moglie. Poco tempo dopo le dimissioni dall'ospedale Jennifer comincia anche ad avere dei flash sul suo assalitore, mentre nel frattempo le indagini sull'incidente portano alla scoperta della morte dei genitori, uccisi in maniera violenta.
Se dal trailer visto su Netflix il film sembrava poter essere un thriller abbastanza intrigante e teso, il risultato finale è che, fondamentalmente, ho avuto modo di vedere uno dei thriller più prevedibili che abbia mai visto in vita mia. Ho avuto modo a più riprese di dire quanto io, quando guardo un thriller, mi ritenga abbastanza stupido riguardo la sua soluzione finale che, spesso e volentieri, si rivela essere diversa dalle mie previsioni, il finale di questo film è intuibile soltanto leggendo la trama: diciamo che se, leggendola, avete pensato a quale possa essere il mistero legato a quella donna e ai suoi ricordi ormai andati, beh, al novantanove per cento il finale che avete pensato è quello giusto, perchè basta avere visto più di due o tre film in vita propria per poterlo prevedere. Vien da sè che, essendo già praticamente sicuro di come la pellicola sarebbe andata a finire e visto che l'andamento che stava prendendo continuava a confermare quella che era la mia teoria, l'interesse verso la narrazione sia scemato praticamente già a metà visione. Se a ciò aggiungiamo che la regia di Peter Sullivan non mostra alcun elemento di rilievo, rendendosi il più possibile piatta, anonima e televisiva nel senso più negativo del termine, vien da sè che, per l'ennesima volta, Netflix abbia ciccato completamente riguardo la produzione di un film originale. Il risultato finale è dunque una pellicola insipida, prevedibile e inutile, che nulla aggiunge nella mente di un appassionato di cinema e che di certo continua a non dare lustro alle produzioni originali - per quanto riguarda i film - della famosa piattaforma di streaming.

Voto: 4

giovedì 12 settembre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Nove sono i film in uscita in questo weekend e dopo una settimana poco interessante, ma quanto meno con un'uscita di grido come "It - Capitolo 2" ne arriva un'altra un po' sottotono, con sì un paio di uscite potenzialmente interessanti, ma nessuna di queste mi ispira così tanto. Sarà difficile dunque scegliere quale film andare a vedere al cinema in questo weekend.


Tolkien di Dome Karukoski

Film che ho già avuto modo di vedere in aereo durante il viaggio che da Monaco di Baviera mi portava ad Osaka e che ho anche già recensito su questo blog. Interessante sicuramente per i fan dello scrittore, bene le interpretazioni dei protagonisti. Se volete saperne di più potete passare dalla recensione che ho scritto tornato in Italia!


Vox Lux di Brady Corbet


Quando c'è Natalie Portman con me si inizia a fare sul serio. Per questo motivo "Vox Lux", già passato da qualche tempo nel mondo del web e della blogosfera, mi interessa particolarmente. A detta di molti un gioiello, a detta di altri non un film memorabile presentato a Venezia lo scorso anno.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Angry Birds 2: Non ho visto nemmeno il primo e non sono nemmeno particolarmente fan del franchise di giochi per smartphone collegata. Quindi penso che me lo salterò senza problemi.
E poi c'è Katherine: Commedia statunitense con Emma Thompson che non mi ispira particolarmente.
Good Boys - Quei cattivi ragazzi: Questa invece potrebbe rivelarsi una commedia parecchio interessante, con un cast di giovanissimi, potrebbe essere il film adatto per farmi tornare un po' indietro nel tempo.
Grandi bugie tra amici: Seguito del film francese del 2010 "Piccole bugie tra amici", che non ho mai visto ma vorrei farlo da un po' di tempo, magari potrei vedermeli entrambi.
La vita invisibile di Eurídice Gusmão: Presentato quest'anno a Cannes e con un voto particolarmente alto da parte della critica e del pubblico, mi dà un po' l'impressione di essere un film troppo impegnativo per il periodo in cui la vita riprende ad andare alla velocità normale.
Strange but True: Un trailer che mi ispira parecchio per un film post-adolescenziale che potrei vedere anche piacevolmente.
Tutta un'altra vita: Ai film con Enrico Brignano preferisco quasi i cinepanettoni, il che fa capire quanto abbia voglia di vedere questo film.

mercoledì 11 settembre 2019

It - Capitolo 2 di Andrés Muschietti (2019)



USA 2019
Titolo Originale: It: Chapter Two
Sceneggiatura: Gary Dauberman
Durata: 166 minuti
Genere: Horror


Non sono mai stato un lettore di Stephen King, conosco qualche suo romanzo, ho letto "Shining", che ho letteralmente detestato e ho iniziato altri romanzi che non sono mai riuscito a portare a termine, per sopraggiunta noia prima della fine del libro. Il risultato però è che molti dei film tratti dai romanzi da lui scritti mi piacciono abbastanza, soprattutto quelli un po' più cult. Per quanto riguarda "It", forse la sua opera più famosa e rappresentativa, non ho il coraggio di affrontare il mattone - è un libro talmente grande che non mi sorprenderei di trovarlo in qualche casa sotto ad uno strato di intonaco - così come non ho visto la miniserie televisiva in due puntate degli anni novanta. Ho però affrontato due anni fa la visione di "It - Capitolo 1", che oltre ad avere la fortuna di essere uscito nei cinema nel periodo in cui "Stranger Things" stava diventando un vero e proprio fenomeno, ci mostrava i personaggi della cittadina di Derry da ragazzini affrontare It che li metteva davanti alle proprie paure. Particolarità di questa trasposizione è infatti quella di non seguire l'andamento parallelo del romanzo, che racconta le vicende dei personaggi da adulti e le loro vicende da bambini in maniera parallela, ma di dividere le due parti in due film distinti. Non conoscendo il romanzo a parte questo particolare e poco altro non c vedevo grandi rischi, che poi sono quelli che sono stati in qualche modo criticati da coloro che il romanzo lo hanno letto e amato. A dirigere il film, dopo l'ottimo lavoro con il primo capitolo - ereditato da Cary Fukunaga -, è sempre Andrés Muschietti, sono stati ripresi tutti i bambini che hanno composto il cast principale nel primo film, mentre per due anni si sono rincorse le voci su quali attori avrebbero interpretato la versione adulta dei personaggi che avevamo conosciuto. Mentre per quanto riguarda Jessica Chastain nei panni di Beverly la si pronosticava si dall'inizio come possibile candidata, gli altri attori sono sembrati sin dall'inizio particolarmente azzeccati per raccogliere l'eredità dei bambini del primo film: abbiamo dunque nel cast James McAvoy nei panni di Bill, Jay Ryan nei panni di Ben, Bill Hader nei panni di Richie, Isaiah Mustafa nei panni di Mike, James Ransone nei panni di Eddie e Andy Bean nei panni di Stanley. Viene ovviamente confermato Bill Skarsgård nei panni di Pennywise.
La trama del film riparte esattamente dove era terminata nel primo capitolo: il club dei Perdenti ha appena giurato di ritornare a Derry nel caso It fosse tornato a perseguitare la cittadina e ci spostiamo subito ventisette anni dopo, quando una coppia omosessuale - tra cui compare Xavier Dolan - viene aggredita da un gruppo di ragazzi in un luna park. Uno dei due viene buttato giù da un ponte in un fiume e viene recuperato da Pennywise, che lo mangia davanti agli occhi del fidanzato. It è dunque veramente tornato a Derry e Mike, che non ha mai smesso di vivere nella cittadina, richiama tutti i suoi amici che con il tempo hanno gradualmente dimenticato le vicende di ventisette anni prima, conservandone però un trauma nel profondo della propria psiche. I ragazzi tornano tutti nella loro città natale per combattere definitivamente It, ma tra di loro manca Stanley, che ricevuta la notizia ha deciso di suicidarsi nella vasca da bagno per la paura di riaffrontare il mostro. Inizierà dunque per il club dei perdenti la lotta definitiva contro It, che li porterà ancora una volta ad affrontare i fantasmi del passato e le proprie paure.
Non avendo letto il romanzo, ma sapendo bene o male come esso si svolga, non riesco ad immaginare come sarebbero stati questi due film se la struttura narrativa non fosse stata divisa in due parti, ma la parte dei Perdenti da bambini e da adulti fosse stata narrata in parallelo. Per immaginarmi la cosa dovrei vedere la miniserie degli anni novanta, detto questo nella mie testa questo è l'unica trasposizione di "It" su cui posso basare il mio giudizio, il che mi renderà più facile giudicare il film senza pensare a tutto il resto. Innanzitutto le sequenze iniziali della pellicola sono di livello altissimo: un breve recap di come ci si era lasciati nel capitolo precedente e subito siamo nel cuore della narrazione, con i Perdenti che si riuniscono a Derry, riscoprono la loro amicizia e iniziano a chiedersi il perchè con il tempo non riescano a ricordare. Una parte resa davvero bene, tutti iniziano a riacquisire quelle paure e quelle caratteristiche che li contraddistinguevano da bambini - ad esempio Bill ritorna balbuziente e Eddie ritorna ad essere estremamente ipocondriaco - e in cui ci vengono ripresentati i vari personaggi, ormai profondamente cambiati dall'incontro con It avvenuto ventisette anni prima. Manca o è reso in modo estremamente sbrigativo il background, non abbiamo bene idea di cosa sia successo in questo lasso di tempo a loro, ne sappiamo bene o male la carriera intrapresa e la vita matrimoniale e nulla più. La parte centrale invece, quella in cui i Perdenti devono affrontare in maniera separata le proprie paure per recuperare un oggetto importante della loro infanzia, mi è parsa abbastanza slegata e ripetitiva nello svolgimento: flashback sul singolo personaggio da bambino e situazione molto simile che si ripropone lui ora che è adulto. Nel finale poi lo scontro tra i Perdenti e It funziona benissimo, non mi sarei aspettato una fine del genere, soprattutto riguardo al modo in cui il mostro viene sconfitto, così come ci sono state altre sequenze, prima della resa dei conti, veramente importanti per comprendere appieno i personaggi, vedi ad esempio quello che è il finale della storia personale di Bill, che mette definitivamente una croce sopra al suo passato.
Un po' come con il primo capitolo, ci troviamo davanti ad un horror che ha una componente drammatica ben marcata e che nel corso di tutta la sua durata non riesce sempre a fare paura: sono sì presenti delle scene inquietanti , così come però sono presenti tutta una serie di jumpscare che a volte sono ben contestualizzati e giustificati, mentre altre volte non sembrano messi nel posto giusto e al momento giusto, ma solo per creare un attimo di paura chimica nello spettatore. Dal punto di vista registico il film di Andrés Muschietti funziona molto bene, alcune scene sono rese a meraviglia, anche se nutro qualche dubbio riguardo alla CGI, che a volte non mi è sembrata particolarmente accurata e la paura è che questo secondo capitolo, nel corso degli anni, possa invecchiare davvero male, soprattutto per come sono presentate alcune scene. Per quanto riguarda invece gli attori scelti per interpretare i personaggi da adulti il lavoro fatto è stato egregio: sembra davvero di vedere gli attori del primo capitolo diventati ormai adulti e praticamente tutte le scelte, poi confermate anche a livello recitativo che si attesta secondo me su livelli molto buoni, si sono rivelate azzeccate. Si conferma poi ancora una volta quanto il ruolo di Pennywise fosse tagliato dal sarto per Bill Skarsgård, che riesce ancora una volta ad essere terrificante con tutti gli stratagemmi del caso anche in quei pochi frangenti in cui lo si vede struccato. Mi sono ritrovato meno coinvolto da questo secondo capitolo rispetto al primo, per me ne rappresenta un po' un passo indietro, però "It - Capitolo 2" riesce a chiudere molto bene le vicende iniziate due anni fa e a dare alla storia di "It" una dignità cinematografica di alto livello.

Voto: 7+

martedì 10 settembre 2019

True Story di Rupert Goold (2015)



USA 2015
Titolo Originale: True Story
Regia: Rupert Goold
Sceneggiatura: Rupert Goold, David Kajganich
Durata: 100 minuti
Genere: Drammatico, Biografico


Quando si parla di storie di omicidi realmente avvenute portate sul grande o sul piccolo schermo io mi trovo quasi sempre in prima linea per quel che riguarda una visione. Dopo quasi un mese dal mio ritorno siamo ancora qui a parlare di quel capitolo che sono state le visioni che ho affrontato, tramite Netflix o tramite il catalogo del volo intercontinentale, durante il mio viaggio tra Giappone e Corea del Sud e "True Story" è stato uno dei film che ho avuto modo di vedere durante il viaggio in pullman tra Gwangju e Seoul. Protagonisti della vicenda sono il giornalista Michael Finkel, interpretato da Jonah Hill, e il killer Christian Longo, interpretato da James Franco - a confermare che dove c'è uno c'è anche l'altro e viceversa -, mentre nel cast abbiamo anche la presenza della sempre magnifica Felicity Jones nei panni di Jill, fidanzata di Michael. Il film, presentato al Sundance Film Festival del 2015 e candidato a tre Teen Choice Awards nello stesso anno - che è un premio che vale meno di zero -, è diretto da Rupert Goold, al suo primo film da regista e che, proprio quest'anno, ha diretto "Judy", film di cui non ho ancora sentito parlare e non o nè se sia già arrivato in Italia nè se ci arriverà mai - magari tramite Netflix.
"True Story" parla della storia del giornalista del New York Times Michael Finkel che, dopo essere stato licenziato per non aver riportato la verità durante un reportage in Africa, si ritrova a dover intervistare in carcere Christian Longo, arrestato per aver ucciso la moglie e i figli, che al momento dell'arresto ha dichiarato di essere proprio Michael Finkel. Tra i due si verrà a creare un rapporto particolare, dato che il killer vuole imparare a scrivere come il giornalista, mentre Michael sta cercando riscatto nel suo lavoro di giornalista, dopo che il suo nome è stato infangato dal falso reportage in Africa. I consigli e le storie che i due si racconteranno culmineranno nel processo a Christian Longo, in cui l'uomo cercherà di utilizzare in suo favore i consigli dati dal giornalista.
Basato sull'omonimo libro inchiesta scritto da Michael Finkel proprio in seguito alla sua esperienza con Christian Longo, "True Story" segue uno schema abbastanza classico, ponendo al centro della vicenda non tanto i dubbi sulla colpevolezza dell'uomo, che nonostante vari ribaltoni viene sempre data abbastanza per scontata, quanto il rapporto tra i due protagonisti, che è contemporaneamente di forte contrapposizione, ma anche di attrazione reciproca, dato che in molti frangenti l'unico che crederà nell'innocenza di Longo sarà sempre e solo Finkel, che in qualche modo rimane incastrato nella sua fitta rete di bugie e macchinazioni. Siamo davanti ad uno schema piuttosto classico e anche davanti ad una pellicola senza pretese, che di certo non si fa segnalare per una regia ricercata, dato che lo stile ricorda molto quello da reportage, nè tanto meno per una sceneggiatura articolatissima, quanto più che altro per qualche dialogo abbastanza potente a livello emotivo e per le interpretazioni dei due protagonisti, con un James Franco che risulta parecchio credibile ed è bravissimo ad interpretare la parte del bugiardo cronico e manipolatore. Ora io non so se fosse un effetto voluto, ma, non conoscendo la vera storia prima della visione del film, non ho mai messo in dubbio la colpevolezza di Longo, proprio perchè l'unico che crede alle sue storie è il giornalista Finkel, con un Jonah Hill che mostra tutte le sue insicurezze e la sua voglia di riscatto, creando un rapporto tale con Christian Longo da mettere quasi a repentaglio quello con Jill, interpretata da una Felicity Jones che sta un po' in disparte in questa pellicola, ma si mostra sempre pronta a sostenere il suo uomo.
Insomma, "True Story" non è di certo un film grandioso, ma sa giocarsi abbastanza bene le sue carte rendendosi coinvolgente al punto giusto, mostrando in particolare una certa potenza nei dialoghi tra i due protagonisti e nel ritrarre il rapporto che si viene a creare tra i due. Di certo non memorabile, ma in grado di raccontare una storia interessante.

Voto: 6,5

lunedì 9 settembre 2019

La maledizione di Chucky di Don Mancini (2013)


USA 2013
Titolo Originale: Curse of Chucky
Regia: Don Mancini
Sceneggiatura: Don Mancini
Durata: 97 minuti
Genere: Horror


Non essendo particolarmente fan degli appuntamenti fissi qui sul blog, capita a volte che, quando si sta portando avanti uno speciale, si saltino delle settimane - sta accadendo, per dire, con lo speciale sulle serie della Hammer, dal quale un po' mi sto disintossicando, mentre dall'altro lato faccio fatica a procurarmi i film successivi, trovandomi un po' in una situazione di stallo -, qui però c'è da portare avanti anche quello su "La bambola assassina", anche perchè non vedo veramente l'ora di parlarvi del nuovo capitolo, uscito ad inizio estate, da cui Don Mancini, creatore del personaggio, è stato praticamente estromesso contro la sua volontà. Lasciato alle spalle l'insuccesso de "Il figlio di Chucky" - che a me comunque non era per nulla dispiaciuto - Don Mancini riprende in mano il progetto, dopo le due parentesi comiche, virando nuovamente sull'horror e sullo slasher. Ancora una volta vediamo il creatore del personaggio alla regia, mentre nel cast de "La maledizione di Chucky" figurano Fiona Dourif, indimenticabile nel ruolo di Bart in "Dirk Gently" e figlia di Brad Dourif che è lo storico interprete di Charles Lee Ray, che interpreta la giovane paraplegica Nica Pierce, mentre Summer H. Howell ad interpretare Alice Pierce.
Sono passati ormai venticinque anni dagli eventi narrati ne "La bambola assassina", mentre non si sa quanto tempo sia passato dal film precedente. Misteriosamente, nell'abitazione della giovane paraplegica Nica Pierce, che vive con la madre Sarah, arriva per posta un bambolotto Tipo Bello. Non sapendo chi lo abbia spedito, Sarah decide di gettarlo nella spazzatura, ma la mattina seguente viene trovata morta, apparentemente per suicidio, con la bambola poco distante da lei. Avendo saputo della morte della madre, la sorella Barb raggiunge Nica nella sua abitazione assieme alla sua famiglia e alla figlia Alice, che si affezionerà subito al bambolotto, che dirà lei di chiamarsi Chucky. L'intenzione principale di Barb è quella di portare Nica fuori dalla villa di famiglia, in modo da poterla vendere senza problemi. Iniziano così a morire, una dopo l'altra, persone collegate a Nica e alla sua famiglia, tutte per mano del misterioso bambolotto, ma la colpa, in qualche modo, verrà fatta ricadere su Nica, cui nessuno crederà quando racconterà la sua versione.
Per quel che riguarda i miei gusti cinematografici, l'impressione che ho avuto guardando questo nuovo lavoro di Don Mancini, uscito nove anni dopo il film precedente, è stata quella che il creatore del personaggio volesse in qualche modo ritornare alle atmosfere cupe dei primi film della saga, derubando il personaggio di Chucky di buona parte della sua comicità in favore della creazione di un'atmosfera tetra e claustrofobica cui l'abitazione in cui vive la protagonista Nica Pierce contribuisce in maniera decisiva. Paga anche, dal mio umile punto di vista, la scelta di non mettere nuovamente il personaggio di Chucky al centro della vicenda, ma di renderlo un antagonista silenzioso, quasi spettrale - tanto che i primi omicidi non glieli vediamo nemmeno commettere, pur sapendo tutti i fan della saga che in realtà ne è lui il colpevole - tanto da aumentare la tensione del film che, grande peccato, mi pare fosse uscito direttamente in home video sei anni fa. Si arriva dunque tra omicidi in cui il sangue comunque continua a scorrere a fiumi e gli omicidi sono sempre più macabri a capire il vero motivo per cui Chucky sia arrivato nelle mani di Nica: dopo i primi tre film collegati alla vicenda di Charles Lee Ray, ucciso da un poliziotto nelle prime battute del primo film, e alla figura di Andy Barclay e dopo due film in cui Chucky veniva messo al centro, ecco che si ritorna a scoprire le vicende del serial killer esperto di voodoo la cui anima è intrappolata in un bambolotto, con una scena finale in cui ci vengono mostrati gli eventi antecedenti all'uccisione di Charles Lee Ray e in cui vediamo qual è il collegamento del serial killer con Nica, una delle tante cose che avrei voluto sapere sin dall'inizio della saga e che finalmente mi viene rivelata. Una scelta per me abbastanza azzeccata, che mi proietta dritto dritto verso l'ultimo capitolo della saga scritta da Don Mancini con un interesse alle stelle.
La saga avrà pure un andamento altalenante, ma c'è da dire senza ombra di dubbio che Don Mancini sa come riportare in vita i suoi personaggi: dopo un terzo film disastroso era nato "La sposa di Chucky" e la scelta di abbandonare l'horror per virare verso la commedia slasher in quello che è forse il miglior film dell'intera saga; dopo "Il figlio di Chucky" nasce invece "La maledizione di Chucky" che decide di fare il passaggio opposto, creando però delle atmosfere e una struttura narrativa decisamente diversi dai primi tre film della saga. Insomma, "La maledizione di Chucky" risulta essere un horror più classico rispetto ai suoi predecessori, ma riesce ancora una volta a dare nuova linfa vitale ad una serie che, pur non amandola con tutto me stesso, sa ancora rendersi interessante.