martedì 4 agosto 2020

NOTTE HORROR 2020 - Demoni di Lamberto Bava (1985)


Italia 1985
Titolo Originale: Demoni
Sceneggiatura: Dario Argento, Lamberto Bava, Franco Ferrini, Dardano Sacchetti
Durata: 88 minuti
Genere: Horror


Sono ormai sette anni che, con la solita cricca di blogger della rete, organizziamo "Notte Horror", l'evento che vorrebbe riportare indietro i lettori parlando di quei film che hanno in qualche modo contribuito al successo delle ormai famosissime rassegne estive presentate dallo Zio Tibia in cui venivano proposti film horror di qualsiasi tipo, sia pellicole estremamente tamarre e trash, sia altre di buona qualità o comunque dei veri e propri cult. Oggi, tra l'altro, siamo in una serata abbastanza particolare, perchè, in compagnia della Bolla de "Il Bollalmanacco" oggi si parla di "Demoni": io ora parlerò del primo film, mentre tra un paio d'ore dovrete tutti passare da lei, per la recensione di "Demoni 2". Per quanto riguarda "Demoni", invece, ci troviamo davanti ad uno di quei film la cui locandina presenta la dicitura "Dario Argento presenta", che in quel periodo quando usciva un film horror sembrava essere praticamente garanzia di qualità. Ammetto che, pur amando moltissimo il cinema horror italiano di quegli anni, di quel tipo di dicitura sulle locandine faccio sempre abbastanza fatica a fidarmi e "Demoni" è uno di quei film che, nonostante sia un cult per gli amanti del genere, ancora non ero riuscito a vedere. Nonostante la mia passione per il genere horror italiano, Lamberto Bava è uno di quei registi che non sono mai, per qualche motivo ancora ignoto, riuscito ad esplorare e se si esclude la visione di "A cena col vampiro", film per la televisione che vabbeh, lasciamo perdere, troppo trash, è un regista la cui produzione proprio non conosco, così come non conosco buona parte degli attori che hanno partecipato al film, sui quali ritorneremo più avanti.
Cheryl ritrovatasi da sola dopo essere scesa dalla metropolitana di Berlino, incontra un uomo con una strana maschera che gli copre metà della faccia: inizialmente spaventata da lui, scopre che l'uomo voleva solamente darle due inviti per partecipare ad una prima al cinema Metropol, di un film non specificato. Alla proiezione verrà invitata anche la sua amica Kathy e all'interno le due incontreranno due ragazzi, George e Ken, che si siederanno vicino a loro durante la visione. Poco prima dell'inizio del film, una donna indosserà una maschera esposta nel salone e, dopo essersela tolta, si procura un taglio sul volto che, durante la proiezione del film, le provocherà una grossa crisi. Il taglio procurato dalla maschera la trasformerà in un demone famelico che, contagiando anche altri spettatori, metterà a ferro e fuoco il cinema, provocando il panico tra gli spettatori.
Per quanto riguarda i miei gusti cinematografici "Demoni" è un film dalla doppia faccia, tanto che ci sono delle cose che ho particolarmente apprezzato, nonostante spesso virino sul trash più assoluto, mentre delle altre che ho veramente fatto molta fatica a sopportare. Partiamo dalle cose positive. Posto che, lo si vede anche da solo due film, Lamberto Bava non è minimamente vicino alle capacità registiche del padre, a me questo modo abbastanza sporco di fare cinema non ha mai fatto schifo, anzi, a volte ci vedo molta più anima in film che comunque mostrano un sacco di errori, piuttosto che in film tecnicamente perfetti, soprattutto quando al loro interno di vuol far vedere una particolare idea di cinema. Sono passati trentacinque anni dalla sua uscita al cinema e c'è da dire che il film non è che sia invecchiato benissimo, paura non ne fa neanche per sbaglio guardato ai giorni nostri, ma c'è la giusta dose di gore tamarro che cercavo in un film horror con cui partecipare per la settima volta a questa bellissima rassegna e ultimo, ma non meno importante, il film presenta una colonna sonora che mi fa uscire di testa. Intanto il pezzo "Demons" dei Goblin, che fa da apertura e da chiusura, lo avevo sentito al concerto di Novembre a Milano della band di Claudio Simonetti e contestualizzato con la visione del film avvenuta qualche giorno fa è davvero perfetto, aggiungiamo poi altri pezzi di band come i Mötley Crüe, gli Accept, gli Scorpions o Billy Idol - la famosissima "White Wedding" - e io vado letteralmente fuori di cervello.
Passiamo ora agli aspetti negativi. Detto che il film l'ho trovato seriamente divertentissimo e coinvolgente e che a me gli effetti speciali fatti in quel modo piacciono sempre particolarmente - adoro i trucchi artigianali, resi capolavoro da Sam Raimi in film come "La casa", e i mostri presentati come fa "Demoni", non ci posso far nulla -, ho trovato che la sceneggiatura fosse decisamente la parte debolissima della pellicola, piena di elementi la cui utilità l'ho trovata abbastanza dubbia - se fosse stato solo uno lo si sarebbe potuto chiamare MacGuffin, ma qui ci son tante cose che ci sono nel film, ma poi non si rivelano particolarmente utili - e che punta molto di più sulla fuga dai demoni e su qualche scena gore ben piazzata. Poi la recitazione, oddio, la recitazione che c'è in questo film, da far male, malissimo, agli occhi e alle orecchie, una roba quasi ignobile. Non che negli horror italiani di quel periodo la recitazione fosse mai stata il punto forte, ma qui è tutto estremamente enfatizzato, caricato, eccessivo, poco credibile, gli attori in qualche modo sono riusciti nel difficile compito, con la loro recitazione, di rendere il film ancora più folkloristico e caratteristico, nonostante sia a livelli veramente pessimi. E non riesco nemmeno a soffermarmi su uno o sull'altro, ci sono battute che sono dette in un modo che fanno davvero sanguinare le orecchie.
Per queste ed altre cose però il film è davvero perfetto per la rassegna e, ammetto di non aver ancora visto "Demoni 2... L'incubo ritorna", ha un finale che è proprio una dura e pura preparazione al sequel, probabilmente già un progetto per regista e sceneggiatori ancora prima della produzione di questo film e che, vi ricordo, dovete andare a leggere intorno alle 23 dalla Bolla!


Se poi vi foste persi i precedenti appuntamenti con la rassegna, ecco qui i link (che verranno anche aggiornati in corso d'opera) e il programma completo!

7 luglio 2020, ore 21: La bara volante (Freaked - Sgorbi)
7 luglio 2020, ore 23: Kings of Horror (The Nightflier)

14 luglio 2020, ore 21: Il Zinefilo (Il tunnel dell'orrore)
14 luglio 2020, ore 23 White Russian (Radice quadrata di tre)

21 luglio 2020, ore 21: The Obsidian Mirror (Gutterballs)
21 luglio 2020, ore 23: La fabbrica dei sogni (Hemogoblin)

28 luglio 2020, ore 21: Cooking Movies (L'armata delle tenebre)
28 luglio 2020, ore 23: Director's cult (Tutti i colori del buio)

4 agosto 2020, ore 23: Il Bollalmanacco di cinema (Demoni 2)

lunedì 27 luglio 2020

Catfight - Botte da amiche di Onur Tunkel (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Catfight
Regia: Onur Tunkel
Sceneggiatura: Onur Tunkel
Durata: 96 minuti
Genere: Commedia


Dal punto di vista delle visioni filmiche, in queste ultime settimane, sono in crisi nera, un po' il lavoro che mi sta assorbendo moltissimo e un po' la voglia di uscire che si fa viva in queste sere di Luglio ed ecco che, come anche negli scorsi anni, nel mese che anticipa le mie vacanze - manca ancora poco fortunatamente - come succede da anni a questa parte, non riesco a vedere i film che vorrei e non riesco a scriverne, se non diminuendo di molto la frequenza dei post. Nel corso del mese di Luglio poi la scoperta della pagina Netflix Festival su Facebook, che si concentra sui film nascosti e quasi introvabili nel catalogo della nota piattaforma di streaming, mi ha dato delle visioni più o meno interessanti e dei grossi spunti di riflessioni. Il film di cui vi parlo oggi, "Catfight - Botte da amiche" - il cui sottotitolo fa pensare ad una commediaccia di cattivo gusto, ma è la conferma che gli adattatori dei titoli italiani abbiano davvero del cattivo gusto per venire fuori con stupidate del genere -, l'ho scoperto proprio grazie alla pagina citata e ci mostra un cast prevalentemente femminile tra cui spiccano una straordinaria Sandra Oh nei panni di Veronica Salt e un'ottima Anne Heche nei panni di Ashley Miller. Il regista è Onur Tunkel che nel 2016 ha presentato il film in anteprima al Toronto Film Festival, poi la pellicola fu distribuita in un numero abbastanza limitato di sale per poi finire relegato all'home video, nonostante il buon riscontro da parte della critica.
Veronica e Ashley sono due donne che all'inizio del film vivono vite completamente agli antipodi: la prima è di famiglia abbastanza ricca, vive in un appartamento di SoHo assieme al figlio sedicenne e al marito che, grazie all'imminente guerra in Medio Oriente, sta per diventare ancora più ricco; la seconda invece è un'artista non di grande successo, che per guadagnare qualche soldo fa occasionalmente la cameriera assieme alla sua compagna a delle feste private. Le due si incontrano ad una serata in cui Ashley è chiamata a lavorare e si scopre che in qualche modo, un tempo, erano molto amiche, ma, per qualche motivo, non si sono più viste per vent'anni. Tra le due dopo i normali convenevoli iniziano a riaffiorare i vecchi rancori e tra le due scatta una rissa violentissima, al termine della quale Veronica, dopo essere caduta dalle scale, finirà in coma per due anni, ritrovandosi poi, al suo risveglio, povera, con il figlio morto in guerra dopo essersi arruolato da volontario e marito morto suicida.
Ho approcciato alla visione di questo film sapendo il meno possibile, il minimo indispensabile per convincermi a dare un'opportunità a questa visione che mi è stata in qualche modo proposta dalla già citata pagina Facebook, che è innegabilmente utilissima, soprattutto per uno come me a cui non piace particolarmente fare zapping sul catalogo di Netflix, ma preferisco di gran lunga, quando accendo la piattaforma di streaming, andare dritto verso ciò che voglio vedere. La scelta, nonostante il genere a cui appartiene il film non sia particolarmente nelle mie corde, devo dire che è stata abbastanza azzeccata: ciò che viene portato in scena dal regista e dallo sceneggiatore è un film che fondamentalmente si appoggia ad una vicenda drammatica, nel tentativo però di creare una commedia dalla comicità abbastanza ondivaga, che spazia tra la più classica scazzottata di budspenceriana - azz che termine che ho coniato - memoria e dei dialoghi che non si risparmiano mai battute cattivissime e talvolta anche politicamente scorrette. Si vede, nelle scazzottate che vengono mostrate nel corso della durata del film, la volontà del regista di dare da una parte la massima drammaticità, di far vedere l'odio tra le due protagoniste, senza che si sappia mai per davvero quale sia stato il motivo del loro litigio avvenuto una ventina di anni prima, ma rinunciando completamente al realismo, i pugni e le botte tra le due sono estremamente rumorosi e talvolta si fa utilizzo di armi contundenti che tramortirebbero chiunque, mentre loro continuano a darsele di santa ragione. É interessante poi vedere come in seguito ad ogni scazzottata la vita delle protagoniste cambi radicalmente e si vede anche come cambia il comportamento delle persone che ruotano attorno alle loro vite. Da questo punto di vista sicuramente più interessante è la storia di Ashley, che ha una spassosissima e timidissima assistente che lei sfrutta senza farsi troppi problemi, mentre nel frattempo cerca di avere un figlio, tramite inseminazione artificiale, con la sua compagna, mentre dall'altro lato la storia di Veronica, oltre all'elaborazione del lutto - comunque secondo me ben ritratta - non ha moltissimo da proporre.
Insomma, se vi capita di avere un'oretta e mezza e volete investirla guardando una bella commedia, sicuramente non convenzionale e con battute piccanti nelle quali la sceneggiatura non si trattiene e non si fa problemi anche a risultare politicamente scorretta, "Catfight - Botte da amiche" - magari anche senza sottotitolo se volete - potrebbe essere il film giusto per voi, divertimento e momenti di riflessione sono assicurati!

Voto: 7,5

mercoledì 22 luglio 2020

L'assassina di Jung Byung-gil (2017)

Corea del Sud 2017
Titolo Originale: 악녀 (Ak Nyeo)
Sceneggiatura: Jung Byung-gil, Jung Byeong-sik
Durata: 129 minuti
Genere: Azione



É ormai quasi una settimana che ho iniziato a seguire la pagina su Facebook chiamata Netflix Festival, pagina cinematografica che segnala quei film presenti sul catalogo della famosissima piattaforma di streaming ma praticamente invisibili, sommersi dalle liste dei film più visti in Italia e dalle serie televisive più mainstream, ma, il più delle volte, di buona qualità o comunque interessanti a livello cinematografico. É proprio così che sono venuto a conoscenza del film "L'assassina", pellicola sudcoreana diretta da Jung Byung-gil, regista classe 1980 che nella sua carriera ha diretto solamente cinque film, tra cui "Confession of Murder" che, pur senza capirne i dialoghi, avevo intravisto proprio durante la mia vacanza in Corea del Sud, nell'Agosto dello scorso anno. Il film sembra essere fin dalla lettura della trama di quelli interessanti, io poi amo i film di vendetta, ma, ancora di più quei film che in qualche modo assomigliano, per stile visivo e narrativo, a "John Wick", diventato quasi uno standard per quanto riguarda il cinema d'azione degli ultimi anni. Sarà riuscito il regista de "L'assassina" a farsi adorare da me per questo suo film?
Innanzitutto, come al solito, si parte dalla trama: Sook-hee è una giovane donna addestrata in Cina per diventare un'assassina professionista, dagli stessi uomini che, in giovane età, avevano ucciso suo padre. Riuscita da sola a sgominare un'intera banda criminale, viene catturata da una cellula governativa che, in cambio dei suoi servizi per una durata di dieci anni in qualità di sicario o spia governativa, le promette la libertà. Le verrà fornita l'identità di un'attrice di teatro e le verrà permesso di crescere sua figlia, concepita nel corso della sua precedente vita, assieme ad un uomo di cui presto si innamorerà, ma presto il passato si rifarà vivo e per lei arriverà il momento di vendicarsi dei soprusi subiti in giovane età, cercando però anche di capire il perchè la cellula governativa sudcoreana si sia avvicinata proprio a lei.
Personalmente quando guardo un film ho un modo di farmi convincere che la visione sia quella giusta abbastanza particolare. Io guardo il film, dall'inizio alla fine, partendo dal presupposto che qualsiasi pellicola che sto guardando sia, potenzialmente, nella norma. Poi, spesso e volentieri, basta una sola scena, un'inquadratura, un'uso particolare di una tecnica particolare e il film mi sale di livello. No, non parlo degli scavalcamenti di campo di Michael Bay, parlo ad esempio di un piano sequenza messo nel posto giusto, di una scena d'azione iper adrenalinica, di una scena in cui c'è una colonna sonora che riesca a creare un po' di contrasto. In questo film, lo dico subito, la vera figata sono i piani sequenza, ogni scena di combattimento è realizzata in piano sequenza e già di per sè la cosa potrebbe conquistarmi in qualsiasi film. Ma "L'assassina" già mi aveva comprato con la prima scena: un lunghissimo piano sequenza di quasi dieci minuti, un lunghissimo combattimento in cui vediamo praticamente l'intera scena con gli occhi della protagonista, una soggettiva tipo quelle carpenteriane di "Halloween", solo con movimenti di macchina estremamente più veloci. Un piano sequenza in cui, a un certo punto, vediamo la macchina da presa staccarsi dagli occhi della protagonista, per inquadrare per la prima volta la protagonista, una roba che appena l'ho vista mi sono esaltato, ho avuto come la sensazione di aver visto, in soli dieci minuti, il riassunto di tre capitoli di "John Wick", anche perchè il livello di violenza è pure abbastanza elevato.
Se da una parte "L'assassina" penso sia uno dei migliori film d'azione che io abbia visto di recente, la sua storia risulta essere un po' meno efficacie rispetto alla componente tecnica: di storie di vendetta, anche se ci limitiamo solamente al cinema coreano, se ne sono viste veramente tante e questa non ho trovato fosse delle più originali e c'è anche da dire che spesso e volentieri vengono inseriti dei flashback che non sempre appaiono particolarmente organici e più che mettere ordine nelle idee dello spettatore rischiano più che altro di fare un po' di casino. Ciò però non inficia il livello di coinvolgimento che si prova nel corso di tutta la durata della visione, ci troviamo davanti ad un film che è straordinario a livello tecnico e in cui il regista mette tutto il suo talento specialmente nelle scene d'azione, che decide di mettere in scena nel modo più impensabile, ma azzeccato, possibile.

Voto: 7,5

lunedì 20 luglio 2020

OSCARS BEST MOVIES - Emilio Zola di William Dieterle (1937)


USA 1937
Titolo Originale: The Life of Emile Zola
Sceneggiatura: Norman Reilly Raines, Heinz Herald, Geza Herczeg
Durata: 116 minuti
Genere: Biografico, Drammatico


Purtroppo continuo ad essere un po' latitante su questo blog, per via di vari motivi, lavorativi e non, non sto riuscendo a scrivere quanto ho sempre fatto su queste pagine, ma in realtà non vedo la cosa in modo totalmente negativo, il che va anche bene. Però l'intenzione di portare avanti questo blog e soprattutto certi appuntamenti rimane e, con la speranza di poter tornare al cinema a vedere qualche film nuovo, forse si potrà ritornare a scrivere con dei ritmi anche solamente simili a quelli avuti fino a prima del lockdown. Siamo però qui per il decimo appuntamento con la rubrica dedicata a tutti i film che hanno vinto l'Oscar come miglior film e, dopo aver parlato de "Il paradiso delle fanciulle", pellicola che mi ha tediato e non poco, è tempo di parlare di "Emilio Zola", che lo ha succeduto come vincitore del titolo. Giusto lo scorso anno avevo visto il bellissimo film di Roman Polanski "L'ufficiale e la spia", in cui in qualche modo il personaggio di Emile Zola, ad un certo punto della narrazione della vicenda, entrava prepotentemente in gioco rendendosi decisivo per far venire a galla la verità sul caso Dreyfus e ora mi ritrovo davanti ad un film dedicato interamente al personaggio di Emile Zola. Regista della pellicola è William Dieterle, un nome che non mi è assolutamente nuovo, ma, consultandone la filmografia, non trovo alcun film tra i suoi che io possa aver visto, quindi non so bene a cosa possa essere dovuto il senso di deja-vu che provo quando leggo il suo nome. Il protagonista della pellicola, nominato anche dell'Oscar come miglior attore protagonista, è interpretato da Paul Muni, mentre il film ha vinto anche il premio per il miglior attore non protagonista, consegnato a Joseph Schildkraut, interprete del capitano Dreyfus, e anche quello per la miglior sceneggiatura non originale.
Il film, come suggeriscono abbastanza eloquentemente sia il titolo originale sia quello tradotto in italiano, tratta della vita di Emile Zola, scrittore bohemien che vive in un sottotetto assieme all'amico Paul Cezanne, che fatica a trovare un impiego a causa del contenuto controverso dei suoi scritti e sogna da tempo di sposarsi con Alexandrine, sogno preclusogli dal fatto di essere fondamentalmente senza un soldo. Ottenuto un insperato successo grazie al romanzo Nana, ispirato dal salvataggio assieme all'amico Cezanne di una prostituta da una retata, egli diventa uno scrittore affermato e piuttosto prolifico, anche se abbastanza inviso alle autorità a causa del contenuto dei suoi scritti, spesso critico verso l'ordine sociale costituito, diventando anche abbastanza ricco e piuttosto tranquillo a livello economico. In un clima di totale tranquillità, nella vita dell'uomo comparirà la moglie del capitano Dreyfus, che si rivolge a lui per utilizzare i suoi scritti per salvare il marito dall'accusa di alto tradimento ai danni dello stato, accusa sulla quale aleggiano molte ombre, ma che in qualche modo viene sempre confermata dai vertici militari che, con un complotto ordito in maniera certosina, riescono sempre a insabbiare qualsiasi elemento venga a galla a favore dell'accusato.
Purtroppo i miei studi di storia e di letteratura si fermano a ciò che ho studiato in quinta superiore, ormai più di una decina di anni fa, il caso Dreyfus e Emile Zola non erano certo delle priorità per i miei professori ed è anche una cosa che capisco dato che ci sta che qui in Italia ci si concentri sulla letteratura del nostro paese piuttosto che, a livello storico, si tralascino eventi che sono considerati importantissimi per l'evoluzione politica di una nazione, ma non particolarmente fondamentali per le sorti del mondo o dell'Europa o del paese in cui viviamo. E del caso Dreyfus, fino all'anno scorso quando vidi "L'ufficiale e la spia", ammetto di non averne mai sentito parlare, nonostante sia un evento importantissimo per la storia francese, una delle storie di spionaggio e di corruzione più controverse di sempre. É inutile girarci troppo intorno, ma, dopo una buonissima introduzione sull'ascesa letteraria di Emile Zola e sul suo successo nella scrittura con i suoi romanzi, è chiaro che il centro della storia diventi proprio quel caso Dreyfus che permise allo scrittore di scrivere quello che è il suo articolo più simbolico, intitolato "J'Accuse", con cui lo scrittore riuscì a mettere alla berlina tutte quelle cose che non tornavano nel caso e con il quale il potere della nazione iniziò un po' a vacillare di fronte all'opinione pubblica.
Siamo chiaramente davanti ad un buonissimo film che, mettendo al centro il personaggio di Emile Zola, ci fa vedere da una prospettiva diversa quanto fattoci vedere lo scorso anno da Polanski - anche se il ragionamento andrebbe fatto al contrario, chiaramente, ma avendo prima visto il film di Polanski non mi riesce rovesciare le due cose - concentrando più della metà della pellicola su quell'evento centralissimo nella vita dello scrittore, nonostante anche la prima parte, in cui si parla della sua ascesa, sia particolarmente efficace. É però nella seconda parte del film che si vedono le cose migliori: da una parte i monologhi perfettamente interpretati da Paul Muni, tra cui si evidenzia la testimonianza al processo a la lettura, prima della pubblicazione, del suo articolo "J'Accuse", così come anche l'interpretazione di Joseph Schildkraut nei panni di Dreyfus mi è parsa molto buona, anche se non capisco come possa aver vinto il premio lui piuttosto che Paul Muni - anche se non so come fossero gli altri candidati all'Oscar per il miglior attore protagonista. Insomma, "Emilio Zola", che segna il decimo appuntamento con questa rubrica e che mi avvicina pericolosamente alla visione di "Via col vento" - che immagino dovrò vedere a rate - risulta essere un buonissimo film, probabilmente anch'esso caduto un po' nel dimenticatoio con il passare degli anni, ma sicuramente migliore di altre cantonate prese in questi primi dieci episodi della rubrica, con film sì belli, ma che mi avevano annoiato terribilmente. Questo, al contrario, è riuscito a coinvolgermi, raccontando una storia interessante di cui avevo, parzialmente, visto una sua reinterpretazione giusto un annetto fa.

mercoledì 15 luglio 2020

Greyhound - Il nemico invisibile di Aaron Schneider (2020)

USA, Canada, Cina 2020
Titolo Originale: Greyhound
Sceneggiatura: Tom Hanks
Durata: 91 minuti
Genere: Guerra


Nel corso della mia vita da spettatore cinematografico non ho mai avuto un rapporto particolarmente idilliaco con i film di guerra, dai quali spesso e volentieri cerco più che altro la spettacolarità piuttosto che una trama elaborata e riesco ad apprezzare senza problemi solamente quei film che sono universalmente riconosciuti come dei capolavori del genere, mentre gli altri il più delle volte mi annoiano parecchio. L'ultimo film di guerra che ho apprezzato, anche se più per questioni tecniche che di trama, è stato "1917", realizzato nello spettacolare finto piano sequenza di Sam Mendes, ma che a livello emozionale ne aveva da imparare, mentre invece ho apprezzato parecchio "Dunkirk", anche se c'è da dire che pure lì la sceneggiatura non è che fosse proprio il punto forte della pellicola. Quando ho letto la trama di "Greyhound - Il nemico invisibile" ho in qualche modo pensato all'ultimo film di Christopher Nolan - di cui attendo "Tenet" manco fosse Natale - e ho deciso di dargli un'opportunità, vista anche la presenza nel cast di un attore che normalmente apprezzo come Tom Hanks, che qui ricopre anche il ruolo di sceneggiatore. Alla regia invece abbiamo Aaron Schneider, affermatosi principalmente come direttore della fotografia e che come regista ha un solo un film all'attivo diretto nel 2010.
Gli Stati Uniti sono da poco entrati nella Seconda Guerra Mondiale e durante i primi giorni di partecipazione una flotta di trentasette navi americane, guidata dal comandante Ernest Krause, sta navigando le acque dell'Atlantico del Nord. Presto scopriranno che nelle profondità marine, invisibili ai radar americani, stanno navigando degli U-boot tedeschi, con l'obiettivo di affondare le navi americane attaccandole di sorpresa. Inizia così per la flotta una battaglia contro un nemico che non si fa vedere ed impossibile da intercettare, per poter superare quello che a tutti gli effetti si configura come un campo minato nelle profondità marine.
Per quanto la storia legata a questo evento storico sia particolarmente interessante, come un po' tutte quelle battaglie miracolose e quelle grandi imprese all'apparenza impossibili, devo dire fin da subito che da questo film, uscito direttamente in streaming e non al cinema - dove forse me lo sarei potuto godere in maniera maggiore -, mi sarei aspettato qualcosa di più. Partiamo dalle questioni tecniche, su cui, in effetti, non ho moltissimo da dire: dal punto di vista della spettacolarità il film fa il suo dovere, le esplosioni e la battaglia sono ben gestite e, a parte qualche momento in cui la CGI è abbastanza visibile e non sempre ben riuscita, nel complesso mi è parso un lavoro interessante, che, confermo, molto probabilmente al cinema sarebbe stato più godibile. Purtroppo c'è però un capitolo da aprire sulla sceneggiatura: con tutto il film ambientato nel corso della battaglia e della fuga della flotta americana dal nemico rappresentato dagli U-boot tedeschi, a perdersi in maniera decisiva è lo sviluppo dei personaggi, che non hanno la minima introspezione e il cui spessore è quello di un foglio di carta velina, roba che una pagina di Wikipedia avrebbe potuto fare in maniera molto più efficace.
La presenza inoltre di un nemico invisibile ai protagonisti e agli spettatori si sarebbe potuta sfruttare molto meglio, con l'intento magari di mettere un po' di inquietudine nello spettatore, il problema è che, mentre in "Dunkirk", la scelta di Nolan era stata quella di non far vedere allo spettatore i tedeschi, rendendo la visione decisamente più inquietante, qui il fatto di sapere precisamente dove si trova il nemico fa sempre stare lo spettatore sull'attenti, dando quasi per scontato che possa accadere qualcosa da un momento all'altro. Il risultato finale, per quanto mi riguarda, è uno dei film di guerra più sciapi che abbia visto nel corso degli ultimi anni che, nonostante la brevissima durata - la canonica ora e mezza circa - è persino riuscito ad annoiarmi dopo nemmeno metà della visione.

Voto: 5

lunedì 13 luglio 2020

Estate '92 di Kasper Barfoed (2015)

Danimarca 2015
Titolo Originale: Sommeren '92
Sceneggiatura: Kasper Barfoed, Anders Frithiof August
Durata: 93 minuti
Genere: Biografico, Sportivo


Nel corso della mia vita non ho mai nascosto il fatto che io apprezzi particolarmente i film sportivi, sia quelli che parlano di imprese sportive realmente accadute - aspetto quello sulla prossima Champions' League vinta dalla Juventus, chissà se mai arriverà... - sia quelli che invece sono ambientati nel mondo dello sport in cui il punto di arrivo è un'incontro o una partita in particolare, oppure ancora quelli che parlano dei suoi retroscena, di ciò che ruota attorno al mondo dello sport, allenamenti, giri di denaro, show-business etc. Non che il calcio danese sia mai stato tra i miei interessi, ma viste le premesse, un film sulla vittoria del campionato europeo di calcio del 1992 da parte della nazionale della Danimarca - che a quel torneo ci era arrivata solamente grazie ad un ripescaggio dovuto all'esclusione della Jugoslavia in seguito alle vicende politiche che la stavano colpendo - aveva tutte le carte in regola per piacermi, così come potrebbe anche averle un eventuale film sulla Grecia campione d'Europa nel 2004 ai danni del Portogallo, così come al contrario ha dimostrato di averle "Il miracolo di Berna", pellicola che parla della vittoria del mondiale da parte della Germania Ovest al mondiale del 1954, contro la corazzata messa in campo dall'Ungheria. Non essendo un particolare conoscitore del cinema danese - forse ho visto un solo film nella mia vita proveniente da quella nazione, "Royal Affair" con Alicia Vikander e Mads Mikkelsen - su praticamente tutti gli attori non posso esprimermi, ad eccezione di Ulrich Thomsen, che avevo visto tempo fa in "Banshee", una delle mie serie preferite, mentre sugli altri posso solo dire la mia sulla somiglianza tra Gustav Dyekjær Giese e Peter Schmeichel - tra l'altro uno dei miei portieri preferiti di sempre dopo Gianluigi Buffon -, il personaggio da lui interpretato.
Siamo nel 1990, la nazionale di calcio danese ha incantato il calcio mondiale per tutti gli anni '80, con il suo gioco veloce e particolarmente innovativo, senza mai però riuscire a vincere un trofeo internazionale, ma facendo ottime figure in giro per il mondo grazie alla filosofia dell'allenatore Sepp Piontek. Dimissionario proprio in seguito ai mondiali del 1990, sulla panchina della nazionale viene chiamato Richard Møller Nielsen, che all'epoca era proprio l'assistente di Piontek sulla panchina della nazionale. Trovatosi a dover gestire dei giocatori non particolarmente disciplinati e a voler proporre un modo diverso di giocare rispetto al suo predecessore, i risultati faticano ad arrivare, portando la nazionale a non qualificarsi per gli europei del 1992 in favore della Jugoslavia. Estromessa la nazionale in seguito alle vicende politiche cui era stata coinvolta in quel periodo, la nazionale danese viene ripescata solo un paio di settimane prima dell'inizio dell'europeo e l'allenatore sarà costretto a chiamare i suoi giocatori alle armi per potersi giocare l'europeo, poi clamorosamente vinto in finale ai danni della Germania.
Quando decido di guardare un film che parla di sport, sapendo oltre tutto che il calcio è anche uno dei miei sport preferiti - ma a dirla tutta penso che gradirei persino un film sulla scherma, che è uno sport che adoro -, quello che cerco sono l'emozione di vedere delle immagini sportive ricostruite da degli attori, ma, possibilmente, anche qualche retroscena su come si è arrivati al compimento di una data impresa sportiva. Ad esempio, "Invictus" riusciva bene a mescolare la componente sportiva con quella drammatica ed entrambe le componenti riuscivano ad emozionare in egual modo, così come, se mai venisse prodotto, vedrei al volo un film sul mondiale di calcio del 2006 o sull'impresa dell'Italia del basket alle Olimpiadi del 2004, anche se penso non ci possa essere nulla di più emozionante delle immagini reali in quei due casi, penso che drammaturgicamente parlando ci sia più materiale per un film sui mondiali del 2006 se proprio dovessi scegliere. L'impresa sportiva di cui parla questo film, al contrario, è qualcosa che io vedo come abbastanza distante, sia per il fatto che la nazionale danese, da quando ho iniziato a seguire il calcio, non è mai stata particolarmente importante o interessante, sia per il fatto che probabilmente questa è una delle imprese sportive probabilmente più inspiegabili della storia dello sport. Se poi, oltre alla mia personalissima distanza culturale verso questa impresa, ci si aggiunge che il film non fa proprio nulla per far legare lo spettatore ai suoi personaggi, presentandoci dei calciatori che risultano particolarmente antipatici e spocchiosi, un allenatore che quasi nemmeno esulta per i gol fatti in finale dalla sua squadra e una ricostruzione delle partite che alterna immagini reali ad immagini reinterpretate, secondo me anche malino, dagli attori, il risultato è un film per quanto mi riguarda freddissimo, con cui penso che possano essersi emozionati solamente i danesi che hanno questo come unico risultato calcistico veramente fondamentale della loro storia e con cui non sono riuscito a emozionarmi nemmeno nel vedere le immagini della finale, in cui poco si vede anche riguardo i festeggiamenti dei danesi.
É questo secondo me il vero problema del film, la celebrazione come protagonista non di una squadra che è riuscita a compiere un'impresa e di un popolo intero che l'ha seguita soffrendo e gioendo per loro - come penso che un eventuale film sul mondiale 2006 dovrebbe essere per funzionare - ma di un allenatore in cui nessuno credeva - nemmeno la sua stessa squadra - e che anche nei momenti di gioia si mostra freddo e distaccato con il film che prende un po' lo stesso tono dell'allenatore, mostrandoci alla bisogna le immagini reali delle partite di quell'europeo e non dando poi troppo spazio all'interpretazione dei protagonisti, che pure nelle scene calcistiche appaiono particolarmente impacciati. Insomma, per quanto mi riguarda questo "Estate '92" è un po' un mezzo disastro a livello cinematografico e ancora una volta Netflix dimostra come quando si va a guardare tra i film introvabili, a volte, si rischi un po' di andare a fare la raccolta dell'umido. E questo film, era quasi in fondo al sacco.

Voto: 4,5