venerdì 24 maggio 2019

Game of Thrones - Stagione 8



Game of Thrones
(serie TV, stagione 8
Episodi: 6
Creatore: David Benioff, D.B. Weiss
Rete Americana: HBO
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Peter Dinklage, Nikolaj Coster-Waldau, Lena Headey, Emilia Clarke, Kit Harington, Sophie Turner, Maisie Williams, Liam Cunningham
Genere: Fantasy


É arrivata, dopo due anni di attesa, anche l'ultima stagione di una delle serie TV che in questi ultimi nove anni hanno in qualche modo fatto la storia della televisione e della produzione seriale mondiale. Sei ultimi episodi in cui ne abbiamo viste veramente di ogni e in cui i fan, per tutte le puntate, si sono divisi tra chi è rimasto profondamente deluso e chi invece si esaltava. Io, che in questi anni ho sempre criticato la lentezza delle prime stagioni - non tanto della prima, che mi era comunque piaciuta, quanto più che altro quella della seconda e della terza, che proprio mi stavano annoiando un bel po' -, mi ero trovato piuttosto bene con le stagioni sei e sette, in cui sì, i personaggi iniziavano ad avere il teletrasporto e lo spettatore non aveva ben chiara la sensazione di quanto tempo passasse tra una scena e l'altra, ma mai mi sarei aspettato di dire che in questa ottava stagione, complici i soli sei episodi - che comunque, a parte i primi due, sono durati tutti una ventina di minuti in più del normale -, le cose accadono fin troppo velocemente. Dopo un primo episodio introduttivo, che mi è anche piaciuto abbastanza, ed un secondo ancora una volta introduttivo in cui sembrava che tutti fossero amici, con il terzo si è partiti a fare le cose in grande.
Ora, prima di fare i dovuti commenti spoilerosi su tutta la stagione permettetemi di dire un paio di cose, per chi non volesse continuare a leggere: gli episodi di questa ottava e ultima stagione io me li sono fatti andare bene tutti, il terzo, pur con i suoi buchi logici, penso sia una delle cose registicamente più belle compiute in otto stagioni di "Game of Thrones" - e non capisco seriamente chi critica il fatto che fosse buio, una guerra in piena notte, in un fantasy pseudo-medioevale, con solo le luci delle torce e dei fuochi magici a disposizione, spiegatemi voi come fa ad essere una guerra luminosa, a me la scelta fotografica del buio è parsa anche abbastanza realistica -, nel quarto episodio c'è stata la giusta dose di azione e la giusta dose di dialoghi, nel quinto cominciavano già ad avvenire un bel po' di cose senza senso, ma risultava bellissimo dal punto di vista visivo, ma l'episodio finale proprio non riesco a farmelo andare giù, mi è parso tutto sbagliato, a partire dalle scelte di sceneggiatura, fino ad arrivare a quelle di montaggio, un qualcosa che non mi sarei mai aspettato di vedere da quella che è diventata, senza ombra di dubbio, la serie in grado di creare più hype negli spettatori di tutto il mondo. Quello che doveva essere un evento straordinario si è trasformato in una delle delusioni più cocenti praticamente per tutti quelli con cui mi sono confrontato a voce, insomma, sarebbe potuta andare peggio... questa serie sarebbe potuta finire come "Dexter"! Sarà, ma a me pare sia andata persino peggio.

Voto alla stagione: 6-
Voto all'episodio finale: 3

DA QUI IN POI CI SARANNO SPOILER SU TUTTA LA STAGIONE. PER CHI NON VOLESSE LEGGERLI, VI RIMANDO ALLA FINE DEL POST PER UN PAIO DI CHICCHE CHE MI MANCHERANNO DAVVERO TANTO DI QUESTA SERIE TELEVISIVA

Posto che i primi due episodi sono quelli meno densi di eventi e quelli più introduttivi, mi sono trovato comunque ad apprezzarli, ma è dal terzo che si comincia a fare veramente sul serio. La battaglia tra l'esercito del Nord e l'esercito degli estranei guidati dal Re della Notte è una delle cose più spettacolari che si siano viste in questa serie TV. Una battaglia tesa, un sacco di morti nelle fila dell'esercito del Nord, tra cui Theon Greyjoy e Jorah Mormont, che è il primo dei personaggi che lasceranno Daenerys nella sua ricerca sfrenata del trono. Una Daenerys che tra l'altro ha appena scoperto che Jon Snow sarebbe il legittimo erede al trono, essendo il figlio di Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark: decide di stargli a fianco nella battaglia più importante per il Nord, ma poi comincerà a vedere anche lui come una minaccia. Per quanto bella, già in questo terzo episodio cominciano a venir fuori le cose senza senso: tutti i non combattenti che, durante una battaglia con un negromante, decidono bene di rifugiarsi nelle cripte, dove rischieranno di morire nel momento in cui il Re della Notte deciderà di usare il suo potere. Fortuna che, proprio mentre questi sta per uccidere Bran, arrivi Arya - dal nulla grazie alla sua abilità da assassino - per ucciderlo. Ora qui ci si inizia a porre delle domande che non avranno mai risposta: perchè il Night King vuole uccidere proprio Bran? Quali sono le motivazioni degli estranei? Perchè esistono? Non lo sapremo forse mai, a meno che il panzone non decida di finire sti cazzo di libri che io, comunque, mai leggerò, ma mi limiterò a leggerne il riassunto su Wikipedia per capire se il suo finale è meglio di quello che hanno fatto in questa serie.
Dicevamo che Il quarto episodio sarà quello decisivo per la trasformazione di Daenerys e per far venire fuori la sua pazzia: dopo una prima parte in cui si festeggia e in cui Daenerys e Sansa fanno a gara a chi è più bella mettendosi meno trucco - non sapevo quale metafora usare al femminile. Fossero state due uomini avrei detto fanno a gara a chi ce l'ha più lungo - si parte finalmente per combattere contro Cersei - che abilmente se ne è stata fuori da tutta questa storia -, peccato che l'esercito della regina abbia preparato un agguato ed ecco che anche il secondo dei tre draghi di Daenerys viene ucciso. Posto che non mi pare possibile che questi non abbiano previsto nulla, ma è la scena dopo a lasciarmi perplesso: il drago viene centrato in pieno dal primo freccione scoccato dai balestroni della flotta di Cersei, il secondo, che inizialmente si getta in picchiata contro di loro, per poi desistere, viene invece mancato dalle migliaia di freccioni lanciati contro di lui. Nel frattempo sappiamo che Sansa ha detto a Tyrion il segreto su Jon Snow, che Daenerys gli aveva chiesto di non dire, così come Varys comincerà a pensare che cosa farsene di questa informazione. La risposta è, ovviamente, tradire la regina: stavolta però non per fare il bastardo come al solito, ma per un bene superiore. Durante l'agguato ecco che anche il secondo personaggio vicino a Daenerys viene catturato e giustiziato dalla Montagna: a lasciarci è Missandei di Naath, la più bella di tutte, roba che se una cosa così fosse successa due stagioni fa sarei stato in lutto fino ad ora, ma a due puntate dalla fine sono comunque riuscito ad accettarla. E comunque, sempre sia lodata Nathalie Emmanuel.
Ora la pazzia di Daenerys può essere finalmente scatenata: Varys viene giustiziato per il tradimento e bisogna bruciare Approdo del Re, non importa chi ci sia dentro e non importa uccidere persone innocenti. Come il più cattivo dei Thanos, Daenerys fa un reset totale della città, conquistandola. Nel mezzo assistiamo allo scontro tra Sandor e Gregor Clegane, parecchio spettacolare, mentre Arya non riesce a prendersi la soddisfazione di uccidere Cersei, che verrà sommersa dalle macerie del palazzo cadente assieme al fratello Jamie, che nel corso di due puntate è riuscito ad andare a letto con Bryenne, a tornare dalla sorella per avvisarla, ad essere catturato, ad essere liberato da Tyrion e ad andare ancora a tentare di salvare la sorella, per poi morire insieme a lei nel loro ultimo atto d'amore. Ora qualcuno mi spieghi il senso di questa cosa, il senso di buttare via otto stagioni in cui il personaggio aveva compiuto un'evoluzione che forse nessun altro personaggio della serie ha avuto, per poi farlo tornare nell'ultimo episodio a commettere gli stessi errori della prima stagione.
Veniamo ora però al punto veramente dolente di questa ultima stagione della serie, l'ultimo episodio, lo schifo, il male puro: i primi quindici minuti non mi sono nemmeno tanto dispiaciuti, a partire dal Tyrion piangente sui corpi dei due fratelli, fino alla sua ribellione alla regina Daenerys dopo una bellissima scena in cui la fotografia crea l'illusione che avesse due ali di drago. Viene catturato, in attesa della condanna a morte. In un dialogo tra lui e Jon Snow capiamo anche che al legittimo erede al trono viene caldamente suggerito di farla fuori, perchè ormai impazzita: lui adduce tutte quelle giustificazioni che tutti i fan di Daenerys hanno addotto in questa stagione - le hanno ammazzato tutti, le hanno fatto fuori due draghi, Jorah e Missandei sono morte, il gatto le era scappato di casa due giorni prima... -, tenta di farla ragionare, ma, accorgendosi del fallimento, la uccide pugnalandola. Ora, io che notoriamente arrivo tardi alle conclusioni, avevo detto già da due puntate che la seconda donna più gnocca della serie sarebbe morta nell'episodio finale, ma questa è stata tipo la scena con meno pathos e meno tensione di tutta la serie, Daenerys aveva praticamente un riflettore puntato addosso con scritto "ti stiamo per uccidere". Il drago decide di dare fuoco al trono e di fonderlo, ecco un'altra delle mie previsioni che si avvera: ora, che una persona decida di distruggere il trono per via di tutti i problemi che ha creato io lo accetto, anzi, sarebbe stata la cosa più logica, ma che il drago sia la persona più intelligente ad Approdo del Re io non riesco proprio ad accettarlo, per non parlare del fatto che il suo atto sembra quasi dire "la palla e mia e decido io chi gioca, quindi se non posso giocare io distruggo tutto". In questa scena, tra l'altro, Jon Snow viene volontariamente risparmiato, anche se non mi spiego il perchè.
Nella scena successiva, dopo uno stacco e un salto temporale imprecisato, vediamo gli uomini più potenti degli ormai diventati sei regni, discutere su chi dovesse diventare re: a parte un'estemporanea proposta di Samuell Tarly di instaurare una democrazia - in cui tutti gli altri personaggi hanno reagito esattamente come ho reagito io -, viene eletto Bran lo Spezzato - la traduzione per me era sbagliata e dovevano scrivere Bran lo Stalker nei sottotitoli -, il Nord rimane indipendente, Jon Snow viene rimandato dai Guardiani della Notte - per non scatenare una guerra con gli Immacolati - e Sansa - non avete idea quanto mi faccia male dirlo - è quella che ha il finale più sensato, tornando al Nord a regnare. Ah, Arya decide di viaggiare a Ovest dell'Ovest. In tutto questo, a proporre l'oligarchia parlamentare è Tyrion, che fino a quel momento era un prigioniero, a cui viene dato non solo diritto di parola, ma le sue parole sembrano contare e anche molto. Ma era un prigioniero! Le sue parole non dovrebbero contare così tanto! Era un prigioniero e viene pure eletto primo cavaliere del re Bran lo Stalker. Che poi la scelta di renderlo re, mi pare pure giusta, peccato che per tutta questa ottava stagione sia stato completamente inutile, invece che "spezzare la ruota", l'ha triplicata - badum, tss! - e che ha passato la stagione a trovarsi in vari posti del Nord con una faccia che pareva chiedersi "ma chi mi ha messo qui?". Spazio poi ad un paio di scene comiche, agli addii ai vari personaggi, agli amori che non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano - quello tra Jon Snow e Tormund -, a Bryenne che scrive l'epitaffio di Jamie Lannister, a Sansa che viene incoronata regina del Nord - l'unica che ha un finale sensato, porco cane! - e a dei tizi che hanno scritto un libro... e lo hanno intitolato, ma guarda un po' te, sorpresona delle sorpresone, "Le cronache del ghiaccio e del fuoco", perchè "Porca puttana non sapevamo come dare un senso a questo finale" pareva troppo brutto e aggressivo.

FINE DEGLI SPOILER

Come avevo promesso, ora, un paio di chicche estremamente personali: la prima è quella che da tre stagioni a questa parte è diventata la mia sigla di "Game of Thrones". Ma dico sul serio, io, ogni volta che guardavo l'episodio, nel momento in cui partiva la sigla, ci mettevo sopra con il cellulare questo video, in modo da sentire la "mia" sigla!



La seconda invece è la canzone cantata da Michael Bolton, composta come ipotetica sigla retrò dello show.

giovedì 23 maggio 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Eccoci finalmente davanti ad un nuovo weekend di uscite cinematografiche, di quelle veramente grosse e importanti, di quelle che stuzzicano la curiosità, di quelle che come al solito verranno commentate in base ai miei pregiudizi!

Brightburn - L'Angelo del male di David Yarovski


Finalmente arriva nei cinema italiani una di quelle pellicole che attendo da un po' di mesi, più o meno da quando ne ho scoperta la sua esistenza, il fatto che fosse in lavorazione e che dietro al progetto ci stesse James Gunn: cosa succederebbe se Superman fosse cattivo? Ce lo spiega questo horror curiosissimo e interessantissimo a livello di sceneggiatura. Chissà se a livello cinematografico sarà la bombetta che tanto mi aspetto.

La mia aspettativa: 7,5/10


Aladdin di Guy Ritchie

Nelle uscite in evidenza di questa settimana non può non finirci "Aladdin", anche se io non è che sia poi così tanto curioso a dire la verità. Poi io con Guy Ritchie e i suoi personaggi che vogliono fare per forza i simpaticoni - in qualsiasi contesto o epoca storica si trovino - ho un problema molto molto serio, quindi non so bene quanto questa versione in live action del classico Disney possa incontrare i miei favori.

La mia aspettativa: 6,5/10


Il traditore di Marco Bellocchio

La politica italiana nell'epoca della lotta alla mafia, con protagonista Pierfrancesco Favino nei panni di Tommaso Buscetta. Il film non si concentrerà tanto sulle figure di Falcone e Borsellino - anche se è sempre bene non dimenticarsele -, quanto più che altro sull'accusa, da parte del mafioso, lanciata verso Giulio Andreotti e le conseguenze per la vita politica italiana. A me questi film piacciono sempre parecchio, vedremo se questo qui saprà confermarsi.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Forse è solo mal di mare: Commedia italiana che a guardare il trailer sembra essere evitabilissima.
Takara - La notte che ho nuotato: Pellicola impegnata e impegnativa giapponese, che penso non sarà molto trasmessa nelle sale italiane.
Una vita violenta: Mi sto dedicando poco al cinema francese negli ultimi tempi, forse proprio perchè non mi sembra stia vivendo un momento di forma esaltante. Questo film non penso mi porterà al cinema, ecco.

mercoledì 22 maggio 2019

Le amanti di Dracula di Freddie Francis (1968)


Gran Bretagna 1968
Titolo Originale: Dracula has Risen from the Grave
Regia: Freddie Francis
Sceneggiatura: Anthony Hinds
Cast: Christopher Lee, Rupert Davies, Veronica Carlson, Barbara Ewing, Barry Andrews, Ewan Hooper, Marion Mathie, Michael Ripper, John D. Collins, George A. Cooper, Chris Cunningham, Norman Bacon, Carrie Baker
Durata: 92 minuti
Genere: Horror


A dire la verità sto proseguendo più per inerzia che per vera passione, però quando inizio una cosa, tranne per quanto riguarda le serie televisive, mi piace portarla a termine, altrimenti non avrei fatto un banner da dedicare all'evento, non credete? Anche se con gli ultimi film appartenenti alle serie della Hammer Film Productions ho iniziato a trovare una certa ripetitività, pur provando quasi piacere nel vedere i film della serie di Frankenstein e di quella di Dracula e molto meno in quelli de la Mummia, tutti questi film non è che mi stiano prendendo come mi sarei aspettato e solo alcuni li considererei pietre miliari, bei film da vedere, mentre altri seguiti mi sono più meno venuti a noia. Con "Le amanti di Dracula" siamo al terzo film ufficiale appartenente alla serie dedicata a Dracula con Christopher Lee - nella realtà io ho inserito anche "Le spose di Dracula" che veramente... lasciamo perdere - e la regia passa dalle mani di Terence Fisher a quelle di Freddie Francis, richiamato a dirigere un film della Hammer Film Productions dopo la direzione de "La rivolta di Frankenstein". Ancora come protagonista/antagonista della vicenda abbiamo Christopher Lee nei panni di Dracula, mentre cambiano, come nel film precedente, tutti gli altri personaggi.
É passato un anno dalla morte di Dracula nel fiume ghiacciato e Monsieour Muller, interpretato da Rupert Davies, è in visita alla parrocchia di padre Kurt. Lo trova in preda al terrore, convinto che Dracula sia ancora vivo: questi, per dimostrargli che il vampiro è morto e non c'è più nulla da temere, lo convince a intraprendere un viaggio verso il castello del conte. Kurt, sempre più in preda al terrore, decide di fermarsi a metà, mentre il monsignore, arrivato nei pressi del castello, comincia a recitare una serie di esorcismi per fermare definitivamente la maledizione. Nel frattempo padre Kurt, durante una tempesta, scivola su una roccia e cade nel fiume ghiacciato dove era morto Dracula nel film precedente. La sua caduta, che gli provoca una grossa ferita alla testa, crea una spaccatura nel ghiaccio, dalla quale il conte Dracula riesce a fuggire, riducendo il parroco in suo potere. Riuscito a tornare al suo castello, egli vede che la porta è stata sigillata dagli esorcismi e per vendetta verso il vescovo, Dracula obbliga padre Kurt a portarlo a Keinenberg, dove intende mordere la nipote del vescovo Maria, interpretata da Veronica Carlson, per renderla sua sposa.
La serie di Dracula vive e muore grazie alle interpretazioni di Christopher Lee, che è riuscito a rendere il personaggio di Dracula una vera e propria icona. Questo terzo capitolo appartenente alla serie di Dracula alla fine poco ha di cui farsi ricordare dagli appassionati di cinema, se non fosse per una parte iniziale veramente molto inquietante - la donna che compare improvvisamente a testa in giù dentro una campana all'interno di una chiesa fa il suo bell'effetto - saremmo davvero davanti al solito seguito in cui la trama segue in maniera pedissequa l'andamento dei film precedenti, senza creare nulla di nuovo e dando solamente sicurezza agli spettatori dell'epoca. Purtroppo si vede, a livello registico, che Freddie Francis pare non avere la stessa mano di Terence Fisher, che anche quando le storie cominciavano a farsi ripetitive qualcosa di suo ce lo metteva sempre e la sua mano in qualche modo si vedeva. Qui veramente poche sono le cose per cui essere contenti e qualche colpo di scena, comunque ben piazzato, non basta a risvegliarmi dal torpore che stanno cominciando a provocarmi queste pellicole. Mi basterebbe solo riuscire a vedere la campagna pubblicitaria che fu messa in atto per questo film, che lo rese un enorme successo commerciale a causa dell'erotismo che fu dato alle donne vampirizzate. Porterò a termine questa rassegna, in fondo sono arrivato al giro di boa senza che la cosa mi pesasse più di tanto, però, ecco... spero di trovare qualcosa di più interessante dalle prossime pellicole che vedrò.


martedì 21 maggio 2019

Ted Bundy - Fascino criminale di Joe Berlinger (2019)

USA 2019
Titolo Originale: Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile
Regia: Joe Berlinger
Sceneggiatura: Michael Werwie
Cast: Zac Efron, Lily Collins, Kaya Scodelario, John Malkovich, Jeffrey Donovan, Haley Joel Osment, Angela Sarafyan, Jim Parsons, Dylan Baker, Brian Geraghty, James Hetfield, Terry Kinney
Durata: 110 minuti
Genere: Thriller, Drammatico


Chi mi conosce di persona sa che le storie legate ai serial killer mi sono sempre particolarmente interessate e che non riesco a perdermi film dedicati alle indagini relative alla loro attività. Dopo aver visto "Conversazioni con un killer: Il caso Bundy" su Netflix - di questa docu-serie in quattro episodi parleremo da queste parti nel post riassuntivo sulle serie televisive viste a Maggio - ho deciso di andare al cinema per vedere "Ted Bundy - Fascino criminale", il film con protagonisti Zac Efron e Lily Collins, diretto da Joe Berlinger che guarda caso è anche il regista della docu-serie che ho citato poco fa. Nel cast della pellicola in questione, che a breve penso potrà essere vista anche sulla piattaforma di streaming, abbiamo anche gente del calibro di Jim Parsons, direttamente da "The Big Bang Theory", ad interpretare l'avvocato dell'accusa Larry Simpson, mentre John Malkovich nei panni del giudice del processo. Kaya Scodelario interpreta invece Carole Ann Boone, colei che durante le fasi processuali diventerà la moglie di uno dei serial killer più spietati degli Stati Uniti nella seconda metà del ventunesimo secolo.
"Ted Bundy - Fascino criminale" non si concentra principalmente sull'attività criminale del protagonista, quanto più che altro sulle fasi processuali che hanno portato alla condanna del serial killer e si concentra sul narrare anche la vita delle persone che ruotavano intorno a lui, come la sua fidanzata storica Liz Kendall e la sua futura moglie Carole Ann Boone. Non vi è nessuna evidenza all'interno della pellicola degli omicidi commessi dal killer, ma punto focale è il rapporto che i media ebbero con il processo e l'atteggiamento condotto dallo stesso Ted Bundy durante tutte le fasi processuali, a partire dalla scelta di difendersi da solo - era un brillante studente di giurisprudenza - fino ad arrivare alla scelta di chiedere a Carole Ann di sposarsi in aula durante il processo.
Joe Berlinger, memore dell'esperienza provata con la docu-serie, decide di condurre la sua pellicola in maniera scientifica, attenendosi ai fatti e lasciando trapelare poco le emozioni dei protagonisti, se non attraverso il personaggio di Liz, che forse è quello più umanizzato dell'intera vicenda. É questa scelta che fa sì che in qualche modo protagonista della storia non sia tanto il serial killer, quanto più che altro la stessa Liz e tutte le persone che hanno ruotato attorno a lui: Liz è colei che ha dato il nome di Ted alla polizia dopo averlo riconosciuto in un identikit su un giornale e vive tutto il periodo del processo sentendosi in colpa, con il dubbio che stia portando un uomo innocente verso la condanna a morte. Ed è proprio questo il modo in cui viene condotta l'intera narrazione: l'intento del regista pare essere quasi quello di far vivere allo spettatore ciò che una persona dell'epoca potrebbe aver provato guardando il processo in televisione. Provando ad immedesimarmi in questa situazione, io, da spettatore, non so se l'imputato sia colpevole oppure no e infatti nel film non viene mai mostrata, se non nelle battute finali in un'intensissima scena in cui sia Lily Collins sia Zac Efron recitano al massimo delle potenzialità, nessuna scena degli omicidi commessi da Ted Bundy. D'altro canto però provo anche a pensare a questa cosa: ma se io avessi visto questo film senza sapere assolutamente nulla su Ted Bundy ci avrei capito qualcosa? Ecco, io non ne sarei sicurissimo e in tal senso la pellicola mi è sembrata riuscita a metà, perchè il fatto di non mostrare proprio nulla potrebbe essere una vera e propria arma a doppio taglio.
Dal punto di vista recitativo non ho molto da obiettare sinceramente: Zac Efron mi è parso ottimo e reso in maniera estremamente somigliante rispetto al personaggio che doveva interpretare, così come intensissima è stata la prova di Lily Collins, con quel dialogo finale che mi ha fatto abbastanza impazzire. Un po' meno distinte, perchè piuttosto canoniche, le prove di Jim Parsons e di John Malkovich, di certo non chiamati agli straordinari e non è che ci abbiano messo molto del loro dal punto di vista recitativo. Benino pure Kaya Scodelario, che a me non è proprio mai piaciuta, ma qui mi è sembrato se la cavasse abbastanza. I fin dei conti "Ted Bundy - Fascino criminale" è un film che si lascia guardare, anche se vista la pubblicità che ne è stata fatta mi aspettavo decisamente di più e le mie attese, a tratti, sono state un po' deluse.

Voto: 6,5

lunedì 20 maggio 2019

MENIAMO LE MANI 3 - Arma letale di Richard Donner (1987)


USA 1987
Titolo Originale: Lethal Weapon
Regia: Richard Donner
Sceneggiatura: Shane Black
Cast: Mel Gibson, Danny Glover, Gary Busey, Mitchell Ryan, Tom Atkins, Darlene Love, Traci Wolfe, Jackie Swanson, Damon Hines, Ebonie Smith, Steve Kahan, Mary Ellen Trainor, Jack Thibeau, Ed O'Ross, Michael Shaner, Jimmie F. Skaggs, Jason Ronard, Blackie Dammett, Al Leong
Durata: 110 minuti
Genere: Azione


Siamo qui riuniti, con la solita cricca di blogger, per la terza edizione di "Meniamo le mani", la rassegna cinematografica che a colpi di recensioni vi parlerà di cinema action, con protagonisti principalmente gli eroi degli anni '80, come Schwarzy, Sly, Van Damme, Seagal che nonostante la dentiera fanno a tedesca con le palle di Gamera - per chi riconosce la citazione in palio un pugno in un occhio. Molti sono i film che verranno trattati nel corso di questi giorni, ma sarò io ad aprire le danze con quello che per me è uno dei film d'azione più seri che siano stati mai fatti. Premetto che al momento non sono un fan del cinema d'azione in generale, è una fase cinematografica che ho superato una volta passati i venti anni e i nuovi film d'azione - "John Wick - Capitolo 2" e "Atomica bionda" a parte - mi vanno sempre abbastanza a noia. Rimango però legato a quei film che ho scoperto durante l'adolescenza e le scuole superiori, il più delle volte grazie a visioni casalinghe di mio padre, oppure anche in solitaria e "Arma letale", diretto da Richard Donner, è proprio uno di questi. Oltre al regista piuttosto importante, è ormai noto a tutti quali siano stati i protagonisti di quello che poi sarebbe diventato il primo film di una tetralogia di grande successo, in cui anche il secondo capitolo si difendeva più che bene e in cui, anche al terzo e al quarto, non riesco proprio a non volergli bene. Mel Gibson interpreta Martin Riggs, ex sergente della narcotici che viene trasferito alla omicidi a causa dei suoi conclamati istinti suicidi - una scelta azzeccatissima, tra l'altro, da parte delle autorità -, mentre Danny Glover interpreta Roger Murtaugh, il suo socio e anch'egli sergente. Nei panni del villain Jack Joshua abbiamo poi Gary Busey, che qualche anno dopo partecipò a quel cult assoluto che è "Point Break".
Siamo a Los Angeles, poco dopo il cinquantesimo compleanno di Roger, sergente della omicidi. A lui viene affiancato Martin Riggs, ex soldato delle forze speciali rimasto vedovo in seguito ad un incidente stradale, con conclamati istinti suicidi. I due verranno chiamati ad indagare sulla morte di Amanda Hunsaker, da tempo prostituta figlia di Michael Hunsaker, interpretato da Tom Atkins, amico di Roger perchè hanno partecipato insieme alla guerra del Vietnam. La donna, apparentemente morta suicida gettandosi da un grattacielo, è in realtà stata avvelenata con un detergente di scarico: la morte della ragazza si scoprirà presto essere collegata ad un riciclo di denaro condotto dal padre per conto della cosiddetta Compagnia Ombra, un'organizzazione che lavorava per conto della CIA gestita da ex operatori delle forze del Vietnam, capitanata da Peter McAllister, interpretato da Mitchell Ryan, e Jack Joshua, il suo braccio destro.
Sin dalle battute iniziali il film marcia ad un ritmo sostenuto, che ci fa entrare subito nel bel mezzo della vicenda: la prima scena è proprio l'apparente suicidio di Amanda, tra l'altro diretto in maniera magistrale riuscendo già a creare nello spettatore una certa tensione, mentre subito dopo veniamo catapultati dapprima nella vita familiare di Roger e in secondo luogo in quella di Riggs. I due personaggi, che si uniranno nel corso della vicenda, non potrebbero essere più diversi: il primo è un poliziotto che ne ha viste tante e ha una grande famiglia a cui vuole bene. Riggs mostra invece, sia nelle sue azioni come poliziotto, sia in quelle che riguardano la sua vita privata, tutti i suoi istinti suicidi, tanto da conservare una pallottola a punta cava - guarda caso una Parabellum - per il momento in cui deciderà di togliersi definitivamente la vita. Ci troviamo davanti ad una pellicola che, pur mantenendo toni da buddy movie in cui le battute e le scene comiche si sprecano, vuole affrontare un argomento abbastanza serio, mettendo sulle spalle di Mel Gibson il dovere di interpretarlo, come quello della perdita della persona amata e del fatto di non trovare un motivo valido per continuare a vivere, se non il senso del dovere, unica cosa che spinge Riggs a non suicidarsi in base alle sue parole. É in tal senso importante la scena, che non serve a nient'altro se non a presentarci ancora meglio i personaggi, in cui Riggs salva un uomo che si vuole buttare da un cornicione, gettandosi assieme a lui sui materassi gonfiabili predisposti dai vigili del fuoco accorsi sulla scena: Riggs dimostra in quella scena e in molte altre tutta la sua follia, dimostrando che i suoi istinti sono qualcosa di più grosso rispetto a semplici parole.
"Arma letale" è uno di quei film d'azione in cui le scene che più appartengono al genere quasi non sono la cosa più importante della pellicola, mettendo in primo piano la psicologia dei due protagonisti e l'amicizia che sta per nascere tra i due, che porterà Riggs a riconsiderare le sue intenzioni. Nonostante ciò le scene d'azione sono altamente spettacolari e sia Riggs che Roger le interpretano alla perfezione, mostrando come il film, nonostante i suoi trentadue anni, non sia invecchiato di un secondo. Siamo davanti ad una pellicola di fine anni ottanta in cui vediamo moltissimi dei clichè del genere e dell'epoca, anche se questi, seppur talvolta assurdi, sono comunque ben contestualizzati. La scena finale dello scontro corpo a corpo tra Riggs e Joshua, con Roger e tutta la polizia a fare da spettatore - e Roger che incita il compagno ad uccidere il suo rivale - è qualcosa che pare quasi assurdo a livello logico: costretto a chiudere gli occhi su tutta la polizia che guarda la scena senza intervenire, che effettivamente ha poco senso a livello di sceneggiatura, ma serve per dare spettacolarità, Roger che incita l'amico ad uccidere il rivale ha perfettamente senso, per quanto tali parole dette da un poliziotto non siano proprio il migliore degli esempi. Joshua ha infatti poco tempo prima rapito la figlia di Roger, interpretata dalla bellissima Traci Wolfe, e in quel fare il tifo per spezzare l'osso del collo del rivale fa uscire tutta l'umanità del personaggio, un uomo di giustizia che si è visto poco tempo prima toccato nei suoi affetti.
Per quanto mi riguarda "Arma letale" è uno di quei film che dovrebbero essere fatti conoscere anche ai sassi, si voglia per gli argomenti che tratta oppure per il modo in cui lo fa, è un film che a ragione è diventato un cult assoluto del genere e in cui i suoi due protagonisti sono diventati delle vere e proprie icone.



Parteciperanno alla rassegna anche i seguenti blog, nei prossimi giorni (i link sono in continuo aggiornamento e diventeranno attivi nel giorno indicato)

21/05: La bara volante: Red Scorpion
21/05: Solaris: Die Hard - Duri a morire
22/05: La fabbrica dei sogni: Terminator
23/05: La stanza di Gordie: True Lies
24/05: Il Zinefilo: Omicidio incrociato
25/05: Director's Cult: John Wick
31/05: Il Zinefilo: Pugno d'acciaio

venerdì 17 maggio 2019

Lo spietato di Renato De Maria (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: Lo spietato
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Renato De Maria, Valentina Strada, Federico Gnesini
Cast: Riccardo Scamarcio, Sara Serraiocco, Alessio Praticò, Alessandro Tedeschi, Marie-Ange Casta, Ignazio Oliva, Michele De Virgilio, Pietro Pace, Fabio Pellicori, Giuseppe Percoco, Angelo Libri, Adele Tirante, Sara Cardinaletti
Durata: 111 minuti
Genere: Drammatico, Thriller


Negli ultimi tempi le mie esperienze con le uscite originali prodotte da Netflix non è che siano state delle migliori. Ci sono stati dei film che, nella giusta misura, mi sono piaciuti, ma nessuno, a dire la verità mi ha convinto al cento per cento, piacendomi per davvero. Sarà un po' perchè spesso e volentieri la stessa Netflix assume un atteggiamento da raccolta dell'umido, producendo tutto ciò che molti non hanno il coraggio di portare al cinema, sarà anche perchè il fascino del film prodotto apposta per la proiezione in una sala cinematografica, nonostante le ovvie evoluzioni tecnologiche sulle quali non vorrei stare qua a discutere. Portato al cinema qualche giorno prima dell'uscita sulla piattaforma di streaming, "Lo spietato" è stato uno di quei film che sin dalla sua pubblicizzazione è stato in grado di attirare la mia curiosità. Al netto del fatto che non conosca il regista Renato De Maria, che nella sua carriera ha diretto sei film prima di questo, e al netto della presenza nel cast di Riccardo Scamarcio, attore che non disprezzo, ma che, spesso e volentieri si lascia andare a delle trashate clamorose. Al suo fianco abbiamo Sara Serraiocco, che nelle poche situazioni in cui l'ho vista non mi è mai dispiaciuta e anche lei ha avuto la sua occasione oltreoceano con la partecipazione a "Counterpart", gran bella serie TV di spionaggio e fantascienza sugli universi paralleli.
"Lo spietato" narra della storia fittizia del criminale Santo Russo che, trasferitosi a Milano a sedici anni con la madre per raggiungere il padre, ex componente della 'ndrangheta. Una volta stabilitosi a Romano Banco, un comune nel milanese, comincia ad imparare il dialetto, a lavorare come facchino e a stringere amicizia con Mario Barbieri, interpretato da Alessandro Tedeschi, figlio del salumiere del paese. I due, la notte di capodanno, mentre la famiglia di Santo festeggia a casa, si ubriacheranno e verranno arrestati dalla polizia, che, trovandoli vicino ad una Lambretta rubata, sospetteranno di loro. Una volta portati in questura il padre di Santo rifiuterà di riconoscerlo, costringendolo a passare quattro mesi in carcere, durante i quali conoscerà Slim, interpretato da Alessio Praticò, in carcere per una serie di rapine. Tra i due nascerà dapprima una forte amicizia, che presto si trasformerà in una collaborazione in affari di dubbia legalità.
In un cinema italiano legato a doppio filo con le storie di criminalità, tanto che molti dei film e delle serie TV meglio riuscite degli ultimi anni parlano proprio di criminalità organizzata tratta il più delle volte da storie realmente accadute, un film basato su una figura fittizia che però si muove in una realtà come quella della Milano degli anni ottanta, in cui affari loschi in mezzo al lavoro e alla ricchezza cittadina erano all'ordine del giorno, è in qualche modo qualcosa di nuovo. Il film parte subito a razzo, con il protagonista che è anche voce narrante delle sue vicende e che già nelle prime battute del film narra molte cose riguardo la sua vita e la sua storia, senza soluzione di continuità, con Riccardo Scamarcio che dà vita ad un personaggio che sullo schermo sembra funzionare abbastanza bene - al netto del forzatissimo accento milanese che mi ha sinceramente dato molto fastidio - e che viva la sua vita in bilico tra la criminalità e la sua passione per le donne. Di fronte ad una buonissima ricostruzione dell'epoca, con tanto di musica e colonna sonora azzeccatissime, da un film chiamato "Lo spietato" mi sarei aspettato una contestualizzazione maggiore riguardo la vita criminale del protagonista, cosa che in realtà non avviene per favorire la narrazione della vita da damerino di Santo Russo, che egli conduce grazie al suo fascino, sembra quasi un ruolo tagliato dal sarto per Scamarcio, sempre al netto di un accento milanese insopportabile.
Purtroppo però ad una buona ricostruzione dell'epoca si alternano anche le ombre de "Lo spietato", tra cui un voler scadere spessissimo nel trash - cosa che normalmente mi andrebbe benissimo, io ci sguazzo nella spazzatura - non riuscendo però a dare alle scene più dozzinali e facilone la giusta comicità e il giusto contrasto. Il risultato che ne viene fuori è un film che non è malaccio, ma dal quale ci si sarebbe potuti aspettare certamente di più, con una buona interpretazione del protagonista ed una buona ricostruzione degli anni, sia dal punto di vista dei costumi sia della colonna sonora, ma siamo comunque davanti ad un film quasi innocuo, che si guarda e ci si dimentica dopo una paio di settimane, che non riesce per nulla a lasciare il segno.

Voto: 6