lunedì 30 novembre 2020

LE SERIE TV DI SETTEMBRE, OTTOBRE E NOVEMBRE

Dopo una latitanza di quasi tre mesi torna la rubrica sulle serie televisive, in cui riassumo un po' quella che è la mia opinione su alcune delle produzioni seriali più in voga del momento oppure di qualche mese o qualche anno fa. Siccome però manco all'appuntamento da molto tempo, le serie TV di cui vorrei parlarvi sono quelle che ho visto tra Settembre, Ottobre e Novembre, che, ammetto, sono state piuttosto poche rispetto ai miei standard.

La regina degli scacchi

Episodi: 7
Creatore: Scott Frank, Allan Scott
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Marielle Heller, Harry Melling, Thomas Brodie-Sangster
Genere: Drammatico

Elizabeth Harmon, rimasta orfana in giovanissima età, viene portata a vivere in un orfanotrofio, dove subito fa amicizia con Jolene. Dentro la struttura, dove vivrà fino all'adolescenza, grazie agli insegnamenti del custode Shaibel comincerà a dimostrare una certa maestria nel gioco degli scacchi, di cui nel corso della sua vita diventerà una grandissima campionessa, in grado di combattere alla pari con i migliori della disciplina.
Accolta praticamente all'unanimità come una delle migliori serie viste quest'anno, "La regina degli scacchi" è uno di quei prodotti a cui è difficilissimo rimanere indifferenti. Da una parte presenta una narrazione dal ritmo costante ed estremamente coinvolgente, mentre dall'altra ha una sceneggiatura che ha avuto pochi eguali nel corso di questa annata. Tratta dall'omonimo romanzo di Walter Trevis, scritto nel 1983, la serie presenta allo spettatore dei personaggi cui è molto difficile non affezionarsi, portando sullo schermo una certa varietà di tematiche: i sacrifici fatti dalla protagonista per primeggiare nella sua disciplina, il rapporto con la madre adottiva affetta da depressione, il consumo di tranquillanti e l'alcolismo. Il tutto inserito nello sfondo della guerra fredda in cui anche una partita a scacchi contro i migliori del mondo, i russi, può rappresentare una situazione di rivalità tra le due nazioni.
Si è inoltre fatto un gran parlare a proposito di questa serie per la presenza di Anya Taylor-Joy, con la quale probabilmente l'attrice ha ottenuto la sua definitiva consacrazione. Il personaggio di Elizabeth Harmon è pazzesco e lei probabilmente la più adatta per interpretarlo, il suo sguardo riesce a mostrare sia la freddezza con cui straccia i suoi avversari a scacchi, sia tutta la gamma di emozioni che turbano il suo animo. Sarebbe però sbagliato pensare solo alla sua presenza come motivo del successo di questa miniserie: Marielle Heller nei panni della madre adottiva dà vita ad uno dei rapporti madre-figlia più interessanti che si siano visti sullo schermo ultimamente; Harry Melling nei panni di Harry Beltik è un personaggio molto simbolico, primo scalpo di lusso conquistato da Elizabeth negli scacchi, ma anche suo maestro nella rincorsa verso il match con Borgov; Thomas Brodie-Sangster nei panni di Benny Watts, dà vita assieme alla protagonista ad una bella storia di rivalità e di affetto.
Inutile dunque dire che non c'è bisogno di essere appassionati di scacchi - e lo dice uno che praticamente sa solamente le regole per muovere le pedine - per apprezzare questa miniserie, che, probabilmente a ragione, è stata osannata e apprezzata in lungo e in largo tra il pubblico e la critica.


Cobra Kai - Stagioni 1 e 2

Episodi: 10 a stagione
Creatore: Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg, Josh Heald
Rete Americana: Youtube Premium
Rete Italiana: Youtube Premium, Netflix
Cast: William Zabka, Ralph Macchio, Xolo Maridueña, Mary Mouser, Tanner Buchanan, Martin Kove, Jacob Bertrand, Courtney Henggeler, Nichole Brown, Gianni Decenzo, Peyton List, Pat Morita
Genere: Commedia, Azione

Da appassionato della saga di "Karate Kid" - di cui stranamente non ho ancora mai parlato qui sul blog - non mi sarei mai potuto fare sfuggire la visione di "Cobra Kai", distribuito prima da Youtube Premium e poi arrivato in Italia nei mesi estivi grazie a Netflix. Nel giro di pochi giorni ho letteralmente mangiato i venti episodi che compongono le due stagioni finora disponibili - c'è da dire che durano tutti intorno alla mezz'ora - e devo dire di esserne rimasto particolarmente soddisfatto. Il protagonista della vicenda è Johnny Lawrence, colui che venne sconfitto nel finale del primo film da Daniel LaRusso, che tenta di riaprire il Cobra Kai, storico dojo di karate, per educare i suoi ragazzi a diventare duri e tosti. La prima stagione in questo senso è pazzesca, molto fa sicuramente l'effetto nostalgia, con alcuni spezzoni e alcuni flashback tratti proprio dal primissimo film, ma è molto interessante il modo in cui ci venga presentato Johnny Lawrence come un antieroe che cerca, attraverso gli insegnamenti dei suoi allievi, di cambiare e migliorare il suo modo di vivere, talvolta anche sbagliando nei suoi metodi educativi. Sono molto belle le scene di combattimento e anche il fatto che Daniel ci venga presentato un po' come un antagonista buono in questa vicenda, una persona che dalla vita ha avuto tutto ciò che desiderava e che comunque mantiene i valori positivi che incarnava da ragazzino. Nella seconda stagione, con il ritorno di John Kreese, il sensei di Johnny Lawrence le cose cambiano un po': ci si concentra maggiormente sugli allievi - cosa non del tutto negativa -, il karate viene messo un po' troppo in secondo piano e la serie perde un po' di quel fascino retrò che aveva avuto nel primo ciclo di episodi. Pur continuando a funzionare a livello di coinvolgimento emotivo, le storie dei personaggi si fanno meno interessanti e non basta lo spettacolare combattimento finale tra gli allievi del Cobra Kai e del rinato Miyagi-do per poter dire che la seconda stagione funzioni completamente.


ZeroZeroZero - Stagione 1

Ideata da Stefano Sollima e tratta dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano, "ZeroZeroZero" racconta, attraverso tre diversi scenari, il traffico mondiale di cocaina: la famiglia di Don Minu, anziano boss della 'ndrangheta, che aspetta un grosso carico per ristabilire la sua egemonia sulle famiglie calabresi; Chris e Emma Lynwood, figli di un grosso imprenditore americano che ripongono nella consegna del carico di cocaina grandi speranze per i loro affari; Manuel Contreras, poliziotto corrotto messicano, che ha un ruolo fondamentale nelle parti iniziali della spedizione del carico.
I produttori italiani, negli ultimi anni, devono in qualche modo aver capito che lo schema di "Game of Thrones" ha funzionato e, nelle serie più sponsorizzate, stanno cercando di portarlo avanti. "Gomorra" ha preso questa piega da un paio di stagioni, "ZeroZeroZero" comincia subito con l'intento - anche se in piccolo - di raccontarci storie territorialmente separate e culturalmente separate, che si intrecciano nel momento in cui vi sono interessi comuni. Il rischio di serie di questo tipo è quello per cui lo spettatore finisce ad affezionarsi o ad apprezzare maggiormente un particolare filone narrativo rispetto ad un altro ed è proprio ciò che è successo a me guardando "ZeroZeroZero": ho apprezzato abbastanza e mi sono sentito coinvolto dagli intrighi della 'ndrangheta calabrese e dalla faida familiare tra Don Minu e il nipote Stefano, così come interessante ho trovato la parte dedicata ai due fratelli Chris e Emma, intenti a portare avanti l'eredità criminale del padre, mentre non ho proprio trovato nulla di interessante nella parte ambientata in Sud America.
A livello tecnico la serie mostra grandi qualità e grande ambizione, forse risultando addirittura un po' pretenziosa e finendo anche, talvolta, ad annoiare un po'. Le premesse per una buona seconda stagione, però, ci sono tutte.


La casa di carta - Parte 4

Dopo aver visto la quarta parte de "La casa di carta", sfido chiunque ad affermare di guardarla perchè è una bella serie. A livello tecnico e di sceneggiatura è una delle cose più assurde che abbia mai visto nella mia vita e questo quarto ciclo di episodi tocca forse il livello più basso che si sarebbe potuto raggiungere. C'è però da dire che nonostante tutto questa serie qualche merito ce l'ha: crea interesse anche nel pubblico che trova che sia brutta. Io, ad esempio, al suo interno cerco sempre degli spunti per ridere delle nuove assurdità che gli sceneggiatori si sono inventati e qui ad esempio abbiamo un Gandia che sarebbe tranquillamente potuto essere l'addestratore capo di John Rambo, dei poliziotti sempre più stupidi e dei collegamenti tra presente e flashback che sono forzati all'inverosimile, vedi ad esempio quello del matrimonio di Berlino in cui i protagonisti cantano "Ti amo", con Umberto Tozzi tra i frati. Manca solo la quinta parte, poi "La casa di carta" vedrà definitivamente la sua fine. Speriamo solo che gli sceneggiatori abbiano nuove idee per farci ridere!


Hoops - Stagione 1

Episodi: 10
Creatore: Ben Hoffman
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Personaggi: Coach Ben Hopkins, Ron, Opal Lowry, Shannon, Matty Atkins, Barry Hopkins
Genere: Animazione

Uscita su Netflix negli ultimi giorni di Agosto, "Hoops" ha subito attirato la mia attenzione per due motivi: il fatto che parlasse di pallacanestro e la presenza di Jake Johnson - Nick Miller in "New Girl" - tra i doppiatori. Ammetto che i primi due episodi siano stati per me abbastanza folgoranti e apprezzati: volgarità gratuite, scene molto divertenti e il personaggio del coach Ben Hopkins che proprio non riuscivo a farmelo stare antipatico. Con il passare delle puntate però l'interesse è scemato: la ricerca della volgarità e della parolaccia a tutti i costi comincia a stufare e la trama fatica incredibilmente ad andare avanti. Di contro, anche le scene comiche sono sempre più centellinate e si ride decisamente di meno. Ultimo e forse anche meno importante: il basket viene visto abbastanza di striscio. Non nego che la prima stagione di questa serie possa piacere - anche se gli indici di gradimento sui siti specializzati sono ai minimi termini - ma, come direbbero gli inglesi: "Not my cup of tea".

giovedì 26 novembre 2020

Il legame di Domenico Emanuele de Feudis (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: Il legame
Regia: Domenico Emanuele de Feudis
Sceneggiatura: Daniele Cosci
Durata: 93 minuti
Genere: Horror



Non mi ritengo una persona dai gusti cinematografici particolarmente difficili. Per dire, solamente un paio di anni fa l'uscita di un nuovo horror, di qualsiasi tenore esso fosse, era sufficiente per destare la mia curiosità. Ultimamente le cose sono un po' cambiate, vuoi perchè ho iniziato a fare un po' più di selezione per quanto riguarda le pellicole di ultima uscita o vuoi perchè quest'anno non si può proprio andare in sala, le visioni horror sono decisamente calate. Il mese di Ottobre però ha portato qualche lavoro interessante sulle piattaforme di streaming e Netflix ha avuto il merito di proporre ai suoi abbonati un gran bel film come "His House" - al link trovate il mio commento, ma fidatevi del mio consiglio e dategli un'occhiata - e anche la produzione italiana "Il legame".
Diretta da Domenico Emanuele de Feudis, con una lunga carriera da assistente alla regia alle spalle, con protagonista Riccardo Scamarcio, la pellicola ci porta direttamente in un'antica villa pugliese, circondata da ulivi centenari. Lì Francesco sta portando per la prima volta la compagna Emma - interpretata da Mia Maestro - e la figlia di lei, Sofia, per farle conoscere alla madre, Teresa. Di lei si dice da tempo che sia una guaritrice, in grado di compiere riti magici sulle persone. Dopo che Sofia verrà punta nel sonno da una tarantola, la bambina comincerà a dare segni di malattia e di possessione, mentre Emma, spaventata dal rapido degenerare delle condizioni della figlia, comincerà a non fidarsi più di coloro che la circondano.
Da discreto appassionato di horror italiani, soprattutto per quanto riguarda le produzioni tra gli anni '70 e '80, non mi sarei potuto far sfuggire l'occasione di visionare "Il legame". Nonostante il cinema dell'orrore da ormai qualche anno a questa parte non sia tra i più battuti da parte dei nostri registi, in questi ultimi anni si sta vedendo una certa riscoperta del genere, grazie a pellicole come "The Nest - Il nido" o "The End? L'inferno fuori", con "Il legame" che in qualche modo conferma la tendenza di quest'ultimo periodo. Ci troviamo soprattutto davanti ad una pellicola che, rispetto a quelle citate precedentemente, si rifa in maniera abbastanza prepotente alla cultura e alle tradizioni del sud Italia, portando il malocchio e la superstizione come principali argomenti della tematica horror trattata.
Lo spettatore si trova davanti ad un lungometraggio che strizza molto l'occhio alla produzione horror internazionale, portandone in scena molti dei clichè, ma anche sfruttando, seppur in tono minore, una buona tecnica registica e una fotografia che riesce a ritrarre bene un certo senso di straniamento. Il film risulta dunque essere una buona visione, se la si affronta senza avere troppe pretese e se non ci si aspetta di trovarsi davanti all'horror dell'anno: in fin dei conti la trama ha uno sviluppo abbastanza prevedibile, ma ciò non rende meno piacevole una visione che scorre con un ritmo costante e coinvolgente per tutta la sua durata.

giovedì 19 novembre 2020

His House di Remi Weekes (2020)

USA, Regno Unito 2020
Titolo Originale: His House
Sceneggiatura: Remi Weekes
Durata: 93 minuti
Genere: Horror



Pur non riuscendo a mantenere una certa continuità, nè con la pubblicazione dei post nè con la visione di film, eccomi di nuovo qui per parlare di una pellicola uscita su Netflix nel periodo di Halloween. Attirato dalla locandina e dai trailer promozionali mi sono deciso a dare un'opportunità a "His House", che sin dalle prime immagini dava l'impressione di essere uno di quegli horror che non vogliono solo far spaventare lo spettatore, ma anche parlare di temi importanti, dire qualcosa allo spettatore. Il regista Remi Weekes, che ha iniziato la carriera come montatore e ha solo un episodio di una miniserie televisiva e un cortometraggio all'attivo, scrive e dirige un lungometraggio in cui gli attori, Matt Smith e Wunmi Mosaku, non hanno una carriera cinematografica alle spalle particolarmente rappresentativa.
Rial e Bol sono una coppia sposata di migranti sudanesi riuscita a rifugiarsi nel Regno Unito. Una volta entrati nel paese vengono collocati in un centro di accoglienza e, dopo del tempo passato lì dentro, viene loro assegnata una casa: il rigoroso rispetto di alcune semplici regole e il dimostrare volontà di integrarsi con la comunità del posto saranno i punti chiave del loro periodo di prova all'interno del Regno Unito. All'interno della casa a loro assegnata, Bol comincerà a sentire degli strani rumori e ad avere delle visioni, a volte collegate con la traumatica traversata del mare nella quale la coppia ha perso la figlia, ma durante il giorno l'uomo sembra sempre ben disposto ad integrarsi, mentre la moglie Rial è un po' più solitaria e non sembra venir bene accolta dalle persone del posto.
Dopo un periodo in cui ben poche visioni cinematografiche sono riuscite a colpirmi, finalmente Netflix produce e distribuisce - in un periodo in cui i cinema sono, ahinoi, ancora chiusi - un horror che, come i migliori esponenti del genere degli ultimi anni hanno fatto, non vuole semplicemente far spaventare lo spettatore, ma parlare di temi importanti, mettere al suo interno un sottotesto drammatico. Ci erano riusciti "The Babadook", "It - Capitolo Uno" o i molto più recenti "Hereditary" e "Midsommar" e, pur con qualche imperfezione di sorta, ci riesce bene anche questo "His House". Lo spettatore si trova infatti davanti ad un film che parla di un tema importante come quello dell'immigrazione, scomodo per molti qui in Italia e anche in altri paesi europei. Grazie a questa tematica, che viene sviscerata senza troppe metafore, Remi Weeekes riesce nel tentativo di scrivere e dirigere un buon film horror. "His House" in alcuni frangenti spaventa, sia grazie ad un'ottima costruzione della tensione, sia grazie a qualche jump-scare ben piazzato, ma sempre ben contestualizzato. Il merito più grande del film in questione è però quello di colpire lo spettatore mettendo bene in evidenza quanto poco sappiamo sulle reali condizioni dei paesi dei migranti, attraverso un colpo di scena particolarmente azzeccato.
A livello registico Remi Weekes, senza strafare, dimostra comunque di sapere il fatto suo dietro la macchina da presa, nonostante sia la sua prima esperienza importante della carriera. Nelle scene più spaventose l'inquadratura è sempre ben curata e la telecamera si muove quasi sempre in maniera molto lenta, ma è forse nelle scene oniriche che, a livello visivo, vediamo le cose migliori di questo lavoro. Non sono rimasto convinto al cento per cento dal modo in cui è stata chiusa la vicenda: il colpo di scena che ci prepara alla conclusione è da pelle d'oca, per quanto tragico, la chiusura invece smorza un po' i toni, vuole rappresentare la presa di coscienza di un senso di colpa condiviso dalla coppia, ma ho trovato ci fosse qualcosa che non andasse, come se alcuni passaggi fossero stati affrontati in maniera un po' troppo repentina.
Nonostante i piccoli difetti, nel caso chi mi legge stesse cercando un valido horror con cui riflettere anche su argomenti importanti, "His House" è sicuramente la pellicola che fa al caso vostro!

martedì 10 novembre 2020

OSCARS BEST MOVIES - Com'era verde la mia valle di John Ford (1941)


USA 1941
Titolo Originale: How Green was my Valley
Regia: John Ford
Sceneggiatura: Philip Dunne
Durata: 118 minuti
Genere: Drammatico



La rubrica dedicata a tutte le pellicole che hanno vinto l'Oscar come miglior film non si ferma e torna con il suo quattordicesimo appuntamento dedicato a "Com'era verde la mia valle". John Ford, qui vincitore della statuetta per la miglior regia, è un regista universalmente riconosciuto nella storia del cinema, per dai suoi inizi con i film muti fino ad arrivare alle ultime produzioni degli anni sessanta. I protagonisti invece sono alcuni degli attori in voga nel periodo, tra cui spiccano in particolar modo Donald Crisp - tantissime interpretazioni all'attivo, ma anche molti lavori come regista -, vincitore anche dell'Oscar come miglior attore non protagonista, così come Walter Pidgeon e un giovane Roddy McDowall, che diventerà poi abbastanza famoso negli anni sessanta e settanta.
Huw Morgan è un minatore che decide di lasciare la città gallese in cui ha sempre vissuto. Assumendo il ruolo di narratore egli racconta allo spettatore come la costruzione di una miniera abbia profondamente cambiato il modo di vivere all'interno della cittadina. Vengono dunque evidenziati, anche attraverso gli occhi di uno Huw bambino, i cambiamenti nel modo di vivere i rapporti familiari, come evolve nel corso degli anni la vita del suo piccolo paesino e, soprattutto, il rapporto con il padre, uomo molto amato e conosciuto da tutti.
Durante la visione di "Com'era verde la mia valle" ammetto di aver fatto a lunghi tratti abbastanza fatica ad inquadrare nel modo giusto il film. Ci si trova davanti infatti ad una pellicola ambientata nell'epoca Vittoriana, nel Galles del Sud, in un paesino estremamente povero in cui il regista John Ford narra allo spettatore tutta la cultura e le tradizioni predominanti dell'epoca. La narrazione procede durante tutta la sua durata in maniera spedita e le vicende familiari e del protagonista vengono raccontate con estremo realismo. Così come il regista vuole esplorare la vita operaia nel piccolo villaggio in cui è ambientata la vicenda, non poco spazio viene dato ai canti popolari, alla vita familiare, alle tradizioni dell'epoca e alle discriminazioni sociali cui il piccolo Huw è protagonista a scuola per via della sua provenienza, non solo da parte dei compagni, ma anche da parte del suo stesso insegnante.
É proprio il racconto di un'epoca e di costumi passati, da John Ford affrontato con una certa nostalgia e con tenerezza, che permette di concentrarsi sui personaggi. Non passano inosservate, nonostante la bellezza visiva della pellicola, alcune cadute nel sentimentalismo e in qualche modo anche nella retorica, probabilmente dettate da esigenze o imposizioni produttive. Sono comunque aspetti che non inficiano minimamente la qualità della visione, durante la quale è estremamente interessante innanzitutto l'aspetto visivo, curato sotto ogni dettaglio, ma anche quello sceneggiativo, in cui lo sviluppo delle vicende dei personaggi dà modo allo spettatore di affezionarsi a loro.

giovedì 5 novembre 2020

Enola Holmes di Harry Bradbeer (2020)

Regno Unito 2020
Titolo Originale: Enola Holmes
Sceneggiatura: Jack Thorne
Durata: 123 minuti
Genere: Avventura, Thriller



É nel contesto dela pandemia globale che ha messo in crisi le sale cinematografiche di tutto il mondo che è uscito "Enola Holmes", lungometraggio di Harry Bradbeer disponibile su Netflix da fine Settembre e tratto dalla serie di romanzi "The Enola Holmes Mysteries" scritti da Nancy Springer tra il 2006 e il 2010. Nelle vesti di produttrice del progetto abbiamo però Millie Bobby Brown, ragazzina in prepotente ascesa nel mondo dello spettacolo, conosciuta principalmente per il ruolo di Eleven in "Stranger Things", che oltre ai soldi decide di metterci anche la faccia, interpretando la protagonista Enola Holmes circondandosi di altri attori di assoluto livello: Henry Cavill interpreta Sherlock Holmes, Sam Claflyn è Mycroft mentre Helena Bonham Carter veste i panni di Eudoria Holmes.
Enola, la più piccola dei fratelli Holmes, è stata educata sin dalla giovane età dalla madre Eudoria. Grazie ai suoi insegnamenti, una volta cresciuta, la ragazza diventa sempre più intelligente ed autonoma, sfidando in qualche modo le norme sociali dell'epoca. Il giorno del suo sedicesimo compleanno, Enola si accorge che la madre è scomparsa lasciandole solamente alcuni regali, mentre i due fratelli Mycroft e Sherlock stanno tornando a casa per prendersi cura di lei. Leggendo degli indizi lasciati dalla madre, Enola deciderà di fuggire - stanca anche delle eccessive cure di Mycroft - e nel suo viaggio in treno incontrerà il visconte Tewkesbury, che verrà aggredito da un uomo che tenterà in tutti i modi di ucciderlo.
Non si può parlare di "Enola Holmes" senza premettere di trovarsi davanti ad un film non proprio riuscitissimo, in cui diverse cose non funzionano come dovrebbero, ma che, per il suo target di riferimento prevalentemente giovanile, può comunque risultare soddisfacente. Chi scrive su queste pagine ha da poco compiuto trent'anni e i film per ragazzi, a volte, ancora li guarda e ci si diverte, soprattutto se ben fatti e ben gestiti a livello di ritmo narrativo. Diversi però sono i problemi che porta con sè la visione di questo lungometraggio: innanzitutto la durata, aspetto di solito trascurato, ma quando una narrazione abbastanza scarna viene diluita in quasi due ore può diventare un problema; in secondo luogo i personaggi non sono tutti ben sviluppati ed interessanti, con forse la sola Enola a mostrare agli spettatori più caratteristiche, ma senza portare avanti una vera e propria evoluzione nel corso della pellicola; infine, il ritmo narrativo, decisamente troppo discontinuo.
É proprio Enola l'unico personaggio che viene presentato al pubblico con più cura, mentre tutti gli altri sono mostrati in maniera abbastanza superficiale, a volte addirittura piatta. Con la volontà di portare sullo schermo una ragazza - di cui non conosco la controparte letteraria - totalmente differente dai canoni della società dell'epoca in cui è ambientata la vicenda, il regista si pone l'obiettivo di instillare nel pubblico più giovane concetti cari alla società di oggi, che però vengono solamente accennati. Nemmeno nel mistero da risolvere risiedono i problemi veri e propri del film: per quanto non sia particolarmente articolato ed accattivante, per il pubblico a cui il lavoro è indirizzato la cosa può anche andare bene. 
Ci troviamo però davanti ad una pellicola in cui la narrazione è più volte spezzettata da uno sfondamento della quarta parete da parte della protagonista, che, pensato come trovata simpatica per avvicinare maggiormente il personaggio allo spettatore, viene usato in maniera eccessiva, a volte anche in momenti non funzionali, rendendo la narrazione della vicenda abbastanza pesante da seguire.
Molto probabilmente non ci troviamo davanti ad un film da buttare in toto: la vicenda, nella sua semplicità non è male, ma purtroppo la visione risulta appesantita da tutta una serie di cose che probabilmente avrebbero reso meglio se appartenessi ancora al target a cui la pellicola è rivolta.

giovedì 29 ottobre 2020

OSCARS BEST MOVIES - Rebecca - La prima moglie di Alfred Hitchcock (1940)


USA 1940
Titolo Originale: Rebecca
Sceneggiatura: Robert E. Sherwood, Joan Harrison, Philip MacDonald, Michael Hogan
Durata: 126 minuti
Genere: Thriller, Drammatico



Dopo la lunga latitanza, interrotta lo scorso Lunedì con il mio personalissimo commento su "Marie Antoinette" - film diretto da Sofia Coppola che ho visto più di un mese fa, ma di cui avrei dovuto parlare per forza - riprende anche la rubrica a lunghissimo termine riguardante tutte le pellicole che hanno vinto l'Oscar come miglior film. Mi sono letteralmente bloccato dopo avervi detto la mia su "Via col vento", ma per vari motivi, soprattutto lavorativi, avevo bisogno di prendermi un periodo di pausa prima di parlarvi di "Rebecca - La prima moglie", lungometraggio diretto nel 1940 da Alfred Hitchcock e vincitore di due Oscar, quello per il miglior film e quello per la miglior fotografia, oltre ad altre nove nomination nelle categorie più rappresentative. Ben tre sono stati nel corso della storia del cinema i remake di questa storia, tra cui uno sceneggiato italiano prodotto dalla Rai con Cristiana Capotondi e uno, uscito pochi giorni fa su Netflix con Lily James - sempre sia lodata. Per quanto riguarda invece la pellicola del 1940 il regista ha affidato a Joan Fontaine il ruolo della protagonista, mentre a Laurence Olivier quello di Massimo de Winter, ricco aristocratico con cui la donna convolerà a nozze.
La prima parte della storia si svolge a Monte Carlo, dove una giovane dama di compagnia conosce e sposa l'aristocratico Massimo de Winter, vedovo della prima moglie. I due sposini andranno a vivere nel castello di Manderley, in Inghilterra, dove Massimo aveva vissuto con la precedente consorte, Rebecca, morta nell'affondamento del suo yacht. Una volta arrivata nella sua nuova abitazione, la donna si accorgerà di quanto gli abitanti del castello siano ancora molto affezionati a Rebecca, nutrendo per lei una profonda ammirazione che sembra quasi sfociare in un'ossessione. La nuova compagna di Massimo presto comincerà a sentire la sua inferiorità nei confronti di Rebecca, sentendola come una presenza ingombrante all'interno della casa e accorgendosi di come la defunta donna sia ancora, in qualche modo, ben viva nei pensieri del marito.
La produzione cinematografica di Alfred Hitchcock è talmente sterminata da rendere difficile per me un recupero totale della sua filmografia. Per questo motivo posso candidamente ammettere il fatto che prima di iniziare questa rubrica "Rebecca - La prima moglie" era per me un film sconosciuto che ho però recuperato con immenso piacere. Rispetto alle altre pellicole del regista che ho avuto modo di vedere - mi vengono ad esempio in mente le più famose "Psycho", "La donna che visse due volte" e "Nodo alla gola" - ci troviamo davanti ad una storia abbastanza differente, in cui non è subito l'elemento legato al terrore o alla tensione a fare breccia negli spettatori. La struttura è quella di una fiaba nera, in cui la divisione in tre atti porta la protagonista a prendere coscienza che la vita idilliaca che si era configurata nelle prime battute si trasforma dapprima in un qualcosa di angoscioso, per poi passare alle indagini sulla morte di Rebecca e, dopo vari colpi di scena, alla risoluzione definitiva del caso.
Uno degli elementi più interessanti di tutto il film è la tecnica narrativa per cui tutto ciò che vede lo spettatore è filtrato dagli occhi della protagonista. Ciò crea, in chi guarda questo lungometraggio, un coinvolgimento emotivo verso la donna, una sorta di empatia che fa sì che lo spettatore non sia imparziale nell'interpretazione degli eventi. Interessante dal punto di vista recitativo l'interpretazione di Joan Fontaine, che collaborerà con lo stesso Hitchcock in altre due occasioni, che riesce perfettamente a trasmettere le sue emozioni, così come sono perfetti anche Laurence Olivier e tutti gli altri interpreti a dare quel senso di ambiguità di cui il film necessitava. Chi guarda il film, trovandosi a provare le stesse sensazioni che prova la protagonista, riesce anche a sentirne l'angoscia, il senso di ambiguità che trasmettono gli altri personaggi. Una caratteristica che, grazie alle interpretazioni di tutti gli attori, ben coordinate dalla mano del regista, rendono "Rebecca - La prima moglie" una visione di assoluto livello.