giovedì 14 novembre 2019

WEEKEND AL CINEMA

Non troppa roba questa settimana al cinema, ma quanto meno c'è l'uscita del seguito di una delle mie commedie zombie preferite, che forse sta giusto al secondo posto rispetto a "L'alba dei morti dementi", mentre per il resto forse si potrebbe recuperare le visioni perse nel corso della settimana passata. Al solito, i sei film in uscita in questo weekend verranno commentati in base ai miei pregiudizi!


Zombieland: Doppio colpo di Ruben Fleischer

Dieci anni dopo si ritorna a Zombieland, il regista è lo stesso del film diventato di culto tra gli appassionati del genere zombie, il cast è pressapoco lo stesso, il tempo passato però tra un film e l'altro è molto e forse si ha un po' la sensazione di essere arrivati fuori tempo massimo. In ogni caso, accolgo questa uscita con il massimo della curiosità, sperando di trovarmi davanti ad un seguito e ad una commedia piacevole.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le Mans '66 - La grande sfida di James Mangold

Non mi piacciono i film che parlano di corse in auto, ma avevo apprezzato particolarmente qualche anno fa "Rush" di Ron Howard. Qui non siamo nella Formula 1 - sport che schifo con tutto me stesso, come quasi tutti gli sport di motori a dire il vero - ma nella 24 ore di Le Mans, ma forse a tenere banco sarà più che altro la sfida tra Ford e Ferrari, come anche il titolo originale sta a testimoniare, piuttosto che il mondo delle corse automobilistiche in generale.

La mia aspettativa: 6/10


Sono solo fantasmi di Christian De Sica

Metto questo film tra quelli in evidenza non perchè mi interessi per davvero, ma per un altro motivo. Tempo fa era uscita sul web una locandina fan made del film, che vi riporto qui sotto. Ecco, se davvero ci fosse anche solo la remota possibilità che ciò che viene riportato nella locandina possa verificarsi, giuro che guarderò questo film, pagherei per una cosa del genere. In caso contrario, mi sa che lo lascio guardare a qualcun altro.



Le altre uscite della settimana

Alio - Un'avventura tra i ghiacchi: Film che parla del viaggio di una renna per le strade ghiacciate della Lapponia, una delle cose per me meno interessanti in assoluto, anche perchè quando il protagonista di un film è un animale, io me ne tengo bene alla larga.
Pupazzi alla riscossa - UglyDolls: Film d'animazione, guardatevelo pure voi.
The Bra - Il reggipetto: Non saprei bene che cosa aspettarmi da questo film, ma ho come il presentimento che non vedrà la luce di molte sale in Italia.

martedì 12 novembre 2019

Una questione privata di Paolo Taviani, Vittorio Taviani (2017)



Italia 2017
Titolo Originale: Una questione privata
Sceneggiatura: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
Durata: 84 minuti
Genere: Drammatico, Guerra


Di questo ciclo di film visti al Cineforum di Vimodrone, l'associazione culturale di cui sono tra i soci fondatori, buona parte delle pellicole proposte le avevo già viste e commentate su questi schermi, ma ancora mi mancava, ad esempio, "Una questione privata", film del 2017 tratto dall'omonimo romanzo di Beppe Fenoglio e ultimo diretto da Paolo e Vittorio Taviani, fratelli registi che hanno fatto la storia del cinema italiano e che, data la morte di Vittorio avvenuta ad Aprile del 2018, non potranno più dirigere film insieme, anche se non ho nemmeno sentito voci sulla possibilità che la produzione cinematografica di Paolo continui anche in solitaria. In un film che parla del periodo terminale della Seconda Guerra Mondiale, il protagonista Milton è interpretato da Luca Marinelli, forse l'attore italiano più in forma degli ultimi anni di cui difficilmente perdo un film - anche se negli ultimi anni ha iniziato a farne davvero tanti - mentre abbiamo anche Valentina Bellè nei panni della donna da lui amata, Fulvia, e Lorenzo Richelmy nei panni di Giorgio, presunto amante di Fulvia e amico fraterno di Milton.
Il film è ambientato nel corso dei combattimenti per la liberazione delle Langhe. Milton è un partigiano che cerca di dividersi tra i combattimenti contro i nazifascisti e la liberazione del suo amico Giorgio, da loro rapito. Il motivo per cui lo vuole liberare, oltre alla profonda amicizia che li lega, è però di natura privata: egli vuole sapere da lui se, durante la loro convivenza in un casale assieme a Fulvia, i due abbiano avuto una relazione, dato che lui, da sempre innamorato di lei, non è mai riuscito a dichiararsi. Alternando flashback che narrano della convivenza tra i tre personaggi al presente in cui Milton sta cercando un fascista da tenere in ostaggio per scambiarlo per Giorgio, veniamo a conoscenza del rapporto che legava indissolubilmente i tre amici e anche dei motivi che hanno portato Milton a sospettare dell'esistenza di una storia d'amore tra i due.
Non pensavo che avrei particolarmente apprezzato questa visione, forse un po' troppo acculturata e forse un po' troppo patinata per i miei gusti cinematografici, ma devo dire che, al termine della visione - che in qualche modo rimane abbastanza fedele al romanzo da cui è tratta e che si limita ad aggiungere qualche elemento piuttosto che a stravolgerne completamente la storia - sono rimasto particolarmente soddisfatto e affascinato da quanto narrato dai due fratelli registi e dal modo in cui la narrazione è stata gestita. "Una questione privata" è un film che si prende tutti i suoi tempi narrativi, ma che, complice anche la breve durata, non annoia mai risultando anzi emozionalmente delicatissimo, soprattutto nelle parti, molto affascinanti, in cui viene narrato il rapporto che c'è tra i tre personaggi che ruotano attorno alla vicenda: i giochi di sguardi sono parecchio azzeccati e parlano praticamente da soli, a volte senza bisogno di dialoghi. Si vede infatti da una parte l'amore che prova Milton per la ragazza e tutte le occasioni perse per dichiararsi lasciando sempre campo aperto all'amico Giorgio, di contro però da questi flashback non capiamo se effettivamente ci sia mai stato qualcosa tra i due, il che alimenta l'estrema curiosità verso le parti narrative ambientate durante il tentativo di liberazione dell'amico da parte di Milton. Le parti ambientate durante la guerra sono altrettanto affascinanti: innanzitutto ciò che muove il protagonista non è il bene più grande della lotta partigiana, quanto più che altro il voler risolvere la sua questione privata, cui fa riferimento il titolo; in secondo luogo il finale, fedele al romanzo di Fenoglio - pubblicato postumo, motivo per cui molti critici letterari hanno pensato che fosse un romanzo incompiuto - non chiarisce quale sia la conclusione della vicenda, finendo proprio nel momento in cui Milton riesce a tornare al casale dove i tre hanno convissuto, per vederlo occupato dai fascisti e ritrovarsi costretto a fuggire. In mezzo Luca Marinelli mette bene in evidenza per il personaggio di Milton l'estrema determinazione e tutte le frustrazioni che lo accompagnano nella ricerca dell'amico e tutte le scelte che è costretto a compiere per poterlo liberare, pur non sapendo con certezza dove si trovi e in mano di chi.
"Una questione privata" è uno di quei film sentimentalmente delicatissimi e diretti con una grande classe da due registi che nella loro vita hanno sempre voluto trattare un tipo di cinema dall'alto livello culturale e dagli alti contenuti, ponendoci davanti ad un film che non è di certo di quelli che si è più abituati a vedere al cinema, ma di cui, in qualche modo, il cinema ha sempre bisogno.

Voto: 7,5

lunedì 11 novembre 2019

Yesterday di Danny Boyle (2019)



Regno Unito, Russia, Cina 2019
Titolo Originale: Yesterday
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Richard Curtis
Durata: 116 minuti
Genere: Commedia, Musicale


É un periodo strano per quanto riguarda il cinema, soprattutto quando si parla di film musicali, molti sono i biopic già usciti e altrettanti ce ne sono in cantiere, mentre stanno già uscendo da qualche mese pellicole interamente basate sulle canzoni di un determinato gruppo o cantante, ad esempio ne è uscito uno basato sui brani di Bruce Springsteen e questo "Yesterday", basato sulle canzoni dei Beatles, ma in realtà non solo. Ammetto che i Beatles sia facilmente inseribile in quella lista non troppo ristretta di gruppi musicali che faccio veramente moltissima fatica a sopportare, posso tranquillamente dire che sono il gruppo che piace a chiunque, ma che a me non piace per nulla, per molti sono i "Queen" o i "Rolling Stones", per me sono i Beatles, con l'unica eccezione del brano "Hey Jude", scritto da Paul McCartney che invece il loro unico che apprezzo particolarmente. A dirigere questo film abbiamo forse il miglior regista possibile per un'operazione di questo tipo, quel Danny Boyle che solo pochi mesi fa avevo estremamente apprezzato per la serie "Trust - Il rapimento Getty" e che apprezzo a fasi alterne, ma che quando azzecca il film non ce n'è davvero per nessuno. Protagonisti della pellicola sono invece attori indie come Hilmesh Patel e Lily James, che subito dopo la visione del film ho iniziato a seguire su Instagram, ma che avevo già visto ad esempio nella trasposizione in live action di "Cenerentola" e in "PPZ - Pride + Prejudice + Zombies".
Jack Malick è un cantautore inglese di Lowesoft che non riesce a sfondare nell'ambiente musicale. La sua manager è l'amica d'infanzia Ellie Appleton, che lo incoraggia continuamente a non mollare e a continuare a seguire il suo sogno. I due inoltre sono innamorati da tempo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dichiararsi all'altro e continuano a vivere la loro vita come semplici amici. Durante un blackout di proporzioni globali, Jack viene investito da un autobus e dopo il suo risveglio si accorge, dopo aver suonato e cantato "Yesterday" per i suoi amici, che il mondo si è completamente dimenticato dell'esistenza dei Beatles, ma non solo, anche degli Oasis, della Coca Cola e di moltissimi gruppi inglesi. Decide così di registrare nuovamente le canzoni che hanno fatto la storia del pop inglese e, dopo un incontro con Ed Sheeran, viene invitato dalla pop star ad esibirsi come apertura di un suo concerto a Mosca. Inizierà così per lui una grande carriera musicale in cui egli non farà altro che registrare le canzoni dei gruppi che solo lui conosce ed esibirsi con quelli che si possono ritenere, in poche parole, dei plagi musicali.
"Yesterday" è uno di quei film che avevo bollato sin dall'inizio, perchè apprezzo i film musicali e quelli in cui la musica, di ogni genere, diventa parte fondamentale della sceneggiatura, ma veramente io con i Beatles non ce la faccio proprio, come ho già detto. Mi sono comunque deciso a dare un'opportunità a questa pellicola e devo dire che ci ho trovato degli elementi molto interessanti. Innanzitutto la premessa per cui tutta la popolazione mondiale ha dimenticato i Beatles mi è piaciuta sin dall'inizio come idea, così come quella di fare in modo che il protagonista utilizzi i loro brani per costruirsi una carriera. Non è di certo una premessa originalissima ed è pieno il mondo di pellicole in cui il protagonista utilizza idee di altri perchè per qualche motivo è l'unico ad esserne a conoscenza. Bisogna dunque concentrarsi su ciò che ruota attorno al punto centrale della sceneggiatura: il rapporto tra Jack e Ellie, ad esempio, ad un certo punto del film inizia a spostare l'attenzione dalla componente musicale a quella sentimentale ed è proprio in questa fase che il film comincia a perdere un po' di interesse. D'altro canto il rapporto che si viene a creare tra Jack e i produttori discografici che gli ruotano attorno mi è sembrato piuttosto realistico e ben costruito. La componente musicale non è poi totalmente Beatles-centrica, fortunatamente: certo, i Beatles saranno pure il punto di partenza, ma si dà un certo spazio anche agli Oasis, per esempio, e anche a Ed Sheeran che interpretando se stesso ricopre un ruolo fondamentale per la vicenda e anche su di lui è molto meglio se non esprimo il mio giudizio musicale, se non voglio essere linciato nella pubblica piazza.
In fin dei conti sia dal punto di vista musicale - l'esecuzione di "Hey Jude" è emozionantissima - "Yesterday" è un film parecchio piacevole nonostante qualche passaggio a vuoto e il fatto che a un certo punto ci si concentri troppo sulla componente sentimentale e in questo senso davvero Danny Boyle è il regista più adatto per girare un film di questo tipo. Inoltre sono rimasto anche piacevolmente sorpreso da un finale che non risolve la questione nel modo più banale possibile, ma lo risolve in un modo veramente interessante, [ATTENZIONE SPOILER] facendo in modo che il protagonista non sia l'unico al mondo a non essersi dimenticato della musica dei Beatles, ma venga ringraziato da alcuni suoi fan per aver fatto in modo che il mondo potesse conoscere e nuovamente apprezzare della buona musica - tutto questo al netto del fatto che il gruppo non mi sia mai piaciuto - [FINE SPOILER]. Per passare un paio d'ore di spensieratezza e, al termine della visione, sentirsi anche un po' meglio con il mondo, "Yesterday" può essere il film adatto, funziona abbastanza bene per tutta la sua durata ed è emotivamente coinvolgente.

Voto: 7

giovedì 7 novembre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Dieci film in uscita in questo weekend, che come al solito verranno commentati esclusivamente in base ai miei pregiudizi. Settimana interessante anche se uno dei due film più attesi è stato nei cinema solamente nel corso dei passati tre giorni e io non sono riuscito ad andare a vederlo - tra tempo e durata eccessivamente lunga, non volevo tornare a casa alle due di notte per poi andare al lavoro la mattina successiva -, ma arriverà su Netflix a fine mese e lì spero di potermi ritagliare una sera o un weekend quelle tre ore e mezza, quasi quattro ore, necessarie per la visione. Se i distributori cinematografici questi eventi speciali li facessero tra il Giovedì e la Domenica e non tra il Lunedì e il Mercoledì forse il mondo sarebbe un posto migliore.


Parasite di Bong Joon Ho


Sono stato in Corea del Sud la scorsa estate per andare a trovare un mio amico che vive lì ormai da tre anni per studio/lavoro. Lui questo film è andato a vederlo poco dopo la vittoria della Palma d'oro a Cannes e mi ha detto essere uno dei film più belli che abbia visto in vita sua. Inutile dire che, tra i premi e tra le voci di corridoio io nutra una certa aspettativa verso questo film, che rischia di essere uno dei più apprezzati di questa annata, sperando di trovare anche io lo stesso piacere di altri nel vederlo.

La mia aspettativa: 9/10


The Irishman di Martin Scorsese

Presentato in Italia nel corso del Festival del Cinema di Roma, "The Irishman" ha ottenuto sin da subito unanimi giudizi positivi, ma anche critiche per via del fatto che la distribuzione nei cinema sia parecchio limitata. Purtroppo di questi tempi il mondo va così: sei Scorsese, uno degli dei del cinema mondiale, e vuoi realizzare un film dal budget talmente alto che nessuna casa di distribuzione ti permette di farlo e sei costretto a portarlo su Netflix con il risultato che un probabile capolavoro non sarà visto al cinema dalla maggior parte degli spettatori. Certamente un peccato.

La mia aspettativa: 8/10


Le altre uscite della settimana

Attraverso i miei occhi: Essendoci in questo film un cane che parla, mi caverei gli occhi piuttosto che vederlo.
Deep - Un'avventura in fondo al mare: Film d'animazione, guardatevelo pure voi.
Gli uomini d'oro: Commedia italiana che a dirla tutta non sembra poi così malaccio, anche se non mi aspetto nemmeno chissà che cosa.
La Belle Époque: Commedia francese che non mi ispira più di tanto ad essere sincero.
La famosa invasione degli orsi in Sicilia: Altro film d'animazione che se proprio volete ve lo guardate voi, ok?
Le ragazze di Wall Street: Ho già visto mille volte questo trailer al cinema e devo dire che come commedia mi ispira poco o niente. Poi nel cast c'è Jennifer Lopez, che ultimamente è garanzia di schifezza.
Motherless Brooklyn - I segreti di una città: Non saprei bene che cosa aspettarmi da questo film che ha alla regia Edward Norton, però un'opportunità potrei anche concedergliela.
Una canzone per mio padre: Drammone familiare che forse potrebbe rivelarsi fin troppo pesante per i miei gusti.

mercoledì 6 novembre 2019

Doctor Sleep di Mike Flanagan (2019)

USA 2019
Titolo Originale: Doctor Sleep
Sceneggiatura: Mike Flanagan
Durata: 151 minuti
Genere: Horror


Ci vuole un bel pizzico di follia e di ambizione per decidere di portare al cinema "Doctor Sleep" il seguito di "Shining", pellicola che per i miei gusti è nella top zero dei miei film preferiti di sempre, semplicemente perchè mentre la top uno può essere soppiantata, "Shining" difficilmente cederà il gradino inesistente del podio. Dicevo, bisogna essere dei folli per portare al cinema un seguito di "Shining", ma c'è da dire che quanto meno non si tratta di un seguito inventato di sana pianta come spesso e volentieri viene fatto in questo periodo dalle case di produzione e dai cineasti di tutto il mondo, ma si tratta della trasposizione dell'omonimo romanzo, scritto da Stephen King trentasei anni dopo lo stesso "Shining", che è uno dei tre romanzi che mi ha convinto che nella vita non sarei mai potuto essere un lettore di King, dato che il suo stile mi piace proprio pochissimo. Paradossalmente molti dei miei film horror preferiti sono però trasposizioni di suoi romanzi e "Shining" non fa eccezione, anche se con la controparte letteraria ha ben poco da spartire e dato che con questa trasposizione Stanley Kubrick ha posato uno dei suoi macigni nella storia del cinema, roba che solo un pazzo, e Stephen King un po' lo è, bisogna ammetterlo, sarebbe potuto rimanere insoddisfatto della trasposizione. Protagonisti della pellicola sono Dan Torrance, interpretato da Ewan McGregor, mentre la principale antagonista Rose Cilindro è interpretata da Rebecca Ferguson. Abbiamo poi la piccola Abra Stone, anche lei in possesso della luccicanza, interpretata da Kyliegh Curran.
Il film comincia bene o male dove ci eravamo lasciati alla fine di "Shining", con un evento che succede indicativamente nello stesso periodo della follia di Jack Torrance nell'Overlook Hotel: una bambina in possesso della luccicanza viene rapita e uccisa da Rose Cilindro sulla riva di un lago, come sacrificio ad un gruppo di persone che si fa chiamare il Vero Nodo. Nel frattempo Dan e la madre Wendy sono andati a vivere in Florida e Dan continua ad essere perseguitato dagli inquietanti eventi vissuti nell'Overlook Hotel. Grazie alla sua luccicanza, continua però a vedere e a comunicare con Dick Halloran, che gli mostra un contenitore che potrebbe essere la chiave per difendersi dalle sue visioni, grazie al quale recuperare la propria serenità e chiudere all'interno tutti gli spiriti visti nella sua esperienza all'hotel. Trentacinque anni dopo, Dan è diventato un alcolista e si trasferisce nel New Hampshire, dove grazie al suo amico Bill entra negli Alcolisti Anonimi e viene assunto come assistente dell'ospizio della cittadina, dove, grazie al suo potere, comincia ad assistere i pazienti morenti, aiutandoli nel passaggio verso l'aldilà. Nel frattempo Rose Cilindro, assieme al Vero Nodo, sta cercando altre persone con la luccicanza di cui nutrirsi, per fare in modo che la congrega non si estingua. Passano altri otto anni e grazie alla luccicanza Rose viene in contatto con Abra, una bambina che sembra saper usare il suo potere nel migliore dei modi, riuscendo più volte a respingerla, che stringe anche un rapporto telepatico con Dan, che accorrerà in suo aiuto nel momento in cui capirà che la donna è del tutto intenzionata ad appropriarsi del potere della bambina.
Non me lo aspettavo, devo essere sincero, di rimanere soddisfatto da questo sequel di "Shining", che aveva tutte le carte in regola per fare il famigerato sesquipedale schifo e che invece, grazie agli accorgimenti di un regista capace, ma che sa come accontentare il proprio pubblico, riesce a rivelarsi ben più interessante del previsto. Mike Flanagan riesce nell'intento di raccontare bene la vicenda di Dan Torrance, riesce ad ampliare il concetto di luccicanza che nel film di Kubrick assumeva un significato ben diverso rispetto al romanzo originale, mentre dal punto di vista registico rimane da una parte fedele al suo predecessore - moltissimi piani sequenza, campi lunghi e una fotografia curatissima -, mentre dall'altra mette quelle citazioni o quelle rivisitazioni in punti strategici della pellicola tali per cui anche il fatto di sapere che siamo nel seguito del più bell'horror della storia del cinema non risulti pesante. Basti pensare infatti alla mezz'ora finale e al ritorno all'Overlook Hotel per capire quanto il regista voglia rispettare dal punto di vista cinematografico l'opera di Stanley Kubrick, con alcune scene che sono rivisitate e girate in un modo molto molto simile rispetto all'originale. Prima di ciò c'è però tutta una parte introduttiva in cui vediamo il baratro in cui è caduto il protagonista nel corso della sua esistenza e la sua risalita, con l'utilizzo della luccicanza per aiutare una bambina che dimostra di avere un potere straordinario. Rose Cilindro poi è un villain ben interpretato da Rebecca Ferguson, anche se personalmente mi sarei aspettato un po' di più dal gruppo del Vero Nodo, i cui personaggi non si rivelano poi così importanti come le prime battute del film volevano farci credere.
Insomma, per quanto mi riguarda, sia dal punto di vista registico, sia nel modo di narrare la storia - non ho letto il romanzo di King e mi guardo bene dal farlo -, ma anche, perchè no, nei contenuti, questo "Doctor Sleep" funziona abbastanza, è un horror piacevole ed interessante nella sua componente drammatica, anche se nella parte centrale del film non tutto funziona a meraviglia e qualche momento di stanca lo si sente. Siamo poi davanti ad un horror in cui non sempre si ha una vera e propria paura, quanto più una sensazione di tensione che non è mai eccessivamente paurosa, essendo la storia più che altro concentrata sulla componente drammatica della vicenda e sul dare una spiegazione un po' più elaborata sul fenomeno della luccicanza, che qui sembra diventare il vero e proprio protagonista. Contro ogni pronostico, però, ho apprezzato abbastanza questo "Doctor Sleep", per cui probabilmente solo un folle avrebbe potuto prendersi la briga di portare al cinema, ma che in realtà, con i dovuti accorgimenti e con alcune scelte con cui il regista è andato più sul sicuro possibile, è riuscito a non impallidire totalmente in quanto seguito del miglior horror della storia del cinema, ma a risultare comunque un film godibilissimo.

Voto: 7+

martedì 5 novembre 2019

L'uomo del labirinto di Donato Carrisi (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: L'uomo del labirinto
Sceneggiatura: Donato Carrisi
Durata: 130 minuti
Genere: Thriller


Sono riuscito a vedere con ben un anno di ritardo rispetto alla sua uscita nei cinema "La ragazza nella nebbia", film diretto da Donato Carrisi e trasposizione cinematografica del suo omonimo romanzo, un film talmente uguale alla sua controparte letteraria - tranne per un dettaglio sul finale che veniva reinterpretato in una maniera cinematograficamente molto potente - e subito, all'uscita de "L'uomo del labirinto", mi sono fiondato al cinema per vedere come lo scrittore e regista aveva trasposto il romanzo che, letto un mesetto fa, mi era piaciuto moltissimo e presentava un finale fighissimo, che temo mi abbia leggermente spoilerato qualcosa su un'altra sua saga, che ancora non ho letto. Sto pian piano recuperando tutti i romanzi dello scrittore e devo dire che è uno dei narratori che preferisco negli ultimi anni, uno dei pochi di cui riesco a portare a termine ogni libro che incomincio. L'idea nella realizzazione di questa pellicola è quella, proprio come in quella precedente, di darle un respiro più internazionale, innanzitutto è caratteristica propria dello scrittore dare ai personaggi nomi in qualsiasi lingua europea, tanto che non si capisce mai bene dove siano ambientati i suoi lavori, in secondo luogo se nel film precedente avevamo nel cast Jean Reno, qui vi è un sensibile upgrade con l'ingaggio di Dustin Hoffman per interpretare il profiler Green. Torna Toni Servillo, nei panni del detective privato Bruno Genko, mentre Valentina Bellè interpreta Samantha Andretti, la protagonista - anche se forse il ruolo è abbastanza improprio dato che forse il protagonista potrebbe essere proprio Bruno Genko - della vicenda.
Samantha Andretti viene misteriosamente rapita, portata all'interno di un furgone, durante una mattina di quindici anni fa. Ai giorni d'oggi la ragazza è riuscita a liberarsi e, in ospedale, è sottoposta alle cure di un profiler, Green, uno psicologo che cerca di farle ricordare quando accaduto durante i suoi quindici anni di prigionia. Lei racconta di essere stata all'interno di un labirinto, sottoposta a diverse prove di intelligenza al termine delle quali riceveva sempre una ricompensa. Sempre ai giorni nostri Bruno Genko, detective privato con le ore contate a causa di una malattia al cuore per la quale gli avevano dato due mesi di vita esattamente due mesi prima degli eventi narrati nel film, ricorda di essere stato ingaggiato, quindici anni prima, dalla famiglia della ragazza, per indagare sul rapimento e ritrovarla, senza però che le sue indagini abbiano avuto successo. Si abbatte così da una parte nella reticenza della polizia, dall'altra in un testimone, che ha chiamato i soccorsi mentre la ragazza fuggiva al suo aguzzino, che afferma di aver visto un uomo con la testa da coniglio nel luogo in cui è stata ritrovata la ragazza.
Ammetto di aver avuto una grandissima curiosità per questa seconda trasposizione cinematografica di un romanzo di Donato Carrisi, da una parte perchè lo scrittore aveva dimostrato ampiamente di saperci fare anche dietro la macchina da presa con "La ragazza nella nebbia" - anche se il suo stile risultava ancora piuttosto acerbo -, mentre dall'altra veniva subito alla mente, anche alla luce del romanzo di cui questo film è trasposizione, la volontà da parte dello scrittore di creare un universo cinematografico-letterario condiviso. Molti sono infatti in questo romanzo i riferimenti ad altri suoi lavori e, soprattutto nel finale, anche nel film, si vede la volontà di collegare altre sue opere, idea che già di per sè mi mette l'acquolina in bocca - anche se non ho letto la trilogia cui si fa riferimento in questo libro/film. Cinematograficamente Donato Carrisi mostra ancora una volta la sua abilità dietro la macchina da presa, il ritmo della pellicola è volutamente lento e compassato, ma sempre coinvolgente, la fotografia è molto elaborata e cerca di ricreare quello stratagemma fine a se stesso a livello puramente narrativo, ma in grado di creare grandissima atmosfera, per cui la popolazione di questo paese non ben definito sia costretta a vivere di notte e a dormire di giorno a causa del caldo estivo infernale, cosa che nel film non viene spiegata, ma ci accorgiamo di come praticamente tutti gli eventi avvengano di notte. Il film è diviso in due tronconi narrativi paralleli: il primo è quello in cui Bruno Genko porta avanti le sue indagini, mentre il secondo è quello in cui Samantha Andretti viene interrogata da Green, ripercorrendo in vari flashback la sua vita all'interno del labirinto. Le sequenze del labirinto sono potentissime a livello narrativo e a volte riescono anche a mettere un po' di quella sana inquietudine che in un film del genere non guasta mai. Le sequenze delle indagini di Genko invece sono quelle che forse sono cinematograficamente meno interessanti, con Toni Servillo che però riesce a reggerle sulle sue spalle grazie ad un'ottima interpretazione. Anche Valentina Bellè - che spesso e volentieri non mi convince - riesce a rendere bene il personaggio di Samantha Andretti e l'interpretazione dell'attrice riesce a rendere molto bene la condizione del personaggio, drogata e turbata dalla sua esperienza nel labirinto parlando con il tono di voce adatto e con delle ottime espressioni del volto che rendono benissimo la sua condizione. Ottimo anche Dustin Hoffman - e manco c'è da dirlo, quando recita con voglia ne ha ancora da insegnare - il cui tono di voce durante le sedute psicologiche è sempre inebbriante e accondiscendente portando lo spettatore in quella stessa condizione di torpore psichico in cui si trova la sua paziente Samantha Andretti.
Dal punto di vista registico non ho quasi nulla di cui lamentarmi riguardo a "L'uomo del labirinto", con Donato Carrisi che è stato in grado di creare una storia senza luogo e senza tempo - sappiamo che è ambientata nei nostri giorni, ma ad esempio gli abiti dei protagonisti e le acconciature fanno tanto anni settanta -, ma a livello di narrazione a tratti mi è sembrato un film un po' slegato, con le indagini e l'interrogatorio a Samantha che talvolta mi sono sembrati piuttosto come dei diversi contenitori narrativi il cui legame non era sempre ben chiaro. Donato Carrisi regista ha poi rimaneggiato un po' la storia, omettendo alcuni dettagli che nel romanzo mi erano sembrati decisamente importanti. Nonostante i difetti, che ci sono, ho apprezzato particolarmente questo secondo lavoro cinematografico di Carrisi, innanzitutto per il livello qualitativo e narrativo, in secondo luogo perchè grazie anche a queste operazioni il cinema italiano sta tentando sempre di più di internazionalizzarsi e di puntare su generi cinematografici diversi dalle solite commedie e drammoni impegnati. Il mio consiglio è dunque quello di andare a vedere questa pellicola, perchè secondo me molto valida, ma anche di leggervi il romanzo da cui è tratta, perchè anche quello merita moltissimo.

Voto: 7,5