lunedì 30 settembre 2019

LE SERIE TV DI AGOSTO E SETTEMBRE

Viste le due settimane di vacanza molto intense che ho fatto ad Agosto, il mese scorso l'appuntamento riguardante le serie televisive era saltato, semplicemente perchè ne avevo vista solamente una. Non che nel corso del mese di Settembre ne abbia viste di più - sono riuscito a completarne solamente due - ma quanto meno ho materiale per fare il solito post riassuntivo sulle serie televisive, che comprenderà una serie sui supereroi molto creativa e interessante, la seconda stagione sui profiler dell'FBI che hanno inventato la figura del serial killer e la serie televisiva sul rapimento di John Paul Getty III, che gestisce la cosa decisamente meglio rispetto al film "Tutti i soldi del mondo".


The Boys - Stagione 1



Episodi: 8
Creatore: Eric Kripke
Rete Americana: Amazon Prime Video
Rete Italiana: Amazon Prime Video
Cast: Karl Urban, Jack Quaid, Antony Starr, Erin Moriarty, Dominique McElligott, Jessie Usher, Laz Alonso, Chace Crawford, Tomer Kapon, Karen Fukuhara, Nathan Mitchell, Elisabeth Shue
Genere: Azione

Da Garth Ennis, stesso fumettista che ha scritto "Preacher", arriva una nuova serie televisiva tratta da uno dei suoi lavori ed è una serie supereroistica che tratta il tema in una maniera del tutto nuova. Nel mondo moderno, infatti, i supereroi sono gestiti da una multinazionale che ne cura l'immagine e le varie apparizioni in pubblico. Vengono pagati e assoldati per risolvere le varie questioni da questa multinazionale, che in qualche modo sta tentando di affidare loro l'apparato militare e la sicurezza interna, privatizzandola. Questi supereroi però non sempre sono quello che sembrano, nascondono segreti, sono egocentrici e il più delle volte commettono errori che minano la sicurezza della popolazione, mentre altrettante volte si rendono protagonisti di azioni cattive volontariamente. Il gruppo di supereroi più famoso è quello dei Sette, capitanato da Patriota, interpretato dallo stesso Anthony Starr che aveva interpretato Harold Fostrossenberger - così l'ho battezzato io, dato che non si è mai saputo il suo vero nome - in "Banshee", e nel gruppo ci sono supereroi come la bella Starlight, il velocissimo A-Train, mentre nel frattempo un gruppo ex agenti, capitanati da Billy Butcher, cerca di smascherare le malefatte dei supereroi, portandole all'attenzione della popolazione.
"The Boys" nella sua prima stagione si dimostra essere una serie TV irriverente, nel pieno di quello che è lo spirito dello scrittore del fumetto da cui è tratta, un po' come era stato fatto con "Preacher". La serie ci mostra un gruppo di supereroi egocentrici, spiantati, stronzi, molte volte addirittura cattivi, che non combattono per il bene collettivo, ma per il proprio tornaconto. Patriota è il perfetto capo di questa elite, è il più potente, ma anche il peggiore di tutti caratterialmente, mentre al contrario Starlight, che poi è anche il personaggio che mi ha colpito maggiormente, incarna in maniera volutamente spinta, quelli che sono i valori su cui punta l'americano medio, risultando a tratti molto ingenua. Tra scene d'azione ben giostrate, una comicità per nulla politically correct e una non ben chiara linea di confine tra il bene e il male - cosa che mi fa sempre impazzire nelle serie TV - la prima stagione di "The Boys" funziona a meraviglia, facendo trovare gli spettatori davanti ad una delle migliori serie televisive di questa annata!

Voto: 8


Mindhunter - Stagione 2



Episodi: 9
Creatore: Joe Penhall
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Jonathan Groff, Holt McCallany, Anna Torv, Cotter Smith, Stacey Roca, Joe Tuttle, Michael Cerveris, Lauren Glazier
Genere: Drammatico, Thriller

Ritornano su Netflix i profiler di "Mindhunter", coloro che nel corso della storia dell'FBI hanno in maniera decisiva contribuito a risolvere i casi di moltissimi serial killer della storia degli Stati Uniti, quando ancora questi omicidi non venivano nemmeno chiamati serial killer. Una seconda stagione che, sullo sfondo degli omicidi dei bambini di Atlanta - che portarono poi all'arresto di Wayne Williams che fu però accusato di solo due o tre degli omicidi commessi, mentre non si sono trovate prove per quanto riguarda tutti i 28 ragazzini uccisi -, continua a sviluppare egregiamente i suoi personaggi, inserendo una devastante storia familiare per l'agente Bill Tench, che non pare avere un corrispettivo nella realtà, così come riesce ad approfondire la vita privata di Wendy Carr con la sua storia sentimentale lesbo che si rivela essere piuttosto interessante ai fini della trama. Rimane un po' in disparte rispetto alla stagione precedente l'agente Holden Ford. Nel mezzo spazio anche per quella che forse è la scena simbolo di questa stagione, l'intervista con Charles Manson, interpretato da un ottimo Damon Herriman, in quello che è sicuramente il punto più importante dei nove episodi che compongono questa seconda stagione.

Voto: 8


Trust - Il rapimento Getty



Episodi: 10
Creatore: Simon Beaufoy
Rete Americana: FX
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Donald Sutherland, Hilary Swank, Harris Dickinson, Michael Esper, Luca Marinelli, Giuseppe Battiston, Anna Chancellor, Amanda Drew, Sophie Winkleman, Verónica Echegui, Silas Carson, Laura Bellini, Sarah Bellini, Brendan Fraser
Genere: Biografico, Drammatico

"Tutti i soldi del mondo" è film passato forse ingiustamente sulla bocca di tutti perchè, nel pieno dello scandalo che aveva colpito Kevin Spacey - ah, qualcuno poi gli ha mai chiesto scusa, visto che le accuse sono tutte cadute? -, aveva visto la cancellazione con lo sbianchetto dell'attore in favore di una reinterpretazione da parte di Christopher Plummer. Nello stesso anno della sua uscita era arrivata in televisione, su FX, una serie dedicata proprio al rapimento di John Paul Getty III, qui interpretato da un bravo Harris Dickinson, diretta da Danny Boyle. Una serie che esplora dall'inizio alla fine quelle che sono state le fasi del rapimento, a partire dal suicidio, durante una festa di famiglia, dello zio ed esplorando i rapporti tra tutti i membri della famiglia, in particolare quello tra John Paul Getty, interpretato da un Donald Sutherland perfetto, il figlio John Paul Getty Jr., interpretato da Michael Esper. Un rapporto indissolubilmente legato ai soldi, cui il patriarca della famiglia, all'epoca l'uomo più ricco del mondo, era molto legato. Si esplora poi anche il rapporto passato tra John Paul Getty III e la madre, interpretata da Hilary Swank, ma anche quello che si viene a creare tra il ragazzo e i suoi rapitori, tra cui figura un Luca Marinelli, come al solito, impressionante a livello interpretativo. La colonna sonora mi ha mandato letteralmente giù di testa - prima scena, ovviamente, "Money" dei Pink Floyd - così come quelle puntate in cui Brendan Fraser, che interpreta James Fletcher, investigatore privato della famiglia, sfonda la quarta parete parlando direttamente con il pubblico e svelando tutti i retroscena del rapimento. A funzionare di meno, colpa del fatto che ho visto la serie doppiata in italiano, tutte quelle fasi in cui John Paul Getty III parla con i suoi rapitori: il personaggio viene doppiato in italiano quando parla con gente che lo capisce, mentre parla inglese con la sua voce originale quando parla con i suoi rapitori italiani, il che mi ha creato non poca confusione.

Voto: 8,5

venerdì 27 settembre 2019

Sei ancora qui - I Still See You di Scott Speer (2018)



USA 2018
Titolo Originale: I Still See You
Regia: Scott Speer
Sceneggiatura: Jason Fuchs
Durata: 98 minuti
Genere: Thriller, Fantascienza, Drammatico


C'è stato un periodo nella mia vita, durato circa un annetto e mezzo, in cui ho seriamente adorato, dal punto di vista fisico, Bella Thorne. Classe 1997 e nata in Florida, ha incominciato la sua carriera, come molte delle altre ragazze che in questo periodo sono in voga come attrici, grazie a Disney Channel, per poi passare, negli ultimi cinque o sei anni, a varie interpretazioni cinematografiche, non riuscendo ancora ad arrivare ad uno di quei film di grande successo cui altre però sono già arrivate. Le uniche esperienze della sua carriera cinematografica degne di nota sono, a mio modo di vedere "L'A.S.S.O. nella manica", carinissimo film adolescenziale uscito in Italia nel 2015, e "The Babysitter", interessantissima commedia horror presente sul catalogo di Netflix. Per il resto tutti film di medio-basso livello, in cui il solo "La mia vita con John F. Donovan", che ancora devo vedere, potrebbe rivelarsi qualitativamente interessante nonostante le pessime critiche che gli sono piovute addosso. Uscito in Italia nel 2018, "Sei ancora qui" mi aveva ispirato sin dall'inizio a guardare il trailer, non ai livelli di doverlo vedere per forza e subito, ma ricordo che in quelle settimane non è che ci fossero tante uscite più interessanti di questa, anche se alla fine ho aspettato un bel po', prima di dargli un'opportunità in home video, dato che ora è presente sul catalogo di Now TV, piattaforma di streaming il cui abbonamento è posseduto dai miei genitori ma che io, all'occasione, riesco a sfruttare per vedere qualche film e qualche serie TV. Regista della pellicola è Scott Speer, regista principalmente attivo per quanto riguarda i videoclip musicali e datosi al cinema nel 2012 dirigendo "Step Up Revolution" e poi nel 2018 dirigendo questo film e "The Midnight Sun - Il sole a mezzanotte", tra l'altro sempre con Bella Thorne. Nel cast di questo film abbiamo anche Dermot Mulroney, direttamente dall'aver interpretato uno dei ruoli più insulsi nello "Shameless" degli ultimi anni, e Richard Hammon, da me visto in "Adaline - L'eterna giovinezza", pellicola che ho sempre trovato carinissima.
Il film è ambientato in un periodo di tempo non ben precisato, ma comunque molto probabilmente il nostro, in cui in seguito ad un cataclisma si è del tutto assottigliata la barriera che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti. I viventi sono dunque in grado di vedere i propri cari defunti ripetere all'infinito le stesse azioni tipiche che compivano in vita, per poi, una volta terminata l'attività, scomparire e riapparire del tempo dopo. La convivenza tra i morti e i vivi è diventata ormai normale da qualche anno, ma un giorno un redivivo inizierà ad inviare messaggi minacciosi ad una ragazza, Ronnie, che da quel momento comincerà una missione che cambierà per sempre la sua vita, grazie anche alla collaborazione del suo professore August Bittner, ormai diventato un esperto sul comportamento dei redivivi.
L'impressione che mi ha dato "Sei ancora qui" durante tutta la visione è stata quella di essere un film piuttosto sfilacciato e confusionario, che mette lo spettatore di fronte ad un certo miscuglio di generi, nessuno dei quali affrontato in modo piuttosto ottimale. Ci troviamo infatti di fronte ad un horror di fantascienza con venature thriller e una spiccata componente romantica, insomma, uno di quei mischioni in cui non si capisce bene quale direzione voglia prendere la sceneggiatura del film, in cui, tra l'altro, i personaggi coinvolti non sono sviluppati in maniera accattivante per lo spettatore e risulta persino difficile empatizzare con qualcuno di essi. Ciò che ne consegue è un film piuttosto confuso in cui, come se non bastasse, il ritmo è gestito in maniera piuttosto creativa, alternando momenti estremamente lenti, prolungati nella loro durata e tediosi ad altri fin troppo veloci e sbrigativi, con scene d'azione mal gestite persino a livello di inquadratura e con stacchi tra una scena e l'altra che fanno tanto video amatoriale con Windows Movie Maker. Insomma, "Sei ancora qui" mostrava dal trailer e da una lettura veloce della sua trama un certo potenziale che poi il buon Scott Speer ha deciso di non sfruttare praticamente per nulla, mettendo in scena un film che pare tagliato con l'accetta e in maniera decisamente approssimativa e in cui è seriamente difficile trovare qualcosa da salvare.

Voto: 4

giovedì 26 settembre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Ben tre film interessanti in arrivo questa settimana, tra le otto uscite del weekend: uno di questi, molto probabilmente, lo andrò a vedere già in questi giorni, mentre per gli altri due dipende un po' dal tempo e dalla pecunia. Ma vediamo quali sono questi film, al solito commentati in base ai miei pregiudizi!


Rambo: Last Blood di Adrian Grunberg


Lo speciale interamente dedicato alla saga di "Rambo" sta proseguendo, anche se l'ho incominciato molto tardi, ma è già ora che arrivi nei cinema l'ultimo capitolo, che molto probabilmente andrò a vedere già a partire da questo weekend. Il trailer è bello parecchio, spero che anche il film sappia confermare tutto ciò che si è visto nei film precedenti, prima che a Stallone cada definitivamente il plasticone che si ritrova in faccia!

La mia aspettativa: 7/10


Ad Astra di James Gray

Solo una settimana dopo "C'era una volta... a Hollywood", un nuovo film con Brad Pitt è in arrivo ed è la mia cara ed adorata fantascienza. Il trailer preannuncia un film buono e le critiche arrivate da Venezia non sono per nulla male, anche se nessuno ha esaltato in toto la pellicola. Insomma, staremo a vedere e speriamo in un buon film.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Dora e la città perduta: Film per ragazzi che mi eviterò tranquillamente.
Drive me Home: Film italiano con Vinicio Marchioni che mi sembra un po' troppo impegnato e impegnativo per i miei gusti.
Lou Von Salomé: Altro film impegnatissimo che penso proprio non vedremo in moltissime sale in Italia.
Shaun vita da pecora - Farmageddon: Il solito discorso per quanto riguarda i film d'animazione. Portateci i bambini, io intanto vi sto alla larga, ok?
Vivere: Francesca Archibugi non la trovo malaccio come regista, ma a volte le tematiche dei suoi film sono un po' troppo pesanti e penso che sia anche il caso di questo "Vivere".
Yesterday: Qui mi confesso: detesto la musica dei "Beatles", a parte giusto un paio di canzoni. Eppure questo film di Danny Boyle in cui il mondo non ha mai saputo della loro esistenza, tranne il protagonista, potrebbe divertirmi ed emozionarmi, me lo sento.

mercoledì 25 settembre 2019

Il primo re di Matteo Rovere (2019)



Italia 2019
Titolo Originale: Il primo re
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Durata: 127 minuti
Genere: Epico, Storico


Arriva un certo momento nel cinema italiano, tra una commedia e un film drammatico tutti uguali - anche se le commedie italiane, quelle con il cast che mi piace, quanto meno le trovo sempre abbastanza carine -, in cui si acquista la consapevolezza che si possa creare qualcosa di diverso. Ci ha provato qualche anno fa Gabriele Mainetti con il bellissimo "Lo chiamavano Jeeg Robot" - che ho rivisto qualche giorno fa e l'ho amato come la prima volta - e nello stesso anno pure Matteo Rovere con "Veloce come il vento". Arriva però un bel giorno in cui lo stesso regista che aveva portato Stefano Accorsi a quella che finora è la sua migliore interpretazione da attore, secondo la mia opinione, decide di fare come Mel Gibson e di portare al cinema un film sulle origini di Roma recitato interamente in una lingua protolatina, della quale dal basso dei miei studi a livello scientifico sono anche riuscito a capire qualche parola. Per farlo bisogna chiamare gli attori in voga, quelli che danno garanzie, ed ecco che per interpretare Remo viene chiamato Alessandro Borghi, mentre per interpretare Romolo abbiamo Alessio Lapice, di cui non avevo visto nessun film, ma che ha partecipato a due episodi della seconda stagione di "Gomorra - La serie".
Siamo nel 753 a.C.: i due fratelli pastori Romolo e Remo vengono travolti da un'esondazione del Tevere e perderanno così tutti i loro capi di bestiame, finendo poi nel territorio di Alba Longa, dove verranno catturati come schiavi. Una volta portati al cospetto della loro sacerdotessa, i due, assieme al gruppo di persone al loro seguito, si ribelleranno ai loro carcerieri liberando anche altri prigionieri, ma decideranno di lasciare in vita la sacerdotessa della de Vesta Satnei, portatrice del Sacro Fuoco, su richiesta di Romolo, ferito e morente durante la battaglia. Una volta abbandonato il luogo, la sacerdotessa svelerà a Remo che uno dei due fratelli è destinato a diventare re di una città potente che dominerà il mondo, ma per farlo dovrà uccidere l'altro fratello.
I due film sperimentali in questo senso diretti da Mel Gibson mi erano piaciuti parecchio, sia "La passione di Cristo" sia, ancora di più, "Apocalypto", ma mai avrei pensato che una cosa del genere si sarebbe potuta fare in Italia. In realtà molto meglio così, che me li immagino io gli americani a dirigere la loro versione della storia della nascita di Roma che sarebbe stata sicuramente più fantasiosa di questo lavoro abbastanza accurato da parte di Matteo Rovere, ma che comunque lascia molto spazio alla componente leggendaria della vicenda, piuttosto che tentare di essere storicamente fedeli ad una storia che comunque rimane, ovviamente, abbastanza fumosa. Un esperimento questo, decisamente riuscito per il cinema italiano, in cui uno degli attori più in forma del momento, tale Alessandro Borghi, riesce a risultare bravissimo e perfettamente in parte anche nel trovarsi a recitare in una lingua morta. Non sfigura, da questo punto di vista, nemmeno Alessio Lapice, quando si risveglia dal suo torpore e guarisce dalle sue ferite, dato che per buona parte del film è più di là che di qua. Dal punto di vista della regia e della fotografia il film di Rovere ci mostra ottime cose e la ricostruzione ambientale risulta parecchio affascinante e non so quanto curata - per dirlo avrei dovuto essere vivo duemilasettecentosettantadue anni fa.
Fino a questo momento sembrerà quasi che stiamo parlando di un film perfetto, ma state certi che non è così: è un film che mi è piaciuto parecchio, che si prende tutti i suoi tempi narrativi, ma nel quale non mi tornano poi così tanto bene le tempistiche che portano Remo, una volta saputo di dover uccidere il fratello per diventare re, ad impazzire totalmente. Insomma, il passaggio caratteriale di cui è protagonista Remo mi è sembrato un po' troppo repentino, tanto da portarlo a passare in pochissimo tempo da condottiero a tiranno, da credente negli dei a voler essere unico fautore del proprio destino. Ciò non toglie che "Il primo re" è l'ennesimo interessante esperimento di un cinema italiano che prova dopo non so quanto tempo a strizzare l'occhio ai film storici internazionali, riuscendo benissimo nel suo intento e risultando una delle cose migliori viste in questa annata per quanto riguarda il cinema italiano.

Voto: 7,5

martedì 24 settembre 2019

Rambo 2: La vendetta di George Pan Cosmatos (1985)


USA 1985
Titolo Originale: Rambo: First Blood Part II
Durata: 96 minuti
Genere: Azione


Giovedì uscirà "Rambo: Last Blood" e lo speciale sulla saga cui Sylvester Stallone ha contribuito in maniera decisiva a dare lustro è solo al secondo episodio, ma verrà affrontata fino in fondo, prima di parlare del suo ultimo capitolo, che penso proprio andrò a vedere già questo weekend. Dopo aver detto dunque tutto ciò che avevo da dire riguardo a "Rambo", film che alla fine altro non era che il ritratto di un uomo con disturbo post traumatico da stress che vuole vedersi riconoscere i suoi diritti una volta ritornato dalla guerra del Vietnam, ora è tempo di parlare di "Rambo 2: La vendetta", diretto da George Pan Cosmatos e con la sceneggiatura di Sylvester Stallone e di James Cameron, uno che per quanto riguarda i secondi ha dimostrato, anche dopo questa pellicola, di saperne qualcosa, vedi ad esempio la regia in "Aliens - Scontro finale" nel 1986 e in "Terminator 2" nel 1991. Regista del film è però George Pan Cosmatos, il cui cognome, una volta letto, ha cominciato a dirmi qualcosa, che poi mi ha condotto verso un'ovvia conclusione: "Mandy", diretto da Panos Cosmatos, suo figlio, il che spiega moltissime cose. Ritornano dunque nel cast Sylvester Stallone nei panni di John Rambo e Richard Crenna nei panni del Colonnello Samuel Trautman, mentre entrano in questo film Charles Napier nei panni del Colonnello Marshall Murdock, villain di cui all'inizio siamo portati a fidarci, e Julia Nickson-Sou nei panni di Co-Bao: laddove nel primo film mancavano totalmente personaggi femminili, qui John Rambo assieme a quel lato da macchina da guerra quale è, inizierà a mostrare ancora di più la sua umanità, affezionandosi ad una donna.
John Rambo è stato condannato ai lavori forzati in un penitenziario di Washington in seguito agli eventi del film precedente. Per riottenere la libertà definitiva Rambo siglerà un accordo con Trautman che prevede che egli ritorni in Vietnam per una nuova missione, che consiste nel liberare alcuni prigionieri di guerra americani ancora detenuti nello stato asiatico. Accettata la missione, il nostro protagonista raggiungerà dapprima una base militare in Thailandia, comandata da Marshall Murdock, comandante delle operazioni speciali. Passando per il Laos via aereo, raggiungerà il Vietnam, dove incontrerà il suo contatto Co-Bao, una ragazza vietnamita che collabora con il governo statunitense. Subito Rambo ritorna alla realtà della guerra che aveva vissuto pochi anni prima, vedendo prigionieri tenuti in condizioni disumane e decidendo, contro gli ordini, che prevedevano solo di fotografare i prigionieri per raccogliere delle prove della loro presenza in Vietnam, di liberare uno di loro, trovato crocifisso su un albero ed in fin di vita, mentre nel frattempo il colonnello Trautman inizia, assieme a Murdock, a pianificare il recupero di Rambo, che però verrà abbandonato al suo destino una volta che Murdock scoprirà della sua insubordinazione.
Dopo il film serio che ha dato il via alla saga e tratto da un romanzo altrettanto serio, ma tagliato con la mannaia dalla sceneggiatura riscritta da Stallone, ecco che la saga prende in maniera definitiva la strada per cui tutti la conosciamo, quella dell'eroe di guerra che combatte i cattivi, salva i buoni ed ammazza la gente: se nel primo film John Rambo non uccideva nessuno in maniera diretta - l'unico morto del primo film è causa della legittima difesa del protagonista mascherata da incidente - in questo seguito i morti sono difficili da contare, per quanti ce ne sono, ma vengono tutti uccisi in maniera spettacolare ed epica, esplosioni, accoltellamenti con il famoso coltello del protagonista, ma anche frecce esplosive, in un secondo film in cui per la prima volta compare anche l'arco tra le armi che Rambo sa maneggiare con l'intento di uccidere. Della sceneggiatura scritta da James Cameron in effetti è rimasto poco - si dice che Stallone, insoddisfatto dagli scritti di Cameron che voleva fare di "Rambo 2: La vendetta" una specie di buddy movie, abbia riscritto tutto di suo pugno, licenziando il cineasta e ponendo il suo personaggio e la sua persona al centro del progetto. Si dice anche che lo stesso James Cameron non l'abbia presa benissimo... e ci credo - ma rimane comunque qualcosa del suo cinema all'interno della vicenda e lo svolgimento della storia ha delle chiare analogie con "Aliens - Scontro finale", suo lavoro dell'anno successivo.
É così che "Rambo 2: La vendetta" vuole comunque mantenere un'aura di serietà e mandare dei messaggi ben chiari ai suoi spettatori: dopo la mattanza, che comunque mi ha fatto godere come poche cose, c'è spazio per un finale un po' più riflessivo, in cui Stallone mette in atto, in un dialogo con Trautman - fino ad allora utilizzato per sparare frasi ad effetto a tradimento -, quello che è il marchio di fabbrica degli altri suoi film usciti in quel periodo, il messaggio politico: se in "Rocky IV", uscito nello stesso anno, grazie a lui e al suo pubblico tutto il mondo sarebbe potuto cambiare, qui il protagonista dichiara di amare la sua nazione, ma mette bene in chiaro il bisogno che anche la sua nazione incominci ad amare lui e quelli che hanno avuto il suo stesso destino. Insomma, questo "Rambo 2: La vendetta", forse senza nemmeno volerlo, riesce ad entrare di diritto nella storia del cinema d'azione, creando un'iconografia tale da essere poi ripresa da molti altri film d'azione futuri, che spesso e volentieri mostreranno un grosso debito verso questo film di puro godimento.

Cassidy del blog"La Bara Volante" ha già parlato meglio di me di questo film.
Dopo la recensione di "Rambo" della scorsa settimana, sono stato inserito nel blogtour organizzato da "Il Zinefilo" in occasione dell'uscita di "Rambo: Last Blood". Cliccando sull'immagine trovate tutti coloro che vi hanno partecipato.

lunedì 23 settembre 2019

Dumbo di Tim Burton (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Dumbo
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Durata: 112 minuti
Genere: Fantastico, Avventura


I reboot dei classici Disney, per molti una piaga, per altri semplicemente dei film inutili, per i bambini invece un modo per scoprire tutte quelle storie con cui da piccoli si erano divertiti tanto i loro genitori. Fino ad ora, devo dire, nessuno dei reboot che sono usciti mi ha convinto particolarmente: "Cenerentola" non era stato troppo nelle mie corde, "Maleficent" mi aveva fatto abbastanza schifo e temo che non avrò voglia di vedere il seguito che uscirà a breve, l'unico che ho abbastanza apprezzato, pur con qualche riserva, rimane "Il libro della giungla", mentre per quanto riguarda "Il re leone" risultava essere troppo uguale e con gli animali, iperrealistici, talmente inespressivi che la componente emotiva andava a farsi benedire. Prima de "Il re leone" però in Italia e in tutto il mondo sono usciti "Dumbo", diretto da Tim Burton", e "Aladdin", che ancora non sono riuscito a vedere e che penso recupererò non appena sarà disponibile su qualche piattaforma di streaming o in home video. Nella recensione di oggi si parla proprio di "Dumbo", il cui film d'animazione originale dura poco più di un'ora e sul quale nutrivo il dubbio gigantesco su come, da un film d'animazione così breve, se ne potesse trarre uno in live action lungo quasi il doppio. Il cast è di quelli di altissimo livello, come spesso accade per queste pellicole: protagonista assoluto è Colin Farrell, l'antagonista della vicenda è interpretato da Michael Keaton, mentre abbiamo anche Danny DeVito ed Eva Green nel cast.
Siamo negli Stati Uniti, nel 1919, quando Holt Farrier, ex star del circo Medici, torna dalla Prima Guerra Mondiale per poter iniziare una nuova vita assieme ai suoi figli Milly e Joe, rispettivamente interpretati dai giovani Nico Parker e Finley Hobbins. Tornato finalmente a casa, il fatto di aver perso un braccio in guerra gli farà perdere anche il suo ruolo di star principale del circo, anche perchè il suo capo Max Medici ha venduto il cavallo con cui si esibiva. Max però ha per Holt un lavoro per non lasciarlo disoccupato, quello di occuparsi del nuovo elefante indiano acquistato dal circo. L'esemplare, una femmina, è incinta e sta per partorire e quando finalmente la creatura viene al mondo si scopre che il cucciolo ha delle orecchie enormi, che gli verranno coperte nel giorno della sua prima esibizione. Il cucciolo però, nel tentare di prendere una piuma, farà saltare la copertura e inizierà ad essere deriso dagli spettatori: la madre, per difenderlo, si imbizzarrisce e comincia ad attaccare gli ospiti, provocando la caduta di un tronco che farà collassare il tendone, uccidendo il frustatore. Con il cucciolo tenuto lontano dalla madre, i circensi scopriranno presto che Dumbo - così verrà chiamato in seguito all'evento - ha la capacità di volare grazie alle sue enormi orecchie e presto verrà notato anche da Vandervere, che si mostrerà intenzionato ad acquistare il circo e la collaborazione con Max Medici per far esibire l'elefantino assieme alla sua star Colette Marchant.
Negli ultimi anni sembra quasi che in qualche modo Tim Burton stia vivendo una grossa crisi creativa, tale per cui sta facendo fatica a portare al cinema dei film nel suo stile che riescano a coinvolgere il pubblico: "Big Eyes" aveva raccolto un consenso abbastanza unanime da parte della critica, ma non era certo un film burtoniano, anche se c'è da dire che lo stile per cui lo avevamo conosciuto nei suoi primi lavori è stato abbandonato da un po' di tempo, peccato che da quando l'ha abbandonato mi è parso che non gli sia riuscito più nemmeno un film. "Dumbo" però, d'altro canto, per quanto non segua particolarmente lo stile per cui Tim Burton si è fatto conoscere, si rivela essere, per l'ambientazione e anche per la colorazione utilizzata nella fotografia, molto vicino a "Big Fish - Le storie di una vita incredibile", il film di Tim Burton più diverso dagli altri che però è anche il suo lavoro che preferisco in assoluto. In questo senso "Dumbo", la cui storia si discosta fortemente da quella narrata nel classico Disney del 1941 e qui si spiega anche il doppio della durata, risulta essere un film magico e visivamente straordinario, nonostante dal punto di vista dello sviluppo dei personaggi denoti dei difetti piuttosto evidenti questa rivisitazione burtoniana del classico degli anni quaranta è stato in grado di divertirmi e di commuovermi, per dire, l'ho preferito di gran lunga al ben più osannato "Il re leone" che recentemente ha avuto un successo enorme.
Dicevamo dei difetti di questo "Dumbo", che si vedono principalmente per quanto riguarda lo sviluppo dei personaggi, che mi sono sembrati, per tutta la durata del film, quelli che la mia prof di inglese al liceo - ma mi pare di ricordare sia una vera e propria definizione letteraria -, dei flat characters, che non subiscono una vera e propria evoluzione nel corso della pellicola, ma sono in un certo modo quando inizia il film e rimangono tali quando finisce, con il solo Max Medici che ne rappresenta l'eccezione, anche se la sua evoluzione non è che sia così sostanziale comunque c'è qualcosa, rispetto a tutti gli altri. A deludermi maggiormente è stato da questo punto di vista il personaggio di Vandervere, interpretato da un Michael Keaton bravo, ma sicuramente non al meglio della sua forma, che è l'antagonista della vicenda, ma non si denota, nel suo arco narrativo, un vero e proprio motivo per il quale sia il cattivo della vicenda e per quanto mi riguarda, quando si costruisce un villain, la sua motivazione è una delle cose più importanti che ci siano che qui viene totalmente dimenticata.
In sostanza "Dumbo" è stato forse il remake in live action della Disney che mi ha soddisfatto maggiormente, nonostante le critiche non certo esaltanti che ha ricevuto. Certo è una pellicola con dei difetti piuttosto evidenti in cui la mano di Tim Burton non si vede tantissimo in favore di quell'organizzazione militare che è la Disney che obbliga i suoi registi a seguire delle linee guida ben precise, ma, a qualche mese dalla sua uscita, non avrei pensato di trovarmi davanti ad un film che mi facesse emozionare in questo modo.

Voto: 6,5

venerdì 20 settembre 2019

La bambola assassina di Lars Klevberg (2019)


USA 2019
Titolo Originale: Child's Play
Sceneggiatura: Tyler Burton Smith
Durata: 90 minuti
Genere: Horror


Terminata la retrospettiva su tutti i capitoli della saga de "La bambola assassina", nata dall'originalissima idea di Don Mancini che ha portato alla realizzazione di ben sette film, siamo finalmente arrivati a parlare del remake, uscito qualche mese fa nei cinema italiani e che io ho visto in uno dei primi giorni di programmazione. La recensione, che stava fermentando nelle bozze in attesa della fine dello speciale, è stata scritta nei giorni successivi alla visione, salvo poi avere un ripensamento che mi ha portato a fare uno speciale su una saga che, sinceramente, non mi aveva mai attirato più di tanto e che, in prima battuta, mi aveva fatto fermare al terzo, pessimo, capitolo, prima di scoprire quanto in effetti "La sposa di Chucky" e "Il figlio di Chucky" non fossero poi così male. Sugli ultimi due capitoli della saga principale invece continuo ad avere qualche riserva, non riesco ad amarli e non mi è sembrato nemmeno fossero così divertenti come invece il resto degli altri film.
Di un reboot de "La bambola assassina" se ne parla praticamente dal 2008, quando Don Mancini, sceneggiatore dei sette film che compongono la saga principale, inizia a pensare a come ricominciare la saga da lui creata. Nel 2018 viene annunciato lo sviluppo di questo reboot, che però non vede il coinvolgimento dei due creatori storici, Don Mancini e David Kirschner. Gli stessi creatori della saga originale non hanno preso poi benissimo la cosa, dato che oltre ad avere negato ogni coinvolgimento in questo reboot, avrebbero anche annunciato che potrebbero in qualche modo proseguire la saga originale, in maniera parallela a quella che si potrebbe creare a partire da questo reboot, creando ulteriore confusione negli spettatori - anche perchè a memoria mia, gli ultimi due capitoli della saga originale non mi pare nemmeno siano arrivati nei cinema, ma direttamente in home video. Sta di fatto che alla regia de "La bambola assassina" viene chiamato Lars Klevberg, alla sua prima esperienza cinematografica, mentre ad interpretare i personaggi di Andy Barclay e della madre Karen abbiamo rispettivamente Gabriel Bateman e Aubrey Plaza.
Il film inizia in Vietnam, in una catena di montaggio Buddi, dove un addetto viene ripreso e fortemente umiliato dal suo datore di lavoro. Forte delle sue conoscenze informatiche, il dipendente decide di sabotare una delle bambole che sta assemblando, disattivandone tutti i protocolli di sicurezza e rendendolo estremamente aggressivo, per poi suicidarsi. A Chicago, nel frattempo, la commessa Karen e suo figlio Andy si sono appena trasferiti e la madre incoraggia il figlio a fare nuove amicizie. Per fargli vivere un compleanno speciale, Karen decide di comprare, tramite un suo collega, una bambola Buddi danneggiata, in modo da regalarla a suo figlio. La bambola si chiama Chucky e si affezionerà subito ad Andy, aiutandolo a fare nuove amicizie con i ragazzi del quartiere. Presto però Chucky comincerà a mostrare segni di aggressività, imparando ed imitando i gesti che vede in televisione e la sua amicizia artificiale con Andy comincia a diventare ossessiva e lo porta ad uccidere tutti coloro che si metteranno in mezzo a loro due.
La discussione sull'utilità del fare un reboot della saga de "La bambola assassina" per quanto mi riguarda non si pone: se stessimo a guardare quanti film utili escono nel giro di un paio di mesi ed andare al cinema solamente a vedere quelli probabilmente l'industria cinematografica sarebbe morta e sepolta da anni. Insomma, il cinema come entità vive di film inutili e il fenomeno dei remake e dei reboot non è che sia una cosa nata negli ultimi cinque o dieci anni, alcuni dei grandi classici degli anni passati sono addirittura dei remake. Poi si potrebbe stare qui a discutere del fatto che il cinema in questi anni manchi di originalità e quello sì che sarebbe un discorso decisamente più interessante. Per quanto riguarda nello specifico questo reboot c'è da dire che nonostante il punto di partenza finisca per snaturare quella che è la base della saga originale - un sabotaggio da parte di un programmatore piuttosto che un serial killer esperto di riti voodoo che trasferisce la sua anima nel corpo di una bambola - mi è sembrato che questo riavvio della saga, nella giusta misura, sia risultato piuttosto riuscito. Innanzitutto non ci si dimentica dei primi film de "La bambola assassina", molte inquadrature citano in tutto e per tutto gli avvenimenti del primo film e lo fanno in maniera intelligente e non solo per mera ripetizione, mentre il rapporto tra Andy e il suo nuovo migliore amico Chucky è ben ritratto e porta all'inevitabile conclusione che tutti coloro che guardano "La bambola assassina" vogliono vedere: il sangue e gli omicidi.
"La bambola assassina" (2.0) mi è sembrato dunque un reboot piuttosto riuscito, che certo non farà paura - un po' come non la fanno i film originali - e che gioca su qualche jump-scare di troppo per i miei gusti, ma quanto meno diverte e non annoia mai per tutta la sua durata. É forse una delle prime volte che mi ritrovo completamente soddisfatto da un reboot di questo genere e, per quanto mi riguarda, ben venga lo sviluppo parallelo di un'eventuale nuova saga - inutilissima, sia chiaro, ma ricordate il discorso sull'utilità dei film che ho fatto prima? - e di seguiti di quella originale da parte di Don Mancini, che bene non l'ha presa di certo e che penso che potrebbe ancora regalarci qualche soddisfazione.

Voto: 6,5

giovedì 19 settembre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Questa è la settimana del grande botto al cinema, arriva in Italia uno dei film più attesi da parte di tutti gli appassionati, ma non solo, vedo quanto meno un'altra uscita potenzialmente interessante tra le sette di questo weekend. Vediamo, come al solito, quali sono, commentate come sempre in base ai miei pregiudizi!


Cera una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino


L'uscita di un nuovo film di Quentin Tarantino viene sempre accolta da me con grande interesse, tanto che molto probabilmente mi fionderò subito nei cinema per vederlo Sabato o Domenica. C'è interesse soprattutto per l'argomento trattato e per i collegamenti con Charles Manson e l'omicidio di Sharon Tate - curiosissimo di vedere Margot Robbie - così come c'è interesse anche per le interpretazioni di Brad Pitt e di Leonardo DiCaprio. Oltre a tutto questo interesse c'è anche grande invidia per tutti quegli stronzi che il film sono riusciti a vederlo in anteprima qualche settimana fa, mentre a noi poveracci è toccato aspettare.

La mia aspettativa: 8/10


Eat Local - A cena con i vampiri di Jason Flemyng

I film sui vampiri per me sono una cosa estremamente seria e questa commedia horror, letta la trama, potrebbe davvero fare al caso mio. Strano che non ne abbia mai sentito parlare, ma questa pellicola, a sorpresa, potrebbe rivelarsi davvero interessantissima.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Rosa: Film italiano impegnato ed impegnativo che questa settimana probabilmente verrà sepolto di fronte alle altre uscite più importanti di questo weekend.
Burning - L'amore brucia: Altro film impegnato della settimana in arrivo dalla Corea del Sud e presentato a Cannes nel 2018. Scusatemi tanto, ma qui vogliamo vedere, e subito, l'altro film coreano di Cannes, quello che ha vinto quest'anno. Distributori, cercate di sbrigarvi.
I migliori anni della nostra vita: Le commedie sentimentali geriatriche mi fanno sempre un po' paura se devo essere sincero.
Il colpo del cane: Commedia italiana che non mi ispira particolarmente e che lascerò passare come se nulla fosse.
Selfie di famiglia: Altra commedia in uscita questa settimana che però potrebbe essere un minimo interessante. Non penso mi rimarrà tempo per vederla, magari potrei recuperarla più avanti in home video.

mercoledì 18 settembre 2019

Il culto di Chucky di Don Mancini (2017)


USA 2017
Titolo Originale: Cult of Chucky
Regia: Don Mancini
Sceneggiatura: Don Mancini
Durata: 91 minuti
Genere: Horror


Con la recensione di oggi arriviamo al (pen)ultimo capitolo dello speciale dedicato alla saga de "La bambola assassina", franchise creato ormai più di trent'anni fa da Don Mancini in grado di sopravvivere nel tempo a mille peripezie e a sapersi, man mano che i capitoli andavano avanti e che la gente iniziava a stancarsi, reinventarsi ed esplorare sempre un nuovo genere. La saga ha infatti nel corso degli anni attraversato il genere slasher nei suoi primi tre capitoli, la commedia horror nel quarto e nel quinto, per poi trasformarsi in un horror gotico in "La maledizione di Chucky". Prima di arrivare dunque alla tanto attesa recensione di "La bambola assassina", il reboot della saga in cui Don Mancini non è stato coinvolto uscito al cinema un paio di mesi fa, è tempo di parlare de "Il culto di Chucky", settimo e per ora ultimo film della saga originale uscito in Italia direttamente in home video e girato con un budget piuttosto risicato, attestandosi comunque su risultati abbastanza buoni. Regista della pellicola è sempre Don Mancini, mentre nel cast ritroviamo sia Fiona Dourif, che riprende il ruolo di Nica del precedente film, sia Alex Vincent che riprende il ruolo storico di Andy Barclay, sia Jennifer Tilly.
Il film comincia riepilogandoci la situazione di Andy Barclay, che da qualche anno conserva con sè la testa di Chucky, per torturarlo come punizione per tutto quello che gli ha fatto quando era piccolo. Ci si sposta poi a seguire le vicende di Nica Pierce, la protagonista del precedente film, che, accusata degli omicidi commessi da Chucky, viene trasferita in un manicomio dove il principale obiettivo degli psichiatri è convincere la ragazza che colpevole degli omicidi non è la bambola, ma lei, diventata pazza e paranoica. All'interno della struttura entra poi Tiffany Valentine, cui era stata affidata la figlia Alice, per comunicare a Nica che la bambina è morta e riconsegnarle Chucky: la notte stessa Nica tenterà di tagliarsi le vene dei polsi, ma dopo aver perso i sensi, si risveglierà con i polsi cuciti e un messaggio con scritto "non così in fretta". Nel frattempo la bambola comincerà ancora una volta a mietere vittime all'interno dell'istituto psichiatrico, nella maniera più sanguinolenta e creativa possibile.
Ci sarebbero molte cose da imparare dalla saga de "La bambola assassina", una su tutte come sopravvivere a trent'anni di storia rimanendo sempre freschi ed interessanti agli occhi degli spettatori e questo settimo capitolo dimostra in maniera inequivocabile come si fa: citazionista al punto giusto, non ci si dimentica mai di cosa sia successo nei capitoli precedenti e, un po' come il secondo e il terzo film della saga - sì, quello che mi ha fatto più schifo di tutti - riesce a mescolare horror e commedia, dando al primo genere un'importanza decisamente più marcata. Ancora una volta, come aveva fatto ne "Il figlio di Chucky" - ribadisco, mettetemi una citazione/parodia a "Shining" e io sarò l'uomo più felice del mondo - Don Mancini ci dimostra la sua abilità dietro alla macchina da presa, prendendo a piene mani spunto da grandi registi del cinema horror portando in scena inquadrature originalissime in cui, tra le altre cose, il sangue scorre a fiumi, in quello che forse è il film più violento, a livello di litri di sangue che scorrono, dell'intera saga. Si aggiunge a ciò il personaggio di Nica, per quanto mi riguarda davvero ben riuscito, e il graditissimo ritorno di Jennifer Tilly nei panni di Tiffany, così come buono è anche il ruolo del ritornato Andy Barclay all'interno della vicenda.
Nell'attesa dunque di vedere quale sarà la mia opinione su "La bambola assassina", il reboot uscito un paio di mesi fa, ecco che con "Il culto di Chucky" ci troviamo davanti ad un settimo capitolo sicuramente di buon livello, in una saga in cui il fatto che lo sceneggiatore sia rimasto lo stesso dall'inizio alla fine ha contribuito a farle mantenere sempre una certa coerenza, trovando però sempre un'idea nuova per non stancare mai gli spettatori.


martedì 17 settembre 2019

Rambo di Ted Kotcheff (1982)


USA 1982
Titolo Originale: First Blood
Regia: Ted Kotcheff
Sceneggiatura: Michael Kozoll, William Sackheim, Sylvester Stallone
Durata: 93 minuti
Genere: Azione, Drammatico


Manca pochissimo all'uscita di "Rambo: Last Blood", film che dovrebbe chiudere definitivamente la saga di "Rambo" il cui protagonista assoluto negli anni è stato Sylvester Stallone che a più riprese ha preso in mano il personaggio creato dalla penna di David Morrell nel romanzo "Primo sangue" mettendoci del suo in più di un'occasione, riscrivendolo e dandogli ogni volta un nuovo ostacolo da affrontare - anche perchè nel romanzo di Morrell il protagonista muore, mentre lo stesso Stallone si battè per non far morire il suo personaggio al termine del primo film, poi il resto è storia. Forse sono un po' in ritardo sulla tabella di marcia, dato che solamente fra nove giorni uscirà l'ultimo film della saga al cinema, per questo motivo è giusto iniziare questo speciale il prima possibile, in modo da arrivare preparati alla visione. "Rambo", in originale "First Blood" proprio come il titolo del romanzo, è stato forse uno dei film dalla lavorazione più travagliata della storia del cinema, diverse sono state le scelte di registi cambiati più e più volte in corsa, così come per quanto riguarda l'attore protagonista. Una volta scelta poi la figura di Sylvester Stallone", che sei anni prima era diventato un'icona per l'interpretazione in "Rocky", l'attore ha cominciato a mettere un po' le cose in chiaro con la produzione, riscrivendo più volte lo script e cambiando spesso e volentieri le carte in tavola per quel che riguarda il personaggio che avrebbe dovuto interpretare.
John Rambo è un veterano della guerra del Vietnam facente parte delle Forze Speciali, insignito della Medal of Honor. Nel 1981, egli si trova a Hope, per andare a trovare uno dei suoi ex commilitoni, Delmar Berry, ma la madre di lui gli comunicherà che il ragazzo è morto di cancro a causa dell'esposizione all'Agente Arancio in Vietnam. Resosi conto di essere ormai rimasto l'ultimo membro del suo gruppo, cercherà di entrare nella cittadina di Hope, ma una volta lì verrà fermato da Will Teasle, sceriffo della città interpretato da Brian Dennehy che, volutamente, lo tratta come un vagabondo a causa dei suoi capelli lunghi e degli stracci che indossa come vestiti. Affamato e consapevole di essere vittima di un'ingiustizia, John Rambo tenterà di entrare nuovamente nella cittadina, ma verrà definitivamente arrestato per vagabondaggio. Portato in prigione, John Rambo, sotto la complicità dello sceriffo, subirà diverse angherie, che gli riporteranno alla mente il suo passato in Vietnam e le torture da lui subite, risvegliando il guerriero che c'è in lui: ribellatosi, Rambo riuscirà a fuggire rifugiandosi nei boschi e da lì partirà un lungo inseguimento che, complice anche la morte del poliziotto Arthur Galt, amico di Teasle, inizierà una caccia all'uomo di grandi proporzioni attraverso i boschi, in cui le forze di polizia non riusciranno a far fronte all'addestramento di Rambo e che assumerà presto le dimensioni di una lotta personale tra lo stesso John Rambo e Will Teasle. Per aiutare le forze di polizia e per far ragionare Rambo interverrà il colonnello Samuel Trautman, interpretato da Richard Crenna, che si era occupato del suo addestramento e che è stato mandato dall'esercito per fare in modo che le forze di polizia non soccombano.
Dei quattro film finora usciti della saga di "Rambo", l'unico che non ricordo affatto bene e ricordo non mi fosse piaciuto particolarmente è stato "Rambo III", mentre per quanto riguarda tutti gli altri conservo, grosso modo, un ricordo abbastanza positivo, mentre positivissimo era e così è rimasto al termine della visione per poter scrivere qualcosa di sensato su queste pagine quello che mi legava al primo film della saga: mentre infatti per quanto riguarda le pellicole successive stiamo parlando più che altro di un action in cui si fa della guerriglia il filo conduttore delle vicende e in cui il nostro protagonista è quasi un supereroe, qui siamo davanti ad un film che, dietro ad una scorza da film d'azione, nasconde un messaggio piuttosto serio sulla condizione dei reduci della guerra del Vietnam, a partire da coloro che, pur sopravvissuti, sono morti poco dopo per malattie causate dagli agenti chimici utilizzati, fino ad arrivare a come molti di essi venivano trattati una volta tornati in patria, con le persone che, non approvando quella guerra, non accoglievano i propri reduci come degli eroi, quanto più che altro come degli assassini. Tant'è che "Rambo", per quanto mi riguarda, è un film serissimo che parla in maniera non tanto pesante del disturbo post traumatico da stress e di come una persona perseguitata per dei motivi inspiegabili reagisca a questa condizione psicologica, isolandosi e combattendo per la sua libertà. Il finale poi, fortemente voluto da Sylvester Stallone, in cui al personaggio di John Rambo viene restituita in un colpo solo tutta la sua umanità racchiude in sè tutto ciò che il film vuole trasmettere, con alcune differenze rispetto al romanzo che comunque mantiene gli stessi intenti, ma con uno svolgimento a tratti abbastanza diverso. Dietro a tanta serietà però c'è anche la componente da film action che la fa da padrona: le varie trappole preparate nel bosco da John Rambo, le sparatorie, le frasi ad effetto - "Non sono qui per salvare lui da voi, ma per salvare voi da lui", oppure "Potevo ucciderli tutti, potevo uccidere anche te. In città sei tu la legge, qui sono io. Lascia perdere. Lasciami stare o scateno una guerra che non te la sogni neppure. Lasciami stare, lasciami stare." - e una tensione che cresce con il passare dei minuti contribuiscono a dare a "Rambo" un'aura di epicità che è rimasta intatta nel corso dei quasi quarant'anni passati dall'uscita della pellicola.
Avendo tempo fa letto anche il romanzo da cui il film è tratto, non posso non rimarcare alcune differenze, anche abbastanza importanti, con lo scritto di David Morrell: una di queste è un omissis del film, che non ci spiega bene per quale motivo Will Teasle abbia tanto risentimento per John Rambo. Egli è infatti un reduce della Guerra di Corea, insignito anch'egli della medaglia al valore, ma in seguito alla guerra del Vietnam la Guerra di Corea viene detta la guerra "dimenticata", in quanto quella del Vietnam ebbe molta più risonanza a livello mediatico, per tutte le conseguenze che si era portata dietro. Una motivazione che rende sicuramente più giustificato tanto odio da parte di Teasle, così come interessante è stata la volontà di Stallone di rendere il suo personaggio molto più umano rispetto a quello del romanzo: innanzitutto nella versione letteraria mi pare di ricordare che Rambo non avesse un nome proprio, mentre nel film il protagonista non uccide di suo pugno nessuno dei suoi nemici - mentre nel libro uccide Teasle venendo ucciso dal colonnello Trautman - e l'unica persona morta all'interno del film muore in seguito ad un incidente causato da un sasso lanciato contro l'elicottero su cui volava Arthur Galt.
Prepariamoci dunque, manca poco alla fine delle vicende che riguardano il personaggio di John Rambo, ma qui lo spettacolo è appena iniziato, con questo grande cult del cinema d'azione che si rivela essere un film molto più serio a livello di tematiche di quanto si possa pensare all'apparenza e che grazie al modo in cui il protagonista è stato ricostruito per il grande schermo, è riuscito a far diventare Stallone uno dei pochi attori a poter dire di aver interpretato, nella sua carriera, ben due vere e proprie icone del cinema d'azione come Rambo e Rocky.



In occasione dell'uscita dell'ultimo film della saga, hanno scritto meglio di me di questo film anche Cassidy del blog "La bara volante" - che è anche più avanti di me nello speciale a lui dedicato.

lunedì 16 settembre 2019

Let Her Out di Cody Calahan (2016)



Canada 2016
Titolo Originale: Let Her Out
Regia: Cody Calahan
Sceneggiatura: Cody Calahan
Durata: 89 minuti
Genere: Horror


Nel corso di questi ultimi anni la Midnight Factory, casa di distribuzione italiana specializzata in particolare in cinema horror e thriller, sta portando nel nostro paese una grande quantità di film, sia al cinema sia direttamente in home video, soprattutto per quanto riguarda quegli horror indipendenti che hanno avuto una scarsa distribuzione anche nel resto del mondo. Come al solito, quando la quantità è alta, è anche alto il rischio di trovare qualche sola, ma devo dire che raramente, per quanto riguarda i film che ho visto da parte di quella casa di distribuzione, mi sono trovato insoddisfatto. Ho deciso dunque, come consigliato sulla rete da vari youtuber che seguo, di guardare "Let Her Out", horror del 2016 distribuito proprio dalla Midnight Factory scritto e diretto da Cody Calahan, regista canadese conosciuto per un altro film distribuito dalla stessa casa di distribuzione, "Antisocial" - che prima o poi vorrò vedere, visti i vari buoni consigli che ne ho letto in giro. Protagonista assoluta della pellicola è Helen interpretata da Alanna LaVierge e il film si ispira ad una sindrome teorica di cui non avevo mai sentito parlare, quella del gemello scomparso, di cui soffrirebbero quegli individui che nell'utero materno avrebbero convissuto, anche solo per un breve periodo, con un gemello, poi morto o in qualche modo riassorbitosi o entrato a far parte del corpo della persona nata. Una sindrome della quale parrebbe non esserci nessuna evidenza scientifica e per la quale, se ne voleste sapere di più, Google potrebbe fare al caso vostro.
Dopo essere stata vittima di un grave incidente, Helen comincia ad avere grandi amnesie e allucinazioni e ad essere perseguitata da visioni di una persona, identica a lei, ma malvagia. Dopo una visita neurologica la ragazza scopre che tali visioni sono provocate da un tumore benigno al cervello, causato dalla presenza nel suo corpo di un residuo di un gemello morto nell'utero materno e poi assorbito dal suo corpo. Il periodo precedente all'asportazione del tumore dal suo cervello diventa però per lei un incubo in cui le amnesie e le visioni si intensificheranno in maniera sempre più terrificante, portandola anche ad avere problemi con la sua migliore amica Molly, interpretata da Nina Kiri.
Al termine della visione i miei sentimenti verso questa pellicola sono stati piuttosto contrastanti, anche se un senso di soddisfazione alla fine e di disturbo per tutta la durata del film mi hanno pervaso. La prima parte della pellicola devo dire che non mi ha convinto particolarmente: dopo aver visto l'incidente della protagonista veniamo subito catapultati in quello che è il problema creato da questo incidente, visioni che perseguitano la ragazza e un'atmosfera che non si discosta poi molto da quelle a cui purtroppo ci stanno abituando moltissimi horror moderni, con tutta una serie di jump-scare e di sussurri che altro non fanno che dare un po' di fastidio e nulla di più. Nella prima parte si vede un po' l'influenza degli horror giapponesi, però di quelli poi non così tanto riusciti. Nella seconda parte invece, più o meno da quando la protagonista scopre a cosa siano dovute queste visioni, il film si trasforma e sale abbastanza di livello, diventando un horror psicologico in cui la gemella scomparsa della protagonista comincia a prendere il sopravvento e a diventare come una sorta di seconda personalità e a volersi in qualche modo liberare anche di Molly, che le è sempre stata accanto. Arrivando ad un finale sconvolgente, con chiare influenze prese direttamente dal body horror di cui era maestro Cronenberg, il film alza man mano il livello della tensione, tenendo lo spettatore incollato allo schermo fino alla risoluzione finale della vicenda.
Film non riuscito completamente questo "Let Her Out", soprattutto per una prima parte per nulla convincente a cui succede una seconda decisamente migliore e più interessante, ma in grado di farsi ricordare e di sconvolgere i suoi spettatori, ma che comunque riesce a dimostrare come spesso e volentieri, con delle buone idee e non molti soldi, si possano fare dei film di qualità, anche se altrettante volte vengono un po' maltrattati dalla distribuzione internazionale. In patria il film è stato prodotto da Black Fawn Films, che in questi ultimi anni sta un po' seguendo quella che era la filosofia della Hammer - prometto che prima o poi terminerò il mio speciale, quando riuscirò a procurarmi i cinque film che mi mancano! -, producendo film con pochi soldi e qualche buona idea che, si spera, non cominceranno a riciclare all'infinito come fece all'epoca la nota casa di produzione britannica.

Voto: 6,5

venerdì 13 settembre 2019

Secret Obsession di Peter Sullivan (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Secret Obsession
Sceneggiatura: Kraig Wenman, Peter Sullivan
Durata: 97 minuti
Genere: Thriller


Netflix in quanto a pubblicità è sempre abbastanza brava e io, notoriamente, davanti a queste cose sono proprio un bell'allocco e ci casco quasi sempre. I loro banneroni e i loro trailer spesso e volentieri riescono ad intrigarmi, sarebbero capaci di fare un bel trailer anche su un film bruttissimo e mi capita spessissimo di rimanere invischiato nella visione di un film originale Netflix che poi a conti fatti si rivela deludente e soprattutto poco originale a livello di script. Il film di cui vi sto per parlare oggi è proprio uno di quelli appartenenti a quella categoria, "Secret Obsession diretto da Peter Sullivan, regista americano non particolarmente conosciuto qui in Italia, che nella sua carriera ha diretto principalmente qualche cortometraggio, prima di questa pellicola. I protagonisti del film sono Jennifer Allen, interpretata da Brenda Song, attrice statunitense di origini cinesi che abbiamo visto quasi dieci anni fa in "The Social Network", e Russell, interpretato da Mike Vogel, visto in "The Help" e in "Cloverfield".
Jennifer è una ragazza che si trova in una stazione di servizio e in una notte di pioggia sta scappando da un uomo armato di un coltello che la sta seguendo per ucciderla. Durante la fuga, la giovane viene investita da un'auto e ricoverata in gravi condizioni. Al suo risveglio si scopre che Jennifer ha quasi completamente perso la memoria Una volta ricoverata la donna, si presenterà in ospedale Russell Williams, che affermerà di essere suo marito e di poterla aiutare a ritrovare la memoria perduta. Una volta dimessa, infatti, la donna verrà portata da Russell a casa sua e i due cominceranno la loro nuova vita insieme, come marito e moglie. Poco tempo dopo le dimissioni dall'ospedale Jennifer comincia anche ad avere dei flash sul suo assalitore, mentre nel frattempo le indagini sull'incidente portano alla scoperta della morte dei genitori, uccisi in maniera violenta.
Se dal trailer visto su Netflix il film sembrava poter essere un thriller abbastanza intrigante e teso, il risultato finale è che, fondamentalmente, ho avuto modo di vedere uno dei thriller più prevedibili che abbia mai visto in vita mia. Ho avuto modo a più riprese di dire quanto io, quando guardo un thriller, mi ritenga abbastanza stupido riguardo la sua soluzione finale che, spesso e volentieri, si rivela essere diversa dalle mie previsioni, il finale di questo film è intuibile soltanto leggendo la trama: diciamo che se, leggendola, avete pensato a quale possa essere il mistero legato a quella donna e ai suoi ricordi ormai andati, beh, al novantanove per cento il finale che avete pensato è quello giusto, perchè basta avere visto più di due o tre film in vita propria per poterlo prevedere. Vien da sè che, essendo già praticamente sicuro di come la pellicola sarebbe andata a finire e visto che l'andamento che stava prendendo continuava a confermare quella che era la mia teoria, l'interesse verso la narrazione sia scemato praticamente già a metà visione. Se a ciò aggiungiamo che la regia di Peter Sullivan non mostra alcun elemento di rilievo, rendendosi il più possibile piatta, anonima e televisiva nel senso più negativo del termine, vien da sè che, per l'ennesima volta, Netflix abbia ciccato completamente riguardo la produzione di un film originale. Il risultato finale è dunque una pellicola insipida, prevedibile e inutile, che nulla aggiunge nella mente di un appassionato di cinema e che di certo continua a non dare lustro alle produzioni originali - per quanto riguarda i film - della famosa piattaforma di streaming.

Voto: 4

giovedì 12 settembre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Nove sono i film in uscita in questo weekend e dopo una settimana poco interessante, ma quanto meno con un'uscita di grido come "It - Capitolo 2" ne arriva un'altra un po' sottotono, con sì un paio di uscite potenzialmente interessanti, ma nessuna di queste mi ispira così tanto. Sarà difficile dunque scegliere quale film andare a vedere al cinema in questo weekend.


Tolkien di Dome Karukoski

Film che ho già avuto modo di vedere in aereo durante il viaggio che da Monaco di Baviera mi portava ad Osaka e che ho anche già recensito su questo blog. Interessante sicuramente per i fan dello scrittore, bene le interpretazioni dei protagonisti. Se volete saperne di più potete passare dalla recensione che ho scritto tornato in Italia!


Vox Lux di Brady Corbet


Quando c'è Natalie Portman con me si inizia a fare sul serio. Per questo motivo "Vox Lux", già passato da qualche tempo nel mondo del web e della blogosfera, mi interessa particolarmente. A detta di molti un gioiello, a detta di altri non un film memorabile presentato a Venezia lo scorso anno.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Angry Birds 2: Non ho visto nemmeno il primo e non sono nemmeno particolarmente fan del franchise di giochi per smartphone collegata. Quindi penso che me lo salterò senza problemi.
E poi c'è Katherine: Commedia statunitense con Emma Thompson che non mi ispira particolarmente.
Good Boys - Quei cattivi ragazzi: Questa invece potrebbe rivelarsi una commedia parecchio interessante, con un cast di giovanissimi, potrebbe essere il film adatto per farmi tornare un po' indietro nel tempo.
Grandi bugie tra amici: Seguito del film francese del 2010 "Piccole bugie tra amici", che non ho mai visto ma vorrei farlo da un po' di tempo, magari potrei vedermeli entrambi.
La vita invisibile di Eurídice Gusmão: Presentato quest'anno a Cannes e con un voto particolarmente alto da parte della critica e del pubblico, mi dà un po' l'impressione di essere un film troppo impegnativo per il periodo in cui la vita riprende ad andare alla velocità normale.
Strange but True: Un trailer che mi ispira parecchio per un film post-adolescenziale che potrei vedere anche piacevolmente.
Tutta un'altra vita: Ai film con Enrico Brignano preferisco quasi i cinepanettoni, il che fa capire quanto abbia voglia di vedere questo film.