sabato 30 maggio 2020

LE SERIE TV DI MAGGIO

Siamo arrivati a quello che è diventato un po' l'appuntamento fisso di ogni fine mese, quello con il riassunto di tutte le serie che ho avuto modo di vedere nel corso di Maggio. Anche in questo caso, il numero è decisamente aumentato, semplicemente perchè, lavorando da casa e stando a casa quasi tutte le sere della settimana ho delle ore in più da dedicare alle serie televisive, ed ecco che questo mese sono ben sei quelle di cui vi devo parlare. Ora però basta introduzioni e andiamo, una ad una, a vedere quali sono!


Ozark - Stagione 3

Episodi: 10
Creatore: Bill Dubuque, Mark Williams
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Jason Bateman, Laura Linney, Sofia Hublitz, Skylar Gaertner, Julia Garner, Lisa Emery, Charlie Tahan, Janet McTeer, Tom Pelphrey, Jessica Francis Dukes
Genere: Thriller, Drammatico

Le prime due stagioni di "Ozark", che da qualche maligno - che comunque non aveva del tutto torto - lo aveva definito il "Breaking Bad" dei poveri - non aveva tortissimo sul "Breaking Bad", sul "dei poveri" magari ricacciarselo in gola fino a farlo arrivare all'esofago sarebbe meglio -, mi erano abbastanza piaciute, ma, detto sinceramente, mai avrei pensato che le storie di Marty e di Wendy Byrde potessero salire così tanto di livello. Con questa terza stagione, complice anche l'ingresso nel cast di Tom Pelphrey ad interpretare Ben, il fratello schizofrenico di Wendy, il livello si è alzato in maniera incredibile, ci troviamo davanti ad una stagione piena di ribaltamenti di fronte, di colpi di scena pazzeschi e di momenti ad altissima tensione in cui le dinamiche che faticosamente i protagonisti avevano messo in piedi per sopravvivere nel mondo criminale, cercando di mantenere un'immagine pubblica da buona famiglia, vengono messe estremamente a rischio dall'entrata in gioco di diversi pericoli collaterali, non ultimo proprio Ben, che sarà per loro fonte di non pochi problemi. Dopo questa terza stagione, in cui "Ozark" ha raggiunto il suo punto più alto - anche se spero possa ancora migliorare - continuo a considerare la serie come ingiustamente sottovalutata dal pubblico, che dovrebbe dargli più di un'opportunità e magari guardarla con un filo più di attenzione.

Voto: 8


Young Sheldon - Stagione 3

Episodi: 21
Creatore: Chuck Lorre, Steven Molaro
Rete Americana: CBS
Rete Italiana: Infinity TV
Cast: Iain Armitage, Zoe Perry, Lance Barber, Montana Jordan, Raegan Revord, Annie Potts, Matt Hobby
Genere: Commedia

Orfano di "The Big Bang Theory" - anche se nelle ultime stagioni avevo un po' iniziato a soffrirlo particolarmente, complice anche il mio rifiuto verso quelle serie che ti suggeriscono quando ridere, tipiche di un certo pubblico americano che con la propria testa non saprebbe quando farlo probabilmente - non so ancora se, dopo tre stagioni, potrei rinunciare alla visione di "Young Sheldon", che ci racconta la giovinezza e i disagi di Sheldon Cooper quando era bambino, prima che diventasse lo strampalato personaggio che tutti conosciamo. Non è un capolavoro di serie, non è certo imprescindibile, ma i ventuno episodi che compongono questa stagione me li sono divorati con una certa velocità e devo dire che li ho anche trovati uno più divertente dell'altro, perchè sanno mescolare comicità demenziale con comicità intelligente, ma anche con un po' di amarezza per come il protagonista vive i suoi disagi. Inoltre, dopo tre stagioni, continuo ad apprezzare il fatto che non sia un vero e proprio one man show su Sheldon, ma in ogni episodio anche gli altri personaggi della famiglia acquisiscono una certa importanza, tanto che in questa stagione ho seriamente adorato tutti gli episodi incentrati su Missy, la sorella gemella di Sheldon. Insomma, tra molte risate e qualche momento commovente anche "Young Sheldon" è riuscita a ritagliarsi il giusto spazio tra le serie TV viste nel mese di Maggio.

Voto: 6,5


Altered Carbon - Stagione 2

Episodi: 8
Creatore: Laeta Kalogridis
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Anthony Mackie, Chris Conner, Dichen Lachman, Ato Essandoh, Lela Loren, Simone Missick, Dina Shihabi, Torben Liebrecht
Genere: Fantascienza

Non sono stati in molti ad aver apprezzato la prima stagione di "Altered Carbon", ma io sono decisamente tra quei pochi, mi era proprio piaciuta molto. Non avendo letto il romanzo da cui è tratta non sapevo bene cosa aspettarmi da questa seconda stagione, che probabilmente non si sarebbe neanche dovuta fare a dirla tutta, ma apprezzavo il fatto che, un po' come in "Doctor Who", il pretesto narrativo di partenza permette cambi di attore in corsa per il protagonista - ma in realtà proprio per qualsiasi personaggio - che possono dare nuova linfa allo show. Qui il cambio di attore ha fatto più male che altro, se devo essere sincero. Innanzitutto non mi è piaciuto lui come interprete, tanto da non far trasmettere al personaggio di Takeshi lo stesso carisma che invece mostrava il da tanti additato come inespressivo Joel Kinnaman. La storia poi mi è parso che volesse inutilmente complicarsi, arrovellandosi un po' troppo su se stessa e andando verso lidi narrativi che non sono proprio riuscito a comprendere a fondo. Inoltre, l'antagonista principale di questa stagione, interpretata da Lela Loren - che funziona benissimo nel ruolo della sexy procuratrice federale in "Power", ma qui decisamente meno - non ha nemmeno l'unghia del carisma di James Purefoy, attore che non mi ha mai fatto impazzire, ma che nella prima stagione di questa serie a volte riusciva a mangiarsi letteralmente la scena.

Voto: 5


Good Omens

Episodi: 6
Creatore: Neil Gaiman
Rete Britannica: Amazon Prime Video
Rete Italiana: Amazon Prime Video
Cast: Michael Sheen, David Tennant, Anna Maxwell Martin, Jon Hamm, Josie Lawrence, Adria Arjona, Michael McKean, Jack Whitehall, Miranda Richardson
Genere: Fantasy, Commedia

Per quanto riguarda la mensilità che si sta per concludere "Ozark" sembrava avere vita facile come vincitrice dell'inesistente premio di serie del mese, ma le toccherà giocarsela con "Good Omens", miniserie britannica in sei puntate tratta dal romanzo "Buon Apocalisse a tutti" di Terry Pratchett e Neil "American God" Gaiman, che parla di un angelo e di un demone che si alleano nel tentativo di fermare l'imminente Apocalisse. Senza stare troppo a raccontare la trama ecco le mie brevi considerazioni: Michael Sheen, David Tennant e Jon Hamm nella stessa serie sono un vero e proprio sogno; quando con me si parla di angeli, demoni e fine del mondo è come portarmi ad una fiera di birre artigianali, difficilmente mi rifiuterò; la colonna sonora pesca dalla musica rock e hard rock britannica e non potrebbe essere nulla di meglio, soprattutto se c'è una scena di una macchina infuocata che sfreccia per la strada con in sottofondo il bridge di "Bohemian Rhapsody", il Paradiso proprio. Al suo interno inoltre ci sono alcune scene seriamente divertentissime, su tutte ho sputato i polmoni nella puntata in cui viene introdotto il periodo della caccia alle streghe e i loro discendenti di oggi, risate assicurate. Insomma, "Good Omens" è sicuramente una delle serie più carine e divertenti che abbia potuto vedere in questi mesi, inutile negarlo.

Voto: 8


Sons of Anarchy - Stagione 5

Creatore: Kurt Sutter
Episodi: 13
Rete Americana: FX
Rete Italiana: FX
Cast: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Mark Boone Jr., Kim Coates, Tommy Flanagan, Johnny Lewis, Maggie Siff, Ron Perlman, Ryan Hurst, William Lucking, Theo Rossi
Genere: Drammatico, Azione

Quando le serie TV si fanno lunghe lunghe e quando le guardi tutte d'un fiato - anche se io alla fine sono in ballo praticamente dall'inizio dell'anno con "Sons of Anarchy" - c'è sempre quella stagione che ti convince di meno delle altre e questa stagione, a parte la prima in cui la storia era ancora in fase di rodaggio, per ora è quella che mi ha convinto di meno. Ovvio che il mio ragionamento è abbastanza relativo, tanto che "Sons of Anarchy" veniva da due stagioni letteralmente stupende delle quali non saprei assolutamente scegliere la preferita. Questa quinta stagione mi è parsa un po' quella delle situazioni irrisolte e dopo una partenza folgorante con la morte di Opie non sono riuscito a trovare in Pope un antagonista soddisfacente, così come la questione di Galindo e la sua appartenenza alla CIA non mi è sembrato fosse stata sviluppata particolarmente bene e viene liquidata in maniera non proprio ortodossa. Continuano però a funzionare i conflitti interni al club, con Clay che miracolosamente si ritrova ancora vivo dopo una serie di votazioni sul suo destino e i rapporti tra Jax e Tara che cominciano piano piano ad incrinarsi. Mi è poi piaciuto l'ingresso in scena del personaggio di Nero Padilla, uno che cerca in tutti i modi di stare lontano dalla criminalità, ma che, in qualche modo, ha un collegamento a doppio filo con essa.

Voto: 7,5


Doctor Who - Stagione 6

Episodi: 13
Rete Inglese: BBC One
Rete Italiana: Rai 4
Cast: Matt Smith, Karen Gillan
Genere: Fantascienza

Con "Doctor Who" invece continuo ad andare piuttosto lento, anche se devo dire che questa sesta stagione mi è piaciuta parecchio, perchè finalmente ci troviamo davanti ad una trama orizzontale di stagione veramente interessante, che si mescola perfettamente con le storie delle singole puntate, portando avanti la psicologia dei vari personaggi e dando a tutti un vero e proprio obiettivo. Sconvolgenti entrambi i colpi di scena legati a Amy Pond - con una Karen Gillan che mi fa letteralmente impazzire quando dice "My name is Pond, Amy Pond" -, mentre molto bello è lo sviluppo della storia di River Song e di come sia legata indissolubilmente a quello che si prospetta essere il destino del Dottore da come ci viene mostrato nel primissimo episodio fino a come viene poi risolto nel corso dell'ultimo. Insomma, ancora una volta le vicende del Dottore sono riusciti a coinvolgermi dall'inizio alla fine della stagione, senza particolari problemi o senza particolari difetti di sorta.

Voto: 7,5

giovedì 28 maggio 2020

Color Out of Space di Richard Stanley (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Color Out of Space
Sceneggiatura: Richard Stanley, Scarlett Amaris
Durata: 111 minuti
Genere: Horror


Fin dall'annuncio dell'uscita di "Color Out of Space", film tratto dall'omonimo racconto di H. P. Lovecraft, uno degli autori di storie thriller e horror più influenti della storia della letteratura, ero convinto che avrei dovuto vedere questo film, speravo in realtà di poterlo vedere in sala, ma la cosa purtroppo non è stata possibile, un po' perchè non si è mai saputo quando sarebbe uscita nei cinema italiani e un po' perchè ora i cinema sono proprio chiusi, e riapriranno tra circa tre settimane - e chissà quanta gente ci andrà quando torneranno attivi, io personalmente penso che ci proverei se garantiranno le dovute misure di sicurezza. Buona parte della curiosità legata al film, di cui conosco abbastanza la storia avendola letta qualche anno fa, anche se non la ricordo a menadito, era dovuta alla presenza nel cast, nel ruolo del protagonista, di Nicolas Cage, attore con cui ho un intensissimo rapporto di amore e odio, amore quando interpreta personaggi estremamente sopra le righe in film talmente brutti da fare il giro, odio per quando interpreta male personaggi in film che si prendono sul serio, non risultando tanto brutti da essere apprezzati. Insomma, Nicolas Cage è uno di quegli attori che accetta qualsiasi ruolo, salvo poi non venire quasi mai valorizzato nella giusta maniera e finire per essere davvero poche le pellicole in cui la sua performance recitativa si faccia ricordare in positivo. La regia è di Richard Stanley, pochi film all'attivo e per lo più sconosciuti, mentre nel cast abbiamo anche Joely Richardson e Elliot Knight.
La famiglia Gardner non da molto tempo abita in una remota fattoria nel New England, trasferitasi lì perchè stanchi della frenesia del ventunesimo secolo. Stanno provando, chi con più impegno, chi meno - soprattutto i figli - ad adattarsi alla loro nuova vita, quando all'improvviso un meteorite si schianta davanti alla loro casa, fondendosi con il suolo. Il meteorite emette un colore extraterrestre, di una tonalità mai vista sulla faccia della Terra e le sostanze che sprigiona o la presenza dello stesso colore fanno in qualche modo impazzire la natura circostante: gli animali cominciano ad impazzire e a comportarsi in un modo piuttosto strano ed aggressivo, mentre frutta e verdura diventano incredibilmente più grosse rispetto al normale, risultando però immangiabili. Presto anche le persone non saranno immuni alla pazzia provocata dal meteorite e la famiglia Gardner, che è quella più vicina al luogo in cui è caduto il meteorite, sarà quella che ne risentirà particolarmente.
Convinto, dopo la visione di "Color Out of Space", di aver visto davvero un gran bel film, i veri peccati di questa visione sono fondamentalmente il fatto di non aver potuto vederlo al cinema - perchè per come è diretto avrebbe seriamente meritato -, ma soprattutto il fatto di non aver potuto vedere al cinema quello che è forse il miglior Nicolas Cage da una decina di anni a questa parte, che fa il paio giusto con quello di "Mandy", dove però essere fuori dalle righe è più nelle sue corde, mentre nel caso di questo film la sua interpretazione è più convenzionale, ma estremamente diversa da ciò a cui l'attore ci ha abituato. Dal punto di vista del ritmo narrativo il film si prende i suoi tempi, non siamo certo davanti ad una di quelle pellicole che scorre via velocemente e in cui succedono un milione di cose nel giro di pochi minuti, ma ogni scena è ben contestualizzata e soprattutto è diretta in maniera certosina, con la massima precisione. Difficile, ovviamente, rendere su schermo l'idea di un colore venuto dallo spazio, un colore che non esiste e che nessuno possa avere visto, ma Richard Stanley ci riesce alla grande, dando a questo colore una tonalità tra il rosa shocking e il porpora, talmente accesa che quasi stavo per impazzire io nel guardarlo, considerando che non sono particolarmente fan dei colori accesi.
Va da sè che la visione di "Color Out of Space" sia quella di uno dei film horror migliori che ho avuto dall'inizio dell'anno - e c'è da dire che, anche tra le uscite più commerciali, non c'è stato niente male da quel punto di vista - ma soprattutto uno di quei film in cui la tensione si sente dall'inizio fino alla fine della visione e, soprattutto, viene tenuta sempre a livelli piuttosto alti. Non mancano poi, cosa che tra l'altro mi aspettavo, scene particolarmente scioccanti, come quella in cui madre e figlio vengono fusi insieme dopo essere entrati in contatto con le radiazioni emesse dal meteorite, ma ce ne sono tante altre in cui seriamente il gore e il terrore prendono il sopravvento, perchè Richard Stanley sa bene come costruire l'atmosfera adatta per raccontare questa storia. Nell'eventualità che il film esca nei cinema una volta che riapriranno, mi riprometto di riprovare ad andarlo a vedere in sala perchè sono abbastanza sicuro che potrebbe meritare per davvero, nel frattempo però mi sono goduto la visione di un horror davvero validissimo, in cui chi ci ha lavorato ben sapeva come creare la giusta atmosfera e la giusta tensione.

Voto: 8

martedì 26 maggio 2020

The Grudge 3 di Toby Wilkins (2009)



USA, Giappone 2009
Titolo Originale: The Grudge 3
Regia: Toby Wilkins
Sceneggiatura: Brad Keene
Durata: 92 minuti
Genere: Horror





Siamo arrivati quasi alla conclusione di questo speciale dedicato alla saga di "Ju-on" e, dopo aver visto i quattro film originali giapponesi, e i due film statunitensi diretti sempre da Takashi Shimizu - in un'operazione che non sono mai riuscito a capire a fondo se devo essere sincero - ho deciso di prendere un attimo di pausa da questo speciale prima di guardare "The Grudge 3" - film uscito direttamente in home video nel 2009 di cui vi parlerò oggi - e "The Grudge", il remake uscito nei cinema poco prima del lockdown e che non sono riuscito ad andare a vedere al cinema perchè qui in Lombardia le sale hanno chiuso un paio di settimane prima della chiusura in tutta Italia, ma che ora è disponibile sui vari servizi di streaming. Siamo però qui per parlare di "The Grudge 3", terzo capitolo della saga statunitense in cui per la prima volta non abbiamo alla regia Takashi Shimizu, che ha creato la storia originale in Giappone per poi portarla negli Stati Uniti, ma abbiamo Toby Wilkins, uno a cui questo film deve aver fatto una tra le seguenti due cose: o gli ha affossato la carriera, che già di suo contava pochissimi film e cortometraggi, per lo più sconosciuti, oppure gli ha fatto capire che il cinema non era per lui e ha deciso di arrendersi. Dal punto di vista del cast abbiamo un paio di attori che poi ho visto negli anni successivi in serie adolescenziali varie, tra cui sicuramente ho riconosciuto Beau Mirchoff, ma anche e soprattutto Shawnee Smith, che nel cast è sicuramente quella che già aveva una carriera più che ben avviata avendo partecipato a un sacco di film e a un sacco di episodi di serie televisive.
Jake, dopo la morte di tutta la sua famiglia nel condominio di Chicago, è l'unico sopravvissuto alla maledizione di Kayako e viene portato in un ospedale psichiatrico sotto le cure della dottoressa Sullivan. Una notte il ragazzino muore mentre è solo nella sua stanza e viene ritrovato con tutte le ossa spezzate, condizione che convincerà la dottoressa a indagare sulla morte di tutte le altre persone collegate alla maledizione. Dopo la morte del ragazzino la scena si sposta poi in Giappone, dove conosciamo Naoko, sorella di Kayako rimasta inspiegabilmente in disparte per ben sette film, che decide di partire per Chicago, prendendo in affitto un appartamento nel condominio infestato dallo spirito della sorella perchè è a conoscenza di un modo per fermare la maledizione. All'interno dello stesso condominio vivono anche Lisa, ilk fratello Max e la sorella Rose che vengono toccati dalla maledizione che, quasi come un virus, è sempre più difficile da contenere.
Un po' per vari impegni, un po' perchè questo era il capitolo che avevo più paura di vedere - paura di annoiarmi e di incazzarmi a dire la verità - ho messo la rassegna dedicata a "Ju-on" in pausa per più di un mese, ma, avendo altre idee in cantiere e uno speciale appena cominciato e che durerà sicuramente per molto tempo - del quale comunque sembra non fregare a nessuno - devo chiudere con questa storia e farmi coraggio per vedere gli ultimi due film dell'intera saga. Una paura che, al termine della visione, ho ben capito il perchè si fosse manifestata, tanto da fermarmi per più di un mese: già il fatto che "The Grudge 3" fosse stato distribuito direttamente per l'home video mi aveva fatto suonare un campanello d'allarme, che poi è stato in qualche modo confermato dalla visione e per cui le mie considerazioni sulla carriera di Toby Wilkins rimangono entrambe valide: insomma, voglio pensare che abbia capito da sè che il cinema non è per lui, ma la mia fiducia verso l'umanità è molto bassa, quindi spero che qualcuno abbia pensato bene di affossarlo. Siamo davanti ad un film televisivo, artigianale al massimo, in cui la trama è ripetitiva da morire e prende a piene mani dai film precedenti, senza elaborare nulla di nuovo, se non una sorella di Kayako che ciccia fuori dal nulla dopo sette film senza un'apparente spiegazione, per togliere alla maledizione di Kayako tutto il fascino che aveva assunto nei primi quattro film della saga giapponese. Poi sono arrivati gli statunitensi che hanno deciso che il loro popolo non avrebbe accettato film senza spiegazioni.
Insomma, "The Grudge 3" è un film maligno, di quelli che un'ora dopo averlo guardato muori, ma non per la maledizione di "The Ring", di quelli che mentre li guardi vomiti, ma non il vomito verde che aveva nel gargaroz la bambina de "L'esorcista". É semplicemente un film che non sarebbe dovuto esistere e che invece esiste solo per non fare paura e per qualche jump scare buttato a caso tra una scena e l'altra. Di buono, di davvero buono, c'è che l'attrice che interpreta Naoko, interpretata da Emi Ikehata, è proprio qualcosa di seriamente bello da guardare. Per il resto, null'altro.

lunedì 25 maggio 2020

Figli di Giuseppe Bonito (2020)

Italia 2020
Titolo Originale: Figli
Sceneggiatura: Mattia Torre
Durata: 97 minuti
Genere: Commedia


Non essendo riuscito ad andarlo a vedere al cinema prima del lockdown, ma avendone letto piuttosto bene dalla critica e sentitone parlare abbastanza bene dalle persone con cui gestisco il Cineforum a Vimodrone, ho dovuto attendere che Sky e di conseguenza anche Now TV dopo, mandasse in onda "Figli", film di Giuseppe Bonito, al suo secondo film da regista dopo "Pulce non c'è", di cui sinceramente non avevo nemmeno mai sentito parlare, scritto da Mattia Torre, regista e sceneggiatore morto alla fine del 2019 a soli quarantasette anni dopo una lunga malattia. I protagonisti di "Figli" sono due genitori interpretati da Valerio Mastandrea e da Paola Cortellesi, due attori che mediamente apprezzo abbastanza e dei quali buona parte dei film che ho visto mi sono piaciuti, quali più e quali meno, mentre fanno anche qualche comparsata Stefano Fresi, sempre più apprezzato da queste parti per il suo modo di fare in praticamente tutti i film recenti a cui ha partecipato, e Paolo Calabresi, in ruoli piuttosto secondari. Come al solito, quando si tratta di commedie italiane, ho qualche dubbio prima di optare per una visione, dubbi che, di fronte ad una visione particolarmente originale nello stile narrativo e nel modo di raccontare la vicenda, sono stati subito fugati, ma è sempre meglio andare con ordine e seguire lo schema delle mie recensioni.
Nicola e Sara sono una coppia con una figlia di sei anni. Sono innamorati e felici, ma la loro vita viene messa alla prova dalla nascita di Pietro, il loro secondo figlio che trasformerà quella che era iniziata come una fiaba idilliaca e felice in un vero e proprio incubo. Nel corso della narrazione vedremo i diversi aspetti della loro nuova vita in cui il secondo bambino è entrato di prepotenza, prendendosi tutti i loro spazi e facendo venire a galla vecchi rancori tra i due che metteranno a dura prova la loro vita di coppia.
Una trama decisamente semplice e di certo molto battuta nel corso della storia del cinema italiano, questo è fuori da ogni dubbio, così come è fuori da ogni dubbio che, essendo quasi trentenne, figlio unico e scapolo cinico e (poco) convinto, non posso aver vissuto la visione di questo film allo stesso modo di una persona sposata o convivente - tra l'altro non viene mai detto chiaramente se i due protagonisti siano sposati o siano solo compagni di vita ed è strano che un film italiano non metta in chiaro il sacerrimo vincolo del matrimonio - con uno o più figli. Da quello che però ho potuto capire dalla visione di questo film è che la vita di coppia dal momento della nascita del secondo figlio viene narrata in maniera decisamente originale, mettendo ben in chiaro sia quali sono i processi psicologici che accompagnano la coppia, a partire dallo sconvolgimento delle loro vite, sia quelli che si innescano nella figlia maggiore, che vede diminuire l'amore dei genitori verso di lei e vede anche, pian piano, la crisi della coppia che avanza, portando alla luce diverse situazioni abbastanza spiacevoli. Non è certo la divisione in capitoli a dare un vero e proprio valore aggiunto, ma è lo stream of consciousness - se il cinefilo nell'era dell'internet mi leggesse finirei dritto sulla sua pagina - registico che mi ha fatto abbastanza impazzire: un po' come viene fatto nella genialissima serie "Man Seeking Woman", buona parte delle metafore o paragoni che vengono esplicitate nel corso del film vengono messe in scena come se nulla fosse, vedi ad esempio quando Nicola si ritrova sul divano vestito da supereroe dopo essere riuscito a passare l'intera Domenica con il bambino, oppure nel geniale dialogo tra i due con la mamma di Sara, che sfocia in una minaccia praticamente impensabile, ma seriamente divertente.
Il punto di forza di "Figli", per quanto mi riguarda è proprio questo: essere riuscito a parlare dell'argomento relativo all'arrivo di un secondo figlio e alla crisi cui vanno incontro i genitori in maniera comprensibile anche ad uno come me che non già di suo non capisce nulla, ma ancora di meno sull'argomento figli ed essere riuscito a farlo in maniera originale e a tratti veramente divertente. Spesso e volentieri le commedie italiane mi scatenano un sorriso a denti stretti, in alcuni frangenti qui ammetto di aver riso di gusto, anche grazie alle interpretazioni secondo me ottime dei due protagonisti Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, che si rendono estremamente credibili - forse per il loro passato come coppia? - e si dimostrano una coppia cinematografica parecchio affiatata che dà l'impressione di capirsi al volo sulla scena. Il mio consiglio è dunque ben chiaro: "Figli" è un film da vedere, sia per uno come me che non ci capisce nulla, sia e forse soprattutto per coloro che magari uno o due figli li hanno già avuti e che probabilmente potrebbero divertirsi, rivedersi e riflettere sull'argomento ancora di più di quanto possa aver fatto io, che comunque ammetto di aver riso davvero di gusto e di essere riuscito a capirci qualcosa... forse.

Voto: 7,5

venerdì 22 maggio 2020

OSCARS BEST MOVIES - Grand Hotel di Edmund Goulding (1932)


USA 1932
Titolo Originale: Grand Hotel
Sceneggiatura: William A. Drake, Vicki Baum, Béla Balázs
Durata: 112 minuti
Genere: Drammatico


Procede con qualche intoppo qua e là il mio progetto di cui non frega poi tanto a qualcuno di recensire su questo blog tutti i film che hanno vinto l'Oscar come miglior film. Siamo arrivati al quinto appuntamento con questa rassegna e dopo aver visto i bellissimi "Aurora" e "All'Ovest niente di nuovo" e i sicuramente meno coinvolgenti "La canzone di Broadway" e "I pionieri del West", ci troviamo qui a parlare di "Grand Hotel", film del 1932 e vincitore del premio intorno a Novembre dello stesso anno diretto da Edmund Goulding, uno che ha diretto tantissimi film nel corso della sua carriera e che nel 1927 ha diretto una delle prime trasposizioni di "Anna Karenina". Siamo però davanti al primo film di questa rassegna in cui conosco qualcuno dei nomi coinvolti dal punto di vista recitativo, tra cui si segnalano in maniera particolare Greta Garbo nei panni della protagonista, la ballerina madame Grusinskaya, e Joan Crawford, che conosco principalmente per il ruolo interpretato nel bellissimo "Che fine ha fatto Baby Jane?", piuttosto che per il suo periodo d'oro della sua carriera.
Il film è ambientato a Berlino, durante il periodo della Repubblica di Weimar, totalmente all'interno di un Grand Hotel in cui si intrecciano le storie di vari personaggi. Buona parte della vicenda ruota attorno a madame Grusinskaya, una ballerina in un periodo piuttosto buio della sua carriera che, dopo un'esibizione andata piuttosto male, pensa di togliersi la vita, venendo fermata dal barone von Geigern, nobile decaduto che sopravvive grazie a piccoli crimini e che si era intrufolato nella camera della donna per rubare una collana del valore di circa cinquemila marchi, per poter pagare il suo debito con gli strozzini. Vi è poi il ricco industriale Preysing, che deve incontrare dei potenziali acquirenti che potrebbero risollevare le sorti della ditta del suocero, sull'orlo della bancarotta, che assumerà Fiamma come sua segretaria con lo scopo non troppo velato di sedurla.
Siamo solamente nel 1932 e dopo aver visto, sempre nell'ottica di questa rassegna, film piuttosto particolari o che comunque avevano tutti un tratto distintivo oppure un tema importante da trattare, eccoci davanti al primo film corale di questa rassegna, in cui ci vengono presentati tantissimi personaggi e i dialoghi, per la prima volta, la fanno totalmente da padroni. Nonostante i tantissimi personaggi in scena c'è però da dire che i dialoghi, basati sull'omonimo romanzo di Vicki Baum, risultano estremamente efficaci e anche abbastanza serrati, rispetto agli standard dei pochi film dell'epoca che ho visto nella mia carriera. A rendere ancora più affascinante l'intera vicenda il fatto di far ruotare l'intero film attorno a delle persone che per un certo periodo di tempo conviveranno nello stesso luogo, che è il finto Grand Hotel di Berlino in cui le varie storie che vengono narrate sono ambientate. Oltre a questo i vari personaggi sono caratterizzati benissimo e la storia, non una semplice commedia sentimentale, ma sicuramente un qualcosa di più profondo, scorre via che è un piacere presentandoceli e facendoci conoscere man mano tutte le loro sfaccettature. Vediamo anche nascere l'amore tra la ballerina e il barone, continuamente mosso da fini ambigui, su tutti quello di liberarsi degli strozzini, mentre è molto interessante vedere l'animo tormentato della donna, soprattutto nella prima parte, così come anche il modo in cui è caratterizzata Fiamma, desiderosa di risolvere i propri problemi economici, risulta piuttosto efficace. Apprezzatissimo poi il personaggio di Kringelein, il contabile di Preysing, moribondo e alcolizzato, che non si fa problemi a criticare il suo capo ed è quello che porta in scena i migliori dialoghi - che poi in realtà sembrano quasi i monologhi di un ubriacone - dell'intero film.
Ammetto che prima della visione conoscevo questo film solamente per il titolo e per le due interpreti femminili che, nel corso della loro vita hanno fatto la storia del cinema e che anche con questa visione mi sono trovato davanti ad una pellicola validissima, parecchio interessante dal punto di vista registico, ma soprattutto con una sceneggiatura che non lascia respiro allo spettatore, coinvolgendolo dall'inizio alla fine.

giovedì 21 maggio 2020

Zombie Tidal Wave di Anthony C. Ferrante (2019)

USA 2019
Titolo Originale: Zombie Tidal Wave
Sceneggiatura: Anthony C. Ferrante, Darby Parker, Josh LeBlanc
Durata: 89 minuti
Genere: Azione


Quelli che non hanno un particolare feticismo per la spazzatura - e, tranne quella vera, intendo qualsiasi tipo di spazzatura, quella cinematografica, quella musicale, quella televisiva - non possono proprio capire che gusto ci si possa trovare a sguazzare al suo interno. Il mio feticismo è rivolto in particolare verso quella cinematografica, provo un certo gusto, come ormai qualche mio lettore sa, nel guardare quei film che sono brutti, ma talmente brutti, da riuscire a fare il giro e diventare splendidi. Durante l'estate del 2019, dopo che ormai si era esaurita la saga di "Sharknado", che con il suo sesto capitolo mi aveva fatto dare l'addio alla mia tradizione estiva di papparmi il capitolo della saga di turno in una serata d'estate, davanti a tanta birra e tante patatine, "Zombie Tidal Wave" nasceva proprio con l'intento di sostituire, nel cuore di molti più spettatori di quanto ci si possa aspettare e di quanto il cinefilo con la puzza sotto al naso vorrà farvi credere, ciò che era stata per sei annate consecutive la saga di "Sharknado". Non solo avrebbe voluto sostituire la saga sugli squali più famosa per gli amanti del trash, ma anche dare un lavoro a un paio di persone che in qualche modo erano rimaste disoccupate: il primo è il regista Anthony C. Ferrante, qui anche in veste di produttore, mentre il secondo l'attore Ian Ziering, autore del soggetto e della sceneggiatura di questo film.
A largo di un'isoletta sperduta nell'Oceano - non ricordo nemmeno se l'Atlantico o il Pacifico o se viene mai detto in quale stato degli Stati Uniti si trovi il posto in cui è ambientato un film - una voragine si apre nel fondo dell'oceano, portando alla luce uno strano liquido azzurro acceso, dal quale fuoriuscirà una quantità enorme di zombie. Dopo che uno di questi, in maniera isolata, ha attaccato un piccolo peschereccio mordendo e infettando una ragazza, un'enorme tsunami farà avvicinare gli zombie alla costa, lasciandoli liberi di vagare per l'isola alla ricerca di carne umana di cui sfamarsi. Alleandosi con lo sceriffo Kameo Akoni, il pescatore Hunter Shaw si troverà a combattere questa orda di zombie, con l'intento di salvare la figlia dello sceriffo, ma anche alcune persone a lui care.
La domanda sorge subito spontanea: sarà in grado "Zombie Tidal Wave", se avrà qualche seguito, di sostituire "Sharknado" da qui agli anni a venire come uno dei prossimi cult trash della mia vita? Dopo la visione del primo film - e non si sa se ce ne sarà o meno un secondo, anche perchè con il virus in giro anche le produzioni di questo tipo si saranno fermate - rimane ancora qualche dubbio. Se dovessimo confrontare la potenza in quanto rifiuto organico di questa pellicola con gli ultimi film della saga di "Sharknado" non ci sarebbe sicuramente partita, anche perchè quelli, soprattutto nelle loro ultime uscite, lo facevano apposta ad esagerare a più non posso con le cose assurde. Qui si parte da un'idea che è tanto stupida quanto quella del suo predecessore e anche a livello tecnico c'è da dire che, per tutta la sua durata, si respira quell'atmosfera di artigianale e fatto con mezza lira che si respirava con il primissimo "Sharknado", ancora prima che il successo convincesse Anthony C. Ferrante e Ian Ziering a buttare tutto sul piano dell'esagerazione, tra l'altro azzeccandoci alla grande. In questo film ci sono inquadrature sbagliate, errori di montaggio, una colonna sonora che si alza e si abbassa completamente a caso, a volte anche coprendo la voce dei personaggi, ma ci sono anche scene ad alto livello di assurdità, zombie in sedia a rotelle che fanno colare a picco il livello di politically correctness del film, ma anche armi elaboratissime come coltelli o spade elettriche, dal momento in cui si scopre che non sono i colpi alla testa, ma l'elettricità a fermare gli zombie.
Insomma, non so se in un futuro - sempre che questo film un futuro ce l'abbia - "Zombie Tidal Wave" possa in qualche modo fare la stessa strada che ha fatto "Sharknado" nel mio e nel cuore di molti altri spettatori. Quello che so è che in qualche modo si è voluto - e sono convinto che non tutto all'interno del film sia involontario - seguire lo schema del primo capitolo, che introduce una nuova minaccia catastrofica ma fa molto più ridere perchè catastrofico a livello tecnico, piuttosto che per le scene assurde o estremamente trash che vediamo. Io questo film ve lo consiglio, però solo se amate particolarmente la spazzatura, come me, o se amate guardare di proposito film brutti assieme agli amici, ma non fatelo se la vostra aspirazione è vedere solamente film di Stanley, di suo fratello Kubrick e di Orson Welles, tanto per sparare nomi altisonanti a caso, e tutto il resto che vedete è brutto perchè non è stato fatto da loro: potrebbe essere un duro colpo per la vostra reputazione di cinefili duri e puri!

martedì 19 maggio 2020

Buio di Emanuela Rossi (2019)

Italia 2019
Titolo Originale: Buio
Sceneggiatura: Emanuela Rossi
Durata: 98 minuti
Genere: Thriller, Drammatico


Nelle scorse settimane si è parlato a lungo sulla rete dell'uscita di "Buio", film che nel 2019 aveva ottenuto buonissime critiche al Festival del cinema di Roma e che sarebbe dovuto uscire nei cinema italiani proprio qualche settimana fa. L'uscita di "Buio" è però avvenuta su MyMovies, piattaforma nota ai cinefili di tutto il mondo, forse il più grande database cinematografico completamente italiano, che da qualche tempo offre anche l'opportunità di iscriversi ad una sala virtuale in cui vengono proiettati principalmente film d'essai o comunque con un bacino di pubblico abbastanza ristretto. Per "Buio" invece si è scelto di dare l'opportunità al pubblico di pagare all'incirca cinque euro per la visione in streaming e una parte del ricavato andrà alle sale cinematografiche che in questo periodo stanno inevitabilmente vivendo un periodo di crisi che probabilmente rimarrà tale anche quando, dal 15 Giugno, potranno riaprire, si spera anche con una proposta cinematografica interessante e con qualche film che sarebbe dovuto uscire in questo periodo, ma che non è stato mandato neanche in streaming - penso ad esempio al film di Carlo Verdone, che devo dire mi incuriosiva parecchio. Regista del film è Emanuela Rossi, carriera d'attrice principalmente a livello televisivo, ma anche doppiatrice, al suo primo film come regista. Sono praticamente solo quattro i personaggi più importanti del cast, tra cui abbiamo come protagonista Denise Tantucci, attrice ventiduenne che si è fatta conoscere per il ruolo di uno dei personaggi più odiosi della seconda stagione di "Braccialetti rossi", mentre ha anche partecipato al remake di "Ben-Hur" del 2016. Nel cast abbiamo anche Valerio Binasco, Gaia Bocci e Olimpia Tosatto.
Stella, Luce e Aria sono tre ragazze che vivono l'intera vita all'interno di una casa tenuta costantemente al buio dal loro padre, un uomo particolarmente duro e severo che passa buona parte della giornata fuori di casa e, quando rientra, porta del cibo che egli afferma i essersi dovuto procurare lottando contro altre persone. Infatti, fuori dalla casa in cui vivono le tre ragazze, c'è l'Apocalisse, le donne non possono uscire di casa perchè la luce del Sole le farebbe impazzire, mentre gli uomini, quelli che sono rimasti, devono uscire di casa per procurarsi il cibo.
C'è da dire, prima di approcciare alla visione di questo film, che secondo me è bene sapere il meno possibile prima di guardarlo, che poi è più o meno lo stesso motivo per cui sono stato particolarmente stringato nel riassumere la trama del film che già da ora, nonostante sia un film piuttosto imperfetto, vi consiglio assolutamente di vedere e ci sono ancora quattro o cinque giorni di tempo per farlo. Emanuela Rossi dirige un film in cui a livello tecnico è la fotografia a farla da padrone, sono proprio i giochi di luce e di buio cui bisogna particolarmente prestare attenzione. Abbiamo infatti una casa estremamente buia, con pochissima luce artificiale e rari casi nella prima parte in cui entra la luce naturale del Sole e lo fa in maniera quasi abbagliante, riuscendo a riprodurre quell'effetto di quando gli occhi si abituano talmente tanto al buio che la luce dà molto molto fastidio. Ed è proprio la vita che vivono le tre sorelle, il cui nome non è casuale, riprendendo quello di tre elementi naturali di cui la loro vita è privata per qualche motivo. Un altro elemento veramente interessante della prima parte del film è il rapporto che le tre hanno con il padre e con il fatto che la madre sia morta misteriosamente dopo essere voluta uscire di casa. Stella, la maggiore, è quella più diffidente e che coglie maggiormente l'ambiguità sessuale del padre, tanto da voler proteggere Luce nel momento in cui ha le prime mestruazioni della sua vita, perchè pensa che il padre possa fare alla sorella ciò che molto probabilmente - non ne avremo mai la conferma, ma appare chiaro dalla narrazione - è stato fatto a lei. Aria invece, nonostante l'età - attorno ai tre o quattro anni mi pare di aver capito - non ha ancora imparato a parlare. Le tre vivono con un padre che è talmente oppressivo da far pensare praticamente da subito che molto probabilmente l'Apocalisse che c'è fuori dalla loro casa non sia proprio reale, ma a mettermi il dubbio durante la visione - e poi non vi dico come andrà a finire sennò troppo spoiler - ci hanno pensato il recente "The Nest - Il nido", ma soprattutto "10 Cloverfield Lane", che per tutto il tempo lasciava intendere che la fine del mondo fosse un'invenzione dell'aguzzino per poi rivelarsi in un finale shock. Mi è piaciuto poi in maniera particolare il modo in cui le tre ragazze, mentre il padre è assente, cerchino in tutti i modi di inventarsi una realtà in cui vivere, fatta di studio autonomo, di giornate passate in bikini in una spiaggia immaginaria mangiando e bevendo cose immaginarie, insomma, è un po' il film simbolo di questa quarantena, in cui grazie alla tecnologia un po' tutti hanno cercato di ricreare la realtà a cui erano abituati.
Della seconda parte del film preferisco parlarne il meno possibile, un po' perchè secondo me è stata proprio la prima metà a rivelarsi veramente interessante, mentre la seconda perde leggermente il suo fascino, un po' perchè vorrei evitare di rovinare il film a chi mi legge. Sembra da come ho parlato però di trovarci davanti ad un film perfetto, ma non è così, "Buio" ha i suoi colpi ed è costruito in maniera estremamente affascinante, non si può negare, però ad esempio il passaggio dalla prima alla seconda parte mi è parso un po' tirato, mentre non mi ha particolarmente convinto tutta la parte dedicata ai flashback che vive Stella riguardo al rapporto con la madre, che fino alla fine del film rimane abbastanza fumoso, così come non ho ben capito quale fosse il valore aggiunto della divisione della storia in capitoli, anche se questo mi sembra un po' un peccato veniale. Insomma, il mio consiglio, come avrete potuto capire, è quello di dare seriamente un'opportunità a questo "Buio", non dico il più bello, ma forse uno dei più interessanti a livello narrativo visti nel corso di questi due mesi di quarantena forzata.

Voto: 7

lunedì 18 maggio 2020

The Ward - Il reparto di John Carpenter (2010)



USA 2010
Titolo Originale The Ward
Sceneggiatura: Michael Rasmussen, Shawn Rasmussen
Durata: 88 minuti
Genere: Horror


Per quanto riguarda le mie visioni cinematografiche rigorosamente a casa mia in televisione, la settimana appena passata è stata abbastanza disastrosa: avendo lavorato per ben tre giorni su cinque anche di sera per portare a termine delle cose che avevo dovuto lasciare in sospeso, ho visto tre film - ma la mia media solitamente è di quattro a settimana, quindi poco cambia - ma fino a Venerdì sera, in cui mi sono rifatto guardando una pellicola di cui parleremo nei prossimi giorni, ne avevo guardato solamente uno, quello di cui parlerò oggi, "The Ward", quello che finora è l'ultimo film da regista di John Carpenter, autore di tutta una serie di film che sono dei veri e propri cult mondiali, alcuni dei quali, come "Halloween - La notte delle streghe" e "Grosso guaio a Chinatown" sono passati sugli schermi dei lettori di questo blog, mentre di altri non ho ancora parlato, ma piano piano, rivendendoli o addirittura recuperandoli per la prima volta, uno dei miei obiettivi potrebbe essere di portarli tutti su queste pagine, anche senza darmi una vera e propria regola o senza fare una vera e propria rassegna organizzata. La discriminante che, lo scorso Lunedì sera, mi ha fatto scegliere di vedere questo film, è stata, lo ammetto senza particolari problemi, la brevissima durata, d'altronde ero molto stanco e avevo decisamente poco tempo, ma mi sono trovato per la prima volta davanti ad un horror interessantissimo, che ancora non avevo mai visto, che ha saputo coinvolgermi come solo i film di uno dei più grandi maestri del cinema hanno saputo fare. Protagonista del film è Amber Heard, ma il cast di "The Ward - Il reparto" non è decisamente da trascurare: abbiamo anche Jared Harris, fresco dell'interpretazione nella serie "Chernobyl" e Danielle Panabaker, giovane attrice perennemente in ascesa che però ha partecipato solo ad una marea di produzioni televisive, mentre il suo ultimo film risale al 2014, quel "Time Lapse" che mi ricordo mi fosse particolarmente piaciuto.
Kristen è una ragazza che si ritrova improvvisamente rinchiusa in un reparto psichiatrico dopo aver dato fuoco ad una fattoria ed essere stata ritrovata coperta di lividi su tutto il corpo e senza alcun ricordo di quanto fatto. Una volta all'interno del reparto psichiatrico Kristen cercherà di ottenere informazioni dalle sue compagne di prigionia, che però non riescono mai a fornirgliene di soddisfacenti. Presto la ragazza si renderà conto che l'ospedale nasconde terribili segreti e, quando le altre ragazze cominciano a scomparire una ad una ella cercherà in tutti i modi di fuggire dalla sua prigionia, ma comincerà a venire perseguitata da visioni di una creatura orribile e spaventosa che sembra avercela particolarmente proprio con lei.
Non so bene perchè abbia atteso quasi dieci anni prima di concedere un'opportunità a "The Ward", c'è però da dire che nel 2010, quando il film uscì nelle sale, ancora non ero uno spettatore assiduo e ancora non andavo alla ricerca di un film da vedere ogni sera, quasi ossessivamente, anzi, in quel periodo ero decisamente molto più interessato alle serie televisive piuttosto che ai film. Anche con il suo ultimo lavoro John Carpenter riesce a far vedere al mondo quanto, nel panorama horror, sia decisamente uno dei migliori passati per i cinema di tutto il mondo. Ovvio che la sua produzione abbia spaziato un po' fra tutti i generi, ma sono principalmente i suoi horror ad essermi rimasti nel cuore e sicuramente uno spazietto se lo deve essere guadagnato anche con questo suo ultimo lavoro. Innanzitutto in "The Ward - Il reparto" non ci sono troppi fronzoli e presentazioni, ma veniamo subito catapultati nella vicenda e la protagonista Kristen ci viene presentata quando ha già compiuto il fatto che la porterà ad essere rinchiusa all'interno dell'ospedale psichiatrico. Una volta lì è interessante vedere, come in molti film sugli ospedali psichiatrici accade, lo spettatore venga portato a parteggiare per la protagonista, che ci viene presentata come innocente, perseguitata e vittima di un complotto durante il quale i dottori ci vengono presentati in maniera ambigua, su tutti Gerald Stringer, che è un po' il capo reparto e quello che si occupa principalmente delle sue cure.
L'atmosfera è di quelle che riescono a mettere il giusto livello di tensione dall'inizio al termine della visione e un'altra delle cose che ho apprezzato particolarmente è il fatto che non è tanto il mostro che perseguita le nostre protagoniste ad essere inquietante, quanto più che altro l'atmosfera che si viene a creare che ti porta a sospettare praticamente di tutti i personaggi, fino ad un colpo di scena finale che sì, forse non era così tanto imprevedibile, anche e soprattutto considerando che nella mia vita ho visto un po' di film horror ambientati negli ospedali psichiatrici e quasi sempre la spiegazione finale è quella, ma "The Ward - Il reparto" ti fa credere così tanto in una cosa che alla fine ho finito per crederci anche io. La colonna sonora, qui non composta da Carpenter, è di quelle avvolgenti e spaventose, una di quelle colonne sonore riconoscibili anche al termine della visione, che si distinguono in positivo rispetto ad un sacco di altri film e insomma, con "The Ward - Il reparto" ci troviamo davanti ad uno di quegli horror che non credevo avrei potuto vedere dopo il 2010, c'è un po' di vecchio stile, ma anche uno sguardo al moderno ed è proprio in questo che la pellicola funziona maggiormente.

sabato 16 maggio 2020

OSCARS BEST MOVIES - I pionieri del West di Wesley Ruggles (1931)


USA 1931
Titolo Originale: Cimarron
Sceneggiatura: Howard Estabrook
Durata: 131 minuti
Genere: Western


Siccome questa settimana ho fatto un po' il latitante, non per causa mia, ma perchè ho dovuto lavorare anche di sera per portare avanti delle cose che non riuscivo a fare nel corso della giornata - non posso stare qui a spiegare i motivi - ho deciso di darvi un bel post anche di Sabato. Siccome però sto facendo uno strappo alla regola di non pubblicare nel weekend se non in ricorrenze particolarissime, ho deciso di dare un post di quella rubrica che, arrivata al terzo episodio, mi accorgo che non si sta cagando nessuno: è da tre settimane il post con meno visite nel corso dei sette giorni ed è anche quello che non viene mai commentato, ma, detto sinceramente, conto che i commenti e le visite possano arrivare quando si affronteranno film del periodo più recente o, effettivamente, film diventati dei grandi cult e più conosciuti dal pubblico. Non che io conoscessi questi film prima di vederli per questa rubrica, se devo essere sincero, tanto che, dopo avervi parlato di "Aurora", di "La canzone di Broadway" e di "All'Ovest niente di nuovo" eccoci qui a parlare de "I pionieri del West", premio Oscar per il miglior film nel 1931, primo western a vincere il premio e unico fino a "Balla coi lupi", che tra un annetto e mezzo circa, se non di più, vedremo trattato su questi schermi. Diciamo che un po' la cosa mi fa contento, dato che io con il genere western proprio non riesco ad andare d'accordo, salvo ricredermi davanti a pochissimi film, che si possono contare sulle dita di una mano con qualche dito mozzato. Siamo davanti allo stesso pregiudizio che non mi fa trovare la voglia di vedere i capolavori western di Sergio Leone, che prima o poi, e questa è una promessa, affronterò. Siamo qui però per parlare de "I pionieri del West", diretto da Wesley Ruggles, regista nel corso della sua vita di qualche decina di film e che, come moltissimi registi dell'epoca, anche lui era partito dal cinema muto, realizzando per questa pellicola anche una versione muta con le didascalie, visto che ancora il passaggio al cinema sonoro non era avvenuto in tutte le sale degli Stati Uniti.
"I pionieri del West" narra la storia ddella famiglia Cravat, dell'Oklahoma, tra il 1890 e il 1915. Subito dopo la scena iniziale che rievoca la grande corsa alla terra dell'Oklahoma vediamo la famiglia Cravat che inizia a stanziarsi in quelle terre. Nel corso della vicenda, che è in tutto e per tutto una vera e propria epopea famigliare, vediamo come Sabra, la donna di famiglia, riuscirà ad aprire un giornale che diventerà nel corso degli anni una delle testate giornalistiche più importanti dell'intero stato, mentre il marito, Yancey si dimostrerà un avventuriero, molto propenso a passare lunghi periodi fuori dalla propria casa stando in giro per gli Stati Uniti e tornando, di tanto in tanto, dalla propria famiglia.
Arrivati al quarto appuntamento con la rubrica dedicata ai film che hanno vinto l'Oscar come miglior film, facendo, chi più chi meno, la storia del cinema, ci ritroviamo per ora ad un pareggio: un film bellissimo, "Aurora", uno abbastanza trascurabile, almeno per quanto mi riguarda, ma in questo caso anche la critica la pensa così, "La canzone di Broadway", uno molto bello come "All'Ovest niente di nuovo" e uno che proprio, nonostante tutto l'impegno che ci potessi mettere, non è riuscito per nulla a prendermi e a farsi apprezzare. Non avendo studiato in maniera particolare la storia del cinema, ma essendo solamente uno a cui piace molto guardare film e parlarne da solo su un blog, ma anche con i propri amici, non so bene quali siano i meriti di questa pellicola. Ancora di meno conosco la storia del cinema western, ma non credo che questo possa essere stato in qualche modo uno dei primi esempi del genere, c'è però da dire che al suo interno si ritrovano una serie di elementi che poi, nel cinema a venire, verranno nuovamente esplorati dal genere western, ma anche altri elementi tipici dell'epopea famigliare, su tutti mi viene in mente il capolavoro di Bernardo Bertolucci "Novecento", con il quale, avendolo visto di recente, ho trovato diversi punti in comune a livello di stile narrativo. C'è da dire che le cinque e passa ore di film di Bertolucci mi sono pesate assai di meno rispetto alle due ore e dieci di questo, ma è tutto un altro discorso. Il film è stato poi in seguito molto criticato per il modo estremamente stereotipato e caricaturale di ritrarre gli indiani e le persone di colore: ora, probabilmente la mia opinione sarà piuttosto impopolare ma io ho sempre il vizietto di contestualizzare ciò che vedo. Per quanto mi dia fastidio vedere come una persona di colore possa essere denigrata in un modo tra l'altro così banale, è altrettanto vero che le opere artistiche sono sempre figlie del tempo in cui vengono create e, per quanto mostrino una visione particolarmente razzista, sappiamo bene che quella, negli Stati Uniti, era non un'opinione dominante, ma addirittura quasi universale che secondo me non deve inficiare l'opionione a livello artistico che si può avere di un film. Insomma, se un film è tecnicamente ben fatto e con una sceneggiatura di livello, il fatto di mettere in scena quella che era l'opinione universale - e per quanto mi riguarda sbagliata - dell'epoca, non dovrebbe inficiarne il valore. Considerate poi che sto difendendo un film che nemmeno mi è piaciuto, figuratevi un po', ma farò la stessa cosa quando parlerò di "Via col vento", non mi farò certo problemi.
Il fatto che "I pionieri del West" abbia avuto, nel corso della storia del cinema, diversi remake, fa capire come, in qualche modo, dal pubblico dell'epoca sia stato decisamente apprezzato. La fatica che ho fatto io, novant'anni dopo, per trovarlo, mi fa però pensare che in qualche modo non è che sia poi così tanto rimasto nella storia del cinema. L'unica cosa di cui sono certo è che ho fatto seriamente fatica a sostenere tutte e due le ore della sua durata, risultatemi estremamente pesanti.

martedì 12 maggio 2020

Maial Zombie - Anche i morti lo fanno di Mathias Dinter (2004)

Germania 2004
Titolo Originale: Die Nacht der lebenden Loser
Sceneggiatura: Mathias Dinter
Durata: 89 minuti
Genere: Commedia





Su quanto fatto nei Sabati sera di questa quarantena in videochiamata assieme ai miei amici si potrebbe organizzare uno speciale su questo blog, ma siccome non me la sento di farlo sappiate che comunque, in via non ufficiale, vi troverete per ancora un po' di tempo recensioni di film spazzatura, o comunque di film che noi avevamo bollato come film trash e poi si sono rivelati di buon livello. Un paio di settimane fa avevamo visto "Iron Sky: The Coming Race", memori delle divertentissime cose viste nel primo capitolo, mentre una settimana dopo ci siamo pappati "Mom and Dad" che ho trovato essere un buonissimo film, ben lontano dai bassi livelli che vediamo di solito quando cerchiamo film per passare il Sabato sera. Questa settimana tocca a "Maial Zombie - Anche i morti lo fanno", film tedesco del 2004 che io avevo già sentito nominare e che probabilmente ho anche già visto alle superiori e che sicuramente rientra nel novero dei film che sono spazzatura pura. Il regista è Mathias Dinter, uno che nella vita ancora non ne ha fatta una buona a livello cinematografico e che ha lanciato nel cast di questa pellicola attori che poi sono caduti nel dimenticatoio, compresa l'allora molto bella Collien Ulmen Fernandes, che ho visto su Instagram come è diventata ora, sedici anni dopo, e devo dire che seppure oggettivamente non sia brutta, non mi piace per niente rispetto a ciò che ho visto nel film.
Philip, Konrad e Wurst sono tre liceali piuttosto sfigati, non rispettati da nessuno. Ognuno di loro ha un desiderio nascosto, chi conquistare la ragazza più bella della scuola, chi invece di vendicarsi di tutte le angherie subite e chi di andare a letto con la propria professoressa, mentre Rebecca, migliore amica di Philip e da tempo innamorata di lui, si avvicina molto ad uno stile dark ed è molto preparata su ciò che riguarda la stregoneria e i riti voodoo. I tre ragazzi una sera vengono involontariamente coinvolti in un rituale organizzato da Rebecca, in seguito al quale, dopo essere morti a causa di un incidente stradale, si risveglieranno come degli zombie, dimostrando da un lato una forza superiore al normale - quindi non sono degli zombie classici - mentre dall'altro un certo desiderio verso la carne umana e il fatto di stare iniziando a decomporsi. I tre decideranno di utilizzare così il potere ottenuto per realizzare i propri sogni, ma presto il desiderio di vendetta di Konrad verso tutti coloro che lo hanno trattato male nel corso della sua vita inizierà a diventare un problema, convincendo Philip e Wurst, con l'aiuto di Rebecca, a cercare un modo per tornare tutti normali.
Ora io, prima di iniziare con il mio commento, devo fare una piccola riflessione: non sono particolarmente amante della comicità a sfondo sessuale, non amo quei comici che basano i loro monologhi unicamente sul sesso in maniera volgare e, per lo stesso motivo, ho sempre fatto una fatica tremenda a ridere guardando gli "American Pie", cosa che comunque facevo quando li vedevo con gli amici, un po' perchè la risata, si sa, è contagiosa e un po' perchè non ridere davanti ad "American Pie" quando ero un adolescente non era socialmente accettabile, dagli altri. Invece ora lo posso dire tranquillamente, mi fa più ridere guardare la vernice che asciuga, piuttosto che un intero "American Pie". Se certi film facevo fatica a sopportarli nel corso della mia adolescenza e non perchè fossi un bigotto represso, figuriamoci ora che mancano poco più di cinque mesi ai miei trent'anni, quell'età in cui da una parte ti senti mentalmente evoluto rispetto al periodo scolastico, ma al contempo hai sostituito la mascherina chirurgica con due mascherine in stoffa, una ritraente il sorriso di Joker e l'altra la bocca di Homer Simpson. Se proprio c'è da trovare qualcosa di buono su questo film, devo dire che il titolo può essere abbastanza fuorviante: il film fa schifo lo stesso eh, ma la comicità sessuale non è il centro della pellicola, quanto più che altro la storia di degli adolescenti sfigatissimi che vedono il loro essere diventati degli zombie come un'occasione per avere una vita morte migliore, due di loro per poter conquistare la ragazza dei propri sogni, un altro invece per vendicarsi impunemente. É alla fine della fiera il tipico film adolescenziale senza una vera e propria trama che punta su una comicità estremamente dozzinale e talvolta anche abbastanza volgare, ma che comunque non esagera sotto questo aspetto, nascondendosi dietro a qualche stereotipo, come il modo in cui sono ritratti i dark o il fatto che il personaggio di Konrad abbia la stessa acconciatura del tastierista dei Rammstein - non penso in Germania, ma qui in Italia quando avevo quattordici anni ascoltare musica metal come facevo io era da sfigatissimo assoluto, solo che io ero già a quell'età uno e novanta per novanta chili, i bulletti ci pensavano un paio di volte prima di venirmi a dare dello sfigato -, e che più che altro mi ha fatto ridere per l'utilizzo completamente sbagliato e poveraccio degli effetti speciali, con alcune scene che seriamente gridavano vendetta a livello registico.
Insomma, sapete bene quanto io ami da una parte sia quei film brutti che fanno di tutto per farti notare quanto fanno schifo, sia quelli che vogliono essere dei bei film, ma poi finiscono per rivelarsi dei film indecenti di serie z. Il problema di "Maial Zombie" è che non si impegna nemmeno troppo per essere abbastanza brutto, prova a far ridere un pubblico molto giovane e penso che lo avessi visto all'epoca - non riesco proprio a ricordare se l'ho già fatto o meno - avrei riso pure, probabilmente, anche solo per accettazione sociale, ma ora, visto a trent'anni, l'unica cosa di cui ridere sono le scelte di fotografia e di regia, senza dimenticarsi degli orribili e poveraccissimi effetti speciali.

lunedì 11 maggio 2020

The Lodge di Veronika Franz, Severin Fiala (2019)



Regno Unito, USA 2019
Titolo Originale: The Lodge
Sceneggiatura: Sergio Casci, Veronika Franz, Severin Fiala
Durata: 108 minuti
Genere: Thriller, Horror


Chi mi legge sa bene che quando c'è da vedere o da parlare di un film horror difficilmente mi tiro indietro e, se ne ho la possibilità, non mi lascio sfuggire nemmeno la visione al cinema, soprattutto per quegli horror chiacchierati di cui la rete non fa altro che parlarne bene. A Gennaio, quando il film fu portato nelle sale italiane, la possibilità di andarlo a vedere al cinema l'avrei anche avuta, se non fosse che in quel periodo sono usciti una marea di film che avrei voluto vedere in fretta - anche in preparazione alla notte degli Oscar - e, dopo solo una settimana di programmazione, la pellicola è stata tolta dalle sale, con l'ovvio risultato che avrei poi dovuto attendere la pubblicazione in home video. Uscita che alla fine è avvenuta un paio di settimane fa, convincendomi a vedere il film al più presto e con una certa curiosità. Una curiosità, come detto, derivata sia dal bel parlare che se ne faceva tra i blogger della rete che seguo da qualche tempo, sia dal fatto che la coppia di registi Veronika Franz e Severin Fiala è la stessa che un paio di anni fa aveva diretto quel gioiellino che era "Goodnight Mommy", anche quello rimasto nelle sale italiane per poco tempo, ma molto molto chiacchierato sulla blogosfera. Per quanto riguarda il cast invece ammetto di essere abbastanza impreparato: a parte la presenza di Alicia Silverstone, gli altri componenti, tra cui soprattutto la protagonista Riley Koeugh, non è che li conosca particolarmente, il che mi fa partire con il vantaggio di non avere pregiudizi o aspettative su di loro.
Laura è la madre di due giovani ragazzi, Aidan e Mia che, dopo aver scoperto che l'ex marito e padre dei due Richard ha intenzione di sposarsi con la sua ex paziente Grace Marshall, si suicida sparandosi un colpo di pistola in testa. I due ragazzi sono distrutti e iniziano così ad odiare la nuova fidanzata del padre, che però riesce a convincerli a passare le vacanze di Natale tutti insieme in un capanno in montagna. I due sono ancora diffidenti verso di lei e scopriranno, prima di partire, che la ragazza ha fatto in passato parte di una setta che aveva praticato un suicidio di massa, da cui lei era rimasta come unica sopravvissuta. Una volta al capanno, dopo qualche giorno assieme, il padre Richard sarà costretto a tornare in città per qualche giorno e la donna rimarrà da sola con i ragazzini, cercando di stringere amicizia con loro. Una bufera di neve però li bloccherà in casa e i fantasmi del passato della donna ricominceranno a farle visita, riportandola in un mondo di ossessioni e di paranoia che ella non viveva da tempo.
Dopo il gioiellino "Goodnight Mommy" ecco che i due registi Veronika Franz e Severin Fiala si confermano come registi di talento e realizzatori di storie dal fascino davvero innegabile. "The Lodge", infatti, è un film molto molto strano, in cui da una parte ogni inquadratura risulta essere affascinante e ansioegena, in cui nessun dettaglio è lasciato al caso e in cui, soprattutto nelle scene ambientate all'interno, si indugia molto spesso su inquadrature di corridoi o passaggi molto stretti, vuoti. Se dal punto di vista registico ci troviamo davanti ad una pellicola di buonissimo livello, in cui le inquadrature e la fotografia risultano estremamente affascinanti, dal punto di vista della sceneggiatura ci troviamo davanti ad una storia ansiogena, che punta molto di più sulla sua componente thriller rispetto a quella horror, senza prodigarsi tanto in spiegazioni eccessive, ma lasciando poi molto lavoro allo spettatore per farsi una propria idea su quanto sia successo in quei giorni in cui Richard si è recato in città lasciando Grace e i due ragazzi soli in casa. Le due ipotesi cui ancora non sono riuscito a trovare una spiegazione sono quelle che anche il film stesso suggerisce: sono tutti morti in quella notte in cui è stata lasciata la stufa a gas accesa - il che spiegherebbe la sparizione di tutti gli addobbi natalizi - oppure era tutta una paranoia di Grace? Ecco, il fatto che una volta arrivati alla fine del film non ci venga data una risposta, certo, spiazza, ma dà davvero la possibilità allo spettatore di farsi tutte le congetture del caso cui magari, una seconda visione, può aiutare a trovare dei dettagli, degli indizi, che facciano propendere per l'una o per l'altra alternativa.
É chiaro che non ci troviamo davanti ad un film perfetto, dal punto di vista della gestione del ritmo "The Lodge" si attesta su buoni livelli, ma non mancano momenti in cui cala abbastanza la tensione e in cui il ritmo rallenta abbastanza vistosamente, con la sensazione che forse con una decina di minuti in meno non ci sarebbero stati punti morti a livello narrativo nonostante non pesino eccessivamente per l'economia del film. Mi sono trovato invece abbastanza soddisfatto dal punto di vista recitativo, tutti i personaggi sono credibili e una menzione particolare va alla protagonista Riley Keough che mi ha soffisfatto particolarmente nell'ambiguità della situazione di Grace, mostrando il tutto come una paranoia della protagonista, ma comunque lasciandomi il dubbio che un fondo di verità, in ciò in cui lei crede, ci fosse.

Voto: 7,5

venerdì 8 maggio 2020

OSCARS BEST MOVIES - All'Ovest niente di nuovo di Lewis Milestone, Nate Watt (1930)


USA 1930
Titolo Originale: All Quiet on the Western Front
Sceneggiatura: George Abbott, Lewis Milestone, Maxwell Anderson, Del Andrews, C. Gardner Sullivan, Walter Anthony
Durata: 131 minuti
Genere: Guerra, Drammatico


Si prosegue piano piano con uno degli speciali più ambiziosi - anche se a quanto pare non gliene frega nulla a nessuno - tra quelli che ho fatto su questo blog. Ho parlato di saghe, di registi, di film tematici, ma mai penso di aver fatto speciali con più di una ventina di film, mentre questo ne ha una novantina, quindi ci sarà di che parlare per almeno un paio d'anni, se riuscirò a mantenere la frequenza di un film a settimana - anche perchè, per quanto riguarda i film un po' più datati, una delle grosse difficoltà è quella di recuperarli. Ci troviamo dunque ad affrontare il terzo episodio dello speciale dedicato ai film che hanno vinto l'Oscar come miglior film e dopo aver parlato di "Aurora" e di "La canzone di Broadway", ora è tempo di parlare di "All'Ovest niente di nuovo", pellicola tratta dal romanzo "Niente di nuovo sul fronte occidentale" e vincitore dell'Oscar come miglior film nel Novembre del 1930, l'unica annata in cui ci furono ben due premiazioni. Per questi primi episodi della rassegna mi è anche difficile fare una breve introduzione sui registi o sugli attori, ammetto di non essere molto preparato sui film dell'epoca e penso di non aver visto nemmeno buona parte degli imprescindibili, molti dei quali li ho sentiti citare nei video dedicati ai classici di Federico Frusciante. I registi di questo film, ritenuto ad oggi uno dei più bei film di guerra - anche se lo vedo più come un film drammatico che tratta il tema della guerra - di sempre sono Lewis Milestone e Nate Watt che per questo film vinsero anche il premio per la migliore regia.
Siamo nel 1916, nel pieno della Prima Guerra Mondiale. In un piccolo villaggio tedesco il professore Kantorek, dopo aver esaltato in una lezione gli ideali bellici e patriottici, riesce a convincere un'intera classe ad arruolarsi nelle fila dell'esercito. L'unico ragazzo rimasto dubbioso, tale Giuseppe Behn, viene poi convinto dai suoi compagni di classe che arruolarsi sia la cosa migliore per lui. Quello che all'inizio era grande entusiasmo, si trasforma subito quando i ragazzi iniziano a vedere quale sia la realtà militare, fatta di obbedienza e di rispetto delle regole, con la figura del sottufficiale Himmelstoss che li educherà alla vita al fronte, dimostrando loro quanto la vita militare sia ben diversa da quella prospettatagli dal professore. Al termine dell'addestramento tutti i ragazzi vengono affidati ad una squadra di veterani che si sentono in tutto superiori a loro e assieme ai quali i ragazzi presto cominceranno a vivere quelli che sono gli orrori della guerra, dalla quale con il passare del tempo, saranno estremamente provati sia a livello fisico che a livello psicologico.
Come ho già detto nell'introduzione a questo post, non ci troviamo davanti ad un classico film di guerra, o meglio, non ci troviamo davanti ad uno di quei film di guerra che siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni, quelli in cui la guerra è un pretesto per fare dell'azione in un contesto di battaglia tra due fazioni nemiche. Qui ci troviamo più che altro davanti ad un film drammatico in cui vengono denunciati gli orrori della guerra proprio come fatto nel romanzo di Erich Maria Remarque, che so di aver letto come compito per la scuola, ma sinceramente non riesco a ricordare a quale età lo abbia letto, ho quasi il dubbio di averlo letto alle scuole medie piuttosto che alle superiori. La guerra qui è ovviamente l'argomento principale, ma non aspettatevi sparatorie, grosse esplosioni o corpi che esplodono, quanto più che altro una vera e propria esplorazione dei tratti personali che nei vari personaggi vanno ad evolvere come conseguenza degli orrori vissuti in quel periodo, del vedere i propri amici morire uno dopo l'altro e nel vedere persone morire come mosche. Non mancano nel film scene di mutilazioni con l'intento di sensibilizzare lo spettatore, ma ricordiamoci che siamo in un periodo in cui al cinema non si potesse far vedere moltissimo, quindi il tutto è abbastanza edulcorato da questo punto di vista. Ad essere però ancora efficaci, novant'anni dopo, sono i dialoghi e i monologhi recitati dai protagonisti, alcuni dei quali evidenziano come la loro psiche sia stata estremamente provata dall'esperienza, giusto per fare due esempi mi viene da pensare alla scena in cui uno dei protagonisti si scusa in un monologo straziante con un militare avversario ucciso, oppure alla scena in cui un altro personaggio porta sulle spalle il cadavere di un commilitone, parlandogli per chilometri e non accorgendosi della sua morte. Altra scena importantissima a livello narrativo è quella del ritorno di Paolo nella classe in cui insegna ancora il professore che li convinse ad arruolarsi: contro la volontà dell'insegnante, il ragazzo si sente in dovere di avvertire gli studenti che la guerra non è il bell'ideale che il professore gli prospetta, ma è per loro una vera e propria condanna a morte.
Non so bene quanto sia vero ciò che dicono in molti, che questo sia uno dei migliori film di guerra di sempre, anche perchè il genere non rientra di certo tra i miei preferiti e nel corso della mia vita non è che ne abbia visti molti, quello che sono sicuro di aver capito dopo aver visionato la pellicola è come, anche novant'anni dopo, nonostante una recitazione d'altri tempi e un doppiaggio italiano - tra l'altro arrivato in Italia solamente nel 1955 a causa della censura fascista che aveva colpito anche il romanzo - che enfatizza ogni dialogo ed ogni monologo da parte di tutti i protagonisti forse in maniera eccessiva e questo aspetto è forse l'unica cosa del film che non ho apprezzato, ma perchè non sono molto abituato a quel tipo di stile recitativo, che spesso addirittura mi infastidisce, il film risulti ancora estremamente attuale nel raccontare gli orrori a cui non solo la Prima Guerra Mondiale ha sottoposto le persone nel corso della storia, ma anche moltissime altre guerre sia prima sia dopo l'uscita del film nei cinema di tutto il mondo.