lunedì 31 dicembre 2018

DEL MEGLIO DEL NOSTRO MEGLIO - BELLADONNA AWARD 2018

Come ogni buona tradizione che si rispetti, anche quest'anno, ad introdurre la settimana delle premiazioni delle migliori serie TV e dei migliori film visti nel corso del 2018, spazio per tutte quelle belle donzelle che ho avuto modo di ammirare al cinema, nelle serie televisive e, eccezionalmente rispetto agli scorsi anni, anche esternamente al mondo dello spettacolo (sì, beh, le eccezioni nelle top 10 sono solamente due, ma negli anni scorsi me lo ero proprio impedito). Chi saranno dunque le dieci donne che si contenderanno la palma di più belle del 2018?

Ricapitoliamo però, prima delle concorrenti di quest'anno, le vincitrici delle prime tre edizioni di questo personalissimo premio!

2015: Emmy Rossum
2016: Felicity Jones
2017: Gal Gadot


Menzioni d'onore

Paola Egonu

Età: 20 anni
Vista in: Mondiali di volley femminile



Shaila Gatta

Età: 22 anni
Vista in: Striscia la notizia, molte foto su Instagram



10 - Lucy Hale

Età: 29 anni
Vista in: Obbligo o verità



9 - Jennifer Lawrence

Età: 28 anni
Vista in: Red Sparrow



8 - Miriam Leone

Età: 33 anni
Vista in: Metti la nonna in freezer, Il testimone invisibile



7 - Diletta Leotta

Età: 27 anni
Vista in: Prepartita della Juventus su DAZN, molte foto su Instagram



6 - Anya Taylor-Joy

Età: 22 anni
Vista in: Amiche di sangue



5 - Olivia Munn

Età: 38 anni
Vista in: The Predator



4 - Ursula Corberò

Età: 29 anni
Vista in: La casa di carta



3 - Matilda Lutz

Età: 26 anni
Vista in: Revenge



2 - Rossella Fiamingo

Età: 27 anni
Vista in: Mondiali di scherma (anche se molto coperta), molte foto su Instagram



1 - Victoria Justice

Età: 25 anni
Vista in: Molte foto su Instagram


giovedì 27 dicembre 2018

WEEKEND AL CINEMA!

Siccome questa settimana non sto lavorando, ho deciso di prendermi le ferie anche dal blog, però il solito appuntamento settimanale con le uscite cinematografiche e con i miei pregiudizi su di esse non poteva proprio mancare! Ecco dunque il solito post, dedicato alle pochissime uscite di questo ultimo weekend dell'anno, in attesa dei fuochi d'artificio del primo weekend del 2019, in cui senza neanche prendere fiato usciranno subito un paio dei film che attendo di più dal prossimo anno!


La Befana vien di notte di Michele Soavi


Adoro abbastanza Paola Cortellesi, per me una delle migliori attrici italiane per quel che riguarda la commedia, ma in grado anche di recitare in ruoli drammatici di tutto rispetto. Siamo poi davanti ad uno dei primi film natalizi in cui non c'è protagonista Babbo Natale, bensì la Befana, che qui verrà rapita da un losco produttore di giocattoli. Commedia in cui i protagonisti veri e propri potrebbero essere i bambini - e da un po' di tempo faccio fatica a sopportare i film del genere - in cui però la stessa Cortellesi e il sempre apprezzatissimo Stefano Fresi potrebbero dare grandi soddisfazioni.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Spider-Man: Un nuovo Universo: Ennesimo film al cinema dedicato a Spider-Man, che ci era stato presentato come seconda scena dopo i titoli di coda di "Venom". In quanto film d'animazione, però, lo lascerò passare inosservato senza farmi troppi problemi se non dovessi vederlo.
Moschettieri del Re: Film italiano sui Moschettieri, che qui ritroveremo invecchiati rispetto al romanzo di Dumas. Romanzo che già ho sempre fatto fatica a sopportare, motivo per cui il film mi ispira poco. Peccato che il cast sia di tutto rispetto per quel che riguarda il cinema italiano, con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea e Rocco Papaleo nei panni dei protagonisti.
Nelle tue mani: Commedia francese che non mi ispira più di tanto, in una settimana cinematografica che sembra più che altro essere di passaggio per ciò che arriverà con i primi mesi del nuovo anno!

giovedì 20 dicembre 2018

WEEKEND AL CINEMA!

Eccoci qui per il weekend cinematografico che precede il Natale e che, contro ogni pronostico, non sarà poi così pieno di uscite natalizie. Certo, ce ne sono un paio che ingloberanno buona parte degli incassi, ma il resto sono i soliti film che escono nel corso di tutto l'anno, il che mi sorprende un po' se devo essere sincero. Ad ogni modo, tutte queste uscite saranno commentate come al solito in base ai miei pregiudizi!


Il ritorno di Mary Poppins di Rob Marshall


Non so benissimo da cosa arrivi questa mia cosa, ma dopo una prima visione di "Mary Poppins" avvenuta prima dei dieci anni, ho iniziato seriamente a detestarlo, malsopportando tutte le sue canzoncine e tutta la sua felicità spinta al massimo. Per dire, ho apprezzato di più "Saving Mr. Banks" che ne racconta i retroscena sulla sua creazione, nonostante non sia sto gran filmone. Già immagino che questo seguito non richiesto e non necessario piacerà a molti, io penso invece che lo detesterò alla grandissima.

La mia aspettativa: 4/10


The Old Man & the Gun di David Lowery

Arriva in questo weekend anche l'ultimo film della carriera di Robert Redford - dopo questo avverrà il suo ritiro dalle scene - dedicato alla figura di Forrest Tucker, un rapinatore di banche. Di certo non un esempio da seguire, così come non penso che il film possa offrirmi grandissimi spunti di riflessione. Rimane solo la curiosità di vedere all'opera per l'ultima volta un grande attore che però negli ultimi anni non mi è parso particolarmente in forma.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Wine to Love: Commedia sentimentale che segna il ritorno sulle scene di Ornella Muti. Non che di lei mi sia mai interessato molto, però la cosa andava segnalata comunque.
Amici come prima: Altro "grande" ritorno, quella della coppia formata da Massimo Boldi e Christian De Sica. Non so se lo vedrò, non penso proprio ecco.
7 uomini a mollo: Commedia francese sul nuoto sincronizzato, che è uno di quegli sport che proprio non sono mai riuscito a vedere.
Ben is Back: Drammone americano con Julia Roberts come protagonista e Lucas Hedges che interpreta un uomo in fase di disintossicazione che vuole passare le feste natalizie in famiglia.
Bumblebee: Spazio anche per i robottoni, come se non bastassero i Transformers ecco che arriva anche "Bumblebee". Tra le due cose non ci vedo un'enorme differenza a dire il vero, forse spero solo che la regia sia migliore di quella di Michael Bay.
Capri Revolution: Pellicola italiana presentata a Venezia con protagonista la bella Marianna Fontana, una delle due gemelle già viste in "Indivisibili. Non so quanto la pellicola possa interessarmi, sicuramente mi interessa il fatto che ci sia quella specifica attrice!
Cold War: Film polacco che sicuramente non troverà poi così tanto spazio nelle nostre sale!

mercoledì 19 dicembre 2018

Suffragette di Sarah Gavron (2015)



Regno Unito 2015
Titolo Originale: Suffragette
Regia: Sarah Gavron
Sceneggiatura: Abi Morgan
Cast: Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Brendan Gleeson, Anne-Marie Duff, Ben Whishaw, Romola Garai, Meryl Streep, Finbar Lynch, Natalie Press, Samuel West, Geoff Bell
Durata: 106 minuti
Genere: Drammatico, Storico


Le visioni cinematografiche cui assisto come organizzatore del Cineforum del paese in cui abito, il più delle volte, riguardano film che ho già visto: in quanto organizzatore, appunto, ho voce in capitolo sui film che vengono proposti e non mi potrei mai permettere di proporre una pellicola che non ho mai visto. Non essendo però da solo e avendo altre teste pensanti all'interno del gruppo, capita, nemmeno poche volte - almeno tre su una decina di proiezioni a stagione -, che io non abbia visto uno dei lavori proposti ed è proprio il caso di questo "Suffragette", diretto da Sarah Gavron nel 2015 e uscito nelle sale italiane nel 2016, a ridosso della festa della donna. Sarah Gavron è regista non molto nota nel nostro paese e immagino nemmeno nel resto del mondo: soli tre film all'attivo, di cui uno dei due precedenti a questo è un documentario, tutti, comunque, a tematica femminile. Per "Suffragette" però il cast è di livello: abbiamo Helena Bonham Carter e Carey Mulligan in ruoli da protagoniste, poi abbiamo una Meryl Streep che campeggia in bella mostra nella locandina del film, che però a conti fatti appare in scena per meno di cinque minuti, ma ehi, vuoi che i nostri distributori non sfruttino quel bel faccione da rompipalle della Streep - che ammettetelo, ha rotto le palle anche a voi, sarà brava e tutto, ma non è che tutto quello che fa sia platino eh - per promuovere un po' il film?
"Suffragette", come pare abbastanza ovvio dal titolo, è ambientato nella Londra del 1912, epoca in cui le donne non avevano ancora diritto di voto e non vantavano alcun diritto sui figli, svolgendo turni di lavoro estenuanti e risultando in tutti i sensi assoggettate agli uomini, nella fattispecie ai mariti. Nasce così il movimento delle Suffragette, un gruppo di donne che, anche con manifestazioni violente, portò avanti una serie di lotte per la rivendicazione dei propri diritti, mettendo alla luce una situazione in cui non è solamente il diritto di voto ad essere importante, tra le richieste portate avanti da questo gruppo di donne. Tra esse, nel film, vediamo la storia di Maud Watts, personaggio inventato per fini cinematografici, circondato però da donne e situazioni realmente esistite ed accadute, che si unisce un po' per caso, un po' per il desiderio di cambiare in meglio la propria vita, a questo gruppo di rivoluzionarie, capitanate da Emmeline Pankhurst, che guida il gruppo rimanendo nell'ombra perchè ricercata dalla polizia, a stretto contatto con Edith Ellyn, che fu una delle prime donne ad utilizzare metodi violenti nelle manifestazioni delle Suffragette.
Vedendo il film e discutendone al termine come tipico di ogni buon cineforum che si rispetti, emerge quanto, nonostante dal punto di vista tecnico la pellicola non sia particolarmente eccezionale, nè tanto meno originale, a volte i contenuti possano fare la differenza, elevando un film al di sopra del suo effettivo valore artistico. Innanzitutto la sofferenza delle donne che si ritrovano costrette ad attuare una vera e propria rivoluzione per vedersi riconoscere i propri diritti è ben messa in mostra dalla regista Sarah Gavron, che ben evidenzia sia le angherie subite dai propri datori di lavoro, con turni estenuanti in luoghi pericolosi per la propria salute, sia da parte dei propri mariti, sia dalla polizia, sempre pronta a fermare con la violenza qualsiasi minima manifestazione di ribellione, anche le più innocue. Viene anche ben messo in evidenza quanto, nonostante il diritto di voto e la parità di diritti - anche se per quanto riguarda la seconda ancora siamo abbastanza indietro, notare poi come il film voglia, parlando del passato, portarci anche al presente - siano dati per scontati nella nostra epoca, questi sono arrivati in seguito ad una serie di lotte, durate più di un decennio - il film è ambientato nella Londra del 1912, per ottenere il voto le donne inglesi hanno dovuto aspettare più di dieci anni, complice anche la Prima Guerra Mondiale, mentre nel resto del mondo ancora di più - di cui pare che da qualche anno un po' tutti ci siamo dimenticati.

Voto: 7,5

martedì 18 dicembre 2018

Swiss Army Man di Daniel Kwan, Daniel Scheinert (2016)



USA 2016
Titolo Originale: Swiss Army Man
Regia: Dan Kwan, Daniel Scheinert
Sceneggiatura: Dan Kwan, Daniel Scheinert
Cast: Paul Dano, Daniel Radcliffe, Mary Elizabeth Winstead
Durata: 95 minuti
Genere: Commedia


Sono passati ormai due anni da quando si iniziò a parlare, soprattutto in rete, di "Swiss Army Man", film statunitense con protagonisti Paul Dano e Daniel Radcliffe che ha ottenuto, sin dalla sua presentazione al Sundance Film Festival, l'approvazione da parte della critica - che lo ha premiato con il premio alla miglior regia per un film drammatico e un'altra candidatura - e del pubblico che, prima in rete e poi su Netflix che ne ha acquistato i diritti, ha cominciato a guardarlo e farlo fiorire grazie al passaparola. Registi della pellicola sono Dan Kwan e Daniel Scheinert, al loro primo lungometraggio - prima di esso solo un corto e dopo di esso un'altro corto - per il quale si sono anche guadagnati la candidatura al miglior film d'esordio all'Independent Spirit Award. Sui due attori protagonisti, che a un certo punto diventeranno tre, ci sarebbe in realtà poco da dire: Paul Dano viene pushato da Hollywood già da qualche tempo e con ottimi risultati, grazie a performance quasi sempre valide, mentre Daniel Radcliffe sta tentando, riuscendoci anche discretamente, di distaccarsi da Harry Potter, il personaggio che fin da piccolo lo ha fatto conoscere al grande pubblico.
La trama del film è molto molto semplice e stringata: Hank, interpretato da Paul Dano, è un naufrago bloccato su un'isola deserta che sta tentando di impiccarsi. Proprio mentre sta per compiere l'estremo gesto nota su una spiaggia un uomo sofferente, che sembra stia per morire da un momento all'altro. Nel tentativo di aiutarlo scoprirà che l'uomo, che si chiama Manny ed è interpretato da Daniel Radcliffe, è in realtà uno zombie, un cadavere in decomposizione che scorreggia, rutta e vomita, con il quale Hank instaurerà un profondo e stranissimo rapporto di amicizia, che porterà i due ad intraprendere un lungo viaggio per permettere ad Hank di tornare finalmente a casa dalla sua ragazza.
Ho aspettato così tanto tempo a vedere questo film perchè, nonostante praticamente tutti ne parlassero bene, facevo abbastanza fatica ad entrare nel mood necessario per vedere una pellicola che presentava una trama con delle premesse così eccessivamente stupide. Invece, dal momento in cui ho iniziato a vederlo fino al termine di esso, sono riuscito ad entrare subito in "Swiss Army Man", grazie soprattutto al modo in cui i due attori protagonisti hanno dimostrato affiatamento nel recitare l'uno a fianco dell'altro, ma anche al fatto che la pellicola presenti, nel corso di tutta la sua durata, una serie di trovate davvero geniali, che sorprendono sempre di più con il passare dei minuti. Credeteci, diversamente da quanto ho fatto io in questi anni, che quando penserete che il film abbia smesso di riuscire a sorprendervi, subito verrà tirato fuori un nuovo stratagemma, una scena divertente, un modo particolare di usare una determinata tecnica registica, citazioni a colonne sonore - geniale è il modo in cui viene usata e viene canticchiata dai due protagonisti quella di "Jurassic Park" - e tematiche trattate.
Non è dunque difficile entrare nel mood per apprezzare l'amicizia particolarissima tra i due individui protagonisti di "Swiss Army Man", in un film che parte da un presupposto sceneggiativo che potrebbe metterci davvero un attimo a mandare tutto in vacca, ma che invece rimane, in maniera assai sorprendente, coerente e lineare dall'inizio alla fine del film. E se tutto si regge sulle ottime interpretazioni di Paul Dano e Daniel Radcliffe, il cameo finale della sempre magnifica Mary Elizabeth Winstead, con i due protagonisti che finalmente raggiungono il loro obiettivo, è la ciliegina sulla torta ad un film divertente, irriverente e bellissimo, per il quale risulta anche difficile non provare dei buoni sentimenti.

Voto: 8

lunedì 17 dicembre 2018

Overlord di Julius Avery (2018)



USA 2018
Titolo Originale: Overlord
Regia: Julius Avery
Sceneggiatura: Billy Ray, Mark L. Smith
Cast: Jovan Adepo, Wyatt Russell, Mathilde Ollivier, John Magaro, Gianny Taufer, Pilou Asbæk, Jacob Anderson, Dominic Applewhite, Iain De Caestecker, Bokeem Woodbine, Éva Magyar, Erich Redman
Durata: 110 minuti
Genere: Azione, Horror


Quando si parla di zombie io rispondo sempre presente, tranne se gli zombie sono quelli di "The Walking Dead", in cui negli ultimi anni sono molto più vivi i non morti piuttosto che i personaggi protagonisti della serie, il che è tutto dire, visto che i non morti in realtà si vedono pure pochissimo. Ok, avete anche ragione, per quanto riguarda "Overlord" parlare di zombie è giusto un po' inappropriato, visto che i nemici non sono dei non morti, ma degli umani resi incredibilmente forti in seguito ad esperimenti, però hanno le sembianze e i comportamenti tipici degli zombie, ad eccezione della consueta e naturale lentezza. Quando poi si parla di zombie e di Seconda Guerra Mondiale le mie antenne si sollevano, perchè zombie e nazisti sono una di quelle accoppiate in grado di regalare sano divertimento e una dose di trash che io amo sempre particolarmente. Alla regia della pellicola abbiamo Julius Avery, regista di pochi film piuttosto sconosciuti, a cui il produttore J. J. Abrams - sempre sia lodato per "Lost", un po' meno per molte delle altre cose che ha fatto, ma buona parte delle sue produzioni riesco tranquillamente ad apprezzarle - ha affidato l'ingrato compito di portare al cinema questo film che aveva tutte le carte in regola per piacermi, invece.
Siamo alla vigilia dello sbarco in Normandia, un gruppo di paracadutisti americani viene spedito in missione per distruggere una radio tedesca in una vecchia chiesa. Prima di compiere la missione però, il loro aereo verrà abbattuto e il gruppo di militari si ritroverà in un villaggio sperduto, dove scopriranno che i nazisti stanno effettuando esperimenti sugli esseri umani che li trasformano in creature forti, feroci e soprannaturali. Già ho detto a più riprese quanto sulla carta un horror d'azione del genere avesse tutte le carte in regola per piacermi e farmi divertire dall'inizio alla fine, nella speranza più che altro che la pellicola non si prendesse troppo sul serio e mettesse in campo una buona dose di sanissima ignoranza che tanto apprezzo in quelle poche circostanze in cui mi cimento con il cinema d'azione. Il peccato principale di "Overlord" però è proprio quello di essere eccessivamente serio e di lasciare all'azione uno spazietto abbastanza risicato che a conti fatti finisce per annoiare e nemmeno poco.
Purtroppo per me che ho dovuto affrontarne la visione, ne sono rimasto estremamente deluso, annoiato da un citazionismo cinematografico che poco si sposava con quella che era la trama della vicenda, che aveva la dichiarata intenzione di creare un film tratto da un videogioco, ma comunque costruito attorno ad una sceneggiatura originale. Come film tratto da un videogioco a cui non ho mai giocato non è che funzioni particolarmente: non sembra di essere all'interno di un gioco - cosa che ad esempio nell'ultimo "Tomb Raider" un po' accadeva - e soprattutto non ci si diverte manco per sbaglio. Come film creato sulle basi di una sceneggiatura originale forse ancora meno: i personaggi sono solamente abbozzati e quello che il pubblico vuole, i fottutissimo zombie che poi zombie non sono per davvero, arrivano decisamente troppo tardi e il divertimento ne viene molto a meno.

Voto: 4,5

domenica 16 dicembre 2018

IL TRAILER DELLA DOMENICA #48 - La befana vien di notte

Manca poco al Natale, ma l'episodio di oggi della rubrica sui trailer è dedicato alla Befana!



La mia opinione: Tante sono state le uscite cinematografiche su Babbo Natale viste durante gli ultimi anni, ma non ne ricordo, a memoria d'uomo, nemmeno una dedicata alla Befana, che secondo la tradizione popolare italiana visita le case dei bambini nella notte del 6 Gennaio. Paola Cortellesi è la protagonista di questa pellicola, bella maestra elementare di giorno, mentre di notte si trasforma nella leggendaria Befana. Verrà rapita da un produttore di giocattoli, interpretato da uno Stefano Fresi che mi fa sempre ridere tantissimo, proprio a ridosso dell'Epifania. Un film per bambini in cui loro stessi potrebbero diventare gli eroi della vicenda, un film che sembra essere tanto tipico quanto rassicurante per il pubblico. Insomma, un po' di curiosità c'è, nulla di particolarmente rivoluzionario, ma abbastanza interessante per questo periodo di feste.

sabato 15 dicembre 2018

GEEKMAS - Letterina geek a Babbo Natale

"Si respira aria di festa, a Geek City: anche per i membri della Geek League, miracolosamente liberi da missioni e team up, sta per arrivare il Natale. E la festa si fa ancora più grande, con l'arrivo di una tag di Riccardo, aka Riky Smash-knees, che invita l'intera League a parlare della magia del Natale. Ma quando i nostri eroi si mettono al computer per partecipare alla tag, ecco che scatta una trappola: l'invito non veniva da Riki, ma da un nemico misterioso, che riporta ogni membro dell'intera squadra all'età di sei anni! Chi mai salverà Geek City, ora che i suoi difensori sono troppo impegnati a scrivere le letterine per Babbo Natale?"

Caro Babbo Natale,

ormai sai bene che tra ventidue anni diventerò una bruttissima persona, cinica e senza amore, quindi, prima che la mia bontà finisca ti chiedo di portarmi quei regali che vorrò tra qualche anno, ma che non mi potrai portare perchè sarò diventato cattivo, peggio del Grinch. Il primo regalo che ti chiedo, in maniera del tutto disinteressata è per favore, di fare in modo che al cinema non escano nè più film sul Natale nè film sull'amicizia tra uomo e cane: saranno tra le cose che contribuiranno al mio incattivimento, assieme ai film d'amore - ma quelli, siccome sono ancora buono, non posso chiederti di eliminarli.

Passando alle cose un po' più materiali: in questi miei tre ultimi Natali, da quando so scrivere due o tre parole in croce - forse meglio evitare le battute su ciò che succederà tra pochi mesi a Gesù bambino - i miei genitori mi hanno sempre detto che sei un uomo povero, quindi meglio non chiederti regali troppo costosi. Io però a questa storia non ci credo: com'è che fai a portare i regali in tutto il mondo in una notte grazie ad una tecnologia che, senza soldi, sarebbe impossibile finanziare? Quindi tra ventidue anni sappi che vorrò la roba costosa e siccome amo i LEGO, vorrò il Millennium Falcon della LEGO, con tanto di teca per non rovinarlo.


Mi piacerebbe poi, prima del Natale che verrà tra ventitre anni, completare la collezione dei manga di "Haikyuu!", che se me li regali un volumetto alla volta costano anche poco, nel caso fossi davvero povero come tutti dicono.


Per ultima cosa, che non voglio tediarti troppo tempo e scriverti una letterina lunga, vorrei un videoproiettore e un maxi schermo. Ora lo posso usare per guardarmi i cartoni animati su uno schermo gigantesco, ma tra qualche anno, quando comincerò ad appassionarmi di cinema, già mi immagino che spettacolo sarà guardare i film in casa mia!

venerdì 14 dicembre 2018

La casa delle bambole - Ghostland di Pascal Laugier (2018)



Canada, Francia 2018
Titolo Originale: Incident in a Ghostland
Regia: Pascal Laugier
Sceneggiatura: Pascal Laugier
Cast: Crystal Reed, Emilia Jones, Anastasia Philips, Taylor Hickson, Mylène Farmer, Rob Archer, Kevin Power, Adam Hurtig, Denis Cozzi
Durata: 91 minuti
Genere: Horror


Purtroppo con me quando si parla di cinema horror è meglio non scherzare. Per quel che riguarda questo genere cinematografico guardo praticamente di tutto, dalle stronzatone adolescenziali - odiandole pure a volte - ai film horror d'autore, che in questi ultimi anni, fortunatamente, stanno diventando sempre di più e, soprattutto, sempre più validi sia a livello registico sia a livello di sceneggiatura. Vista dunque l'uscita di "La casa delle bambole - Ghostland " diretto da Pascal Laugier, lo stesso regista di uno dei cult del cinema horror francese come "Martyrs" - al quale potrei dedicare un fake rewatch in futuro -, non mi sarei mai e poi mai potuto far scappare una visione del genere, che nel corso delle settimane che hanno preceduto la sua uscita nei cinema italiani aveva diviso la critica ma ottenuto l'approvazione del pubblico, soprattutto quello della rete, che lo aveva elogiato come un horror di buonissimo livello, visto soprattutto qual è l'andazzo del periodo. Ad interpretare le protagoniste della vicenda, due sorelle, vengono chiamate Crystal Reed, che abbiamo visto in qualche serie televisiva di successo negli ultimi tempi, e Anastasia Philips, volto abbastanza nuovo del cinema internazionale, mentre per interpretare la madre delle due protagoniste abbiamo Myléne Farmer, alla prima esperienza come attrice dopo un'intera e importantissima carriera come cantante.
Le protagoniste della vicenda sono tre donne, una madre e due sorelle, che si trasferiscono in una casa appena ereditata. Durante la loro prima notte all'interno dell'abitazione un gruppo di assassini turberà la quiete della famiglia, irrompendo nella casa e incominciando a torturare le tre donne. La storia si sposta poi sedici anni dopo: la madre Pauline è riuscita in un impeto di furia a uccidere uno degli assassini e le tre donne sono riuscite a scappare. Beth è diventata un importante scrittrice e fa i conti con il successo del suo romanzo "Incident in a Ghostland" che sembra raccontare proprio gli eventi di sedici anni prima, mentre Pauline vive ancora con l'altra figlia Vera, che invece fa ancora i conti con il trauma subito, non riuscendo a tornare ad una vita normale.

Prima degli spoiler, che purtroppo ritengo inevitabili in questa recensione, vi posso dire solo che "La casa delle bambole - Ghostland" è proprio un gran bel film, che consiglierei di vedere a chiunque, possibilmente sapendo il meno possibile sulla pellicola. Sappiate solamente che la sceneggiatura è scritta in maniera ottima, con una serie di colpi di scena e di interpretazioni possibili sulla vicenda che non possono altro che intrigare lo spettatore. Non avendo visto il cultissimo "Martyrs" di Pascal Laugier posso dire pochino riguardo la sua regia, basandomi solamente su questa pellicola. Una regia che è in grado di far entrare lo spettatore all'interno della vicenda, facendolo ben immedesimare nella condizione delle protagoniste.

Voto: 8

DA QUI IN POI ATTENZIONE A POSSIBILI SPOILER
La cosa che mi ha sorpreso maggiormente di questa pellicola è il modo in cui riesce a prendersi gioco dei suoi spettatori soprattutto nella parte iniziale e in quella centrale: l'inizio fa pensare di trovarci davanti al tipico home invasion, mentre la seconda parte invece ci mette davanti ad una altrettanto tipica ghost story e proprio mentre pensavo che la parte iniziale fosse temporalmente superata, ecco che si ritorna, ancora una volta, all'home invasion, scoprendo, con quello che per me è uno dei colpi di scena dell'anno - nonostante qualche indizio - che in realtà la vita sedici anni dopo gli eventi è tutta nella testa di Beth. Non è dunque Vera ad essere impazzita e a subire eventi paranormali, ma è Beth ad essersi inventata una realtà alternativa per sfuggire dall'orrore, nella quale Vera, rimasta sana e ben cosciente di tutto, cerca continuamente di entrare. Insomma, già il film mi stava piacendo parecchio, per quanto fosse inquietante, violento e anche un po' malato, dopo quel colpo di scena l'ho amato ancora di più perchè il livello, da quel momento in poi, si alza proprio alla grande!

giovedì 13 dicembre 2018

WEEKEND AL CINEMA!

Solamente sei i film in uscita in questa settimana - ci sono quattro documentari e un film musicale su kikazzè? Calcutta - in attesa delle bombe che usciranno prima di Natale. Beh, bombe proprio no, ma non penso si possa fare peggio di questa settimana, che verrà come al solito giudicata interamente secondo i miei pregiudizi!


Macchine mortali di Christian Rivers


Si spera nella nuova saga young adult di livello, prodotta da Peter Jackson e tratta dall'omonima saga letteraria scritta da Philip Reeve di cui in Italia sono stati pubblicati solamente due romanzi. Il livello sembra buono, così come il presupposto fantascientifico che sta alla base è interessante e il romanzo da cui è tratto è pure carinissimo, secondo me. Spero in un buon film.

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Hepta - Sette stadi d'amore: Film sentimentale in arrivo dall'Egitto che spostatevi proprio io non ho voglia di impegnarmici.
Il testimone invisibile: Thriller con Miriam Leone, sempre sia lodata. Lo guarderò sicuramente, solo ed esclusivamente per lei, ma il trailer non sembra malissimo a dirla tutta.
La donna elettrica: Commedia islandese che non penso verrà portata in molti cinema italiani e passerà abbastanza inosservata.
Lontano da qui: Drammone statunitense che non mi ispira particolarmente, nonostante il cast di livello e le ottime impressioni da parte della critica.
Un piccolo favore: Thriller con Blake Lively e Anna Kendrick, che per me sono una vera e propria garanzia. Non di buona recitazione - non sempre almeno -, ma di gran gnocchitudine.

mercoledì 12 dicembre 2018

Le terrificanti avventure di Sabrina - Stagione 1



Le terrificanti avventure di Sabrina
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 10
Creatore: Roberto Aguirre-Sacasa
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Kiernan Shipka, Ross Lynch, Lucy Davis, Chance Perdomo, Michelle Gomez, Jaz Sinclair, Lachlan Watson, Tati Gabrielle, Adeline Rudolph, Richard Coyle, Miranda Otto
Genere: Horror


Con le serie TV in questa annata non sto andando per niente d'accordo: ne ho viste poche e sono riuscito a commentarne ancora di meno, ma di arrendersi non se ne parla nemmeno per sbaglio. Con immenso ritardo rispetto all'uscita su Netflix ho deciso di recuperarmi "Le terrificanti avventure di Sabrina", rivisitazione in chiave horror adolescenziale della sit-com "Sabrina - Vita da strega" degli anni novanta, quella in cui c'era un gatto nero che parlava e veniva vestito in modo puccioso e carino, di tutto il resto non penso sia mai interessato a qualcuno riguardo a quella serie. "Le terrificanti avventure di Sabrina" è stata finora l'unica serie di cui ho parlato nella mia rubrica domenicale sui trailer perchè, nonostante il tono molto adolescenziale, mi interessava parecchio l'idea di vedere la sit-com degli anni novanta rivisitata in chiave più horror, sperando che oltre ai fan della vecchia serie potesse attrarre anche qualche nuovo spettatore, magari con gusti completamente diversi. Per il ruolo di Sabrina viene chiamata Kiernan Shipka, attrice appena diciannovenne - che ne dimostra un bel po' di meno - già vista in "Mad Men" e in "Feud: Bette and Joan", mentre ad interpretare le due zie Zelda e Hilda abbiamo rispettivamente Miranda Otto, con una lunga carriera nel cinema e nella televisione, e Lucy Davis.
La serie inizia poco prima del sedicesimo compleanno di Sabrina Spellman, ragazza mezza strega e mezza umana nata dal matrimonio tra uno stregone e un'umana. Nel giorno del suo compleanno, che cadrà ad Halloween, dovrà dedicare la sua intera vita a Satana, partecipando al cosiddetto Battesimo Oscuro in cui giurerà fedeltà al re degli inferi. La sua vita però fino ad allora è indissolubilmente legata al mondo umano: frequenta la scuola di Greendale, passa le giornate con le sue migliori amiche e con il ragazzo Harvey, interpretato da Ross Lynch, ma dopo il battesimo dovrà abbandonarli per andare a frequentare la scuola delle arti occulte e dedicarsi, completamente, alla sua futura vita da strega.
Ci mette non pochissimo ad ingranare questa prima stagione di "Le terrificanti avventure di Sabrina", che nei primi episodi stava per configurarsi come una delle più grandi delusioni di questa annata: gli episodi proseguivano in maniera piuttosto lenta e confusionaria e non si capiva per bene dove volesse andare a parare. Inoltre non si capisce bene il perchè, ma soprattutto nei primi episodi abbiamo una fotografia molto simile al fish-eye in cui era a fuoco solamente la parte centrale dell'inquadratura, mentre sfocata agli angoli. Tra il quarto e il quinto episodio però avviene la svolta e la serie ingrana sul serio, mettendo in scena vicende sempre più interessanti e coinvolgenti, non dimenticandosi mai il pubblico a cui è rivolta. Avendo dunque una passione per le produzioni adolescenziali con questa prima stagione mi sono trovato decisamente bene, soprattutto quando le cose cominciano a farsi serie. Merito anche di una caratterizzazione sicuramente ben riuscita per quanto riguarda la protagonista Sabrina, ma anche per quel che riguarda buona parte dei personaggi secondari, tra cui ho apprezzato in maniera particolare Mary Wardwell, interpretata da Michelle Gomez, così come il personaggio di Prudence, interpretato da Tati Gabrielle e, anche se stereotipato, sicuramente da tenere d'occhio per mille motivi.
Insomma, quella che rischiava di essere una delle delusioni dell'anni, visti i primi episodi, si è trasformata in una vera e propria sorpresa, in grado di coinvolgermi in maniera inaspettata e a tratti divertenti, con personaggi ben scritti e ben caratterizzati.

Voto: 7

martedì 11 dicembre 2018

The Predator di Shane Black (2018)



USA, Canada 2018
Titolo Originale: The Predator
Regia: Shane Black
Sceneggiatura: Fred Dekker, Shane Black
Cast: Boyd Holbrook, Trevante Rhodes, Jacob Tremblay, Olivia Munn, Sterling K. Brown, Keegan-Michael Key, Thomas Jane, Alfie Allen, Augusto Aguilera, Yvonne Strahovski, Jake Busey, Lochlyn Munro, Niall Matter, Brian A. Prince
Durata: 107 minuti
Genere: Azione, Fantascienza, Horror


In questo ultimo mese la lentezza mi sta contraddistinguendo sempre di più: non recupero una serie TV da una vita, fatico a vedere i film con il ritmo che tenevo negli scorsi mesi e gli speciali che ho iniziato - che termineranno proprio con questo post in attesa di nuove idee per il 2019 - vengono portati avanti per mesi anche se i film che li compongono sono solamente quattro, come nel caso dello speciale sulla saga di "Predator", che ho iniziato con la recensione di "Predator" agli inizi di Ottobre, è proseguito con "Predator 2" verso la fine del mese e poi, dopo settimane e settimane di pausa, con la recensione del pessimo "Predators" di un paio di settimane fa. Dopo aver infatti ricordato perchè "Predator" è un vero e proprio cult e perchè "Predator 2" è un film secondo me ingiustamente sottovalutato e dimenticato, mi sono dovuto imbattere in "Predators", che per me continua a non esistere, mentre per la maggior parte del resto del mondo era il terzo capitolo della saga, l'ultimo fino a un paio di mesi fa, quando uscì nelle sale il lavoro di "Shane Black", regista che ha diretto tre o quattro film action - "Arma letale", "Arma letale 2" e "Last Action Hero" - che mi piacciono moltissimo, mentre per quanto riguarda gli altri suoi lavori non sono mai riuscito ad amarli seriamente, compreso l'ultimo "The Nice Guys" che sì, ho trovato carino, ma non mi aveva impressionato più di tanto. Per "The Predator", quarto capitolo della saga e, secondo i progetti dei produttori, primo di una nuova trilogia, partito non sotto i migliori auspici visti i molti rallentamenti nella produzione, Shane Black chiama a sè Boyd Holbrook, reduce dal successo ottenuto con le prime due stagioni di "Narcos" - in quel periodo storico in cui Pablo Escobar al cinema tirava più di uno zombie, che a sua volta tirava più di un pelo di figa che a sua volta tira di più di un carro di buoi che al mercato mio padre comprò -, Trevante Rhodes direttamente da "Moonlight", ma soprattutto, per non far mancare nulla ai maschietti - cosa che nei primi due capitoli, effettivamente mancava e molto - pure Olivia Munn, sempre sia lodata, impegnatissima con la saga di "X-Men" e vista in precedenza in quel piccolo gioiellino che era "The Newsroom".
Non siamo di fronte ad un seguito diretto dei primi tre capitoli della saga, così come nemmeno i primi tre capitoli, presi singolarmente, erano dei veri e propri seguiti, quanto più che altro film appartenenti alla stessa saga che condividevano riferimenti e memoria dei film precedenti, ma raccontando una storia completamente diversa. La vicenda inizia quando il cecchino - che proprio come i bidelli, che ora vengono chiamati personale ATA (almeno quando andavo a scuola io), ora sarebbe meglio chiamarlo "tiratore scelto" - Quinn McKenna si imbatte in un Predator durante una missione in Messico. Riuscirà ad impadronirsi del suo casco e a spedirlo a casa come prova del contatto alieno, ma questo casco finirà in mano del figlio autistico Rory - che era sicuramente stato appena vaccinato contro il morbillo -, interpretato da Jacob Tremblay, che riuscirà inavvertitamente a metterlo in funzione, richiamando gli alieni sulla Terra. Una squadra di ex marine capeggiata dallo stesso Quinn e con l'aiuto della professoressa di scienze Casey Bracket dovrà occuparsi della minaccia dei Predator che ora, dopo aver combinato il loro DNA con quello di altri potenti esseri viventi dell'Universo, sono molto più forti di prima.
Quando si ha a che fare con Shane Black abbiamo una sicurezza: non può mancare una buona dose di senso dell'umorismo, che alleggerisce la tensione in un film che, anni dopo l'uscita del primo capitolo, risulta essere un buon omaggio ad esso e alla mitologia legata ai Predator, senza però sconvolgere più di tanto e senza rendersi mai memorabile. Siamo ormai davanti ad un cinema action che non vuole più prendersi sul serio - cosa che facevano in maniera efficace i primi due capitoli - ma vuole principalmente divertire lo spettatore facendogli passare un paio d'ore senza particolari pensieri e in questo "The Predator" riesce più che bene: si distacca per il tono dai primi due film, ma non dimentica le sue origini, mettendo in scena un gruppo di soldati ben affiatato in cui non mancano le battutine, non mancano le parolacce e non mancano personaggi caratteristici come Baxter, interpretato da un ottimo Thomas Jane, affetto dalla sindrome di Tourette - quella sindrome di cui sogno di soffrire quando voglio mandare a fanculo qualcuno senza doverne pagare le conseguenze.
Purtroppo il film non ha ottenuto negli Stati Uniti il successo sperato e, molto probabilmente, il progetto di una nuova trilogia andrà a farsi benedire: non resta dunque che godersi un nuovo film della saga di "Predator" che sa giocarsi bene le sue carte e giocare con molti stereotipi del genere action utilizzandoli però come espediente comico. Rimane anche il fatto di aver assistito ad un film che purtroppo non se la gioca benissimo per quanto riguarda gli effetti speciali, che non sono poi così tanto curati come mi sarei aspettato, e in cui il nemico è decisamente meno caratterizzato rispetto ai primi due capitoli, in cui sì, non è che lo conoscessimo a fondo, ma quanto meno sapevamo che avesse un'etica del combattimento e una propensione per la caccia che qui sono totalmente assenti. "The Predator" è dunque un film divertente, un buonissimo omaggio alla creatura di John McTiernan che sfigura al confronto, ma non in senso assoluto.

Voto: 6,5

lunedì 10 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody di Bryan Singer, Dexter Fletcher (2018)



USA, Regno Unito 2018
Titolo Originale: Bohemian Rhapsody< Regia: Bryan Singer, Dexter Fletcher
Sceneggiatura: Anthony McCarten
Cast: Rami Malek, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Gwilym Lee, Lucy Boynton, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers, Aaron McCusker
Durata: 135 minuti
Genere: Biografico, Musicale


Sono ormai anni che si parla della realizzazione di un film sulla vita di Freddie Mercury, storico cantante dei Queen amato praticamente da qualsiasi tipo di pubblico tranne da quelli che ci tengono a far vedere di essere diversi definendoli sopravvalutati. Ora io con la parola "sopravvalutato" ho un problema molto serio: com'è possibile dire in maniera oggettiva che una cosa è sopravvalutata se sei l'unico a cui non piace? Ad esempio, a me non piace David Cronenberg e nemmeno Woody Allen, che però piacciono a chiunque: non dico che siano sopravvalutati ma che, nonostante piacciano a tutti, io ho un problema con loro. Perchè se una cosa piace a tutti e non a me deve essere per forza un problema di tutti gli altri e non mio? Detto questo, con la musica dei Queen, come con quella di quasi tutti i musicisti che ascolto, non ho un rapporto morboso. Conosco le loro canzoni più famose, quelle da greatest hits tanto per capirci, quelle che anche se non hai mai ascoltato una canzone in vita tua e hai vissuto in una boccia di vetro per tutta la tua esistenza, in qualche modo devi essere riuscito ad ascoltarle. Già se ci si muove al di là di quelle canzoni da greatest hits, con i Queen come con moltissimi altri gruppi, vado abbastanza in difficoltà. Freddie Mercury però è una figura talmente iconica, per miliardi di motivi tra cui quello non meno importante fu la sua voce eccezionale e unica, che un film sulla sua vita e sulla sua carriera musicale non me lo sarei mai potuto perdere, dato che comunque, quelle canzoni da greatest hits che già ho citato, le amo particolarmente.
Come si è già detto, si parlava dell'uscita di un film su Freddie Mercury già dal 2010, quando Bryan May, storico chitarrista dei Queen, annunciò un progetto in cui Sacha Baron Cohen avrebbe dismesso gli abiti di "Bruno" e di "Borat" per interpretare il famosissimo cantante. Per divergenze creative con i membri della band, che figurano come produttori ed è parecchio evidente dal film che ci abbiano messo molto il becco nella sceneggiatura, Sacha Baron Cohen abbandona il progetto e il ruolo di Freddie Mercury viene affidato prima a Ben Whishaw nel 2013, poi, dopo ben quattro anni di silenzio, un Rami Malek in rampa di lancio per via del successo ottenuto con "Mr. Robot", quella serie che tutti, pur non capendone nulla, ritengono un capolavoro. Cioè tra tutti quelli che mi dicono che "Mr. Robot" è un capolavoro ancora non ho trovato qualcuno che me la spiegasse per filo e per segno, rendiamoci conto. Non accreditato alla regia, ma comunque con un ruolo non indifferente nel progetto, anche Dexter Fletcher, che per breve tempo prese il posto di Bryan Singer dietro la macchina da presa dopo che il regista ufficiale mancò ingiustificatamente dal set per una settimana intera. Il film segue i primi quindici anni di carriera della band dei Queen, concentrandosi principalmente sulla figura di un Freddie Mercury interpretato secondo me in maniera egregia da Rami Malek, anche se c'è da aprire una parentesi, ma lo farò più avanti.
"Bohemian Rhapsody", che per chi non conoscesse i Queen è solamente la loro canzone più famosa, che la conoscono anche cani, gatti e sassi per quanto è un capolavoro, è sicuramente un film ben diretto in cui Bryan Singer e Dexter Fletcher dimostrano che dietro la macchina da presa ci sanno stare senza problemi riuscendo, nonostante le mille difficoltà, a creare comunque un film dignitoso. I problemi della pellicola stanno principalmente a livello sceneggiativo. Lasciamo perdere le varie incongruenze temporali, ammetto di essermene accorto solamente dopo aver visto il film e aver letto qualche recensione, dato che comunque non è che conosco a memoria la storia del gruppo e di ogni loro canzone, per me quello è stato il problema minore, anzi, proprio un non problema se devo dirla tutta. A convincermi meno è stato il fatto che ogni evento nella storia del cantante e della band venisse eccessivamente instanziato a livello temporale: abbiamo la scena in cui l'ancora Farrokh Bulsara si unisce al gruppo, poi passiamo come se niente fosse a quando canta per la prima volta con loro e poi ancora alla composizione delle prime canzoni con scene che non sembrano legarsi bene tra di loro, come fossero dei brevi corti che, messi insieme, vanno a formare il film sulla vita e sulla carriera di Freddie Mercury. Mi sta anche bene il fatto di aver reso il film un santino del cantante, tanto i fan della band quello volevano, niente di più e niente di meno: andare al cinema, vedere se Rami Malek sarebbe stato bravo nel diventare Freddie Mercury e sentire le canzoni dei Queen, rigorosamente quelle dei greatest hits ovviamente. Che poi cosa c'è di male nei greatest hits? In fondo dovrebbero essere le migliori canzoni di una band no? Ecco però magari insieme alle canzoni più famose, metterne un paio di meno conosciute sarebbe stato più interessante, invece no. Abbiamo "Bohemian Rhapsody" e "We Will Rock You" - bellissime entrambe le scene in cui vengono narrati i retroscena riguardo la scrittura dei brani - così come abbiamo "Another One Bites the Dust" con tutti i cambi di genere e di influenze che hanno contraddistinto la band: ora, una cosa deve essere ben chiara, i Queen non hanno rivoluzionato la musica rock, sono stati bravi, grazie ad un cantante eccezionale, a seguire le influenze dei periodi, passando dall'hard rock iniziale, al pop fino ad arrivare addirittura a suoni un po' più dance che il Freddie Mercury solista ha sperimentato anche più a fondo con "Lonely". Ah già, la parte in cui il cantante iniziò la carriera solista viene usata solo per far vedere quanto in quel periodo stesse diventando uno stronzo, per far vedere che proprio in quel periodo si ammalò di AIDS, insomma, Bryan May e compagnia ancora non l'hanno mandata proprio giù questa parentesi ed ecco che nel film viene utilizzata per farci vedere il lato oscuro del cantante che tutti amavano. Ma guarda un po' che casualità. La parte finale poi è la riproposizione, inquadratura per inquadratura, del "Live AID", che segnò il ritorno della band sui grandi palcoscenici di tutto il mondo. Ora, per quanto una cosa del genere in un film non è che sia proprio giustissima, ammetto di essermi esaltato parecchio nel sentire i quattro brani proposti e nel vedere come per Freddie Mercury quel concerto fu importantissimo sotto tutti i punti di vista. Bravo anche il regista a creare un'atmosfera tale per cui nelle scene che precedono il concerto persino a me è sembrato di vivere l'attesa del live, un po' come già ora sto vivendo quella per il concerto dei Metallica, rendendomi conto giorno dopo giorno che domani, dopodomani, e il giorno dopo dopodomani, non è l'otto Maggio 2019.
Avevamo lasciato una parentesi aperta sulla performance di Rami Malek nei panni di Freddie Mercury: già per un cantante confrontarsi con la sua voce e con le sue canzoni è una vera e propria croce, immagino per un attore, per quanto bravo, quanto possa essere difficile. Nella prima parte del film se devo essere sincero non mi ha convinto completamente, sembrava impacciato, con i capelloni e i dentoni, quasi si vergognasse di quell'aspetto e di quel trucco. Con il passare dei minuti e soprattutto con la piena consapevolezza di Freddie Mercury di essere omosessuale le cose sono migliorate, persino Rami Malek è sembrato sempre più sicuro di sè e, nella parte finale del film, interpreta il cantante in maniera quasi simbiotica, annullandosi completamente in favore del personaggio interpretato.
Insomma, "Bohemian Rhapsody" è uno di quei film che presenta tanti problemi qua e là anche se su molti di essi sono riuscito a chiudere un occhio, anche entrambi quando necessario, in favore delle emozioni, per tramite delle canzoni dei Queen che tanto amo - sempre quelle dei greatest hits, ovviamente - che il film mi ha dato. Sarà pure un film che sbaglia tantissime cose - e no, non intendo le incongruenze temporali, sempre che queste siano funzionali alla storia - e in cui si vedono gli altri membri della band come un deus ex machina a guidare Bryan Singer nella produzione di una pellicola che non mettesse il cantante in cattiva luce e quasi lo santificasse, però nei suoi frangenti musicali mi ha esaltato come pochi altri film hanno saputo fare.

Voto: 6+

domenica 9 dicembre 2018

IL TRAILER DELLA DOMENICA #47 - Avengers: Endgame

Eccoci per uno degli ultimi appuntamenti di questa annata con la rubrica domenicale dedicata ai trailer e questa settimana è inevitabile parlare di quello che era uno dei trailer più attesi del momento, quello dell'ultimo capitolo della saga degli "Avengers".



La mia opinione: Non so bene che cosa volessi da questo trailer, ma già dalle prime immagini mi aspettavo un po' più d'azione, invece, in qualche modo, questo è più un trailer di atmosfera, che ci mette davanti al mondo come è stato lasciato da Thanos nel precedente capitolo e al fatto che la metà della popolazione dell'intero Universo sia stata dissolta. Mi aspettavo certamente un trailer più epico, con già qualche bella scena d'azione al suo interno, invece la Marvel è riuscita a spiazzarmi ancora una volta, facendo uscire un trailer attesissimo sviluppandolo però con un tono certamente più contenuto rispetto ai precedenti. Insomma, siamo vicini alla fine e sappiamo già un po' come andrà a finire la questione: però già da ora l'hype è cominciato!

giovedì 6 dicembre 2018

WEEKEND AL CINEMA!

Un nuovo weekend cinematografico è alle porte e come ogni Giovedì eccoci qui per i commenti sulle uscite della settimana, che in questo caso saranno otto, se escludiamo i due documentari che non guarderò nemmeno sotto tortura. Bando alle ciance dunque, e spazio ai miei pregiudizi sui film che usciranno questa settimana!


Roma di Alfonso Cuaron

"Netflix sta uccidendo il cinemah" gridano in molti. In realtà è il cinema, inteso come industria, che si sta distruggendo da solo. Hai un film come "Roma", vincitore dell'ultima Mostra Internazionale del cinema di Venezia, e hai la possibilità di portarlo nelle sale, prima della pubblicazione su Netflix che lo ha prodotto e l'industria cosa fa? Gli concede solamente tre giorni, senza nemmeno pubblicizzarlo troppo, che sai mai che qualcuno lo venga a sapere. In questi giorni dovrebbe comunque essere pubblicato su Netflix per chi come il sottoscritto non sapeva che sarebbe stato proiettato nelle sale. Ce lo guarderemo lì vorrà dire.

La mia aspettativa: 8/10


La casa delle bambole - Ghostland di Pascal Laugier


Forse quest'anno il cinema horror ci ha dato dentro per davvero e per un "Hereditary" che sicuramente sarà nel mio listone ecco che esce "La casa delle bambole", dallo stesso regista di "Martyrs" che non ho mai visto, a mettermi una certa curiosità. Insomma, anche per questo film ho un fomento incredibile, spero sia un filmone e non mi deluda!

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Il destino degli uomini: Ultimo film di una trilogia sulla Prima Guerra Mondiale che nemmeno sapevo che esistesse. Quindi, mi sa che lo salto.
Alpha - Un'amicizia forte come la vita: Non bastavano già i film sull'amicizia tra uomo e cane, che mi fanno venire l'orticaria. Ora fanno anche i film sull'amicizia tra un uomo preistorico e un lupo solitario. Vabbeh...
Colette: Un tempo Keira Knightley mi avrebbe convinto da sola a guardare un film. Ora la mia passione per lei è un po' scemata e il film in questione ho il sospetto possa essere piuttosto noioso.
Il castello di vetro: Basato sull'autobiografia di una celebre giornalista, ha un cast che potrebbe interessarmi e ha del potenziale.
La prima pietra: Commedia italiana con Kasia Smutniak - sempre sia lodata - che potrebbe abbastanza sorprendermi.
Non ci resta che vincere: Commedia che invece, a questo giro, mi interessa meno di zero.

mercoledì 5 dicembre 2018

A Star is Born di Bradley Cooper (2018)



USA 2018
Titolo Originale: A Star is Born
Regia: Bradley Cooper
Sceneggiatura: Bradley Cooper, Will Fetters, Eric Roth
Cast: Lady Gaga, Bradley Cooper, Sam Elliott, Dave Chappelle, Andrew Dice Clay, Anthony Ramos, Bonnie Somerville, Rafi Gavron, Michael Harney
Durata: 135 minuti
Genere: Drammatico, Musicale


Presentato all'ulttima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, "A Star is Born" ha subito cominciato a far parlare di sè, in primis per l'interpretazione a detta di tutti ottima da parte di Lady Gaga, in secondo luogo per la regia di Bradley Cooper, anche coprotagonista della pellicola, al suo esordio dietro la macchina da presa. Non sono riuscito a correre subito a vederlo, nonostante la curiosità fosse tanta, ma ho comunque avuto l'opportunità grazie ad uno di quei cinema monosala che stanno nel circondario del comune in cui abito di vedere il quarto remake del film del 1937 "É nata una stella". Premetto subito che di tutte le versioni esistenti della stessa storia ho avuto modo di vedere solamente quest'ultima, ma il fatto che sia stato rifatto così tante volte denota in qualche modo come una storia di questo tipo la si possa tranquillamente considerare senza tempo. Passata prima per le mani di Clint Eastwood, la regia viene poi affidata a uno dei suoi pupilli, Bradley Cooper, non senza che il buon vecchio repubblicano facesse notare a tutti quanto la sceneggiatura non gli piacesse, alla fine "A Star is Born" ha ottenuto un riscontro dalla critica talmente elevato da essere uno dei candidati più credibili per una possibile candidatura all'Oscar come miglior film. E io lo dico da subito: magari meglio non esagerare.
Jackson Maine, interpretato da Bradley Cooper è una rock star e come tutte le rock star cinematografiche che si rispettano è anche un alcolizzato all'ennesima potenza. Si esibisce ogni sera per i suoi fan e nasconde un passato tormentato, dovuto soprattutto a problemi familiari causati dal padre, anche lui alcolizzato - altra cosa mai vista al cinema, un alcolizzato che segue le orme del padre alcolizzato! Una sera, dopo un suo concerto, incontra Ally, interpretata da Lady Gaga, che si esibisce tutte le sere in un night club come cantante: egli nota subito le sue capacità e il giorno dopo la invita ad un suo concerto, per cantare al suo pubblico quei versi che la sera prima aveva cantato solo per lui. Tra i due nasce una profonda storia d'amore e negli spettacoli che i due cominceranno a fare insieme, Ally man mano inizierà a diventare sempre più una celebrità, apprezzata dai fan e dalla critica per le sue doti canore e per il significato delle sue canzoni.
Apprezzo da sempre sia i film musicali sia i musical veri e propri, prediligendo forse i primi, che danno più spazio alla trama e fanno della musica uno strumento importante e fondante di essa. "A Star is Born" funziona principalmente per questo: la colonna sonora è qualcosa di veramente mitico, tanto che dopo la visione ho dovuto riascoltare più volte un paio di canzoni come ad esempio "Shallow", "Always Remember us this Way" e il brano finale "I'll never Love Again", con tutte le altre canzoni - tra l'altro scritte dagli stessi Bradley Cooper e Lady Gaga - che sono veramente significative e ben interpretate. Da sottolineare poi il fatto che non sono mai stato un fan di Lady Gaga, musicalmente parlando, andrei ad un suo concerto solamente per lo spettacolo e perchè so che mi divertirei, più che per le sue canzoni, ma qui secondo me raggiunge un livello superiore rispetto a quella che fino ad ora è stata la sua carriera musicale. Notare poi anche il fatto che Bradley Cooper canta veramente bene ed è credibilissimo come rock star tormentata dai suoi demoni interiori.
Nonostante la vicenda spesso e volentieri si lasci andare a facili sentimentalismi, che io difficilmente sopporto, il film mi è piaciuto praticamente dall'inizio fino a poco prima della fine, con il finale che a me è parso fin troppo esagerato e mi ha leggermente infastidito, per quello che era emerso durante tutta la durata del film. Alla fine la regia di Bradley Cooper, preso il timone da Clint Eastwood non è malissimo, ma non è nemmeno la cosa che si fa ricordare di più. Ci si ricorderà di una Lady Gaga che forse starà interpretando un ruolo che le viene facile, visto che è una cantante, però la sua interpretazione è talmente carica di emozioni che non si riesce proprio a criticarla.

Voto: 7,5

martedì 4 dicembre 2018

Cam di Daniel Goldhaber (2018)



USA 2018
Titolo Originale: Cam
Regia: Daniel Goldhaber
Sceneggiatura: Isa Mazzei
Cast: Madeline Brewer, Patch Darragh, Melora Walters, Devin Druid, Imani Hakim, Michael Dempsey
Durata: 94 minuti
Genere: Thriller


Ultimamente sto un po' lasciando perdere le proposte di Netflix, quanto meno quelle meno pompate dalla stampa e che meno hanno suscitato polemiche. Ad esempio, "La ballata di Buster Scruggs", chiacchieratissimo e diretto dai fratelli Coen, non me lo sarei mai lasciato scappare, così come non lo farò con "Rome" e tutti quegli altri film che alimenteranno l'ormai nota polemica contro Netflix. Oltre a queste uscite, che nel corso del tempo sono destinate ad aumentare, ne arrivano altre di tono decisamente minore: commediole innocue che a volte sanno colpire, horrorini pregni di clichè, film di fantascienza con effetti speciali discutibili e a basso costo, ma non brutti abbastanza da diventare dei B-movie di culto. Tra questi, sicuramente non pubblicizzato, nè tanto meno incensato dalla critica, si può sicuramente inserire "Cam", diretto da Daniel Goldhaber e presentato in giro per vari festival horror statunitensi, nei quali è riuscito anche a guadagnarsi dei premi, come quello per migliore attrice alla protagonista Madeline Brewer, vista negli ultimi tempi in un episodio di "Black Mirror" e in "The Handmaid's Tale".
Alice, interpretata da Madeline Brewer, si esibisce come cam girl per un sito chiamato FreeGirls.live, con il nickname di Lola.Ha un nutrito gruppo di fan, intrattenendo anche rapporti personali con alcuni di essi, e desidera ardentemente scalare la classifica di gradimento del sito per entrare nella top 50. Una volta riuscita a raggiungere il suo obiettivo, la gloria durerà molto poco, soppiantata dapprima da una nuova ragazza, ma soprattutto accorgendosi, il giorno dopo, che il suo account è stato chiuso. Misteriosamente però la sera stessa la ragazza scoprirà che la sua identità online, tenuta nascosta a sua madre, è stata rubata da una ragazza del tutto identica a lei, che si esibisce in un set del tutto identico a quello utilizzato fino al giorno prima da Alice. Psicologicamente provata dal furto del suo account e dalla presenza di una ragazza in grado di sostituirla completamente, inizierà una lotta tenace per riconquistare il suo account e continuare la sua carriera da cam girl.
Contro ogni pronostico "Cam" è riuscito bene o male a soddisfarmi. Ovviamente nella misura del filmettino senza pretese che non vuole essere un capolavoro e non vuole dare insegnamenti di vita, ma come thriller se la cava abbastanza bene giocandosi le sue carte in maniera azzeccata, il più delle volte. Innanzitutto è interessante l'interpretazione dell'attrice protagonista, perfetta per la parte, dotata di una bellezza non sconvolgente e di un fisico che la fa sembrare un po' più piccola dei suoi ventisei anni, ma in grado di risultare da una parte provocante e sexy, mentre dall'altra ambigua ed inquietante nel momento in cui Alice perde la sua identità digitale, vedendosi costretta ad interpretare due ruoli e non sfigurando in nessuno dei due. Nonostante un finale piuttosto confuso e forse troppo arrovellato per quella che è la dimensione del film e una narrazione che nell'ora e mezza circa di durata della pellicola non è sempre fluida, "Cam" è un thriller che riesce a creare la giusta atmosfera e la giusta tensione, coinvolgendo lo spettatore senza strafare.

Voto: 6,5

lunedì 3 dicembre 2018

I FAKE REWATCH DI NON C'É PARAGONE #9 - La maschera di Frankenstein di Terence Fisher (1957)




Gran Bretagna 1957
Titolo Originale: The Curse of Frankenstein
Regia: Terence Fisher
Sceneggiatura: Jimmy Sangster
Cast: Peter Cushing, Hazel Court, Robert Urquhart, Christopher Lee, Melvyn Hayes, Valerie Gaunt, Paul Hardtmuth, Noel Hood, Fred Johnson, Claude Kingston, Alex Gallier, Michael Mulcaster, Andrew Leigh, Anne Blake, Sally Walsh, Raymond Ray, Ernest Jay
Durata: 79 minuti
Genere: Horror


Ritorna la rubrica su quei film che in molti nella loro vita hanno fatto finta di aver visto e torna clamorosamente con un altro film della Hammer, dopo "Dracula il vampiro" che avevo voluto vedere qualche mese fa. L'idea, in futuro - sicuramente non per la fine dell'anno, visto che ho poco tempo e ancora qualche film che voglio vedere assolutamente per scrivere la classifica - è quella di fare uno speciale sui film delle serie della Hammer: ho iniziato quella su Dracula, che conta sette film, con questa pellicola ho iniziato quella su Frankenstein, che ne conta altri sette, non ho mai visto un film su La mummia, che invece ne conta solamente quattro. Ad accomunare queste tre serie è il fatto che il primo capitolo è stato sempre diretto da Terence Fisher, mentre sia in "Dracula il vampiro", sia in "La maschera di Frankenstein" abbiamo Peter Cushing ad interpretare il protagonista della vicenda, mentre Christopher Lee nel ruolo del mostro di turno, qui ad interpretare la creatura.
In teoria non dovrebbe esserci bisogno di fare degli accenni sulla trama di questo film, dato che la storia di Frankenstein dovrebbero conoscerla anche i sassi, ma io li faccio lo stesso perchè non si sa mai. Il film narra la vita del barone Victor Frankenstein che, rimasto orfano in giovane età, decide di sua iniziativa di assumere il tutore Paul Krempe, interpretato da Robert Urquhart, con il quale una volta cresciuto coltiverà un rapporto di amicizia che porterà i due a studiare un modo per ricreare la vita. Dopo esserci riusciti con un cagnolino, il passo verso il ricreare la vita umana in laboratorio è breve e non poche sono le riserve da parte di Paul, inorridito più che altro dai continui furti e smembramenti di cadaveri fatti da Victor per poter costruire il suo essere umano perfetto. Il problema principale si pone quando arriva il tempo di dare un cervello alla creatura, problema che porterà Victor ad uccidere uno stimato professore per poter dotare la creatura di una mente brillante. In seguito al funerale Victor si recherà sulla sua tomba per prelevarne il cervello, che rimarrà però irrimediabilmente danneggiato dopo una colluttazione tra Victor e Paul, che nel frattempo lo aveva scoperto. Riuscito dunque a ricreare la vita con diversi corpi assemblati e con il cervello del professore, Victor si renderà subito conto che la sua creatura non mostra il minimo segno di intelligenza, motivo che lo spingerà a cercare un altro cervello o, quanto meno, a plasmare la sua creatura.
Un po' come mi accade con la visione di "Dracula il vampiro", noto subito quanto questi film siano invecchiati: "La maschera di Frankenstein" è una di quelle pellicole che, nel 1957 quando uscì nei cinema, sconvolse molto la critica del tempo che, per le scene di inaudita violenza, lo massacrò impunemente. Ora questi stessi film sono considerati quasi dei cult della storia del cinema, più che altro per il modo iconico di Christopher Lee di rendere i suoi personaggi, però di tracce di violenza inaudita non ne ho proprio viste. Insomma, questo film ha sessant'anni e li dimostra tutti, ma la cosa non è necessariamente un male. Innanzitutto ho apprezzato molto il fatto che "La maschera di Frankenstein" si concentri principalmente sulla figura del barone Victor Frankenstein piuttosto che sulla sua creatura - che ho sempre in qualche modo ritenuto poco interessante - e cerchi di fare orrore evidenziando più la corruzione morale del protagonista, spinto dal desiderio di comportarsi come Dio - era tra l'altro proprio questo l'intento del romanzo originale, ovvero criticare il fatto che la scienza volesse in qualche modo sostituirsi a Dio - e disposto a qualsiasi cosa pur di raggiungere il suo obiettivo ed in questo sicuramente il film si distingue.
In quanto B-movie degli anni cinquanta, "La maschera di Frankenstein" dura pochissimo, nemmeno ottanta minuti, che passano quasi senza accorgersene: il ritmo infatti è abbastanza elevato per tutta la durata della pellicola e la storia è narrata senza perdersi in troppi fronzoli e andando sempre dritta al punto. Apprezzatissime le interpretazioni di Peter Cushing e di Robert Urquhart, entrambi protagonisti della vicenda, mentre stavolta resta abbastanza in disparte Christopher Lee, che in quanto a recitazione dà il meglio di sè nei panni di Dracula piuttosto che della creatura, dove a parte qualche verso e qualche movimento scomposto non deve fare nulla di particolare e appare quasi sprecato. Non gioca poi a suo favore un trucco decisamente brutto e poco realistico, di gran lunga inferiore rispetto a quello di Boris Karloff nel film originale, tant'è che nella mia immaginazione la creatura di Frankenstein ha le sue sembianze, di sicuro non quelle di Christopher Lee in questo film - poi si sa, quando ci si mettono di mezzo i diritti d'autore, spesso e volentieri succedono disastri di questo tipo.
Insomma, "La maschera di Frankenstein" sarà pure un film che in questi sessantuno anni di vita è parecchio invecchiato, continuando però ad essere affascinante e interessante a livello di contenuti.