venerdì 14 giugno 2019

The Children Act - Il verdetto di Richard Eyre (2017)



Regno Unito 2017
Titolo Originale: The Children Act
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Ian McEwan
Durata: 105 minuti
Genere: Drammatico


In una delle ultime proiezioni del Cineforum di Vimodrone, associazione con cui collaboro nella scelta dei film e nell'animazione dei dibattiti, ho avuto l'occasione di vedere "The Children Act - Il verdetto", film del 2017 diretto da Richard Eyre e tratto dal romanzo "La ballata di Adam Henry" scritto da Ian McEwan, basato a sua volta su una storia vera. Ad interpretare i panni della protagonista, un giudice che deve prendere una decisione non facile, abbiamo Emma Thompson, mentre Stanley Tucci interpreta il marito. A chiudere il cast di questo film impegnato e decisamente impegnativo abbiamo il giovane Fionn Whitehead, che avevamo visto lo stesso anno già in "Dunkirk".
Fiona Maye è un giudice con una vita familiare non particolarmente soddisfacente, anche a causa dell'impegno che mette nel suo lavoro, che spesso la porta a trascurare le attenzioni del marito. Poco prima di uno dei processi più importanti della sua vita, egli stesso le confessa, ancora prima di tradirla, che ha intenzione di incominciare un'avventura con una ragazza più giovane. Pochi giorni dopo lei stessa sarà chiamata a decidere, in qualità di giudice, se obbligare un ragazzo minorenne, Adam Henry, ad essere sottoposto ad una trasfusione di sangue che gli salverebbe la vita, essendo malato di leucemia, nonostante l'opposizione dei genitori Testimoni di Geova. Alla fine deciderà, dopo aver visitato personalmente il ragazzo in ospedale e seguendo tutti i precedenti giudiziari della Gran Bretagna, di imporre la trasfusione per salvare la vita del ragazzo. Il gesto, inaspettatamente, porterà Adam a sviluppare una sorta di attrazione, un'ossessione per la donna, mostrandole gratitudine per avergli salvato la vita e per averlo portato a mettere in discussione le credenze impostegli dai suoi genitori.
Vedere al Cineforum quei film che da solo non avresti mai visto ogni tanto è utile, per trarne degli insegnamenti o quanto meno per sentire l'opinione di altre persone, che vedono il film con te, su quanto appena visto e quanto appena narrato. In questo caso siamo davanti proprio ad uno di quei film che dal punto di vista tecnico non avrebbe molto da dire, ma mostra tutta la sua potenza per quanto riguarda i contenuti e la recitazione degli attori protagonisti, che sono stati davvero straordinari. Ma la cosa ancora più interessante di questo film è che sulla decisione se vivere, morire, curarsi o meno, si possono avere tutte le opinioni del mondo e tuttora io non riesco a dare torto nè ai sostenitori della totale libertà di decidere della propria vita - considerando che comunque stiamo parlando di un ragazzo minorenne all'inizio del film - nè a quelli che comunque pensano che la vita, in qualche modo, vada preservata. Siamo poi davanti ad un film in cui viene messa in discussione l'imposizione di un credo religioso, si parla del fatto che i genitori del ragazzo decidano del suo futuro e che, nel momento in cui essi hanno deciso per la sua morte, egli cominci a mettere in dubbio sia la sua fede sia l'amore da parte dei suoi genitori, che sembrano preferire la fede alla vita del proprio figlio. Tutta questa serie di argomenti sono ben accennati e ben sviluppati da "The Children Act - Il verdetto" nella giusta maniera per far aprire tutta una serie di discussioni e riflessioni che di certo lasciano il segno nello spettatore.

Voto: 7+

giovedì 13 giugno 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Sta per iniziare ufficialmente l'estate e i cinema cominciano a proporre sempre più uscite estive, anche se, a dirla tutta, il progetto di non lasciare l'estate sguarnita di uscite interessanti sembra aver preso abbastanza piede e, da qui a fine Agosto, non mi è parso di vedere delle settimane completamente vuote, almeno un'uscita interessante alla volta c'è e il pubblico potrebbe anche rispondere bene. Vediamo però quali sono i sette film in arrivo questa settimana commentati come al solito in base ai miei pregiudizi!

Climax di Gaspar Noè


Pazzesco come un film del genere, acclamato dalla critica e di un regista di solito particolarmente apprezzato da buona parte dei cinefili, arrivi in una manciata di sale in tutta Italia - fortunatamente anche in due delle tre sale che frequento abitualmente, quindi potrei anche riuscire a godermelo in sala -, ma tant'è, la distribuzione pare seguire sempre delle politiche sbagliate. Sicuramente una delle due uscite del weekend in assoluto più interessanti, potrebbe essere un vero e proprio gioiellino.

La mia aspettativa: 7,5/10


I morti non muoiono di Jim Jarmusch


Gli zombie ritornano con prepotenza nel nel cinema d'autore, con questa commedia horror realizzata da Jim Jarmusch, in cui, tra gli altri, ci sarà anche Bill Murray, che da queste parti è sempre particolarmente apprezzato. Il destino per quanto riguarda la distribuzione pare essere però molto simile a quello di "Climax" e anche lui, fortunatamente, sarà presente in due dei tre cinema che frequento solitamente.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana

Beautiful Boy: Di questo film si parla già discretamente bene ancora prima della sua uscita. A dir la verità non mi sento curiosissimo a riguardo, però un'occhiata gliela si potrebbe anche dare!
Blue my Mind - Il segreto dei miei anni: Questo fantasy sentimentale invece mi ispira meno di zero a dire la verità.
Il grande salto: Giorgio Tirabassi alla regia e anche davanti alla macchina da presa in coppia con Ricky Memphis. Che per caso Mauro Belli di "Distretto di Polizia" stia per tornare per davvero?
Maryam of Tsyon - Cap I Escape to Ephesus: Sinceramente spero che questo film non veda nemmeno la luce di una sala. Anche per motivi "religiosi".
Soledad: Arriva dall'Argentina uno dei film impegnati della settimana. Peccato che inizi a far caldo e, un po' come quando fa freddissimo, freddo, tiepido e mediamente caldo, di film troppo impegnati e impegnativi ne ho difficilmente voglia.
Maryam of Tsyon - Cap I Escape to Ephesus: Sinceramente spero che questo film non veda nemmeno la luce di una sala. Anche per motivi "religiosi".

mercoledì 12 giugno 2019

I guardiani del destino di George Nolfi (2011)



USA 2011
Titolo Originale: The Adjustment Bureau
Regia: George Nolfi
Sceneggiatura: George Nolfi
Durata: 106 minuti
Genere: Fantastico, Azione


Se leggeste le recensioni che scrivevo solo qualche tempo fa su questo blog, si direbbe che Netflix fino a poco tempo fa lo usavo principalmente per vedere le serie TV, originali e non, che produceva o portava in Italia. Le cose sono decisamente cambiate negli ultimi tempi, in cui ne faccio un uso più mirato, principalmente per quelle serate in cui arrivo particolarmente stanco dal lavoro e non ho voglia di cimentarmi con un film impegnativo nè tanto meno ho voglia di vedere una delle ultime uscite, che ormai sto riservando alle mie sortite quasi settimanali al cinema. Un'altra cosa che chi mi legge dovrebbe sapere è che non è troppo difficile ottenere la mia attenzione quando si parla di cinema: un bell'horror - con in vampiri però si fa ancora di più sul serio - oppure un be film di fantascienza, ma non quel fantasy che molti confondono per fantascienza - chiaro il fatto che la saga di "Star Wars" NON è fantascienza, mentre "Interstellar" lo è? La differenza è che il secondo ipotizza una sceneggiatura partendo da un presupposto che abbia a che fare con la scienza, per chi ancora non l'avesse capita -, che attira ancor di più la mia attenzione se parla dei paradossi temporali. Ad un breve sguardo alla trama "I guardiani del destino" sembrava fare al caso mio. Diretto da George Nolfi, al suo primo film da regista, ed interpretato da Matt Damon ed Emily Blunt, sembrava poter essere uno di quei film in cui ci vedevo una buona dose di paradossi temporali e un po' di sentimento che, anche per un cinico bastardo come me, ogni tanto non guasta e il risultato devo dire che non mi è dispiaciuto per nulla, nonostante queste cose non le abbia trovate quasi per nulla.
David Norris è uno dei candidati alla carica di senatore per lo stato di New York, con una brillante carriera politica davanti a sè. Poco prima di uno dei comizi decisivi per la sua elezione, egli incontra la ballerina Elise Sellas: l'incontro con lei gli farà in qualche modo mandare a monte la sua carriera politica. La rivedrà dopo molto tempo, ma presto capirà che una serie di circostanze apparentemente casuali sembrano impedire che egli passi la sua vita con lei, di cui sembra essersi follemente innamorato. Scoprirà dunque che a tenerli lontani ci sono delle persone chiamate "guardiani", dotate di poteri particolari, che portano avanti un piano di portata mondiale interferendo con il destino delle persone che si trovano davanti, in modo da non farle deviare dal piano della loro vita.
Scopro solo mentre scrivo questa breve recensione che il film che ho guardato all'incirca una settimana fa è tratto dal romanzo "Squadra riparazioni" di Philip K. Dick, romanzo che molti altri non ho mai letto, anche se l'autore è uno di quelli particolarmente amati dai produttori di Hollywood, che già hanno realizzato molti adattamenti tratti da suoi libri, così come la serie "The Man in the High Castle" tratta dal romanzo "La svastica sul Sole". Inutile dire che guardando il film e scoprendo poi questo piccolo dettaglio appaiano chiare le implicazioni filosofiche che il regista George Nolfi, al cui film ha lavorato per ben otto anni, ha voluto portare sullo schermo raccontandoci la storia di questi due innamorati che per uno strano complotto di portata mondiale non sembrano destinati a stare insieme. In questo thriller di fantascienza però molta importanza viene data alla componente romantica della vicenda, con i due protagonisti che non fanno che rincorrersi, mentre meno spazio viene dato alla componente complottista e più thriller della vicenda. Entrambi credibili i due protagonisti, con Matt Damon che si cala benissimo nella parte di David Norris, praticamente da subito cosciente delle macchinazioni dei guardiani, mentre Emily Blunt risulta estremamente credibile.
Insomma, "I guardiani del destino" è uno di quei film da cui pretendevo poco o nulla e alla fin fine mi ci sono pure trovato abbastanza bene, perchè sa emozionare e come tenere sempre accesa l'attenzione dello spettatore grazie ad un ritmo piuttosto serrato.

Voto: 7

martedì 11 giugno 2019

Nodo alla gola di Alfred Hitchcock (1948)



USA 1948
Titolo Originale: Rope
Sceneggiatura: Arthur Laurents
Durata: 77 minuti
Genere: Thriller


Non penso di potermi considerare un vero e proprio appassionato del cinema di Alfred Hitchcock, regista che nel corso della sua immensa carriera ha diretto uno dei miei film preferiti in assoluto, "Psyco", ed è stato anche uno dei pochi registi che conosco a dirigere un film che parlasse della mia fobia più grande in assoluto, "Gli uccelli", dato che sono un ornitofobico abbastanza irrecuperabile. Non ho mai trovato l'occasione nè il tempo di addentrarmi nei meandri della sua cinematografia e posso dire di avere visto giusto i suoi film più famosi, come "La donna che visse due volte" e "Intrigo internazionale", di cui uno di questi giorni potrei anche parlare in effetti. La scorsa settimana però mi è capitata l'occasione di visionare, sulla piattaforma Now TV che condivido con i miei genitori, uno dei suoi lavori più famosi non tanto per la sua trama, quanto più che altro per la tecnica utilizzata, essendo uno dei primi film girato in un intero piano sequenza simulato: l'idea di Hitchcock infatti, inizialmente, era quella di un film da girare in un'unica soluzione, un unico piano sequenza, ma i mezzi disponibili all'epoca, il 1948, rendevano l'impresa decisamente ardua. Il geniale regista però, non dandosi per vinto, decise di simulare il piano sequenza con abili tagli di montaggio nei momenti più opportuni, dando l'impressione che il film fosse girato senza montaggio.
Poco prima di un ricevimento nel loro appartamento, Brandon Shaw e Phillip Morgan, interpretati rispettivamente da John Dall e Farley Granger, due giovani presunti omosessuali e conviventi, uccidono strangolandolo con una corda l'amico David Kentley, nascondendolo in un baule sul quale viene preparata la tavola per il party. Alla festa sono stati però invitati anche il padre del ragazzo e la sua fidanzata e il suo migliore amico, mentre Brandon ha invitato anche un suo professore, Rupert Cadell, interpretato da James Stewart, da lui ammirato per le sue teorie sulla relatività morale e sull'utilizzo dell'omicidio come privilegio per pochi eletti. Per i due protagonisti inizierà una serata in cui loro principale obiettivo sarà trovare un modo per non venire scoperti, mentre gli invitati cominceranno a preoccuparsi delle sorti del loro amico mai arrivato e si discuterà del confine tra bene e male e della distinzione tra le due fazioni.
Come dicevo, non essendo un esperto nè di cinema in generale, nè di quello di Alfred Hitchcock, avevo sentito parlare di questo "Nodo alla gola" principalmente per la particolare tecnica con cui fu realizzato: impossibile girare il tutto in un'unica soluzione come ai giorni nostri - e molti sono gli esempi in tal senso - dato che le bobine di pellicola duravano al massimo una decina di minuti, il regista decide di utilizzare l'espediente dell'inquadratura stretta sul retro delle giacche dei protagonisti in modo da poter utilizzare quei secondi di oscurità per sostituire la pellicola. Ne esce così un film che, per volontà del regista, è tanto simile alla piece teatrale da cui è tratto, intitolata "Rope", non solo per la trama - vagamente ispirata all'omicidio commesso ai danni di un bambino da una coppia di omosessuali - ma anche per la sua struttura narrativa e per l'ambientazione, al netto della panoramica iniziale, tutta all'interno di una sola location. Giusto però, per quanto riguarda questo "Nodo alla gola", non ricordarsi solamente della quasi pionieristica tecnica cinematografica utilizzata da Alfred Hitchcock, perchè importanza capitale assumono i dialoghi di questo film, in cui attraverso le parole dei protagonisti, lo spettatore è portato a riflettere su importanti temi filosofici e morali, alternati a momenti di puro black humour ed altri di vera e propria provocazione.
É indubbio dunque che per avere una panoramica ben precisa su un autore dalla produzione cinematografica immensa come Alfred Hitchcock si debba esplorare per bene la sua cinematografia, specialmente per quanto riguarda quei film imprescindibili della sua sterminata produzione ed è importante, soprattutto in questo film, capire anche quale sia la contrapposizione tra i due protagonisti, che si mostrano piuttosto complementari sullo schermo e per questo hanno la necessità di essere sempre coinvolti all'interno della narrazione - con Hitchock che ci fa intuire che i due possano anche essere amanti. I due caratteri dei personaggi, Brandon piuttosto freddo e sicuro di sè, tende a compiacersi dei suoi atti malvagi, mentre Phillip è certamente più insicuro, succube dell'amico, moralmente più rigoroso e convenzionale. Ad unire il carattere dei due, in un crescendo in cui la tensione diventa seriamente palpabile già dalla metà del film, il personaggi di Rupert, le cui teorie piuttosto estreme hanno ispirato il gesto di Brandon del quale lui alla fine, una volta scoperti i responsabili dell'omicidio, si sentirà in qualche modo responsabile.
"Nodo alla gola", con i suoi ben settantuno anni di vita, è uno di quei film che non risulta essere invecchiato nemmeno di un secondo, un po' una prerogativa dei grandi classici o quanto meno dei grandi film, essendo una di quelle pellicole che, ancora ai giorni nostri, ha qualcosa da insegnare sia dal punto di vista tecnico, per chi apprezza anche questa componente del cinema, sia dal punto di vista contenutistico, risultando estremamente attuale nelle tematiche trattate.

lunedì 10 giugno 2019

Spider-Man: Un nuovo universo di Peter Ramsey, Robert Persichetti Jr., Rodney Rothman (2018)



USA 2018
Titolo Originale: Spider-Man: Into the Spider-Verse
Sceneggiatura: Phil Lord, Christopher Miller, Rodney Rothman
Personaggi: Miles Morales / Spider-Man (Terra-1610), Gwen Stacy / Spider-Woman (Terra-65), Aaron Davis / Prowler, Peter B. Parker / Spider-Man (Terra-616), Wilson Fisk / Kingpin, Jefferson Davis, Rio Morales, May Parker, Peter Parker / Spider-Man Noir (Terra-90214), Peter Porker / Spider-Ham (Terra-8311), Miguel O'Hara / Spider-Man 2099 (Terra-928), Norman Osborn / Green Goblin, Peter Parker / Spider-Man (Terra-1610), Mary Jane Watson, dott.ssa Olivia "Liv" Octavius / Dottoressa Octopus, Peni Parker / SP//dr (Terra-14512)
Durata: 117 minuti
Genere: Animazione


Continuo a dire da qualche anno che ho litigato, non si sa nemmeno bene per quale motivo, con i film d'animazione. Non mi piacciono, non mi divertono più come qualche anno fa e questo litigio, con tanto di rancore da parte mia, si sta protraendo ormai da molto tempo tanto che, quando alla fine dello scorso anno tutti parlavano di "Spider-Man: Un nuovo universo" io mi sono subito rifiutato di andarlo a vedere, nonostante nutrissi una relativa curiosità. Man mano che il tempo passava le critiche estremamente positive continuavano a susseguirsi, ma io continuavo, imperterrito, a tenere il punto, ripromettendomi però che prima o poi questo film d'animazione lo avrei visto. Con la vittoria dell'Oscar come miglior film d'animazione ho continuato a ripromettermi che prima o poi me lo sarei visto e siamo arrivati ormai qui, con il titolo disponibile su Chili e un buono da utilizzare per una visione sulla piattaforma di streaming a noleggio online, quindi finalmente mi sono deciso, all'inizio della scorsa settimana, a vedere il film d'animazione più discusso degli ultimi mesi, con molto ritardo ma capitemi: non è che se tutti mi dite che un film d'animazione è bellissimo e io ho litigato con il cinema d'animazione corro a vederlo. Non è che se tutti mi dite che il cioccolato è buonissimo, ma io preferisco la crema pasticcera, improvvisamente inizio a strafogarmi di cioccolato, sceglierò sempre la crema pasticcera quando ne avrò la possibilità. E non è che dopo la visione di un comunque bel film d'animazione, adesso comincio a vedere solo film animati, anzi, siamo proprio ben lontani dall'idea di mettersi a recuperare tutti quelli usciti nel corso degli ultimi anni.
Miles Morales è un adolescente di Brooklyn, ammira fortemente Spider-Man e fatica nell'adattarsi al college e a dimostrarsi all'altezza delle aspettative dei genitori, in particolare suo padre Jefferson Davis, poliziotto che non vede di buon occhio l'eroe del figlio per via del suo agire al di fuori della legge. Mentre sta dipingendo un murales con lo zio Aaron, cui è molto legato, viene morso da un ragno radioattivo e scopre di avere acquisito gli stessi poteri di Spider-Man. Tornato al nascondiglio che condivide con lo zio Aaron, Miles scopre che Kingpin ha costruito un acceleratore di particelle per accedere ai diversi universi paralleli per mettersi in contatto con le diverse versioni della moglie e del figlio, morti in un incidente stradale, consapevole del fatto che l'utilizzo dell'acceleratore di particelle potrebbe distruggere la città. Arriva dunque Spider-Man, nel tentativo di fermarlo, ma rimane ucciso nello scontro con il cattivo, che ne rivela anche l'identità di Peter Parker. Miles, ispirato dal sacrificio del suo eroe e presa consapevolezza dei suoi poteri decide di iniziare a cercare di padroneggiare le sue abilità, venendo man mano avvicinato da diversi Spider-Man provenienti da altri universi paralleli, portati lì dall'accensione dell'acceleratore, e si uniscono a lui nel tentativo di fermare Kingpin.
Ci sarà pure un motivo se "Spider-Man: Un nuovo universo" sia stato alla fine dello scorso anno uno dei film d'animazione più chiacchierati sia dagli appassionati di cinema sia più nello specifico dagli amanti di fumetti e di cinecomic. La sua uscita ci era già stata anticipata nella scena dopo i titoli di coda del pessimo "Venom", che risultava paradossalmente essere una delle cose migliori di una produzione completamente sbagliata, così che quando il film è arrivato nelle sale italiane sotto Natale molti si sono fiondati subito a vederlo, da quanto sembrasse imperdibile. Ed in effetti, nonostante la mia reazione guardandolo sul piccolo schermo sia stata leggermente più fredda rispetto alla marea di gente esaltata dalla visione che ho visto in quel periodo, ci troviamo proprio davanti ad un gran bel film d'animazione, davanti ad un gran bel cinefumetto che riesce a ritrarre il personaggio di Spider-Man - nelle sue diverse versioni - in tutta la sua umanità, in tutti i suoi dubbi esistenziali, in tutto il suo essere un supereroe. Il fatto di vedere moltissime versioni di Spider-Man tutte all'interno dello stesso film - versioni che tra l'altro esistono tutte anche nel corrispettivo a fumetti che ovviamente non conosco perchè non sono un lettore affezionato - funziona particolarmente bene e non riuscirei ad immaginarmi la stessa potenza con le diverse versioni di Spider-Man se il film fosse stato in live action. Le animazioni sono di altissimo livello, così come di alto livello è la sceneggiatura, che riesce a sviluppare al meglio tutti i personaggi principali e a fare di Kingpin una minaccia non particolarmente ingombrante, ma costante.
Se il vedere i diversi Spider-Man in azione risulta essere molto divertente, la forse di "Spider-Man: Un nuovo universo" sta in una sceneggiatura che punta sì alla componente di intrattenimento, ma sa ben mescolare la componente drammatica con il cinecomic, che non viene trattato nello stesso modo degli altri film prodotti dai Marvel Studios. Siamo davanti ad un film che si pone l'obiettivo di far riflettere il suo pubblico - che può veramente essere composto da persone di qualsiasi età, non come in moltissimi altri film d'animazione che si sono prodotti negli ultimi anni - sul ruolo del supereroe nella società, sulla presa di coscienza delle proprie abilità e del proprio ruolo. Benissimo anche il fatto di non aver ribadito per l'ennesima volta le origini di Spider-Man, con un montaggio che ci riassume in pochissime battute le origini di tutti i diversi Spider-Man che incontriamo, mentre le animazioni vogliono portare lo spettatore a pensare di trovarsi in un fumetto vero e proprio, giocando con riquadri, nuvolette, onomatopee che troveremmo realmente nella versione cartacea e sono stati trasportati in maniera divertente anche in quella cinematografica.
Insomma, ribadisco il fatto che non è che perchè un film d'animazione mi sia piaciuto sul serio io da ora in poi posso far pace con il genere, anche perchè di film d'animazione geniali e ben sceneggiati come questo è qualche anno che non se ne vedono e l'andazzo generale degli ultimi anni sembra voler più che altro riciclare - anche se ciò avviene un po' con tutti i generi - piuttosto che proporre qualcosa di veramente nuovo. Però con "Spider-Man: Un nuovo universo" le considerazioni sono diverse, un'ottimo film animato, un ottimo intrattenimento, un buonissimo film in generale. Divertentissimo!

Voto: 8

venerdì 7 giugno 2019

The Bye Bye Man di Stacy Title (2017)



USA 2017
Titolo Originale: The Bye Bye Man
Regia: Stacy Title
Sceneggiatura: Jonathan Penner
Durata: 97 minuti
Genere: Horror


Da quando curo questo blog ammetto candidamente, soprattutto nei primi anni della sua vita, di avere perso moltissimo tempo nell'intento di non perdermi nemmeno uno degli horror in uscita nei cinema italiani, un po' andandoli a vedere in sala, molte altre volte persino per vie traverse, anche qualche tempo dopo, ma comunque entro l'anno dalla sua uscita. Negli ultimi tempi, complice un po' la diminuzione del tempo causata da quella brutta malattia chiamata lavoro e un po' il fatto che ho cominciato a fare maggiore selezione, privilegiando a volte obbligatori recuperi piuttosto che annunciate cazzatone, ho un po' lasciato perdere questa filosofia, dedicandomi al film horror del momento solamente se ne avevo voglia e poi, il più delle volte, dimenticandomi di avere un certo film tra quelli da vedere solo perchè appartenente al mio genere cinematografico preferito."The Bye Bye Man" è stata una di quelle pellicole che nel 2017, quando arrivò nelle sale italiane, mi ero riproposto di vedere e che poi, per un motivo per l'altro, ho rimandato fino a pochi giorni fa, in cui, nel non sapere bene come spendere il mio tempo, l'ho trovata su Netflix pronta per essere vista. E sì che due anni fa in realtà da questa pellicola mi aspettavo non dico il capolavoro, ma quanto meno qualcosa di veramente interessante e non so nemmeno il perchè, ma ricordo che il trailer mi aveva fatto pensare ad uno slasher, uno di quegli slasher che avrebbero potuto risollevare un sottogenere del cinema horror che al momento sopravvive solamente grazie a qualche inutile remake o a qualche seguito-revival tipo "Halloween" di David Gordon Green, che a dirla tutta, avercene di revival fatti in questo modo. La realtà dei fatti, a visione avvenuta, si è dimostrata poi un pochino diversa, ma andiamo per gradi.
Il film inizia nel 1969, quando un uomo a Madison, nel Wisconsin, uccide i familiari e i vicini, continuando a chiedere se qualcuno di loro avesse pronunciato quel nome che non può essere detto, ripetendosi di non dirlo e di non pensarlo. Subito dopo, si suicida. Ai giorni nostri tre studenti prendono in affitto una vecchia villetta isolata nel bosco e nel corso di una seduta spirita al suo interno risvegliano il Bye Bye Man, un'entità soprannaturale malvagia che tormenta tutti coloro che scoprono il suo nome, lo pronunciano o soltanto lo pensano. Presto l'entità comincerà ad insinuarsi nelle menti di questi ragazzi, portandoli a compiere atti altrimenti impensabili sia verso gli altri sia verso se stessi.
Uno dei problemi del cinema horror degli ultimi anni sta nel fatto di aver sdoganato e di aver reso altamente credibile la stupidità umana. Ora, io che sono un essere altamente cinico e misantropo dico che non ho bisogno che anche i film horror mi ricordino che l'intelligenza media della popolazione è molto bassa, preferisco vedere una pellicola in cui i protagonisti facciano quanto meno delle scelte sensate e che la sceneggiatura non si basi sul fatto che matematicamente questi compiano solamente scene sbagliate. Ed in questo "The Bye Bye Man" di scelte sbagliate e altamente stupide nel corso di tutta la sua durata ce ne sono di innumerevoli. Peccato soprattutto per quel che riguarda l'idea di un'entità che riesce a infilarsi nelle menti dei protagonisti portandoli a vedere cose che in realtà non ci sono, tant'è che in alcune scene sono rimasto piacevolmente sorpreso dall'imprevedibilità dell'entità, che si rivela minacciosa in maniera assolutamente indiretta, ma che non sembra essere una minaccia costante per tutta la durata della storia. Dal punto di vista registico e recitativo non siamo di certo davanti al film del secolo e se aggiungiamo questa cosa al fatto che la sceneggiatura - che pensavo fosse di uno slasher prima di vederlo - fa acqua da tutte le parti a parte qualche trovata interessante, senza pochi spaventi, viene da sè che non si possa avere un giudizio positivo sul film.

Voto: 5

giovedì 6 giugno 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Eccoci pronti per un nuovo, l'ennesimo, weekend cinematografico, il primo di quella che si prospetta essere una stagione estiva in cui non mancheranno di certo le uscite interessanti. Eccovi però quali sono i film che arriveranno al cinema questa settimana, al solito commentati in base ai miei pregiudizi!

X-Men: Dark Phoenix di Simon Kinberg


Allora, lo dico subito o aspetto un po'? No, dai, lo dico subito: dei film dedicati agli X-Men non ne ho visto nemmeno uno, solamente i due "Deadpool". L'intenzione, visto che il trailer di questo film in cui Sophie Turner potrebbe essere indiscussa protagonista mi gasa sempre parecchio quando lo vedo al cinema, è quella di recuperarseli tutti, a partire da quelli diretti da Bryan Singer ormai vent'anni fa. Nell'attesa di recuperarli tutti, se e mai troverò la voglia di farlo, non saprei bene che cosa aspettarmi da questo ennesimo capitolo della saga sugli X-Men!


American Animals di Bart Layton

Film coprodotto tra Gran Bretagna e Stati Uniti che devo dire mi ispira abbastanza. La storia è quella relativa al furto di un antico manoscritto, liberamente ispirato ad una storia realmente accaduta. I nomi coinvolti sono interessanti, riuscirà ad esserlo anche il film?

La mia aspettativa: 7/10


Polaroid di Lars Klevberg

"Polaroid" si trova tra i film in evidenza perchè ha il solo merito di essere un horror di cui ho visto il trailer nei cinema almeno un miliardo di volte. Un trailer, tra l'altro, che dà l'impressione di aver già detto tutto sulla pellicola che dovrebbe sponsorizzare. Nella speranza che non sia così, io da questo film mi aspetto poco o niente, magari un leggero divertissement in stile "Obbligo o verità", ma veramente null'altro di più.

La mia aspettativa: 5/10


Le altre uscite della settimana

A mano disarmata: Pellicola italiana dedicata alla giornalista Federica Angeli, interpretata da Claudia Gerini. Una storia importante la cui protagonista è un'attrice che detesto nel profondo. Non so bene che cosa aspettarmi.
Fiore gemello: Altro film italiano dal grande impegno sociale, che non penso verrà proposto in molte sale cinematografiche.
Juliet, Naked: Commedia statunitense che ad essere sincero mi ispira meno di zero.
Pets 2 - Vita da animali: Continuerò a tenere il punto per quanto riguarda il mio litigio verso il cinema d'animazione e questo non sarà il film a farmi cambiare idea.

mercoledì 5 giugno 2019

Il tredicesimo piano di Josef Rusnak (1999)



USA 1999
Titolo Originale: The Thirteenth Floor
Regia: Josef Rusnak
Sceneggiatura: Josef Rusnak, Ravel Centeno-Rodriguez
Durata: 100 minuti
Genere: Thriller, Fantascienza


La scorsa settimana è stata, personalmente, una di quelle in cui arrivi a Martedì e senti come se fossi già Venerdì, sei stanco uguale ma sai che hai ancora tre giorni davanti prima di avere due giorni liberi e un paio di sere in cui berti anche la benzina della macchina pur di dimenticarti le fatiche delle giornate precedenti. Non so bene a che cosa fosse dovuta questa sensazione, forse lavorativamente le fatiche si sono fatte sentire più del solito o forse ancora il fatto di aver praticamente saltato il weekend per essere stato impegnato ai seggi per le elezioni per il parlamento europeo - in cui anche nel mio paese, che fino ad ora era una di quelle isole felici in cui la Lega ancora non vinceva, ha vinto Salveenee - ed avere avuto solo il Lunedì come giorno di riposo dal lavoro, anche se in qualche modo un paio di cose da casa le ho dovute fare, ma veramente, la settimana scorsa, la mia voglia di fare cose, compreso lo sbattermi sul divano a guardare film, era abbastanza bassa. É per questo motivo che prima di decidere di cimentarmi nella visione di "Il tredicesimo piano", ci ho messo almeno mezz'ora di zapping su Netflix, quando invece nel novanta per cento dei casi lo accendo con già le idee ben chiare in testa su quello che voglio vedere. Mezz'ora dunque per scegliere un film di vent'anni fa diretto da Josef Rusnak, che nè prima nè dopo si è distinto per la sua produzione cinematografica di alto livello, nonostante questo film poi, con il passare degli anni, qualche estimatore se lo sia anche guadagnato. Nel cast sono presenti attori non particolarmente conosciuti: il protagonista è interpretato da Craig Bierko, che è uno di quegli attori che puoi tranquillamente affermare di aver già visto, senza però ricordare nemmeno un suo film - vi dò una mano, "Scary Movie 4" - così come Armin Mueller-Stahl è un altro che sì, di film ne ha fatti molti, ma non ricordo di averlo visto nemmeno nei titoli da me già visionati. Abbiamo poi Gretchen Mol, unica che conosco più che altro per "Manchester by the Sea" e a chiudere il tutto un Vincent D'Onofrio con un capello lungo e biondo decisamente discutibile, ma unico attore con una carriera di buon livello sia alle spalle, sia successiva a questo film.
Hannon Fuller è un programmatore molto famoso. É da poco stato ucciso e ha lasciato una traccia sul suo assassino nel suo ultimo lavoro, un videogioco basato su un mondo virtuale che egli stava costruendo e che stava sperimentando. Il mondo virtuale da lui creato è basato su una realtà virtuale ambientata nel 1937 a Los Angeles in cui ogni giocatore interagisce con altre entità pensanti e senzienti. Ogni qual volta un giocatore prende possesso di un personaggio, questi, nella realtà virtuale, dimentica tutto ciò che gli è accaduto, attribuendo la causa di questa perdita di memoria e delle non meglio specificate amnesie. Douglas Hall, svegliatosi con la camicia sporca di sangue, decide di investigare sulla morte di Fuller, mentre alcuni personaggi della realtà virtuale intervengono nella storia complicando sensibilmente la situazione.
Nel corso degli anni molti sono stati i tentativi, più o neo riusciti, di creare un prodotto audiovisivo su una realtà virtuale in cui i personaggi siano degli esseri senzienti: in qualche modo si può tranquillamente dire che "Il mondo dei robot" diretto da Michael Crichton, da cui poi è stata tratta la serie "Westworld" di cui non ho ancora avuto la minima voglia di guardarmi la seconda stagione, sia stato un po' la fonte d'ispirazione per il romanzo omonimo da cui è stato tratto questo film, che molto deve all'opera di Crichton e che un po', anche per struttura, la ricorda, anche se ovviamente in tono minore. Partiamo innanzitutto dalla constatazione che il ritmo di questo "Il tredicesimo piano" mi è sembrato avere un incedere un po' troppo lento per i miei gusti - anche se è improprio dire non mi piacciano i film lenti, dato che se scorrono bene anche ritmi un po' più lenti a volte mi fanno letteralmente impazzire -, mentre le indagini che portano alla scoperta dell'assassino e all'esplorazione del mondo virtuale creato da Hannon Fuller e alla ricerca del suo assassino mi sono parse piuttosto confusionarie, con il regista che dà vita ad un thriller poco chiaro in cui la rivelazione finale più che l'ultimo pezzo di un puzzle sembra quasi una liberazione, tanto aspettavo di arrivarci. Poi chiaro che io non metto in dubbio il fatto che questo film sia potuto piacere, ma penso anche che per quanto riguarda questo particolare sottogenere della fantascienza ci sia decisamente di meglio e ho come avuto l'impressione che in questi vent'anni "Il tredicesimo piano" non è che sia invecchiato benissimo, anche se il film in questione, vent'anni fa, io non l'ho neanche visto, ma me lo sono goduto per la prima volta in una di quelle sere della scorsa settimana in cui, seriamente, non avevo voglia di fare assolutamente nulla... e forse questa sensazione ha decisamente giocato contro al film.

martedì 4 giugno 2019

L'angelo del male - Brightburn di David Yarovesky (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Brightburn
Sceneggiatura: Brian Gunn, Mark Gunn
Durata: 90 minuti
Genere: Horror


La dicitura "prodotto da" che campeggia spesso sulle locandine dei film è il più delle volte una fregatura madornale. Quante volte gli spettatori che non sanno cosa sia un produttore si fiondano a vedere un film perchè c'è il suo nome sulla locandina? Ora provo a spiegare con parole mie cosa è un produttore: un tizio, che potrei essere anche io se avessi i soldi, che potenzialmente potrebbe non capire un accidenti di cinema - cosa che per quanto mi riguarda è anche vera - e che finanzia economicamente la creazione di un film. Il problema è che se sulla locandina di un film ci fosse scritto "prodotto da Harold Fostrossenberger" nessuno andrebbe a vederlo, ma quando il produttore è un nome noto nel cinema, ancora meglio se un regista particolarmente apprezzato, ecco che la dicitura viene subito, giustamente, messa. In questo caso siamo davanti ad un film prodotto da James Gunn, uno che di cinema ne sa poco poco, uno che è riuscito a rendere "Guardiani della Galassia" e "Guardiani della Galassia Vol. 2" dei veri e propri film d'autore, riuscendo nell'impresa di dire alla carissima Disney - solo su alcune cose ovviamente, non su tutte, anche perchè quelli ne hanno una in più del Diavolo se volessero far finire la carriera di qualcuno - "Non rompetemi le palle e fatemi fare il mio film". Ora, nel film prodotto da James Gunn abbiamo come regista un mestierante qualsiasi come David Yarovesky per raccontare nient'altro che una storia che ipotizza l'arrivo sulla Terra di un Superman cattivo. L'importante è che nel corso della pellicola non si faccia mai il nome di Superman, per ovvi motivi, nè tanto meno si nominino città come Smallville o Metropolis, ma solamente la cittadina di Brightburn, che dà anche il nome al film. Protagonisti del film, ad interpretare la famiglia Kent che però non possiamo chiamare Kent, ma chiameremo Breyer, abbiamo Elizabeth Banks, da me adorata per un paio di sue commedie e per il fatto di essere a quarant'anni suonati ancora una discreta patonza, David Denman che io ho visto solamente in "Regali da uno sconosciuto" e infine l'inquietante Jackson A. Dunn, visto persino in "Avengers: Endgame" anche se non ho la più pallida idea di quale sia stato il suo ruolo nel film.
"L'angelo del male - Brightburn" inizia nel 2006: Tori e Kyle Breyes sono una giovane coppia sposata che non riesce ad avere figli e vive a Brightburn, una cittadina nel Kansas - oh per lo meno il Kansas, dove si trovava anche Smallville, hanno potuto citarlo. Una notte nella fattoria in cui vivono atterra una navicella, con a bordo un neonato che decidono di adottare e di chiamare Brandon. Dodici anni dopo Brandon, chiamato da delle strane voci nella sua testa che sembrano in realtà provenire dalla sua navicella, scopre di possedere una forza e dei poteri soprannaturali che in prima battuta si manifestano in maniera incosciente per poi spingere pian piano Brandon verso un utilizzo malvagio di essi. Presto infatti la consapevolezza di essere un ragazzo con poteri devastanti rendono Brandon una persona estremamente cattiva e sicura di sè e ad usare i sui poteri per scopi malvagi.
La domanda che si pone "L'angelo del male - Brightburn" è in realtà molto molto semplice: cosa sarebbe successo se colui che non possiamo chiamare Clark Kent, una volta scoperti i suoi poteri, iniziasse ad usarli per scopi maligni prendendo la strada del male e non usandoli per aiutare le persone? Il problema che ci si pone per quanto riguarda questa pellicola riguarda dunque il fatto se l'intento sia riuscito o meno e posso tranquillamente dire che il risultato è stato un po' così e così. Innanzitutto l'idea di David Yarovesky è quella di creare un horror molto atipico in cui appare chiara l'influenza dei cinecomic che vanno tanto di moda negli ultimi anni, tant'è che la struttura della scoperta dei poteri e della piena consapevolezza di essi da parte del protagonista viene rispettata, l'unica differenza sta appunto nel "lato" verso cui questi poteri vengono utilizzati. Se nei normali cinecomic, una volta che l'eroe prende sicurezza nei propri mezzi, inizia a usare le sue capacità per fare del bene, qui vengono utilizzate per compiere del male, niente di più e niente di meno. Il vero problema, per quanto riguarda i miei gusti, è che "L'angelo del male - Brightburn" non fornisce una vera e propria spiegazione sul perchè il nostro tranquillo protagonista, ad un certo punto, decida di dedicarsi al male e di fare del male alle persone che lo circondano. In realtà il film ci prova, ne dà molteplici di spiegazioni, a partire dal bullismo, fino al rifiuto - giustificatissimo, dato che si comporta da guardone - da parte della ragazza che gli piace, fino ad arrivare alle voci nella testa, ma nessuna di esse è approfondita nè tanto meno soddisfacente. Se però in un horror classico il fatto che il protagonista sia semplicemente cattivo senza una ragione è una cosa che normalmente apprezzo, qui non ce la faccio a difendere del tutto la cosa: così come Superman decideva di seguire la via del bene ed era stato educato per farlo, se me lo vuoi rendere cattivo senza chiamarlo Superman devi per forza spiegarmi il perchè, lo devi giustificare in qualche modo e i tentativi fatti in questo film non mi sono sembrati sufficienti.
Dal punto di vista tecnico inutile negare che siamo davanti ad un film che non fa particolari sfondoni, nè tanto meno si fa notare per sequenze splendide, con solo un paio di scene da ricordare per la regia e per l'atmosfera che si viene a creare. La sceneggiatura è coerente dall'inizio alla fine e risulta essere molto lineare, così come il ritmo della narrazione è ben gestito e il film non si dilunga in inutili momenti troppo discorsivi: il protagonista risulta infatti inquietante e le scene dei suoi omicidi hanno il giusto tasso di violenza e di gore, che da noi in alcuni punti sono stati prontamente censurati, non si sa bene per quale assurdo motivo. Va da sè che questo "L'angelo del male - Brightburn" possa, in caso di successo commerciale - ad ora i guadagni sono di ventiquattro milioni di dollari a fronte dei sei spesi per la realizzazione -, porre le basi per una serie di film horror basati su supereroi cattivi, una sorta di anti Justice League che potrebbe attirare al cinema un certo numero di appassionati. Un altro problema del film infatti sta proprio nel fatto che per goderselo del tutto si dovrebbe quanto meno essere appassionati di cinecomic, mentre penso che un normale appassionato di cinema horror potrebbe non rimanere del tutto soddisfatto.
Insomma, in fin dei conti "L'angelo del male - Brightburn" è una di quelle pellicole che mostrano delle buone idee di partenza e che, nonostante uno sviluppo per i miei gusti abbastanza rivedibile, potrebbero ottenere un buon seguito e potrebbe dare vita ad un universo ampliabile che non verrebbe disdegnato da parte degli appassionati di cinefumetti.

Voto: 6

lunedì 3 giugno 2019

The Perfection di Richard Shepard (2018)



USA 2018
Titolo Originale: The Perfection
Sceneggiatura: Richard Shepard, Eric Charmelo, Nicole Snyder
Durata: 90 minuti
Genere: Thriller, Horror


Dopo alcuni passaggi a vuoto da parte della produzione di film originali da parte di Netflix decido di rituffarmi nella visione di un film prodotto dalla nota rete di streaming, questo "The Perfection", che già dal trailer di presentazione si rivelava potenzialmente interessantissimo e una discreta bombetta. Sulla locandina poi campeggia una delle mie cotte di un paio di anni fa, la Allison Williams che ottenne la notorietà grazie a "Scappa - Get Out", che a me non aveva particolarmente impressionato, ma ha quanto meno avuto il merito di far conoscere al mondo il Jordan Peele regista, che quest'anno con "Noi" potrebbe aver fatto veramente il botto. Assieme a lei nel cast abbiamo Logan Browning, altra bellissima ragazza che ha recitato nella serie "Dear White People", che ancora non sono riuscito a vedere, mentre abbiamo anche Steven Weber in un ruolo abbastanza importante. Alla regia Richard Shepard, regista nel 2013 di "Dom Hemingway", pellicola che ricordo essermi abbastanza piaciuta, ma che non mi ha lasciato molti ricordi sulla sua trama.
Charlotte Willmore è una violoncellista di talento che è stata costretta, dieci anni prima, ad abbandonare l'accademia in cui studiava, la Bachoff, per assistere la madre malata. Dopo la morte di essa, ben dieci anni dopo il suo abbandono, Charlotte riesce a ricontattare Anton, che era stato il suo maestro, e ad incontrarlo a Shanghai, dove l'accademia sta cercando una nuova studentessa. Lì incontrerà anche Lizzie, ragazza che ha rimpiazzato Charlotte in seguito al suo abbandono, diventando il fiore all'occhiello dell'accademia. Tra le due, nel giro di una sola notte, nascerà una profonda amicizia, che sfocerà in una notte d'amore. La mattina seguente le due si recheranno assieme ad una gita nella Cina rurale, ma Lizzie incomincerà improvvisamente a sentirsi molto male: temendo che la sua malattia sia contagiosa, l'autista dell'autobus su cui viaggiano le abbandona per strada, lasciandole sole al loro destino.
Ora, io per questo film ho fatto uno sforzo incredibile nel tentare di dirvi la trama in modo che trapelasse poco o nulla, più che altro perchè ci troviamo davanti ad uno di quei film che meno si sa di esso quando si arriva alla visione, più è facile goderselo appieno, visti i continui colpi di scena e anche i continui cambi di genere cui lo spettatore è sottoposto. Inutile dire dunque che consiglierei di proseguire nella recensione solamente se si è già visto questo film, perchè qualsiasi cosa possa dire su esso potrebbe essere, in qualche modo, uno spoiler in grado di comprometterne la visione. Innanzitutto "The Perfection" è suddiviso in capitoli, che suddividono in maniera chiara la storia e anche i diversi generi cinematografici che Richard Shepard decide di esplorare. La prima parte è veramente folgorante: le nostre due protagoniste si conoscono e scoprono subito la loro compatibilità, anche per via del proprio trascorso all'interno dell'accademia, ma il giorno seguente per Lizzie comincerà un vero e proprio incubo, dolori di stomaco, sensazione di avere degli insetti che le camminano all'interno del corpo, le premesse sembrano quasi essere quelle di quegli horror apocalittici in cui un virus sconosciuto mette in pericolo l'intera popolazione mondiale. Terminata la prima parte, con tra le altre cose un bellissimo effetto rewind che dà determinate spiegazioni, ci si sposta nella seconda, in cui "The Perfection" diventa un revenge movie, non senza un paio di colpi di scena di grandissimo effetto su quali fossero i veri intenti delle due protagoniste, che svelano torbidi segreti riguardo all'attività svolta nell'accademia dal suo professore di punta Anton.
Il ritmo di "The Perfection" ha un incedere non particolarmente veloce, ma ha l'effetto assolutamente positivo di riuscire a non far staccare al pubblico gli occhi dal televisore: lo stile registico portato in questo film da Richard Shepard è piuttosto ricercato, anche nelle scene un po' più gore, e la colonna sonora risulta essere sempre un ottimo accompagnamento per le scene che vengono mostrate. Le interpretazioni di Allison Williams e di Logan Browning sono di buonissimo livello e ad essere sincero un po' mi dispiace che un film così bello, una discreta bombetta per la piattaforma di Netflix che con gli originali aveva commesso molti sbagli da quando è nata, sia uscito in streaming e non in sala, dove la cura per i dettagli e la fotografia sarebbero state ulteriormente esaltate. Rimane comunque la soddisfazione di aver visto in "The Perfection" una pellicola in cui i colpi di scena sono sempre ben posizionati e in cui nulla, sia a livello di sceneggiatura sia a livello tecnico, è da dare per scontato.

Voto: 8

venerdì 31 maggio 2019

LE SERIE TV DI MAGGIO

Come ogni fine mese eccoci qui pronti per il solito appuntamento con le brevi recensioni delle serie TV che ho visto nel corso degli ultimi trentuno giorni. A questo giro, rispetto ai primi quattro mesi dell'anno, sono riuscito a completarne davvero tante, complici un paio di giorni in cui sono stato a casa da solo o dei weekend completamente liberi e piovosi in cui mi sono potuto dedicare a vedere le serie TV che stavo seguendo. Adesso è però tempo di fermare le chiacchiere e di cominciare a parlare delle serie TV!


Gomorra - Stagione 4

Episodi: 12
Creatore: Roberto Saviano
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Salvatore Esposito, Cristiana Dell'Anna, Ivana Lotito, Arturo Muselli, Loris De Luna, Carlo Caracciolo, Andrea Di Maria, Gianni Parisi, Luciano Giugliano
Genere: Drammatico



Se c'è una serie televisiva italiana che continua, dopo anni, a non stancarmi, quella è proprio "Gomorra", che è riuscita nel corso degli anni a fare fuori fior fior di personaggi fondamentali come Pietro Savastano e Ciro Di Marzio tanto che, checchè ne dicano i fanatici di "Game of Thrones", è la serie ad essa più simile - tanto che alcuni dei suoi fan vorrebbero veder resuscitare Ciro manco fosse Jon Snow - per struttura e per scelte narrative. A dirla tutta questa quarta stagione non è stata tutta rose e fiori: molti sono i fronti narrativi che vengono esplorati e il fatto che ogni puntata sia, più o meno, dedicata ad un personaggio diverso, cosa che nelle prime stagioni non accadeva, taglia un po' troppo la narrazione. Una quarta stagione che, tra le altre cose, fatica ad ingranare nella prima metà, per poi esplodere veramente nel corso della seconda metà. Col fatto poi di narrare diverse storie, a volte anche staccate tra di loro, il rischio che ce ne sia qualcuna che piaccia più di altre è molto alto, ad esempio io ho apprezzato moltissimo il fronte narrativo dedicato alla nuova vita di Patrizia come boss di Secondigliano, così come quello da imprenditore di Genny assieme alla moglie Azzurra e ad un consigliere non così tanto affidabile, mentre mi è parso piuttosto sprecato il potenziale che aveva mostrato Enzo nella terza stagione, al quale qui è stato dedicato decisamente poco spazio rispetto all'importanza che sembrava potersi ritagliare nella stagione precedente. Nonostante i difetti, questa quarta stagione di "Gomorra" ha continuato a catturare la mia attenzione: non c'è il minimo ottimismo, la polizia inizia in qualche modo a diventare parte della vicenda e gli intrighi per conquistare la malavita di Napoli sono sempre ben congegnati e i colpi di scena non mancano mai. Bravissimi registi al proprio arco come Francesca Comencini e una puntata diretta anche da Marco D'Amore che mi è parsa abbastanza valida a livello tecnico. La colonna sonora composta dai Mokadelik poi vede l'aggiunta di un brano che per tutti i dodici episodi mi ha ricordato e non poco le colonne sonore composte da John Carpenter per i suoi film.

Voto: 7


True Detective - Stagione 3

Episodi: 8
Creatore: Nic Pizzolatto
Rete Americana: HBO
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Mahershala Ali, Carmen Ejogo, Stephen Dorff, Scoot McNairy, Ray Fisher
Genere: Thriller, Drammatico



Dopo ben tre anni e mezzo dall'uscita della seconda stagione, che aveva deluso molti soprattutto se messa a confronto con la prima che era un vero e proprio capolavoro - anche se a me, nonostante ci fosse bisogno del libretto di istruzioni per comprenderla, non era per nulla dispiaciuta - arriva finalmente la terza storia di "True Detective", serie antologica creata da Nic Pizzolatto e portata al successo dalle interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson. Essendo una delle caratteristiche di questa serie la presenza di nomi di spicco nel cast, chi più di Maershala Ali, con due Oscar all'attivo in tre anni, sarebbe potuto essere il nome da affiancare a questa serie? Viste poi le critiche piovute in seguito alla seconda stagione, gli sceneggiatori decidono di tornare alle origini, creando una storia con ben tre linee temporali: abbiamo il protagonista Wayne Hays da vecchio ai giorni nostri che, in preda all'Alzheimer, cerca di risolvere e di ricordare un caso aperto all'inizio degli anni ottanta, quando era un giovane detective, relativo alla scomparsa di due fratelli e poi riaperto all'inizio degli anni novanta, quando viene interrogato dai suoi ex colleghi in seguito a nuove sconvolgenti scoperte. Nei primi episodi la struttura narrativa fa entrare lo spettatore abbastanza bene nel mood di questa terza stagione, poi però gli affari, nelle puntate centrali, si complicano sensibilmente e si inizia a sentire qualche momento di stanca in cui la solita perfetta confezione la fa da padrone, ma a livello di coinvolgimento emotivo si comincia a fare davvero fatica a stare dietro alla vicenda. Insomma, dal punto di vista qualitativo sappiamo benissimo che "True Detective" è una garanzia e a livello di sceneggiatura tutto quadra a meraviglia, come è giusto che sia: forse pensando un po' più alle emozioni da suscitare nello spettatore il successo sarebbe stato ancora maggiore.

Voto: 6,5


Conversazioni con un killer: il caso Bundy

Episodi: 4
Creatore: Joe Berlinger
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Genere: Documentario



Mettete la mia passione malsana per le storie sui serial killer e poi mettete due viaggi a Verona per lavoro nel corso della stessa settimana, con annesse 5 ore di treno complessive tra andate e ritorni. Che cosa guardare sul proprio smartphone grazie a Netflix se non un documentario sulla figura di Ted Bundy, che tra le altre cose ha avuto un film dedicato, di cui si è già parlato qui da queste parti? In realtà se fossi sano di mente avrei potuto proprio scegliere qualsiasi altra cosa da vedere, ma siccome non lo sono, ecco che la scelta è ricaduta su questo documentario, che spiega la storia del serial killer nei minimi dettagli, narrando le indagini e tutti gli annessi e connessi del tempo in cui gli omicidi furono commessi, periodo in cui la tecnologia ancora non era così avanzata e le comunicazioni non arrivavano in maniera così veloce nemmeno tra uno stato e l'altro degli USA. Viene poi seguito il processo a Bundy e tutti i tentativi di fuga, fino alla sua condanna a morte, non dopo vari tentativi di annullamento della sentenza. Un documentario interessantissimo e costruito in modo da rendere la vicenda inquietante, veritiero, ma anche molto televisivo nel suo stile narrativo e proprio il fatto di essere un documentario che rende la vicenda ancora più inquietante!

Voto: 7,5


Suburra - Stagione 2

Episodi: 8
Creatore: Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Ezio Abbate, Fabrizio Bettelli, Nicola Guaglianone
Rete Italiana: Netflix
Cast: Alessandro Borghi, Giacomo Ferrara, Eduardo Valdarnini, Claudia Gerini, Filippo Nigro, Francesco Acquaroli, Barbara Chichiarelli
Genere: Drammatico



La prima stagione di "Suburra", diretta da Michele Placido, usava uno stratagemma narrativo secondo me profondamente sbagliato, in tutti i suoi episodi: la prima scena era la fine dell'episodio e poi veniva narrato, attraverso un flashback, ciò che aveva portato all'avvenimento della prima scena. Bene, dopo le critiche, i nuovi registi ingaggiati per questa stagione decidono di abbandonare questo schema narrativo, optando per la scelta più sicura. Il risultato è che, pur non essendomi piaciuta del tutto la prima stagione - complici anche delle recitazioni decisamente rivedibili da parte del novanta per cento dei personaggi - questa mi ha dato un coinvolgimento emotivo decisamente minore, pur risultando, nel complesso, migliore. Sarà forse che l'abbandono dello schema narrativo della prima stagione abbia dato alla serie un sapore totalmente diverso? O sarà forse che ne ero completamente disinteressato io, anche questo potrebbe essere, ma sta di fatto che non siamo davanti ad una stagione da buttare del tutto: la recitazione del novanta per cento dei personaggi rimane decisamente rivedibile - non posso proprio sopportare Claudia Gerini, così come faccio una fatica tremenda a non voler prendere a sberle quei sorrisetti idioti di Spadino interpretato da Giacomo Ferrara, per non parlare poi del pesce lesso Eduardo Valdarnini nei panni di Lele, con il solo Alessandro Borghi ad offrire una recitazione di buon livello - ma la trama, ambientata nei quindici giorni che precedono l'elezione del sindaco di Roma, è ben gestita e più interessante rispetto alla stagione precedente.

Voto: 6


American Gods - Stagione 2

Episodi: 8
Creatore: Bryan Fuller, Michael Green
Rete Americana: Starz
Rete Italiana: Amazon Prime Video
Cast: Ricky Whittle, Emily Browning, Crispin Glover, Bruce Langley, Yetide Badaki, Pablo Schreiber, Ian McShane
Genere: Fantasy



Due anni fa la prima stagione di "American Gods" si era guadagnata i primi posti nella classifica delle mie serie preferite e dopo i primi episodi di questa nuova stagione - che ho provato a seguire di settimana in settimana - stava continuando ad esserla, giusto dietro a "The OA", che al momento rimane imbattibile per quanto mi riguarda. Ci si ricollegava in maniera ottima alla stagione precedente e si ponevano le basi per un secondo ciclo di episodi veramente di livello. Un bel Lunedì però decido che non ho voglia di vedere la puntata, e poi il Lunedì dopo e quello dopo ancora: mi stavo cominciando ad annoiare e ho recuperato gli episodi che mi mancavano per finire la stagione in una breve sessione di binge-watching. L'interesse stava andando perduto, nella parte centrale gli eventi sono stati pochi e poco interessanti, con la narrazione che non si capiva bene da che parte stesse andando. Le cose cambiano un po' con il bellissimo settimo episodio, ma la sensazione, guardando l'ottavo ed ultimo, è stata quella di trovarsi davanti ad una stagione incompleta, di quelle che vengono divise in due parti - cosa che adesso va molto di moda - da mandare in onda ad anni di distanza ma che non si possono chiamare stagioni per qualche motivo non ben precisato. La sensazione è proprio che questo secondo ciclo di episodi non abbia portato da nessuna parte, se non ad uno sfoggio stilistico davvero pazzesco e nel quale solamente i primi due e il settimo episodio riescono a risollevarne un po' le sorti.

Voto: 6+

giovedì 30 maggio 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Un'altra settimana è passata ed è arrivato un altro Giovedì, uno di quelli in cui parlare delle uscite cinematografiche del weekend, sempre e solo in base ai miei pregiudizi. Anche perchè poi, in questa settimana di poche uscite, i miei pregiudizi sono davvero molti.

Rocketman di Dexter Fletcher


Dopo non essere nemmeno stato accreditato per "Bohemian Rhapsody", Dexter Fletcher ci riprova con questo film sulla vita di Elton John, interpretato da un Taron Egerton che ha già ottenuto i consensi da parte del cantante, soprattutto per la sua voce. In questo periodo in cui la moda pare essere quella dei biopic musicali, avevamo davvero bisogno di un film su Elton John? Forse no, come del novanta per cento dei film che escono al cinema, ma quanto vorrei correre subito a vederlo!

La mia aspettativa: 7/10


Godzilla II: King of the Monsters di Michael Dougherty

Il primo film di questa nuova serie reboot dedicata a Godzilla non mi aveva particolarmente impressionato: lo avevo trovato noioso e il dinosauro gigante compariva pure fin troppo tardi nel corso della pellicola. Questo secondo capitolo però mi ispira molto di più vedendo i trailer: mi ispira tanto trash posticcio di quelli che mi piacciono sempre molto, potrei seriamente divertirmici molto guardandolo!

La mia aspettativa: 6/10


Le altre uscite della settimana

L'angelo del crimine: Anche dall'Argentina potrebbe arrivare uno di quei film in grado di soddisfare la mia malsana passione per i film sui serial killer. Speriamo sia un buon film!
Pallottole in libertà: Commedia francese di cui penso di poter fare tranquillamente a meno.
Primula rossa: Altro film italiano basato sulla storia vera del terrorista Ezio Rossi. Mi ispira il giusto, nè tanto nè poco.
Quel giorno d'estate: Film impegnativo in arrivo dalla Francia che non so quante proiezioni possa ottenere nel nostro paese.

mercoledì 29 maggio 2019

Il testimone invisibile di Stefano Mordini (2018)

Italia 2018
Titolo Originale: Il testimone invisibile
Sceneggiatura: Stefano Mordini, Massimiliano Catoni
Durata: 102 minuti
Genere: Thriller


Ci sono pochissime cose che mi convincono a vedere un film italiano e spesso e volentieri anche la presenza di una di queste non mi convince del tutto. Tra queste ci sono Paolo Sorrentino, la presenza nel cast di Marco Giallini o quella di Miriam Leone. Perchè ho deciso di vedere "Il testimone invisibile", remake di "Contratiempo" di Oriol Paulo? Di sicuro non per via della presenza nel cast di Riccardo Scamarcio, così come non per la regia di Stefano Mordini, che sinceramente nemmeno conosco. Ovviamente per la presenza di Miriam Leone! Considerando che l'originale spagnolo mi era piaciuto ma non mi aveva impressionato tanto da esaltarlo come avevano fatto in molti, l'idea di vederne un remake italiano non è che mi allettasse più di tanto però a me quella rossa che interpreta uno dei personaggi fondamentali della pellicola mi ha davvero stregato dalla prima stagione di "1992" e non riesco proprio a perdermi cose in cui è coinvolta.
Per chi non avesse visto il film originale di Oriol Paulo, uscito in Italia su Netflix un paio di anni fa, ecco in breve la trama: Adriano Doria è un noto imprenditore, da poco accusato dell'omicidio della sua amante. Ormai prossimo ad una sicura condanna, ma comunque deciso a proclamare la sua innocenza, il suo avvocato le procura un appuntamento con una nota penalista che nella sua carriera non ha mai perso una causa, che avrà poche ore di tempo per costruire la sua difesa, raccogliendo tutti i dettagli del suo passato, a partire dalla sua relazione con l'amante Laura Vitale, fino ad arrivare a quell'incidente stradale in montagna in seguito al quale è scomparso un ragazzo, Daniele Garri, i cui genitori Tommaso e Elvira, interpretati rispettivamente da Fabrizio Bentivoglio e Maria Paiato, stanno ancora cercando un colpevole.
Negli ultimi anni il cinema italiano non ci ha di certo abituati bene per quanto riguarda il genere thriller. Oltre alle solite commedie, ai drammoni impegnati e alle storie di criminalità tratte dalla nostra storia recente - genere in cui negli ultimi anni bisogna ammettere che siamo bravissimi - non è che si veda molto nei nostri cinema, ma ultimamente qualcuno sta provando a fare qualcosa di nuovo. Non è di certo il caso di "Il testimone invisibile" che, come detto, è il remake di un film spagnolo particolarmente apprezzato dal pubblico e dalla critica, che però a me non aveva impressionato più di tanto. Nonostante ci troviamo praticamente davanti ad una fotocopia dell'originale, che aveva un colpo di scena finale davvero molto azzeccato che in questo fil perde ovviamente di efficacia se si è vista la prima versione, c'è da dire che il film di Stefano Mordini riesce nell'intento di prendere le cose buone della versione da cui è tratto e di riportarle nella sua. Risulta dunque ben riuscito il gioco delle parti tra Adriano Doria e la penalista che deve occuparsi del suo caso, così come mi è parso particolarmente riuscito il montaggio dei diversi racconti del protagonista, con il dialogo tra i due personaggi principali ad assumere un'importanza fondamentale per la vicenda. Attraverso le diverse versioni che racconterà Adriano verremo anche a conoscenza delle conseguenze dell'incidente provocato da lui e la sua amante, con i genitori del ragazzo ucciso che non si danno pace della sua scomparsa e vogliono a tutti i costi trovare un colpevole.
La tensione e il ritmo della narrazione sono sicuramente ben gestiti, così come buone sono le interpretazioni di tutti gli attori coinvolti, anche se purtroppo su Fabrizio Bentivoglio ancora una volta non riesco ad avere una buona parola, il suo modo di recitare non mi piace e probabilmente mai mi piacerà, per quanto bravo possa essere ritenuto e per quanto ricercato dai registi italiani. Peccato solo che mi sia risultato difficile gustarmi un film di cui praticamente sapevo già tutto, nonostante dal punto di vista tecnico sappia dire la sua molto bene e si sappia ben difendere rispetto all'originale. Siamo dunque davanti ad una versione all'italiana di "Contratiempo"? Secondo me non propriamente: siamo davanti a un vero e proprio rifacimento, in cui la distinzione tra film italiano e film spagnolo viene data solamente dai nomi degli attori coinvolti, non tanto da un'ambientazione o da un intento del regista di creare una storia che si potesse adattare con il contesto sociale italiano. É un thriller senza pretese che pesca a piene mani dall'originale e per il quale, probabilmente, il pubblico italiano potrebbe indifferentemente vedere uno dei due senza notarne per davvero la differenza.

Voto: 6,5

martedì 28 maggio 2019

Io, Daniel Blake di Ken Loach (2016)



Regno Unito, Francia, Belgio 2016
Titolo Originale: I, Daniel Blake
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Cast: Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kema Sikazwe, Sharon Percy, Micky McGregor
Durata: 100 minuti
Genere: Drammatico


Non so bene per quale motivo, ma mi ritrovo inspiegabilmente con un sacco di recensioni da recuperare, nonostante una settimana intera, causa trasferta di lavoro in quel di Verona e concomitanza con il concerto dei "Metallica", in cui non ho guardato nemmeno un film. Un po' il cineforum, un po' anche l'aumento di quel numero di serate in cui non so bene che cosa fare e decido di andare al cinema, sempre che gli orari siano umani, sto riuscendo in questa annata a guardare un numero maggiore di film, facendo una maggiore selezione su quelli che escono al cinema in questo periodo e cercando anche di recuperare qualcosa dalle annate precedenti. É proprio grazie all'associazione che organizza il Cineforum nel paese in cui vivo, di cui faccio parte, che sono riuscito a recuperare "Io, Daniel Blake", film diretto da Ken Loach vincitore della Palma d'Oro" a Cannes nel 2016. Il regista irlandese, che non sono mai riuscito ad esplorare in maniera più approfondita rispetto a qualche visione sparsa del suo cinema, è riuscito nell'intento di portare il cinema di denuncia nelle sale di tutto il mondo, donando però ai suoi lavori un certo interesse grazie al modo in cui i suoi personaggi vengono sviluppati e grazie al fatto che, pur trattandosi di cinema di denuncia, nella maggior parte dei casi le tematiche non vengono trattate in maniera pesante, nonostante l'argomento spesso e volentieri possa fare cadere in questa trappola. Ad interpretare i personaggi di "Io, Daniel Blake", abbiamo attori non proprio conosciutissimi nel panorama internazionale: il protagonista della storia è interpretato da Dave Johns, mentre ad interpretare Katie, ragazza che il signore inizierà ad aiutare nell'accudire i due figli, abbiamo Hailey Squires.
"Io, Daniel Blake", racconta la storia di Daniel Blake - manco a dirlo -, un uomo rimasto vedovo da qualche anno che, in seguito ad un infarto, si vede negare dai suoi medici il permesso per tornare al lavoro. I centri per l'impiego del suo paese però non sono della stessa opinione e lo ritengono assolutamente idoneo al lavoro: è costretto quindi a chiedere il sussidio di disoccupazione, ma per continuare ad averlo deve cercare lavoro in maniera attiva, adeguandosi alle nuove tecnologie cui è sempre stato abbastanza refrattario, ma non essendo idoneo a lavorare vorrebbe veramente ottenere l'invalidità. In tutto questo iter burocratico che dovrà seguire, spesso sentendosi preso in giro e vessato dagli impiegati del centro per l'impiego, Daniel si troverà a fare conoscenza con Katie, ragazza madre in difficoltà con due figli a cui badare. Inizieranno ad aiutarsi reciprocamente e tra di loro nascerà una forte amicizia, quasi assimilabile ad un rapporto padre-figlia.
Con questo suo film, valsogli la Palma d'Oro a Cannes nel 2016, Ken Loach riesce nell'intento di porre sotto accusa il sistema lavorativo britannico, che come spesso accade si ricorda molto più facilmente di chi ha le possibilità economiche rispetto a chi si trova in situazioni di disagio, di difficoltà sociale. Siamo sicuramente davanti ad un film impegnativo e pieno di contenuti in cui viene fuori in maniera abbastanza chiara la situazione che si trova costretto a vivere il nostro protagonista, vessato dalle continue contraddizioni burocratiche alle quali viene messo di fronte ogni giorno e vessato anche dal comportamento di chi gli sta di fronte, che sembra mettere in luce un chiaro intento, da parte dello stato britannico da loro rappresentato, di far sì che chiunque si ritrovi a dover chiedere un sussidio ne passi così tante da pensare che sia meglio arrendersi e lasciare perdere, cosa che invece Daniel Blake si rifiuterà sempre di fare, fino a praticamente morire di burocrazia. E'molto interessante poi il rapporto che si viene a creare tra Daniel, Katie e i suoi due figli, ma anche quello di Daniel con i suoi vicini, una sorta di solidarietà nel disagio che fa sì che tutti si aiutino, con quello che si ha e quello che si può fare, per alleviare la propria condizione di disagio e di sofferenza.
Dal punto di vista cinematografico sono riuscito ad apprezzare particolarmente questa pellicola: innanzitutto gli attori offrono interpretazioni giuste per il ruolo che interpretano e sembrano essere assolutamente in parte, così come alcune scelte fotografiche sembrano essere simboliche di come si evolverà la vicenda - la scena iniziale con la voce di Daniel Blake fuori campo sembra quasi la commemorazione di un defunto - così come, cosa forse ancora più importante, ho apprezzato moltissimo il fatto che un argomento così importante e potenzialmente pesante sia stato trattato in maniera non eccessivamente tediosa: sono sì presenti momenti particolarmente toccanti e pesanti, ma l'atteggiamento del protagonista è quasi sempre positivo - e a volte sarcastico verso ciò che la vita gli riserva - e ciò contribuisce ad alleggerire un po' la situazione, con battute azzeccate e al posto giusto, ma dal risvolto sempre amarissimo. E' cinema di denuncia e come è ovvio che sia ci troviamo davanti ad uno di quei film che giustamente apre a delle discussioni e in questo "Io, Daniel Blake" è uno dei film che più identificano il nostro tempo, risultando quanto mai attuale nel narrare una situazione che molte persone ad oggi continuano a vivere.

Voto: 7,5