giovedì 17 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Una settimana in cui ci sono ben nove film in uscita e ancora non so quale di questi andare a vedere al cinema. Forse perchè poche sono le pellicole che mi interessano veramente in questo weekend, anche se qualche titolo dal buon potenziale c'è a dire il vero. Vediamo quali sono i nove film in uscita oggi, commentati come al solito in base ai miei pregiudizi!


Panama Papers di Steven Soderbergh


Ad essere sincero non ho ancora capito se questo film verrà portato nelle sale italiane o verrà distribuito direttamente su Netflix. Nel dubbio, essendo un estimatore del regista - anche se non tra i più convinti - gli darò un'opportunità, che sia al cinema o sulla piattaforma di streaming poco mi cambia.

La mia aspettativa: 7/10


A proposito di Rose di Tom Harper

Normalmente i film britannici mi piacciono parecchio, soprattutto quelli che parlano in qualche modo di disagio sociale o del fatto di inseguire i propri sogni - come ad esempio il carinissimo "Una famiglia al tappeto" - e leggendo la trama di questa pellicola temo che possa essere parecchio interessante. Purtroppo non è stata molto pubblicizzata, ma se dovessero darlo in uno dei miei cinema di fiducia, penso che potrei dargli un'occasione.

La mia aspettativa: 7/10


Le altre uscite della settimana

Grazie a Dio: É da un bel po' di tempo che non vedo un film di Ozon, regista che ho apprezzato in "Nella casa". Il tema narrato nella pellicola è di quelli pesanti e importanti, resta da vedere anche come è stato narrato e se anche il film sarà bello pesante.
Il mio profilo migliore: Commedia francese con Juliette Binoche sul mondo del web. Pellicola a doppio taglio, potrebbe essere tanto azzeccata quanto banale e scontata.
Jesus Rolls - Quintana è tornato: Per la regia di John Turturro lo spin-off de "Il grande Lebowski" di cui sinceramente non sentivo un grande bisogno. Nel caso, però, dovrò fare un ripassone del film dei Coen.
Malefincent 2: Signora del male: Questo è sicuramente il film che mi interessa di meno, visto anche che non mi era per nulla piaciuto il primo capitolo.
Se mi vuoi bene: Commedia italiana di Fausto Brizzi con Claudio Bisio come protagonista. A volte commedie di questo tipo non mi dispiacciono, ma di certo non andrei a vederla al cinema.
The Informer: Thriller britannico con un cast da paura. Spero solamente sia bello non soltanto il cast.
The Kill Team: Da un po' di tempo il trailer di questo film viene mandato prima dei film che vado a vedere al cinema. Purtroppo però non sono particolarmente affezionato ai film di guerra. Siamo davanti ad un altro film potenzialmente serissimo e interessante.
Yuli - Danza e libertà: Pellicola presentata lo scorso anno a Cannes e mi sa già di pesante, soltanto a leggerne la trama.

mercoledì 16 ottobre 2019

Un sogno chiamato Florida di Sean Baker (2017)



USA 2017
Titolo Originale: The Florida Project
Regia: Sean Baker
Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch
Durata: 115 minuti
Genere: Drammatico


É ormai da un paio di settimane che è ripartita la solita esperienza annuale con il Cineforum Vimodrone, associazione culturale per la quale figuro tra i fondatori che ha iniziato verso la fine di Settembre il suo quinto anno di attività. Sette saranno i film che, un Venerdì ogni due settimane, verranno proposti al nostro pubblico in questa stagione che va da Settembre a Dicembre, mentre all'incirca altrettanti ne verranno proposti da Gennaio a Maggio del 2020 - ancora dobbiamo decidere quali. Il programma di questo primo scorcio di stagione conta molti dei film che rientrano tra i miei preferiti di questa e della scorsa annata, ma, tra quelli di cui non vi ho parlato o che non ho visto in questi anni, si è partiti subito con "Un sogno chiamato Florida", che a dirla tutta il nostro pubblico non ha apprezzato appieno, forse perchè in qualche modo ha frainteso le nostre comunicazioni via mail e sui social. Il regista della pellicola, che ha visto Willem Defoe come candidato all'Oscar per il migliore attore non protagonista, è Sean Baker, sei film solamente nella sua carriera, ultimo prima di questo "Tangerine", che personalmente non ho visto, così come nessun altro dei suoi lavori. Protagonisti del film sono una ragazza, madre sola, interpretata da Bria Vinaite, e la sua bambina, interpretata da Brooklyn Prince. Scelta del regista è stata infatti quella di prendere per il suo film degli attori non professionisti, una scelta quasi neorealista in cui il solo Willem Defoe, tra gli attori con più minuti sullo schermo, ha avuto delle più che significative esperienze cinematografiche.
Moonee è una bambina di sei anni che vive assieme alla sua giovane mamma in un motel rosa confetto abbastanza pittoresco, alle porte di Disneyworld. Il suo livello di educazione non è particolarmente elevato e la madre, rimasta sola e con pochissime amiche, non è per lei il più bell'esempio da seguire. La ragazzina infatti passa buona parte della sua estate a zonzo con i suoi amici Scotty e Dicky senza nessuna supervisione, mentre Bobby, il custode del motel, cerca di fare di tutto per contenere l'irruenza innocente dei bambini, seguendoli e sorvegliandoli per quel che gli permette il suo lavoro - che spesso e volentieri è disturbato proprio dal loro comportamento. Halley nel frattempo passa buona parte del suo tempo in pigiama, nella stanza del motel, guardando la televisione. Non ha un vero e proprio lavoro e si guadagna da vivere in modo disonesto, vendendo imitazioni cinesi di profumi e stringendo amicizia solamente con Ashley, che però si distaccherà un po' da lei nel momento in cui riterrà sia meglio così per suo figlio Scooty.
"Un sogno chiamato Florida" è in tutto e per tutto un film di denuncia sociale, con uno stile che molti hanno ritenuto fosse simile al neorealismo italiano - filone cinematografico che ammetto di aver esplorato pochissimo nel corso della mia vita, essendo un po' più avvezzo al cinema d'intrattenimento, soprattutto nell'ultimo periodo - e in cui il regista non narra una vera e propria storia, quanto più che altro una serie di situazioni di reale degrado di cui gli Stati Uniti, ma in realtà un po' tutto il mondo, anche quella che si dice essere la parte fortunata del mondo - intendendo quella parte in cui non ci sono guerre e dittature ovviamente - , sono pieni. Appare dunque chiara in tal senso la scelta del regista di non scegliere attori professionisti per la sua pellicola, ad eccezione di uno straordinario Willem Defoe nella sua interpretazione, ma di scegliere la protagonista dopo aver visto le foto dei suoi tatuaggi, verissimi, su Instagram e di non dare al film una vera e propria trama, narrando il tutto con uno stile molto documentaristico che poco è piaciuto, al pubblico in sala.
A dirla tutta, per buona parte della durata del film, sono rimasto un po' interdetto anche io: la sensazione era quella che non si capisse bene dove "Un sogno chiamato Florida" volesse andare a parare e certamente lo stile narrativo della pellicola, abbastanza spezzettato, non mi è sembrato dei più facili, soprattutto poi per quelle persone che fraintendendo le nostre comunicazioni hanno deciso di portare bambini e famiglia al seguito per vedere un film che, in fin dei conti, sia a livello di contenuti sia per lo stile narrativo è un bel po' pesante. Quando però la pellicola inizia a portare in scena i veri sentimenti dei protagonisti della storia allora il livello sale, così come sale anche l'amaro in bocca nel vedere le varie situazioni che ci vengono narrate dal regista in questo film di denuncia. Insomma, sicuramente più che davanti ad un bel film dal punto di vista artistico, ci troviamo davanti ad una di quelle storie che è importante raccontare, indipendentemente dal fatto che poi il film possa piacere o meno sia dal punto di vista artistico sia da quello del coinvolgimento emotivo.

Voto: 7

martedì 15 ottobre 2019

Basta che funzioni di Woody Allen (2009)



USA 2009
Titolo Originale: Whatever Works!
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Durata: 92 minuti
Genere: Commedia


Un po' di persone tra quelle che mi leggono sanno che il mio rapporto con il cinema di Woody Allen non è che sia dei migliori: innanzitutto, fino a un paio di anni fa, non amavo particolarmente il fatto che i suoi film fossero una sorta di tassa annuale da pagare e poi sono estremamente convinto che più uno fa film in maniera assidua - e un film all'anno è comunque moltissimo - più è alta la probabilità di sbagliarne qualcuno. Negli ultimi anni però, grazie anche a film come "Cafè Society" e "Midnight in Paris" ho imparato ad apprezzare, anche se non da farmi venire la voglia di recuperarmi tutti i suoi film, anche il suo tipo di cinema, che fino a poco tempo fa mi dava l'impressione di non portare a nulla e di perdersi in troppi discorsi di cui non è sempre facile comprendere la direzione. Sono però venuto in contatto, grazie a Netflix, anche con "Basta che funzioni", pellicola diretta da Woody Allen nel 2009 e di cui in questi dieci anni avevo sentito molto parlare, senza mai trovare il coraggio e la voglia di visionarla. Il protagonista e narratore della vicenda è Boris Yelnikoff, interpretato da Larry David, mentre i personaggi femminili principali della pellicola sono interpretati da Evan Rachel Wood e da Patricia Clarkson. Ruolo di non poco conto anche per Henry Cavill.
Boris Yelnikoff, fisico di fama internazionale e un tempo candidato al Premio Nobel, divorzia dopo aver tentato il suicidio e va a vivere da solo, isolandosi dalle altre persone, che non ritiene degne del suo intelletto. Per guadagnarsi da vivere insegna ai bambini a giocare a scacchi, talvolta trattando anche loro in maniera scontrosa e dimostrandosi spesso irascibile e poco paziente. Una sera, tornando a casa, si imbatte in Melodie St. Ann Celestine, giovane ragazza del Mississippi scappata a New York mendicando cibo e cercando un posto per passare la notte. Viene accolta in casa da Boris fino a quando la ragazza non avrà trovato un lavoro e un posto in cui stare, ma presto i due si innamoreranno e si sposeranno, nonostante l'enorme differenza di età. Presto si faranno vivi anche i genitori di Melodie, che inizieranno ad interferire con la vita della coppia, ma anche a cambiare drasticamente le proprie abitudini di vita.
Dopo aver scritto la sceneggiatura della pellicola nel 1977 e dopo la morte dell'attore che Woody Allen aveva scelto come protagonista, "Basta che funzioni" è rimasto congelato per praticamente trent'anni prima di essere portato nelle sale cinematografiche. Un film in cui sin dalle prime battute mi sono trovato ad empatizzare fortemente con il carattere misantropico, misogino e scorbutico del protagonista Boris, un carattere con il quale trovo persino più di qualche punto in comune rispetto al mio, escluse le manie suicide. "Basta che funzioni" è un film che rispecchia in tutto e per tutto lo stile di Woody Allen, ci troviamo davanti ad un film in cui più che lo svolgersi della trama, ad essere interessanti sono le situazioni che si vengono a creare con i personaggi coinvolti e il profondo cambiamento che essi vivono rispetto all'inizio del film. Il protagonista Boris inizia con l'essere scorbutico e rifiutando il rapporto con altre donne, per poi finire a sposare una ragazza giovanissima con cui si trova molto bene, Melodie parte dall'essere ingenua ed insicura, fino al momento in cui si innamora - stavolta per davvero - di un ragazzo della sua età capendo per davvero cosa vuole. La madre di Melodie, interpretata da un'ottima Patricia Clarkson, modifica il suo spirito conservatore, diventando l'esatto opposto, libertina ed apertissima una volta vista la vita a New York, mentre il padre di Melodie scoprirà di essere sempre stato omosessuale.
In tutte queste situazioni quella di "Basta che funzioni" è una comicità piuttosto amara e pungente, grazie alla quale il film scorre via liscio senza cali di ritmo. Purtroppo però, quando ho a che fare con Woody Allen non riesco a trovare, in qualsiasi film che vedo, nemmeno in quelli più acclamati, un qualcosa che mi faccia dire che ciò che sto guardando è splendido, come invece fanno molti altri estimatori del regista. Provo un certo piacere nel vederli - alcuni di loro - ma ancora non sono mai riuscito a gridare al capolavoro.

lunedì 14 ottobre 2019

Rambo: Last Blood di Adrian Grunberg (2019)


USA 2019
Titolo Originale: Rambo: Last Blood
Sceneggiatura: Matthew Cirulnick, Sylvester Stallone
Durata: 89 minuti
Genere: Azione


Dopo aver ripercorso tutti e quattro i film della saga di "Rambo" usciti nel corso degli anni tra il 1982 e il 2009, siamo finalmente qui per parlare di "Rambo: Last Blood", il film che chiude definitivamente la saga uscito nelle sale cinematografiche un paio di settimane fa. Io, ovviamente, appena finito il ripassone, sono corso a vederlo e devo dire che, con le dovute proporzioni, la visione mi ha soddisfatto, ma andiamo con ordine. Nel corso degli anni si è visto come Sylvester Stallone non fosse più così legato al personaggio di John Rambo, ma molto di più a quello di Rocky Balboa, del quale ha anche contribuito a scrivere uno spin-off dedicato al figlio di Apollo Creed. É chiaro che questo legame affettivo con il personaggio sia andato scemando con il tempo, soprattutto a causa del fatto che, mentre Rocky è in tutto e per tutto una sua creatura, John Rambo è un personaggio ispirato al romanzo "Primo sangue" di David Morell, cui lui ha certamente contribuito a crearne l'iconografia ad esso legata, ma non si tratta in tutto e per tutto di una creazione della sua mente. É proprio per questo motivo che per avere "John Rambo", il quarto film della saga, i fan hanno dovuto aspettare un ventennio, così come altri dieci anni sono passati prima di dare alla saga una vera e propria chiusura. Oltre a Sylvester Stallone, nel cast del film abbiamo anche Yvette Monreal, ad interpretare Gabrielle, la nipote di Rambo, mentre nei panni dei villain del film abbiamo Sergio Peris-Mencheta e Óscar Jaenada. Inoltre, nel ruolo della giornalista messicana Carmen Delgado abbiamo Paz Vega.
Sono passati undici anni dagli eventi in Birmania narrati nel precedente film: John Rambo si è trasferito in Arizona, dove ha ereditato l'allevamento di cavalli del suo padre defunto e lo gestisce insieme alla sua vecchia amica Maria Beltran e alla nipote Gabrielle. La ragazzina, abbandonata dal padre molti anni prima rivela allo zio che la sua amica Gizelle, che vive in Messico, avrebbe rintracciato il padre biologico Miguel. Nonostante i pareri contrari di Rambo e di Maria, la ragazza si reca segretamente in Messico per incontrare suo padre, che però la respinge malamente rivelandole che non l'ha mai voluta. Per dimenticare gli eventi di quella sera, Gizelle decide di portare Gabrielle in un club locale dove, dopo aver bevuto abbastanza, viene drogata e rapita da un garante del cartello messicano, che la vuole vendere come prostituta. Non vedendola tornare al ranch, John Rambo si recherà in Messico, con l'intento di recuperare la nipote e riportarla a casa.
Come già in molti hanno fatto notare questo "Rambo: Last Blood" vive di due parti narrative ben distinte, una delle quali mi ha convinto di più, mentre l'altra di meno. Nella prima parte ciò che vediamo è un John Rambo ormai anziano, anche un po' stanco, che lavora nel suo ranch ricordando quelli che sono stati i suoi traumi di guerra e cercando di vivere, per la prima volta nella sua vita, in maniera tranquilla. Il film in questa prima parte fatica decisamente ad ingranare e non basta il rapimento della nipote Gabrielle a dare la vera e propria scossa alla pellicola: una tattica di battaglia praticamente suicida e i suoi movimenti piuttosto lenti fanno sì che il personaggio venga malamente pestato dagli esponenti del cartello messicano e lasciato in fin di vita, salvato solamente dalla giornalista Carmen Delgado, che lo porterà nel suo appartamento. Ciò che ho fatto da spettatore per tutta la prima parte è stato, ovviamente, aspettare il momento delle botte, ma la sensazione avuta - fino al momento in cui John Rambo prende finalmente in mano il martello per picchiare i messicani - è un po' quella che, fino ad una buona metà della sua durata, questo film si sarebbe potuto fare tranquillamente anche con un personaggio diverso dal John Rambo che avevamo conosciuto negli altri film, tanto mi è parso assente il suo spirito. A metà del film però scatta veramente la molla e l'ultima mezz'ora del film va via liscissima, con il vecchio John Rambo che torna ad essere se stesso, a preparare trappole, ad usare una tecnica di guerriglia sofisticata e strategica e se nella prima parte vi eravate legittimamente domandati perchè in tutti quegli anni nel ranch avesse scavato dei tunnel chilometrici - anche io quando sarò in pensione tra ottantadue anni, mi sveglierò una mattina e deciderò di scavare dei tunnel nel giardino di casa mia - ecco che nell'ultima mezz'ora troverete una risposta plausibile. In tutto questo poi il film riesce a non perdere del tutto in realismo: John Rambo è ormai consapevole di essere vecchio e i suoi movimenti all'interno dei tunnel sono comunque quelli di un settantenne appesantito, che però sa ancora come uccidere e decide di usare la strategia più vecchia del mondo, il divide et impera - in netto contrasto con quanto fatto all'inizio quando è stato pestato. É un po' come vedere i video del nonno cestista di Milano: non lo vedrete mai correre o saltare a canestro per schiacciare, ma la sua tecnica di tiro è rimasta intatta e mi fa uscire letteralmente di testa. Nel finale poi spazio ad un recap con le immagini più belle di tutti i capitoli della saga di "Rambo", un momento nostalgia forse evitabile, ma molto americano nella sua realizzazione e comunque piuttosto emozionante per chi, come me, a parte il terzo capitolo, ha veramente amato la saga.
Si chiude dunque qui lo speciale organizzato dal sottoscritto per accompagnare l'uscita nelle sale di "Rambo: Last Blood", anche se sono arrivato un po' in ritardo devo dire che me lo sono goduto, sia a livello delle mie visioni serali, sia per quel che riguarda lo scriverci sopra e il parlarne su questi schermi a quei quattro o cinque che mi seguono assiduamente. La saga si chiude con un film non proprio eccezionale, che comincia come un semplice revenge movie in cui ci sarebbe potuto essere chiunque al posto di Rambo, ma comunque si riprende quando il protagonista comincia a fare davvero quello per cui è conosciuto e lo fa nella maniera più goduriosa e "commovente" possibile.

Voto: 6

venerdì 11 ottobre 2019

Beata ignoranza di Massimiliano Bruno (2017)

Italia 2017
Titolo Originale: Beata ignoranza
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Herbert Simone Paragnani, Gianni Corsi
Durata: 102 minuti
Genere: Commedia


Non ho mai negato, soprattutto negli ultimi anni, quanto a volte senta il bisogno nel profondo di guardarmi una commedia italiana, di quelle con gli attori che mi piacciono e spesso e volentieri tra questi attori ci sono Alessandro Gassmann o Marco Giallini, o addirittura ancora, come nel caso di "Beata ignoranza", entrambi. Personalmente non sono un amante di quelle commedie che cercano di farti ridere in modo sguaiato o ignorante - anche se in qualche caso rarissimo apprezzo anche quelle - così come non sono nemmeno io il tipo che ride di gusto, a livello cinematografico preferisco di gran lunga quelle commedie che ti fanno sorridere e riflettere e, se riescono anche a farmi stare un po' meglio con me stesso e con il mondo - cosa, che ammetto, è complessissima visto il mio carattere - guadagnano un punto in più. Protagonisti di "Beata ignoranza" sono i già citati Alessandro Gassmann e Marco Giallini, il primo lo apprezzo, non esageratamente, ma alla fine non mi è mai dispiaciuto il suo modo di recitare, mentre il secondo invece è uno dei miei attori italiani preferiti, se la gioca con Luca Marinelli che però è uscito in particolare nel giro degli ultimi quattro o cinque anni. Regista del film è Massimiliano Bruno, che negli ultimi anni ha diretto anche "Gli ultimi saranno ultimi" con Paola Cortellesi e "Non ci resta che il crimine" - altra commedia che non mi è per nulla dispiaciuta - con i due attori protagonisti di questo film.
Ernesto e Filippo sono due professori, il primo di italiano, mentre il secondo di matematica. Le loro personalità e i loro metodi di insegnamento sono agli antipodi: il primo è severo e rigido e rifiuta in qualsiasi modo l'innovazione tecnologica, mentre il secondo è amichevole, un vero e proprio seduttore e fa della tecnologia uno dei suoi principali strumenti di conoscenza. I due si odiano profondamente per un evento legato al passato di entrambi, ma si ritrovano ad insegnare nella stessa scuola. Il loro scontro finirà per prendere forma nel momento in cui si farà viva Nina, la figlia di Ernesto, che sottoporrà entrambi ad un esperimento, per il documentario che sta girando: Ernesto dovrà avvicinarsi alla tecnologia, utilizzare quotidianamente il computer e aprire un account sui social ed affrontare questo tipo di vita per un mese, mentre Filippo dovrà cancellare tutti i suoi account e non potrà avere nessun contatto con la tecnologia per un mese.
Per quanto riguarda "Beata ignoranza" - anche se io solitamente sono più portato a dire "Beato te che non capisci un cazzo", ma questa è tutt'altra storia - diciamo che non ci troviamo davanti ad un film eccezionale, quanto più che altro ad una di quelle commedie che si guardano quando si ha poca voglia di cimentarsi in visioni impegnative e si vuole passare un'ora e mezza in spensieratezza. Ci sono sempre, nella vita di ognuno dei giorni in cui si sente il bisogno di vedere film del genere e c'è da dire che, da questo punto di vista, "Beata ignoranza" sa fare abbastanza bene il suo lavoro, talvolta estremizzando abbastanza i concetti legati all'uso e all'abuso della tecnologia, altre volte banalizzandoli, ma non è lì che risiedono i pregi del film, quanto più che altro nel rapporto di odio tra Ernesto e Filippo che, in seguito alla rivelazione del loro passato comune, comincia piano piano a trasformarsi in amicizia e a diventare un rapporto vero e sincero, in cui è il loro interesse comune a giovare ad entrambi. Insomma, non siamo davanti al film dei film, ma come al solito io con queste commedie italiane mi ci trovo abbastanza bene, le guardo senza problemi e passo un'ora e mezza senza pensare troppo alla mia vita, cosa che diventa utilissima una volta ogni tanto.

Voto: 6,5

giovedì 10 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA!

Dopo l'uscita di "Joker" la scorsa settimana, eccoci davanti ad un weekend decisamente meno interessante dal punto di vista cinematografico, anche se penso che qualche soddisfazione possa essere data a noi spettatori. Esce infatti un film di Ang Lee, ma anche un horror prodotto dalla Midnight Factory che non sembrava malissimo a guardare i trailer questa estate, anche se poi non ne ho più sentito parlare e la cosa un po' mi preoccupa. Vediamo le otto uscite di questo weekend con i soliti commenti basati sui miei pregiudizi!


Gemini Man di Ang Lee

Action fantascientifico - la declinazione che meno amo del cinema di fantascienza - diretto da Ang Lee e con protagonista un doppio Will Smith. Ang Lee è uno di quei registi che mi piace a fasi alterne, di cui ho adorato qualche film, mentre altri decisamente meno. I miei sospetti verso questa pellicola sono che si tratti di una di quelle decisamente meno...

La mia aspettativa: 6/10


Hole - L'abisso di Lee Cronin


Il trailer di questo film, visto a più riprese prima dei vari horror estivi che ho visto al cinema prima di partire per le vacanze, mi ispirava parecchio. Poi però, per qualche motivo, non ne ho più sentito parlare e la cosa un pochino mi puzza. Rimango però fiducioso, un minimo, diciamo il minimo indispensabile per concedere un'opportunità a questa pellicola.

La mia aspettativa: 6/10


Le altre uscite della settimana

Brave ragazze: Commedia italiana tutta al femminile che si potrebbe rivelare più interessante di quanto il trailer possa lasciare intendere.
A spasso col panda: Portateci i vostri bei bambini, io voglio starvi lontano.
Il varco: Altro film italiano, stavolta uno di quelli presentati a Venezia 76, che penso possa essere decisamente troppo pesante per i miei gusti.
Le verità: Arriva nei nostri cinema anche il film presentato a Venezia 76 di Kore Eda, regista che sinceramente non ho mai avuto voglia di esplorare più di tanto. Potrebbe essere un buon viatico per cominciare, in effetti.
Manta Ray: Questa volta stiamo parlando di Venezia 75, ma questo film temo che non vedrà la luce di molte sale in Italia. E forse non è una grossissima perdita.
Non succede, ma se succede...: Ho visto più volte il trailer di questa commedia al cinema e detto sinceramente mi fa soltanto salire l'orticaria. Penso che passerò.

mercoledì 9 ottobre 2019

Il marchio di Dracula di Roy Ward Baker (1970)


Regno Unito 1970
Titolo Originale: Scars of Dracula
Sceneggiatura: Anthony Hinds
Durata: 96 minuti
Genere: Horror


Da quando ho mollato lo speciale sulle serie cinematografiche della Hammer Film Productions - non era mia intenzione, semplicemente non riuscivo a trovare il film successivo e penso che ne passerà di tempo prima che riesca a trovare il prossimo, che penso sia pure il più difficile - ho portato a termine uno speciali, quello su "La bambola assassina", e quasi finito un altro, quello su "Rambo". Qualche mese fa l'idea era però ben diversa: sapete bene che su determinate cose sono un tipo particolarmente pignolo e quando inizio una cosa ci tengo a portarla a termine - per quanto riguarda le serie televisive il discorso è un bel po' diverso - e quando inizio una saga cinematografica o mi fermo direttamente al primo capitolo, oppure, se guardo anche il secondo, mi sento in dovere di guardarli tutti. L'idea era proprio quella di fare un forcing finale per recuperare quei pochi film che mi mancavano per portare a termine questo speciale che, dopo sei o sette film, estremamente ripetitivi, aveva cominciato ad annoiarmi. A dirla tutta pure le recensioni che ho scritto in proposito non è che cambino molto l'una dall'altra, ho seguito un po' l'andamento delle varie pellicole, rendendole piuttosto ripetitive. Terence Fisher, regista storico della casa di produzione, ha ormai abbandonato da qualche film la regia della serie dedicata a Dracula, mentre molto probabilmente controvoglia rimane l'attore che l'ha resa celebre, quel Christopher Lee che dopo un primo film ottimo era riuscito a diventare talmente un'icona da potersi permettere di scioperare per tutto il secondo film della serie, non pronunciando nemmeno una battuta. Alla regia viene però chiamato Roy Ward Baker, forse la prima volta in cui la Hammer decide di non chiamare un regista del tutto esordiente nè un collaboratore di scena, ma comunque uno che qualche film in carriera lo aveva diretto, certo, non di grandissimo conto, ma comunque qualcosa nella sua vita l'aveva fatto.
Grazie al sangue versato dalla bocca di un pipistrello, Dracula viene resuscitato e subito dopo il suo risveglio dissangua la figlia di un locandiere. Il villaggio in cui abita, per porre fine alla situazione di terrore creata da anni dallo stesso Dracula, decide di dare fuoco al castello in cui vive, mentre lui sta dormendo al suo interno. Purtroppo però i piani dei cittadini non sortiscono gli effetti sperati e le fiamme non riescono a raggiungere le profondità della cripta in cui egli dorme. Resosi conto del torto subito, Dracula comincerà, per vendetta, a nutrirsi, uccidendole, di tutte le donne del villaggio. Cercando riparo nel suo castello, il giovane Paul scompare misteriosamente e vanno in sua ricerca il fratello Albert e la sua fidanzata Sara, venendo però a loro volta imprigionati all'interno del castello.
Forse, paradossalmente, il periodo forzato di pausa da questa serie di film - dovuta al fatto che non riuscissi a trovare un modo per procurarmi "Il marchio di Dracula" - non mi ha fatto poi così male: rimangono ovviamente quelle che sono le mie considerazioni per quel che riguarda la fantasia e la ripetitività delle varie pellicole, sensazione che si amplia soprattutto quando la produzione diventa quasi una vera e propria catena di montaggio, con Christopher Lee costretto a recitare il ruolo - poverino - per ben due volte nel corso della stessa annata, però ho trovato qualche motivo di interesse che nelle pellicole che avevo visto prima di stoppare lo speciale non ero riuscito a trovare. La trama bene o male è quella, ma, un po' come per buona parte dei film della serie di Dracula, le atmosfere sono ben costruite e, a livello registico - a parte i pipistrelli di plastica che svolazzano come delle cimici - è presente qualche trovata interessante, anche se nulla di trascendentale, ovviamente. Insomma, il periodo di pausa forzata mi ha fatto più male che bene e sono riuscito a trovare motivi di interesse anche in uno speciale che con l'angolino sinistro del cervello stavo quasi pensando, in maniera remota, di abbandonare. Ma io non demordo e vi attendo per quando riuscirò a recuperare il prossimo film, sperando non passino altri due o tre mesi.

martedì 8 ottobre 2019

John Rambo di Sylvester Stallone (2008)


USA, Germania 2008
Titolo Originale: Rambo
Sceneggiatura: Art Monterastelli, Sylvester Stallone
Durata: 99 minuti
Genere: Azione, Guerra


Venti anni dopo l'uscita di "Rambo III", con Sylvester Stallone che aveva contribuito in maniera fondamentale al successo della saga, questa sembrava essere ormai abbandonata al suo destino, soprattutto per quanto riguarda i progetti dell'attore. Complice però il successo di "Rocky Balboa", altro film revival che riportava in scena un personaggio che aveva dato grande successo e lustro all'attore, si decide di riportare in vita anche il personaggio di Rambo, dopo che questo era stato praticamente abbandonato. Appare abbastanza chiaro quanto, rispetto al suo altro personaggio di successo, quello di John Rambo non fosse proprio il più amato da parte di Stallone, forse perchè quello meno suo, nato dalla penna di un altro, mentre con il personaggio di Rocky l'attore aveva potuto costruire da zero il suo personaggio e renderlo l'icona che poi è diventato. Dicevo proprio nella recensione di "Rambo III" che, dopo aver difeso la popolazione afghana dall'invasione russa - in un film storicamente arrivato fuori tempo massimo e non più attuale -, sarebbe stato decisamente bello vedere Rambo tornare proprio in quei luoghi per combattere quella stessa popolazione che si era rivelata, dopo l'11 Settembre, come la principale minaccia agli Stati Uniti e la popolazione occidentale, quanto meno secondo le idee politiche dominanti dell'epoca. Anche qui però per sviluppare il film, penso si sia aspettato un po' troppo tempo, facendo optare lo stesso Stallone, che qui per la prima volta prende le redini anche dietro la macchina da presa, per un ambientazione orientale tra la Thailandia e la Birmania, dove tra l'altro, sempre in quel periodo, si stava svolgendo una guerra civile abbastanza sanguinosa. Subito ne viene dunque una considerazione: perchè John Rambo, in qualsiasi momento storico sia ambientato il film a lui dedicato, si trova in una parte del mondo diventata d'attualità per la presenza di una guerra? Lo capisco nel secondo e nel terzo film, dove ci è stato mandato, ma in questo è proprio il trovarsi nel posto giusto al momento giusto, c'è da dire che in questo il personaggio è bravissimo.
John Rambo si è da tempo ritirato in Thailandia, dove lavora su un battello sul fiume Salween, al confine con la Birmania, una regione straziata da una delle guerre civili più longeve della storia tra il regime militare e i Karen, un gruppo etnico locale. Abbandonate le armi da molto tempo, Rambo viene avvicinato da un gruppo di protestanti americani, capeggiati da Sarah Miller e Michael Burnett, interpretati rispettivamente da Julie Benz e Paul Schulze, per portare loro in Birmania attraverso il fiume, dato che via terra la strada è stata ormai resa impercorribile dalle innumerevoli mine piazzate dai militari birmani. Il loro obiettivo è quello di consegnare ai Karen scorte di cibo, di medicinali e di bibbie per la popolazione. Una volta giunti a destinazione, quando ancora sulla barca, il villaggio viene assaltato dai militari delle truppe di Pa Tee Tint, interpretato da Maung Maung Khin, mentre Sarah e altri missionari vengono presi in ostaggio da un gruppo di pirati. Sarà dunque premura di John Rambo, una volta tornato in Thailandia, di aggregarsi come guida ad un gruppo di mercenari assoldati per liberare gli ostaggi, per poi entrare in azione in prima persona una volta resosi conto della necessità del suo intervento.
Dopo un terzo capitolo del tutto non riuscito, forse allo stesso Sylvester Stallone deve aver fatto benissimo la pausa di vent'anni presa dal suo personaggio, perchè il risultato è di quelli che soddisfa e anche alla grande. Innanzitutto vediamo sin dall'inizio un John Rambo, spento, silenzioso, depresso e altamente pessimista verso il mondo, abbiamo già un'evoluzione del personaggio maggiore in pochi minuti rispetto a quella nulla ottenuta con il film precedente ed è soprattutto un'evoluzione che piace perchè è resa, da parte dello stesso Stallone, in maniera coerente con il personaggio e con tratti di epicità non indifferenti, vedi ad esempio le lunghe scene di silenzio in cui guida la barca sul fiume, ascoltando e disprezzando ciò che dicono i mercenari, senza però mai intervenire direttamente e anzi, facendosi addirittura insultare, per poi far ricredere tutti quanti una volta scesi dall'imbarcazione. É chiaro quanto questo quarto capitolo della saga sia in realtà un vero e proprio giocattolone cinematografico, che, in tono minore rispetto al primo e al secondo capitolo, ma con decisamente più sangue e molta più violenza - a volte con una fotografia e degli schizzi di sangue quasi "fumettosi" - rispetto ai suoi predecessori, ha praticamente tutte le cose al proprio posto, fa riaffezionare gli spettatori ad un personaggio che era già diventato abbastanza ripetitivo e ci mette davanti a delle scene che fanno proprio saltare sulla poltrona, perchè sono dirette proprio in modo da ottenere questo effetto, più che un vero e proprio effetto sorpresa.
Insomma, nel 1988 avevamo lasciato un John Rambo interpretato da un Sylvester Stallone nel pieno della sua forma fisica, che però non era riuscito a dare al suo personaggio la giusta evoluzione psicologica, lasciandolo praticamente fermo al suo secondo film, lo ritroviamo nel 2008 - in un film che ricordavo benissimo anche prima della visione affrontata per questo speciale - con i capelli tinti di nero, gonfiato dagli steroidi e addirittura con più di qualche muscolo cadente, forse però nel film che più incarna - dopo la prima pellicola della saga che fa ovviamente storia a sè - quello che è lo spirito del personaggio: combattere per la difesa dei più deboli, il più delle volte da solo contro tutti. Il tutto è condito da un paio di scene letteralmente memorabili e dal mio amato splatter, forse poco realistico per un film di guerra, ma sempre coinvolgente dal punto di vista emotivo e dell'esaltazione dello spettatore.

lunedì 7 ottobre 2019

Joker di Todd Phillips (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Joker
Sceneggiatura: Todd Phillips, Scott Silver
Durata: 123 minuti
Genere: Drammatico


Siamo arrivati finalmente al momento della verità, il giorno dell'uscita di "Joker" di Todd Phillips, in grado di accaparrarsi i favori di tutta la critica all'ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e di vincere il Leone d'Oro come miglior film. É un po' di anni che la kermesse veneziana è fonte di grandissima qualità a livello internazionale, così come sono un po' di anni che, quanto meno il vincitore della rassegna, convince appieno anche me, molto di più ad esempio rispetto al Festival di Cannes in cui le pellicole proposte, ma anche quella che vince, risultano essere un po' troppo sofisticate per i miei gusti - anche se quest'anno attendo impazientemente anche l'uscita di "Parasite", il vincitore della rassegna. Ritornando a "Joker", Todd Phillips decide, dopo le esperienze con il godibilissimo "Road Trip", con la trilogia di "Una notte da leoni" e dopo "Trafficanti", film che dava già qualche indizio su quella che sarebbe potuta essere la dimensione, decisamente più autoriale, che avrebbe voluto darsi il regista, ecco che arriva il film della vita, quello con cui finalmente il regista riesce a sfondare e non intendo solamente al botteghino. Il personaggio di Arthur Fleck, alias Joker, è interpretato come tutti ormai sanno da Joaquin Phoenix, un attore che sin dai trailer sembrava veramente tagliato dal sarto per quel ruolo e la cui risata isterica, ma ben spiegata nel corso del film in maniera originalissima, mi aveva messo i brividi a più riprese.
L'intento di Todd Phillips con questo film era quello di ritrarre come una persona qualsiasi, messa in condizioni di vita sfavorevoli, possa abbracciare le sembianze e le gesta del Joker, impazzendo completamente. Non ho mai nascosto quanto il personaggio di Joker fosse uno dei miei preferiti, mi piacciono moltissimo sia l'interpretazione di Jack Nicholson nel "Batman" di Tim Burton - quella che forse si avvicina maggiormente allo spirito caotico del personaggio - sia quella un po' più realistica di Heath Ledger ne "Il cavaliere oscuro" di Christopher Nolan, un'interpretazione pazzesca in cui, ad essere sinceri, si perde un po' quell'aspetto di "caos" legato al personaggio proprio a causa di alcune battute in cui egli stesso dichiara di essere "caos", il che è una contraddizione bella e buona, che però non inficia quanto io adori anche quella versione di Joker. Lasciando dunque da parte il personaggio interpretato da Jared Leto in "Suicide Squad", si può tranquillamente dire, inclusa l'interpretazione di Joaquin Phoenix in questo film, che quasi tutte le interpretazioni del personaggio mi sono piaciute e neppure poco. In "Joker" vediamo quelle che sono le origini del personaggio - su cui sinceramente non sono informato riguardo alla versione fumettistica - da quando, nella Gotham del 1981, lavora come clown ambulante e vive assieme alla madre Penny, interpretata da Frances Conroy, e sogna di sfondare nel mondo del cabaret. É però afflitto da una profonda depressione per la quale è in cura presso una psicologa e da un raro disturbo che gli provoca improvvisi attacchi di risate incontrollabili.
Tagliando subito la testa al toro, il "Joker" di Todd Phillips è stato esattamente ciò che mi aspettavo: un film splendido, in cui molto fa l'interpretazione pazzesca dell'attore protagonista, ma anche la sceneggiatura è azzeccata, la regia di Todd Phillips è studiata nel minimo dettaglio e la fotografia riesce a far arrivare allo spettatore quella che è la condizione psicologica del protagonista. Il primo tempo di questo film può effettivamente lasciare un po' spiazzati, diciamo che per i primi quaranta minuti vediamo il personaggio di Arthur Fleck come un sognatore estremamente deluso, incapace di avere pensieri positivi riguardo alla sua vita, con un disturbo dissociativo che non gli permette di interfacciarsi con la realtà nel giusto modo. Sono però quaranta minuti in cui uno spettatore impaziente potrebbe non capire dove il film voglia andare a parare. É però tutta la seconda parte della pellicola che mette insieme i pezzi e nel momento in cui Arthur abbraccia definitivamente la sua oscurità vediamo come tutto ciò che gli è successo nella prima parte fosse necessario per spiegarci le conseguenze che vediamo nella seconda. "Joker" è poi un vero e proprio turbinio di emozioni, da scene che mettono i brividi ad altre commoventi forse il personaggio risulta essere meno fomentoso della sua versione ne "Il cavaliere oscuro", ma sicuramente ancora più realistico e molto ben ritratto a livello psicologico.
É in questo senso pazzesco il lavoro fatto da Joaquin Phoenix per rendere al meglio il suo Joker, i suoi attacchi di risate incontrollabili non sempre sembrano delle vere e proprie risate, a volte si ha quasi l'impressione che sia un pianto disperato - e visto come ci vengono spiegate in questo film non escludo che l'idea del regista fosse proprio quella - e tutte queste emozioni arrivano in maniera diretta allo spettatore, senza filtri e senza mezzi termini. Durante la visione di questo film si sorride amaramente, si hanno i brividi, ci si sente disturbati a livello mentale e il Joker di Phoenix è, effettivamente, quanto di più caotico e incontrollabile ci possa essere, con lo spirito del personaggio che è stato portato benissimo sullo schermo. La pellicola è abbastanza violenta - e obiettivamente non mi sarei aspettato altro - ma sceglie benissimo cosa fare vedere e cosa no, con una scena in particolare che viene lasciata all'immaginazione dello spettatore ed è il momento in cui, a tutti gli effetti Arthur ha abbracciato l'oscurità, con tanto di inquadratura di spalle e di accompagnamento sonoro a quella scena che risultano estremamente azzeccati. La scena della scalinata, che ci viene accennata del trailer è un simbolo, diventerà facilmente una delle scene cult dei prossimi anni ed è altissima in me - ma non solo in me - la sensazione di trovarci davanti ad un instant masterpiece, che verrà presumibilmente preso come esempio per altri film del genere negli anni a venire.

Voto: 10

venerdì 4 ottobre 2019

Moschettieri del re - La penultima missione di Giovanni Veronesi (2018)

Italia 2018
Titolo Originale: Moschettieri del re - La penultima missione
Sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Nicola Baldoni
Durata: 109 minuti
Genere: Commedia


É passato talmente tanto tempo da quando ho visto questo film che quasi mi dimentico di scriverne, l'ho visto addirittura pochi giorni prima di partire per il mio viaggio verso il Giappone e la Corea del Sud, di cui vi ho accennato a più riprese sia prima della mia partenza sia dopo il mio ritorno. Un film uscito nelle sale cinematografiche italiane sotto Natale del 2017 - o forse addirittura tra Natale e capodanno - e diretto da Giovanni Veronesi, regista italiano di cui ho visto solamente "Streghe verso Nord" in una notte estiva nel periodo delle scuole superiori - ricordo di questo film un Teo Mammucari allucinantemente brutto da vedere e da vedere recitare e non è che poi con gli anni sia migliorato - e "L'ultima ruota del carro", di cui invece conservo un buon ricordo, non certo eccezionale, ma in grado di farmi in qualche modo stare bene con me stesso durante la visione, cosa che non mi accade con molti film a dire la verità, specie con le commedie italiane di qualche anno fa, anche se negli ultimi tempi, da questo punto di vista mi sembrano essere leggermente migliorate. Il cast è di quelli che normalmente, nel cinema italiano, vengono scomodati per film di grande qualità, tant'è che tra i protagonisti abbiamo Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo, Sergio Rubini e Alessandro Haber, per quanto riguarda rispettivamente i personaggi di D'Artagnan, Athos, Porthos, Aramis e il Cardinale Mazzarino, mentre dal punto di vista femminile abbiamo attrici come Margherita Buy e Matilde Gioli, non proprio le ultime arrivate.
Il film è una rivisitazione in salsa tutta italiana della storia de "I tre moschettieri" narrata da Alexandre Dumas nell'omonimo romanzo e nel suo seguito "Vent'anni dopo" - ci sarebbe poi un terzo capitolo da cui il film parrebbe non prendere ispirazione. Tale storia è rivisitata in chiave ironica, mostrandoci i personaggi ormai quasi anziani e scapestrati, molto inclini alle battute e a combinare guai nelle loro avventure per salvare il re Luigi XIV. C'è da dire che con un cast di questo livello era difficile fare male, in una commedia uscita poi nel periodo natalizio che avrebbe, sicuramente, potuto attirare al cinema un certo tipo di pubblico, anche se poi la concomitanza con altre uscite curiose nei nostri cinema aveva fatto sì che il film non ottenesse un grandissimo riscontro da parte del pubblico. Aggiungiamo a questo il fatto che personalmente, e non so nemmeno bene quale sia il motivo, detesto fortemente tutto ciò che è legato alle storie dei tre moschettieri, mi sono letteralmente indigesti fin da piccolo quando ricordo che era uscita qualche serie animata a riguardo che mi aveva fortemente annoiato.
Peccato poi che questa commedia tutta italiana basata su una storia tutta francese non è che sia riuscita poi così bene, anzi: purtroppo le varie trovate comiche messe in scena dal regista mi sono sembrate abbastanza fallaci e scontate e ho fatto veramente fatica a trovare un senso vero e proprio a tutte le scene che ci vengono mostrate. Non c'è poi nemmeno da essere contenti del modo in cui sono stati sviluppati i personaggi, in un progetto che lo stesso Veronesi covava già trent'anni fa, con protagonisti del calibro di Troisi, Benigni e Verdone e che solo grazie a quelli scelti per questo film, comunque di grande livello, riesce un po' a risollevarne le sorti. Se a ciò aggiungiamo poi il fatto che i personaggi femminili, per l'economia del film, contano come il due di picche quando la briscola è denari e un finale molto amaro di cui sinceramente non ho ben capito il significato anche perchè non è parso per nulla contestualizzato, viene fuori il fatto di trovarci davanti ad una pellicola che purtroppo funziona in pochi aspetti e nemmeno benissimo in quei pochi che possono essere ritenuti leggermente positivi.

Voto: 4,5

giovedì 3 ottobre 2019

WEEKEND AL CINEMA

Otto film in sala da oggi, ma è soprattutto tempo di vedere il film che ha vinto il Leone d'oro all'ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, uno dei film che più attendo da qualche tempo a questa parte e che, da qualche settimana, è diventato IL film da vedere prima della fine dell'anno, possibilmente anche prima di subito!


Joker di Todd Philips


Biglietti già presi e si corre al cinema. Dopo l'importantissimo premio vinto a Venezia la curiosità, che già era gigantesca, è diventata ancora maggiore. Todd Philips, che viene dalle regie di "Una notte da leoni" e di "Trafficanti", ha deciso di dedicarsi ad un cinema più d'autore e con questa sua reinterpretazione del personaggio di Joker potrebbe aver sfondato definitivamente come regista.

La mia aspettativa: 8/10


Le altre uscite della settimana

Io, Leonardo: Film biografico su Leonardo Da Vinci interpretato da Luca Argentero. Il trailer non è per nulla male, potrebbe essere qualcosa di visionario.
Appena un minuto: Commedia italiana diretta da Francesco Mandelli. Se volete vedetevela voi.
Il piccolo yeti: Il solito discorso per quanto riguarda i film d'animazione. Portateci i bambini, io intanto vi sto alla larga, ok?
Nato a Xibet: Drammone italiano impegnatissimo che passerà sicuramente inosservato rispetto al film centrale di questa settimana.
Non si può morire ballando: Commedia italiana che non mi ispira per nulla sinceramente.
Tuttapposto: Un laconico "come sopra" è accettabile?
Thanks!: Se il "come sopra" lo ripetessi anche per questo film con protagonista un cane?

mercoledì 2 ottobre 2019

Rambo III di Peter MacDonald (1988)


USA 1988
Titolo Originale: Rambo III
Sceneggiatura: Sylvester Stallone, Sheldon Lettich
Durata: 97 minuti
Genere: Azione


Domenica scorsa ho visto "Rambo: Last Blood", come mi ero ripromesso di fare non appena fosse uscito nelle sale. Però, qui su questa rete, siamo ancora indietro con lo speciale dedicato alla saga di "Rambo", nella quale dopo aver parlato del primo capitolo, bellissimo nella sua serietà nel trattare un tema comunque delicato e importante per l'epoca, e del secondo capitolo che è riuscito a creare tutta l'iconografia legata al personaggio di John Rambo, eccoci arrivati a quella che, a mio modo di vedere, è la vera e propria nota dolente della pentalogia, ma ci arriveremo piano piano a tutti i motivi che non mi fanno piacere "Rambo III". Alla regia del film viene chiamato un mestierante qualsiasi come Peter MacDonald, che già anni prima aveva partecipato come regista della seconda unità in "Excalibur", ma anche in "Rambo 2: La vendetta", mentre ovviamente alla sceneggiatura ancora una volta collabora lo stesso Sylvester Stallone, che in qualche modo in questi tre film ha voluto fare il bello e il cattivo tempo per quanto riguarda la produzione di questa saga, scrivendo il personaggio cercando sempre in qualche modo l'approvazione da parte di chi il personaggio lo aveva scritto in origine, David Morrell. Riprende il ruolo del Colonnello Samuel Trautman Richard Crenna, mentre qui l'antagonista principale della vicenda, il Colonnello Zaysen, è interpretato da Marc de Jonge.
Da ormai un po' di tempo John Rambo si è ritirato in un monastero buddhista in Thailandia, dove aiuta una tranquilla comunità di monaci, svolgendo alcuni lavori per loro e partecipando a combattimenti il cui ricavato viene devoluto direttamente al monastero. Viene raggiunto dal Colonnello Samuel Trautman, che vuole assoldare il soldato per una missione in Afghanistan, che è stato da poco invaso da un commando sovietico che ha compiuto già qualche genocidio ai danni della popolazione. Rambo però si rifiuta di combattere ancora guerre assurde, così Trautman decide di recarsi comunque nel territorio afghano con un suo commando di uomini. Il gruppo di persone viene però intercettato dal nemico e sterminato, mentre Trautman viene catturato, torturato e interrogato dal Colonnello Zaysen e dal suo braccio destro Kourov. Avendo saputo della cattura del suo mentore, Rambo accetterà di recarsi in Afghanistan per una missione in solitaria, non ufficialmente approvata dal governo degli Stati Uniti che non vogliono finire coinvolti in una guerra, a patto che, in caso di cattura, la sua collaborazione venga sconfessata dal governo americano.
Uno dei punti di forza dei primi due film della saga di "Rambo" era stato quello di essere sempre al passo con i tempi per quel che riguarda i temi politici che il nostro Sylvester Stallone voleva trattare in quelli che poi, a tutti gli effetti, si sono rivelati essere i suoi film in tutti i sensi. Laddove nei primi due film si parlava delle conseguenze della guerra del Vietnam, prima di quelle psicologiche su uno dei suoi protagonisti e di come questo veniva trattato dai suoi connazionali e poi trattando il tema di tutti quei soldati rimasti a lungo prigionieri anche in un periodo in cui la guerra era praticamente finita, ora Stallone tenta di parlare dell'invasione dell'Afghanistan da parte della Russia e della guerra che ne era scaturita, che però, proprio in quel periodo, si stava avviando ad una conclusione. Ora, io quella parte di storia non l'ho vissuta, in quanto sono nato giusto due anni dopo l'uscita del film e uno dopo la fine della guerra tra Russia e Afghanistan, ma appare chiaro quanto il film, sin dall'inizio, fosse in qualche modo arrivato fuori tempo massimo e pensare quanto sarebbe potuto essere bello un quarto capitolo in cui lo stesso John Rambo fosse tornato in Afghanistan, stavolta però per combattere proprio contro quella stessa popolazione che gli statunitensi avevano aiutato anni prima per scacciare i russi dal proprio confine. Ma su questo ci torneremo settimana prossima, anche perchè, obiettivamente, il quarto capitolo mi sta proprio benissimo così com'è, al contrario di questo.
Il problema vero di questo "Rambo III", a parte la questione politica affrontata in maniera decisamente superficiale e di sicuro poco al passo con i tempi, è il fatto che il ritmo della narrazione risulti piuttosto tedioso e le scene d'azione sono piuttosto risicate, considerando poi che all'interno del film viene riproposta pari pari l'iconografia del personaggio che era stata ben ampliata nel capitolo precedente, quasi come se fosse un atto meccanico e dovuto, senza una vera e propria esigenza sceneggiativa. Ciò che ne viene fuori è un film che non mi ha preso dall'inizio alla fine e in cui il personaggio, ben caratterizzato e ben sviluppato nei primi due capitoli, subisce una vera e propria battuta d'arresto in quella che è la sua evoluzione personale e non basta una ferita d'arma da fuoco cauterizzata con della polvere da sparo al suo interno, nemmeno per dare al film quelle poche scene esaltanti che nel secondo capitolo mi avevano letteralmente conquistato. Insomma, per Sylvester Stallone questo "Rambo III", nonostante al botteghino sia stato premiato con un incasso quasi triplicato rispetto alle spese, è stato cinematograficamente parlando un vero e proprio passo falso, forse, a conti fatti, uno dei pochi di questa pentalogia, ma è un film che nel corso degli anni non sono mai riuscito a sopportare e il rewatch fatto in occasione di questo speciale mi ha confermato quelli che erano i motivi che mi spingevano a mal sopportarlo.


martedì 1 ottobre 2019

C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino (2019)



USA 2019
Titolo Originale: Once Upon a Time in... Hollywood
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Durata: 161 minuti
Genere: Drammatico


Ho dovuto pensarci sopra più di qualche giorno prima di buttare giù qualche riga per parlare di "C'era una volta a... Hollywood", l'ultima fatica cinematografica di Quentin Tarantino che, come al solito, ha diviso sia il pubblico sia la critica. Sin dal'inizio lo stesso regista aveva pregato un po' tutti i giornalisti di non rivelare nulla, in seguito alle varie proiezioni, sulla trama della pellicola, tant'è che, lo ammetto molto candidamente, dai vari trailer e dalle sinossi lette non è che avessi capito poi molto di quello che sarebbe stato il film, che puntava molto sia sulla figura di Sharon Tate, interpretata da una Margot Robbie che in fin dei conti si è rivelata perfetta per il ruolo, e che mi aveva fatto pensare che si sarebbe parlato, in qualche modo, della setta di Charles Manson e degli omicidi di Cielo Drive. Invece, con mia enorme sorpresa, mi sono trovato davanti ad un film molto diverso, con al centro quelli che erano fin dall'inizio i due protagonisti annunciati, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt e con la narrazione, che non segue una vera e propria trama, ma ci pone davanti ad una serie di situazioni, che ruota proprio attorno a loro. Molti sono gli attori chiamati dal regista per la sua pellicola e a parte i tre già annunciati abbiamo anche la giovane Margaret Qualley, un cameo di Al Pacino e tantissimi altri, anche in ruoli piccoli o marginali.
Siamo nel 1969, Rick Dalton è un attore che, alla fine degli anni cinquanta, aveva partecipato a "Bounty Law", una serie western che gli aveva dato un grande successo che poi però non si è mai concretizzato in una carriera grandiosa. Passa buona parte del suo tempo assieme alla sua controfigura, Cliff Booth, uomo di cui se ne dicono in giro di tutti i colori, ma che si dimostra apparentemente tranquillo, tranne quando c'è bisogno di menare le mani. I due stanno molto tempo assieme anche a causa dei problemi di alcool di Rick Dalton, che lo hanno portato al ritiro della patente di guida, costringendo la sua controfigura anche a fargli da autista, ma tra i due c'è sempre stato un rapporto di reciproca stima e quasi di amicizia. Vicino alla casa di Rick, tra l'altro, è arrivata da poco Sharon Tate, assieme al marito Roman Polanski, mentre per la città da qualche tempo hanno cominciato ad aggirarsi degli hippy che vagabondano per la città, tra i quali c'è Pussycat, che, riuscita ad ottenere un passaggio da Cliff Booth, decide di portarla in un set cinematografico abbandonato dove vive con la sua comunità, con l'intento di fargli conoscere Charles Manson.
Sappiamo bene tutti quanto Quentin Tarantino, prima ancora che regista, sia stato un cinefilo con la C maiuscola: dapprima gestore di una videoteca nella sua prima attività lavorativa deve essersi nutrito talmente tanto di cinema da farlo diventare uno dei registi più famosi nel mondo per le sue citazioni, che prendono a piene mani dallo spaghetti western e dal cinema degli anni sessanta e settanta, cui egli è sicuramente molto legato. É proprio a quel cinema, oramai andato, che "C'era una volta a... Hollywood" vuole rendere omaggio e lo fa mostrandoci una serie di situazioni di cui Rick Dalton e Cliff Booth si rendono protagonisti, senza però dare al film una vera e propria trama. Forse è stata proprio l'assenza di una trama a far storcere il naso a coloro che il film non l'hanno apprezzato, io invece, al contrario, proprio in questo ho trovato uno dei punti di forza maggiori del film, che dimostra come con questa sua nona opera Quentin Tarantino abbia voluto in qualche modo staccarsi dallo stile che gli aveva dato notorietà e successo, per fare un film diverso, sicuramente meno tarantiniano di quanto ci si potesse aspettare. Nonostante questo la mano del regista e sceneggiatore si vede, nei mille riferimenti a pellicole dell'epoca, nel modo in cui ritrae i suoi due protagonisti e nelle battute che fa loro pronunciare, ma anche nella quantità di piedi femminili che vengono mostrati, con Margaret Qualley protagonista di una scena lunghissima in cui cammina sul cruscotto di Cliff Booth e lui non le fa levare i piedi dal parabrezza dicendole "questa qui mi cammina sul cruscotto e io sarei pignolo?". Certo, una citazione del genere da parte di Tarantino sarebbe stata pazzesca, non so nemmeno se conosca "Tre uomini e una gamba", ma sicuramente il film avrebbe guadagnato un miliardo di punti.

ATTENZIONE, DA QUI POSSIBILI SPOILER
Diverse cose di questo film mi sono piaciute moltissimo, come ad esempio il modo in cui viene ritratta Sharon Tate, con Margot Robbie che non ha tantissime battute, ma riesce a rimanere impressa e soprattutto è genuina nella scena in cui al cinema vede la sua stessa interpretazione seguendone i movimenti. Ho trovato poi pazzesco il breve ritratto che viene fatto di Bruce Lee, interpretato da un ottimo Mike Moh, un ritratto non apprezzatissimo dai suoi parenti, ma forse il più vero e genuino che se ne potesse dare, in fondo lo stesso Bruce Lee durante tutta la sua carriera era un simpatico sbruffoncello di cui in questo film viene mostrata, fondamentalmente, una sua caricatura più umana rispetto all'aura da quasi divinità di cui è circondato da parte dei suoi fan. Ho trovato poi impressionanti le interpretazioni di Leonardo DiCaprio e di Brad Pitt: mentre il primo risulta perfetto nel ruolo dell'attore fallito che cerca di trovare un posto nell'industria cinematografica rischiando di lasciarsi scivolare addosso un po' tutto il resto, il secondo è freddo, glaciale, forse un'interpretazione che mi è rimasta ancora più impressa rispetto a quella di DiCaprio, insomma, uno dei pochi casi in cui la controfigura riesce fare una figura maggiore rispetto a quello che dovrebbe essere l'attore principale. Mi è piaciuto poi il poco spazio che è stato dato alla vicenda di Charles Manson - il cui personaggio ha una sola apparizione, praticamente un cameo - fino ad arrivare ad un finale che, come spesso e volentieri Tarantino ci ha abituato, riscrive la storia dando alla sua fiaba un'inevitabile lieto fine.
FINE DEGLI SPOILER

Insomma, "C'era una volta a... Hollywood" non sarà certo il più tarantiniano dei film di Quentin Tarantino, eppure è un film che tra citazioni varie e omaggi al cinema dell'epoca di cui il regista ci vuole parlare mi è sembrato azzeccatissimo e splendido dall'inizio alla fine.

Voto: 9

lunedì 30 settembre 2019

LE SERIE TV DI AGOSTO E SETTEMBRE

Viste le due settimane di vacanza molto intense che ho fatto ad Agosto, il mese scorso l'appuntamento riguardante le serie televisive era saltato, semplicemente perchè ne avevo vista solamente una. Non che nel corso del mese di Settembre ne abbia viste di più - sono riuscito a completarne solamente due - ma quanto meno ho materiale per fare il solito post riassuntivo sulle serie televisive, che comprenderà una serie sui supereroi molto creativa e interessante, la seconda stagione sui profiler dell'FBI che hanno inventato la figura del serial killer e la serie televisiva sul rapimento di John Paul Getty III, che gestisce la cosa decisamente meglio rispetto al film "Tutti i soldi del mondo".


The Boys - Stagione 1



Episodi: 8
Creatore: Eric Kripke
Rete Americana: Amazon Prime Video
Rete Italiana: Amazon Prime Video
Cast: Karl Urban, Jack Quaid, Antony Starr, Erin Moriarty, Dominique McElligott, Jessie Usher, Laz Alonso, Chace Crawford, Tomer Kapon, Karen Fukuhara, Nathan Mitchell, Elisabeth Shue
Genere: Azione

Da Garth Ennis, stesso fumettista che ha scritto "Preacher", arriva una nuova serie televisiva tratta da uno dei suoi lavori ed è una serie supereroistica che tratta il tema in una maniera del tutto nuova. Nel mondo moderno, infatti, i supereroi sono gestiti da una multinazionale che ne cura l'immagine e le varie apparizioni in pubblico. Vengono pagati e assoldati per risolvere le varie questioni da questa multinazionale, che in qualche modo sta tentando di affidare loro l'apparato militare e la sicurezza interna, privatizzandola. Questi supereroi però non sempre sono quello che sembrano, nascondono segreti, sono egocentrici e il più delle volte commettono errori che minano la sicurezza della popolazione, mentre altrettante volte si rendono protagonisti di azioni cattive volontariamente. Il gruppo di supereroi più famoso è quello dei Sette, capitanato da Patriota, interpretato dallo stesso Anthony Starr che aveva interpretato Harold Fostrossenberger - così l'ho battezzato io, dato che non si è mai saputo il suo vero nome - in "Banshee", e nel gruppo ci sono supereroi come la bella Starlight, il velocissimo A-Train, mentre nel frattempo un gruppo ex agenti, capitanati da Billy Butcher, cerca di smascherare le malefatte dei supereroi, portandole all'attenzione della popolazione.
"The Boys" nella sua prima stagione si dimostra essere una serie TV irriverente, nel pieno di quello che è lo spirito dello scrittore del fumetto da cui è tratta, un po' come era stato fatto con "Preacher". La serie ci mostra un gruppo di supereroi egocentrici, spiantati, stronzi, molte volte addirittura cattivi, che non combattono per il bene collettivo, ma per il proprio tornaconto. Patriota è il perfetto capo di questa elite, è il più potente, ma anche il peggiore di tutti caratterialmente, mentre al contrario Starlight, che poi è anche il personaggio che mi ha colpito maggiormente, incarna in maniera volutamente spinta, quelli che sono i valori su cui punta l'americano medio, risultando a tratti molto ingenua. Tra scene d'azione ben giostrate, una comicità per nulla politically correct e una non ben chiara linea di confine tra il bene e il male - cosa che mi fa sempre impazzire nelle serie TV - la prima stagione di "The Boys" funziona a meraviglia, facendo trovare gli spettatori davanti ad una delle migliori serie televisive di questa annata!

Voto: 8


Mindhunter - Stagione 2



Episodi: 9
Creatore: Joe Penhall
Rete Americana: Netflix
Rete Italiana: Netflix
Cast: Jonathan Groff, Holt McCallany, Anna Torv, Cotter Smith, Stacey Roca, Joe Tuttle, Michael Cerveris, Lauren Glazier
Genere: Drammatico, Thriller

Ritornano su Netflix i profiler di "Mindhunter", coloro che nel corso della storia dell'FBI hanno in maniera decisiva contribuito a risolvere i casi di moltissimi serial killer della storia degli Stati Uniti, quando ancora questi omicidi non venivano nemmeno chiamati serial killer. Una seconda stagione che, sullo sfondo degli omicidi dei bambini di Atlanta - che portarono poi all'arresto di Wayne Williams che fu però accusato di solo due o tre degli omicidi commessi, mentre non si sono trovate prove per quanto riguarda tutti i 28 ragazzini uccisi -, continua a sviluppare egregiamente i suoi personaggi, inserendo una devastante storia familiare per l'agente Bill Tench, che non pare avere un corrispettivo nella realtà, così come riesce ad approfondire la vita privata di Wendy Carr con la sua storia sentimentale lesbo che si rivela essere piuttosto interessante ai fini della trama. Rimane un po' in disparte rispetto alla stagione precedente l'agente Holden Ford. Nel mezzo spazio anche per quella che forse è la scena simbolo di questa stagione, l'intervista con Charles Manson, interpretato da un ottimo Damon Herriman, in quello che è sicuramente il punto più importante dei nove episodi che compongono questa seconda stagione.

Voto: 8


Trust - Il rapimento Getty



Episodi: 10
Creatore: Simon Beaufoy
Rete Americana: FX
Rete Italiana: Sky Atlantic
Cast: Donald Sutherland, Hilary Swank, Harris Dickinson, Michael Esper, Luca Marinelli, Giuseppe Battiston, Anna Chancellor, Amanda Drew, Sophie Winkleman, Verónica Echegui, Silas Carson, Laura Bellini, Sarah Bellini, Brendan Fraser
Genere: Biografico, Drammatico

"Tutti i soldi del mondo" è film passato forse ingiustamente sulla bocca di tutti perchè, nel pieno dello scandalo che aveva colpito Kevin Spacey - ah, qualcuno poi gli ha mai chiesto scusa, visto che le accuse sono tutte cadute? -, aveva visto la cancellazione con lo sbianchetto dell'attore in favore di una reinterpretazione da parte di Christopher Plummer. Nello stesso anno della sua uscita era arrivata in televisione, su FX, una serie dedicata proprio al rapimento di John Paul Getty III, qui interpretato da un bravo Harris Dickinson, diretta da Danny Boyle. Una serie che esplora dall'inizio alla fine quelle che sono state le fasi del rapimento, a partire dal suicidio, durante una festa di famiglia, dello zio ed esplorando i rapporti tra tutti i membri della famiglia, in particolare quello tra John Paul Getty, interpretato da un Donald Sutherland perfetto, il figlio John Paul Getty Jr., interpretato da Michael Esper. Un rapporto indissolubilmente legato ai soldi, cui il patriarca della famiglia, all'epoca l'uomo più ricco del mondo, era molto legato. Si esplora poi anche il rapporto passato tra John Paul Getty III e la madre, interpretata da Hilary Swank, ma anche quello che si viene a creare tra il ragazzo e i suoi rapitori, tra cui figura un Luca Marinelli, come al solito, impressionante a livello interpretativo. La colonna sonora mi ha mandato letteralmente giù di testa - prima scena, ovviamente, "Money" dei Pink Floyd - così come quelle puntate in cui Brendan Fraser, che interpreta James Fletcher, investigatore privato della famiglia, sfonda la quarta parete parlando direttamente con il pubblico e svelando tutti i retroscena del rapimento. A funzionare di meno, colpa del fatto che ho visto la serie doppiata in italiano, tutte quelle fasi in cui John Paul Getty III parla con i suoi rapitori: il personaggio viene doppiato in italiano quando parla con gente che lo capisce, mentre parla inglese con la sua voce originale quando parla con i suoi rapitori italiani, il che mi ha creato non poca confusione.

Voto: 8,5