mercoledì 31 gennaio 2018

GLI ALTRI FILM DI GENNAIO - Quick Reviews

Per non riempire questo blog di recensioni di film che magari non meritano una recensione completa o per i quali non ho voglia di scriverla, ecco un'altra delle novità di quest'anno su questo blog: il recap dei film visti a Gennaio in televisione - magari il sabato o la domenica mattina quando sono un po' più libero - o con qualsiasi altro mezzo possibile. Anche questa rubrica non avrà nulla di regolare, se non la cadenza alla fine del mese: il numero di film sarà ovviamente variabile e può anche darsi che per un mese non abbia altro da dire oltre alle recensioni canoniche e che quindi la rubrica salti, perchè no? Comunque bando alle ciance ed ecco i miei brevi commenti su tutti gli altri film che ho visto nel corso di questo mese!


7 minuti - Rapina fuori controllo

USA 2014
Titolo Originale: 7 Minutes
Regia: Jay Martin
Cast: Leven Rambin, Luke Mitchell, Jason Ritter, Kris Kristofferson, Joel Murray, Zane Holtz, Kevin Gage
Genere: Azione

"7 minuti - Rapina fuori controllo", come dice il titolo stesso, è un film che perde completamente il controllo, a livello di sceneggiatura, a livello registico e a livello di caratterizzazione dei personaggi, dopo circa sette minuti. Il centro della pellicola è la rapina, utilizzata come pretesto per raccontare il pregresso di tutti i personaggi coinvolti in essa. Se i flashback sono anche abbastanza ordinati è il modo in cui tutti questi confluiscono nell'evento principale che appare assurdo e parecchio tirato per i capelli. Insomma, si arriva ad un certo punto, anche abbastanza presto, in cui cominciano ad accadere robe, robe completamente a caso... e dopo sette minuti il film ha già completamente sbroccato.

Voto: 3


L'ora legale

Italia 2017
Titolo Originale: L'ora legale
Regia: Ficarra e Picone
Cast: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Vincenzo Amato, Tony Sperandeo, Leo Gullotta, Sergio Friscia, Antonio Catania, Gaetano Bruno, Eleonora De Luca, Ersilia Lombardo, Alessia D'Anna, Francesco Benigno, Alessandro Roja, Vincenzo Ferrera, Alessandro Ajello, Paride Benassai
Genere: Commedia

All'inizio dello scorso anno, quando uscì nei cinema questo film, ne ero abbastanza incuriosito, dato che Ficarra e Picone più o meno mi sono sempre stati simpatici. Il problema reale di questo film - ma anche di moltissime commedie italiane che vogliono trattare a modo proprio il tema politico - è che parte da un'idea abbastanza interessante su cui ironizzare, per poi finire, ad un certo punto, nella baracconata piena zeppa di luoghi comuni, di frasi fatte e di battute già sentite.

Voto: 5


The Matador

USA 2005
Titolo Originale: The Matador
Regia: Richard Shepard
Cast: Pierce Brosnan, Greg Kinnear, Hope Davis, Philip Baker Hall, Dylan Baker, Adam Scott, Portia Dawson
Genere: Commedia

Se c'è un attore che non sono mai riuscito in vita mia a sopportare, quello è Pierce Brosnan - poi ci sono anche Jackie Chan e vari altri a dire la verità -, ma quando nei pomeriggi di nullafacenza mia madre prende in mano il telecomando, ogni tanto fa questi danni, ovvero scegliere un buddy movie per nulla divertente con l'odiosissimo attore come protagonista e la cui trama non va da nessuna parte limitandosi a tentare di farci stare simpatico il suo protagonista. Inutile dire che ovviamente con me non ci è riuscito.

Voto: 4,5


Qua la zampa

USA 2017
Titolo Originale: A Dog's Purpose
Regia: Lasse Hallström
Cast: Dennis Quaid, Britt Robertson, K.J. Apa, Peggy Lipton, Juliet Rylance, Luke Kirby, John Ortiz, Logan Miller, Pooch Hall, Micheal Patric, Nicole LaPlaca, Kirby Howell-Baptiste, Caroline Cave, Primo Allon
Genere: Drammatico

Per quanto riguarda i film sui cani io ho un enorme pregiudizio: impossibile che non siano buonisti, perchè d'altronde è risaputo che se vuoi fare un film sul cane devi scontrarti con quella buona parte di persone che io definirei piaghe sociali che ritengono che "i kani sono melio delle perzoneh" - vorrei sottolineare che a me piacciono i cani e anche molto - e devi anche accontentarle queste piaghe sociali. Per accontentare gli italiani poi prendi Gerry Scotti, il re indiscusso del buonismo, in grado di condire i suoi programmi di luoghi comuni e di buoni sentimenti, e fai dare la sua voce al protagonista. E poi però c'è il regista svedese Lasse Hallström, che da una storia con certe premesse riesce comunque a tirare fuori qualcosa di buono e di coinvolgente a livello emotivo. Insomma, un mezzo miracolo.

Voto: 6+


The Belko Experiment

USA 2016
Titolo Originale: The Belko Experiment
Regia: Greg McLean
Cast: John Gallagher Jr., Tony Goldwyn, Adria Arjona, John C. McGinley, Melonie Diaz, Owain Yeoman, Sean Gunn, Brent Sexton, Josh Brener, David Dastmalchian, Michael Rooker, David Del Rio, Rusty Schwimmer, Gail Bean, James Earl, Abraham Benrubi
Genere: Thriller

Prendete "Battle Royale" e "Hunger Games", portateli all'interno di una misteriosa azienda americana situata nel bel mezzo del nulla e avrete "The Belko Experiment". Niente di più e niente di meno, se non fosse che a scrivere questa ennesima scopiazzatura di idee è il regista de "Guardiani della Galassia" James Gunn affidando la regia a Greg McLean. Il risultato alla fine non sarebbe poi così male se non ci trovassimo di fronte all'ennesima ripetizione della stessa idea. Il ritmo regge per tutta la sua breve durata e anche se i personaggi sono solamente abbozzati un paio a cui si riesce ad affezionarsi ci sono.

Voto: 6


L'abbazia dei misteri

Canada 2017
Titolo Originale: Sometimes the Good Kill
Regia: Philippe Gagnon
Cast: Susie Abromeit, Amanda Brugel, Allison Hossack, Deborah Grover, Krista Bridges, Yulia Petrauskas
Genere: Thriller

Di questa produzione televisiva portata in Italia da Sky sinceramente non avevo mai sentito parlare. Avevo però avuto modo di vedere su vari scaffali di varie librerie un libro omonimo, scritto da Fabio Barbero, che però pare non c'entrare nulla con il film in questione. Dalla trama particolarmente lineare, con la Madre Superiora di un convento che muore in circostanze misteriose ed una donna, incaricata dalla nuova Superiora eletta di indagare sulla vicenda, il film mostra per tutta la sua durata un taglio molto televisivo, fatto di recitazione mediamente scarsa, di una sequela di frasi fatte sulla religione - non si contano le volte che viene ripetuta la frase "le vie del Signore sono infinite", chissà poi dove dovrà andare sto signore per far tutta sta strada... - e di un mistero sulla morte della donna che non riesce a prendere sin dall'inizio della storia.

Voto: 4


Il viaggio di Fanny

Francia, Belgio 2016
Titolo Originale: Le Voyage de Fanny
Regia: Lola Doillon
Cast: Léonie Souchaud, Fantine Harduin, Juliane Lepoureau, Ryan Brodie, Anaïs Meiringer, Lou Lambrecht, Igor van Dessel, Cécile De France, Stéphane De Groodt, Malonn Lévana, Lucien Khoury, Victor Meutelet, Elea Körner, Alice D'Hauwe
Genere: Drammatico, Biografico

Potrebbe sembrare brutto mettere nel minestrone dei vari film visti in questo mese anche il film visto, grazie all'associazione del Cineforum Vimodrone di cui sono socio, in occasione del Giorno della Memoria, ma, nel mio piccolo, non mi sento in grado di esprimere opinioni o sensazioni sulla ricorrenza in maniera approfondita. Il film racconta la storia autobiografica di Fanny Ben-Ami - è basato sul libro "Le journal de Fanny" -, ragazzina dodicenne che si ritrova a dover essere la guida di un gruppo di bambini ebrei costretti, durante l'intensificarsi delle persecuzioni naziste, a fuggire in Svizzera nella speranza di ritrovare un giorno i propri genitori. Il film in questione tratta la tematica nella maniera più delicata possibile, essendo la pellicola pensata per essere fruibile sia da un pubblico adulto, sia da un pubblico più fanciullesco. Ciò però non significa che il film sia superficiale e semplicistico, semplicemente non mette al centro della vicenda la persecuzione, le torture e l'orrore, quanto più che altro le sensazioni provate dal gruppo di protagonisti del film e la loro capacità, grazie anche alla fantasia tipica di un bambino, di far fronte a difficoltà apparentemente insormontabili.

Voto: 7

martedì 30 gennaio 2018

Il gatto a nove code di Dario Argento (1971)


Italia, Francia, Germania Ovest 1971
Titolo Originale: Il gatto a nove code
Regia: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento
Cast: James Franciscus, Karl Malden, Catherine Spaak, Aldo Reggiani, Tino Carraro, Pier Paolo Capponi, Horst Frank, Rada Rassimov, Carlo Alighiero, Cinzia De Carolis, Tom Felleghy, Emilio Marchesini, Corrado Olmi, Vittorio Congia, Ugo Fangareggi, Fulvio Mingozzi, Pino Patti, Umberto Raho, Jacques Stany, Stefano Oppedisano, Ada Pometti, Marie Louise Zetha, Werner Pochath, Dario Argento, Margherita Horowitz
Durata: 107 minuti
Genere: Thriller


Prosegue pian pianino e senza che mi dia una particolare scadenza - non aspettatevi ad esempio di trovare una puntata di questo speciale alla settimana anche perchè diciotto film non saranno un numero immenso ma non sono nemmeno pochi - lo speciale organizzato dal sottoscritto con la collaborazione dei suoi stessi occhi per vedere e delle sue stesse mani per scrivere dedicato al cinema di Dario Argento, regista di gialli e horror che ho sempre particolarmente apprezzato e del quale ho visto buona parte dei suoi film e alcuni di essi verranno recuperati appositamente per questo speciale - uno ad esempio, lo dovremmo vedere tra un paio di puntate, dato che andremo in ordine d'uscita -. "L'uccello dalle piume di cristallo" ebbe, all'epoca della sua uscita, un'accoglienza da parte del pubblico piuttosto fredda, con gli spettatori che letteralmente si divisero tra nord e sud: ad incassi sotto la media al nord corrispose un buon successo al centro e al sud, successo che si diffuse a macchia d'olio e venne poi seguito anche nel settentrione, facendo diventare il film il tredicesimo incasso della stagione in Italia. Sull'onda del buon successo ottenuto anche fuori dai confini italiani - apprezzatissimo fu il film negli Stati Uniti - Argento fa uscire, un anno dopo, "Il gatto a nove code", secondo capitolo della "Trilogia degli animali", film realizzato praticamente su commissione da parte della National General che chiese prima alla Titanus e poi direttamente a Dario Argento un nuovo film, con possibilmente degli attori più famosi negli Stati Uniti che in Italia. Il risultato è un successo di pubblico praticamente raddoppiato rispetto al film precedente, nonostante la produzione del secondo film del regista sia andata incontro a non poche insidie.
Siamo ancora nella fase di argentiana dedicata al cinema giallo, con la trama che narra la vicenda del giornalista Carlo Giordani, interpretato da James Franciscus, e dell'enigmista cieco Franco Arnò, interpretato da Karl Malden, che si ritroveranno ad indagare sulla morte, avvenuta in circostante piuttosto strane, del dottor Calabresi, un genetista che stava da tempo studiando la presenza di un gene, negli esseri umani, che potesse in maniera quasi lombrosiana, catalogarli come potenziali assassini. Alla morte del dottor Calabresi, apparentemente collegata all'irruzione avvenuta qualche giorno prima nel suo laboratorio senza che però venisse portato via nulla, segue una serie di brutali omicidi, con i due protagonisti che si ritroveranno ad indagare su questi misteriosi omicidi, compiuti da qualcuno che sembra voler nascondere qualcosa, parallelamente alla polizia, che sembra invece brancolare nel buio.
Nonostante in questo secondo lavoro Dario Argento cerchi ancora di dare qualcosa di personale al genere giallo, come ad esempio lo stesso stratagemma usato nel precedente film di mettere al centro delle indagini non dei poliziotti o dei detective, ma persone che fanno tutt'altro lavoro, il secondo capitolo della "Trilogia degli animali" al contrario del successo economico ottenuto dal pubblico, delude chi sperava di vedere ancora una volta qualcosa di non convenzionale per quanto riguarda il genere giallo. Il totale ribaltamento del genere che in "L'uccello dalle piume di cristallo" seguiva canoni personalissimi e forse mai visti prima, qui fa decisamente un passo indietro, con il regista che sembra quasi volersi dare delle regole - o che gli siano state date da qualcun altro - che però non sa bene come seguire. Dal punto di vista dell'intreccio tutto sembra procedere in maniera abbastanza lineare, con la storia che in pochi casi è riuscita a coinvolgermi e che, dal punto di vista narrativo, mi è parsa abbastanza pasticciata e poco accattivante. Chiaro che alcuni pasticci ci fossero anche nel suo lavoro precedente - e a dirla tutta qualcosa che non fila c'è anche nel suo film più noto "Profondo rosso" -, qui però da spettatore non sono riuscito ad accettarli, perchè a questo secondo film sembra mancare qualcosa, a livello narrativo, che tenga incollati allo schermo.
I problemi presenti dal punto di vista narrativo vengono in parte mascherati dalla bravura registica di Argento, che qui decide di dare al film uno stile visivo ben delineato e ben riconoscibile, seguendo un po' quelle regole che il regista si era dato con il suo lavoro precedente, anche se, forse a causa della realizzazione praticamente su commissione, sembra fare un passo indietro. Rimangono parecchio interessanti le scene in cui l'assassino uccide le sue vittime, con la telecamera che si sposta sempre in maniera concitata tra il volto della vittima agonizzante che sta tentando di sfuggire dalle grinfie del criminale e alcuni frame dell'occhio dello stesso assassino. Anche in questo caso la colonna sonora è affidata a Ennio Morricone, che in alcune scene riesce a mettere una certa ansia nello spettatore. Molti asseriscono che "Il gatto a nove code" non sia stato un film in grado di conquistarli alla prima visione, ma addirittura alla terza o alla quarta. Io purtroppo, sono ancora solamente alla seconda visione di tale film, ma, tra pregi innegabili e altrettanti difetti, ancora non sono riuscito a trovare uno spiraglio per farmi conquistare.

Voto: 6

lunedì 29 gennaio 2018

La ruota delle meraviglie di Woody Allen (2017)

USA 2017
Titolo Originale: Wonder Wheel
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Cast: Kate Winslet, Justin Timberlake, Juno Temple, Jim Belushi, Jack Gore, Tony Sirico, Steve Schirripa, Max Casella, David Krumholtz, Bobby Slayton, John Mainieri
Durata: 101 minuti
Genere: Commedia, Drammatico


Sono quasi stanco di ripetere ogni anno le stesse cose, ma non penso che in questo caso la colpa sia mia, che ci tengo a ribadirle, quanto più che altro di Woody Allen, che ci tiene, ogni anno, a far uscire un suo nuovo film nelle sale. Ora io dico, come fa un regista ottantenne ad avere la forza di far uscire un film all'anno? Come si fa a far uscire un film all'anno senza che ti passi dall'anticamera del cervello che potresti star facendo un passaggio a vuoto e che magari, per il tuo prossimo film, vorrai lavorarci un po' di più? Proprio a causa di queste domande esistenziali ho sempre in qualche modo preferito quei registi per cui, tra un film e l'altro, si viene a creare un'attesa che dura del tempo, attesa grazie alla quale il film viene goduto di più da parte degli spettatori, o per lo meno da parte mia. Ecco Woody Allen è l'esatto contrario, a livelli di tempistiche, dei registi che più apprezzo: ogni anno nel periodo pre-natalizio esce un suo film e, da qualche tempo a questa parte, pare anche seguire quello strano trend per cui un'anno esce un film buono e l'anno dopo un film decisamente meno indimenticabile. Questo, almeno per quel che riguarda i miei personalissimi gusti, sarebbe dovuto essere l'anno meno buono, dato che "Cafè Society" lo scorso anno non dico mi avesse fatto fare pace con il regista, ma lo avevo abbastanza adorato a dire la verità.
E dire che "La ruota delle meraviglie", alla sola visione del trailer, sembrava promettere molto molto bene soprattutto se pensiamo a quelli che sono i miei gusti dal punto di vista recitativo: la sola presenza di Kate Winslet, attrice da queste parti apprezzatissima, sarebbe stata già di per sè un ottimo biglietto da visita, ma se ci aggiungi un Jim Belushi che non vedevo da tempo, un Justin Timberlake che alla fine non sono mai riuscito a disprezzare quando smette di cantare e comincia a recitare e, come ciliegina sulla torta, quella bellezza incommensurabile di Juno Temple che mi aveva letteralmente impressionato nella prima e unica stagione di "Vynil", il risultato sarebbe dovuto quanto meno essere soddisfacente. Quanto accade invece con la visione de "La ruota delle meraviglie" è che, in qualche modo, ci ritrovo tutto ciò che non mi ha mai permesso di apprezzare Woody Allen, soprattutto come sceneggiatore, come creatore di storie, dato che dal punto di vista registico effettivamente non ho nulla da dire.
Siamo negli anni cinquanta, a Coney Island. Ginny, interpretata da Kate Winslet, è un'attrice sulla cinquantina che lavora come cameriera in un ristorante di pesce. Mantiene un rapporto difficile con il marito Humpty, interpretato da Jim Belushi, che tende a diventare molto violento quando beve ed è sobri da molto tempo, e con il figlio avuto dal primo matrimonio, della cui fine si sente responsabile, dedito alla piromania. La sua vita viene sconvolta dall'improvvisa infatuazione per il bagnino Mickey, interpretato da Justin Timberlake, molto più giovane di lei che assume anche il ruolo di narratore della vicenda. La loro relazione, all'inizio piuttosto appagante, viene disturbata dall'arrivo in città di Carolina, la figlia di Humpty interpretata da Juno Temple, che sta sfuggendo dall'organizzazione criminale a cui appartiene il marito, decidendo di rifugiarsi proprio dal padre che tempo addietro l'aveva ripudiata, incominciando ad avere una certa influenza sia sul padre, che comincerà a viziarla dopo la riappacificazione, sia su Mickey che non potrà nascondere per molto l'attrazione che prova per lei, scatenando la gelosia di Ginny.
Come potete vedere la trama de "La ruota delle meraviglie" risulta da una parte piuttosto difficile da riassumere - anche se avrei potuto farlo semplicemente scrivendo "succedono robe", che è poi un po' il motivo per cui Woody Allen non è mai riuscito a rientrare tra i registi che apprezzo -, dall'altra piuttosto intricata, con tutti i personaggi che vengono coinvolti nella fitta rete tessuta dal regista, qui in veste anche di sceneggiatore. La sensazione avuta alla fine del film, oltre alla sicuramente straordinaria bellezza di immagini e inquadrature, è stata semplicemente quella di trovarmi davanti a qualcosa che non portasse in una direzione ben precisa, cosa che chi apprezza molto Woody Allen al contrario di me, potrebbe accogliere positivamente dicendo che il regista cerca di mettere in scena la vita vera, che non si sa mai bene verso quale direzione ti porti. Critica che sicuramente ci sta alla grandissima che però non riesco a rendere mia, non riesco ad abituarmi al vedere i fil di Woody Allen sotto quest'ottica, trovandomi davanti ad una storia che mi ha coinvolto fino a un certo punto, ma che alla fine penso non abbia portato nè la mia mente nè il mio cuore da nessuna parte.

Voto: 6-

domenica 28 gennaio 2018

IL TRAILER DELLA DOMENICA #3 - Black Panther

Ritorna la rubrica domenicale sui trailer di film che attendo o che mi hanno colpito e questa volta si ritorna parlando di un film del Marvel Cinematic Universe, l'ultimo prima dell'uscita di "Avengers: Infinity War", trailer che è uscito da una vita, anche perchè l'uscita è abbastanza imminente, ma sapete bene che la natura di questa rubrica non è quella di arrivare per primo nel presentare una possibile visione.


La mia opinione: Ho come l'impressione che, complice l'uscita di "Avengers: Infinity War" tra un paio di mesi, questo film stia passando abbastanza inosservato. Eppure l'inserimento di Black Panther nel Marvel Cinematic Universe potrebbe essere molto interessante vista la sua natura e il fatto di essere, nei fumetti originali - che conosco poco e mi sono informato abbastanza vagamente su Wikipedia -, uno degli uomini più intelligenti e più potenti al mondo. Se la seconda cosa la vedo difficile da rendere, visto che portando la storia ai nostri giorni risulterebbe poco credibile avere un capo di uno stato africano come uno degli uomini più potenti e influenti del mondo, la prima potrebbe avere dei risvolti significativi, soprattutto per quanto riguarda l'inserimento del personaggio nel team degli Avengers. Nonostante la pellicola stia passando in sordina, può sicuramente rivelarsi interessante nell'economia dell'universo condiviso creato dalla Marvel con il regista Ryan Coogler che non si era per nulla comportato male nemmeno in "Creed - Nato per combattere" e in "Prossima fermata: Fruitvale Station".

venerdì 26 gennaio 2018

Marvel's Runaways - Stagione 1


Marvel's Runaways
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 10
Creatore: Josh Schwartz, Stephanie Savage
Rete Americana: Hulu
Rete Italiana: Inedita
Cast Rhenzy Feliz, Lyrica Okano, Virginia Gardner, Ariela Barer, Gregg Sulkin, Allegra Acosta, Angel Parker, Randy Sands, Brittany Ishibashi, James Yaegashi, Kevin Weisman, Brigid Brannagh, Annie Wersching, Kip Pardue, James Marsters, Ever Carradine, Nicole Wolf, Danielle Campbell, Julian McMahon
Genere: Azione, Supereroi


Le produzioni cinematografiche e televisive della Marvel spuntano come funghi al cinema e su molti canali televisivi. Ad aprire la strada del Marvel Cinematografic Universe alla serialità televisiva ci ha pensato "Marvel's Agents of S.H.I.E.L.D.", poi seguita da due spin-off come "Marvel's Agent Carter" ed il terrificante "Marvel's Inhumans" - entrambi già chiusi - per poi passare il testimone a Netflix con la realizzazione del tetraedro dei vendicatori - "Marvel's Daredevil", "Marvel's Jessica Jones", "Marvel's Luke Cage" e "Marvel's Iron Fist", poi confluiti nella serie "Marvel's The Defenders" - e della serie standalone "Marvel's The Punisher". Agli sgoccioli del 2017 anche Hulu si iscrive alla corsa producendo un'altra serie su un altro gruppo di supereroi, gruppo che per i non lettori dei fumetti della Marvel passa abbastanza in sordina, apparendo quasi come un prodotto di nicchia che al pubblico globale sarebbe potuto essere abbastanza indigesto. È per questo motivo che la rete, pur rimanendo fedele a quella che sembra essere la descrizione dei personaggi letta su Wikipedia, punta principalmente al pubblico più giovane, dando alla prima stagione di questa serie un'impronta molto adolescenziale, cercando però di non scontentare nemmeno il pubblico un po' più adulto, grazie alla presenza di attori nel cast rimasti nel cuore degli spettatori televisivi ad interpretare i genitori dei protagonisti.
Differentemente dalle altre produzioni Marvel, la trama di "Marvel's Runaways" è particolarmente semplice: Alex Wilder, da parecchio tempo solo e senza amici, decide di riunire il suo vecchio gruppo, che si è conosciuto grazie all'appartenenza dei rispettivi genitori ad un'organizzazione chiamata Orgoglio. Durante la riunione di questo gruppo, Alex e i suoi amici, dopo aver chiarito i motivi della divisione venutasi a creare tra di loro - tra cui la morte di Tina attorno alla quale aleggia ancora un gran mistero - scoprono all'interno dell'enorme casa di Alex un passaggio segreto. Entrati in esso, vedranno i loro genitori, lì per la periodica riunione dell'Orgoglio, uccidere una ragazza in quello che appare chiaramente come un sacrificio. I sei decidono dunque di unire le proprie forze per scoprire cosa stanno facendo da tanto tempo i loro genitori, scontrandosi anche con la complicità della polizia e con la minaccia di Jonah, fondatore dell'Orgoglio e pezzo grosso della setta di Gibborim, che viene usata spesso e volentieri per scegliere le persone da sacrificare.
Quella che si sarebbe potuta realizzare in maniera complessa, dato il numero piuttosto alto dei personaggi coinvolti - sei sono i ragazzi protagonisti della vicenda e se la matematica non mi inganna dodici sono i loro genitori - alla fin fine è una prima stagione che viene gestita abbastanza bene da parte dei suoi autori, pur con tutti i difetti del caso. Innanzitutto il numero altissimo di personaggi e il fatto che nessuno di essi sia ancora stato sviluppato in maniera esaustiva, ma solamente abbozzato, non mi ha permesso di empatizzare veramente con nessuno di loro. Ancora di meno la cosa è possibile con i genitori, che appaiono innanzitutto parecchio distanti dai propri figli e ci viene fatto capire praticamente subito, grazie ad una veloce presentazione di ognuno di loro, che non siano proprio delle persone simpaticissime. D'altro canto se con i singoli personaggi è difficile immedesimarsi, è proprio i gruppo dei Runaways a funzionare particolarmente bene insieme, nonostante questa prima stagione si occupi principalmente di introdurci la vicenda e, appunto, di formare definitivamente questo gruppo di supereroi.
Dal punto di vista della narrazione in questa prima stagione ho avuto modo di apprezzare particolarmente l'impronta adolescenziale data alla vicenda: alla fine i sei protagonisti sono dei ragazzi che ad un certo punto della loro vita scoprono che i loro genitori sono dei criminali e scoprono, anche se solo alcuni di loro, di avere dei superpoteri con cui poterli combattere e che comunque vivono in maniera umana quelle turbe tipiche dell'età. Dall'altro lato dal punto di vista tecnico questa prima stagione ha parecchi difetti, che partono dalla recitazione di quasi tutti i protagonisti, forzata e poco credibile, e arrivano ad inquadrature poco credibili e poco spontanee - io una cosa ho sempre detestato in qualsiasi produzione televisiva, ovvero quando i personaggi entrano in scena mettendosi in posa prima di farsi riprendere... ecco, qui lo fanno praticamente sempre! -, per non parlare poi della computer grafica con cui sono realizzati il velociraptor di Gert e alcuni dei superpoteri dei protagonisti su cui è meglio chiudere gli occhi. Per vari motivi "Marvel's Runaways" è una serie carina, che si lascia guardare coinvolgendoti senza troppi problemi, ma altrettanto dimenticabile e si dovrà lavorare molto perchè un'eventuale seconda stagione sia migliore e accattivante.

Voto: 6+

giovedì 25 gennaio 2018

WEEKEND AL CINEMA!

Ci siamo lasciati alle spalle le nomination agli Academy Awarda che si terranno il prossimo quattro Marzo ed ecco che i nostri cinema cominciano con il proporre milioni di film, moltissimi dei quali vorrei vederli. Al solito, saranno però commentati in base ai miei pregiudizi!


Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino


Arriva finalmente in Italia il primo film hollywoodiano del regista italiano Luca Guadagnino, che potrebbe anche essere il nostro unico orgoglio italiano alla prossima notte degli Oscar, vista la nomination ottenuta ai Golden Globe. Il film sembra una di quelle cose che mi possono o piacere tantissimo o farmi altrettanto schifo. Preferirei una delle due piuttosto che un risultato che stia nel mezzo.

La mia aspettativa: 7,5/10


Downsizing di Alexander Payne

Un'ottima idea di partenza che si spera venga sviluppata altrettanto bene. Il protagonista è Matt Damon in un futuro in cui chi vuole può farsi rimpicciolire per risparmiare in risorse energetiche. Spero che Alexander Payne abbia fatto un lavoro apprezzabile!

La mia aspettativa: 6,5/10


Fabrizio De Andrè - Principe libero di Luca Facchini

Se Luca Marinelli è bravo a cantare le canzoni di De Andrè anche solo un quinto di quanto sia stato bravo con quella della Oxa in "Lo chiamavano Jeeg Robot" io guardando questo film potrei godere parecchio. Presentato come evento limitato solamente Martedì e ieri, purtroppo non ho avuto modo di andarlo a vedere al cinema. Aspetterò l'home video!

La mia aspettativa: 6,5/10


Le altre uscite della settimana

Bigfoot Junior: Eccolo qui l'ennesimo film che non contribuirà di certo a farmi fare pace con il cinema d'animazione.
Edhel: Fantasy all'italiana che quasi sicuramente passerà in sordina. E poi noi con i fantasy non è che siamo così bravi.
Finalmente sposi: Lello Arena alla regia mi convince a stare lontanissimo da questo film.
Gli invisibili: Film importante dato che Sabato sarà il giorno della Memoria.
La testimonianza: Altro film importante visto il periodo, questo sembra anche essere cinematograficamente più interessante. Presentato all'ultima Mostra Internazionale del cinema di Venezia.
L'uomo sul treno: Liam Neeson in un film la cui trama è spara-spara-muori-muori? No grazie!
Made in Italy: Luciano Ligabue come musicista è bollito quasi quanto Vasco Fiasco Rossi, chissà se invece i film li sa fare e viene fuori qualcosa di quanto meno guardabile come "Radiofreccia".
Paradise: Altro film sulla Seconda Guerra Mondiale direttamente dalla Russia.
Tutti gli uomini di Victoria: Spazio anche per una commediola romantica direttamente dalla Francia, di cui mi sa che ne farò tranquillamente a meno.

mercoledì 24 gennaio 2018

L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento (1970)

Anni fa avevo cominciato, piano piano e senza volermi dare un particolare ordine, a recensire su questo blog i film di Dario Argento, con l'intento di recuperare quelli che non avevo visto e di avere un post su questo spazio per ogni suo film. Idea abbandonata dopo un paio di film e che ho voluto riprendere per il primo, attesissimo dalla blogosfera, speciale di Non c'è Paragone del 2018!


Italia, Germania Ovest 1970
Titolo Originale: L'uccello dalle piume di cristallo
Regia: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento
Cast: Tony Musante, Suzy Kendall, Eva Renzi, Enrico Maria Salerno, Umberto Raho, Renato Romano, Giuseppe Castellano, Mario Adorf, Pino Patti, Gildo Di Marco, Fulvio Mingozzi, Omar Bonaro, Bruno Erba, Annamaria Spogli, Rosita Toros, Karen Valenti, Werner Peters, Reggie Nalder, Maria Tedeschi, Carla Mancini, Giovanni Di Benedetto
Durata: 96 minuti
Genere: Thriller, Noir


Per questo speciale su Dario Argento, come per gli altri speciali dedicati a famose saghe cinematografiche, si va in ordine e si parte, dunque, dal primo film di quello che è considerato il maestro dell'horror all'italiana. Primo film che, tra quelli che ho visto - ammetto candidamente che alcuni dei suoi film sono recuperi ancora in corso appositi per questo speciale -, va al quarto posto nella mia personalissima classifica dei film del regista e che contrariamente a quello che è l'appellativo dato al regista è un giallo ed è il primo film di una trilogia denominata "Trilogia degli animali" formata anche da "Il gatto a nove code" e "Quattro mosche di velluto grigio". La realizzazione de "L'uccello dalle piume di cristallo", affidata originariamente a Bernardo Bertolucci come trasposizione del romanzo "La statua che urla", finisce per volere dello stesso Bertolucci nelle mani di Dario Argento, prima di allora critico cinematografico con il quale aveva collaborato per la sceneggiatura di "C'era una volta il West". Prendendo in mano tutte le fasi della realizzazione della pellicola Dario Argento riesce a realizzare un giallo particolarmente fuori da quelli che all'epoca erano considerati i canoni del genere, riuscendo a modellare a suo piacimento sia il materiale a disposizione sia la sua personalissima visione del genere giallo.
Sam Dalmas è uno scrittore italo-americano, interpretato da Tony Musante che lavora a Roma in un istituto di scienze naturali e si appresta a ritornare negli Stati Uniti assieme alla sua ragazza. Una sera, mentre torna a casa, assiste dalla strada ad una colluttazione all'interno di una galleria durante la quale una donna, Monica Ranieri, moglie del proprietario Alberto interpretata da Eva Renzi, cade a terra gravemente ferita all'addome. Mentre la polizia è convinta che l'aggressore sia lo stesso colpevole dell'omicidio di tre donne nel corso dello stesso mese, Sam è costretto a rimanere in Italia a causa del ritiro del passaporto da parte della polizia, dovuto al fatto che l'uomo non riesce a ricordare un importante dettaglio per le indagini. Decide dunque di mettersi ad indagare anche lui, con spirito giornalistico e di avventura, sugli accadimenti di quella notte.
Con "L'uccello dalle piume di cristallo" il regista Dario Argento riesce a realizzare un giallo dalla trama alla fin fine classicissima che all'apparenza non ha nulla di nuovo, decidendo però di prendere il suo genere di appartenenza e letteralmente ribaltarlo. Insomma, se si guarda questo film con ben in mente quelli che sono i romanzi di Agatha Christie, che hanno un delitto, un detective preparatissimo - che può essere il Poirot o la Miss Marple di turno -, una serie di indizi ed una risoluzione che viene affrontata quasi sempre sotto forma di spiegone, si rimane sicuramente spiazzati per il modo in cui la materia viene affrontata. Tanti sono gli elementi di novità, ma è in particolare su due elementi che mi piace particolarmente soffermarmi ogni volta che mi capita di rivedere questo film - sono solamente a quattro, non è che siano poi così tante, ma lo sono per i miei standard -: il primo è il fatto che qui chi interpreta il ruolo del detective è una persona qualunque, che passava quasi per caso sul ruolo del delitto, mentre il secondo è il fatto che quello che è lo spiegone dei romanzi gialli classici e dei film da essi tratti sia sostituito dalle immagini, da una ricomposizione dei ricordi del protagonista che pian piano nel corso del film si fanno sempre più chiari, arrivando ad un finale in cui vediamo per la prima volta quello che è il marchio di fabbrica del regista, quello di mettere nella scena del delitto un indizio grosso come una casa, sbattendoci subito in faccia il colpevole, indizio a cui lo spettatore non è portato a dare credito proprio perchè troppo troppo grosso.
Registicamente il film è qualcosa di davvero mostruoso, con piani sequenza studiati a puntino e inquadrature con una fotografia veramente eccellente - la scena in cui Sam assiste alla colluttazione nella galleria d'arte è, essa stessa, un'opera d'arte a livello di inquadrature - e la colonna sonora, composta da Ennio Morricone fa a meraviglia il suo lavoro mettendo ansia nello spettatore, della quale un brano, "Piume di cristallo" è stato anche utilizzato da Quentin Tarantino in "Grindhouse - A prova di morte". Da segnalare anche, nel corso delle varie azioni da parte del killer, il fatto che Dario Argento vi inserisca una certa violenza ed efferatezza che apre sin dal suo primo film a quel passaggio - che avverrà poi a metà con "Profondo rosso" e definitivamente con "Suspiria" - al genere horror che lo ha reso famoso in tutto il mondo.

Voto: 8

martedì 23 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (2017)

USA, Regno Unito 2017
Titolo Originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Cast: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Caleb Landry Jones, John Hawkes, Lucas Hedges, Peter Dinklage, Abbie Cornish, Samara Weaving, Clarke Peters, Darrell Britt-Gibson, Kathryn Newton, Kerry Condon, Željko Ivanek, Amanda Warren, Christopher Berry, Sandy Martin, Nick Searcy, Malaya Rivera Drew, Brendan Sexton III
Durata: 115 minuti
Genere: Drammatico


Arriva finalmente sugli schermi di questo blog la recensione di uno dei film più attesi, sia da queste parti sia da tutto il pubblico cinefilo italiano, di questo inizio 2018. Capace di guadagnarsi la candidatura a ben sei Golden Globe - quando preparo questo post ancora non sono state annunciate le nomination agli Oscar - vincendone quattro tra cui quello per il miglior film drammatico, "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" già partiva, ancora prima della sua uscita, come uno dei grandi favoriti per la vittoria finale agli Academy Awards che si terranno la notte tra il quattro e il cinque Marzo. Oltre a questo, pochi giorni dopo l'uscita in Italia del film, alcuni già appellavano il film come un "instant masterpiece", uno di quei film in grado sin da subito, di diventare importantissimi per la storia del cinema, come fu secondo me lo scorso anno "La La Land". Posto che non sono completamente d'accordo nel definire questo film un capolavoro istantaneo, c'è da dire che, trattando il tema della violenza sessuale - anche se sicuramente il tema è visto in maniera molto molto diversa rispetto a ciò che è accaduto a Hollywood nell'ultimo periodo - il film parte avvantaggiato in questo senso, soprattutto per il suo peso politico visto ciò che è venuto fuori nello star system negli ultimi mesi.
Mildred Haynes, interpretata da Frances McDormand, è una madre divorziata di Ebbing, nel Missouri, con un figlio a carico di nome Robbie, interpretato da Lucas Hedges. Con un divorzio da un marito violento alle spalle, a circa un anno dalla morte della figlia Angela, stuprata e poi bruciata viva, decide di affiggere tre manifesti sulla strada che porta verso casa sua, che accusano la polizia di non aver fatto abbastanza per trovare il colpevole della morte della figlia. La decisione della donna di mettere la polizia della cittadina alla mercè dell'opinione pubblica da una parte sortirà l'effetto sperato, spronando la polizia al tentativo di cercare un colpevole che sembra non poter essere trovato, mentre dall'altro le si rivolterà contro: lo sceriffo Bill Willoughby, interpretato da Woody Harrelson, è particolarmente ben voluto in paese e il fatto che stia morendo di cancro fa passare il gesto della donna come un atto di pura insensibilità. La polizia inoltre non accoglierà bene la decisione della donna e tra questi vi è soprattutto un giovane poliziotto, Jason interpretato da Sam Rockwell, che vede Bill non soltanto come un mentore, ma quasi come un padre e non è disposte ad accettare, da parte della donna, delle accuse così dirette verso lo sceriffo.
Per girare questo film, il regista inglese Martin McDonagh, al suo quarto film da regista, si avvale di un cast di stelle di assoluto livello, tra i quali oltre ai nomi già citati spiccano anche quello di Peter Dinklage e di John Hawkes. che mette il film in una posizione particolarmente difficile già in partenza: andare sul sicuro con un film recitato perfettamente visti i nomi coinvolti oppure decidere di metterci qualcosa di proprio a livello registico? In un film in cui i dialoghi la fanno da padroni McDonagh sceglie senza troppi problemi la seconda strada, facendoci vedere in molti frangenti quanto la sua mano sia registicamente validissima, cosa che già avevamo visto in "In Bruges" qualche anno fa. Non è comunque dal punto di vista tecnico che secondo me il film riesce a distinguersi quanto più che altro dal punto di vista dei contenuti e del modo in cui questi vengono narrati. Arrivando circa alla metà della visione di questa pellicola subito mi è venuto alla mente "Manchester by the Sea", film dolorosissimo dello scorso anno per il quale non riesco a dire che sia un bel film, quanto più che altro un film dall'immenso valore cinematografico e contenutistico. "Tre manifesti a Ebbing, Missouri" sembrava partire con queste premesse: un film doloroso, un pugno nello stomaco, ma non si rivela essere così: alcuni dialoghi del film sono intrisi di un certo humour nero e i contenuti che la pellicola ci vuole trasmettere arrivano allo spettatore in maniera efficace. Il ritmo della narrazione non sarà certo forsennato, ma è tale da rendere la narrazione non pesante da seguire dato che già lo era l'argomento trattato.
Ultime ma non ultime, ma forse anche inutili da citare visto che su questo argomento il regista andava abbastanza sul sicuro, sono le performance degli attori: oltre a quella intensissima della protagonista Frances McDormand, valsale il Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e quella di Sam Rockwell che riesce a rendere il personaggio di Jason in tutte le sue sfaccettature - i suoi metodi e le sue idee sono discutibili ed è sicuramente quello che ne esce peggio da questo film, ma è anche quello che viene sviluppato in modo da dare al pubblico un personaggio a tutto tondo, discutibile ma non al cento per cento cattivo -, sono rimasto particolarmente estasiato dalla prestazione di Woody Harrelson, che è sempre una garanzia, il cui personaggio magari non sarà quello che ha più cosa da dire, ma è sicuramente uno di quelli che al termine della visione mi ha lasciato di più a livello umano.

Voto: 8,5

lunedì 22 gennaio 2018

HEATH LEDGER DAY: Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il Diavolo di Terry Gilliam (2009)


Regno Unito, Canada, Francia 2009
Titolo Originale: The Imaginarium of Doctor Parnassus
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Terry Gilliam, Charles McKeown
Cast: Heath Ledger, Christopher Plummer, Verne Troyer, Andrew Garfield, Lily Cole, Tom Waits, Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell, Peter Stormare, Cassandra Sawtell, Paloma Faith, Johnny Harris, Richard Riddell, Bruce Crawford, Joseph Cintron, Vitaly Kravchenko, John Snowden, Igor Ingelsman
Durata: 122 minuti
Genere: Fantastico, Avventura


Questi anni sembrano essere volati, letteralmente. Ricordo ancora quando nell'estate tra la quarta e la quinta superiore andavo a vedere "Il cavaliere Oscuro" sapendo che uno dei suoi protagonisti, all'epoca uno degli attori più promettenti di Hollywood, era morto qualche mese prima, proprio quando il film era ancora in post-produzione. Quel film fece entrare Heath Ledger nella leggenda e quando il web ancora non era il luogo preferito per le risse virtuali, ci si iniziava già a scannare su quale fosse il miglior Joker di sempre, se il Jack Nicholson del "Batman" di Tim Burton oppure quello di Heath Ledger nel film di Christopher Nolan, secondo film della sua trilogia sull'uomo pipistrello, interpretazione che valse all'attore anche l'Oscar postumo come miglior attore non protagonista. Un annetto dopo - qui in Italia mi pare di ricordare intorno a Ottobre del del 2009 - arrivò nei cinema "Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il Diavolo" film di Terry Gilliam a cui l'attore stava ancora lavorando all'epoca della sua morte: utilizzato poi come grande tributo all'attore scomparso, il regista decise che, data la natura onirica e fantastica del film, le scene in esterno, già completate, avrebbero tenuto Heath Ledger come protagonista, mentre lo stesso personaggio, nei vari mondi paralleli in cui era in grado di viaggiare, sarebbe stato interpretato nel corso della pellicola da Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell.
A differenza di altri film di Terry Gilliam, "Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il Diavolo" non è un film dalla trama complicatissima - lo è molto di più, secondo me, "The Zero Theorem" -, trovo sia un po' più complesso il suo svolgimento, con l'interazione tra i diversi mondi in cui si trova il protagonista che non sempre si incastra alla perfezione con la realtà. Ad ogni modo il dottor Parnassus, interpretato da Christopher Plummer - e in quel caso non sono state rigirate scene in cui sarebbe dovuto esserci Kevin Spacey -, è il capo di una compagnia teatrale chiamata "The Imaginarium" che offre, quasi come un ambulante, uno spettacolo unico per il suo pubblico, tramite uno specchio magico in grado di portare le persone in mondi sconosciuti. Il potere dello specchio nasce da un antico patto stretto da Parnassus col diavolo, Mr. Nick interpretato da Tom Waits, che pretende l'anima di sua figlia Valentina, interpretata da Lily Cole. Alla compagnia si unirà anche Anthony Sheperd, interpretato da Heath Ledger, un piccolo truffatore che non ricorda il suo passato a cui viene affidato il compito di vendere biglietti per lo spettacolo. Nel frattempo Parnassus riceve di nuovo una visita da Mr. Nick che dà lui un'ultima opportunità per salvare la figlia: chi dei due riuscirà per primo a sedurre cinque anime, avrà Valentina.
Ho avuto modo di vedere questo film ben tre volte: la prima fu appunto all'epoca dell'uscita e ricordo che mi piacque abbastanza, visto al cinema; una seconda volta lo vidi in televisione e la terza è stata pochi giorni fa per poter preparare questo post. Spesso mi accade guardando un film più volte - cosa che difficilmente faccio, a dire la verità - che il mio giudizio cambi con il tempo, causa di una visione più consapevole riguardo a ciò che mi trovo davanti e della mancanza dell'effetto sorpresa che si ha con la prima visione. Con questo film, che mi piacque all'epoca e mi piace allo stesso modo ancora oggi, la cosa non è accaduta. Innanzitutto trovo che la trama giochi abbastanza bene con il mondo fantastico che vuole creare, nonostante spesso e volentieri mondo reale e mondi paralleli non si incastrino perfettamente nella storia. In secondo luogo trovo che il modo in cui Terry Gilliam abbia affrontato la morte del suo attore protagonista abbia dato al film un certo fascino e sia risultato particolarmente coerente con la storia. E' abbastanza difficile parlare lucidamente di un film che nella fase di post produzione è stato praticamente ripensato come un omaggio al compianto Heath Ledger e la cosa si nota abbastanza bene nel modo che hanno i suoi tre sostituti di interpretare il suo stesso personaggio dando lui una caratterizzazione ancora più ambigua e rendendolo alla perfezione. Nel ruolo di Anthony funzionano tutti e quattro, allo stesso modo, e tutti e quattro sono in grado di dargli una personalità e una caratterizzazione diversa, in linea, appunto, con un personaggio dalle multiple facce.
Heath Ledger, che all'epoca era uno degli attori più promettenti della sua generazione, oggi avrebbe trentasette anni: chissà quanti e quali altri film avrebbe potuto interpretare. "Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il Diavolo" non è certo uno dei suoi film migliori, ma è quello che più di ogni altro riesce a rendere omaggio alla sua bravura, che gli appassionati di cinema avevano perso solo un anno prima.

Voto: 7,5

Partecipano a questa giornata anche i seguenti blog:

Solaris
Director's Cult
La fabbrica dei sogni
White Russian

domenica 21 gennaio 2018

IL TRAILER DELLA DOMENICA #2 - The Shape of Water

Ritorna dopo una settimana la rubrica di questo blog dedicata ai trailer. Come vi avevo anticipato la scorsa settimana con il trailer di "Sono tornato", la rubrica non avrà un criterio, semplicemente sceglierò un trailer di un film in uscita nei cinema italiani - chissene se questo trailer lo hanno già visto tutti - e lo commenterò brevissimamente.

Ecco quello di oggi!


La mia opinione: Questo è uno dei film che attendo con più impazienza in questo inizio di 2018 in cui già fervono i preparativi per i prossimi Academy Awards - le nomination tra l'altro saranno domani e questo film potrebbe seriamente giocarsela - e non essendo stato tra i fortunati che lo hanno potuto vedere all'ultima Mostra Internazionale del cinema di Venezia la mia attesa è ancora più spasmodica. A giudicare dal trailer "The Shape of Water" potrebbe essere una delle cose migliori proposte dal cinema fantastico negli ultimi anni e Guillermo del Toro da questo punto di vista potrebbe essere garanzia di successo. D'altronde nel 2015 "Crimson Peak" mi aveva seriamente conquistato: questo sembra essere un film ancora più delicato ed interessante!

venerdì 19 gennaio 2018

Seven Sisters di Tommy Wirkola (2017)

Regno Unito, Francia, Belgio 2017
Titolo Originale: What Happened to Monday?
Regia: Tommy Wirkola
Sceneggiatura: Max Botkin, Kerry Williamson
Cast: Noomi Rapace, Noomi Rapace, Noomi Rapace, Noomi Rapace, Noomi Rapace, Noomi Rapace, Noomi Rapace, Clara Read, Clara Read, Clara Read, Clara Read, Clara Read, Clara Read, Clara Read, Willem Dafoe, Glenn Close, Marwan Kenzari, Pål Sverre Hagen, Christian Rubeck, Tomiwa Edun, Robert Wagner, Vegar Hoel
Durata: 123 minuti
Genere: Fantascienza, Azione, Thriller


Certe volte accadono cose misteriose nella mente dei titolisti italiani: trovo ad esempio che una delle pratiche - anche abbastanza comuni - più stupide del mondo e che mi dà più fastidio sia quella di tradurre un titolo originale con un altro titolo nella stessa lingua dell'originale... e allora perchè cambiate il titolo, brutti imbecilli? Ci son delle volte che vorrei proprio conoscervi di persona e riempirvi di schicchere sui coglioni - se siete degli omoni alti due metri desistete e larghi due di muscoli, che è meglio per voi... - per quanto ci teniate ad apparire stupidi nel fare un qualcosa di completamente inutile. Ed è proprio grazie ad un'idea geniale di questo tipo che nasce "Seven Sisters", che in originale si chiama "What Happened to Monday", quel film famoso principalmente per la presenza di non una, ma ben sette, e dico sette, in tutto il loro splendore, Noomi Rapace. A darmi un ulteriore motivo per dare alla pellicola un'opportunità ci pensa il nome che sta dietro la macchina da presa, quel Tommy Wirkola che circa tre anni fa mi folgorò letteralmente grazie a "Dead Snow 2: Red vs Dead", seguito genialmente esilarante del nemmeno così tanto riuscito "Dead Snow". Lo stesso Tommy Wirkola che ha diretto il simpatico ma non troppo riuscito "Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe" e dal quale speravo, in qualche modo, di trovare qualcosa di carino da vedere.
Siamo in un futuro distopico, genere particolarmente abusato fino a un paio di anni fa e il cui fenomeno sta cominciando a scemare solamente negli ultimi tempi, cercando di lasciare spazio a film un po' più impegnati rispetto alle solite trame per ragazzini, che poi non sempre sono così male eh, sia chiaro. Nel futuro distopico immaginato in "Seven Sisters" la popolazione è aumentata a dismisura a causa di un aumento esponenziale, causato da dei fertilizzanti, di parti gemellari. Il problema del sovrappopolamento è molto caro ai governanti di questo futuro, tanto che esiste la legge del figlio unico, con i neonati che nascono dopo il primogenito che vengono congelati per poi, eventualmente, essere risvegliati quando il problema si sarebbe risolto. E pensare che un famoso scrittore di thriller aveva ipotizzato, in un suo famosissimo romanzo con lo stesso titolo del primo capitolo della trilogia più famosa della storia della letteratura, di diffondere un virus che sterilizzasse circa due terzi della popolazione mondiale per ovviare al problema, idea che poi, nel film da esso tratto, è stata letteralmente buttata nel letame e banalizzata. Ovviamente in questo futuro in cui i bambini dopo il primogenito vengono congelati esiste una famiglia particolare, composta da sette gemelle - le già citate sette, una più bella dell'altra, Noomi Rapace - che poi uno dice che devi proprio avere una sfiga che si accanisce particolarmente per partorirne sette quando la legge te ne consente solamente una, affidate al nonno, interpretato da un bravo Willem Dafoe, in seguito alla morte dei genitori. Per non essere scoperte, questi decide che le sue sette nipoti debbano uscire ognuna in un diverso giorno della settimana, dando loro degli ovvi soprannomi. Improvvisamente Lunedì - e chissà come mai il film si intitolava "What Happened to Monday?" cari titolisti... ma chissà... - scompare e le altre sei dovranno trovarla per evitare di essere scoperte dalle autorità.
"Seven Sisters" è un film che non sono riuscito subito ad inquadrare per bene: sicuramente il futuro distopico in cui è ambientato parte da un'idea tanto interessante quanto particolarmente abusata, anche, addirittura, in alcune storie ambientate nel nostro presente, con un sottotesto politico presente, ma non particolarmente sviluppato e che non è mai preponderante. Nella pellicola in questione ci si concentra maggiormente, infatti, sul lato thriller e sul lato action della vicenda e la cosa, che normalmente non mi fa impazzire, alla fin fine non mi è dispiaciuta, con la sceneggiatura che non si prende mai troppo sul serio, non volendo inserire risposte alle difficili domande filosofiche legate alla vita. Insomma, per una volta ci troviamo davanti ad un film che non ha troppo da dire e non pretende di dare insegnamenti di vita non richiesti, ma che riesce comunque, grazie alla sua linearità e al suo ritmo, ad essere decisamente coinvolgente. Bene in questo aspetto, ma sicuramente sarebbe potuto essere molto meglio: ad un ottimo lavoro nell'introdurre il contesto in cui ci troviamo in questa storia nella prima parte del film, ottimo soprattutto il lavoro di Willem Dafoe nei panni del nonno delle sette gemelle, non corrisponde un altrettanto riuscita seconda parte più concentrata sulla risoluzione del mistero e sull'azione.
A dare un buon valore aggiunto alla storia poi ci pensano le sette Noomi Rapace, tutte brave nel dare vita alle sette gemelle che devono mostrarsi uguali caratterialmente e sul lavoro, ma che sono estremamente diverse una volta che si trovano all'interno delle mura domestiche. Ora forse l'interpretazione delle sette Noomi Rapace non sarà ai livelli di quella di Tatiana Maslany in "Orphan Black" - mi mancano cinque episodi per finirla e sono convinto, da ormai una stagione e mezzo, che stiano succedendo cose a caso e che l'interpretazione della protagonista sia rimasta per davvero l'unica cosa eccelsa della serie -, forse inarrivabile in quanto a polimorfismo, ma sicuramente ci offre una buona performance rendendo sia visivamente sia caratterialmente diverse le sette identiche sorelle. Non siamo davanti ad un film perfetto, anzi, probabilmente ne siamo ben lontani, ma "Seven Sisters" colpisce per la linearità e per il suo ritmo e riesce a dare allo spettatore un paio d'ore di sicuro divertimento.

Voto: 7

giovedì 18 gennaio 2018

WEEKEND AL CINEMA!

Ed eccoci pronti al solito appuntamento del Giovedì, quello in cui commento, in base ai miei pregiudizi, le uscite cinematografiche del weekend. Ci avviciniamo sempre di più alle nomination agli Oscar ed ecco che si comincia a fare sul serio, con almeno un'uscita di qualità alla settimana. Sono sei i film che escono oggi, eccoli qua!


Ella & John - The Leisure Seeker di Paolo Virzì


La prima esperienza di Paolo Virzì, regista che apprezzo particolarmente, con il cinema internazionale porta nei cinema del nostro paese il film presentato all'ultima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, che ha ottenuto un buon riscontro da parte della critica. Avendo grande considerazione del regista nostrano spero sinceramente di trovarmi davanti ad un buonissimo film.

La mia aspettativa: 7,5/10


L'ora più buia di Joe Wright


Joe Wright è quel regista che è stato in grado di compiere il miracolo di farmi piacere "Orgoglio e pregiudizio" - chi mi conosce di persona sa quanto qualsiasi cosa collegata a Jane Austen, per colpa di una ragazza, io la schifi senza ritegno -, ma questo suo nuovo film promette di essere ben più interessante, dato che parla di Winston Churchill e che Gary Oldman è fresco di Golden Globe per la sua interpretazione in questa pellicola, che da sola potrebbe valere il prezzo del biglietto.

La mia aspettativa: 7,5/10


Le altre uscite della settimana:

Il vegetale: Di un film con Fabio Rovazzi decisamente non ne sentivo il bisogno.
Insidious 4: L'ultima chiave: La saga di "Insidious" mi era piaciuta particolarmente con i primi due capitoli. Il terzo invece lo accantonerei proprio, tentando di dimenticarmelo. Su questo quarto non ho grosse speranze, ma essendo l'horror della settimana, gli darò sicuramente un'opportunità.
Marlina. Omicida in quattro atti: Film impegnatissimo della settimana proveniente dal sud est asiatico che probabilmente verrà proiettato in due o tre sale in tutta Italia.
Un sacchetto di biglie: Avvicinandoci al Giorno della memoria arrivano anche i film sulla persecuzione agli ebrei. Tratto da un famosissimo romanzo per ragazzi, "Un sacchetto di biglie" è sicuramente un film che è importante andare a vedere, ma con il quale io farei abbastanza fatica ad averci a che fare.

mercoledì 17 gennaio 2018

Manhunt: Unabomber

Manhunt: Unabomber
(miniserie)
Episodi: 8
Creatore: Andrew Sodroski, Jim Clemente, Tony Gittelson
Rete Americana: Discovery Channel
Rete Italiana: Netflix
Cast: Sam Worthington, Paul Bettany, Jeremy Bobb, Keisha Castle-Hughes, Lynn Collins, Brían F. O'Byrne, Elizabeth Reaser, Ben Weber, Chris Noth
Genere: Thriller, Biografico


Avevo già avuto modo nel corso del 2017 di parlarvi di quella che è la mia malsana curiosità verso la vita dei serial killer, soprattutto per quel che riguarda le indagini che hanno portato alla loro cattura. La prima stagione della serie di Netflix "Mindhunter", parlando di coloro che per primi, attraverso particolari tecniche di profilazione, avevano cominciato a far circolare nel mondo investigativo il termine "serial killer", non aveva fatto altro che confermare questo mio malsano interesse verso la materia, risultando, tra l'altro, come una delle migliori serie televisive da me viste nel 2017. Consigliatami da un collega e particolarmente apprezzata dal pubblico italiano che l'ha potuta vedere tramite Netflix, "Manhunt: Unabomber" è una miniserie televisiva prodotta da Discovery Channel basata sulla figura di Unabomber, serial killer americano in attività tra il 1978 e il 1995 colpevole della morte di tre persone e del ferimento, a causa di bombe che venivano spedite tramite il servizio postale americano, di altre decine di persone.
La serie però non parla di Theodore Kaczynski, qui interpretato da Paul Bettany, ponendolo come protagonista della vicenda, ma mette al centro di essa Jim Fitzgerald, interpretato da Sam Worthington, il profiler dell'FBI che più di ogni altro contribuì alla sua cattura, studiando il linguaggio presente nelle sue lettere e nel suo manifesto, prima inviato alla stessa FBI per essere pubblicato sul Washington Post, per poter tracciare una possibile personalità dell'assassino e poterlo collocare culturalmente. La decisione di spostare l'attenzione non sul serial killer, ma su un profiler che ha contribuito enormemente alle indagini contribuisce a dare a questa miniserie in otto episodi la giusta dimensione della vicenda, nel far capire al pubblico come anche le pi alte teste dell'FBI brancolassero nel buio puntando prima su uno poi su un'altro indiziato senza un vero e proprio criterio. Criterio che riesce a dare proprio Fitzgerald scontrandosi con non pochi pregiudizi da parte dei suoi colleghi, restii a dare seria attenzione alle sue idee.
"Manhunt: Unabomber" è sotto molti punti di vista una buonissima miniserie, in grado da una parte di creare voglia nello spettatore di proseguire nella visione degli episodi - il che per una serie che parla di una cosa di cui si sa praticamente tutto o per cui basta andare su Wikipedia è una roba non da poco -, mentre dall'altra di dare una certa dose di tensione che sale minuto dopo minuto. Protagonista e antagonista principale sono costruiti a meraviglia, ne conosciamo il loro carattere e i loro turbamenti interni e la puntata dedicata interamente all'antagonista è sicuramente una delle meglio riuscite, in grado di far luce su moltissime ombre nella storia del personaggio sulla quale alla fine ci viene dimostrato che non possiamo dare nulla, ma proprio nulla, per scontato. "Manhunt: Unabomber" non è dunque una semplice serie su una caccia all'uomo, ma una storia complessa e articolata in grado di darci una panoramica completa su quelle che sono state le procedure che hanno portato alla cattura del serial killer. E un po' nel fatto che questa miniserie diventi una serie antologica, con altri casi affrontati in questa maniera, io ci spero.

Voto: 7,5

martedì 16 gennaio 2018

Smetto quando voglio: Ad Honorem di Sidney Sibilia (2017)

Italia 2017
Titolo Originale: Smetto quando voglio: Ad Honorem
Regia: Sidney Sibilia
Sceneggiatura: Sydney Sibilia, Francesca Manieri, Luigi Di Capua
Cast: Edoardo Leo, Valerio Aprea, Stefano Fresi, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Rosario Lisma, Giampaolo Morelli, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Greta Scarano, Valeria Solarino, Francesco Acquaroli, Guglielmo Poggi, Peppe Barra
Durata: 96 minuti
Genere: Commedia


Ricordo poche volte nella storia del cinema in cui due capitoli appartenenti alla stessa trilogia escono al cinema nello stesso anno. Ma "Smetto quando voglio", che nel 2014 aveva raccolto i consensi del pubblico e della critica grazie alla sua comicità amara e fresca che prendeva spunto senza troppo timore dalla serie "Breaking Bad", è una trilogia che si vuole distinguere e allora ecco che il regista Sidney Sibilia decide di girare, insieme, sia il secondo capitolo "Smetto quando voglio: Masterclass", che ad inizio 2017 mi era particolarmente piaciuto per il suo strizzare l'occhio all'action all'americana senza dimenticarsi di raccontare un po' la situazione italiana, sia il terzo "Smetto quando voglio: Ad Honorem", poi uscito nei cinema a fine Novembre del 2017 e da me recuperato solo nei primi giorni di questo nuovo anno, dopo che le classifiche erano ormai state stilate. La sfida di questo terzo capitolo era quella di chiudere una trilogia senza deludere i fan, cosa che viene sicuramente scansata dal fatto di non aver creato così tanta attesa nel pubblico con il film che alla fine sembra essere arrivato nelle sale senza che molti se ne accorgessero.
"Smetto quando voglio: Ad Honorem", parte praticamente da dove ci eravamo lasciati con il finale del capitolo precedente: Pietro Zinni, sempre interpretato da Edoardo Leo, e tutta la banda sono in carcere e Pietro sta tentando di convincere il magistrato che qualcuno avrebbe sintetizzato il gas nervino per fare una strage. Dopo alcuni aiuti dall'esterno e grazie anche a Murena, interpretato da Neri Marcorè, scoprono che l'unica persona che avrebbe delle motivazioni per mettere in atto la strage con il gas nervino sarebbe Walter Mercurio, interpretato da Luigi Lo Cascio, che a causa dei tagli alla sicurezza aveva perso, in seguito ad un incidente in cui fu coinvolto anche Murena, la fidanzata Ginevra, a cui fu anche data la colpa dell'incidente. Patteggiando con il magistrato e facendosi incarcerare nello stesso penitenziario, la banda avrà tre giorni di tempo per organizzare un'evasione e fermare il piano di Mercurio.
Senza stare troppo a girarci attorno, penso che questo "Smetto quando voglio: Ad Honorem", pur avendo tutti i difetti del caso, sia stato senza particolari problemi la degna chiusura di questa trilogia. Non si è perso assolutamente lo spirito dei due film precedenti, si continua a divertirsi grazie a dei personaggi ben caratterizzati e che non perdono nel corso della trilogia la loro personalità e la loro verve comica, si continua soprattutto a riflettere, anche se sicuramente in tono minore rispetto al primo film dando più spazio alla parte da commedia, sulla situazione dei laureati e dei ricercatori italiani facendo una critica abbastanza preoccupante al modo in cui i fondi per la ricerca sono gestiti dalle università. Il tutto poi è reso ancora migliore da una gestione del ritmo lodevole e la solita dose di citazioni in cui il regista Sidney Sibilia pare sguazzarci clamorosamente.
Davvero buone sono poi le interpretazioni dei vari personaggi, con Alberto interpretato da Stefano Fresi a regalarci un paio dei momenti più divertenti dell'intera trilogia, rendendosi protagonista di una scena davvero memorabile in cui interpreta il "Barbiere di Siviglia" nello spettacolo canoro del carcere - chissà se a cantare era veramente lui... in tal caso, ancora di più tanto di cappello - rendendo la fuga della banda una delle vere e proprie chicche di questo capitolo conclusivo, che chiude degnamente una delle trilogie più fresche degli ultimi anni, sia se si considera solamente il cinema italiano sia se ci si spinge oltre i confini della nostra nazione.

Voto: 7,5

lunedì 15 gennaio 2018

La battaglia dei sessi di Jonathan Dayton, Valerie Faris (2017)

Regno Unito, USA 2017
Titolo Originale: Battle of Sexes
Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris
Sceneggiatura: Simon Beaufoy
Cast: Emma Stone, Steve Carell, Andrea Riseborough, Sarah Silverman, Bill Pullman, Alan Cumming, Elisabeth Shue, Austin Stowell, Natalie Morales, Eric Christian Olsen, Lewis Pullman, Jessica McNamee, Martha MacIsaac, Wallace Langham, Mark Harelik, Fred Armisen, John C. McGinley, Chris Parnell, James Mackay, Enuka Okuma
Durata: 121 minuti
Genere: Biografico, Commedia, Sportivo


E' ormai un po' di tempo che sostengo che, secondo il mio gusto personale, il tennis possa essere uno sport dal buon livello cinematografico. Nel corso del 2017 il buonissimo "Borg McEnroe", basato su una delle più interessanti rivalità tennistiche della storia in quella che è considerata come l'epoca d'oro del tennis mondiale, aveva fortemente confermato questa mia idea, mentre non ero ancora riuscito a vedere "La battaglia dei sessi", che ritenevo interessante sia per l'argomento tennistico sia, soprattutto, per quel che riguarda il movimento femminista, del quale il tennis, tramite un match tra la numero uno del ranking femminile Billie Jean King e l'ex campione maschile Bobby Riggs, si è in qualche modo fatto promotore grazie soprattutto alla personalità della King e alle sue lotte per far ottenere alle sue colleghe la stessa retribuzione dei colleghi maschili.
Quella che vediamo nel film è stata in realtà la seconda "Battaglia dei sessi", tenutasi nel Settembre del 1973 - la prima si era tenuta pochi mesi prima dopo che lo spavaldo Bobby Riggs aveva scommesso che nonostante i suoi 55 anni sarebbe stato in grado di battere la migliore tennista femminile, raccolse la sfida Margaret Court e Riggs vinse senza problemi in due set - che fu anche quella che assunse il maggior significato a livello extra sportivo. Con il movimento femminista e la rivoluzione sessuale sempre più in ascesa, la sfida tra Bobby Riggs, interpretato da Steve Carell, e tra Billie Jean King, interpretata da Emma Stone, il match divenne uno degli eventi televisivi più seguiti al mondo. Nel film viene seguita tutta la fase preparatoria al match, con la King che pian piano cominciava ad accettare la sua sessualità approfondendo la sua amicizia con Marilyn Barnett, interpretata da Andrea Riseborough, e Riggs che affrontava i suoi demoni legati al vizio del gioco, concentrandosi maggiormente sul dibattito culturale in atto e sulla risonanza che la sfida ebbe sulla cultura dell'epoca.
Riuscito a metà, "La battaglia dei sessi" risulta essere più che altro un film importante a livello culturale, una storia che prima o poi si sarebbe dovuta raccontare anche a noi che viviamo in questa epoca che non riesce benissimo nel suo intento di colpire a livello emozionale. Se da una parte è buono il lavoro a livello contenutistico, un po' meno coinvolgente è stata la storia nel complesso: siamo sicuramente davanti ad un film in grado di far riflettere sui suoi contenuti, così come dall'altro lato della medaglia si può dire che, cinematograficamente parlando, i registi abbiano fatto il compitino. Rimane dunque - ed è sicuramente meglio di altre visioni - una visione in cui la bontà del contenuto e delle interpretazioni, piaciutissime sia quella di Emma Stone sia quella di Steve Carell in grado di far empatizzare, anche un minimo, con i personaggi, non fa da contraltare ad un film non abbastanza coinvolgente a livello cinematografico, in cui il ritmo della narrazione si prende decisamente i suoi tempi, facendoci godere il match finale - dopo le tantissime parole fuori dal campo - senza farci tenere troppo il fiato sospeso.

Voto: 6-

domenica 14 gennaio 2018

IL TRAILER DELLA DOMENICA #1 - Sono tornato

Nel post sul mio bloggeanno parlavo dell'idea di inaugurare qualche nuova rubrica, cosa che ho tentato più volte di fare e qualcuna la sto portando avanti ancora, molto saltuariamente, mentre altre le ho abbandonate dopo pochi episodi. Sperando che questa possa andare avanti col tempo, l'idea è quella di parlare di un trailer a settimana, magari qualche volta potrei fare qualche eccezione e proporne più di uno. Poco mi importerà se il trailer è già in circolazione da una vita o se sono il primo a condividerlo: io semplicemente proporrò un trailer e lo commenterò, poi tutto il resto verrà da sè.

Finiti i preamboli, ecco il trailer di oggi!


La mia opinione: Ho paura. Ho molta paura. Non tanto per il film in sè, tanto dopo aver visto "Lui è tornato" su Netflix, che contemporaneamente mi era piaciuto e mi aveva terrificato soprattutto per le scene in candid camera, era ovvio che anche noi italiani avremmo fatto un film satirico su Mussolini riprendendo l'idea del film tedesco in cui resuscitava Hitler. Ciò che mi fa paura non è il film, che Frank Matano a parte ha un buonissimo attore ad interpretare Mussolini, quel Massimo Popolizio visto in molte interessanti produzioni italiane, ma è il popolo italiano: quanti analfabeti funzionali guardando questo film cominceranno ad inneggiare al ritorno di qualcuno come il Duce? E se ci dovessero essere le candid camera come nel film tedesco, quanti fascistelli dell'ultima ora verranno mostrati nel film? E se dovessi andare al cinema a vederlo, con quante persone mi potrei incazzare per eventuali commenti idioti?

A me sto film fa una paura fottuta, non per il film, ma per i suoi possibili spettatori.

venerdì 12 gennaio 2018

Inside No. 9 - Stagione 3

"Inside No. 9" non è una serie normale soprattutto dopo l'esordio di "Black Mirror" che un po' aveva aperto la televisione inglese verso la produzione di serie antologiche con episodi a sè stanti. Se "Black Mirror" soprattutto nelle prime stagioni, prendeva spunto dall'evoluzione tecnologica e dall'influenza dei media sulla società, qui il fattore comune è molto molto meno interessante: tutte le storie di questa serie sono ambientate in un luogo che si trova al numero nove, come un numero civico, il numero di una stanza d'albergo, il nome di un ristorante. Un pretesto che permette ai creatori di mandare in onda, ogni anno, sei cortometraggi di mezz'ora l'uno che spaziano attraverso vari generi, mantenendo sempre una buonissima dose di black humour all'inglese che non guasta quasi mai, per quanto mi riguarda. Come da tradizione per questo tipo di serie, verranno commentati tutti i sei episodi uno ad uno e, alla fine, verrà dato un voto cumulativo alla stagione.

Inside No. 9
(serie TV, stagione 3)
Episodi: 6
Creatore: Reece Shearsmith, Steve Pemberton
Rete Inglese: BBC Two
Rete Italiana: Inedita
Cast: Reece Shearsmith, Steve Pemberton, altri attori vari diversi in ogni episodio


The Devil of Christmas

Episodio mandato in onda in Gran Bretagna come speciale natalizio, ci mostra un video con le riprese di un film horror con protagonista una famiglia che diventa presto vittima delle visite del Krampus, il famigerato demone del Natale. Interessante la realizzazione, con il regista del film che commenta ogni scena, evidenziandone anche errori nella scenografia o diversità negli stili recitativi dei protagonisti nel corso del film stesso. "Inside No. 9" gioca molto sul suo potere di stupire con i finali degli episodi e in questo lo fa ben due volte, con due colpi di scena abbastanza azzeccati e, soprattutto il secondo, davvero spiazzanti.

Voto: 7


The Bill

Secondo episodio di questa terza stagione ambientato in un ristorante chiamato "Number Nine" e incentrato su un gruppo di quattro persone che devono pagare il conto. Una piccola commedia nera che ricorda moltissimo il "Carnage" di Roman Polanski, soprattutto per il gioco al massacro cui giocano i protagonisti, rinfacciandosi cose l'un l'altro. Altro finale con colpo di scena decisamente non banale, anche se un po' telefonato ad un certo punto.

Voto: 6,5


The Riddle of the Sphynx

Come già detto in più di un'occasione anche in questa stessa recensione, la forza di "Inside No. 9" è quella di non essere mai banale, inventandosi situazioni sempre nuove. Questa, che parla di una ragazza che si introduce in casa di un professore per carpire i segreti dei suoi cruciverba - a chi verrebbe in mente di fare un corto basato sui cruciverba -, si trasforma in un thriller tesissimo che porta ad una resa dei conti spettacolare tra i protagonisti della vicenda. Anche qui due colpi di scena ben assestati lasciano a bocca aperta ed anche un po' scossi a fine episodio!

Voto: 8


Empty Orchestra

Episodio musicale ambientato all'interno di un salone privato adibito a karaoke in cui un gruppo di colleghi festeggia la promozione di uno di essi. Ottima la scelta dei brani, anche se, essendo una specie di karaoke, sono realistiche anche le interpretazioni dei vari attori, che le cantano abbastanza male. La trama però purtroppo mi è sembrata abbastanza debole in questa stagione, ma il colpo di scena, ma più che altro il modo in cui viene smascherato, è stato tanto geniale quanto sottile.

Voto: 6-


Diddle Diddle Dumpling

Un uomo casalingo, mentre è fuori a fare jogging, trova una scarpa da uomo davanti a casa sua e ne diventa parecchio ossessionato, tanto da rendere strano il rapporto con la moglie Louise. La fissazione dell'uomo viene esplorata in maniera certosina, ponendo lo spettatore davanti all'inesorabile scorrere delle stagioni, con questa che, piano piano, comincia a evolvere sempre di più, assumendo le caratteristiche tipiche della pazzia. Plot twist finale ancora una volta geniale e straziante il gesto compiuto dall'uomo nelle ultime battute dell'episodio.

Voto: 7


Private View

La terza stagione di "Inside No. 9" si chiude con la puntata secondo me peggiore di questo terzo ciclo di episodi. Alcune persone vengono invitate, senza particolari spiegazioni, ad una mostra artistica che diventerà un pretesto per i due attori della serie per il loro episodio horror della stagione. Un episodio che sarebbe potuto essere sicuramente molto più interessante se sviluppato a dovere, ma che nel poco tempo a disposizione riesce a creare una così grande tela di misteri da renderlo piuttosto incomprensibile.

Voto: 5,5


Voto alla terza stagione: 7-


Di seguito trovate le recensioni degli episodi delle prime due stagioni:

Stagione 1:

Sardines (6-)
A Quiet Night in (7-)
Tom + Gerri (7,5)
Last Gasp (5,5)
The Understudy (5-)
The Harrowing (6-)

Stagione 2:

La Couchette (7+)
The 12 Days of Christine (8)
The Trial of Elizabeth Gadge (5+)
Cold Comfort (8)
Nana's Party (5+)
Séance Time (6+)