giovedì 28 luglio 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Altro weekend di uscite risicatissime, anche se almeno un film - pur non essendomi piaciuti i due predecessori - potrebbe essere interessante, mentre l'altro risulta dalle premesse un remake del quale non sentivo proprio il bisogno. Vediamo tutte e tre le uscite di questo weekend commentate in base ai miei pregiudizi!


Ghostbusters di Paul Feig

Reboot della saga dei "Ghostbusters" in salsa femminile che non pare poter soddisfare i miei bisogni da appassionato di cinema, ma che potrebbe anche rivelarsi una visione più interessante del previsto per una serata all'insegna del disimpegno. Non mi ispira - e non è perchè le protagoniste son donne - ma sicuro sicuro finirò per guardarlo.


La notte del giudizio - Election Year di James DeMonaco


Il primo film di quella che non mi aspettavo sarebbe diventata una saga mi aveva fatto abbastanza schifo. Il secondo ha rappresentato un netto miglioramento, pur non soddisfacendomi poi del tutto. Questo terzo capitolo è una specie di arma a doppio taglio: sequel inutile di una saga che - almeno secondo la mia opinione - fatica ad ingranare (considerando anche che sono dei film e non una serie TV), oppure film valido?


Skiptrace - Missione Hong Kong di Renny Harlin

Jackie Chan è la cosa che più odio al mondo, più dei programmi sulle automobili e più di Vasco Rossi. Inutile dire che non mi sognerò mai nella vita di guardare un film del genere!

mercoledì 27 luglio 2016

Lost in Translation - L'amore tradotto di Sofia Coppola (2003)

USA 2003
Titolo Originale: Lost in Translation
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Cast: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris, Fumihiro Hayashi, Akiko Takeshita, François Du Bois, Takashi Fujii, Kunichi Nomura, Akira, Hiromi Toshikawa
Durata: 102 minuti
Genere: Commedia, Drammatico

Tra un recupero della stagione cinematografica in corso e l'altro - vista soprattutto la penuria di uscite di questo periodo estivo, che si barcamenano tra stronzatone annunciate e ripescaggi dal passato - si trova anche il tempo, avendone la possibilità, di recuperare un bel lavoro di una regista da me particolarmente apprezzata come Sofia Coppola, direttamente dalla rete di streaming più discussa di sempre. Ovviamente non Infrizzy Infinity, ma Netflix, che nel suo catalogo, assieme a produzioni originali di cui vi parlerò a breve, soprattutto per quel che riguarda due serie uscite in questo periodo, presenta anche "Lost in Translation - L'amore tradotto", tutto intero, anche con il suo terrificante sottotitolo.

"Lost in Translation" è un film dalla trama apparentemente semplice, in grado però di nascondere delle insidie a livello narrativo parecchio interessanti. Se la trama ci parla di due americani, il famoso attore in declino Bob, interpretato da Bill Murray, deluso dalla vita e dalla sua carriera, e la giovane Charlotte, interpretata da un'altrettanto giovane Scarlett Johansson, che accompagna il marito fotografo. I due si incontrano in un lussuoso albergo di Tokyo, nel quale trascorreranno parecchio tempo insieme incontrandosi ogni sera al bar dell'hotel, sempre aperto, nel quale avranno modo di discutere sulle loro vite e di coltivare un rapporto che presto andrà al di là della semplice amicizia.

Per quanto una trama del genere possa sembrare abbastanza semplice - nulla di nuovo sotto il sole insomma, l'uomo maturo che incontra la giovane donna è una cosa vista e rivista nella storia del cinema - la regista Sofia Coppola si diverte come al solito a dare al suo impianto narrativo un valore tutto suo, un po' strano, per nulla lineare, in grado di dividere - e con Sofia Coppola, vedi "Bling Ring", le persone passano tranquillamente dall'amore all'odio puro ed entrambe le opinioni, se argomentate a dovere, ci stanno alla grandissima - e soprattutto che non è per nulla di facile digestione. Come d'altronde dice il titolo, per qualcuno - me compreso, mi ci metto dentro anche io - qualcosa andrà perso nella traduzione.

E' un po' quello che fa il cinema di per sè: non sempre arriva a tutti, qualcuno si perde qualcosa o qualcosa va perso, in maniera naturale, passando da quella che è l'idea di chi ha creato l'opera a quelle che sono le idee di chi ne fruisce, noi spettatori nella fattispecie. Per questo esiste chi, come me, guardando questo film prova un'immensa malinconia, così come chi, a sua volta, non ci vede proprio nulla di buono. Anzi, non ci vede proprio nulla. E se le buone interpretazioni dei due attori protagonisti, Bill Murray ancora all'apice della carriera, mentre Scarlett Johansson in piena ascesa, sono un dato di fatto, così come la sensazione strana che mi ha lasciato al termine della visione.

Voto: 8

martedì 26 luglio 2016

The Legend of Tarzan di David Yates (2016)

USA 2016
Titolo Originale: The Legend of Tarzan
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Craig Brewer, Adam Cozad
Cast: Alexander Skarsgård, Margot Robbie, Samuel L. Jackson, Christoph Waltz, Djimon Hounsou, Simon Russell Beale, Jim Broadbent, Casper Crump, Hadley Fraser, Genevieve O'Reilly, Ben Chaplin
Durata: 110 minuti
Genere: Azione, Avventura

Tempo fa nella rubrica dedicata alle uscite cinematografiche del Giovedì avevo espresso un certo interesse per il film di cui parlerò oggi, che sarebbe stato in grado di riunire l'interesse femminile verso gli addominali di Alexander Skarsgård e quello maschile verso la divina magnificenza - e potrei aggiungere tantissimi altri superlativi alla sua causa - Margot Robbie, della quale ho deciso guarderò nella mia vita qualsiasi film, anche se si preannunciano essere la peggio merda. Oltre a questi motivi di interesse, c'è da dire che il trailer, visto al cinema non mi ricordo nemmeno in occasione di quale visione, prometteva davvero bene, nonostante fosse parecchio evidente l'uso della computer grafica, che alla fin fine è risultata comunque abbastanza valida.

La pellicola in questione però non ci presenta il solito Tarzan bambino, allevato e cresciuto dalle scimmie, ma ce lo presenta come John Clayton, nobile inglese sposato con Jane che vive da anni in Inghilterra, all'ombra della leggenda di Tarzan, l'uomo che è stato in passato e con il quale sembra non voler avere nulla a che fare: pur avendo ancora ben fresche le sue capacità fisiche, sembra infatti essere parecchio restio ad accettare l'invito del Re del Belgio a recarsi in Congo, che finirà però per accettare, per accorrere in aiuto di popolazioni sfruttate da una politica coloniale piuttosto spietata.

La sensazione che mi ha dato la visione di questo film è stata più che altro quella di un buon potenziale - o quanto meno dignitoso - non sfruttato pienamente: se le donzelle saranno state contente di aver visto per un ora e mezza quegli addominali assolutamente invidiabili, dall'altra parte il potenziale di Margot Robbie, che nei panni di Jane avrebbe potuto regalare enormi soddisfazioni, non viene sfruttato a dovere. Leggendo tra le righe si potrebbe capire a cosa alludo, anche se alla fin fine è proprio il personaggio di Jane ad uscirne meglio al termine della visione, dimostrando di avere un ruolo particolarmente importante, da donna che sa il fatto suo e, a dispetto del tempo in cui vive, non vuole vivere necessariamente all'ombra del suo uomo.

Non sfruttato invece è il grandissimo potenziale dell'avere a disposizione un attore del calibro di Christoph Waltz nei panni del cattivo Léon Rom e di Samuel L. Jackson nei panni di George Washington Williams: entrambi gli attori restano parecchio in ombra davanti ai due giovani protagonisti, tant'è che anche l'interpretazione di Alexander Skarsgård - finora conosciuto come il vampiro belloccio di "True Blood", ma da me ritenuto da tempi non sospetti come un buon attore con ancora moltissimo da dimostrare - è perfetta per il ruolo non particolarmente trascendentale a livello cinematografico che ha in questo film. Sono i personaggi secondari a funzionare di meno in questo film, che risulta tanto guardabile e coinvolgente al momento della visione quanto dimenticabile una volta che questa è terminata. "The Legend of Tarzan" finisce per essere, nell'economia di un blockbuster mangia soldi - che in patria ha abbastanza floppato - un film più che dignitoso, senza strafare, ma senza nemmeno riuscire a deludere.

Voto: 6+

lunedì 25 luglio 2016

The Nice Guys di Shane Black (2016)

USA 2016
Titolo Originale: The Nice Guys
Regia: Shane Black
Sceneggiatura: Shane Black, Anthony Bagarozzi
Cast: Russell Crowe, Ryan Gosling, Angourie Rice, Matt Bomer, Margaret Qualley, Kim Basinger, Beau Knapp, Yaya DaCosta, Murielle Telio, Keith David, Ty Simpkins, Jack Kilmer, Hannibal Buress, Gil Gerard, Lois Smith
Durata: 116 minuti
Genere: Commedia, Thriller

In un periodo parecchio strano come quello estivo per quel che riguarda le uscite cinematografiche, sempre di più uscite estive che assecondano lo scarso desiderio delle persone di recarsi in una sala cinematografica in favore di uscite all'aria aperta o per giocare a Pokemon GO! - tranquilli, non sono qui a dire che voi che giocate a quel gioco fareste meglio ad andare a caccia di figa, anche perchè non vedo il nesso logico tra le due cose e, soprattutto, ci gioco anche io! - ci si dedica a recuperi di uscite che non avevo avuto occasione di godermi nel momento della loro distribuzione nei cinema italiani. Uno dei film che mi ero perso, nemmeno troppo tempo fa a dire la verità, è stato "The Nice Guys" diretto da "Shane Black" con due attori che normalmente apprezzo come protagonisti quali Ryan Gosling - che tempo fa pareva parecchio in ascesa, anche se ancora, a parte "Drive" non è uscito il vero e proprio capolavoro con lui come protagonista - e Russell Crowe che invece non sembra stare vivendo un momento felicissimo, cinematograficamente parlando.

"The Nice Guys" ci porta dritti dritti nella Los Angeles del 1977, nella quale Holland March, interpretato da Ryan Gosling, è un investigatore privato datosi all'alcolismo in seguito alla morte della moglie, viene assunto dalla signora Glenn, per investigare sulla misteriosa morte di Misty Mountains, pornostar che la signora sostiene non essere morta dato che l'ha vista pochi giorni prima. Accettando il caso, Holland si mette sulle tracce di Amelia, ragazza che il detective sostiene possa essere stata scambiata per Misty, ma la donna, non volendosi far seguire, assolda il picchiatore Jackson Healy, interpretato da Russell Crowe. Per sfuggire da due pericolosi gangster e temendo che Amelia si trovi in pericolo, i due si alleeranno formando una improbabile coppia che però, come fa notare il blog Pensieri Cannibali nel suo post dedicato e che ha partecipato al recente Bud Spencer Day, ricordano molto la coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill nei loro mitici film.

Il film risulta dunque essere una giusta commistione tra il genere investigativo e quello della commedia, con i due protagonisti che si andranno ad infilare in situazioni abbastanza pericolose, ma rendendole con il loro modo di fare, parecchio divertenti. Se da questo punto di vista il film pare essere abbastanza riuscito e i due attori protagonisti sembrano trovarsi abbastanza a loro agio insieme, ciò che mi ha convinto di meno è stata la durata, forse troppo eccessiva, che ha causato la presenza di qualche sequenza centrale che mi ha particolarmente annoiato. D'altronde sono sempre stato convinto che qualsiasi genere cinematografico debba avere i suoi tempi, motivo per cui le commedie che durano quasi due ore, almeno per quel che ho visto io, esagerano con le tempistiche inserendo scene che talvolta si sarebbero potute tranquillamente evitare.

A dare però un valore aggiunto al film - che detto sinceramente, per quanto mi sia mediamente piaciuto, non è che mi abbia comunicato molto - è Holly March, figlia di Holland - sta storia che gli americani chiamano i propri figli con lo stesso nome mi destabilizza sempre parecchio - e interpretata dalla quindicenne Angourie Rice, attrice che sa benissimo come stare in scena, rendendosi a volte addirittura il personaggio più interessante da seguire, ancora di più rispetto ai due protagonisti che qui offrono una performance recitativa solida, ma non eccellente, rimanendo insomma nella media. "The Nice Guys" risulta dunque essere un buon film di intrattenimento, con qualche sequenza cinematografica valida e soprattutto con momenti di sano divertimento, che però rimane, almeno per me, ancorato ad una visione che molto probabilmente non mi rimarrà nel tempo a venire.

Voto: 6,5

venerdì 22 luglio 2016

BUD SPENCER DAY - Altrimenti ci arrabbiamo di Marcello Fondato (1974) & Pari e dispari di Sergio Corbucci (1978)

In un 2016 che ha già provveduto a portare via agli appartenenti alla mia generazione, ma anche ad altre precedenti e successive, moltissimi idoli, la dipartita di Bud Spencer da questo modo è forse quella per cui mi sono dispiaciuto maggiormente. E' per questo motivo che assieme alla solita cricca di blogger, la stessa con cui in queste settimane stiamo portando avanti l'iniziativa di Notte Horror on the Blog per il terzo anno consecutivo, abbiamo organizzato una giornata commemorativa, in cui parlare, come spesso abbiamo fatto, di uno dei film di questo attore non certo straordinario, ma che ha saputo far divertire gli appartenenti ad almeno quattro o cinque decenni diversi a suon di schiaffoni e di fagiolate. Questo gigante invincibile, nella lotta e in qualsiasi altro sport praticasse nei suoi film, è riuscito ad affascinare grandi e bambini, con film che nessuno ritiene dei capolavori, ma che nessuno, comunque, rinuncia a vedere. Per l'occasione ho deciso di rivedermi, probabilmente per la centesima volta l'uno, i miei due film preferiti con Bud Spencer in coppia con il suo compare e amico fidato Terence Hill: l'immancabile cult "Altrimenti ci arrabbiamo" e il relativamente sottovalutato "Pari e dispari", per i quali l'obiettività va a farsi benedire.



Altrimenti ci arrabbiamo

Italia, Spagna 1974
Titolo Originale: ... altrimenti ci arrabbiamo
Regia: Marcello Fondato
Sceneggiatura: Marcello Fondato, Francesco Scardamaglia
Cast: Bud Spencer, Terence Hill, John Sharp, Donald Pleasence, Deogratias Huerta, Patty Shepard, Manuel de Blas, Luis Barbero, Emilio Laguna, Giancarlo Bastianoni, Giovanni Cianfriglia, Osiride Pevarello, Vincenzo Maggio
Durata: 98 minuti
Genere: Commedia

Tra i tanti film a cui Bud Spencer ha partecipato - e penso di averli visti tutti, o quasi quanto meno - questo è sicuramente quello che conosco meglio e le cui scene sono presto diventate delle scene cult della cinematografia italiana, scene che ancora oggi vengono riproposte come ad esempio la scena del coro dei pompieri con i due protagonisti seguiti dal killer Paganini, o anche la scena della rissa al Luna Park. E' pazzesco come i due protagonisti, pur seguendo una trama piuttosto classica e lineare - subiscono un torto relativo alla mitica Dune Buggy vinta da entrambi, rivogliono la loro bellissima automobile, provocano il pericoloso gangster che ha fatto loro il torto per riaverla - riescono a rendere il tutto più interessante grazie alla loro simpatia, grazie a scene ad ogni modo ben orchestrate, grazie a degli stuntman bravissimi nel ricevere i mitici schiaffoni della coppia. Ed è ovvio sin dall'inizio che i due compari vinceranno - anche perchè tutti abbiamo visto almeno un centinaio di volte questo film -, ma finiamo sempre per divertirci del loro modo di arrabbiarsi, in maniera assolutamente bonaria, contro il prepotente di turno.


Pari e dispari

Italia 1978
Titolo Originale: Pari e dispari
Regia: Sergio Corbucci
Sceneggiatura: Mario Amendola, Bruno Corbucci, Sabatino Ciuffini, Sergio Corbucci
Cast: Bud Spencer, Terence Hill, Jerry Lester, Luciano Catenacci, Marisa Laurito, Kim McKay, Salvatore Borgese, Woody Woodbury, Carlo Reali, Riccardo Pizzuti, Claudio Ruffini, Sergio Smacchi, Vincenzo Maggio
Durata: 110 minuti
Genere: Commedia

Nonostante alcuni lo ritengano tra i meno riusciti della coppia, ho sempre provato una certa attrazione per questo film, che oltre alle solite risse e agli immancabili schiaffoni, ci mette davanti a due personaggi - i fratelli Firpo - profondamente diversi tra loro. Charlie, interpretato da Bud Spencer, non è molto intelligente, guida un camion che trasporta delfini e ogni giorno da un passaggio ad una suora che si occupa di un orfanotrofio che sta per chiudere; Johnny, interpretato da Terence Hill, è furbo ed ama scommettere. Entrambi hanno un padre finto cieco di cui occuparsi ed hanno un conto in sospeso con un ricco proprietario di un casinò, il Greco. In questo film però, oltre alle solite botte in cui i due sono ovviamente invincibili, vediamo rappresentato un ottimo campionario di sport, in cui i due, in maniera truffaldina, partecipano, ovviamente eccellendo in ognuno di essi - la pelota, l'equitazione - per vincere le scommesse che permetteranno loro di mettere in ginocchio il loro nemico.


Partecipano alla giornata di commemorazione anche i seguenti blog:


WhiteRussian - Bomber
Combinazione Casuale - Lo chiamavano Buldozer
Cuore di celluloide - Lo chiamavano Trinità 

Director's Cult - Io sto con gli ippopotami
GiocoMagazzino - Il soldato di ventura
In Central Perk - Cantando dietro i paraventi
Il Bollalmanacco - Non c'è due senza quattro



Con la partecipazione speciale di

Pensieri Cannibali -  The Nice Guys 

giovedì 21 luglio 2016

WEEKEND AL CINEMA!

In realtà, non fosse per qualche interessante recupero dalle scorse settimane, viste le uscite di questo Giovedì, questo dovrebbe essere un weekend in cui non stare troppo al cinema, quanto più che altro starne alla larga. Solo quattro sono le uscite di questa settimana che commenterò in base ai miei pregiudizi e nemmeno una, nemmeno un po', mi ispira. E' tempo dunque di darsi ai recuperi!


Top Cat e i gatti combinaguai di Andrés Couturier

e si parte subito con una bambinata di animazione direttamente dal Messico che promette di essere un film buono per quei pochi bambini rimasti ancora in città. Inutile dire che non ci passerò nemmeno vicino alla sala che proietterà questa roba.


Mr Cobbler e la bottega magica di Thomas McCarthy

E come secondo giro della giostra cinematografica del weekend ecco che arriva un film direttamente dal 2014, con il solito Adam Sandler che un tempo mi stava anche simpatico, ora decisamente di meno. Sembra essere una commediola leggera, forse l'uscita meno peggio di questa settimana.


Quel Venerdì 30 Dicembre di Dario Germani, Tonino Abballe

Peccato che siamo a Giovedì 21 Luglio, porcaccio il cane! Quel Venerdì 30 Dicembre comunque non lo guarderei nemmeno il Lunedì 31 Febbraio.


Star Trek Beyond di Justin Lin


Ed ecco che davanti a quest'ultima uscita viene fuori tutto il mio rifiuto verso "Star Trek" e tutto in suo universo, un rifiuto che arriva sin dalla mia giovinezza e che non ho ancora trovato un modo - anche se non so se voglio in realtà - di affrontare.

mercoledì 20 luglio 2016

Il discorso del re di Tom Hooper (2010)

Regno Unito, Australia 2010
Titolo Originale:The King's Speech
Regia: Tom Hooper
Sceneggiatura: David SeidlerCast: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Timothy Spall, Michael Gambon, Derek Jacobi, Jennifer Ehle, Anthony Andrews, Claire Bloom, Eve Best, Freya Wilson, Ramona Marquez, Calum Gittins, Dominic Applewhite, Roger Parrott
Durata: 118 minuti
Genere: Drammatico, Biografico

Tra i miei peccati - o presunti tali - a livello di visioni cinematografiche, si possono annoverare un sacco di visioni, tra le quali buona parte dei rappresentanti del cinema western per i quali molte persone mi guardano male quando se ne parla - oh, a me il western non attira, che ci devo fare? -. Ci sono però altri film che, più o meno, hanno visto tutti e che vengono a loro volta, in qualche modo, considerati dei cult o mezzi cult quasi imprescindibili per un appassionato di cinema come me. A mia discolpa sta il fatto che ho iniziato a guardare film in maniera compulsiva proprio un paio di anni dopo l'uscita del film di cui vi parlo oggi, film che narra la storia di Re Giorgio VI, della sua ascesa al trono d'Inghilterra in sfavore del suo fratello maggiore Edoardo VIII, che abdicò pochi mesi dopo la morte del padre per sposare una donna divorziata ed evitare scandali nel suo paese in quanto il Re d'Inghilterra occupa anche la posizione di capo della Chiesa Anglicana.

Un film la cui visione ho rimandato per anni più che altro per una questione di antipatia verso il suo attore protagonista, quel Colin Firth che ha commesso, assieme a Matthew MacFadyen e immagino a tanti altri che però non ho avuto modo di vedere, il peccato mortale di interpretare Mr. Darcy in una trasposizione di "Orgolgio e pregiudizio", romanzo che chi mi conosce sa bene quanto detesti e quanto mi abbia traumatizzato. Come se non bastasse il buon Colin Firth ha deciso anche di interpretare la reinterpretazione in chiave comica nell'odioso "Il diario di Bridget Jones", per poi, soprattutto negli ultimi anni, darsi a pellicole più interessanti - anche se mai per me davvero memorabili - come "Magic in the Moonlight" o "Kingsman - Secret Service". Per non parlare di "Il discorso del re, film grazie al quale ha anche vinto un Oscar come miglior attore protagonista.

Per quanto generalmente mi piacciano i film biografici, sono sempre molto restio alla fine della visione a considerarli dei veri e propri capolavori: a volte mi emozionano nonostante mi interessi poco del personaggio protagonista, a volte mi lasciano indifferente, ma sempre rimango con la convinzione che nel realizzare un film biografico o il regista ci mette del suo in maniera creativa - come in "The Wolf of Wall Street" - oppure il film rimane quello che è senza riuscire a colpire davvero nel profondo. E in questo film il regista Tom Hooper, come ci ha fatto vedere in molte altre sue produzioni, mantiene inalterato quello che è il suo stile elegante e parecchio puntiglioso - cosa che apprezzo sempre in maniera particolare, la puntigliosità - che però lascia sempre un po' a desiderare per quel che riguarda la gestione del ritmo, che spesso e volentieri diventa eccessivamente lento.

Eppure in questo caso il film riesce a non annoiare mai, soprattutto grazie a dei dialoghi in cui il nostro protagonista Colin Firth riesce a destreggiarsi bene, riuscendo a mettere in scena in maniera convincente anche la balbuzie del protagonista. Dialoghi che non potrebbero però avvenire senza la presenza di Geoffrey Rush, che qui interpreta Lionel Logue, il dottore che ebbe in cura Re Giorgio VI per fargli superare il suo problema linguistico. Tali dialoghi sono sempre ben gestiti e in grado di farci capire nella giusta maniera la psicologia fragile, per quanto al contempo decisa, del protagonista.

Voto: 7+

martedì 19 luglio 2016

Gotham - Stagione 2

Gotham
(serie TV, stagione 2)
Episodi: 22
Creatore: Bruno Heller
Rete Americana: FOX
Rete Italiana: Premium Action, Italia 1
Cast: Benjamin McKenzie, Donal Logue, Robin Lord Taylor, David Mazouz, Sean Pertwee, Zabryna Guevara, Erin Richards, Camren Bicondova, Cory Michael Smith, Morena Baccarin, Drew Powell, Nicholas D'Agosto, Chris Chalk, James Frain, Jessica Lucas, Michael Chiklis
Genere: Thriller

Procedono i recuperi delle serie TV che, per via della mancanza di tempo, ho dovuto lasciare a metà nel corso della stagione che si è ormai conclusa e, di conseguenza, le varie recensioni delle serie a cui tengo, ma non abbastanza da farmele seguire in pari con la programmazione americana, arrivano con un po' di ritardo. Questo è il turno della seconda stagione di "Gotham", serie TV che sinceramente mi aveva abbastanza sorpreso con la sua prima stagione e che, alla seconda, aveva bisogno di confermarsi. Molti l'hanno criticata, molti non hanno apprezzato il trattamento dato ad alcuni personaggi o la fantomatica infedeltà verso gli originali a cui sono ispirati - cosa di cui, come è noto, a me non frega una ceppa semplicemente perchè riesco, nel mio cervello, a scindere ciò che voglio vedere in due opere di tipo diverso -, molti altri invece si sono proprio annoiati guardandola, io invece no... per lo meno con la prima stagione.

Con la seconda invece... neppure! Assecondando una struttura tipica di molte delle serie delle TV generaliste degli ultimi anni, la seconda stagione di "Gotham" è stata divisa in due parti distinte, che raccontano, più o meno, due storie distinte, anche se con una consequenzialità ben definita. Se con questo tipo di scelta "Once Upon a Time" ha visto la sua fine - o per lo meno il totale declino verso ciò che per me è LAMMERDA - "Gotham" è riuscita a sfruttare nel modo migliore tale scelta, che permette in pratica di creare due mini-stagioni separate tra di loro, che però fanno parte della stessa stagione. Anche perchè, come ho sostenuto nella recensione della prima stagione di "Blindspot", le serie TV con stagioni da 22/24 episodi si avviano verso la loro morte naturale - sperando che i gestori delle reti la pensino come me -, in favore di stagioni più brevi da 10/15 episodi.

E' per questo che se la prima parte, identificata dal sottotitolo "Rise of the Villains" inizia in maniera scoppiettante, presentandoci cattivi validissimi come il sindaco Galavan - no, non GAAAAAAAAAAAAAAAALAAAAAAAVAAAAAAAANT - o il prototipo del Joker interpretato da Cameron Monaghan - sì, proprio quello di "Shameless" - per poi andare verso un giusto finale di metà stagione, in grado di chiudere un cerchio narrativo per poi aprirne subito un altro, che verrà affrontato poi nella seconda parta "Wrath of the Villains", in cui ci viene anche presentato il personaggio del Dottor Strange - che non c'entra nulla con quello della Marvel -, che risulta essere un buon personaggio a prescindere dal pessimo attore che lo interpreta BD Wong, che odio sin dai tempi della seconda stagione di "Prison Break".

Pur vivendo su alcuni episodi riempitivo - ed è proprio per questo che continuo a sostenere che le serie da 22/24 episodi debbano pian piano venire soppiantate - "Gotham" riesce a mantenere il livello di intrattenimento abbastanza alto, a volte cercando di strafare - forse troppi sono i cattivi che vengono messi assieme, pochi dei quali sono davvero ben delineati psicologicamente -, ma senza mai perdere la brocca in maniera grave e riportando sempre la narrazione nei ranghi della credibilità.

Voto: 7-

lunedì 18 luglio 2016

The Town that Dreaded Sundown - La città che aveva paura di Alfonso Gomez-Rejon (2014)

USA 2014
Titolo Originale: The Town that Dreaded Sundown
Regia: Alfonso Gomez-Rejon
Sceneggiatura: Roberto Aguirre-Sacasa
Cast: Addison Timlin, Spencer Treat Clark, Ed Lauter, Veronica Cartwright, Gary Cole, Anthony Anderson, Joshua Leonard, Edward Herrmann, Denis O'Hare, Arabella Field
Durata: 90 minuti
Genere: Horror

Per quel che riguarda il panorama cinematografico che ruota attorno all'horror contemporaneo non stiamo certo vivendo tempi rosei: si tende, in maniera oserei dire clamorosa, a dare molta più attenzione a filmetti dimenticabili, se non addirittura pessimi, come "Ouija" - il cui successo ancora mi rimane un mistero e la conferma di un sequel, diretto tra l'altro dal valido Mike Flanagan, non ha certo contribuito a risolverlo - trascurando o facendo arrivare in Italia con anni di ritardo quei titoli davvero ottimi come "The Babadook" o "It Follows", arrivato giusto un paio di settimane fa. Per non parlare poi di questo fenomeno dei remake che sta un po' colpendo tutti i generi cinematografici denunciando una certa mancanza di idee dalle parti di Hollywood, ma che con gli horror stanno facendo la fortuna - soprattutto economica - delle major cinematografiche, per lo più, soprattutto negli ultimi anni, con titoli dal dubbio valore artistico come "Poltergeist" - a sua discolpa devo dire che sinceramente a me non piace nemmeno l'originale - o "Lo sguardo di Satana - Carrie", che l'unica cosa per cui si distingue dall'originale "Carrie - Lo sguardo di Satana" sta appunto nel fatto dell'aver invertito titolo e sottotitolo.

In questo senso arriva anche "The Town tha Dreaded Sundown -La città che aveva paura", che sfrutta un'altra tecnica particolarmente in voga, ovvero quella del meta-sequel, insomma uno di quegli altri termini tecnici che vengono usati per camuffare dei remake facendo credere alla gente che si tratti di un film originale, semplicemente facendo riferimenti, all'interno del film, al predecessore, dando l'impressione che la storia segua in maniera consequenziale gli eventi dello stesso. Insomma, una robetta abbastanza meschina in cui è parecchio facile cascare, soprattutto quando il film originale è stato girato nel 1976 - "La città che aveva paura" nella fattispecie - e non è che abbia avuto tanto successo o, quanto meno, non è arrivato quasi per nulla alla mia generazione.

Entrambe le pellicole si basano sulla storia del Fantasma di Texarkana, spietato serial killer mai identificato che agì nel Texas nel 1946, uccidendo otto persone nel giro di un paio di mesi. Facendo riferimento agli eventi del 1946 e al film dedicato al mostro - proprio "La città che aveva paura" del 1976 - "The Town that Dreaded Sundown - La città che aveva paura" ci parla di Jami Lerner, ragazza che, sconvolta dall'assassinio del suo ragazzo Corey Holland proprio per mano del Fantasma di Texarkana davanti ai suoi stessi occhi, comincia ad indagare su un possibile ritorno in azione dello stesso serial killer - o quanto meno di un imitatore - che aveva colpito la città anni addietro. Per quanto la pellicola parta in maniera dignitosa, portando lo spettatore nelle giuste atmosfere da film slasher e per quanto sia in grado di riprodurle abbastanza bene, magari anche citando qua e là nel corso della sua durata, il film, effettivamente, non ha molto da dire.

Presto la trama - che per i film slasher non è mai la cosa più importante ed in questo lo è ancora di meno - si arrovella su se stessa, raccontandoci diverse storie che, pur volendo dare l'impressione di essere ben collegate tra di loro, finiscono per sembrare quasi delle storie a sè stanti, che non si incastrano poi così bene l'una con l'altra. Per quanto poi gli ammazzamenti - termine tecnico - presenti nel film siano ben girati e soprattutto messi in scena in una maniera interessante e creativa, non bastano ad elevare il film in maniera particolare sopra alla media di questo genere, arrivando ad una risoluzione del caso che ci mette davanti ad un colpo di scena parecchio forzato, che non appare particolarmente giustificato da quello che è lo svolgimento degli eventi.

Voto: 5+

venerdì 15 luglio 2016

LIBRI METROPOLITANI #16 - Rivelazioni di Michael Crichton

Torna dopo una lunga assenza dagli schermi di questo blog la rubrica sui libri che leggo nel corso del viaggio in metropolitana che mi porta al lavoro al mattino e a casa la sera. Stavolta tocca ad un romanzo thriller scritto da Michael Crichton consigliatomi niente popo di meno che da.... mia madre, in attesa di potermi recare in biblioteca a prendere un nuovo romanzo da leggere.


Recensione
Personalmente non ho letto molti scritti dei grandi romanzieri del ventesimo secolo: pochi infatti sono stati i romanzi da me letti dei vari Stephen King, Jeffery Deaver, Ken Follett e lo stesso Michael Crichton, del quale "Rivelazioni" è a tutti gli effetti il primo romanzo che leggo. Un romanzo che descrive nei dettagli quella che è l'accusa di molestie sessuali mossa da Tom Sanders verso il suo capo Meredith Johnson, suo superiore e donna dalle mille risorse, quasi senza scrupoli. Descrivendoci per filo e per segno gli avvenimenti interni ad una famosa azienda informatica, che, a seguito di una fusione, vede affidato il comando ad una donna apparentemente inesperta, che però non si fa alcun scrupolo per quel che riguarda il raggiungimento dei propri obiettivi.
"Rivelazioni" è un romanzo che a fatica ad ingranare, tanto che, personalmente, non avendo letto la trama prima di leggere il romanzo, ho trovato molto tedioso il fatto che per le prime cento pagine ancora non si capisse per bene dove la storia volesse andare a parare. Un romanzo che fatica ad ingranare, ma che quando lo fa prende un ritmo quasi forsennato, invogliando il lettore a leggerlo pagina dopo pagina.

Voto: 7,5

giovedì 14 luglio 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Settimana non particolarmente interessante dal punto di vista cinematografico - d'altronde i distributori cinematografici nostrani pensano solo alle gente che parte per le vacanze e non a chi sta in città per lavorare!!! - con solamente cinque uscite, una sola delle quali mi interessa non tanto a livello cinematografico, quanto più che altro a livello di ignoranza e di bellezza femminile - vedere Margot Robbie nei panni di Jane in "The Legend of Tarzan" è un sogno che si avvera, d'altronde... -. Tutte le uscite verranno commentate in base ai miei pregiudizi, ovviamente!


Bastille Day - Il colpo del secolo di James Watkins

Produzione franco-americana per un film d'azione classico che sicuramente nulla aggiungerà alla storia del cinema se non qualche esplosione da aggiungere all'interminabile conteggio iniziato con il primo film action mai girato nella storia del cinema. Sappiatelo: alle esplosioni dei film d'azione preferisco di gran lunga quelle fatte male della Asylum!


Cell di Tod Williams

Penso di essere una delle tre o quattro persone al mondo che non sopportano Stephen King. Ho sempre ammesso però, che i film tratti dai suoi romanzi sono quasi sempre ben riusciti e parecchio validi. Questo, tratto a detta dei fan dello scrittore da uno dei suoi romanzi meno riusciti, non mi ispira nemmeno per sbaglio: potrei finire per vederlo, il film e il volto imbronciato di John Cusack, ma consapevole del fatto che potrebbe essere una porcata!


Sneezing Baby Panda di Lesley Hammond, Jenny Walsh

Non ce la posso fare proprio a vedere un film, l'ennesimo e per giunta superfluo, sul rapporto tra uomo e animale, anche perchè la frase "gli animali sono meglio delle persone" mi fa pensare soltanto al fatto che ucciderei per molto meno.


The Legend of Tarzan di David Yates


In questo film ce n'è per entrambi i sessi: le donne hanno lo scultoreo Alexander Skarsgård, attore che tra l'altro mi piace ed era l'unico a salvarsi nelle ultime stagioni di "True Blood", mentre gli uomini hanno Margot Robbie, sulla quale ogni commento da parte mia, dopo la sua interpretazione in "The Wolf of Wall Street", sarebbe totalmente superfluo. Il film non sembra essere trascendentale, ma è l'unico per cui dopo la visione del trailer ho pensato potesse avere qualcosa di positivo.


Una spia e mezzo di Rawson Marshall Thurber

Farei volentieri un copia-incolla del commento al primo film di questa lista, se non fosse che questa non è una produzione franco-americana, ma totalmente americana e per giunta con The Rock, al secolo Dwayne Johnson. Che è un'aggravante se non si fosse capito.

mercoledì 13 luglio 2016

Blindspot - Stagione 1

Blindspot
(serie TV, stagione 1)
Episodi: 23
Creatore: Martin Gero
Rete Americana: NBC
Rete Italiana: Italia 1
Cast: Sullivan Stapleton, Jaimie Alexander, Rob Brown, Audrey Esparza, Ashley Johnson, Ukweli Roach, Marianne Jean-Baptist
Genere: Thriller, Azione

Con un ritardo quasi vergognoso rispetto alla messa in onda originale e anche rispetto a quella italiana, arriva finalmente la recensione della prima stagione di "Blindspot", una delle serie TV delle reti generaliste americane ad aver avuto il maggiore successo in patria e al di fuori di essa. L'episodio pilota della serie era stato da me accolto abbastanza bene, perchè era in grado da una parte di introdurre nel migliore dei modi la vicenda che viene narrata all'interno della serie, mentre dall'altra non si perdeva troppo in chiacchiere e lasciava all'azione e al veloce svolgersi dei fatti il compito di parlare. Il dubbio principale sulla serie stava nella sua struttura, che sembrava quasi prevedere una sorte di indagine settimanale in cui erano coinvolti i nostri protagonisti, indagini che sarebbero convogliate nella trama orizzontale che si preannunciava davvero scoppiettante.

Se i dubbi che aveva sollevato il primo episodio si sono in parte confermati, facendomi storcere un po' il naso riguardo alla struttura prevalentemente verticale della serie, con il classico caso settimanale che si andava ad incastrare con una comunque ben delineata trama orizzontale, rimane il fatto che forse l'esaltazione iniziale davanti ad un ottimo primo episodio appariva un po' esagerata, ma sicuramente ci troviamo davanti ad una buonissima prima stagione per una serie che sicuramente sfrutta buona parte del suo potenziale. I primi episodi procedono con il solito ritmo serrato, con colpi di scena uno dopo l'altro, tanto che mi ha ricordato quasi "Prison Break" e di certo non per i tatuaggi della protagonista Jane Doe, interpretata da Jaimie Alexander.

A dei primi episodi davvero scoppiettanti ha fatto da contraltare in senso negativo una parte centrale della stagione che ha proseguito nello sviscerarci la storia principale piuttosto a rilento, con qualche episodio filler di troppo e con la convinzione, a questo punto sempre più fondata, che ormai le serie da 20/25 episodi a stagione abbiano fatto il loro tempo e debbano lasciare spazio a stagioni più brevi, più concentrate e con meno episodi riempitivo. Una considerazione che negli Stati Uniti sta iniziando a prendere piede, in qualche raro caso, sulle reti generaliste, mentre su quelle private raramente andiamo oltre i 12 episodi a stagione.

Con una parte finale in grado di tenere ancora gli spettatori con il fiato sospeso, "Blindspot" è riuscita ad intrattenermi in modo leggero, teso e senza troppe chiacchiere e a volte qualche serie di questo tipo ci vuole. I personaggi principali, tra l'altro, mi sono sembrati sviluppati abbastanza bene, così come buona parte di quelli secondari riescono comunque a farci provare empatia verso di loro, pur non venendo sviscerati a livello psicologico. D'altronde, da una serie che vuole essere prevalentemente uno sfoggio di colpi di scena dal primo minuto del primo episodio all'ultimo dell'episodio finale, non ci saremmo potuti aspettare altro, nè di più nè di meno.

Voto: 7-

martedì 12 luglio 2016

American Ultra di Nima Nourizadeh (2015)

USA 2015
Titolo Originale: American Ultra
Regia: Nima Nourizadeh
Sceneggiatura: Max Landis
Cast: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Topher Grace, Connie Britton, Walton Goggins, John Leguizamo, Bill Pullman, Tony Hale
Durata: 96 minuti
Genere: Azione, Commedia

Tra i tanti attori che sono saliti alle luci della ribalta negli ultimi anni, alcuni per motivi a me ancora sconosciuti mentre altri con evidenti meriti artistici, ce n'è qualcuno che ancora non ho ben capito se mi piaccia o meno. Della coppia di giovani attori presenti nel film di cui vorrei parlare oggi, sicuramente quello a cui mi riferisco non è quello di sesso femminile: certo, Kristen Stewart ho sempre pensato fosse una pessima attrice, non tanto per via della saga "Twilight", che lì sarebbe come sparare sulla croce rossa, quanto più che altro per la sua totale assenza di espressività in produzioni come "Biancaneve e il cacciatore", ma anche il più "acculturato" "On the Road". Certo, sempre negli ultimi anni la brutta Kristen Stewart ha inanellato un paio di performance di buon livello, come dimostra il suo ruolo in "Still Alice", ma soprattutto la performance davvero notevole in "Sils Maria" che mi ha fatto un po' ricredere sulle sue effettive capacità. Mi sta antipatica comunque, ma è chiaro che davanti al film giusto sappia stare bene in scena - e per dire, "American Ultra" direi che non era il film giusto, sinceramente -.

L'attore per cui ancora sono indeciso se mi piaccia sul serio o meno è quello di sesso maschile della coppia. Il buon Jesse Eisenberg nella sua carriera ha già partecipato a molti film, inanellando performance notevoli come quella in "Benvenuti a Zombieland", anche se lo spessore del suo ruolo era quello che era, o come quella in "The Social Network", che a mio parere è ancora il punto più alto da lui raggiunto. Alterna a queste buone performance anche lavori decisamente di minor conto, come l'ultimo "Batman v. Superman: Dawn of Justice", in cui è stato disastroso nei panni di Lex Luthor, che ancora non mi hanno fatto capire se il suo modo di recitare mi piaccia o meno. Così come ancora non ho capito se Jesse Eisenberg mi stia simpatico o meno, così., a pelle.

"American Ultra, in cui vediamo per l'appunto recitare insieme un'attrice che non mi piace come Kristen Stewart e un attore su cui ancora sospendo il giudizio come Jesse Eisenberg, parla di Mike Howell, ragazzo che sta pianificando di chiedere alla sua ragazza di lunga data, Phoebe Larson, di sposarlo. Quando l'agente della CIA Victoria Lasseter, interpretata dalla Connie Britton già vista nella prima stagione di "American Horror Story", scopre che Mike, che è il risultato non riuscito alla perfezione del programma Ultra, deve essere eliminato dal suo rivale Adrian Yates, si mette in viaggio assecondando una sorta di senso di protezione verso il ragazzo.

La pellicola in fin dei conti non risulta essere particolarmente fastidiosa, anzi, la visione, la cui durata è anche abbastanza breve, non risulta particolarmente pesante e scorre con velocità. Realizzare una commedia action con attori giovani come questa non è certo facile e il risultato può presto cadere nella banalità, tant'è che il programma Ultra di cui è stato vittima il protagonista ricorda tanto quello della serie TV "Chuck", peccando forse di scarsa originalità. Se alcune situazioni sono effettivamente abbastanza divertenti, spesso ci si perde in scene d'azione non particolarmente interessanti, con le quali comunque avremmo dovuto fare i conti, dato che sempre di un film action si tratta. Insomma, questo "American Ultra" risulta essere un film che non è nè carne nè pesce, nè brutto nè bello, nè bene nè male. Insomma, un film abbastanza inutile, che si lascia vedere per quell'oretta e mezza, ma non fa per nulla in tempo ad entrare nel cervello dello spettatore.

Voto: 5,5

lunedì 11 luglio 2016

Altruisti si diventa di Jonathan Evison (2016)

USA 2016
Titolo Originale: The Fundamentals of Caring
Regia: Jonathan Evison
Sceneggiatura: Rob Burnett
Cast: Paul Rudd, Craig Roberts, Selena Gomez, Jennifer Ehle, Megan Ferguson, Frederick Weller, Bobby Cannavale
Durata: 93 minuti
Genere: Commedia

Oramai le mie solite introduzioni su quelle che sono le produzioni originali di Netflix stanno diventando dei clichè piuttosto evitabili, un po' come i jump-scare nei film horror. Siccome però ancora una volta questo blog si occupa di un film prodotto proprio dalla già citata più e più volte rete di streaming, ecco che un'introduzione diventa quasi dovuta. Se con le serie TV Netflix ancora ha sbagliato pochi colpi - ad ora mi viene in mente solo "Marseille" -, portando sugli schermi di tutte le persone del mondo serie TV di alta qualità per le quali alla fine è quasi sempre il puro coinvolgimento - almeno per quanto mi riguarda - a discriminarne la decisione di seguirla o meno, con i film il discorso risulta un po' diverso. Se "Lui è tornato" si è rivelato essere piuttosto carino, altre produzioni, soprattutto per quel che riguarda le commedie, non è che si siano rivelate di altissima qualità, tanto che un paio di questi film, come ad esempio "The Ridicolous Six", li ho dovuti abbandonare a metà.

Con "Altruisti si diventa", titolo che in Italia griderebbe vendetta facendo ricordare quello scempio di titolo di "Se mi lasci ti cancello" dato che in originale si chiamerebbe "The Fundamentals of Caring", Netflix tenta la strada tanto battuta nell'ultimo periodo di parlare del rapporto tra malato e badante, o comunque di parlare di persone afflitte da una qualche malattia debilitante: insomma, tante belle cose che potrebbero tranquillamente sfociare nel buonismo e nel pietismo e che solo pochi film riescono ad evitare. Il film parla di Ben, interpretato da Paul Rudd, che dopo una tragedia familiare sta per divorziare dalla moglie. Decide di farsi assumere come badante di Trevor, interpretato dal Craig Roberts già visto nella serie prodotta da Amazon "Red Oaks", ragazzino diciottenne affetto da distrofia muscolare che vive in maniera molto abitudinaria, non volendo mai spingersi nel mondo esterno a causa della sua malattia.

"Altruisti si diventa" scongiura sin dall'inizio il rischio del buonismo e del pietismo, mettendoci davanti ad un Trevor che non sembra proprio essere un mostro di simpatia: certo, ama fare scherzi, ma è un bel po' stronzetto. Cosa che già si discosta molto dal resto dei film sulle persone malate, dato che i malati sono sempre delle persone buonissime, che non sono capaci di provare sentimenti negativi o trattare male le persone che stanno intorno a loro. Siamo davanti ad un film che non ci vuole tanto parlare della malattia del protagonista, quanto più che altro della bellezza di donare il proprio tempo per qualcun altro, di instaurare dei rapporti con qualcuno che ha bisogno di un aiuto molto maggiore rispetto ad una persone che vive in condizioni normali. L'altruismo che viene sperimentato dal protagonista Ben non è tanto un voler fare del bene indistintamente, quanto un volersi lasciare alle spalle la tragedia vissuta in passato, è un altruismo terapeutico per se stesso, più che per il simpatico Trevor. E l'ingresso in scena del personaggio di Dot, interpretato da una Selena Gomez che alla fin fine è sempre bravina, ma che mi deve spiegare come diavolo faccia ad ingrassare solo sulla faccia - ha una faccia tondissima e un corpo quasi perfetto, una cosa quasi inspiegabile - serve a dare un motivo di interessa in più verso la pellicola.

Siamo dunque davanti ad un film piuttosto interessante, anche se sicuramente non un capolavoro e non un film che mostri qualcosa di nuovo a livello cinematografico, ma ha il grande merito, pur non elevandosi sopra la media, di avere tutti i suoi elementi che si incastrano molto bene tra di loro, esplorando diversi generi tra cui la commedia e il road movie, e riuscendo a far affezionare lo spettatore a tutti i personaggi che vengono messi in scena. Personaggi freschi ed interessanti, con i quali, in qualche modo, diventa interessante immedesimarsi per capirne bene la psicologia e la loro storia.

Voto: 7+

sabato 9 luglio 2016

CHI BEN COMINCIA... #31 - American Gothic

Se negli scorsi anni le settimane estive erano quelle un po' più morte a livello di nuove proposte televisive da guardare in attesa delle ferie, negli ultimi anni il trend si è abbastanza invertito, con le reti che spesso e volentieri ci hanno dato anche delle serie di qualità. A tal proposito torna la rubrica sugli episodi pilota delle serie che mi interessavano sulla carta e oggi tocca a "American Gothic", serie TV firmata CBS.


American Gothic

Rete Americana: CBS


Una famiglia dell'alta borghesia di Boston viene sconvolta dalla morte, a causa di un infarto, del suo capofamiglia. L'ulteriore scoperta del fatto che l'uomo fosse probabilmente coinvolto, in passato, in una serie di omicidi che avevano sconvolto Boston nell'arco di diversi decenni, alimenta tra i membri della famiglia sospetti sulla possibilità che l'uomo avesse un complice tra i suoi figli, che lo aiutasse nella sua opera di serial killer. A parte "Shameless", solitamente le serie che parlano di questioni familiari non mi piacciono particolarmente, tant'è che nemmeno la tanto osannata "Bloodline" di Netflix mi ha particolarmente impressionato nei primi episodi della sua prima stagione. Eppure, questa nuova serie, vuoi il clima estivo o vuoi il cast che prende attori direttamente da "Banshee" - come Anthony Starr - o dalla stessa "Shameless" - come Justin Chatwin - mi sono convinto a dare a questa nuova produzione un'opportunità. La sensazione che ho avuto però, a fronte della visione del primo episodio e al netto anche di quella del secondo, è stata quella di trovarsi un po' davanti alla solita roba, con una serie di situazioni trite e ritrite che si sono viste molte volte nel panorama seriale e che sicuramente vedremo molte altre volte ancora. I ritmi lenti, in secondo luogo, non si incastrano particolarmente bene con il clima atmosferico che si respira in questi giorni, motivo per cui l'impressione a fronte degli episodi iniziali non è stata certamente positiva, tanto da convincermi a mollare subito il colpo, prima di perdere ulteriore tempo.

Voto: 5+

venerdì 8 luglio 2016

Pecore in erba di Alberto Caviglia (2015)

Italia 2015
Titolo Originale: Pecore in erba
Regia: Alberto Caviglia
Sceneggiatura: Alberto Caviglia, Benedetta Grasso
Cast: Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca Nappi, Mimosa Campironi, Alberto Di Stasio, Lorenza Indovina, Francesco Russo, Niccolò Senni, Paola Minaccioni, Marco Ripoldi, Josafat Vagni, Massimiliano Gallo, Carolina Crescentini, Vinicio Marchioni, Antonio Zavatteri, Massimo De Lorenzo, Francesco Pannofino, Tommaso Mercuri, Margherita Buy, Valerio Cerullo, Manuel Mariani, Leonardo Caputi
Durata: 87 minuti
Genere: Commedia

In un periodo in cui il cinema italiano dimostra sempre più spesso di stare vivendo un ottimo periodo di forma, in cui si alternano film ottimi a film comunque buoni rispetto a ciò che abbiamo visto negli ultimi anni, che ha fatto solamente male al nostro cinema, lo spettatore - che nel tal caso sarei io e solamente io - è spinto a dare fiducia anche a produzioni meno sponsorizzate, un po' diverse dal solito e che hanno l'intento di sperimentare, di trattare argomenti scomodi in un modo diverso da quello a cui solitamente siamo abituati. Forse primo nel suo genere, "Pecore in erba" è un film del regista esordiente Alberto Caviglia", uscito in Italia negli ultimi mesi del 2015 e vincitore del premio ArcaGiovani a Venezia 72, la settantaduesima edizione della Mostra Internazionale del cinema di Venezia.

"Pecore in erba" ci narra, attraverso un finto reportage giornalistico, della vita di Leonardo, interpretato da Davide Giordano, ragazzo scomparso da più di sei mesi e che in patria è visto alla stregue di un eroe nazionale. Cosa avrà fatto Leonardo di tanto particolare per essere ritenuto una personalità di spicco del nostro paese? Semplicemente è antisemita, si prodiga in attività politiche volte a screditare le comunità ebraiche italiane ed è promotore di una enorme campagna di odio contro gli ebrei: le persone lo amano, perchè ha avuto il coraggio di esprimere le proprie idee in una società che non permette alle persone di odiare il prossimo per via dell'appartenenza religiosa o ad una razza specifica. E, dette queste cose, arriva la prima postilla alla mia recensione: se siete delle #TesteDiCazzo che dicono cazzate sugli ebrei o che simpatizzano per la politica di Adolf Hitler - non quella del personaggio di "Lui è tornato" - non guardate questo film. Rischiate di prenderlo sul serio perchè il vostro cervello è troppo, troppo piccolo - e per favore, non confondiamo la libertà di opinione con quella di dire cazzate senza il minimo senso -.

Il modo di trattare l'argomento da parte del film è EVIDENTEMENTE ironico, quasi satirico, presentando come normale ed accettabile da tutta la popolazione un comportamento che in realtà è profondamente sbagliato. E dal punto di vista dell'idea che sta dietro alla realizzazione del film, che va a prendere anche personaggi più o meno noti fingendo delle interviste improbabili, o dei finti luminari della scienza per dire la propria opinione sulla questione, siamo forse un passo avanti a chiunque, a partire dal fatto che ogni personaggio intervistato non faccia mai capire se creda che ciò di cui parla sia giusto o sbagliato: ogni personaggio è totalmente imparziale da questo punto di vista. Se l'idea che sta dietro questo film è davvero ottima, un po' meno soddisfacente è la realizzazione, che si avvale di attori non proprio formidabili, ma che soprattutto sembra mettere insieme delle scene senza dar loro un vero e proprio senso. Per quanto l'argomento di cui parla sia scomodo e trattato in una maniera irriverente e senza la paura di andare oltre, forse si è data molta più attenzione all'essere originali, piuttosto che a creare una sceneggiatura solida e che quadrasse dall'inizio alla fine.

"Pecore in erba" risulta dunque essere un buon esperimento, una buona idea per fare un qualcosa di diverso nel panorama del cinema italiano, che nonostante le buone cose fatte vedere in questo periodo, rimane ancora piuttosto ancorato alla tradizione. Non sempre però una buona idea fa un film ottimo, motivo per cui la mia reazione alla pellicola è rimasta piuttosto freddina: il regista ha del potenziale, sicuramente ci sarà da lavorarci sopra.

Voto: 6,5

giovedì 7 luglio 2016

WEEKEND AL CINEMA!

Questa è la settimana cinematografica delle uscite che la blogosfera ha già visto, con ben tre film in arrivo direttamente dal passato e che molti di noi blogger hanno già visto in streaming coi sottotitoli. Io, invece, ho la fortuna di averne visto solo uno dei tre, motivo per cui il mio weekend cinematografico potrebbe rivelarsi più interessante del previsto!


It Follows di David Robert Mitchell


Uno dei film horror più belli che abbia visto negli ultimi anni e per il quale sono pronto a creare flame su Facebook a costo di difenderne le mie ragioni. Ovviamente la blogosfera lo ha visto, in massa, un anno e mezzo fa: voi che non lo avete visto, però, andate a vederlo porco cane! E magari anche se lo avete già visto non sarebbe male rivederlo al cinema! E magari, nel caso, leggetevi pure la mia recensione!


Tom à la ferme di Xavier Dolan

Dopo l'enorme successo di "Mommy" e la direzione del video di "Hello" di Adele ecco che iniziano ad arrivare in Italia tutti i precedenti film del regista prodigio canadese, questo direttamente dal 2013. Sicuramente un film interessante a cui dare molta attenzione!


Press di Paolo Bertino, Alessandro Isetta

Solita commediola italiana che sa tanto di amatorialità e che, nonostante il buon periodo di forma del cinema italiano, penso che mi potrei saltare senza farmi alcun problema.


Tartarughe Ninja 2 di Dave Green

Il primo capitolo della saga mi aveva fatto parecchio schifo. So che il mio masochismo mi spingerà a guardare, in ogni caso, anche questo secondo capitolo, eppure ora come ora non ne ho proprio alcuna voglia!


The Zero Theorem di Terry Gilliam

Altro film parecchio interessante diretto da un regista che, mediamente, mi ha sempre abbastanza impressionato. Anche questo film molti lo avranno già visto, io ancora no, quindi penso che gli concederò un'occasione!


Toxic Jungle di Gianfranco Quattrini

Secondo film italiano in uscita questa settimana e anche questo in arrivo direttamente dal passato, dal lontano 2014. Così come escono in ritardo i validissimi film di questa settimana, così anche le uscite italiane subiscono i ritardi della distribuzione. Ah, non penso proprio che lo guarderò!

mercoledì 6 luglio 2016

Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater (2016)

USA 2016
Titolo Originale: Everybody Wants Some!
Regia: Richard Linklater
Sceneggiatura: Richard Linklater
Cast: Blake Jenner, Zoey Deutch, Ryan Guzman, Tyler Hoechlin, Glen Powell, Wyatt Russell, Will Brittain, Forrest Vickery, Temple Baker, Tanner Kalina, Austin Amelio, Juston Street, Quinton Johnson, Dora Madison, Michael Monsour, Erica Buitron, Jonathan Breck
Durata: 116 minuti
Genere: Commedia

Tra i registi che nell'ultimo periodo più apprezzo di sicuro inserirei il nome di Richard Linklater, fattosi da me conoscere grazie a "School of Rock" - film che forse in maniera ingiustificata adoro davvero troppo - e del quale ho apprezzato anche la cosiddetta "trilogia del before" per poi arrivare al suo ultimo lavoro, bellissimo, quale è stato "Boyhood", girato nel corso di dodici anni e seguendo la crescita di un bambino nel corso della sua infanzia e adolescenza. Pur mancandomi qualcuno dei suoi film - forse di più di quelli che ho visto - questo "Tutti vogliono qualcosa" non lo avrei mai potuto perdere, dato che prometteva scintille sin dal trailer.

Ed è così che, a visione avvenuta, si può tranquillamente dire che le promesse che venivano fatte dal trailer verso il pubblico - perchè un buon trailer deve saper fare delle promesse che poi dal film devono essere mantenute -, vengono del tutto confermate, lasciando lo spettatore certamente contento di aver visto da una parte un film fresco e leggero, mentre dall'altra un qualcosa che comunque è in grado di far riflettere parecchio. Parlandoci dei pochi giorni che precedono l'inizio del college per un gruppo di matricole che giocano anche nella squadra di baseball della scuola, il film riesce a portare lo spettatore dritto dritto negli anni '80, inquadrando in maniera ottima il periodo, sia per quel che riguarda l'ambientazione, sia per i personaggi che lo popolano.

Tanti sono i personaggi di cui conosciamo pian piano la storia, così come tanta è la bravura di Richard Linklater nel riuscire a costruire dei personaggi che, chi più chi meno, risultano tutti particolarmente accattivante: anche se è ovvio che qualcuno di questi si limiti al ruolo della macchietta, con il solo intento di fare ridere, nessuno di questi appare piatto o mal scritto. Magari la personalità di qualcuno non viene esplorata fino in fondo, perchè impossibile farlo alla stessa maniera con tutti, ma comunque quel qualcuno riesce a consegnarci qualche cosa che ce lo faccia ricordare.

E' bello dunque vedere come un cast prevalentemente giovane per i quali gli anni '80 potrebbero tranquillamente essere dei racconti da parte dei propri genitori, composto tra gli altri dal bravo e particolarmente in parte Blake Jenner, già visto nelle ultime stagioni di "Glee", nei panni del protagonista Jake, dalla bella e brava Zoey Dutch e da Glen Powell, già spassosissimo nella bellissima prima stagione di "Scream Queens" e qui, forse, ancora di più. Con "Tutti vogliono qualcosa" ci troviamo dunque davanti ad un buonissimo film, in grado di portarci in quella che per noi è quasi un'altra epoca, facendoci divertire e riflettere e dimostrandoci ancora una volta che Richard Linklater colpisce ancora!

Voto: 8
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